Salvatore Meloni: "Mal di Ventre, Repubblica Indipendente".
“Separatista vuole proclamare l’indipendenza dell’Isola di Mal di Ventre”. Così l’agenzia Agi titolava un lancio della tarda serata di ieri, per riportare alla ribalta, per l’ennesima volta, una trovata di Salvatore Meloni da Terralba, noto a tutti come “Doddore” l’indipendentista. E proprio all’indipendentismo Meloni ha dedicato, e continua a dedicare, i migliori anni della sua vita, nonostante la lotta per l’indipendenza della Sardegna gli abbia procurato più dolori che gioie, tant’è che per “complotto separatista” Meloni è stato condannato, negli anni ’80, a nove anni di carcere. Quella della Repubblica Indipendente di Mal di Ventre è una trovata di “Doddore”, com’è facilmente intuibile, che farà discutere e che lo porterà, com’era nelle sue intenzioni, su tutti i media nazionali, e non solo. Questo quanto pubblicato dall’Agi:
Singolare iniziativa di un separatista sardo che punta al riconoscimento dell'isola di Mal di Ventre, nell'Oristanese, quale "Repubblica Indipendente di Malu Entu", richiamandosi al principio di autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta di San Francisco. Salvatore Meloni, noto “Doddore”, 65 anni, autotrasportatore di Ittiri, ma da tempo residente a Terralba, centro non lontano dall'isolotto, protagonista di storiche battaglie per l'indipendenza della Sardegna, ha gia' inviato il progetto sia alle Nazioni Unite e ai suoi membri, che al presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi. In parallelo Salvatore Meloni, che da piu' di vent'anni trascorre gran parte delle sue giornate sull'isoletta assieme ad altri indipendentisti, avviera' una causa civile per l'usucapione dell'isola di Mal di Ventre che, dal 1972, - ha riferito il suo avvocato, Maria Vitalia Anedda - appartiene alla societa' napoletana "Turistica Cabras srl"(?). Da qualche mese, inoltre, Meloni ha richiesto al Comune di Cabras la residenza anagrafica sull'isola per rafforzare la sua iniziativa. "Mal di Ventre rappresenta un simbolo di riappropriazione dei territori dei sardi, che ci sono stati arbitrariamente sottratti", ha spiegato il legale di Salvatore Meloni, comunicando ai giornalisti un messaggio del suo assistito che, solo mercoledi' prossimo, in una conferenza stampa, spieghera' le motivazioni della richiesta di indipendenza. Dal luglio del 1974, nell'isola di 81 ettari, gli indipendentisti si sono installati come fossero i veri proprietari, occupandosi sia della pulizia che della salvaguardia dell'area marina protetta, a nord dell'isola. "Esistono gli estremi per l'usucapione - ha sottolineato l'avvocato - poiche' si tratta di un possesso continuato, pacifico e non interrotto per vent'anni".
Fin qui, il lancio dell’Agenzia Italia. Ma l’intenzione di occupare l’isola di Mal di Ventre era, evidentemente, per Salvatore Meloni un chiodo fisso, visto che lo aveva preannunciato in un ‘intervista rilasciata, su “L’Unione Sarda”, nel maggio di quest’anno, a Giorgio Pisano:
Malloreddus, agnello, patatine di contorno. E rivoluzione. Servita fredda. Dopo una condanna a nove anni di reclusione non potrebbe essere altrimenti. Protagonista degli anni '80 di una sfigatissima guerra contro lo Stato italiano colonialista e sfruttatore, Salvatore Meloni scioglie un vecchio voto e decide di riprovarci. Aveva giurato ai familiari che non si sarebbe occupato di politica fino al traguardo dei 65 anni. Oggi li compie e festeggia, in un ristorante di Barumini assieme a un centinaio di compagni-amici-sostenitori, la fine di una promessa e la nascita di un partito. «Come se cominciassi un'altra vita». Un'altra? La solita. Trattasi di esumazione, dissepoltura. Arrestato ai primi di gennaio del 1981 a ridosso di un attentato contro il Comando militare della Sardegna a Cagliari, è stato dapprima trasferito in una caserma dei carabinieri in pieno centro, poi spedito in periferia e da lì deportato (direbbe lui) all'ottavo piano dell'ospedale san Francesco di Nuoro. Dove, nella stagione sanguinaria del partito armato, era stato allestito