Articolo tratto dal sito "IRLANDA NOTIZIE"
http://www.geocities.com/CapitolHill...179/index.html
L'I.R.A. dall'interno
Reportage americano di Rory NUGENT, pubblicato nell'Agosto 1994
dal mensile Spin Magazine di New York (titolo originale Inside the IRA).
Il giornalista americano Rory Nugent nell'inverno 1993/ 1994 ha trascorso alcuni mesi in Irlanda del Nord per preparare questo reportage e il breve articolo che ad esso segue. Ne offriamo la traduzione italiana perché il ritratto dall'interno che fa del Movimento Repubblicano e della situazione nelle 6 Contee è ancora attuale, nonostante i quattro anni passati e l'accordo del 10 Aprile 1998, e permette di conoscere meglio gli attori del conflitto e la vita quotidiana della popolazione nazionalista nella parte dell'Irlanda ancora facente parte del Regno Unito.
Gli autocarri dell'Esercito britannico si schierano tutto intorno mentre le truppe invadono il quartiere alla ricerca di armi appartenenti all'Esercito Repubblicano Irlandese. I soldati puntano i loro fucili contro tutto ciò che si muove. Cani ed esseri umani, uccelli e fumo dei camini, tutti sono bersagli a Belfast Ovest.
La gente che torna dalla prima messa si accorge dell'agitazione in corso nel quartiere, e fa dietro front. Non è la prima volta che questo succede, e conoscono bene la procedura. Sono terrorizzati dall'umiliazione dell'essere sottoposti a fermo senza motivo, dalle serrature rotte, sfondate, specialmente se le loro case sono nella lista degli obbiettivi. Così si allontanano per rimandare la sofferenza. Io invece resto a guardare. Un gruppo di poliziotti e soldati mi sorveglia. Gli strumenti di sorveglianza a bordo di tre elicotteri ci tengono tutti sotto controllo e, come dèi del cielo, ascoltano tutto.
Quattro appartamenti vengono messi completamente sottosopra prima che i cani da fiuto siano premiati con bocconcini e carezze per avere individuato un lanciagranate dell'IRA e sei razzi sotto le assi di un pavimento di legno. Mentre le truppe sfilano fiere, ostentando l'equipaggiamento catturato perché tutti lo possano vedere, un poliziotto mi si avvicina e mi dice: "È stata una buona caccia e una buona giornata."
"È soltanto un giorno come tutti gli altri, stronzo, un giorno come tutti gli altri," ringhia sottovoce alla mia destra un abitante del quartiere. Ma quando un elicottero balza innanzi verso di lui cercando un migliore angolo di osservazione, si tuffa dietro a un edificio.
Le telecamere degli elicotteri possono leggere gli ingredienti su un sacchetto di patatine a una distanza di quasi ottocento metri; i loro microfoni possono isolare la voce di una sola persona tra migliaia che fanno il tifo a un incontro di calcio. Quest'uomo, senza dubbio, si è appena guadagnato qualche aggiunta al dossier elettronico che lo riguarda. Mentre io non l'ho più visto dopo, domandandomi se fosse finito in galera o, semplicemente, se ne stesse in casa, al riparo dalla pioggia continua, con ogni probabilità la polizia sa tutto di tutti i suoi movimenti.
I servizi segreti britannici, l'MI5 (Military Intelligence 5) e l'MI6 (Military Intelligence 6), hanno trasformato l'intera Irlanda del Nord in una gigantesca banca dati che essi possono scandagliare per ottenere informazioni. La rete opera sotto diversi nomi di codice, come Vengeful ('Vendicativo') e Crucible ('Prova del fuoco'), trasferendo nella realtà di tutti i giorni l'incubo di Orwell. Telecamere e dispositivi d'ascolto si protendono dagli edifici, dai ripetitori della radio, dai pali dei telefoni, dagli alberi, dai baracchini dei gabinetti pubblici; e si celano dietro gli specchi, i pannelli dei soffitti, gli schermi, le ventole. Questi occhi ed orecchie elettronici sono collegati a super computer che analizzano le minuzie della vita di ogni giorno per costruire modelli di comportamento previsto. Qualunque variazione spinge le autorità a decidere se, e che cosa, occorra fare. Allo stesso modo, la rete telefonica viene esaminata elettronicamente alla velocità di più di un milione di telefonate al minuto, allo scopo di individuare conversazioni che si sospettano essere utili all'IRA. Dall'istante stesso in cui viene pronunciata una parola o una frase chiave, la chiamata viene registrata e un detective si occupa del caso. Ma i miei amici di Belfast continuano a correggere la mia percezione di questo sistematico spionaggio. Essi assicurano che non si tratta di un grosso problema; hanno imparato non solo ad adattarsi alla sua presenza, ma anche ai modi per far sì che il sistema si ritorca contro se stesso. Una sola telefonata, infatti, può spedire centinaia di soldati britannici a inseguire il richiamo di uno specchietto per le allodole, lasciando così scoperta una zona dove l'IRA potrà attaccare.
