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Discussione: Storie Zen.

  1. #1
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    Predefinito Storie Zen.

    Amputarsi un braccio in una mattina innevata.




    Bodhidharma, conosciuto come Daruma san in Giappone, giunse in Cina dopo un viaggio di tre anni dall’India. Gli insegnamenti di Shakyamuni Buddha sono stati trasmessi da maestro a discepolo così come l’acqua si travasa da un recipiente all’altro senza che ne vada persa una goccia. La Luce del Dharma è stata tramandata da Shakyamuni a Mahakashapa, da Mahakashapa ad Ananda e così via fino a Bodhidharma, che rappresenta la ventottesima generazione del lignaggio.

    L’intrepido spirito necessario a raggiungere un paese sconosciuto in un’epoca in cui i trasporti non erano sviluppati e, ancora meno, il coraggio di partire in età già avanzata non possono appartenere certo a chi tiene a conservare la propria salute e alla propria vita. Proprio questa, invece, è la nobile pratica dei Buddha il cui cuore pieno di immensa compassione desidera trasmettere fedelmente la Verità e salvare gli esseri senzienti che sono nella confusione.

    L’imperatore Wu di Liang venne a sapere dell’arrivo di Bodhidharma a Kwangchow il 21 settembre dell’anno 520 e inviò un emissario per invitarlo nell’attuale Nanchino. L’imperatore chiese a Bodhidharma: “Finora ho fatto costruire templi, copiare sutra e dato il mio appoggio a monaci e monache. Che merito ha ricavato da tutto questo?”.

    La risposta di Bodhidharma fu concisa: “Nessun merito!”.



    Ciò urtò molto l’imperatore Wu che si aspettava una risposta positiva.

    La superficialità avrebbe portato una persona qualsiasi a elogiare l’imperatore ma Bodhidharma, che si era promesso di salvare tutte le creature senzienti, non aveva la minima intenzione di adulare né di scendere a compromessi con nessuno.

    Quando Bodhidharma incontrò l’imperatore Wu, che veniva chiamato “il figlio celeste del cuore del Buddha”, capì che questi non era altro che un fanatico alla ricerca di vantaggi temporali. Fu così che Bodhidharma attraversò il fiume Azzurro, entrò nel paese di Wei, si stabilì presso il tempio Shao Lin e praticò zazen per nove anni seduto davanti a una parete. La gente del posto lo chiamava “il brahmano che fissa il muro”.

    Il 9 dicembre, un novizio di nome Shen-kuang (Shinko in giapponese) venne a cercare Bodhidharma. Una spessa coltre di neve ricopriva le montagne; Shen-kuang dovette aprirsi un sentiero per seguire la giusta direzione e, finalmente, arrivò al muro di Bodhidharma. Le notti invernali in cima all’alta montagna erano così fredde da spezzare persino il bambu e sembrava impossibile poter resistere all’aperto, ma Bodhidharma non si voltò neppure a guardare. Shen-kuang rimase immobile per tutta la notte senza dormire, sedersi né riposare. La neve che continuava a scendere gli arrivò fino alla vita; le lacrime si ghiacciarono diventando perle gelate e i vestiti si indurirono tanto da fare sembrare il monaco un pezzo di ghiaccio. Il suo corpo era completamente irrigidito dal freddo, ma lo spirito alla ricerca della Via ardeva fervente.



    Finalmente, quando dalla notte si cominciava a intravedere l’alba, Bodhidharma si voltò e chiese: “Sei rimasto a lungo immobile nella neve. Cosa stai cercando?”.

    “Voglio chiedervi una cosa. Vi prego, abbiate pietà di me e mostratemi i veri insegnamenti buddhisti!”

    La risposta di Bodhidharma all’onesta e sincera supplica di Shen-kuang, tuttavia, fu più fredda del ghiaccio. “Una persona va alla ricerca degli insegnamenti del Buddha mette a repentaglio la propria vita. Un ignorante di poca virtù che cerca gli insegnamenti del Buddha in modo avventato e presuntuoso perde solo tempo”.

    A queste parole, la determinazione di Shen-kuang si fece ancora più salda. Impugnò una spada affilata, si amputò il braccio sinistro all’altezza del gomito e lo offrì a Bodhidharma.