un reparto caveau per svolgere gli interrogatori con comodo. Trentatré giorni ci è rimasto. Cioè fino a quando, carta e penna, non ha presentato al procuratore della Repubblica un esposto per sequestro di persona. Occhi chiari, baffoni risorgimentali come il testimonial televisivo di una birra celebre, Meloni ha tre figli, vive a Terralba (un passo da Oristano) e conserva una formidabile carica di rompipalle. Di Mario Marchetti, pubblico ministero che a suo tempo l'ha spolpato e scorticato chiedendo al processo una condanna esemplare per cospirazione politica atta a sovvertire l'ordine costituito, ha un'opinione positiva: «Magistrato rispettabile e corretto». Non lo vuole vedere morto, insomma: ancora oggi ogni tanto si incontrano e chiacchierano del mondo. Dice queste cose uno tutt'altro che mollaccione. Mentre era in carcere - isolamento speciale - scrisse a Carlo Sanna,segretario del Partito sardo d'azione: certo che non starai perdendo la pancia facendo marce a mio sostegno. Questo per dire che si mantiene duro e puro. Giacca di velluto e dente d'oro come un rom benestante, ha una storia personale che fila dritta dritta. Nel 1981, mentre i sardisti celebravano il congresso a Porto Torres, s'è fatto portatore di un emendamento-choc che riscriveva lo statuto: articolo 1, il Partito sardo d'azione si prefigge di portare il popolo sardo all'indipendenza. Approvato. Poi, tempi e protagonisti successivi hanno pensato a sbianchettare quel principio tutto di lotta e niente di governo. In paese Salvatore Meloni è per tutti Doddoreddu, autotrasportatore d'un certo benessere, fondatore-presidente-demiurgo di un partito che si chiamava (e si chiama nuovamente a partire da stamattina) Par.i.s. I punti sono fondamentali per evitare di confonderlo col nome di una nota miliardaria americana e con una capitale gallica ancora più famosa. Paris vuol dire Partidu sardu pro s'indipendentzia. Non si comprendono le ragioni di questo ritorno in vita, tenuto conto che l'arcipelago è già piuttosto affollato: A Manca pro s'indipendentzia (comunisti), Irs (Indipendentzia repubrica de Sardigna) del pacifista Gavino Sale, Sardigna Natzione di Bustiano Cumpostu orgogliosamente in orbace forever, alla faccia delle mezze stagioni e del termometro.
C'era bisogno anche di Par.i.s nelle pagine gialle dell'indipendentismo?
«Sì, ma dev'esser chiaro da subito che il nostro non è un partito-contro gli altri movimenti indipendentisti».
Conta di vederla?
«Cosa, l'indipendenza? Prima che io chiuda gli occhi questa sarà una terra libera. Non m'avessero messo le manette, esisterebbe dal 1982».
La repubblica di Sardegna?
«Proprio. Avevamo intenzione di occupare l'isola di Mal di Ventre (che appartiene a un inglese) e da lì aspettare il riconoscimento da parte degli altri Stati. A cominciare dalla Libia».
Perché la Libia?
«Perché con i libici avevamo legami forti. E contatti d'un certo tipo. Dovevano darci una mano».
Finanziarvi?
«Anche. Ma poi è finita com'è finita. Non hanno fatto in tempo a darci neanche un centesimo».
Fondare (o rifondare) un partito in ristorante non è il massimo.
«Un posto vale l'altro. Io farò due feste in una: compleanno e battesimo del Par.i.s».
Sono molti a dirle che non c'è di testa?
«Me lo dicono, ma la faccenda mi lascia indifferente. Eppoi, mica sbagliano: in manicomio ci sono stato davvero».
Quando?
«Quando ho fatto uno sciopero della fame durato cinque mesi e quattordici giorni. Ero lì lì per andarmene e il giudice mi ha imposto l'alimentazione forzata. Che mi hanno fatto, non so perché, nel reparto di Psichiatria».
Voleva morire sul serio?
«Manco un po'. Stavo semplicemente combattendo. Come l'irlandese Bobby Sands, morto d'inedia nel carcere di Belfast. I giornali inglesi, in quel periodo, parlavano tutti i giorni della mia vicenda».
Lei è un nonviolento?
«Sono alto quasi un metro e novanta, passo il quintale di peso. Esaurite le due guance evangeliche, è il caso di reagire, mica si possono prendere schiaffi sempre muti e zitti».
C'era bisogno di un nuovo-vecchio partito indipendentista?
