DI MATTEO CORSINI
“Il dibattito sull’economia negli Stati Uniti in questa fase è pervaso dal fatalismo… Anche da parte di persone che dovrebbero avere buon senso si sentono spesso asserzioni che suonano più o meno così: la storia insegna che la fase di ripresa dopo una crisi finanziaria è lenta, perciò anche questa volta dobbiamo accettare di avere una ripresa lenta… Quello che l’esperienza storica dimostra non è l’impossibilità di mettere rimedio alla debolezza della congiuntura economica nei periodi successivi alla crisi, ma soltanto che la maggior parte dei governi in passato ha reagito al problema con lo stesso genere di fatalismo e dotta inettitudine di cui stiamo dando prova ora… Questa debolezza economica è determinata dalla debolezza della domanda, e per superarla è sufficiente creare più domanda… Dovremmo usare gli stimoli di bilancio, dovremmo usare una politica monetari anticonvenzionale, che includa l’innalzamento dell’obiettivo di inflazione, dovremmo portare avanti misure decise per ridurre il debito ipotecario. Non fare queste cose significa accettare sprechi e ristrettezze enormi.” (P. Krugman)
Si possono dire tante cose di Paul Krugman, ma non che sia imprevedibile. Uno vede un suo articolo e sa già quello che troverà scritto.
La cosa genera in me due sensazioni, anch’esse ormai identiche a se stesse da tanto tempo: 1) una sana invidia, perché questo signore è pagato fior di quattrini per ripetere sempre più o meno la stessa litania; 2) molti, troppi, pur potendo osservare i risultati pratici del keynesismo da lui professato, invece di mettere in dubbio il verbo krugmaniano, continuano a considerarlo un (grande) economista. Questo non mi fa essere ottimista sul futuro dell’economia.
Krugman è abituato a negare l’evidenza. Non si può certo dire che dal secondo dopoguerra a oggi siano mancati gli stimoli monetari e fiscali, non solo durante le recessioni. Eppure, secondo Krugman, il problema è che “la maggior parte dei governi in passato ha reagito al problema con lo stesso genere di fatalismo e dotta inettitudine di cui stiamo dando prova ora”.
Come tutti i keynesiani, secondo Krugman il problema è sempre la debolezza della domanda, e la soluzione consiste sempre nel “creare” domanda. In questo, Keynes e i suoi seguaci caricano se stessi di funzioni divine, probabilmente perdendo il contatto con la realtà: ossia che sono uomini e, a mio parere, la loro capacità di economisti è inversamente proporzionale alla loro autostima.
Il fatalismo e l’inettitudine di cui parla Krugman non sono altro che i dubbi che anche chi decide di seguire i consigli degli economisti keynesiani (quasi tutti i governi, a ogni latitudine, ancorché con maggiore o minore enfasi) arriva a porsi quando constata che il debito pubblico si avvia all’insostenibilità, mentre di miracoli economici non se ne vedono.
Ma guai a mettere i discussione il verbo degli dei keynesiani! Bisogna fare altro deficit e innalzare l’obiettivo di inflazione, per evitare di “accettare sprechi e ristrettezze enormi”. Certamente con l’inflazione si alleggerisce il peso reale del debito, ma non si tratta di un pasto gratis.
A pagare sono le tante persone che vedranno diminuire il potere d’acquisto dei propri redditi (soprattutto se fissi) e dei risparmi; persone che verranno punite perché, non avendo mai voluto vivere al di sopra delle proprie possibilità, hanno la responsabilità, secondo Krugman, di rendere debole la domanda.
Dell’insostenibilità (oltre che dell’iniquità) di lungo termine di una politica economica di questo genere a Krugman non interessa nulla: d’altra parte, come diceva il suo maestro, “nel lungo periodo saremo tutti morti”.
Purtroppo le loro idee non muoiono mai.




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