La finzione che attribuiva ancora ai conti pubblici degli Stati Uniti la quasi secolare solidità ha retto dal 7 settembre 2008 a ieri 18 aprile 2011. Poi qualcuno ha dovuto fare un passo, dopo i recenti messaggi del Fondo monetario, e lo ha fatto Standard&Poor's, dichiarando che la tenuta non è più totale.
Era noto. Ora è, di fatto, ufficiale.
Nel settembre 2008 cambiava, tappa di un lungo processo, la posizione finanziaria americana rispetto al resto del mondo. Non si tratta del fallimento della banca d'affari Lehman Brothers bensì, la settimana prima, della nazionalizzazione delle megafinanziarie immobiliari semipubbliche Fannie e Freddie.
Fu quella la prima volta in oltre 90 anni in cui i mercati mondiali ebbero la forza di imporre una mossa di prima grandezza a Washington, e non più viceversa. Lo fecero dimostrandosi restii a sottoscrivere i rinnovi del debito di Fannie e Freddie che, benedette da Washington, avevano distribuito ai quattro venti le loro obbligazioni e mortgage-backed security. La settimana dopo avrebbe ceduto Wall Street. Ma il 7 settembre era Washington che scricchiolava. Scricchiolii del genere non si sentivano più dal gennaio 1915, quando - col senno di poi - si capì che l'asse monetario e finanziario mondiale si era spostato dalla City a Wall Street.
Trenta mesi fa, nel 2008, eravamo nel cuore della crisi finanziaria che con eufemismo viene chiamata Grande Recessione e che sta ora vivendo la fase due. È quella in cui il debito pubblico deve affrontare le compatibilità, dopo avere coperto gran parte di quello privato, bancario e finanziario, in vari Paesi, e per nostra fortuna meno in Italia, dove peraltro data la situazione delle finanze pubbliche sarebbe stato ben difficile.
Negli Stati Uniti tuttavia la corsa del debito anticipa la crisi, come è stato con cause diverse in Italia. Ronald Reagan trovò il debito al 32% del Pil e lo lasciò al 53%. Con George Bush padre si passò dal 53% al 66%. Bill Clinton lo riportò al 56%. Poi, due grandi balzi: fino all'83% con George Bush figlio in otto anni, e fino al 100%, quota che verrà raggiunta entro il 2011 partendo dall'attuale 98% circa, con Barack Obama. In tre anni, causa crisi soprattutto.
Non è il caso di cadere nel panico. Gli Stati Uniti hanno, come e ben più dell'Italia, la possibilità di rimediare, se trovano la leadership politica all'altezza. Urge però chiarezza. Come europei abbiamo prosperato in un mondo a guida finanziaria e monetaria americana, tutto sommato. E dobbiamo sapere, oltre ai fatti di casa nostra, che cosa si prospetta oltre Atlantico.
I conti americani sono pesanti anche perché le percentuali sul Pil citate, che riguardano l'intero debito federale di oltre 14mila miliardi di dollari, sono incomplete. Resta fuori il debito di stati ed enti locali (altri 3mila). E restano fuori le garanzie per Fannie e Freddie, garanzie che anche nel più favorevole dei conteggi devono riguardare almeno altri 3mila miliardi. La crisi immobiliare intanto continua a galoppare.
E la politica sa affrontare il problema?
No, purtroppo. Il tema del debito è ormai da due settimane ufficialmente sul tavolo, ma con fantasiose proiezioni di tagli a 10 o 12 anni, cioè con in mezzo cinque elezioni congressuali e tre presidenziali, dove tutto può accadere. I repubblicani vogliono solo tagli irrealistici alla spesa sociale e una ulteriore riduzione di imposte, dimenticando che queste sono ancora più basse di come le lasciò Reagan. I democratici stanno facendo, con Obama, più tattica che politica, aspettando che i repubblicani spaventino gli elettori per potersi presentare nel 2012 quali salvatori di Main Street, come Clinton nel 1996. Ma era un'altra epoca.
È probabile che la realtà dei mercati imponga partiture più realistiche. Ma non si capisce chi potrà spiegare agli americani che la crisi finanziaria è costata non peanuts, come dice il ministro del Tesoro, Timothy Geithner, avallato dallo stesso Obama, ma il 40% del Pil, tra costi diretti e indiretti. E chi potrà spiegare, a fronte di un conto così salato, dove stanno le responsabilità? Non lo fanno i repubblicani, per i quali Wall Street non ha vere colpe, solo sviste. E non i democratici di Obama, che le hanno coperte tutte. Non sarà facile chiedere al contribuente-elettore, semplicemente, di saldare il conto.
La fine di una lunga illusione - Il Sole 24 ORE




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