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    Smile Cosa c'è dietro un candidato ???

    Analisi perfetta quella di Mario Sechi come da giorni sto anch'io cercando di far capire su questo forum .
    Letizia Moratti è stata una signora a denunciare la birichinata del furtarello della macchinina compiuto o meno dal Pisapia , poco ce ne fotte se si stato amnistiato o assolto in secondo grado , poco ce ne fotte ... da giovane un simile stronzatella poteva succedere a chiunque .
    La Letizia poteva tranquillamente denunciare in quella trasmissione le squallide amicizie giovanili del Pisapia , connivenze amicali con terroristi , fatti incontrovertibili e difficili da smontare . Ecco cosa doveva fare la letiziona , poco furba certamente .
    Inutile stare a scrivere fregnacce sul fatto che oggi Pisapia sia stato beatificato in attesa di essere fatto santo . No, no ... Pisapia ha un passato (... ma non molto passato) che lo condanna inesorabilmente , almeno per quanto riguarda nello specifico quale candidato sindaco di Milano . Il popolo milanese che fesso non è saprà certamente valutare , perdonare l'ingenuo peccato veniale della Moratti ma certamente condannerà chi nel passato ha avuto connivenze scomode ... il passato "è " il presente , inutile starcela a menare alla comunista , dove secondo loro logica le zozzime vanno nascoste perchè oggi si sono cosparsi il capo con la cenere . Le zozzimme non vanno nascoste ma vanno denunciate , e questo vale per tutti .

    Ma continuiamo a parlare di Milano e non con interventi da asilo Mariuccia .hefico:



    Cosa c'è dietro un candidato

    Le campagne elettorali sono contese dure per gente dura. Funziona così in tutti i Paesi e questo è frutto della comunicazione e dell’importanza del leader rispetto al partito. Chi non aspira al "corpo a corpo" è pregato di astenersi.

    Il candidato del centrosinistra a sindaco di Milano Pisapia si rifiuta di stringere la mano alla sfidante, sindaco uscente, Moratti È inutile mettersi a disquisire di bon ton: le campagne elettorali sono contese dure per gente dura. Chi aspira al minuetto e non al corpo a corpo è pregato di astenersi. Funziona così in tutti i Paesi e questo è frutto della comunicazione e dell’importanza del leader rispetto al partito. Fanno sorridere i parrucconi che strillano per i colpi bassi, fanno riflettere invece i comizietti senza contraddittorio delle penne della sinistra che da anni sparano ad alzo zero su Berlusconi, hanno introdotto la spiata del buco della serratura della camera da letto, coniato i peggiori aggettivi per gli avversari e ora strillano come signorine per le ruvidezze della campagna elettorale. Letizia Moratti ha compiuto due errori: il primo è che ha dato una notizia incompleta di un procedimento penale (cosa tra l’altro che fanno tutti giorni i fogli anti-Cav quando riportano stralci dell’accusa senza mai ricordare l'esito finale dei processi); il secondo - quello davvero grave - è che non ha dato una lettura politica alla storia di Pisapia. Il sindaco uscente del Pdl avrebbe dovuto ricordare con puntualità uno scenario ben più serio del furtarello di un’auto di cui Pisapia non aveva bisogno visto che proviene da una ricca famiglia borghese di Milano. La vera storia in realtà è quella di una parte della borghesia progressista della città ambrosiana che cinguettava con i terroristi. Un fenomeno fin troppo poco indagato sul quale è calato un silenzio (quasi) generale. Mentre Walter Tobagi veniva ammazzato, editori, giornalisti, magistrati e avvocati del giro buono di Milano coccolavano gli adepti della P38. Mentre Indro Montanelli veniva gambizzato, il Corriere della Sera dava la notizia omettendo il nome della vittima.

    Mentre le «sedicenti br» ammazzavano, le famiglie illuminate si divertivano a fare la rivoluzione in boiserie e i rampolli degli imperi editoriali del progressismo piazzavano bombe sotto i tralicci lasciandoci le penne (leggere alla voce enciclopedica Feltrinelli). La vera domanda da porsi è dunque un’altra: Pisapia in quale brodo culturale è cresciuto? Ha avuto o no contatti con sagome poco raccomandabili, personaggi poi finiti nella lotta armata? Sono domande che io avrei posto tranquillamente a Pisapia in un confronto televisivo. Ma nessuno l’ha fatto e questo la dice lunga sul conformismo culturale. In America un signore come Pisapia avrebbe avuto serissime difficoltà a sostenere un confronto con la stampa e l’opinione pubblica. Bisognerebbe ricordare la storia dei cacciatori di fascisti che andavano a fare le loro battute al grido di "Hazet 36 fascista dove sei?". Sapete cosa è l’Hazet 36? La chiave a stella che spappolò la testa di Sergio Ramelli a Milano. Pisapia non è un ladro, ci mancherebbe. Ma non può pretendere che in campagna elettorale si metta il silenziatore sul suo passato, le sue idee radicali, le sue amicizie più o meno pericolose. Quando è cominciata la battaglia più cruenta contro Berlusconi e il centrodestra, ormai un paio di anni fa, avvisai e scrissi che l’introduzione del metodo della character assassination nel giornalismo per far secco il Cavaliere avrebbe rappresentato un punto di non ritorno per tutti. Ci siamo. Chi ha seminato vento, sta raccogliendo tempesta.

    Mario Sechi

    13/05/2011

    Il Tempo - Politica - Cosa c'è dietro un candidato
    la giustizia dei Robespierre ancora una volta ha collocato il nostro Paese tra il Ruanda ed il Burundi

  2. #2
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    Predefinito Rif: Cosa c'è dietro un candidato ???

    Altre "verità" uscite sul conto del "beatificato" Pisapia . Una gioventù trascorsa tra aggressioni , sangue ed ammazzamenti ... che sia stato "assolto" per opera e virtù dello Spirito Santo poco importa , nulla toglie che in mezzo alla "merda" ci sia stato .

    E' chi ne porta ancora la puzza addosso non potrà certo aspirare a fare il sindaco di Milano ... dico Milano , mica "Canicattì " dove forse "certe cose " potrebbero anche succedere hefico:

    Storie di estremisti: ecco Pisapia e Boeri negli anni di piombo

    di Luca Fazzo

    Entrambi processati, uno assolto e l’altro prescritto. Il capolista del Pd ammette: "Un’epoca di follia totale". Ma il candidato sindaco tace. I due militavano in formazioni di estrema sinistra ferocemente contrapposte


    Milano - Uno ammette di avere vissuto un’epoca di «follia totale», dove l’aggressione all’avversario era prassi costante. L’altro invece nega qualunque contaminazione, anche in quegli anni remoti, con la violenza politica. Non è facile, raccontare e spiegare le vite parallele di Stefano Boeri e Giuliano Pisapia a chi non ha vissuto l’ubriacatura degli anni Settanta a Milano. Oggi Boeri e Pisapia - dopo essersi scontrati nelle primarie del Pd - sono alleati nella corsa a Palazzo Marino, il primo come capolista, il secondo come candidato sindaco.

    Ma a entrambi è toccato, nel corso di questa campagna elettorale, fare i conti con il loro passato, con i comportamenti di oltre trent’anni fa, quando entrambi militavano nell’ultrasinistra milanese: ma su sponde opposte, e anzi ferocemente contrapposte. Entrambi in quegli anni finirono sotto processo. Le vicende che li portarono davanti alla giustizia sono, per più di un verso, singolarmente intrecciate. Eppure le risposte che i due, il grande architetto e il celebre avvocato, hanno dato su quegli anni in questa campagna elettorale sono, a leggerle con attenzione, assai diverse.
    Stefano Boeri militava nel Movimento studentesco: la componente più smaccatamente stalinista della nouvelle gauche. Pisapia, sei anni più vecchio, navigava nei gruppi nati dalla dissoluzione di Lotta Continua. I due fronti se le davano di santa ragione. Fino a quando il servizio d’ordine dell’Ms ridusse in sedia a rotelle un pittore di murales, Fausto Pagliano, accusato di essere vicino a Lc. È per vendicare Pagliano, raccontano i «pentiti», che nel settembre 1977 nasce il progetto per cui finirà inquisito, arrestato e assolto Pisapia: rapire, riempire di botte, incatramare e impiumare William Sisti, capo del servizio d’ordine dell’Ms, i famosi «katanga». Il progetto abortisce perché un ex di Lotta Continua incaricato di rubare il furgone viene arrestato in flagrante dai vigili urbani.

    Curiosamente, il nome di William Sisti - che poi diverrà un dirigente del Psi milanese - ricorre anche nel processo a carico di Stefano Boeri. Boeri viene accusato di avere fatto parte del gruppo di militanti dell’Ms che nell’aprile 1975 in piazza Cavour aggredisce il neofascista Antonio Braggion, che reagisce sparando e uccidendo il diciassettenne Claudio Varalli. Nel processo in Corte d’assise, Boeri viene prosciolto per prescrizione: ma la sentenza dice che «l’aggressione del gruppo dei giovani fu improvvisa, rapidissima, premeditata, violentissima». A differenza di quanto farà nel suo processo Pisapia (che ricorrerà in appello, chiedendo e ottenendo l’assoluzione piena) il futuro architetto si accontenta della prescrizione. Negli atti del processo, compare il nome del dirigente del servizio d’ordine che guidava quel giorno i ragazzi dell’Ms: William Sisti, lo stesso che l’anno dopo gli ex di Lotta continua cercarono di rapire.

    Lo scorso 8 settembre, Stefano Boeri racconta - in una intervista al Giornale - la sua verità sull’aggressione a Braggion. Dice che l’aggressione al neofascista «andò essenzialmente come dice la sentenza». Punta il dito contro i dirigenti del servizio d’ordine dell’Ms, anche senza fare il nome di Sisti: «La decisione dei nostri capi fu quella di andare all’attacco». Ma poi aggiunge: «La morte di Varalli mi fece capire la follia totale di quello che accadeva. La verità è che c’era un abisso tra le nostre illusioni e la realtà che ci circondava».
    Sono storie ingiallite dal tempo, e la furibonda violenza intestina, i regolamenti di conti tra diverse fazioni che laceravano l’ultrasinistra milanese di quegli anni sono forse impervie da capire per chi quegli anni ha avuto la fortuna di non viverli. Ma le carte di entrambi i processi, quello a Boeri e quello a Pisapia, raccontano bene come nell’ultrasinistra di quegli anni la divisione ideologica producesse odio senza quartiere, come non ci fossero steccati che separassero la politica dalla violenza, come la deriva terrorista sia nata a ridosso di quei furori: negare di avere incrociato quei percorsi è, per usare un termine in voga allora, antistorico. «Se si vuole ragionare su quegli anni, ben venga una riflessione comune», dice ora Boeri. Un auspicio al quale, almeno finora, Pisapia non si è accomunato.


    Storie di estremisti: ecco Pisapia e Boeri negli anni di piombo - Interni - Pagina 2 - ilGiornale.it del 13-05-2011
    la giustizia dei Robespierre ancora una volta ha collocato il nostro Paese tra il Ruanda ed il Burundi

 

 

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