Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Giuseppe Mazzini, il Partito Repubblicano e la Massoneria
Mi sono recentemente imbattuto in un dibattito sul web alimentato dall'amico repubblicano Enzo Baccioli relativamente al rapporto fra Giuseppe Mazzini, il Partito Repubblicano Italiano e la Massoneria.
L'amico Enzo ha da subito voluto evidenziare la non appartenenza del Mazzini alla Massoneria la quale, a parere di Enzo, è un'Associazione "etico-morale" incompatibile con l'appartenenza ad un partito politico.
Ho fatto notare all'amico Baccioli che, innanzitutto, la Massoneria è un'Istituzione adogmatica ed apolitica a carattere non già "etico-morale" (termini che si addicono piuttosto a regimi totalitari), bensì spirituale.
In seconda battuta, a proposito del Mazzini massone, le opinioni degli storici sono tutt'ora discordi, visto che non vi sono concrete prove nè della sua appartenenza alla Libera Muratoria, nè della sua non appartenenza. Ci sono, infatti, autorevoli studiosi che sostengono che Giuseppe Mazzini fu iniziato "sulla spada" (ovvero senza alcun rituale massonico) nella fortezza di Priamar, a Savona, dal massone Passano.
Ciò che è purtuttavia certo è che Mazzini, massone o meno, era dotato di una profonda sensibilità spirituale intrisa di cristianesimo gnostico, la quale giunse persino ad influenzare le teorie spirituali di Helena Petrovna Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, che il Mazzini conobbe a Londra e con la quale collaborò al punto che la Blavatsky partecipò attivamente alla battaglia di Mentana fra le truppe garibaldine (e fu iniziata alla Libera Muratoria dallo stesso Generale Giuseppe Garibaldi, il quale risultò profondamente affascinato dalle teorie teosofiche relative alla reincarnazione).
Giuseppe Mazzini, certo, pur condividendone le finalità spirituali, non simpatizzò mai troppo per la Massoneria, ma ciò unicamente in quanto la considerava troppo elitaria. Il Mazzini, infatti, anelava ad una Massoneria di Popolo, aperta alle giovani menti ed alla società nel suo complesso, che si occupasse di diffondere ed infondere negli individui il messaggio Universale di Pace, Amore e Fratellanza senza distinzione alcuna.
L'amico repubblicano Enzo Baccioli, nel suo articolo sul web, poi, sostiene che il Mazzini carbonaro si discostò dalla Carboneria (che è una derivazione della Massoneria che, a differenza di questa, si rifà al simbolismo dei boschi) in quanto la considerava "una specie di P2 della Massoneria". Nulla di più errato e ciò per due essenziali motivi: la Loggia Propaganda fu fondata diversi anni dopo la morte del Mazzini, ovvero nel 1877 e proprio dal mazziniano Giuseppe Mazzoni. Inoltre vi è da dire che il giudizio storico e politico relativo alla Loggia P2 (Loggia regolare del Grande Oriente d'Italia, tutt'altro che segreta) non è ancora concorde e definitivo.
Altri aspetti che non ho condiviso del discorso di Baccioli sono quelli relativi alla "strumentalizzazione del mazzinianesimo e del PRI da parte della Massoneria". Nessuna strumentalizzazione nè vi fu nè vi sarebbe potuta essere in quanto la Massoneria non si occupa affatto di politica e ciò proprio per evitare divisioni profane al suo interno e garantire piena serenità d'animo ai suoi affiliati nelle cosiddette Tornate di Loggia.
Vero è però che nel PRI vi erano e vi sono tutt'ora numerosi massoni e trovo oltremodo assurdo (e, mi si permetta, abbastanza fascista) il discorso di Enzo Baccioli relativo all'incompatibilità di appartenenza dei massoni ad un partito politico.
Iniziamo con il dire che, solo i regimi ed i partiti totalitari (nazista, fascista, comunista, socialista quando era di ortodossia marxista) impedirono ai propri affiliati di appartenere alla Massoneria. E ciò per un preciso motivo, ovvero in quanto questa era foriera non solo di libertà individuale, ma persino di libertà spirituale e di pensiero. La Massoneria ed i massoni, infatti, furono e sono perseguitati in ogni regime dittatoriale del mondo, sia esso di destra o di sinistra.
