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E che gli altri non ci vogliano bene, diffidino di noi, abbiano gelosia e timore della nostra particolare intelligenza, del nostro modo di guardare il prossimo e riderne a bocca fredda (quando un altro, che non fosse toscano, ne piangerebbe), che tutti, insomma, siano sospettosi di quel che essi impropriamente chiamano il nostro cinismo, la nostra crudeltà, la nostra garbata arroganza, ci fa quasi piacere.
Anzi, per essere onesto, dirò che ne godiamo.
Ma quello di cui più godiamo è vedere come tutti, italiani e stranieri, si meraviglino del disprezzo col quale noi li ripaghiamo del sospetto e dell'inimicizia loro.
Che non è un disprezzo nato a caso, né da ripicco o vanità; né da orgoglio: ma un disprezzo sentito, e risentito, allegro, ragionatissimo, e antico.
E basta guardare un toscano come cammina, per capire di che stoffa sia fatto il suo disprezzo.
Guardate come un toscano cammina.
Cammina a testa ritta, col petto in fuori e le mele strette.
Tira diritto guardando fisso davanti a sé, con quel risolino sulle labbra che par dipinto, tanto par vero.
Si direbbe che non guarda e non vede: come uomo che sta ai fatti suoi, e di quelli degli altri non s'impiccia.
Eppure, così camminando a testa ritta, gli occhi fissi davanti a sé, guarda e vede tutto, né mai gli capita che guardi senza vedere, perché il toscano vede anche senza guardare.
Non sorride per grata, amabile disposizione dell'animo, né per orgogliosa compassione: ma per malizia, e dirò, anzi, per spregio.
L'elemento fondamentale del suo carattere è, infatti, l'esser spregioso: il che nasce dal suo profondo disprezzo per le cose e i fatti degli uomini, s'intende degli altri uomini.
In se stesso il toscano ha fiducia, pur senza orgoglio, ma negli uomini, nella pianta uomo, no.
In fondo, credo che disprezzi il genere umano, tutti gli esseri umani, maschi e femmine.
E non per la loro cattiveria (al toscano non fan paura i cattivi), ma per la loro stupidità.
Degli stupidi il toscano ha ribrezzo, perché non si sa mai che cosa possa venir fuori da uno stupido.
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