Era il 1998 e il Napoli, squadra della mia città per cui tifo, conseguì forse la più rovinosa retrocessione della storia del campionato italiano.
Quando Ulivieri, allenatore di una certa bravura ed esperienza, fu chiamato a risollevare il Napoli (e peraltro non ci riuscì), disse comunque una cosa che fu chiarissima e inequivocabilmente vera: quando si va in serie B, ci si va tutti. Giocatori, società, ambiente.
Questa lezione non sembra averla imparata il mondo dei moderati di centrodestra.

Cosa tuttavia arrivi ad incepparsi in un team che ad un certo punto non funziona più, come un cavallo imbizzarrito che rifiuta l'ostacolo, è difficile da capire con precisione svizzera. Certamente le vittorie sono il miglior tonico e le sconfitte dei pericolosi virus ma qui ci interessa capire come ottenere le prime ed evitare le seconde.

Una delle prime ragioni che sono alla base di una sconfitta è che ad un certo punto le cellule che compongono un organismo che sia persona fisica o giuridica, essere umano o squadra di calcio o partito, impazziscano e vadano per conto proprio, seguendo interessi che divergono dall'obiettivo comune.

La sconfitta del PDL alle amministrative in città strategiche e la vittoria dei SI in referendum cruciali sia per la politica del centrodestra che per le vicende personali del premier, derivano da un misto di ragioni che solo in parte possono risiedere in Berlusconi.
Molti dicono che queste elezioni siano state perse per colpa del Cavaliere. L'ho pensato anche io e senza dubbio non mancano responsabilità da parte del premier nella gestione della campagna elettorale che ha preceduto le pesanti e inaspettate (prima del primo turno) sconfitte a Milano e Napoli.
Ma dalle reazioni degli sconfitti, alleati e di parte del mondo editoriale e culturale che ruota attorno al premier, mi rendo sempre più conto che le responsabilità di Berlusconi calano di giorno in giorno, almeno nel mio piccolo e modesto nonché insignificante osservatorio.
Al punto che io mi sto convincendo che le elezioni siano state perse *nonostante Berlusconi*.

Tutti quanti gli hanno rimproverato di aver ideato una campagna elettorale interamente basata sul terrorismo ideologico.
Senza voler in alcun modo avvalorare il comportamento della Moratti con Pisapia, l'impressione che tutti ne hanno ricavato è che da parte del centrodestra vi fosse il timore poi rivelatosi concreto che la sconfitta fosse nell'aria.
E d'altronde, se tale sensazione era arrivata al sottoscritto che si trovava a Milano nell'immediata vigilia del primo turno, ma che a Milano ci è stato per due volte in vita sua, figuriamoci se non lo sapesse Berlusconi che è di Milano, milanese e dunque conosce i suoi concittadini meglio di chiunque altro.

Le realtà sono due: la prima è che la Moratti a Milano è andata male e che gli elettori, anche quelli più vicini a Berlusconi e al mondo imprenditoriale e culturale di centrodestra, non erano soddisfatti del suo operato. E che a Napoli, Lettieri appariva (o è stato fatto apparire) come organico a Cosentino, senza che nessuno si alzasse e facesse notare che 1) Chi fa parte del PDL, prima o poi deve avere a che fare con uno come Cosentino, che è un uomo che ha un potere enorme in Campania 2) Che Cosentino sia un camorrista deve ancora essere provato. Ad oggi non c'è alcuna sentenza che attesti, aldilà di ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza del leader maximo del PDL Campano. C'è solo un procedimento giudiziario nei suoi confronti, peraltro con tanto di mandato di arresto, portato avanti all'insegna del consueto connubio tra sputtanamento mediatico e clava giudiziaria, con pentiti che rivelano incongruenze marchiane (tipo il pentito che asserisce di essere stato pagato tot euro, quando ancora c'erano le lire) e abusi procedurali. Nessuno che si sia sognato di segnalare le anomalie di giornali che hanno pubblicato la notizia di un'indagine in corso contro Cosentino, prima ancora che quest'ultimo ne fosse informato e il fatto che quest'ultimo più volte si sia recato spontaneamente dal magistrato a chiarire la propria posizione, venendo ignorato da quest'ultimo.

