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Discussione: Il Bushido

  1. #1
    Bushidō
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    Predefinito Il Bushido

    Introduzione del generale Millan – Astray.

    E’ un libro molto interessante e piacevole “Il Bushido” di Inazo Nitobë, professore dell’università imperiale di Tokio, membro dell’accademia imperiale giapponese; è un bellissimo studio sull’anima eroica del Giapponese. Il Bushido è un codice della morale ascetica dei samurai (antichi guerrieri medioevali); la sua origine è antichissima, forse di varie migliaia di anni. Si adatta alle virtù dell’anima giapponese: cavalleresca, guerriera, semplice, dal profondo culto degli avi e da religiosa venerazione del loro Imperatore, che per essi rappresenta Dio e Patria. Il Cristianesimo fu conosciuto in Giappone nel XVI secolo. I principi della morale cristiana non sono assolutamente antitetici al Bushido, che è anteriore a Gesù Cristo.

    I quattro principi fondamentali del Bushido sono: .

    - non lasciarsi superare da nessuno nei propri ideali;
    - servire il capo supremo;
    - essere fedeli ai genitori;
    - essere misericordiosi e sacrificarsi per il bene degli altri.

    I quattro voti che impone il Bushido sono:

    - la morte;
    - la fedeltà;
    - la dignità;
    - la prudenza:

    Ciò che corrompe per il Bushido sono:

    - il sogno;
    - la dissipazione;
    - la sensualità;
    - l’avarizia:

    Il Cammino del Bushido o Via dei Cavalieri è: Culto dell’onore, culto del coraggio, culto della cortesia e culto della Patria, rappresentata dall’Imperatore. Traduco il Bushido limitandomi a porre in castigliano l’edizione francese. E’ omaggio di antica gratitudine dato che un esemplare di questo libro mi fu dedicato dal Rappresentante del Giappone in Spagna, e dato che sono profondamente convinto che il Bushido sia, come cammino, via o regola di condotta dei cavalieri, un credo perfetto. E’ un libro interessantissimo e molto utile per la gioventù di un popolo che dopo un lungo periodo di decadenza rinasce e vuol essere splendidamente grande e libero. E’ prevalentemente spirituale e disprezza il materialismo rozzo e sensuale. Dal Bushido trassi gran parte dei miei insegnamenti morali ai cadetti di Fanteria nell’Alcazar di Toledo, quando ebbi l’onore di essere loro maestro negli anni 1911 e 1912. Sempre nel Bushido appoggiai il credo della legione con il suo spirito legionario di combattimento e morte, di disciplina e cameratismo, di amicizia, di sofferenza e durezza, di gettarsi nel fuoco. Il legionario spagnolo è anche samurai e pratica l’essenza del Bushido: onore, coraggio, lealtà, generosità e spirito di sacrificio. Il legionario spagnolo ama il pericolo e disprezza la ricchezza. Così le regole divulgate, nella mia ormai lunga vita, di morale militare e patriottica, le basai nelle