Io non sono un liberista. Primo perché in italiano liberista è davvero una brutta parola. Né più ne meno come interventista o socialista (dai quali un liberista si distingue per differenza di grado e non di sostanza). E poi perché sui liberisti, che in Italia sembrano identificarsi strettamente con la Scuola economica di Chicago, si era già espresso chiaramente Rothbard in un articolo dal titolo: Friedman Svelato, che abbiamo ripubblicato come seconda appendice in Cosa è il Denaro.
Scriveva Rothbard: “Per riassumere, Milton Friedman è un puro e semplice statalista-inflazionista anche se in effetti la sua posizione, confrontata con quella della maggior parte dei keynesiani, è decisamente più moderata. Trattasi però di una piccola consolazione che, nell’ambito monetario, non qualifica di certo Friedman come economista del libero mercato”.
A distanza di tanti anni, nulla è cambiato. I liberisti della “Chicago School” continuano ad essere gli economisti pro-mercato favoriti dall’establishment. Non sorprende: sono persone ben disposte a qualunque compromesso, anche a costo di rinnegare alcuni importanti principi di libero mercato di cui in teoria dovrebbero essere fautori. Sono in altre parole persone furbe e scaltre che hanno capito come infilarsi nei salotti che contano. In Italia non a caso li trovate spesso ospiti della “Rai”, del “Sole24ore” e di altre testate giornalistiche principali.
I liberisti hanno capito di avere un ruolo fondamentale nelle democrazie occidentali e lo rivestono in maniera esemplare traendone ogni buon beneficio. Il loro lavoro è strumentale per tenere in piedi la facciata, chiamiamola pure quella maschera oramai indecente, di cui i socialismi sempre più invasivi che ci governano hanno bisogno per nascondere al popolo la loro vera essenza.
I liberisti elogiano il libero mercato, criticano lo Stato, suggeriscono misure di intervento. Ma generalmente lo fanno su questioni di poco conto, che non cambieranno mai la sostanza delle cose. Oppure lo fanno in maniera opportunistica per favorire il trasferimento di ricchezza dallo Stato ai privati, generalmente identificabili in gruppi privilegiati o lobby di potere, che essi difendono e dai quali ovviamente si fanno pagare profumatamente.
Sempre Rothbard a proposito dei liberisti della Scuola di Chicago scriveva: “Difficilmente [gli economisti della Scuola di Chicago] riusciranno con le loro chiacchiere ad arruffare le piume dei poteri in essere. E’ ora che i liberali e i coerenti economisti pro mercato si sveglino di fronte a questa realtà.”
Nella loro vera essenza, i liberisti sono statalisti che fanno finita di essere liberali. Qualcuno che conosco li definisce, per tagliare corto, “venduti”. Lavorano assiduamente per il Leviatano, ma non tanto per ridimensionarlo quanto invece per migliorarlo. Ancora Rothbard nello stesso articolo: “Dovunque ci giriamo, troviamo Milton Friedman che propone non misure economiche in nome della libertà, non programmi per ridurre le dimensioni del Leviatano, ma misure per rendere il potere dello Stato più efficiente e quindi, fondamentalmente, ancora più terribile”. [...] “Per molti versi, quindi, se oggi ci troviamo ad affrontare il mostruoso Leviatano americano, dobbiamo ringraziare proprio Milton Friedman”.
Sarà un caso, ma la bruttissima parola liberista, è proprio la combinazione di liberale + statalista. Non è un caso, invece, che da molti anni i liberisti abbiano creato una confusione totale nella testa della gente tanto che, alla luce della crisi del 2008 il cui corso non s’è fermato, la maggior parte della popolazione continua a scaricare le colpe sul libero mercato e il sistema capitalista.
Le loro argomentazioni a difesa del libero mercato, incoerenti e contraddittorie proprio nei punti chiave, hanno inquinato le posizioni di chi invece, con coerenza, cerca di promuovere i sani principi del libero mercato a partire dal bene economico più importante: la moneta. Solo una moneta sana e onesta a base del sistema economico può rendere quest’ultimo funzionale a una crescita altrettanto sana e a una migliore distribuzione di ricchezza. Cosa che ovviamente in un regime di fiat currencies, ben accolto dai liberisti/monetaristi, è stata ben lungi dal verificarsi portando a crescite drogate nonché a una distribuzione di ricchezza sempre più iniqua e polarizzata.