    Bodhidharma capì che Shen-kuang era degno di ricevere gli insegnamenti e lo accettò come discepolo.

    Fu così che Bodhidharma divenne il primo patriarca dello zen cinese e Shen-kuang (noto in seguito come Huike o Eka in giapponese) il secondo.



    tratto da Short Zen Stories vol.2 | SOTOZEN-NET
    Ultima modifica di Yorick; 11-04-11 alle 21:55
    Mistica della preghiera e della pistola.

    La mia Patria è là dove arriva la raffica del mio mitra.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Storie Zen.

    Dispute Zen.



    Quando qualcuno parla in una maniera che appare insensata si una dire: “Sembra una disputa zen (zen mondo)”. Ed è vero che i dibattimenti zen hanno questa caratteristica. Per citare un esempio, un monaco che stava facendo pratica chiese a Yunmen (Unmon in giapponese; monaco del periodo Tang che fondò l’omonima scuola zen): “Che cos’è Buddha?”.

    Yunmen rispose: “Un pezzo di carta igienica usata”.

    “Buddha” è ciò a cui i monaci praticanti rivolgono costantemente le loro preghiere ed è la meta cui aspirano incessantemente. Di conseguenza, la domanda “Che cos’è Buddha?” ricorre spesso nelle dispute. A questa domanda i maestri, sin dall’antichità, hanno dato numerose risposte per guidare i monaci studenti. Tuttavia, la risposta di Yunmen è estremistica.

    Kanshi ketsu significa “stecco per pulirsi” ed è una cosa molto sporca. In questo senso, di fronte a una risposta del genere ci si potrebbe arrabbiare e pensare “Cosa crede che sia il Buddha?”; ma questo sarebbe un atteggiamento superficiale. Il vero significato di queste dispute è molto profondo, anche se le parole in sé possono sembrare prive di senso.



    Nel IX secolo, durante l’epoca Tang, visse uno straordinario maestro zen di nome Zhaozhou (Joshu in giapponese). Un giorno un monaco che si chiamava Yanyang (Gon’yo in giapponese) gli chiese: “Sono venuto senza niente. Cosa devo fare in questo caso?”.

    Zhaozhou rispose: “Buttalo via”. Considerata superficialmente, questa non si può definire una risposta. Allora Yanyang ribadì nuovamente: “Se sono venuto senza niente, cosa vuoi che butti via?”.



    Prontamente, Zhaozhou rispose: “Allora sbrigatia portartelo via”. Questa risposta era ancora più strana della precedente. Le dispute zen sono singolari e un novelliere ne ha tratto un racconto divertente:

    Un giorno un monaco in pellegrinaggio giunse davanti a un tempio di montagna e gridò: “Salve! Posso vedere l'abate? Voglio discutere con lui”. Un novizio uscì dal tempio e gridò ancora più forte: “Prima facciamo una disputa io e te e se riuscirai ad avere la meglio, chiamerò l’abate”.

    “Come ti permetti giovane inpudente... E va bene, accetto.” Detto ciò, il monaco pellegrino stese in silenzio la mano destra e fece un cerchio con il pollice e l’indice.

    Il ragazzo fece immediatamente un cerchio più grande con le braccia.

    Il monaco pellegrino alzò un dito.

    Il ragazzo rispose alzando cinque dita.

    Il monaco pellegrino allora alzò tre dita e il ragazzo rispose facendo una smorfia. Riconosciuta la sconfitta, il pellegrino fuggì in fretta.



    L’abate aveva assistito a questo incontro spiando dalla fessura di una porta e si stupì. Si stupì perché interpretò la disputa in questo modo:Il cerchio fatto dal pellegrino significava “Che cos’è il tuo spirito?”.

    Il cerchio più grande fatto dal ragazzo significava “È come un oceano” e questa era stata una risposta meravigliosa. Il dito alzato dal pellegrino significava “E il tuo corpo?”. In risposta il ragazzo aveva alzato cinque dita e queste stavano per i cinque precetti buddhisti – non uccidere, non rubare, non commettere adulterio, non mentire, non bere. Anche questa era stata una splendida risposta. Le tre dita alzate dal pellegrino rappresentavano i tre grandi mondi che costituiscono l’intero universo e la smorfia del ragazzo significava: “È davanti ai miei occhi”.



