
Originariamente Scritto da
Melusine
Visto ieri.
Bellissimo. Una regia raffinatissima (premio a Cannes meritatissimo), una colonna sonora incredibile.
Drive è un film d'azione dove il ritmo è dato dai vuoti e dai pieni, dalle frenate e dalle accellerate (oltre che da salti temporali in avanti e indietro che spesso anticipano l'azione, ma stranamente contribuiscono ad aumentare la tensione piuttosto che a diminuirla).
Drive come la battuta all'inizio del film. "What do you do for a living?" "I drive".
Ma drive anche come spinta, motivazione, impulso.
Che cos'è che spinge questo personaggio profondamente solo, di cui non sappiamo nulla (non c'è back story)? Che cos'è che lo fa scattare in impeti di estrema violenza, all'improvviso, allo stesso modo con cui, con calma glaciale, spinge sull'accelleratore? Non lo sappiamo. Sappiamo che viene dal nulla e torna nel nulla, e sappiamo che finché la sua vita è sotto il suo controllo non perde un colpo, come i motori che ripara, meccanismi veloci e precisi, che assolvono al loro compito.
Lui ha una teoria, che espone ai clienti che lo assoldano come autista per la fuga dopo le rapine: " Ti aspetto precisamente cinque minuti. Un minuto prima, un minuto dopo, sei solo." Cioè, l'imprevisto non è contemplato. Lui non si occupa degli imprevisti.
Ma appena entrerà in scena un'aspirazione, un sentimento, l'inaspettato sentimento di tenerezza per Irene e il figlio Benicio, lo vedremo tremare, sudare, esporsi al pericolo e violare il proprio codice di sopravvivenza.
La musica che ci accompagna è un'elettronica che riecheggia il battito del cuore, alla Underworld, intervallata da un pop cantato quasi zuccheroso. "A real hero, a real human being" dice il testo della canzone.
Un uomo che si sacrifica per una donna e un bambino.
Drive è un noir vecchio stile, che come tutti i veri hardboiled è profondamente romantico e profondamente estetico, come veramente esteti e romantici sanno essere solo i cinici. Los Angeles, come in Collateral, diventa un mondo a parte, astratto, un palcoscenico con una luce fredda, anestetizzata, dove si muove un uomo senza identità, senza nome, distaccato, preciso e taciturno. Cosa lo muove? Non i soldi, non l'ambizione, non l'amicizia per il suo capo all'officina, Shannon.
Sarà il calore della normalità, il rapporto delicato e rispettoso con una ragazza madre, a scombussolare il meccanismo a orologeria della sua vita. E a fargli fare degli errori. Che però lo rendono finalmente umano, specialmente quando si specchia per un attimo nello sguardo pieno di orrore di lei, in una delle scene più belle e struggenti che io abbia visto al cinema di recente.
Più umano, ma non meno solo.
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