sagge Ordinanze militari di Carlo III e in quelle che emanano, come loro stesse, dal patrimonio della nostra eccelsa storia militare, incorporando in parte le norme del Bushido che trasmette le sue regole tramite la tradizione e dispone come il cavaliere debba vivere nel cammino retto e invariabile dell’onore, del coraggio, della cortesia, del culto a Dio e alla Patria, e nello spirito di sacrificio. Ed è tanto patriottico e spirituale, tanto superbo, tanto bello, tanto separato dal materialismo, dall’egoismo, dalle meschinità, dalla codardia, dalla viltà, dall’ambizione e dall’invidia (questo abbietto veleno che tutto corrompe, tutto macchia, tutto intorpidisce), che in lui si vede il cammino del cavaliere soldato! E canta con tanto splendore e tanta sublimità lo spirito di sacrificio che nel Bushido si configurano le norme della nostra morale cristiana! Bisogna considerare che Inazo Nitobë, l’autore del libro che traduciamo, è cristiano. Il giapponese fu sempre cavalleresco, militare e guerriero. Viveva tranquillo, arretrato, ignorante, senza forze militari organizzate per lottare contro un nemico esterno. Un triste giorno subì un oltraggio che gli inflisse lo straniero. Nell’intimo della sua animo nazionale riconobbe la sua debolezza militare, cosa che esasperò il suo ancestrale spirito guerriero, e da quel momento decise di intraprendere un cammino difficile e penoso di lavoro e sacrificio per diventare un popolo forte e, perciò, virtuoso e guerriero. Era l’anno 1855, ed ora siamo nel 1941. Tutti sappiamo dov’è oggi il Giappone, con la sua forza ed il suo vigore, e il preminente e importante posto che occupa oggi nel mondo. Tutto questo è principalmente dovuto alla pratica del Bushido o Cammino del Cavaliere. Il Giappone è un alto e abbagliante esempio del cammino da seguire per un popolo che tesaurizzando nella sua anima le attitudini più pure della religione cristiana, dell’idalghia e del coraggio eroico, dovette cadere nell’avvilimento per aver dimenticato queste virtù e per essersi lasciato sedurre dal materialismo, subendo l’offesa e il calpestio de nemico, e che da quel momento vuole rinascere, e rinasce per occupare il posto che la volontà di Dio, i suoi propri meriti e le sue virtù, e la sua storia gli concedono, utilizzando per raggiungere tutto questo la via della morale cristiana, dell’onore, del coraggio e, principalmente, quella del sacrificio (che è opposta a quella del beneficio personale) dato che senza sacrificio non ci può essere né onore, né coraggio, né Religione, e pertanto nessun genere di miglioramento e tantomeno di grandezza. Il traduttore non vi stanca oltre. Questo saluto d’introduzione non è altro che una cortesia in omaggio al Giappone cavalleresco, a Inazo Nitobë, l’autore di un così bel libro, ed a voi, che vi accingete a leggerlo, tradotto nella lingua di Cervantes dal vostro devoto.