«A Terralba, dove vivo e dove c'è stata l'unica vera, storica vittoria dei sardi contro l'oppressore, albergano gli spiriti della sardità, della rifondazione di uno Stato».
D'accordo, e con gli altri come la mette?
«La nostra non è una posizione di ostilità. Il fatto è che io all'indipendenza ci voglio arrivare con un referendum».
Quasi come i leghisti d'un tempo.
«Macché. I leghisti avanzano rivendicazioni socio-economiche del territorio. Noi invece chiediamo per i sardi un seggio alle Nazioni Unite: come la Croazia, come Cipro, come Malta».
Morale: siete quattro gatti e pure divisi.
«Io non mi rivolgo agli indipendentisti ma a quelli che non sanno di esserlo, cioè al 98 per cento dei sardi. Ho l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, dunque non mi posso candidare, dunque la mia battaglia non punta ad avere un posto a tavola».
Come vi muoverete?
«A febbraio il Bollettino ufficiale della Regione ha pubblicato la nascita di un'associazione culturale che si chiama “Patria sarda”. Lo stesso nome ha una cooperativa che punta al lavoro: dalla custodia dei musei alla pulizia delle strade».
E questi sono gli strumenti per vincere?
«Sicuro: serve tempo, dedizione, volontà. E noi ne abbiamo in abbondanza».
Siete al bis: l'altra volta vi è andata buca.
«Gli arresti ci hanno fermato in contropiede, a un passo dalla proclamazione della repubblica».
E lei ha speso un sacco di soldi per comprare tritolo.
«Io, comprare tritolo?».
Atti processuali. E il tritolo costa più del prosciutto di Parma.
«Intanto non era tritolo ma esplosivo a base di gelatina. Coi miei camion lo trasportavo in miniera a botte di trenta tonnellate per volta. E, secondo lei, lo compravo?»
Diciamo che ce l'aveva a titolo di amicizia.
«Non ho mai speso una lira per l'esplosivo».
Chi sono i nemici della rivoluzione?
«I sardi col loro fatalismo, con la loro arrendevolezza. Sono i nostri peggiori difetti».
Dimentica l'invidia.
«È una balla. Caino ammazza Abele per invidia. Storia vecchia, l'invidia è malattia collettiva, planetaria».
Se la rivoluzione va bene, l'Inps va via e siamo alla canna del gas.
«L'Inps è nostro perché eroga soldi nostri. Quindi dopo continuerebbe a darceli. E noi, nel frattempo, avremmo modo di ridurre le tasse, l'Iva e il prezzo della benzina».
Già sentita questa: meno tasse per tutti.
«La Sardegna è una terra magica ma un incantesimo ci ha condannato a non rendercene conto. Tra turismo e filiera agro-alimentare, vivremmo alla grande in assoluta autonomia. E invece stiamo in banchina».
Fronte del porto.
«È la maledizione di sempre, aspettiamo dal mare il salvatore di turno».
Ma lei ha capito dove sta andando l'Italia?
«Berlusconi, Alemanno sindaco di Roma? Ben vengano. Servono per accelerare il processo di coscienza».
Da parte di chi, dei 70mila che vanno a sentire Maria De Filippi?
«L'Italia è business, tutto un circo dove stiamo dentro a fare numero, ci piaccia o no. Guardate quei poveri emigrati che sono piovuti l'altro giorno a Cagliari per raccontare storie malinconiche e disperate».
E allora?
«Ci fosse la nostra repubblica, gli emigrati lavorerebbero qui e non fuori».
In che campo, se non siano indiscreti?
«Rispondo con la frase di un grande economista: uno lo paghiamo per fare un buco, l'altro per tapparlo. I soldi? La Sardegna ha risorse sconfinate».
Fosse governatore, primo provvedimento?
«Affrontare la piaga della disoccupazione. Briciole come quelle che arriveranno dal G8 a La Maddalena non risolvono».
Par.i.s. è di destra o di sinistra?
«Che domanda stupida. Credete ancora in queste polverosissime categorie?»
Non le converrebbe, dopo l'ammazzacaffè, andare in pensione serenamente?
«Gli anni che mi restano sono dedicati per intero all'indipendenza della Sardegna. Ho fatto un voto e non mi fermerò».