Con le loro posizioni contraddittorie (la difesa dei cambi flessibili e della fiat money) o sfacciatamente a favore di certe lobby (la deregolamentazione finanziaria), hanno davvero rovinato negli ultimi 30-40 anni la reputazione del pensiero economico liberale. Come scrive Huerta de Soto: “E qui mi infiammo perché i miei colleghi di “Chicago”, suppostamente liberali, non hanno mai voluto comprendere cosa sia davvero una economia di mercato” [...] “E’ quasi impossibile credere che una persona così distinta come Milton Friedman abbia avuto una conoscenza così precaria dei processi di mercato tale da arrivare a difendere tassi di cambio flessibili. E’ quasi impossibile credere che persone così distinte come quelle della “Scuola di Chicago” abbiano operato perché, all’epoca finale di Ronald Reagan ed in seguito sotto Clinton, fosse adottata una deregolamentazione finanziaria”.
Gli intellettuali liberisti agiscono davvero come servi dell’establishment e, vivendo alla corte dell’establishment, è loro interesse promuovere politiche che spesso con il libero mercato e la corretta definizione dei diritti di proprietà non hanno nulla a che fare. Questo accade in particolar modo nell’ambito monetario. Come dice Gary North in Cosa è il Denaro, per sostenere questa loro innaturale posizione pagano un prezzo intellettuale: “Nell’offrire il proprio sostegno ai banchieri gli economisti [liberisti compresi] pagano un prezzo intellettuale: non sono in grado di integrare concettualmente quel privilegio [bancario] nella loro teoria generale” [...] “Di colpo, quando gli economisti entrano nel campo della teoria monetaria, le loro argomentazioni logiche di natura causale, fornite altrove, cessano di essere accettate come valide”.
Quel prezzo intellettuale riduce i liberisti a contraddizioni che parlano e camminano. L’ho sperimentato in prima persona in diverse occasioni. Ne riporto due che a oggi reputo essere tra le più clamorose e imperdonabili.
La prima risale al 2004 quando ebbi modo di conoscere il nocciolo dei liberisti italiani, allora camuffati da “Austriaci”, al convegno Ludwig Von Mises organizzato dall’Istituto Bruno Leoni. Partecipai con l’illusione di trovare il vigore e la forza delle idee che emanano dai libri del più grande economista di tutti i tempi e che ebbi modo di ritrovare integre nel professore spagnolo Huerta de Soto. Trascinai all’evento quasi di forza il recalcitrante “cardinal Gardel”. Non ci voleva venire. Mi aveva già messo in guardia da certi soggetti. La sa lunga il cardinale. La sapeva già più lunga di me. Sorrido alla mia ingenuità di allora.
Dopo aver sentito chiacchiere per la gran parte sterili, lontane da ogni realtà, e di una noiosità imbarazzante, tra le quali azzardai goffamente in pubblico uno dei miei primi interventi sui pericoli e i rischi della finanza “liberista”, sperai di poter trovare almeno nei discorsi de visu quell’entusiasmo per le idee e per i principi dei maestri austriaci, ma soprattutto per il roseo futuro e le incredibili opportunità che attendevano la Scuola Austriaca di economia di fronte all’imminente crisi finanziaria globale, inequivocabile risultato delle politiche monetarie e inequivocabilmente deducibile da ogni testo Austriaco di base sul ciclo economico. Di male in peggio.
Benché i presenti fossero in gran parte filosofi e giuristi, ebbi modo di intrattenere una conversazione personale con colui che era ritenuto l’unico economista “austriaco” italiano, il professor Enrico Colombatto. Meraviglia delle meraviglie, mi sembrò di parlare con un economista mainstream. Il soggetto in questione, sulla base dei suoi studi “austriaci” contestava completamente la mia visione del futuro economico. In particolare si diede da fare per sostenere le due seguenti idee:
1) Non ci sarebbe stata alcuna crisi del settore bancario finanziario, che io prevedevo come devastante ed inevitabile. Al limite, sempre che ci fosse stata una forte crisi, essa avrebbe colpito solo l’industria e non le banche.
2) L’oro non sarebbe andato da nessuna parte.
