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    IL CREPUSCOLO DEL PARLAMENTARISMO di Alberto Lombardo

    Fatta eccezione per i cosiddetti istant books, pochi libri “invecchiano” tanto rapidamente quanto quelli di dottrina politica. Idee che sino a un decennio prima apparivano innovative, sagge ed equilibrate presto degradano nel demodé, quali relitti di una mentalità sorpassata. Gli sporadici intellettuali di sinistra che si dichiarano marxisti oggigiorno, per esempio, ci suscitano più tenerezza e persino compassione dei terzomondisti veltroniani dell’ultima ora. Insomma, il tempo è giudice severo e solo i “classici”, i teorici politici di maggiore spessore mantengono attualità. Un esempio illuminante in questo senso è quello di Carl Schmitt. Nel 1923, agli albori di quella fallimentare esperienza che fu la Repubblica di Weimar, il politologo tedesco pubblicava il saggio La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo. Il libro è stato riproposto oggi, oltre ottant’anni dopo, in lingua italiana dall’editore Giappichelli, curato dalla professoressa Giuliana Stella.

    Schmitt esaminava in modo chirurgico la crisi dell’istituzione parlamentare: la discussione in Parlamento aveva ormai smarrito il suo fondamento spirituale. Non soltanto interessi economici di parte corrompono ogni aspetto della vita pubblica, e il “mestiere” del politico è guardato come quello di uno spregevole affarista; non solo la pubblicità delle discussioni è divenuta un vuoto simulacro, dal momento che le scelte fondamentali vengono prese in sede di commissioni o di ristretti circoli svincolati dal Parlamento; ma la stessa discussione non è più in alcun modo dialogo teso alla composizione, o alla “ricerca della verità” (come postulavano i teorici illuministi), bensì una vacua rappresentazione teatrale di posizioni contrapposte e irriducibili.

    Il vuoto lasciato dalla crisi del parlamentarismo apre lo spazio a forze nuove. La democrazia, che non deve essere confusa col parlamentarismo, si radicalizza sino alle sue estreme conseguenze, ossia il cesarismo e la dittatura. Per la precisione «la dittatura non è un’antitesi della democrazia, ma, essenzialmente, superamento della divisione dei poteri, ossia superamento della costituzione, ossia superamento della distinzione di legislativo ed esecutivo». All’epoca in cui Schmitt scriveva irrompevano sulla scena nuove forme e teorie politiche. Con Bakunin, e soprattutto con Sorel, il socialismo aveva travalicato il marxismo e il razionalismo, e tratto dal mito un nuovo, enorme potere. Il fascismo, che allora era appena giunto a governare in Italia e che di lì a poco sarebbe divenuto un fenomeno europeo, negava la democrazia fondando una propria rivoluzionaria “visione del mondo”. In Irlanda, rilevava Schmitt, tra gli insorti del 1916 vi erano tanto il poeta nazionalista Padraig Pearse quanto il socialista James Connoly: due buoni amici. Insomma la crisi del parlamentarismo si estendeva in tutta Europa sino a minacciare le fondamenta stesse del sistema basato sulla discussione.

    Oggi possiamo rileggere quelle pagine con mutata coscienza, ma troveremo nell’analisi di Schmitt una diversa, sorprendente attualità. Nell’intero Occidente – espressione, questa, di per sé vaga e discutibile – si è da lungo tempo rinunciato al faticoso compito di munire il parlamentarismo di un nuovo principio metafisico, cioè a porre la questione fondamentale dell’identità politica: anzi, la distanza tra istituzioni e governati raramente è stata così grande. L’opera schmittiana è un monito e un presagio: in assenza di grandi cambiamenti, pare avvertirci lo studioso tedesco, sono da attendersi grandi sconvolgimenti. Tutte le soluzioni, allora, saranno possibili.
    http://www.centrostudilaruna.it/il-c...entarismo.html
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  2. #2
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    LA RIVOLUZIONE CONSERVATRICE di Adriano Romualdi