Di Salvatore Meloni si è occupata, nel giugno scorso, anche “La Nuova Sardegna”, con un articolo di Paolo Pillonca, che riportiamo per par condicio:
Quando parla del suo mestiere di autotrasportatore Salvatore Meloni cambia aspetto. Il suo volto si distende come una foglia dopo la pioggia: «Quello del trasportatore è il mestiere che ha portato la civiltà nel mondo», è l’incipit di una sorta di inno. «Senza trasporti e trasportatori non può esistere nessuna civiltà. Mi dicono: tu devi portare questo pacco in Alaska, in quell’igloo a latitudine X e longitudine y. Io vado e lo porto. Attraverso mari, deserti, fiumi, fino a quando arrivo a destinazione. Facendo questo mestiere sono a contatto con un mondo che la maggior parte della gente non conosce. Sulle mie spalle c’è la responsabilità della merce che mi è stata affidata e la fiducia del committente».«Spesso nel guardare alla storia dell’umanità dimentichiamo che Maometto era un carovaniere e Marco Polo altrettanto. Oggi gli eroi veri dell’Irak sono gli autotrasportatori che sfidano pericoli di ogni genere per portare a termine il compito loro assegnato. Io stesso mi definisco uno degli ultimi bucanieri, una sorta di esploratore che spesso va verso un mondo sconosciuto. Pochi sanno che uno dei punti di forza dell’antica Roma era il servizio di posta». Ma questo mestiere sarebbe ancora più bello per lui se i due punti di partenza e di ritorno appartenessero a una terra indipendente. Vediamo come e perché, dalle parole di Salvatore Meloni: «Noi sardi non siamo stati mai italiani, nel senso che l’Italia non ce l’ha mai chiesto. Ci siamo ritrovati piemontesi senza volerlo, nel 1720. I Savoia ci hanno ereditato perché un giorno a Londra i grandi dell’Europa dissero: da domattina la Sardegna sarà piemontese, dopo che gli Spagnoli per oltre quattro secoli ci avevano tenuto sotto il loro dominio. Più di recente è arrivata la Repubblica italiana, che è più giovane di me». Qui il discorso di Meloni si fa ancora più aspro: «Quale logica mi dovrebbe portare a essere italiano, in questo sfascio generale prodotto da gente che non sa governare? Perché un paese sardo deve essere retto da disposizioni italiane? La nostra è un’altra storia, un’altra gente, tutta un’altra particolarità, tutta un’altra lingua. Da indipendenti tratteremmo direttamente con l’Europa: sarebbe un bel vantaggio».Nel terzo millennio, secondo Meloni, questa rivendicazione «non è più un discorso eversivo: oggi l’indipendenza si sancisce con i referendum. Scherzando potrei dire che è un problema di carta intestata».Ma si rende conto che la questione non è facile e lo rimarca con una battuta: «Come faccio a piacere a tutti, preti, suore, frati? L’importante per me è poter dormire ogni notte perché sono tranquillo. Non come un’altra notte di un Natale lontano in cui la magistratura italiana per farmi gli auguri rituali mi trasferì nel carcere di Badu ‘e carros». Per fortuna adesso c’è una coppia di pony: presi per far divertire i nipotini, qualche volta distraggono anche il nonno. «Le prime albe della civiltà umana coincidono con i primi trasporti dei carovanieri. Non c’è sardità senza indipendenza, le donne capiscono meglio di tutti questo messaggio. L’identità inizia dai prodotti alimentari». Tre frasi apparentemente autonome, ma concatenate fra loro molto più di quanto non paia a prima vista. Sono di Salvatore Meloni, l’indipendentista di Terralba - autotrasportatore di professione - condannato a nove anni di carcere per cospirazione contro lo Stato a metà degli anni Ottanta. Su queste tre direttrici si articola il colloquio con lui, nella sede della sua azienda alla periferia della cittadina dell’Oristanese. Meloni parla per due ore di fila, passando da un argomento all’altro tra l’emozione profonda e l’ironia, ma sempre fermamente convinto di essere nel giusto. Convinzione fortificata dalle oltre tremila notti trascorse in cella e oggi divenuta incrollabile. «In carcere mi dicevano: non sei nessuno, non esisti, non conti nulla. A me veniva da ridere», inizia a ricordare. «A un certo punto ho chiesto a un magistrato importante: lei sa contare? Certo, mi ha risposto, iniziando la conta: uno, due, tre, fino a otto, quanti eravamo in quella stanza. Ha sbagliato, dico. Aveva contato anche me, dunque esistevo».L’osso duro dell’accusa era considerato il procuratore generale Giuseppe Villasanta, che lo “visitava” spesso, a Buoncammino.Racconta Meloni: «Con lui ho discusso ben 75 volte. Un giorno avevo disegnato a penna i quattro mori su un tovagliolo, esponendolo sulla bocca di lupo della cella. Villasanta me lo sequestra: danneggiamento di beni dello Stato, mi dice, ti farò incriminare. Gli rispondo: mi assolveranno, al processo, e lei non farà una bella figura. Incuriosito, mi domanda: come? Rispondo: chiedendo acqua e sapone per lavare la tovaglia in aula e restituirla pulita al presidente».