La Massoneria, in questo senso, è infinitamente superiore ad ogni partito politico e racchiude in essa l'essenza di tutte le Tradizioni e Scuole di Pensiero d'Occidente ed Oriente.
Persino il Tricolore della bandiera italiana, tanto amato da Giuseppe Mazzini e decretato nel 1797 a Reggio Emilia, fu coniato dal massone conte di Cagliostro e la prima bandiera tricolore recava, e non a caso, i simboli massonici di Squadra e Compasso.
I concetti mazziniani di "Dio e Popolo", poi, sono concetti profondamente massonici e non esiterei a definirli cagliostriani.
Mazzini fu, infatti, come ho spiegato all'inizio dell'articolo, un Grande Iniziato indipendentemente da fatto che fosse massone o meno. Egli aveva già di per sè interiorizzato i principi delle grandi Tradizioni iniziatiche ed esoteriche e ciò è e fu alla base del suo pensiero umanitario e politico di emancipazione individuale e sociale.
La Massoneria non discute nè di politica nè di religione, lo ribadiamo, semplicemente per evitare divisioni fra Fratelli. Essa le trascende per mezzo di rituali che sono utili al perfezionamento individuale in questo mondo materiale.
In Loggia si è uomini e donne affratellati. Nel mondo profano si fa quel che si ritiene giusto fare. Bene però sarebbe ricordare di avere “un piede in terra ed uno in cielo”.
La fedeltà cieca ad un partito o ad un'ideologia politica (e dunque profana), invece, equivale alla schiavitù della propria mente e della propria coscienza.
La fedeltà ad un principio sia esso morale e/o spirituale, se compreso ed interiorizzato, è utile ad una vita retta.
E' con ciò e per ciò che ritengo la Massoneria l'unica grande Istituzione umanitaria in grado di perpetrarsi nei secoli a venire e di evolversi all'unisono con il sentire dei singoli affiliati.
Oltrettutto è l'unica organizzazione universale in grado di far dialogare pacificamente ed amorevolmente persone diversissime fra loro per cultura, educazione, fede religiosa, orientamento sessuale, ceto sociale, credo politico.
Luca Bagatin
Giuseppe Mazzini, il Partito Repubblicano e la Massoneria
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
IL REGNO DELLE DUE SICILIE PRIMA DI GARIBALDI: LO STATO PRE-UNITARIO PIU' RICCO DELLA PENISOLA
Situazione sociale ed economica delle due Sicilie
Il Reame aveva praticamente due amministrazioni: quella delle province napoletane che comprendeva tutte le regioni continentali dagli Abruzzi alle Calabrie e quella siciliana. Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco più di 9 milioni di abitanti. Il Regno in quell'anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al primo posto in Italia ed al terzo in Europa. La moneta circolante nelle Due Sicilie era pari a 443,2 milioni di lire, risultante oltre il doppio di tutte le altre monete circolanti nella penisola italiana. Per fare un paragone si può considerare che il Piemonte possedeva solo 20 milioni di lire. Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell'industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali. Infatti già dal 1818 l'industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano i due principali settori trainanti dell'economia duosiciliana, tanto che molti stranieri trovarono conveniente investire nel Regno. La politica industriale era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia la formula dell'iniziativa pubblica nell'industria senza peraltro privilegiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le private. Lo sviluppo industriale del Regno delle Due Sicilie, cioè il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale; non avvenne infatti per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia venne anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri. Per quanto riguarda il territorio continentale, nel 1860 gli addetti alle grandi industrie erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva. Il capitale investito nella sola industria si può valutare intorno ai cento milioni di ducati (1 ducato: 4,25 lire dell'epoca) e dava utili che raggiungevano in molti casi il 15 o 20%, con una media di circa l'8%. Il reddito pro-capite era pressochè uguale a quello medio italiano, per un totale complessivo di 275 milioni di ducati all'anno. Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano estremamente stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un'attività produttiva redditizia sia paghe adeguate al contesto socioeconomico. Rarissime erano le emigrazioni, poichè la disoccupazione era molto limitata. Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava una eccedenza di risorse alimentari che erano così disponibili sia per la manodopera dell'industria sia per l'aumento della popolazione. A proposito di agricoltura è necessario dire che è una favola quello di un Sud latifondista con i Borbone. I latifondi al Sud si formarono con la venuta dei Piemontesi, che svendettero ai loro collaborazionisti tutte le terre demaniali rapinate ai contadini che ne avevano l'uso civico da centinaia di anni. Il Regno, in quegli anni, aveva dunque una forte economia, con una stabile e solida moneta, ma non aveva un forte esercito. Lo Stato delle Due Sicilie, infatti, non aveva mai avuto mire espansionistiche per cui le cure per l'Armata erano per lo più indirizzate so1o al suo mantenimento, con pochissimo addestramento di guerra. Anche perchè, a causa delle continue sommosse carbonare, le forze armate erano state spesso impiegate per l'ordine interno e venivano distolte dal necessario addestramento. Le forze veramente operative e seriamente addestrate erano costituite da tre reggimenti svizzeri, che però proprio nel 1860 furono sciolti. Ottima era invece la flotta navale militare, senza dubbio la prima in Italia e la terza in Europa. La Marina Mercantile duosiciliana, la seconda in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perchè aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell'epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export. Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza. L'amministrazione dello Stato, dopo i malanni apportati dall'occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di evoluzione, ma in sostanza era efficiente e funzionale. La giustizia era proprio borbonica, cioè era la migliore in assoluto in Italia, ed i suoi codici erano di riferimento per tutta la legislazione della penisola italiana e anche d'Europa. In questo quadro è necessario anche illustrare, sia pure brevemente, la situazione delle varie regioni, iniziando con la CALABRIA, che è veramente un esempio emblematico. Prima dell'unità d'Italia era la più ricca regione della penisola italiana, ora è la più povera d'Europa. In Calabria l'industrializzazione iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute. Per questo tu fondato il Real Stabilimento di Mongiana, dove su un'area coperta di 12.000 metri quadri furono costituiti una fonderia e un grandioso stabilimento siderurgico, potenziato con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson e sei raffmerie. Accanto vi era anche una fabbrica d'armi su un'area coperta di circa 4.000 metri quadri. La produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione. Alla fine del Regno la Calabria era, insomma, fortemente industrializzata e negli stabilimenti di Mongiana, di Pazzano, di Fuscaldo, di Cardinale e di Bigonci vi lavoravano circa 2.500 operai, numero veramente notevole per quell'epoca. Altre attività importanti in Calabria, per antica tradizione, oltre alla produzione agricola, erano quelle tessili, in cui primeggiava la produzione della seta, gli arsenali ed i numerosi cantieri navali. I calabresi impiegati nelle industrie importanti erano allora poco più di 31.000. Nelle PUGLIE ed in BASILICATA vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e di lino, la cui produzione veniva esportata in tutto il mondo. Vi erano anche centinaia di filande di cui molte motorizzate. Famose anche le fabbriche di presse olearie e di macchine agricole di Foggia e di Bari. Non meno importanti erano le aziende agricole e chimiche, le numerosissime flottiglie per la pesca ed i cantieri navali. A Barletta vi era un'efficientissima salina che riforniva tutta l'Europa. Centro di riferimento, per tutto il Regno, era l'attivissima Borsa di Commercio di Bari. Negli ABRUZZI e nel MOLISE era eccellente e notissima la produzione di utensili, di lame di acciaio, rasoi e forbici. Vi erano anche molti opifici tessili e per la produzione della carta. Notevoli, infine, erano gli a1levamenti bovini e caprini. La CAMPANIA del 1860 era la regione più industrializzata d'Europa, particolarmente l'area napoletana, lungo l'asse Caserta - Salerno. In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d'Europa, fabbriche d'armi e di utensileria, aziende chimiche - farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia. Prestigiosa era la produzione della seta di S. Leucio. Numerose anche le fabbriche di strumenti tecnici, orologi, bilance, e insomma tutta una miriade di fabbriche minori, nei più svariati campi di attività, diffuse geograficamente in tutto il territorio. In SICILIA, infine, il reddito si basava, oltre che sulla pesca e sui cantieri navali, sull'esportazione di zolfo, olio d'oliva, agrumi, sale marino e vino. Le principali correnti di traffico erano dirette verso l'Inghilterra (40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione di agrumi) e verso gli altri paesi europei. La Sicilia per questi suoi commerci aveva costantemente un saldo attivo.