    Il problema che ha sempre preoccupato, per non dire ossessionato, Adriano Romualdi (1940-1973), è stato quello dell’Europa, in quanto ampliamento del concetto da lui ritenuto angusto e superato di “nazione”. A quest’ultimo, seppellito dalla seconda guerra mondiale, avrebbe dovuto sostituirsene un altro, più vasto anche se con gli stessi parametri, tanto da definirlo Europa Nazione. Un “mito” da indicare alle nuove generazioni in quella che egli definiva “l’epoca dei grandi spazî”, degli scontri di ideologie “internazionalistiche” come possono essere “l’americanismo e il bolscevismo”, se vogliamo usare i termini che Evola già indicava nel 1929. Il problema dell’Europa, di una tradizione europea, di un mito europeo, Adriano Romualdi l’ha affrontato secondo tutte le angolazioni possibili, quasi a volere consegnare a una Destra un po’ spaesata uno strumento completo per le sue battaglie ideologico-culturali. Peccato che questa lezione non sia stata adeguatamente sfruttata nei venticinque anni che sono passati dalla sua morte, un po’ per mancanza concreta di punti di riferimento giacché i suoi scritti sono ancora sparsi su riviste e opuscoli di difficile reperibilità, sia forse anche per mancanza di volontà pratica.

    Le ultime ore dell’Europa (Ciarrapico, 1989) è l’aspetto storico del problema, dal mio punto di vista meno importante rispetto ad altri, nonostante la carica di forte suggestione ed emotività che promana dalle sue pagine. La sua efficacia ritengo sarà maggiore se affiancata agli altri testi scritti da Adriano quasi inconsciamente a suo completamento, secondo le indicazioni accennate nella parte iniziale, Finis Europae, là dove scrive “La seconda guerra mondiale segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia”. E poi: “La guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale, ma la grande tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America”. Rapidamente potrei indicare alcune importanti intuizioni storiche di Adriano Romualdi in questa sua opera che si ritrovano poi anche in altri saggî, intuizioni oggi fatte proprie da quegli storici tedeschi che - con aggettivo spregiativo - sono stati definiti “revisionisti”: la Germania come “potenza del centro”, e la sua una politica consequenziale dal 1870 al 1940; la guerra mondiale intesa come “guerra civile europea”; l’esistenza di altri e non meno infami sterminî oltre l’”olocausto”. Spunti che Adriano avrebbe sicuramente sviluppato in maniera più organica se ne avesse avuto il tempo.

    Il problema Adriano l’ha poi affrontato da varî punti di vista in tre opuscoli, che riunivano in parte scritti precedenti, tutti pubblicati nei primi mesi del 1973, l’anno della sua morte. Sul problema di una Tradizione Europea comprende tre articoli apparsi sulla rivista Vie della Tradizione. In esso si affronta un argomento ancora oggi importante: quale sia la base di fondo unitaria, che rende gli Europei un organismo dalle identiche radici, e alla quale rifarsi, dalla quale partire, per parlare di Tradizione Europea. La classicità? Il cristianesimo? Il razionalismo? “Il problema di una tradizione europea”, egli scrive, “è quello di trovare una forma spirituale capace di contenere tre e più millenni di spiritualità europea”. Così Adriano ne ripercorre la vicenda partendo dalla preistoria sino ai nostri giorni e vede una risposta prima nella comune matrice indoeuropea che informa di sè tutti i popoli del Vecchio Continente, quindi nell’atteggiamento rivoluzionario-conservatore di coloro i quali “tentaron di fondere la chiarità delle origini con la nuova chiarità irradiantesi dalla tensione atletica e dal dominio della materia”: “Difficilmente”, afferma, “potremmo articolare la tematica d’una nuova spiritualità europea prescindendo da quei tentativi di fondere chiarità antica e audacia moderna”. Anche in questo intervento troviamo una importante anticipazione, anzi due: la necessità delle differenze culturali con la condanna dell’omologazione planetaria, e l’importanza dell’ecologia, entrambi argomenti polemici della Destra odierna. “La profanazione fin delle ultime aree lasciate a modelli culturali diversi ha inutilmente infettato il nostro modello, impoverendo la ricchezza spirituale del mondo. Una paurosa desolazione dell’intero pianeta ne è la conseguenza, una devastazione che oggi ci minaccia anche nei suoi riflessi ecologici”, scriveva Adriano venticinque anni fa e mi vengono in mente immagini che io considero emblematiche e allucinanti insieme: l’indigena polinesiana, nel suo abbigliamento tradizionale, a petto nudo che spinge un carrello pieno di scatolame in non so più che supermercato, e gli indios amazzonici che per far conoscere le loro ragioni devono manifestare come gli studenti occidentali, far cortei, tenere congressi, portare cartelloni e manifesti, usare megafoni e microfoni, tutti però regolarmente addobbati secondo i loro più serî cerimoniali tradizionali.