La seconda realtà è che il centrodestra sta disputando queste sfide, non solo elettorali, attanagliata da divisioni che sono tantopiù inspiegabili quanto più ci si rende conto che dall'altra parte gli avversari non sono percorsi da aspirazioni socialdemocratiche di governabilità del Paese e delle realtà locali quanto piuttosto da un vento di retorica, moralismo e giacobinismo che è tantopiù deleterio quanto più si scontrerà con la realtà, che prima o poi chiede sempre il conto.

Questa considerazione non è bastata tuttavia al Terzo Polo per capire che con il loro moralismo e fresco antiberlusconismo, avrebbero favorito non una sinistra socialdemocratica, ma l'estremismo e il moralismo di sinistra.
Fini, ex-fascista, è arrivato ad esortare i napoletani a votare De Magistris e fin qui ci può anche stare, dato che (pochi lo sapranno) ma la destra missina era fortemente legalitaria, tant'è che anche la buonanima di Paolo Borsellino ne era un simpatizzante.
La vera sorpresa è stata quando ha esortato i milanesi a votare per Pisapia, vendoliano, ex-comunista, sancendo di fatto la sua morte politica.

Senza tener conto che poi le vittorie di De Magistris e Pisapia dovranno tradursi in governabilità e fatti fuori gli avamposti berlusconiani, i due sindaci dovranno confrontarsi con una classe dirigente di sinistra che, dopo averne celebrato la vittoria (al solo scopo di camuffare il pesante insuccesso ottenuto dal PD a queste elezioni, dieci volte più pesante di quella della coalizione di centrodestra) farà di tutto per mettere i bastoni tra le ruote a personaggi che vengono guardati con grande diffidenza da tutto il mondo culturale di sinistra.
E tale tematica del resto ritornerà centrale quando nel 2013 ci saranno le elezioni politiche e il PDL potrà opporre l'idea che perlomeno si sia fatto qualcosa (certo, niente a che vedere con le grandi riforme) rispetto ad una sinistra pronta ad unirsi in nome dell'antiberlusconismo, salvo poi ridividersi quando Berlusconi è stato sconfitto.
Un film già visto.

Ma qui ci interessa capire come uscirne, per il bene del Paese.
Ed è interessante notare come si cerchi di scaricare le responsabilità su Berlusconi, al quale vengono rinfacciate l'oscillante gestione della querelle libica, un'attenzione spasmodica per i propri interessi, le riforme tanto promesse e mai realizzatesi, dimenticandosi di chi invece condivide con il Cavaliere pesanti responsabilità dalle quali tuttavia LEGA ed intellettuali di centrodestra cercano di scrollarsi e di coloro che hanno tradito il mandato con gli elettori, arrivando addirittura a sposare programmi politici agli antipodi rispetto al proprio retroterra culturale, pur di distinguersi dal centro di gravità permanente berlusconiano.

In questo, emerge in tutta la sua gravosità, l'immaturità culturale degli intellettuali vicini all'area dei moderati di centrodestra, i quali nella prospettiva di un Berlusconi vicino ad una sorta di Piazzale Loreto (con il disgusto di dover osservare chi sino a ieri esaltava il Cavaliere e oggi è pronto ad impiccarlo, così come del resto avvenne con Mussolini) iniziano a cinguettare con le mosche cocchiere della sinistra demagogica e militante.