    L’abate, che aveva interpretato la disputa in questo modo, pensò: “Che strano. Il ragazzo non può essere così abile”. Allora chiamò il novizio e gli chiese: “Cosa facevi qui?”.

    “Il monaco pellegrino deve avere saputo che io sono il figlio di quello che vende mochi (dolci di riso)”.

    “Come fai a dirlo?”

    “Perché ha fatto un piccolo cerchio per dire che i dolci di mio padre sono piccoli. Così io ho fatto un cerchio grande per fargli capire che sono grandi. Poi ha chiesto quando costa uno e io gli ho risposto cinque monete. Lui ha chiesto che glielo scontassi a tre monete e così io ho fatto una smorfia. Probabilmente non aveva i soldi e se n’è andato via di corsa.”

    L’abate scoppiò a ridere. Questa volta il discorso è l’opposto di ciò che si è detto prima. Anche se la forma è la stessa, il contenuto non è coerente.



    Tornando al racconto originale, Yanyang disse “Non ho niente”. In altre parole, “Ho ottenuto il satori (risveglio) dell’assenza di ego e dell’abbandono della mente”. Tuttavia, dal punto di vista di Zhaozhou, Yanyang aveva troppo. “Se hai qualcosa nella tua mente, hai un pesante fardello sulle spalle.” E Yanyang portava un grosso peso che lui chiamava “non avere niente”.

    Quando si è in salute ci si dimentica di esserlo. Un bevitore può dire “basta così, basta così”, ma finché avrà il bicchiere in mano vuol dire che non ne ha avuto ancora abbastanza. Se davvero non ne volesse più, poserebbe il bicchiere.

    Ecco perché Zhaozhou ha detto “buttalo via” e ha cercato di incoraggiare Yanyang a fare un altro passo per scendere dalla cima dell’altissimo bambu per ottenere l’illuminazione. Ma Yanyang non è riuscito a capirlo e ha replicato: “Se sono venuto senza niente, cosa posso buttare via?”. Proprio qui, alla fine, si è manifestato il suo orgoglio di “non avere niente”. Ed è per questo che Zhaozhou ha replicato “Allora portatelo via”.




    tratto da Short Zen Stories vol.3 | SOTOZEN-NET
    Mistica della preghiera e della pistola.

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  3. #3
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    Predefinito Rif: Storie Zen.

    La stai portando ancora con te?

    Tanzan Hara è un famoso monaco zen del periodo Meiji. Fu anche studioso del buddhismo, fu il primo professore di filosofia indiana presso l’università di Tokyo e venne eletto membro dell’Accademia del Giappone. Morì nel 1892 a 74 anni ed era consapevole della sua morte il giorno prima di spirare. Venti minuti prima di chiudere gli occhi per sempre, scrisse delle cartoline ai suoi amici più stretti dicendo: “Morirò presto. Ora come ora ci tengo a informarti di questo”. E anche se è famoso per essere spirato durante una seduta di meditazione, egli mostrò qualità insolite sin dalla giovinezza.

    Quando era un giovane monaco pellegrino, viaggiò nelle campagne con un caro amico e un giorno giunsero a un fiume stretto e con poca acqua. Non c’erano ponti e stavano per attraversarlo a guado. Allora videro una bellissima ragazza che stava esitando a traversare il fiume e Tanzan le disse: “Vieni, ti faccio attraversare io. Tieniti stretta alle mie spalle, va bene?” e sollevò leggermente la ragazza per portarla sull’altra riva.



    La ragazza ringraziò timidamente Tanzan ma lui, impaziente di raggiungere il suo amico, non la sentì. I due monaci camminarono per circa due chilometri in silenzio e l’amico di Tanzan sembrava dispiaciuto. Improvvisamente non riuscì più a contenersi e disse schietto: “Sei una disgraziato. Credi che un monaco possa prendere in braccio una ragazza?”. Era adirato.

    Tanzan, fingendo di non capire, guardò intorno e disse: “Cosa? C’è una ragazza?”.

    “Non fare il finto tonto. Hai preso in braccio una bellissima ragazza poco fa.”

    “Ah ah ah ah ah; ti riferisci a quella. Io le ho fatto attraversare il fiume e l’ho lasciata là. A te è rimasta in mente fin qui?”

    A queste parole, l’amico non seppe più cosa dire.

