Originale



Se con antiamericanismo si intende l'opposizione alla politica che gli Stati Uniti conducono in quest'epoca posso onorarmi di esserne un panzer.
Il rifiuto, qui e ora, di ogni mossa americana nel mondo è indispensabile a impedire il diffondersi ulteriore del sistema socio-economico di cui sono forieri gli USA con relativi dipendenza politica e devastazione ambientale al seguito. Il sogno strategico sarebbe quello di rivolgere contro gli USA quello che loro stessi in epoca di Guerra Fredda hanno definito roll-back ossia il recupero all'autodeterminazione di zone del mondo attualmente sotto il loro possesso.

Ma questa posizione è superficiale. In un senso più profondo l'antiamericanismo non è un sentimento vincente e non posso dirmi antiamericano nel senso di considerare gli USA come i padri di ogni male, men che meno posso dire di avere alcun astio verso i cittadini americani.
Al contrario gli Stati Uniti sono a modo loro delle vittime, ed è bene non dimenticare come e perché se si vuole fare dell'antagonismo serio che non vada oltre il lancio di sampietrini.

Diciamo innanzitutto che quanto pensano certe frange dell'estrema sinistra o estrema destra, l'imperialismo americano non è il motore immobile del sistema capitalista dominante, e quindi non è la causa prima. E se non ne è la causa prima, rimuovere dal mondo l'imperialismo americano non rimuoverà il problema capitalismo.
Il capitalismo non risponde ad alcuna nazione e non ha sedi legali in nessuna di esse.
Le istituzioni che determinano il corso politico-economico, Fmi, Wto, Banca Mondiale, e le cricche private che vi si insinuano, Bilderberg, Rockfeller, Rottschild, non sono affatto made-in-Usa e nemmeno si fanno dettare l'agenda dalla Casa Bianca.

E' più giusto dire e ribadire che gli Stati Uniti sono il braccio armato contingente di questo stato di cose, il paese che per caratteristiche più di tutti, in quest'epoca storica, risponde al ruolo di gendarme di un sistema che vi ha trovato semplicemente la propria residenza primaverile.
Per questa primavera.
Ieri il capitalismo ha sfruttato l'imperialismo britannico e la Gran Bretagna era la custode del libero mercato e della democrazia di fronte ai modelli assolutisti o statalisti dell'Europa continentale. Il suo dominio dei mari le ha inoltre permesso una capillare e rapida diffusione del modello utilizzato.
Con l'esaurirsi della potenza britannica tra le due guerre mondiali il capitalismo si è riformato con nuove istituzioni – quelle sopra citate, figlie degli accordi di Bretton Woods – e si è appoggiato all'emergente potenza a stelle e strisce.
Domani, quando gli USA perderanno a loro volta il primato, sarà forse la volta della Cina, della Russia o del Brasile.

In che senso quindi gli Stati Uniti d'America, questo nostro nemico così immediato e fisico, sono una vittima del capitalismo?
Lo sono nel proprio tessuto interno e nella prospettiva futura.
L'economia USA rispecchia e porta all'estremo i dettami del capitalismo in particolare nella sua versione più recente in cui l'aspetto finanziario prevale su quello produttivo e permette una rapida mobilità di ricchezze sempre maggiori verso un numero sempre minore di persone.
Ecco quindi che negli Usa la forbice tra un numero di ricchi sempre meno numerosi ma sempre più ricchi e una fascia di popolazione povera sempre più ampia si fa via via maggiore e la disoccupazione galoppa (oltre il 10% nel 2010).
Oltre al primato del debito pubblico più alto del mondo (oltre 14miliardi di dollari), la popolazione americana detiene anche il debito privato più grande. Questo significa che il governo federale Usa è tenuto per le palle dalla Federal Reserve così come i cittadini americani sono al cappio delle banche private.
E ancora, l'economia americana sembra sempre più un potente atleta tenuto in piedi dal doping, laddove la droga sono i miliardi di dollari senza controvalore che la Fed inietta nel mercato.
Ma gli Stati Uniti sono vittima del capitalismo anche dal punto di vista militare.
Come kapò del sistema, gli Usa hanno combattuto decine di guerre negli ultimi centocinquant'anni e sempre a pagare con la vita sono stati i soldati, non certo i padroni delle corporations, delle banche d'affari, dei vertici demcratici o repubblicani.
E chi sono i soldati americani? I giovani eroi sempreverdi dei film di Hollywood? Non proprio.
Sono gli immigrati ispanici con la Carta Verde che vanno a combattere per accelerare la concessione della cittadinanza. Sono gli afroamericani dei poveri sobborghi cittadini che non hanno sbocchi lavorativi e vanno in guerra per avere un salario. Sono i figli di famiglie del ceto medio decadente che si arruolano per aver pagati gli studi.
Sono i proletari, se mi si concede il termine, sono i proletari che si fanno ammazzare per permettere ai ricchi di prosperare, e non necessariamente ricchi americani.
E quando alcuni di questi proletari, dopo anni di dedizione – da noi non condivisa, certo, ma pur sempre dedizione – alla bandiera e al campo di battaglia non serve più, lo si sbatte letteralmente in strada (oltre 100mila senzatetto tra i veterani nel 2009).
Oggi gli Stati Uniti stanno esplodendo gli ultimi colpi a servizio del sistema capitalista. Restano la potenza più grande al mondo e tale rimarranno per anni, ma già accusano i primi malori.

Che ne sarà degli USA quando il loro apparato, così totalmente asservito al sistema, sarà infine spremuto? Accadrà quello che già si vede oggi, solo in forme esasperate. Milioni di disoccupati in cerca di sussidio a uno stato che non potrà più pagarsi nemmeno il portinaio; un apparato industriale enorme privato dell'accesso all'energia; un apparato commerciale che ha distrutto l'ambiente e rovinato l'urbanistica a suon di Wal-Mart e che non avrà più una clientela a cui smerciare; il governo federale in bancarotta; un'immensa macchina militare che si ritroverà a marcire negli hangar come è stato per buona parte dell'Armata Rossa a suo tempo; le minoranze interne sempre più insofferenti; diccifoltà di accesso all'educazione e alle cure mediche.
E quando l'America non avrà più colpi da sparare sarà scaricata da una cricca che si rivelerà più antiamericana di quanto io non potrei essero oggi e si troverà una nuova residenza primaverile
.

USA e getta, in ogni senso dell'espressione.