E così osserviamo come Buttafuoco che pure è uomo di sublime intelligenza e spirito, si metta a discutere sulle cause del crollo del berlusconismo, con Luca Telese a La7, dimenticando (ed è strano in uno come lui) due cose fondamentali. La prima: che a Milano e a Napoli hanno vinto le personalità ma le classi dirigenti che le sostenevano hanno fallito miseramente, con il paradosso napoletano di De Magistris che stravince a Napoli (con un astensionismo da record) ma un'IDV che prende un sesto dei voti dell'ex-magistrato partenopeo, il quale sarà anche moralista e giustizialista ma di sicuro fesso non è, e subito ha preso le distanze anche da Di Pietro.
E la seconda cioè che i referendum, presentati come la vittoria schiacciante del SI, in realtà ha fornito dati che riletti in altro modo (più obiettivo) sono tutt'altro che esaltanti.
Se si conta che il 57% degli aventi diritto al voto, sono andati a votare e che di questo 57% c'è un consistente 5% di coloro che hanno votato NO (e cioè erano a favore delle leggi sottoposte a referendum abrogativo) osserveremo come in realtà, dati matematici alla mano, il dato di coloro che erano favorevoli al SI, è di appena il 52%, che al mio Paese (non so al Paese di chi legge) è configurabile come una vittoria di stretta misura. Che sempre vittoria è ma certo non la vittoria della vita contro la morte del nucleare, dell'acqua per tutti rispetto all'acqua per pochi, e della legalità contro l'illegalità, come sono stati presentati certi risultati.

Nel segno del fine umorista ed intellettuale siciliano (parlo sempre di Buttafuoco) si sono inserite anche personalità come Feltri, Belpietro, Sallusti i quali sono, nell'accezione positiva del termine, figli di buonadonna del giornalismo politico e dell'intelligentia di destra e che dunque dovrebbero sapere sin troppo bene come funzionano le cose in questo Paese.
Giuliano Ferrara è un discorso a parte, a lui dedicherò la parte finale di questo pezzo.
In quanto principali riferimenti della cultura di centrodestra, loro dovrebbero sapere benissimo come funzionano le cose di questo Paese, di chi è davvero la colpa se le riforme non si sono fatte, se il governo non ha avuto una linea retta e solida nel conflitto libico e dovrebbero evitare di farsi fregare dalle carezze ammalianti del mondo culturale di sinistra.

Soprattutto la Lega dovrebbe sapere benissimo che una sinistra che oggi ti tenta e ti lusinga, quando si tratterà di dividere il bottino sarà pronta a buttarti a mare alla mercè degli squali. Dovrebbe anche fare una doverosa autocritica e ricordarsi di quando, all'atto di tagliare gli sprechi della politica, l'opposizione più intransigente e selvaggia è stata la loro e che dunque oggi non possono darsi arie da nuovi maestri della nuova politica contro Roma Ladrona, viste anche le ultime castronerie in fase di studio all'interno del Carroccio, tipo lo spostamento dei ministeri a Milano, sono di matrice leghista, come lo è anche il rifiuto di tagliare le province e una lunga serie di enti totalmente inutili.

Ecco dunque come un'analisi di questo tipo, senz'altro sommaria e dunque prestabile anche a critiche da parte di chi la pensa diversamente, pone la situazione in una luce differente.

Berlusconi dunque, più che incapace di governare, appare come un uomo stanco e schifato dalle tante bassezze della classe politica (lui che, di estrazione, politico non è, non dimentichiamolo) e sta prendendo consapevolezza di una realtà: e cioè che se lui davvero le riforme le vorrebbe fare, dall'altra parte deve scontrarsi con la muraglia sorda, grigia e resistente di una classe politica che non ha gli attributi per farsi valere e di una società civile che appare sempre più preda delle suggestioni propagandistiche della demagogia rossa e giustizialista.
Quando lo accusano di essere un pericolo per la democrazia, a me scappa una sonora sghignazzata, dato che se Berlusconi davvero avesse in animo di instaurare una dittatura in questo Paese, sarebbe riuscito davvero a fare quelle riforme che servono per far sì che il Paese riparta e si riporti nella linea della normalità.
Dopodiché mi ricordo che anche la peggiore democrazia è e sarà sempre meglio della migliore delle dittature: poi mi ricordo anche che affinché la democrazia funzioni davvero, occorre che la società civile segua il corso della democrazia. E vado in crisi.

Prendere atto di questa realtà, certo non elimina alla radice le responsabilità di Berlusconi le quali, peraltro, sono identiche a quelle del 2005 quando la ex-CDL perse rovinosamente le elezioni.

Berlusconi sbagliò, allora come oggi, la strategia comunicativa: prima di quella sonora sberla, il Cavaliere era ripiegato in un autismo differente nelle modalità espressive ma che aveva un filo comune con quello di oggi: ossia la mancanza di un contraddittorio. Ieri Berlusconi non andava in TV, oggi ci va anche troppo ma non ha nessuno che replichi ai suoi monologhi.
E qui concordo con Ferrara: Berlusconi deve tornare in TV e sottoporsi al contraddittorio. I suoi monologhi appaiono statici, ripetitivi, snervanti. La gente non ne può più delle sue dichiarazioni a gamba tesa, realistiche ma ripetitive su problemi nei confronti dei quali, peraltro, non mostra di essere in grado di porre un fine.
Deve ripartire da Ballarò 2005 quando a sorpresa si presentò negli studi televisivi ad interloquire con D'Alema e Rutelli i quali, tronfi nella loro arroganza, lo guardavano dall'alto in basso, ignorando la strategia di Berlusconi. Di lì, lentamente, sbuffacchiando e tossicchiando, il Cavaliere ripartì di slancio, con una strategia comunicativa basata sul contraddittorio, rivendicando le cose buone fatte dal suo governo, nulla di miracoloso ma che rappresentava pur sempre qualcosa, rispetto al nulla non solo di passato ma anche di prospettico dei suoi avversari. Seguirono confronti dove umiliò Diliberto (e fin qui nulla di trascendentale) fece a pezzi Della Valle prima da Vespa e poi a Vicenza, sottolineando ed evidenziando l'ipocrisia e la demagogia dell'imprenditore marchigiano e poi ci furono due sostanziali pareggi nei duelli con Prodi, accompagnati da una selvaggia campagna di stampa dove la sinistra emerse nella sua inconsistenza e nella sua incapacità di distinguersi dalla supposta immoralità ed incapacità che si attribuivano al Cavaliere.
Difficile dire se oggi è possibile riproporre quella stessa strategia, ma sarebbe pur sempre qualcosa rispetto all'autistico nulla in cui Berlusconi è piombato.

Di sicuro, all'epoca si passò da un'annunciata sconfitta catastrofica e schiacciante (con toni apocalittici simili a quelli di oggi) ad una sconfitta ma di pochissimo che poi di fatto fu pareggio (e dalla quale si posero le basi per la trionfale vittoria del 2008), oggi che la sconfitta non è devastante come quella di ieri (e non solo perché non lo sia, ma anche perché oggi il PD è in condizioni di gran lunga peggiori rispetto all'epoca), può trasformarsi in una vittoria che difficilmente riproporrebbe le stesse proporzioni dell'epoca ma pur sempre tale. Per la quale il Cavaliere sarebbe disposto a mettere la firma col sangue. Purché Berlusconi adesso faccia valere tutta la sua leadership e la sua capacità comunicativa che un uomo che ha inventato la televisione commerciale, non può riporre nel cassetto.
Piuttosto, anche se a molti non conviene, un'eventuale vittoria di Berlusconi, farebbe emergere una realtà desolante: il mondo culturale di centrodestra appare, assieme ai suoi alleati, a coloro che potevano allearsi con lui e hanno scelto velleità autonomistiche, poca cosa rispetto allo spessore e alla storia del Cavaliere.

Lungi dal voler essere una sviolinata nei suoi confronti, è una desolata presa di coscienza. Anche perché Berlusconi non è eterno e prima o poi si dovrà porre la questione relativa alla sua successione.
Chiunque abbia a cuore le sorti dei moderati di destra, auspica che anche una figura così importante come il Cavaliere, prima o poi venga superata (e non a suon di processi ma per sopraggiunti limiti di età) da una classe dirigente che sia in grado di proseguire il cammino tracciato dal suo fondatore. Mentre quest'ultimo si gode i frutti del suo lavoro e del suo posto nella storia.

Ma questa, è proprio il caso di dirlo, è tutta un'altra storia.
Scusate per la lunghezza.

Francesco Lassandro