Storia Regno DueSicilie
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Le cause della fine del Regno delle due Sicilie
È necessario innanzitutto precisare che il "risorgimento" italiano, nei riguardi del Regno delle Due Sicilie, è stato ed è un grande falso storico oltre che un grandissimo crimine. Il cosiddetto "risorgimento" fu una martellante propaganda di guerra e rappresenta il classico esempio che la storia viene sempre scritta dal vincitore. Esso non è stato in realtà che un capitolo della storia dell'imperialismo inglese. La mistica risorgimentale ci ha abituato a considerare Cavour come un grande statista, un genio della politica. In realtà la maggior parte delle sue decisioni non furono altro che esecuzioni dei "suggerimenti" che venivano orchestrati da Londra. La politica imperiale inglese si è sempre basata su due fattori cardini: il mantenimento di una grande potenza navale (the sllent power of sea) e l'alimentazione di disordini all'interno degli altri Stati, che venivano così distolti dalla politica estera. L'Inghilterra, per quanto riguarda in particolare il Mediterraneo, perseguì una sua complessa strategia politica che si sviluppò attraverso varie fasi. Iniziò con l'impossessamento di Gibilterra e, nel 1800, di Malta, che apparteneva alle Due Sicilie, approfittando dei disordini causati dalle guerre di Napoleone. Poi, intorno al 1850, in previsione dell'apertura del canale di Suez, per essa divenne vitale possedere il dominio dei Mediterraneo per potersi collegare facilmente con le sue colonie. Per questo i suoi obiettivi principali furono l'eliminazione della Russia dal Mediterraneo, contro la quale scatenò la vittoriosa guerra di Crimea nel 1853, e il ridimensionamento dell'influenza politica della Francia nel Mediterraneo. Il fattore determinante che spinse l'Inghilterra a dare inizio alle modifiche dell'assetto politico della penisola italiana furono gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l'Impero Russo, che aveva iniziato a far navigare la sua flotta nel Mediterraneo, avendo come base di appoggio i porti delle Due Sicilie. La Francia, a sua volta, voleva rafforzare la sua influenza sulla penisola italiana, sia con un suo protettorato sullo Stato Pontificio, sia con un suo progetto di mettere un principe francese nelle Due Sicilie. Per raggiungere questi obiettivi le due potenze si servirono del piccolo Stato savoiardo che, non avendo risorse economiche e militari per fare le sue guerre, dovette vendere alla Francia Nizza e la Savoia, ed era in procinto di vendere anche la Sardegna se non fosse stato fermato dall'Inghilterra che temeva un più forte dominio della Francia nel bacino mediterraneo. In Piemonte, infatti, il sistema sociale ed economico era ben povera cosa. Vi erano solo alcune Casse di risparmio e le istituzioni più attive erano i Monti di Pietà. Insomma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d'origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c'era alcuna banca di emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. E tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell'invasione del Sud, al nord non potevano esserci vere industrie, nè vi poteva essere un grande commercio, nè i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Per il Piemonte, dunque, il problema più urgente era quello di evitare il collasso economico, dato il suo disastroso bilancio, e l'unico modo per venirne fuori era quello offertogli da Inghilterra e Francia che gli promettevano il loro appoggio per l'annessione dei prosperi e ricchi territori delle Due Sicilie e degli altri piccoli Stati della penisola italiana. Il mezzo con cui l'Inghilterra diede esecuzione a questo disegno fu innanzitutto la propaganda delle idee sul nazionalismo dei popoli e critiche sul "dispotismo oppressivo" dei governi di Austria, Russia e Due Sicilie. A proposito di "Nazione", bisogna dire che si tratta di un concetto in termini giuridico-politici elaborato a partire dalla Rivoluzione Francese e sviluppatosi soprattutto nell'800. Questo concetto è stato un'autentica invenzione di un'ideologia molto coinvolgente ed emotiva che è servita, e serve ancora, per tenere insieme le parti e gli interessi di uno Stato. In tal modo si preparavano psicologicamente le masse a "giustificare" le sommosse popolari poi artatamente sollevate da sovversivi prezzolati, i quali istigavano anche ingenui idealisti, suggestionati da idee libertarie. Quando poi questi moti scoppiavano, si predicava il principio del "non intervento", spacciandole per "faccende interne" di uno Stato. Quelli che furono chiamati "moti