Qualche giorno dopo, nel quartiere dove erano state trovate le armi, Jimmy mi invita a prendere un tè da lui. Jimmy è un vedovo settantenne, e vive nella stessa casa di due camere in cui aveva contribuito a far crescere otto figli. Sopra il sofà sdrucito una fotografia incorniciata attira la mia attenzione, e Jimmy me la presenta con queste parole: "Belfast nel 1931, al tempo della Depressione."
In primo piano, col dorso rivolto alla macchina fotografica, alcune dozzine di poliziotti e di soldati puntano i fucili contro una folla di giovani che estraggono le pietre del selciato e le lanciano. Verso i lati della foto, all'ombra di squallide case operaie, alcune madri sorreggono gli infanti con un braccio mentre protendono l'altro ad indicare, con gesto di accusa, le uniformi. Sullo sfondo i pinnacoli di Dio e del commercio, campanili e ciminiere, perforano un cielo macchiato dalle pietre che volano a mezz'aria.
Jimmy annuisce quando riconosco il luogo ripreso nella foto: Beechmount Avenue, tenace quartiere cattolico non lontano da qui. Qualche giorno dopo la perquisizione, l'IRA ha attaccato con razzi due autoblindo della polizia che pattugliavano la zona. Uno dei proiettili ha fatto cilecca, rimbalzando sulla porta di un'autoblindo senza fare danni; l'altro è stato letale, esplodendo dentro al secondo veicolo, strappando gambe e aprendo il tetto del blindato come fosse una scatola di sardine.
Jimmy mi ordina di studiare con cura la fotografia. Non avrò il tè fino a che non vi identificherò i particolari che il tempo e la guerra hanno cambiato. Dopo 60 anni non molto è diverso, e mi ci vuole un po' per notare che le ciminiere oggi non ci sono più, fatte probabilmente crollare negli anni Settanta, quando la locale industria tessile andò a catafascio. E nel luogo ove nella foto sorgeva un panificio, oggi c'è un terreno abbandonato trasformato in discarica di rifiuti.
"Era tanto tempo fa, forestiero." Jimmy mi conduce dentro alla fotografia. "I ragazzi oggi portano le scarpe e i pantaloni lunghi. E tirano granate, non pietre... E guarda i fucili. Nessuno ha più gli Enfield. Tutte e due le parti usano fucili automatici: Armalite, Kalashnikov, Uzi..."
Mi indica un suo cugino tra i ragazzi della foto; Jimmy quel giorno era ad un paio di isolati di distanza, anche lui intento a tirare sassi alla polizia. Tutti i suoi amici d'infanzia si erano arruolati nell'IRA, dice Jimmy; si trattava di una tappa obbligata del diventare adulti a Beechmount, quartiere povero. E se domani Jimmy trovasse la lampada di Aladino, e il genio esaudisse il suo desiderio di tornare giovane, si arruolerebbe di nuovo. I cattolici vengono ancora trattati come cittadini di seconda classe, mi dice, e si scontrano con la stessa discriminazione istituzionalizzata che venne loro imposta nel 1921. "Prova a trovare un lavoro," dice con tono di sfida.
Che un cattolico trovi lavoro è molto poco probabile. Il tasso di disoccupazione di Beechmount è quasi del 70 per cento. Gli abitanti vivono del sussidio, costretti a tirare avanti con una media di 56 dollari alla settimana, cosa non facile in una città dove un pacchetto di sigarette costa 4 dollari e il cibo è più caro che a New York o a Londra. Nel 1993 da una indagine governativa sul milione e mezzo di abitanti dell'Irlanda del Nord risultò che mentre il 24 per cento dei maschi cattolici era senza impiego la percentuale discendeva al 10 per cento per quanto riguarda la forza lavoro protestante. Il differenziale tra i due settori della popolazione è rimasto stabile dal secolo scorso, tanto nei periodi di espansione economica quanto in quelli di depressione. Sebbene oggi vi sia una borghesia cattolica emergente, composta per la maggior parte da medici e avvocati che hanno approfittato della fine forzata della discriminazione del sistema universitario negli anni Sessanta, ancora adesso un ragazzino cattolico ha molte più probabilità di finire in galera che all'università.