Scommettemmo immediatamente (il cardinale può testimoniare): per me l’oro sarebbe salito del 20% nel giro di un anno nelle tre principali valute, dollaro, euro e yen (per la cronaca allora valeva 400 dollari, e 330 euro). Vinsi la scommessa: salì di oltre il 20% in tutte e tre le valute entro l’anno successivo. Meno male che evitammo di scommettere sul lungo termine, avrei potuto portargli via tutto quel che si fosse giocato.
Risparmio altri dettagli di quell’infelice giornata che tuttavia mi illuminò sull’inopportunità di frequentare gente che parla in maniera affettata di tantissime cose del tutto marginali e inutili ai fini della nostra pratica esistenza terrena sempre più terribilmente invasa e minacciata dal predone fiscale e monetario. Perlomeno a quell’evento conobbi di persona Leonardo Facco. L’unico che non cercava salotti, compromessi, poltrone, e patacche da attaccare sul doppiopetto. Aveva capito che davvero qualcosa in questo sistema economico politico e sociale non andava per il verso giusto, ed era pieno di energie e con tanta voglia di fare davvero qualcosa. Ancora come oggi.
Passiamo al secondo episodio, molto più recente. Il novembre scorso, a una conferenza, mi capita di sedere alla stessa tavola rotonda con Oscar Giannino. Come tutti i presenti in sala, portavo gran rispetto per questo personaggio davvero unico e originale, osannato in tutti i circoli liberali, di cui fino a qualche settimana prima non sapevo assolutamente niente (non leggo gli “incartapesce” (i giornali) e non guardo la televisione da oltre dieci anni, scusatemi, ma non conoscevo Giannino come non conosco l’ultimo vincitore del grande fratello e tutti quelli che l’anno preceduto).
Ebbene, nel presentarsi, rimango esterrefatto da una dichiarazione: “Credo nelle banche centrali sempre che agiscano sulla base di regole trasparenti”. Rimango tramortito! Ecco ciò di cui parla Gary North: una contraddizione che parla e cammina, qua, proprio accanto a me! Un economista pro mercato che di fronte alla questione monetaria butta nel cesso tutta la sua coerenza e si schiera a favore del pianificatore centrale, della manipolazione dei tassi di interesse e della massa monetaria, e soprattutto di una istituzione che opera palesemente in violazione dei diritti di proprietà privata. E tutto questo a prescindere da quali stupide regole trasparenti si voglia cercare di imporre al pianificatore centrale.
Non mi sorprende quindi in questi giorni il suo recente schieramento a difesa di quel pericolosissimo strumento di confisca e di trasferimento di ricchezza che viene definito debito pubblico. In Italia una vera e propria montagna, che sta in piedi quasi per miracolo da 20 anni, ma oggi più che mai in grado di franarci addosso da un momento all’altro rigettando questo paese indietro di quaranta anni. Addirittura nel suo ultimo articolo, a proposito del nostro sistema bancario scrive: “Non c’è stata nessuna banca italiana tra quelle segnalate come a rischio in caso di ulteriori guai, eppure la loro capitalizzazione continua a scendere a rotta di collo, a valori veramente assurdi e inaccettabili”.
Davanti a tale affermazione, di cui ho sottolineerei le parole “assurdi” e “inaccettabili”, mi sorgono spontanee almeno quattro domande:
1) L’euforia post pubblicazione degli stress test è durata tipo 10 minuti, ergo, questa volta a differenza dell’anno scorso, non si è fatto infinocchiare nessuno, possibile invece che Giannino dia tutto questo gran peso alla pagliacciata degli stress test?
2) Sa Giannino che le banche operano in regime di riserva frazionaria, in virtù della quale tutte le banche sono intrinsecamente insolventi? Sa che se tutti gli italiani si recassero di colpo a prelevare il 3% dei loro depositi il sistema bancario dovrebbe chiedere alla banca centrale immediato aiuto per non collassare? Sa Giannino che lo Stato Italiano restringe sempre di più le libere movimentazioni di contante anche per prevenire questa eventualità? (by the way, è d’accordo Giannino su queste misure sempre più indegne di un paese libero???)