liberali" venivano fatti scoppiare continuamente ad opera delle sette massoniche, che raggiungevano così numerosi scopi: la dimostrazione concreta che i governi erano oppressivi e che il popolo "spontaneamente" si ribellava al dispotismo. Inoltre, queste sommosse, facendo scatenare la necessaria reazione di quei governi, aggravavano e rendevano verosimili le menzogne propagandate. Per quanto riguarda le Due Sicilie i moti più gravi furono quelli del 1820 e del 1848, a cui vanno aggiunti gli episodi degli attentati del 17 dicembre 1856 (scoppio deposito polveri a Napoli con 17 morti) e del 4 gennaio 1857 (nel porto di Napoli saltò in aria la fregata Carlo III con 38 morti), quello del 25 giugno 1857 con lo sbarco di Pisacane e poi le rivolte di Palermo precedenti lo sbarco dì Garibaldi. La regia di queste azioni era del Mazzini collegato direttamente con Londra, il cui governo aveva affidato anche al Cavour l'incarico di far scoppiare sommosse in tutti gli altri Stati italiani, con l'evidente scopo di legittimare l'intervento del Piemonte per sedare i "disordini". Molti furono i disordini causati, tra l'altro, coll'invio di carabinieri in borghese. Nel frattempo, in preparazione allo sbarco del Garibaldi, erano stati formati nelle Due Sicilie alcuni centri sovversivi, che assoldavano molti delinquenti per le sommosse e corrompevano alte personalità duosiciliane per agevolare l'avanzata del pirata.
Storia Regno DueSicilie
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Citazione:
Originariamente Scritto da
Tipo Destro
Dubito che i Governi unitari non volessero la crescita del Sud...specie per governi come quelli Crispi,Rudinì e Crispi,senza ombra di dubbio meridionali
Ti chiedo scusa ma pensi veramente che solo per il fatto che tali personaggi fossero meridionali volessero il bene del meridione ?
Esistono personaggi che nascono nelle più diverse nazioni ma che non hanno patria, se non quella del potere e del denaro.
Su Pietrarsa, sul destino dell'industria Meridionale e sull'atteggiamento della classe dirigente del nuovo Stato (del nord e dei traditori del Sud) credo sia esplicativo questo video:
minuto 1:24
_
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Citazione:
Originariamente Scritto da
dDuck
Poi non mi dire che la SX perde le elezioni, e le perderete anche contro Marina, Piersilvio ed er Trota quando i papi moriranno.
Napoli ha ragione, purtroppo è andata cosi, la più reazionaria monarchia d'Italia ha annesso l'Italia.
Bisogna ammetterlo, averne coscienza, se ci odiamo tra italiani è perchè questo stato ci ha fatto odiare.
I grandi idealisti del risorgimento misero da parte federalismo e repubblicanesimo per ottenere l'unità d'Italia grazie all'aiuto del monarca piemontese, ma era un re del nord della penisola non un patriota.
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Citazione:
Originariamente Scritto da
ada desantis
Si certamente è positivo essere una azione unita, ma certe ferite nonsi rimarginano, specialmente quando per il sud non si fa nulla.
quototi
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Citazione:
Originariamente Scritto da
Pao
I grandi idealisti del risorgimento misero da parte federalismo e repubblicanesimo per ottenere l'unità d'Italia grazie all'aiuto del monarca piemontese, ma era un re del nord della penisola non un patriota.
Giusta osservazione che ci riporta alle balle di Benigni sull'idealismo di tanti giovani che all'epoca diedero la vita per unire il paese.
Ma , come hai osservato tu, con il solo idealismo e il sacrificio di quelli che andarono a combattere e morire per i Savoia l'Italia unita non l'avremmo probabilmente vista per un pezzo... con gli intrighi della corte piemontese con l'alleato francese, un matrimonio di convenienza, la partecipazione alla guerra di Crimea ottenemmo l'appoggio di Napoleone III (tutt'altro che disinteressato visto che ci costò Nizza e la rinuncia definitiva alla Corsica) e la benedizione delle logge massoniche inglesi che, checchè ne dica o scriva EderaRossa, furono decisive per sostenere la spedizione garibaldina nel Sud e favorire il nostro Risorgimento. :ciaociao:
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Se oggi esiste una questione settentrionale, se abbiamo da 20 anni una Lega Nord che rivendica maggiori diritti e spazio per il Nord, se il paese è lacerato ancora oggi da un divario economico e di servizi tra il settentrione e il meridione a 150 dall'unità significa probabilmente che il processo di unificazione nazionale è stato piu' imposto dall'alto - anche manu militari - che non vissuto in maniera organica e uniforme ovunque.