Jimmy va in cucina per fare il tè, da cui si diffonde un aroma fresco e confortevole. La freschezza è rara nell'Irlanda del Nord, che invece produce avvizzimento e fa del dolore una industria domestica. È come se il passato, come disse una volta l'esploratore Trader Horn, non avesse ancora esalato l'ultimo respiro. La comunità protestante non si è liberata da una mentalità da assedio, sviluppatasi nel secolo scorso, che la rende sospettosa di ogni novità e timorosa di cedere anche di un solo centimetro. Tra i cattolici si prova il senso di frustrazione che viene da un'opera non finita, la sensazione che in realtà non potrà cambiare nulla fino a che l'Irlanda non sarà unificata. Questo rende la cultura immobile, con poco altro da celebrare se non il conflitto. Il progresso è stato tenuto in ostaggio da generazioni di pistoleri, gli uni con le maschere e gli altri con gli elmetti, intrappolati in una guerra che era finita, in teoria, nel 1921. In quell'anno venne firmato il Trattato Anglo-Irlandese, che divise l'isola in due parti: nel Sud una repubblica di 26 contee; e nel Nord un avamposto dell'Impero britannico, con 6 contee e 14.000 chilometri quadrati. Da come risulta essere la situazione oggi, quel documento si limitò soltanto a trasformare un inferno in un fuoco costante.
Mi distraggo da questi pensieri quando Jimmy esce dalla cucina, mi passa accanto veloce, apre la porta di casa, e grida "vaffanculo!" a un soldato foruncoloso, in piena tenuta da combattimento. "Esci dal mio giardino!"
Dalla finestra vedo che il soldato-ragazzino torna con un salto dall'altra parte del muretto, alto fino al ginocchio, che delimita un piccolo riquadro coperto di erbacce e vetri rotti. "Mi scusi, signore," dice con accento di Liverpool. Alla vista di una pattuglia dell'Esercito britannico e di due poliziotti che discendono la strada, Jimmy impreca di nuovo, mostrando il suo disappunto. Richiude la porta e di colpo desidera avere un cane addestrato a mordere i soldati inglesi. "Un mastino o un rottweiler sarebbe quello che ci vuole."
Jimmy osserva dalla finestra, e non smette più di parlare delle truppe della Corona inglese, che per secoli e secoli sono state una presenza fissa in Irlanda. Esse arrivarono dopo che l'unico papa inglese di nascita, Adriano IV, aveva emanato nel 1155 una bolla papale che conferiva al re inglese Henry II il titolo di Signore dell'Irlanda. Al momento attuale, ci sono quasi 20,000 soldati stanziati nell'Irlanda settentrionale, e un buon numero di essi infesta il quartiere di Beechmount giorno e notte. Jimmy li paragona a formiche alla continua ricerca di barattoli di miele pieni di armi dell'IRA; riserva invece analogie scatologiche agli 8.000 poliziotti della Royal Ulster Constabulary (RUC). A differenza dei 'bobbies' britannici, il normale poliziotto della RUC è armato fino ai denti. Nonostante questo armamento, senza la presenza di una scorta di soldati essi si avventurano di rado fuori dalle loro autoblindo. Dato che sono tutti reclutati in Irlanda del Nord, i poliziotti sono bersagli privilegiati sia per l'IRA, sia per i gruppi paramilitari lealisti, e tra questi soprattutto la Ulster Defence Association (UDA). L'IRA li considera traditori della patria irlandese, mentre la UDA li considera traditori del loro retaggio protestante, in quanto ostacolano i guerriglieri lealisti.
Jimmy si accorge del mio scarso interesse per la sua tirata, e passa a parlare della Dichiarazione di Downing Street (Dicembre 1993), l'ultima iniziativa di pace di Londra. "Con quel pezzo di carta non mi ci pulirei nemmeno il culo," commenta. Più di 3.100 persone sono morte in Irlanda del Nord nel corso degli ultimi 25 anni di conflitto, un periodo crudele che è stato soprannominato "The Troubles" [= 'I Disordini', espressione eufemistica per indicare il conflitto, N.d.T.], e Jimmy ritiene che ne moriranno un sacco d'altre prima che si arrivi ad una soluzione attuabile. Come molti nazionalisti intransigenti, egli vede il futuro entro una chiave di lettura rigida, a suo agio con la convinzione politica che il potere delle pallottole è più importante di quello delle schede elettorali. E quando considera il passato, la storia della lotta che ricostruisce è addomesticata, piena di gloriosi avvenimenti e di epiche campagne militari, ma senza traccia degli sbagli, dei voltagabbana e degli assassini. È comunque disposto a seguire la linea politica indicata dal Sinn Fein, il braccio politico dell'IRA. "Una scissione nel movimento sarebbe la cosa peggiore di tutte," dice. Negli ultimi tempi, il Sinn Fein si è mobilitato in favore di una pace negoziata. Il partito ha detto che le parole della Dichiarazione di Downing Street non sono chiare, e vuole ricevere una risposta alle 20 domande che il linguaggio ambiguo del documento lo ha spinto a porre. La replica di Londra a metà Maggio del 1994 ha chiarito alcuni punti oscuri, ma mancano ancora i dettagli e l'indicazione delle scadenze del negoziato proposto. È però certo l'impegno del Sinn Fein a far sì che la violenza non sia più lo strumento dell'agire politico in Irlanda del Nord. Il presidente del partito, Gerry Adams, che a quanto si dice è stato un tempo volontario dell'IRA, è convinto che se vi sarà un accordo giusto al tavolo di pace l'IRA deporrà le armi.