    In fotografia, dopo uno scatto si fa scorrere la pellicola. Se non si fa così, si ha una doppia esposizione. Non dobbiamo dimenticare di far scorrere la pellicola del nostro spirito perché ciò che ci circonda cambia ad ogni istante.




    tratto da Short Zen Stories vol.4 | SOTOZEN-NET
    Mistica della preghiera e della pistola.

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  4. #4
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    Predefinito Rif: Storie Zen.

    Il rintocco della campana.



    Ekido Zenji, maestro zen del periodo tra la fine dello shogunato e l’inizio dell’epoca Meiji (dal 1868), creò all’interno dello zen un ambiente molto rigido. Prima di diventare abate di Sojiji (uno dei due principali templi zen Soto) fu a capo del tempio Tentokuin nella regione di Kaga (l’attuale provincia di Ishikawa) e, prima ancora, del tempio Ryukaiin a Maebashi.

    Nei templi zen, i novizi si alzano alle tre o alle quattro del mattino per recarsi alla sala per la meditazione (zendo) e praticare zazen per circa un’ora. Nonostante nella sala ancora immersa nel buio che precede l’alba ci siano molte persone, tutto è quieto come se non ci fosse nessuno. A volte il silenzio è interrotto dal suono del bastone per ridestare i dormienti (kyosaku) che colpisce la spalla di un monaco, ma anche questo contribuisce a una tranquillità ancora più profonda che placa tutto il corpo.



    Durante queste sedute di zazen, la campana del tempio custodita nella torre (shorodo) risuona 108 volte, ora con impeto, ora delicatamente. Sapere suonare la campana non è da tutti. Inoltre, a seconda delle condizioni meteorologiche, i rintocchi possono risultare più o meno distinti.

    In una fredda mattina d’inverno, durante una seduta di zazen insieme a molti monaci, Ekido Zenji udì i solenni rintocchi della campana del tempio e sentì che il modo di suonare era stranamente diverso dal solito.

    “Che strano. La campana è quella di sempre, ma questa mattina i rintocchi sono così solenni da andare dritti al cuore.”

    Dopo la seduta di zazen, Ekido tornò nell’alloggio dell’abate e istruì un aiutante dicendogli: “Va’ a chiamare chi ha suonato la campana questa mattina”.



    Venne così presentato un novizio appena giunto al tempio. “Hai suonato tu la campana questa mattina?” chiese l’abate.

    “Sì, maestro. Vede... era la prima volta e…” Farfugliando, il novizio chinò timidamente il capo, probabilmente pensando di meritare un rimprovero per avere suonato male.

    “No, non ti ho convocato perché hai suonato male. Volevo piuttosto chiederti che cosa provavi suonando la campana.”

    Il novizio rispose: “Mi hanno insegnato che suonare la campana significa sentire la voce del Buddha, condurlo a noi. Questo è lo stato d’animo con cui si deve suonare la campana. Questa mattina è stata la prima volta per me. Concentrandomi per sentire la voce di Buddha e condurlo a noi, quando ho afferrato il martello ho riunito tutte le mie forze nelle mani e ho colpito. Dopo ogni rintocco, mi sono inchinato a terra con le mani giunte”.

    “Oh, ora capisco” disse l’abate. “Mi raccomando, quando pratichi, non dimenticare ciò che hai provato questa mattina”.

    Il novizio, che ammirava il nobile carattere di Ekido Zenji e rimase al suo fianco per diciotto anni, sarebbe poi diventato Morita Goyu Zenji, il sessantaquattresimo abate del tempio Eiheiji.



    tratto da SOTOZEN-NET
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Storie Zen.

    Contenuto e confezione.



    La storia che sto per raccontare è avvenuta quando Ikkyu Zenji dirigeva il Daitokuji a Murasakino. Un giorno un ragazzo giunse al portale del tempio e annunciò con aria presuntuosa: “Io sono al servizio di Takaido, un ricco signore di Kyoto. Il mese prossimo ricorrerà il primo anniversario dalla morte di suo padre e il mio padrone vuole assolutamente che lo Zenji sia presente. Trovare il posto non sarà un problema; basterà chiedere di Takaido”.

    Quando il monaco che lo aveva accolto alla porta riferì la richiesta allo Zenji, questi chiese di confermare l’ora. Ikkyu, che di solito era disgustato dai ricchi resi arroganti dal denaro, doveva sicuramente avere un piano in mente.