E soprattutto, tornando all'attualità, che queste ferite non sono mai state rimarginate se moltissimi - piaccia o dispiaccia ammetterlo - sono quelli che preferiscono, nelle regioni meridionali, assecondare o direttamente partecipare alle attività delle organizzazioni mafiose/criminali che , nei fatti, agiscono come un vero e proprio Stato nello Stato.
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Citazione:
Originariamente Scritto da
Ottobre Nero
Se oggi esiste una questione settentrionale, se abbiamo da 20 anni una Lega Nord che rivendica maggiori diritti e spazio per il Nord, se il paese è lacerato ancora oggi da un divario economico e di servizi tra il settentrione e il meridione a 150 dall'unità significa probabilmente che il processo di unificazione nazionale è stato piu' imposto dall'alto - anche manu militari - che non vissuto in maniera organica e uniforme ovunque.
E soprattutto, tornando all'attualità, che queste ferite non sono mai state rimarginate se moltissimi - piaccia o dispiaccia ammetterlo - sono quelli che preferiscono, nelle regioni meridionali, assecondare o direttamente partecipare alle attività delle organizzazioni mafiose/criminali che , nei fatti, agiscono come un vero e proprio Stato nello Stato.
Ottima analisi sociopolitica , complimenti Ottobre Nero.Ottobre Nero ma i politicanti hanno fatto mai qualcosa per debellarla,si ci sono arresti eclatanti , ma ormai grazie anche ai politicanti credo che sia una malerba che da solo il sud non può affrontare.
Rif: Risposta alle bugie di Roberto Benigni sul Risorgimento
Citazione:
Originariamente Scritto da
ada desantis
Ottima analisi sociopolitica , complimenti Ottobre Nero.Ottobre Nero ma i politicanti hanno fatto mai qualcosa per debellarla,si ci sono arresti eclatanti , ma ormai grazie anche ai politicanti credo che sia una malerba che da solo il sud non può affrontare.
I politicanti sono spesso collusi (già sappiamo le infiltrazioni delle organizzazioni criminali nelle liste elettorali che non sono una novità ma esistono da sempre) con queste istituzioni. E chi pensa ancora alla mafia con la coppola e la lupara è evidentemente anni luce lontano dalla realtà di un'organizzazione imprenditoriale di prim'ordine che ha i suoi uomini ed affari in imprese e nei consigli d'amministrazione, ha messo le mani su banche e finanziarie di tutta la penisola. Lo provano per es. l'ascesa criminale e l'espansione avuta dalla Ndrangheta calabrtese (e le sue vere e proprie operazioni di tipo militare com'è stata la strage di Duisburg in Germania). Siamo di fronte da almeno un trentennio a organizzazioni complesse, eterogenee, multiformi e praticamente onnipervasive del tessuto socio-economico (ma anche politico, culturale, religioso) del Sud.
Opporsi per i cittadini del Sud a questa specie di dittatura occulta esercitata dalle mafie locali non è semplice come si creda: prova a immaginarti di essere nata e vissuta a Corleone, ai quartieri spagnoli a Napoli, a Casal di Principe....un pò è come avere la vita già segnata, una sorta di predestinazione....e con ciò non intendo dire assolutamente che tutti gli abitanti di quelle zone siano mafiosi nè collusi con la mafia locale (sarebbe un'enorme cazzata anche solo pensarlo :giagia:) ma di fronte all'inattività dello Stato, spesso alle collusioni tra Istituzioni e criminalità, prende il sopravvento l'inerzia e la rassegnazione...e mi sembra anche una reazione scontata spesso necessaria per salvarsi la pelle. :giagia:
Si potrà cantare vittoria ma la Mafia esisterà e resisterà sempre indipendentemente da quale sia la fazione politica al potere. E a pagare saranno sempre i piu' deboli e gli onesti.