Sono venuto in Irlanda del Nord per scoprire che cosa la stessa IRA abbia da dire al proposito, e mi interessa sapere come si prepara al futuro. Potranno i suoi volontari adeguarsi a una situazione di pace, conducendo la stessa vita prosaica che la maggior parte di noi conosce così bene da passare intere ore a fantasticare fughe nell'avventura? Dopotutto, i volontari dell'IRA non solo hanno scritto nei fatti il libro della guerra di guerriglia, ma lo hanno aggiornato di anno in anno. Essi incarnano l'immagine di un corpo armato terroristico disciplinato ed esperto, e perciò hanno un posto nell'immaginario collettivo. Ma saranno sufficientemente forti, sia in quanto gruppo sia in quanto individui, da ricostruire su basi nuove il loro proprio mito e da porre dietro di sé ciò per cui avevano rischiato le loro vite, la guerriglia da loro pianificata, organizzata, e condotta per decenni?
Mi era stato suggerito che Jimmy poteva forse farmi avere un contatto con la dirigenza dell'IRA. Infatti uno tra i suoi figli più giovani è rinchiuso nei Blocchi H della prigione di Long Kesh, e si dice che sia un dirigente dell'IRA, e che usi suo padre per trasmettere messaggi tra la galera e l'esterno. Mentre beviamo il tè rispondo alle domande di Jimmy su come sono cresciuto nella mia famiglia irlandese d'America, con parenti che si rifiutavano di usare la marmellata di arance perché era non solo inglese, ma dello stesso colore dell'Ordine d'Orange. Gli racconto il mio primo ricordo della matematica, quando mio nonno O'Donnell mi teneva sulle ginocchia e mi faceva ripetere: "26 più 6 è uguale a 1: una sola Irlanda."
Il reportage che desidero fare, ammetto, è da un solo punto di vista: quello da dietro la maschera del guerrigliero.
Alla fine Jimmy mi dice: "Come posso esserti d'aiuto?". Allora gli chiedo se mi può presentare ad amici di suo figlio. Egli posa la tazza di tè e giocherella con un coltello, mentre mi guarda da capo a piedi, come se stesse considerando come tagliare una porzione di montone. Subito dopo, col coltello ancora in mano, mi accompagna alla porta. Si è ricordato all'improvviso di un appuntamento a cui non può mancare.
Così salgo sulla macchina a noleggio per l'ennesima volta, chiedendomi se entrerò mai in contatto con l'IRA. Le persone che ho incontrato mi hanno offerto il loro tè, e il racconto di molti ricordi, ma non i loro contatti con l'IRA. L'Esercito Repubblicano Irlandese con me sta dimostrando di essere una entità inafferrabile, proprio come dicono sia. Esso perlopiù è attivo di notte, e sempre in piccoli gruppi. Nella nostra epoca televisiva, che rappresenta come superstar i capi guerriglieri, l'IRA sembra un ritorno ad un'altra epoca, quando la segretezza era la chiave del successo. L'IRA non fa la corte ai giornalisti, e, cosa più notevole, non teme l'anonimato. Infatti esso gradisce essere rappresentato come una forza invisibile, in grado di colpire in ogni luogo e in ogni momento. Per mostrare la sua esistenza di esercito permanente sono sufficienti alcune rapide apparizioni pubbliche, come guardia d'onore ai funerali. Come ci si aspetterebbe, l'IRA si nasconde dietro una cortina di silenzio, ma è impossibile dire se tutti stanno zitti per fedeltà, per paura, per ignoranza, o per qualunque combinazione delle tre. Il pomeriggio passato con Jimmy mi sembra un'ulteriore riprova che mi sono mosso finora nel modo più sbagliato. Non è possibile entrare in contatto con l'IRA attraverso terzi.
Stabilire contatti con l'IRA, come alla fine mi sono reso conto, è un lento processo che quello che viene da fuori può in qualche suo stadio catalizzare, ma mai controllare. La fiducia dei Repubblicani deve essere guadagnata, e poi continua ad essere messa al vaglio costantemente. Vengono creati artificialmente degli ostacoli, e lo svilupparsi dei contatti viene graduato. Alle amicizie che possono nascere non viene mai permesso di maturare, per evitare dolori aggiuntivi, se si scopre che quello che viene da fuori è un agente degli Inglesi. Il primo esame sembra essere infine giunto al termine solo la volta che uno con cui ho cenato mi passa un invito da parte di "qualcuno di importante. Vuole incontrarti... È un incontro a sorpresa, quindi non dirlo a nessuno."