3) Ha capito Giannino che nel 2008 il sistema bancario finanziario assicurativo mondiale era di fatto in bancarotta ed è stato tenuto in piedi solo con la pompa delle banche centrali che per l’occasione hanno infranto qualunque regola trasparente e persino anche quelle non trasparenti, operando massicci trasferimenti di ricchezza dai contribuenti al settore bancario?
4) Ha capito che un nuovo domino finanziario scaturito dalla “Tragedia dell’Euro”, cioè dalla crisi dei debiti sovrani, potrebbe fare molti più danni del fallimento della Lehman Brothers, soprattutto proprio alle banche italiane la cui solvibilità dipende strettamente dai prezzi artificialmente gonfiati (orami da oltre 15 anni) dei titoli del debito pubblico italiano?
5) Da buon “liberista” non dovrebbe Oscar Giannino accettare i prezzi stabiliti dal mercato come quelli più efficienti e più razionali, soprattutto in una situazione dove la discesa pare essere il risultato non di vendite allo scoperto, ma di vendite del tutto genuine? Personalmente non toccherei le azioni di una banca italiana neanche con soldi regalati e sicuramente non più a lungo di un intervallo temporale di qualche ora/giorno, giusto per sfruttare il classico rimbalzo del gatto morto, in ogni caso al di là delle mie opinioni sul settore, non capisco su quali parametri obiettivi e credibili possa affermare che i valori siano “assurdi e inaccettabili”. Saranno mica gli stessi parametri utilizzati dagli stress test?
Io credo che Giannino tutte queste cose le sappia benissimo, quindi non aggiungo altro. Lascio che ognuno giudichi con la propria testa l’onestà intellettuale dei liberisti che in tutti questi anni mai hanno avuto il coraggio di affrontare la questione monetaria, quella bancaria, quella dei debiti e quella dei derivati alimentati dalla loro stessa finanza “liberista”.
Adesso che il problema è emerso in superficie, fanno capriole a chi la spara più grossa con soluzioni e nuovi compromessi che non servono a nulla se non a:
1) Farsi compiacere da chi ci ha gettato in questa situazione,
2) Far guadagnare al Leviatano, finalmente a un passo dal fallimento, ancora qualche mese di tempo tramite il ricorso a misure disperate.
Ciò che potrebbe realmente beneficiare le vittime di mezzo secolo di trasferimenti di denaro, ridistribuzioni inique di ricchezza, violazione dei diritti di proprietà privata, elargizione ingiustificate di privilegi, è solo una totale reimpostazione del sistema sociale ed economico su basi totalmente diverse da quelle attuali. E più che mai una frammentazione del Leviatano in entità territoriali più limitate e circoscritte e soprattutto in competizione tra di loro, non solo in ambito fiscale ma anche monetario.
Misure e soluzioni del tipo “vendere vendere vendere” per me costituiscono, a questo punto, il classico secchio per svuotare l’oceano, sono misure disperate e avendo sorpassato da lungo tempo il punto di non ritorno, persino inaccettabili. A parte il fatto che liberalizzare e privatizzare sono due cose ben diverse, oggi più che mai le privatizzazioni hanno altissime probabilità di risolversi nello “svendere” la roba buona agli amici pieni di soldi e nel rifilare patacche e altre sòle ai poveri risparmiatori, come del resto si è fatto in Italia negli ultimi venti anni!
Se davvero la situazione dovesse precipitare c’è da augurarsi che i liberisti italiani finalmente decidano di prendere una posizione onesta e coerente, o liberali fino in fondo o statalisti, altrimenti finiranno inghiottiti dallo stesso sistema che per tutti questi anni li ha ben foraggiati a peso d’oro in cambio del loro silenzio sulle questioni davvero rilevanti (e mi auguro per loro che sia stato proprio letteralmente così, visto che pubblicamente non hanno mai creduto nel metallo giallo come denaro spontaneamente eletto dal mercato e come strumento di difesa dalla confisca inflazionistica perpetrata in questi ultimi dieci anni).
Io personalmente mi auguro anche un’altra cosa, in cuor mio: che non abbiano la faccia tosta di riscoprirsi austriaci, presentarsi come tali, e dire che loro avevano previsto tutto, obliterando i meriti (mai riconosciuti) dell’umile sottoscritto, considerato finora da loro niente di più che uno stupido, puro, duro rompicoglioni.
Francesco Carbone




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