    Le giornate autunnali erano brevi ed era l’ora del tramonto quando un mendicante solitario, vestito di stracci sporchi e con addosso una stuoia di paglia piena di fango, giunse all’imponente portone della residenza di Takaido.



    “Vi prego, fate l’elemosina a un povero...” disse il mendicante con voce fievole. Aveva le mani giunte e a vederlo faceva pietà. I servi della casa, tuttavia, lo circondarono e gli gridarono: “Non farci perdere tempo! Vattene via! Tornatene dove sei venuto!” e cercarono di cacciarlo.

    Il mendicante ripeté: “Vi prego, fate l’elemosina a un povero...”.

    “Non abbiamo niente da darti! Vattene subito!”

    Il giovane signore udì la confusione e uscì per vedere cosa stesse succedendo. “Liberatevi immediatamente di quel mendicante. Se non se ne vuole andare, cacciatelo via con la forza!”

    Il mendicante venne crudelmente picchiato, preso a calci e buttato sulla strada. Massaggiandosi le gambe ferite, si alzò lentamente e si allontanò zoppicando verso il tramonto. Dopo un po’ giunse al portale del Daitokuji. In piedi sotto la brillante luce di una lanterna, il mendicante ridacchiava. Chi poteva essere quel mendicante sorridente se non Ikkyu Zenji in persona?

    Il giorno seguente, indossando una veste dai colori splendenti e unmanto da monaco di broccato d’oro, Ikkyu Zenji si fece portare con il palanchino alla residenza di Takaido.



    Il portone del palazzo era stato pulito dentro e fuori e molte persone si erano adunate per rendere omaggio al Buddha vivente. Il padrone di casa e tutti i suoi servitori indossavano abiti formali decorati con lo stemma di famiglia e accolsero il Zenji con tutti gli onori. Il padrone stesso lo condusse all’interno.

    “Zenji, vogliate accedere alla sala dell’altare.”

    “No, grazie. Va bene qui” disse Ikkyu, e non si mosse.

    “Perché mai? Vi prego, entrate.”

    “No, va bene qui. Per me questa stuoia di paglia è più che sufficiente.”

    Ikkyu si sedette sulla stuoia stesa davanti a sé e non aveva intenzione di muoversi per nessun motivo.

    Il padrone cominciò a irritarsi, prese Ikkyu per le braccia e cercò di farlo alzare.



    Il Zenji lo scacciò e disse: “Tieni, prendi questa veste e l’okesa di broccato d’oro e portali nella sala dell’altare. Qui il mio corpo non è il benvenuto, perciò preferisco starmene seduto su questa stuoia”. Un sorriso ironico apparve sul suo viso e continuò: “Devi sapere che il mendicante che è venuto ieri e io, questo monaco, siamo la stessa persona. Ieri sono stato preso a calci e picchiato; oggi sono accolto con tutti gli omaggi e trattato con grande ospitalità. Cosa significa tutto questo? Non è forse per lo splendore di questo okesa?”. Così dicendo, lo Zenji rise sonoramente.

    Udendolo, il padrone di casa e i servi rimasero sbigottiti. Tremanti e impalliditi, restarono senza parole per il vergognoso trattamento che avevano riservato allo Zenji che godeva del rispetto dello shogun e degli altri signori feudali. Sorridendo, Ikkyu Zenji si tolse la veste e l’okesa e, senza la minima preoccupazione, disse: “Ora chiedete a questa veste e a questa okesa di compiere la funzione”.



    tratto da SOTOZEN-NET
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Storie Zen.

    Un luogo nè caldo nè freddo.

    Nel IX secolo visse nella Cina Tang un maestro zen di nome Dongshan Liangjie (Tozan Ryokai in giapponese) che rappresentava l’undicesima generazione a partire da Bodhidharma. Per la sua grande virtù ottenne il titolo di Wuben (Gohon in giapponese) Daishi e l’ideogramma To di Soto, il nome della nostra scuola, è lo stesso del primo carattere (quello) del suo nome. Perciò la pronuncia giusta è soto, e non sodo come spesso si sente dire in Giappone. Un giorno un monaco novizio chiese al grande maestro Dongshan: “Quando arrivano il caldo e il freddo, come posso evitarli?”