La mattina dopo, la cameriera del mio albergo scherza con me quando mi porta il caffè. "Un signore," aggiunge, "è venuto prima a cercarla. Ha detto che l'incontro è stato spostato alle dieci di stamattina."
"Com'era quel signore?"
La cameriera non ricorda: il signore è arrivato proprio quando un gruppo di quattro clienti stava dando le ordinazioni per il break fast. "Credevo fosse un suo amico. Non lo conosce?"
Belfast fu fondata nel nono secolo dai Vichinghi, venuti dapprima a saccheggiare, e poi a commerciare, con la società tribale indigena. Un insediamento sorse vicino alla foce del fiume Lagan, e nel corso dei secoli le foreste circostanti vennero abbattute e i tratturi per le mucche si trasformarono nelle stradine tortuose di una città. Solo nel XVIII secolo si cominciò a pianificare e a costruire vie diritte. Come risultato, le mappe stradali di oggi assomigliano a labirinti medioevali, con indicazioni illeggibili. Dal momento del mio arrivo cinque settimane fa, non è passato un giorno senza che mi perdessi; così parto dall'hotel con un'ora di anticipo, per arrivare in tempo all'appuntamento a sorpresa.
Con venti minuti di ritardo, entro nel caffè dove era fissato l'incontro. Il posto è strapieno. Sembra che tutti quelli che sono andati a messa nella vicina chiesa si siano dati appuntamento qui, per prendere un tè dopo l'Eucaristia. Mi faccio strada con difficoltà da un lato all'altro del locale senza riconoscere nessuna faccia familiare, e prendo posizione vicino alla cassa. L'attesa comincia, e continuo a toccarmi l'orologio che ho in tasca senza guardare l'ora, sicuro che controllare servirebbe solo ad aumentare il senso di disappunto che mi striscia dentro. Perché sono in ritardo. Perché ho mandato tutto all'aria.
Mi viene servita la quarta tazza di tè, e mentre vado a pagare mi sento battere sulla spalla da un uomo con un cappello spiegazzato. "Lascia stare il tè," dice. "Andiamo." Solleva tre dita in aria. Alla mia sinistra un uomo barbuto con spalle da scaricatore di porto annuisce, e mette una moneta nel telefono a pagamento. La mia guida mi fa strada fuori. "La macchina blu," mi dice. Una donna è appoggiata al cofano. Ci vede avvicinare, tira su il bavero del cappotto, dà un solo colpetto sul metallo, e se ne va in un'altra direzione, tutta curva, camminando proprio contro la piena forza di una folata di vento di Febbraio. Se Belfast fosse dentro a una cupola, ripetono sempre gli abitanti, sarebbe il migliore posto al mondo per viverci.
"Dove andiamo?"
Il motore si mette in moto. "Amico, tu sarai l'ultimo a venirlo a sapere." La macchina si immerge nel traffico.
Dopo la sesta svolta a U, smetto di contare tutte le volte che invertiamo la direzione o che facciamo giri dell'oca. Davanti alla vetrina di un negozio il guidatore rallenta, e fa un rapido segno con due dita verso il vetro scuro. Continuiamo ad andare, mentre il guidatore divide la sua attenzione tra ciò che c'è davanti a noi e quello che si vede con lo specchietto retrovisore. Le veloci svolte a sinistra e le improvvise svolte a destra continuano.
"È per le telecamere del Grande Fratello," dice il guidatore, riferendosi al sistema di sorveglianza, spiegando così il nostro procedere a zigzag. Negli ultimi tempi, gli Inglesi hanno cominciato a nascondere telecamere nei fanali di vetture parcheggiate vicino agli incroci. Così prendono nota di ogni targa e di tutti i passeggeri. Quelle informazioni digitalizzate vengono poi confrontate con le schede dei sospettati di far parte dell'IRA, e con profili prestabiliti riguardo all'uso normale di ogni macchina. Di nuovo, mi viene detto di non preoccuparmi; l'IRA è riuscita a rivolgere il trucco contro i suoi autori. "Queste strade sono pulite," dice il guidatore. "Inoltre, quelli spendono un mucchio di denaro con questa roba, così in realtà questo ci aiuta in molti modi."
"In che modo?" chiedo io.
Non mi risponde, e continua a guidare. Ci fermiamo dentro un quartiere progettato da un nemico della natura. Non c'è neanche un albero, nemmeno un filo d'erba. Mi viene detto di aspettare nell'ingresso di un edificio basso. La mia guida sale su per le scale a balzi e torna con un arnese che rivela la presenza di microfoni nascosti. Dopo che sono stato dichiarato pulito rispetto alle cimici, devo sollevare le braccia per una perquisizione personale. Viene esaminato ogni oggetto della mia borsa fotografica, e vengo avvertito che se mi trovano un registratore esso verrà confiscato. L'impronta della voce è individuale come le impronte digitali. "Mi dispiace per la perquisizione," dice, "ma è per la tua sicurezza e la nostra... voglio dire, se qualcuno viene beccato per questo incontro, caschiamo tutti."
Saliamo al secondo piano, e la mia scorta si ferma un attimo vicino a una finestra e fa un segnale alzando il dito indice. "Benone," dice, facendomi entrare in un appartamento con una sola stanza da letto. "Sarà qui tra poco. Mettiti comodo."
Le sue parole producono in me l'effetto opposto. La porta viene chiusa e sbarrata dall'esterno. Ho una voglia pazza di una sigaretta, ma non c'è nessun portacenere in vista. La stanza è pulita, ci devono aver passato l'aspirapolvere da poco. Un termosifone elettrico è acceso, dietro la facciata che simula un fuoco a carbone. Un'immagine di Cristo che espone il suo sacro cuore è appesa di fronte a un'altra, con la Vergine sopra una nuvoletta. Mi sposto su un'altra seggiola, lontano da questi santi sguardi. Sulla mensola del finto camino stanno delle figurine di porcellana che rappresentano danzatori che ballano valzer di un'altra epoca e una coppia di cani da caccia con lingue di un rosa acceso. Da un candeliere spuntano una rosa di carta e un giglio di plastica.
Per fortuna sul videoregistratore lampeggia l'ora: "12:00."
Qualcuno sta salendo per le scale. Da dietro la porta si sentono delle voci attutite. L'inequivocabile scatto di un caricatore che viene inserito è subito seguito dal 'ca-cionk' della pallottola che entra nella camera di sparo. Mi guardo intorno per una via di fuga, ma sono chiuso in gabbia.
Entrando improvvisamente nella stanza, un uomo mi dice "Buon giorno." Indossa delle scarpe da lavoro, jeans, un grosso pullover, e un cappello da baseball dei Los Angeles Kings. Ha la faccia avvolta da una sciarpa grigia legata dietro alla nuca, che lascia scoperti gli occhi, le tempie, ciocche di capelli, e parte dei lobi delle orecchie. "Che cosa possiamo fare per lei?"
"Ah, mi scusi, ma lei chi è?" gli chiedo.
"Mi scusi, credevo che lo sapesse," mi dice. "Sono l'O.C.". O.C. vuol dire Ufficiale Comandante ('Officer in Command'), il capo di tutte le operazioni militari. Egli, con altri sei, presta servizio nel Consiglio dell'IRA, e dirige la condotta politica complessiva dell'organizzazione. In tutta l'Irlanda è conosciuto semplicemente come 'L'Uomo'.
E così comincia il nostro primo incontro. Nel corso delle sei successive settimane del più freddo e piovoso inverno nella storia recente dell'Irlanda del Nord, continueremo a tenerci in contatto, e la durata di ognuna delle nostre conversazioni varierà di molto, da pochi minuti a quattro ore e mezza. Saranno degli intermediari a portare i messaggi tra di noi; a me non viene permesso di prendere contatto direttamente. "Combineresti qualche grosso casino," predice il comandante. Io non dubito del suo giudizio.
Lo stesso guidatore dell'IRA mi accompagna tutte le volte, ma per gli incontri col comandante ora facciamo viaggi molto meno complicati. Le manovre pazzesche che hanno fatto da preludio al primo incontro sono parte dello show, mi viene detto, e c'è solo uno show per ognuno. Non me ne lamento. Solo dopo l'incontro iniziale il comandante assume uno stile più libero; si stanca di dirmi quello che crede ogni giornalista voglia sentire, e si apre molto più di quanto immaginassi.
Le regole di base vengono stabilite subito: niente registratori, niente fotografie senza autorizzazione, tutti i nomi devono essere cambiati, i locali pubblici non possono essere indicati.
In aggiunta, il comandante delega se stesso come unico portavoce sulle questioni che riguardano la strategia, la linea politica, e la tattica dell'IRA; solo le sue parole dovranno essere considerate dichiarazioni ufficiali.
Nello stesso periodo, volontari dell'IRA fino ad allora riluttanti a bere una birra con me cominciano a raccontare, e a vecchi amici irlandesi si scioglie la lingua. Le conversazioni con loro qualche volta cominciano a pranzo e continuano fino ben oltre la mezzanotte.
In due occasioni vengo invitato ad accompagnare un'unità in servizio attivo dell'IRA in operazioni tra la gente; in tutti gli altri casi le interviste, le fotografie, e i video che faccio sono occasioni riservate, solo chi è invitato vi è presente. I miei incontri col comandante avvengono in ambiente urbano. Le discussioni con i volontari hanno luogo in zone diverse del Nord, tanto in certe belle fattorie da cartolina quanto in stantie cantine di città.
Restare fuori di prigione è compito mio, e più mi addentro nell'IRA, più la cosa diventa problematica. Tutti gli appunti che riguardano l'IRA vengono nascosti sotto la doccia, e con della lacca per le unghie do alle viti l'aria di non essere mai state toccate. I film e le cassette video vengono incollate sotto il più basso scaffale nell'armadio delle pulizie, oltre la portata dei metal detectors. Le abitudini quotidiane lasciano il posto all'imprevedibile. "Le abitudini di routine uccidono," mi avvisa il comandante. "Orari e percorsi fissi rendono uno il più facile dei bersagli."
L'IRA si è davvero guadagnato la sua reputazione di esercito di guerriglia più sofisticato nel mondo. Con meno di 600 Volontari, è riuscito a costringere allo stallo una forza armata di 20.000 membri, che ha la disponibilità illimitata del migliore equipaggiamento. Nell'IRA non ci sono estranei, i mercenari non vi sono ammessi. Che cosa, mi domando, l'IRA ricerca in ogni recluta? E viceversa: le reclute che cosa si aspettano di trovare, entrando nell'IRA?
Tutti concordano sul fatto che l'IRA è estremamente selettiva. L'organizzazione è sempre in guardia per individuare la presenza di spioni, o "touts" come vengono chiamati. A metà degli anni Settanta i Britannici riuscirono quasi a distruggere l'IRA, con l'aiuto di delatori attirati dal guadagno o ricattati dalla polizia. Centinaia di volontari finirono in galera, e quelli ancora fuori furono costretti a ristrutturare l'organizzazione. Venne adottata una struttura per cellule, e l'intera procedura di reclutamento fu trasformata, prima di ammettere nuovi membri.
Quando parliamo del reclutamento, il comandante mi appare come un allenatore di calcio fin troppo entusiasta. Gli escono le parole rapide come pallottole, e sembra che non stia conversando, ma recitando piani di gioco. I volontari che ho incontrato sembrano nell'insieme fare eco ai suoi pensieri. Parlano con calma e spesso si fermano, cercando parole che poi tirano fuori dal profondo di sé. Mentre ognuno di loro ha una vicenda diversa da raccontare riguardo al proprio arruolamento, tutti usano gli stessi vocaboli. I temi generali e gli scopi personali sono decisamente simili, le ragioni per cui si sono arruolati sono quasi identiche. Spero sempre di sentire una opinione o una esperienza estrema, o almeno qualche genere di insoddisfazione, ma non succede mai. Eppure, nel coro unanime dei 17 che intervisto, c'è una voce che risuona in particolare, e che continua a darmi sorprese. Quella voce appartiene a Padraig.
"Credo che sia più facile entrare in paradiso che nel RA," dice Padraig, che sembra considerare superflua la "I" di "I.R.A." Mentre parliamo Padraig mi sta guidando attraverso un campo da pascolo per le mucche, verso un posto nel bosco che una volta era usato come nido di cecchini. Non siamo lontani dal confine, in una zona rurale che gli ufficiali britannici considerano troppo pericolosa per trasportarvi le truppe per via di terra. Infatti per spostare le truppe usano solo gli elicotteri. Da qualche parte in questa zona opera il fucile più temibile dell'IRA, un cecchino (o una cecchina?) che ha nove tacche sul suo fucile Barrett calibro .50.
"Uno deve avere delle priorità, e per me il RA è la numero uno... La mia famiglia e il gioco del calcio gaelico si contendono, credo, la seconda posizione," dice Padraig. Mi sembra che debba avere sui 29 anni, e mi conferma che ci sono andato vicino. Ha cercato di entrare nell'IRA per la prima volta quando ne aveva 19, ma dovette passare più di mezzo anno prima che sentisse niente al proposito. "Sì, un signore col passamontagna mi fece un mucchio di domande e poi se ne andò. Mi disse che sarebbe tornato. Ma non era vero."
"Ma perché volevi arruolarti nell'IRA?" gli chiedo.
"Ho sempre voluto farne parte. Da quando ero un bambino fino ad oggi... Credo nell'Irlanda unita, e credo di dover fare la mia parte."
"Ma che cosa rendeva allettante entrare nell'IRA? Il rispetto da parte della comunità? Le armi? O..."
"Affanculo l'allettamento. Puoi fermarti subito, perché non c'è proprio nulla di allettante riguardo al RA. Oh Gesù, voi Americani avete sempre questa idea che l'IRA sia una cosa alla Batman e Robin... Ma qui il sangue è reale. Il dolore, te lo dico io, è reale. È spaventoso. Così, lascia stare gli allettamenti, okay? Credi che mi piaccia dovermi guardare sempre alle spalle? Cazzo, no! Io mi sono arruolato per via del dovere, della patria, di quelle cose lì. Lo puoi capire?"
Non del tutto. Padraig mi aiuta col descrivermi la sua infanzia in una famiglia devotamente repubblicana. I ritratti degli antichi eroi dell'IRA, Michael Collins, Patrick Pearse, e James Connolly, dominavano sulle pareti di casa. A cena la conversazione riguardava spesso le questioni del nazionalismo irlandese. Se nel giornale c'era un articolo sull'IRA o sul movimento per i diritti civili, ci si aspettava che tutti i membri della famiglia lo leggessero e lo discutessero. "E quando Papà ci interrogava sulla storia e sulla lotta per la libertà dell'Irlanda, dovevamo saper rispondere... Aveva un diretto sinistro veloce, Papà," ricorda Padraig, grattandosi l'orecchio che probabilmente suo padre colpiva.
Padraig dice che non c'è stato un momento preciso in cui l'ha deciso, certo nessuna rivelazione improvvisa che gli ha fatto cercare l'IRA. Nessuno tra i suoi parenti stretti è membro dell'IRA. "Ci sono dei cugini di sangue, ma sono in prigione ora, e credo che il coglione che ha sposato mia sorella sia del RA." Nessuno dei suoi amici d'infanzia è un volontario. "Ci sono solo io, e quasi non sono riuscito ad entrarci."
Padraig dice che dovette continuare a insistere con l'IRA, e che passarono dei mesi prima che si rifacesse vivo l'uomo mascherato. Più di un anno dopo, venne mandato a un campo di addestramento, in qualche parte della contea di Donegal. Gli era sembrato di avere fatto le cose bene. Si era dimostrato un buon tiratore e aveva imparato come migliorare ancora. Dopo due giorni di addestramento, poteva smontare e rimontare un AK-47 anche ad occhi chiusi. Padraig credeva di essere stato il migliore nel corso di contro-interrogatorio, e se ne era tornato a casa contento, sicuro che di lì a pochi giorni lo avrebbero assegnato a un'unità in servizio attivo. Invece gli venne fatta continuare la fase di istruzione.
"Mi ordinarono di mettermi a leggere... Un signore mi passò una lista di libri: storia, filosofia, e cose di quel genere. Immagino che avevo un sacco di cose ancora da imparare," dice. La prima lezione gli venne impartita subito dopo, quando Padraig si mise la lista in tasca invece di memorizzarla e poi inghiottirla. Agli esperti del laboratorio forense britannico basta un solo pezzetto di carta o di cenere per ricollegare la calligrafia a chi ha scritto. "Quel tizio mi cacciò in bocca il pezzo di carta e si mise a ripetermi, 'Pensa. Devi cominciare a pensare. Pensa!'" Solo dopo un altro anno e mezzo Padraig venne accettato come membro dell'organizzazione.
Raggiungiamo la cima boscosa della collina, dove era il nido del cecchino, e Padraig usa il braccio per indicare qual'era la posizione del fucile e la traiettoria della pallottola. Io riesco a malapena a vedere l'albero contro cui andò a sbattere il soldato quando la pallottola lo colpì e lo fece volare all'indietro. La distanza dev'essere di almeno ottocento metri. L'unità di cecchini deve avere impiegato giorni o persino settimane per raccogliere informazioni e preparare l'imboscata, ma l'operazione in sé è durata meno di un'ora, dice Padraig. "Spara e fuggi via, questa è la linea di condotta."
Mentre torniamo alla strada, Padraig mi assicura che non vede l'ora che venga il giorno per poter visitare la zona sdraiandosi semplicemente sul prato e osservando le nuvole. "Come sarebbe bello poter sognare ad occhi aperti invece di dover sempre fare piani di guerra... La vita è già dura abbastanza senza tutta questa faccenda della guerra."
"Se tu uscissi dall'IRA," è il mio commento, "potresti farlo già adesso. Potresti di nuovo goderti la vita."
"Qui tu ti sbagli. Un elicottero o un aereo da ricognizione radiocomandato mi individuerebbe, e verrebbero subito delle truppe in elicottero per sottopormi a interrogatorio. Continuerebbero a tormentarmi. A perquisirmi. A farmene di tutti i colori. Lo fanno con tutti. Io voglio la pace."




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