-L’accusa principale?
«Cospirazione politica e associazione sovversiva. Un articolo del codice Rocco sul distacco dalla madrepatria di lembi di terra soggetti anche temporaneamente alla sovranità dell’Italia prevedeva la pena di morte per chi si fosse macchiato di quel reato».
-La pena capitale è stata abolita, in Italia.
«Ma il reato è rimasto. E l’unico condannato della Repubblica sono io. Gli altri li hanno assolti tutti: Rosa dei Venti, Nar, Brigate Rosse. È lo stesso articolo che Papalia ha tentato di rispolverare a Mantova contro Bossi e tutto è finito in un nulla di fatto. Mi pare sia l’art. 302 del codice Rocco».
-Altri capi di imputazione?
«Un centinaio, forse qualcosa di più. Il povero procuratore Basilone quando vide che le cose non andavano bene tirò fuori la tentata strage per le bombe alla Tirrenia. Si parlava anche del mancato sequestro di tecnici americani a Monte Arci, del danneggiamento di aerei militari a Decimo, di armi e di esplosivi. Io non ho mai avuto un’arma in vita mia e non conosco gli esplosivi».
-Prove?
«Di tutta questa roba non hanno mai trovato nulla di serio, era un processo indiziario. Nella nostra casa di Marceddì, dove la mia famiglia passava l’estate, qualcuno aveva messo dell’esplosivo».
-Chi?
«Io di sicuro no, era la casa dove i miei bambini passavano le vacanze, sarei stato un matto a mettere dell’esplosivo lì. Quel materiale non è mai stato presentato in aula».
-È vero che i pm ti contestavano l’uso della lingua sarda?
«Ho avuto quattro mandati di cattura, ogni volta che stavano per scadere i termini di carcerazione preventiva mi aggiungevano qualche altro reato. Lo scontro più duro era sul fatto che parlavo sempre e soltanto in limba. Mi dicevano: sei un illuso se pensi che il sardo possa essere scritto in documenti dello Stato italiano».
-Chi te lo diceva?
«Ho conosciuto nove pm. L’uso del sardo me lo contestavano tutti, tranne uno».
-Dov’era l’eccezione?
«In Mario Marchetti. L’unico pm che non ha mai fatto cenno alla questione è lui».
-Ti sei mai chiesto il perché?
«Veramente no. Non ci ho mai pensato seriamente».
-Potrebbe essere questo: Mario Marchetti è figlio di Nanni, noto poeta in lingua sarda. Suo padre ha anche un primato: è stato il vincitore della prima edizione del premio di poesia in limba ‘Città di Ozieri’, nel 1956.
«Se è così mi fa piacere per il dottor Marchetti: evidentemente non è un figlio degenere. Hai fatto bene a dirmelo».
-Tornando al clima di quegli anni, come lo analizzi oggi?
«Gli inquirenti si sono trovati davanti una cosa molto più grande di loro. All’inizio del processo contro di me i buoi erano già scappati dalla stalla».
-Perché?
«L’idea sardista aveva preso il volo e non c’era pm che potesse fermarla».
-Quale strada percorreva l’accusa, secondo te?
«Cercava di esorcizzare il problema politico vero facendolo passare come una guerra privata fra me e la Tirrenia. In un’epoca diversa il processo sarebbe stato inquadrato in un altro modo».
-La tua linea, invece?
«Io e gli altri eravamo carcerati che rivendicavano il diritto all’indipendenza della loro terra. Sono diventato indipendentista dopo un lungo lavoro all’interno del partito sardo d’azione, che aveva l’indipendenza come scopo sancito nel suo statuto. Da carcerazione a rivendicazione, in poche parole. E l’accusa passò al contrattacco».
-Di che tipo?
«Una tattica vecchia, la terra bruciata. Mia moglie fu messa in carcere. Il giorno dopo fui chiamato alle cinque del mattino nell’ufficio matricola della prigione. Mi fecero vedere la foto di mia moglie in prima pagina sulla Nuova. Cercavano di sfiancarmi. Volevano fermare l’idea sul nascere».
