Ratko Mladič: ultimo anelito dell’orgoglio europeo
di Fabrizio Fiorini
Ratko Mladič: ultimo anelito dell’orgoglio europeo
La pornografia “classica” ha perduto oramai la sua vis scandalistica, nel sazio e disperato occidente: un nudo, un atto sessuale fotografato o filmato, non destano più il trasalimento neanche dei topi da sagrestia. Resiste però, anzi, ogni giorno che passa aumenta la sua capacità di evocare indecenza e turpitudine, una nuova pornografia, tutta occidentale e democratica: quella delle idee e degli uomini liberi.
Al di fuori del recinto delle idee concesse, quelle che trovano spazio nei grandi giornali, nella grande informazione, nelle università, nei grandi partiti-fotocopia l’uno dell’altro, vi sono delle idee messe ai margini, la cui pericolosità, il potenziale consenso di cui potrebbero beneficiare, la cui predisposizione a disturbare i manovratori più o meno palesi delle sorti del mondo le ha relegate alla cattività sociale, a peregrinare nel deserto lontane dalle mura della civitas. Il socialismo, il nazionalismo, l’opposizione alla dittatura delle banche, all’unilateralismo statunitense, alla protervia del sionismo, sono tra queste. Alcune proiezioni di queste idee, manifestatesi storicamente nelle figure di uomini liberi o nel coraggio di posizioni - politiche o culturali, etiche o sociali – estremamente eretiche, sono state spinte a viva forza ancor più distanti dal limes, non appartengono più al pur escluso dominio della barbarie. Sono pornografia, devono destare ribrezzo, sono bestemmia, sono l’indicibile, sono la giustificazione morale all’istituzione del reato d’opinione moderno: il revisionismo storico ne è un esempio; o il non riconoscimento dello stato d’Israele. Quanto agli uomini, non pochi di recente sono stati assegnati a questo dominio dell’oblio e della vergogna: il presidente Saddam Hussein è stato uno di questi; forse non si è arrivati a parlare di lui facendo riferimento ad abat-jour in pelle umana, ma la mitologia del mostro è stata costruita con particolare perizia dagli istituti di guerra psicologica: costringeva i giocatori della nazionale di calcio a giocare con una palla di cemento qualora avessero perso una partita, cibava le sue guardie del corpo con carne cruda, si circondava di collaboratori quali – cito la stampa dell’epoca - il “dottor Morte”, “mister Antrace”, la “dottoressa Germe”. Bontà loro, Rockerduck e Crudelia De Mon ce li hanno risparmiati.
Analogamente la propaganda e la disinformazione si mossero nei tardi anni Novanta. Quando la Serbia e il Montenegro (all’epoca ancora – per poco – Jugoslavija) furono prese di mira dalla pianificazione normalizzatrice della politica estera statunitense in Europa e contestualmente da qualche decina di migliaia di tonnellate di bombe, esprimere vicinanza ai serbi in pubblico scatenava delle reazioni sociali simili a quelle riservate ai molestatori di ragazzine nei parchi pubblici. C’era Miloševič, il “macellaio dei Balcani” alla guida di un partito socialista che nell’arco di pochi mesi passò dall’inviare delle applaudite “delegacije” ai festival de l’Unità all’essere considerata quasi alla stregua della Nsdap. Poi il presidente jugoslavo è stato democraticamente suicidato in una confortevole casa circondariale nei Paesi Bassi e piano piano ai serbi sono cadute corna, code a punta di freccia, forconi e artigli e sono tornati ad essere umani. O meglio: quasi umani. C’era da pagare ancora l’ultimo pegno: arrestare Ratko Mladič. E proprio in questi giorni giustizia atlantica è stata fatta.
Il generale Mladič, comandante delle forze armate della Repubblica serba di Bosnia, è stato accusato delle peggiori nefandezze commesse nel corso delle guerre civili jugoslave, quando nella realtà, invece, il generale era stato – oltre che un eccellente uomo d’armi – un uomo di pace come pochi altri lo sono stati nello scenario politico e militare che caratterizzò la disgraziata regione d’Europa in quegli anni. Le testimonianze che provano questa sua vera natura sono innumerevoli, ma ormai la sua sorte doveva seguire quanto già stabilito altrove: la Serbia doveva eliminare il “boia di Srebrenica”. Chi volesse approfondire quanto realmente avvenuto nella cittadina bosniaca potrà consultare l’eccellente studio “Il dossier nascosto del ‘genocidio’ di Srebrenica” (ed. La Città del Sole, Napoli 2007). Nella sostanza il ruolo del generale Mladič nella vicenda fu del tutto estraneo a ogni sorta di violenza pianificata, violenza nei cui confronti si oppose con tutta la sua autorità, premurandosi personalmente di punire e sanzionare quanti tra i suoi soldati si fossero macchiati di sporadici episodi criminosi. Ma la trappola era scattata, e hai voglia poi a fare dossier e contro-inchieste: il boia era lui. E Srebrenica fu fatta assurgere agli onori di “nuova Auschwitz”, nuovo dogma la cui messa in discussione comporta appunto la più completa esclusione sociale, politica e culturale: è la nuova pornografia culturale, il nuovo tabù.
In Serbia (e nelle regioni serbe della Bosnia), per quando il verbo demo-politicamente-corretto si stia insinuando anche colà con crescente incisività, conoscono bene la realtà dei fatti: il generale, con grande scorno delle Del Ponte e dei coniugi Clinton, è ancora ritenuto un eroe. Peccato che tra i serbi che invece hanno perduto il senso dell’orgoglio e della sovranità nazionale figurino proprio i membri dell’attuale governo “democratico”. Il presidente Tadič, mettendo da parte gli ultimi scampoli di vergogna, se ancora ne aveva qualcuno, appena dopo l’arresto ha strombazzato “adesso l’Ue deve accoglierci!”. Senso della decenza, questo sconosciuto. Come se non bastasse, l’arresto è avvenuto proprio mentre la rappresentante della politica estera dell’Unione europea, mrs. Catherine Ashton, era in visita a Belgrado.
Con Mladič, dietro le sbarre atlantiche finisce uno degli ultimi rappresentanti dell’orgoglio d’Europa. Uno degli ultimi uomini che ha voluto dimostrare oltreoceano che l’Europa non aveva perduto la sua forza, anche militare; uno degli ultimi ribelli alle preponderanti forze coloniali. Col generale finisce dietro le sbarre un soldato del Novecento. Con la sua sobria divisa da ufficiale, le batterie d’artiglieria, le trincee, i binocoli, le mappe, a difendere il concetto di sovranità nazionale in un fazzoletto di terra nel cuore d’Europa, costringendo gli yankee a venire a combattere ancora in un continente che s’illudevano di aver domato cinquant’anni prima. Forse anche lui, come noi, era convinto che una volontà formidabile è capace di perseguire uno scopo per migliaia di anni…
27 Maggio 2011




Rispondi Citando