    La Destra e la crisi del nazionalismo è l’ampliamento del saggio Oltre il nazionalismo apparso su La Destra nel 1972. Qui il problema è affrontato, come si diceva inizialmente, dal punto di vista ideologico: soltanto se si supererà un nazionalismo gretto e si giungerà - se si può dire così - a un nazionalismo internazionalista, quello europeo, il Vecchio Continente potrà reggere la sfida e il confronto dei due colossi che l’hanno sconfitto e che lo schiacciano. Infatti, scrive Adriano, “l’idea di nazione qual è stata elaborata dalla cultura romantica, come sintesi dei valori di un popolo in antitesi ai valori degli altri popoli europei, è insufficiente a contrastare i miti internazionalisti della democrazia e del comunismo di cui si fan scudo gli imperialismi russo e americano: solo un’ideologia del nazionalismo europeo lo potrebbe”. Di conseguenza, “occorre avere un’idea da contrapporre alle varie internazionali che svuotano dall’interno la vita delle nazioni”, soprattutto in un Paese come il nostro, e, come scrive sempre Adriano, “per mostrare alla gioventù che, oltre al sesso, la droga, il comunismo, c’è una grande idea da portare avanti che si chiama unità e potenza della Nazione Europea”. Parole profetiche se si considera che ormai da tempo anche degli intellettuali laici come Ernesto Galli della Loggia hanno riconosciuto in modo esplicito come la cultura progressista non abbia dato alcun “valore” di tipo spirituale alla gioventù. Al punto che un ex sociologo “sessantottino” come Francesco Alberoni alla fine del 1993 pubblicò un libro intitolato Valori, come a dire che non ne esistevano più…

    C’è infine Idee per una cultura di Destra, formato da due saggî: il primo scritto in origine nel 1965 e poi ripubblicato aggiornato; il secondo scritto “appositamente”, e ancora oggi illuminante, sulla moda della “cultura di Destra” nei primissimi Anni Settanta. C’è da rammaricarsi che le nuove generazioni non lo abbiano conosciuto e meditato a sufficienza per la chiarezza delle idee esposte, dato che solo nel 1986 se ne è avuta una ristampa, anche se da allora, alla luce di quanto poi avvenuto e degli sviluppi presi dalla cultura italiana degli Anni Ottanta, certi drastici giudizî sulle scelte culturali dell’inizio del 1970 sono da rivedere. Il concetto base è che una vera e propria “cultura di Destra” non è esistita per il semplice motivo che essa non ha mai avuto “una visione unitaria dell’uomo, dei fini della storia e della società”, disperdendosi in mille rivoli anche antitetici, cosa che viceversa si riscontra nella “cultura di Sinistra”: “La vera causa del predominio dell’egemonia ideologica della Sinistra”, scrive lucidamente Adriano Romualdi, “risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista”. Pur se nell’arco di venticinque anni moltissime delle certezze della Sinistra si sono sgretolate producendo una crisi cui tuttora assistiamo per il tramontare di molti falsi miti, l’analisi resta valida perché l’appropriarsi da parte della Sinistra di motivi, opere e autori genericamente di Destra sta a significare sì il suo fallimento, ma anche che a essa non è andata a contrapporsi ancora una unitarietà di fondo, quella che egli definiva “una vera idea della Destra, una visione del mondo”. E questa Weltanschauung comune, Adriano la cercava anche qui a livello non nazionale, ma europeo indicando ancora una volta nella “rivoluzione conservatrice” un punto di riferimento: “Prima sta un certo modo di essere, una certa tensione verso alcune realtà, poi l’eco di questa tensione sotto forma di filosofia, arte, letteratura”, diceva. “Il fine è la costruzione di una visione del mondo che si ispiri a valori diversi da quelli dominanti”, una concezione che deve essere “organica e non meccanica, qualitativa e non quantitativa”. E ancora un’intuizione di attualità: l’ecologia. “Sarebbe assurdo che la Destra abbandonasse alle sinistre il tema dell’ecologia quando tutto il significato ultimo della sua battaglia si identifica proprio con la conservazione delle differenze e delle peculiarità necessarie all’equilibrio spirituale del pianeta, conservazione di cui la protezione dell’ambiente naturale è una parte”. Nella conclusione di Sul problema di una Tradizione Europea aveva scritto: “Spezzata la cerchia gotica e cristiana delle antiche città, noi riprendiamo a guardare alla natura come fonte di meditazione religiosa“. Questa rapida analisi degli ultimi saggî di Adriano Romualdi rivela così un nucleo intorno al quale ruotano tutte le analisi e considerazioni. Un punto fermo in un periodo in cui, per usare le sue parole, dominavano ancora “incertezza e imprecisione ideologica”. Questa chiarezza e questa organicità del suo pensiero fanno capire quanto sia stata grave la sua perdita: egli era infatti l’unico delle nuove generazioni post-belliche ad avere allora, all’inizio degli Anni Settanta, una “visione d’insieme” (definizione questa riferita da Adriano a Evola) e coordinata, e a lui si sarebbe potuto far riferimento, anche perché del suo stesso maestro, Evola appunto, egli non accettava tutto acriticamente, ma quanto si adattava alla Weltanschauung che intendeva proporre. Si veda per esempio la posizione che Adriano aveva nei confronti del “tradizionalismo” di cui indicava i limiti con il suo “volersi collocare fuori da tutto il mondo moderno”, verso cui invece oggi “un generico atteggiamento di condanna non può bastare”.

    Ci si potrebbe chiedere - del tutto accademicamente - come Adriano avrebbe sviluppato le sue posizioni e il suo pensiero nell’arco dei successivi cinque lustri, di come avrebbe confrontato con una realtà in evoluzione le sue idee, visto che questa realtà, attraverso tutti gli anni Settanta, Ottanta e Novanta si è molto modificata pur avendo dei punti di contatto con quella esistente all’epoca delle sue analisi e delle sue proposte, e quindi - arrivato a quasi 60 anni - che posizioni avrebbe assunto. E’ inutile però chiederselo. Restano tutte le sue originali indicazioni e un fatto essenziale: si può dire che oggi, nel 1998, a differenza di ieri, il 1973, è stata recepita e consolidata quella “concezione unitaria” che allora Adriano vedeva a Sinistra e non a Destra, e in nome della quale la Sinistra lavorava “a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita”? A me sembra che la risposta sia purtroppo ancora negativa: ci sono innumerevoli fermenti, probabilmente più di venticinque anni fa, ma non si è ancora arrivati a quel punto che egli auspicava e per il quale ha operato. Ecco il motivo per cui la sua lezione, pur con gli inevitabili limiti dovuti alla mancanza di sviluppo e di aggiornamento, resta sempre valida.
    http://www.centrostudilaruna.it/romualdi.html
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    Antonio Cassano 99

  3. #3
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    La Rivoluzione Conservatrice - fenomeno essenzialmente tedesco, ma non solo - era un bacino di idee, un laboratorio, in cui vennero ad infusione tutti quegli ideali che da una parte rifiutavano il progressismo illuministico dell’Occidente, mentre dall’altra propugnavano il dinamismo di una rivoluzione in grande stile: ma nel senso di un re-volvere, di un ritornare alla tradizione nazionale, all’ordine dei valori naturali, all’eroismo, alla comunità di popolo, all’idea che la vita è tragica ma anche magnifica lotta.

    Tra il 1918 e il 1932, questi ideali ebbero decine di sostenitori di alto spessore intellettuale, lungo un ventaglio di variazioni ideologiche molto ampio: dalla piccola minoranza di quanti vedevano nel bolscevismo l’alba di una nuova concezione comunitaria, alla grande maggioranza di coloro che invece si battevano per l’estrema affermazione del destino europeonell’era della tecnica di massa, mantenendo intatte, anzi rilanciandole in modo rivoluzionario, le qualità tradizionali legatealle origini del popolo: identità, storia, stirpe, terra-patria, cultura.

    Tra questi ultimi, di gran lunga i più importanti,figuravano personaggi del calibro di Jünger, Schmitt, Moeller van den Bruck, Heidegger, Spengler, Thomas Mann,Sombart, Benn, Scheler, Klages, e molti altri. In quella caotica Sodoma che era la Repubblica di Weimar - dove la crisidel Reich fu letta come la crisi dell’intero Occidente liberale - tutti questi ingegni avevano un denominatore comune: impegnare la lotta per opporsi al disfacimento della civiltà europea, restaurando l’ordine tradizionale su basi moderne,attraverso la rivoluzione. Malauguratamente, nessuno di loro fu mai un politico. E pochi ebbero anche solo cultura politica. Quest’assenza di sensiblerie fu il motivo per cui, al momento giusto, spesso la storia non venne riconosciuta.

    E, tra i più famosi, solo alcuni capirono che il destino non sempre può avere il volto da noi immaginato nel silenzio dei nostri studi, ma che alle volte appare all’improvviso, parlando il linguaggio semplice e brutale degli eventi. Scrivevano di una Germania da restaurare nella sua potenza, favoleggiavano di un tipo d’uomo eroico e coraggioso, metallico, che avrebbe dominato il nichilismo dell’epoca moderna; descrivevano la civilizzazione occidentale come il più grande dei mali, il progresso come un dèmone, il capitalismo come una lebbra di usurai, l’egualitarismo e il comunismo come incubi primitivi … e riandavano alle radici del germanesimo, alle fonti dell’identità. Armato di Nietzsche e di antichi miti dionisiaci, c’era persino chi riaccendeva i fuochi di quelle notti primordiali in cui era nato l’uomo europeo… Eppure, quando tutto questo prese vita sotto le loro finestre, quando i miti e le invocazioni assunsero la forma di uomini, di un partito, di una volontà politica, di una voce, quando “l’uomo d’acciaio” descritto nei libri bussava alla loro porta nelle forme stilizzate della politica, molti sguardi si distolsero, molte orecchie cominciarono a non sentirci più… La vecchia sindrome del sognatore, che non vuol essere disturbato neppure dal proprio sogno che si anima… La Rivoluzione Conservatrice tedesca espresse spesso la tragica cecità di molti suoi epigoni dinanzi al prender forma di non poche delle loro costruzioni teoriche. Non vollero riconoscere il suono di una campana, i cui rintocchi uscivano in gran parte dai loro stessi libri. Allora, improvvisamente, tutto diventò troppo “demagogico”, troppo “plebeo”. L’intellettuale volle lasciare la militanza, la lotta vera, a quanti accettarono di sporcarsi le mani con i fatti. Alcune derive del Nazionalsocialismo si possono anche storicamente ascrivere alla renitenza di intellettuali e ideologhi, che non parteciparono alla “lotta per i valori” e che, dopo aver lungamente predicato, nel momento dell’azione si appartarono in un piccolo mondo fatto di romanzi e divagazioni. Mentalità da club: “esilio interno” o piuttosto diserzione davanti ai propri stessi ideali? Eppure, un certo spazio critico dovette esistere, poi, anche tra le maglie del regime totalitario, se gli storici riportano di serrate lotte ideologiche intestine durante il Terzo Reich, di polemiche, di divergenze di vedute: Rosenberg non la pensava certo come Klages; Heidegger e Krieck erano avversari politici attestati su sponde lontane… Prendiamo Jünger.

    Ancora nel 1932, aveva parlato del Dominio, della Gerarchia delle Forme, della Sapienza degli Avi, del Guerriero, del Realismo Eroico, della Forza Primigenia, del Soldato Politico, della “Massa che vede riaffermata la propria esistenza dal Singolo dotato di Grandezza”… Ricordiamo di passata che Jünger negli anni venti collaborò, oltre che con le più note testate del nazionalismo radicale, anche col Völkischer Beobachter, il quotidiano nazionalsocialista e che nel 1923 inviò a Hitler una

    copia del suo libro Tempeste d’acciaio, con tanto di dedica… Alla luce dei fatti, è forse giunto il momento di considerare quelle proclamazioni solo come buoni esercizi letterari? Nell’infuriare della lotta vera per il Dominio che si ingaggiò di lì a poco, durante gli anni decisivi della Seconda guerra mondiale, noi troviamo Jünger non già nella trincea dove era stato da giovane, ma ai tavoli dei caffè parigini. Qui lo vediamo intento ad irridere Hitler nel segreto del proprio diario, sulle cui paginette si dilettava a chiamarlo col nomignolo di Knièbolo: un po’ poco. Tutto questo fu “fronda” esoterica o immiserimento del talento ideologico? Storico esempio di altèra dissidenza aristocratica o patetico esaurimento di un antico coraggio di militanza? E uno Spengler? Anch’egli, dopo aver vaticinato il riarmo del germanesimo e della civiltà bianca, non appena questi postulati ebbero il contorno di un partito politico, che pareva proprio prenderli sul serio, oppose uno sdegnoso distacco. E Gottfried Benn? Dopo aver cantato i destini dell’”uomo superiore che tragicamente combatte”, dopo aver celebrato la “buona razza” dell’uomo tedesco che ha “il sentimento della terra nativa”, come vide che tutto questo diventava uno Stato, una legge, una politica, lasciò cadere la penna…