-E tu?
«Dissi subito: anziché farmi desistere, l’arresto di mia moglie mi rende ancora più deciso nella lotta»
-Poi però hai cambiato tattica. O no?
«Anche loro. Era il periodo della morte in carcere di un indipendista irlandese, Bobby Sander. Io ero passato dal carcere all’ospedale e continuavo lo sciopero della fame: cinque mesi e 14 giorni in tutto. La mia vita era a rischio».
-Dunque?
«Il ministero monitorava le mie condizioni di salute. Venne in Sardegna il deputato altoatesino Schulz, Sudtiroler Volkspartei, della commissione giustizia della Camera: accettai di rispondere in italiano agli inquirenti in cambio degli arresti domiciliari».
-Torni a fare politica da uomo libero nel tuo partito indipendentista. E lavori nel campo dei prodotti di qualità. Come sei organizzato?
«Ho fondato una cooperativa di nove soci, tutti indipendentisti. Si chiama ‘Patria Sarda’. Trattiamo vari settori merceologici, dai prodotti agricoli ai salumi, dai dolci ai liquori fino agli abiti ispirati al costume sardo. Il nostro logo, lo stesso del partito e del sindacato dei trasportatori è un marchio che garantisce tutti questi prodotti».
-Tu dici che le donne sono più sensibili all’idea dell’indipendenza. Perché?
«Hanno un istinto atavico, quello del dono della vita. Hanno un senso e un settimo senso e sono più indipendenti di noi dal punto di vista interiore. Soffrono più di noi il dramma dell’emigrazione, come madri e mogli, da secoli sono abituate a caricarsi sulle spalle i più grandi tormenti delle famiglie sarde. Ho fiducia in loro, sono la mia speranza più grande»
La nostra storia, vuol dire Meloni, è matrilineare. «Non a caso i personaggi sardi più famosi sono due donne: Eleonora d’Arborea e Grazia Deledda», dice oggi. La stessa frase, anni fa, fu pronunciata in un convegno letterario da Giovanni Maria Cherchi, ex-consigliere regionale del Pci, poeta e saggista.
Salvatore Meloni: "Mal di Ventre, Repubblica Indipendente". - Il Blog di Angelo Porcheddu
Il quotidiano italiano La Repubblica ha riportato nell'agosto del 2008 la notizia della singolare iniziativa di un indipendentista sardo che mira al riconoscimento internazionale dell'isola di Mal di Ventre, quale "Repubblica Indipendente di Malu Entu", rifacendosi ai principi di autodeterminazione dei popoli sanciti dalla Carta di San Francisco.[1] Salvatore Meloni, protagonista di altre storiche battaglie per l'indipendenza della Sardegna, ha provveduto a inviare il progetto sia alle Nazioni Unite e ai suoi membri che al presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi. Salvatore Meloni, che da più di vent'anni trascorre gran parte delle sue giornate sull'isoletta assieme ad altri indipendentisti, avvierà una causa civile per l'usucapione dell'isola di Mal di Ventre che, dal 1972, appartiene alla società napoletana "Turistica Cabras srl". Da qualche mese, inoltre, il Meloni ha richiesto al Comune di Cabras la residenza anagrafica sull'isola per rafforzare la sua iniziativa. Meloni ha pure fatto stampare banconote con la sua faccia, i "Soddi Sardi"
Dopo 5 mesi dalla data di autoproclamazione della Repubblica, un blitz della Guardia Forestale e della Capitaneria di porto ha sgomberato gli indipendentisti. Questi ultimi sono stati accusati, tra le altre cose, di aver danneggiato l'ambiente e di aver smaltito illecitamente i rifiuti prodotti durante la loro permanenza sull'isola. In seguito, Salvatore Meloni sebbene allontanato è ritornato sull'isola.
Mal di Ventre - Wikipedia
che ne pensate di questo personaggio?
è vero che la libia nel 1982 era pronta a riconoscere l' indipendenza della sardegna e a finanziare gli indipendentisti?
immagino i casini internazionali che ciò avrebbe creato , a pensare che allora la libia era fortemente alleata all' URSS e l' italia un paese della NATO....
se è vero ciò che ha detto salvatore meloni,e io ho molti dubbi sulla sua veridicità, i libici minimo di questa cosa ne avevano parlato anche col governo sovietico...




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hefico:
