
Originariamente Scritto da
Edmond Dantes
L’individuo sensibile, davanti a certi sconsiderati clamori è indotto alla meditazione.
Nel tempo che viviamo quella creatura assiste passiva all’osceno, inqualificabile e vergognoso spettacolo messo in scena dai telegiornali e da certi media che usano la telecamera come il boia usa il patibolo.
Mi riferisco alle ultime ignominiose immagini mandate in onda nei notiziari con la stessa cura e la medesima disinvoltura con cui una mannequin percorrendo la passerella dell’atelier mostra, oltre alle proprie beltà, la nuova veste lanciata sul mercato dallo stilista di turno.
Un pret-a-porter dell’orrore.
Esibire il volto di un uomo qualsiasi, prelevato con forza dalla propria ordinaria esistenza, per essere condotto dove nessuno mai vorrebbe, costituisce la rappresentazione iniziale di una tragedia personale e familiare che dovrebbe essere oscurata agli occhi di tutti.
Ciò che dovrebbe rimanere recluso nel recesso della immaginazione concepita dalla divulgazione di una notizia viene mostrato ex abrupto al mondo.
Accade così, che mentre noi, intenti all’ora di cena a consumare un pasto riuniti in famiglia nella sospirata tranquillità dopo gli affanni del quotidiano vivere, in quella salubre distensione che solo la propria dimora può offrire, volgendo lo sguardo distratto in direzione del televisore, scorgiamo, in quel vorticoso andare e venire delle immagini, il volto devastato dalla sofferenza dell’uomo arrestato, ammanettato, dallo sguardo perdutamente vitreo, afferrato dalla morsa dei due energumeni ai quali lo Stato ha affidato il triste compito di aprire un lungo, doloroso e tragico percorso che lo segnerà per sempre. Un inverno terrificante che già si scruta all’orizzonte dove la notte è percorsa dal freddo vento di aneliti assorbiti dall’abbattimento. L’oscurità diventa sempre più profonda.
Il gelido fiato della morte civile.
E’ giusto, è doveroso che la giustizia segua la violazione della legge.
E’ sacrosanto che l’uomo che infrange il codice penale soffra a causa della condotta scellerata che ha tenuto.
Senza giustizia la società muore. Con la giustizia la società vive.
Strauss-Khan se ha sbagliato deve pagare il suo tributo al consorzio sociale oltre che alla sua vittima.
Ma, in generale, che diritto ha lo Stato di ostentare il viso disfatto di un criminale, quand’anche lo fosse, il cui disfacimento morale è disegnato persino dai contorni di una faccia dalla barba incolta e dall’espressione afflitta degli occhi nei quali cogliamo tutto lo spavento di essere nelle mani altrui, di avere smarrito, forse per sempre, quel solenne diritto ad essere libero, alla autogestione, donatogli dal Creatore al momento della nascita?
Non entro certo nel merito delle accuse. Qualunque esse siano. Strauss-Kahn sino al momento prima del suo arresto era un pericoloso avversario politico di Sarkozy. Era uno di sinistra. Di segno assolutamente contrario alle mie idee. Potrei godere per questo. Non è così.
Era un uomo potente. Forse il più potente della terra. Non dimentichiamo che finanziariamente tutti gli Stati del pianeta erano assoggettati alle volontà ed agli umori di quest’uomo.
Ma forse proprio qui si annida l’ombra del dubbio.
Il proponimento di questa riflessione non lo riguarda affatto.
Riguarda invece quella ostentazione cui ho fatto cenno: mostrare la mondo come l’uomo diventi cane.
Infatti. Ci commuoviamo davanti al povero animale ristretto in una gabbia, finito al laccio dei suoi persecutori solo perché non aveva un padrone.
Si potrà osservare che il cane non ha commesso nulla di male. Vero. E’ anche per questo che ci emozioniamo.
Si deve altresì considerare che l’uomo prigioniero si colloca tra coloro nei confronti dei quali non è stata accertata la responsabilità del delitto. Esiste unicamente il sospetto.
E’ giusto che venga acciuffato.
Non è giusto che venga esibito.
Siamo proprio sicuri che vetro della coscienza di chi apprezza, di chi invoca, di chi condivide questo genere di rassegne, non sia depositato neppure un granello di polvere?
Il turbamento di certe immagini ci sconvolge sempre. Ma in tempi come questi la gogna, quella spaventevole berlina, è la regola.
E’ disgustosa.