    Probabilmente era un torrido pomeriggio d’estate o una gelida mattina invernale e il caldo (o il freddo) era così intenso che il monaco non riusciva a sopportarlo.



    Dongshan disse: “Perché non vai dove non fa né caldo né freddo?”.
    “E dov’è questo posto né caldo né freddo?” Il novizio pensava che ci fosse un luogo così in una terra lontana e, in risposta, Donghan replicò: “Quando fa caldo, diventa un tutt’uno con il caldo; quando fa freddo, diventa un tutt’uno con il freddo. Quello è il posto dove non fa né caldo né freddo”.

    Se viviamo in mezzo alla natura, non possiamo evitare il caldo e il freddo ma possiamo liberarci della mente che teme, soffre o patisce il caldo e il freddo.



    Una antica poesia dice:
    “Il mestolo per l’acqua, che viene e va nell’inferno caldo e freddo, è privo della mente e non soffre.”

    Come recita la poesia, il mestolo viene immerso sia nell’acqua bollente che nell’acqua gelida ma non sente dolore perché non ha spirito.

    Quando Ryokan fu vittima di un terremoto, disse ad un amico che era venuto a fargli visita per consolarlo:

    “Quando si sta male, va bene stare male e quando si muore, va bene morire”.

    La questione non riguarda solo il caldo e il freddo. Nascita, morte, malattia e vecchiaia sono uguali. Dissolvere le speculazioni e i pensieri ingannevoli è l’unica Via per trascendere nascita e morte ed evitare il caldo e il freddo.

    Nel XVI secolo, Kaisen Osho venne sostenuto da Shingen Takeda e, successivamente, fu invitato a vivere presso il tempio Erinji nel Koshu (provincia di Yamanashi). Quando il figlio di Shingen, Katsuyori, venne in seguito attaccato e sconfitto da Nobunaga Oda, la maggior parte delle forze di Takeda si rifugiarono nell’Erinji. Saputo che Kaisen Osho aveva dato asilo a queste persone, Nobunaga si infuriò. Fece riunire tutti i monaci nella torre all’ingresso del tempio e vi appiccò il fuoco. Allora Kaisen si voltò verso i monaci e disse in tutta calma:



    “Bene, in definitiva ecco la fine. Abbiamo certamente saldato il nostro debito con la famiglia Takeda ma, in ogni caso, non avremmo potuto semplicemente consegnare al nemico persone che hanno cercato rifugio nella protezione del Dharma. Moriremo con coraggio e fedeltà insieme agli altri”. Detto questo, chiese ai monaci di recitare a turno un versetto di morte e infine lui stesso intonò il seguente: “La quieta meditazione non richiede un ambiente tranquillo. Se lo spirito è trasparente, anche il fuoco è freddo”.



    Questo verso è tratto dall’Hekinganroku (Ricordi della collina blu), capitolo “Il né caldo né freddo di Dongshan”.



    tratto da Short Zen Stories vol.5 | SOTOZEN-NET
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  7. #7
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    Predefinito Rif: Storie Zen.

    La statua del Buddha.

    Un maestro zen si era fermato, durante un viaggio, in un tempio.
    Poiché faceva freddo, per non morire congelato, aveva preso una statua di legno del Buddha e le aveva dato fuoco.
    Il sacerdote del tempio, vedendo le fiamme, si era svegliato ed era accorso: credeva che si trattasse di un incendio.
    Quando vide quel che succedeva, fu sconvolto dal sacrilegio. "Che cosa hai fatto?" gridò. "Hai bruciato il corpo del Buddha!"
    Il maestro prese un bastone e si mise a frugare tra le ceneri.
    "E ora che cosa fai?" gli domandò il sacerdote.
    "Cerco le ossa del Buddha."
    "Quali ossa? Non vedi che è una statua di legno?"
    "Allora, per favore, portami un altro Buddha da bruciare."


    tratto da La statua del Buddha
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Storie Zen.

    Senza parole.

    Un sacerdote incontrò un giorno un maestro zen e, volendo metterlo in imbarazzo, gli domandò: "Senza parole e senza silenzio, sai dirmi che cos'è la realtà?"
    Il maestro gli diede un pugno in faccia.


    tratto da Senza parole
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