    Ma la Rivoluzione Conservatrice, per la verità, non fu solo questo. Fu anche il socialismo di Moeller, l’antieconomicismo di Sombart, l’idea nazionale e popolare di Heidegger, il filosofo-contadino vicino alle SA. In effetti, la gran parte degli affiliati ai diversi schieramenti rivoluzionario-conservatori confluì nella NSDAP, contribuendo non poco a solidificarne il pensiero politico e, in alcuni casi, diventandone uomini di punta: da Baeumler a Krieck. Secondo Ernst Nolte - il maggiore storico tedesco - la Rivoluzione Conservatrice ebbe l’occasione di essere più una rivoluzione che non una conservazione, soltanto perché si incrociò con la via politica nazionalsocialista: un partito di massa, una moderna propaganda, un capo carismatico in grado di puntare al potere. Tutte cose che ai teorici mancavano. “Non fu il nazionalsocialismo - si è chiesto Nolte -, in quanto negazione della Rivoluzione francese e di quella bolscevico-comunista, una contro-Rivoluzione tanto rivoluzionaria, quanto la Rivoluzione conservatrice non potrà mai essere?”.
    Dopo tutto, come ha affermato il più esperto studioso di questi argomenti, Armin Mohler, “il nazionalsocialismo resta pur sempre un tentativo di realizzazione politica delle premesse culturali presenti nella Rivoluzione conservatrice”. Il tentativo postumo di sganciare la RC dalla NSDAP è obiettivamente antistorico: provate a sommare i temi ideologici dei vari movimenti nazional-popolari dell’epoca weimariana, ed avrete l’ideologia nazionalsocialista.

    http://www.azionetradizionale.com/20...conservatrice/
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
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    Predefinito Riferimento: Konservative Revolution!

    Non conosco benissimo la Konservative Revolution come temperie culturale. Di certo so che era costituita da parecchie idee contrastanti e talvolta confuse, quindi non era un ambiente omogeneo. Si andava dal "socialismo prussiano" di Spengler al nazionalbolscevismo di Niekisch.
    In ogni caso ho una mia idea di Konservative Revolution, in generale, ed è che questa debba porre il sacro (non secolarizzato come il culto dello Stato, possibilmente) al centro della propria concezione politica, perché solo questo permette alla società di passare indenne attraverso le varie fasi della storia restando ancorata a una serie di "valori", un peculiare modo di vivere, abitudini apparentemente inutili ma che consentono di non lasciarsi travolgere dal nuovo.
    Per questo Evola aveva capito la politica più di qualunque altro conservatore.

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    Citazione Originariamente Scritto da Eckhart Visualizza Messaggio
    Non conosco benissimo la Konservative Revolution come temperie culturale. Di certo so che era costituita da parecchie idee contrastanti e talvolta confuse, quindi non era un ambiente omogeneo. Si andava dal "socialismo prussiano" di Spengler al nazionalbolscevismo di Niekisch.
    In ogni caso ho una mia idea di Konservative Revolution, in generale, ed è che questa debba porre il sacro (non secolarizzato come il culto dello Stato, possibilmente) al centro della propria concezione politica, perché solo questo permette alla società di passare indenne attraverso le varie fasi della storia restando ancorata a una serie di "valori", un peculiare modo di vivere, abitudini apparentemente inutili ma che consentono di non lasciarsi travolgere dal nuovo.
    Per questo Evola aveva capito la politica più di qualunque altro conservatore.
    Penso che sia proprio questo il senso di definirsi "conservatori" cioè rimanere ancorati a delle consuetudini e valori immutabili che permettono bdi attraversare indenni e forti le trasformazioni della storia.
    Me ne fregio !
    E.Petrolini

    Non mi dite che sono incoerente,perchè lo so già.

 

 

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