  2. #2
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Il Bushido

    Introduzione alla Lega del Vento Divino

    Continua, con questo saggio, l’esplorazione del mondo nipponico iniziata dalla redazione di carpe diem con la pubblicazione de “Letture elementari sul Buschido”.


    Non deve stupire che nella collana « Trobar Clus » appaia un’opera dedicata al misterioso e affascinante Giappone. Si può constatare, a titolo di curiosità, che il trovadore provenzale ebbe il suo corrispettivo nel Giappone del XIII-XIV secolo, nelle sbira-byôshi, cantanti e danzatrici educate assai finemente; queste donne-trovadori cantavano le vicende di celebri guerrieri con avventure spesso tratte o derivate dai Ghenji Monogatari o dagli Heike Monogatari. Pierre Pascal, il profondo e appassionato conoscitore del Giappone, della sua anima e dei suoi costumi, ha acutamente steso un ponte ideale congiungente la cavalleria medioevale occidentale ai samurai dell’Impero del Sol Levante. Egli pone sullo stesso piano lo Hagakuré di Jocho Yahamoto ed i romanzi cavallereschi dei cicli Carolingi o di Huon, accomunati nel tracciare le regole di « una Cavalleria che fu primordialmente universale, comune a tutte le razze dello spirito ». Sarà forse bene ricordare che lo Hagakuré « all’ombra delle foglie », composto nel XVII secolo da un samurai, al quale il suo signore morendo aveva imposto di astenersi dal seppuku, fu il testo guida di Yukío Mishima che scrisse: « l’Hagakuré è il padre della mia letteratura ». Nel testo che presentiamo il posto centrale è assegnato alla « Lega del Vento Divino » di Tsunanori Yamao; affiancata uno scritto di Míshíma sulla Tate no Kai (Associazione degli Scudi) da lui fondata e stralci tratti da classici giapponesi. Proveniendo questi testi parte dal voluminoso trattato dell’Auriti e parte da traduzioni di seconda o terza mano, dall’inglese e dallo spagnolo, possono essere presenti probabili alterazioni della forma letteraria (nel Tate no kai Míshima ci descrive con quale cura, da alchimista, costruisca i suoi romanzi); crediamo però che si sia mantenuto mantenuto intatto lo spirito e l’intima essenza. Il primo stralcio, tratto dai Kojíkí, ha fondamentale importanza nella letteratura, nella storia e nella religiosità giapponesi. I Kojiki, annali delle cose antiche terminati nel 712, cioè in periodo Nara, rappresentano il primo testo redatto in lingua giapponese a nostra disposizione (uno anteriore andò perso). Vi è però da osservare che i giapponesi, scrivendo nella loro lingua, non si valsero di una propria scrittura bensì dei caratteri cinesi.L’importanza storico-religiosa dei Kojiki (storia e religione sono in Giappone intimamente concatenate) consiste nella descrizione del sorgere dell’arcipelago nipponico e nella legittimazione dell’origine divina della dinastia imperiale. L’arcipelago giapponese nasce dall’unione fra Izanagi, « il maschio che invita », e Izanami, « la femmina che invita »; l’arcipelago veniva chiamato Kami no Kuni, cioè Paese degli Dei, sia per la sua origine che per gli spiriti che lo popolavano. In questa fase mitologica si inserisce un episodio che ha una stretta similitudine con il mito d’Orfeo. Izanami muore dopo aver dato alla luce il Dio del Fuoco; Izanagi scende a cercarla nel Paese delle tenebre da cui ella promette di tornare purché lui non la veda. Ma egli accendendo una torcia scorge la sua persona putrefatta e fugge. Uscito dal Paese delle tenebre compie il rito della purificazione, che consisteva nel lavare la propria persona e nello spargere acqua e sale; come per greci e romani infatti acqua e sale erano sostanze purificatrici. Dal suo occhio sinistro nasce Amaterasù-ô-mí-Kami la dea del sole. Dopo varie dispute con il fratello Tachehaia Susa no uo, l’eroe maschio, Amaterasu chiama il nipote Ninigi no Mícoto cui affida, come segni del mandato celeste lo specchio, la spada ed il gioiello; tali simboli si sostiene siano tuttora esistenti e da essi la dinastia imperiale giapponese, discendente per linea non interrotta da Ninigi, trae il carattere divino della sua autorità. Jímmû, nipote di Ninigi conquista Yamato, regione nel centro dell’isola principale, simbolo del Giappone, focolaio della sua cultura. La data di celebrazione delle sue vittorie, nel 660 a. C., è considerata quella di fondazione dell’Impero. I Kojiki divennero le scritture fondamentali dello shintoismo, o « via dei Kami », ove Kami è un essere sacro, superiore, miracoloso. Lo shintoismo, omaggio alla memoria degli antenati, è un complesso di credenze e di riti. « Ignorando le nozioni di « dogma » e di « peccato », lo shintoismo propone all’uomo un « cammino per essere Dio » (Kannayara-nomitchi). L’armonia con la natura, la dirittura nell’azione, la pietà filiale, il rispetto altrui: tali sono le virtù che celebra sopra ogni cosa ». (P. Pascal, Nouvelle Ecole, n. 29, Paris, pag. 72).« Concezione totalmente teocratica dell’ordine degli esseri, lo shintoismo non è una religione popriamente detta, ma piuttosto una religiosità sottile e fervida che induce l’uomo a seguire i buoni impulsi del cuore. Lo shintoismo è dunque una pura emanazione dell’anima giapponese… Esortando i propri fedeli ad amare la patria – chiamata « Terra degli Dei » – ed a venerare un imperatore di sangue divino, lo shintoísmo, religione di stato, non poteva ispirare che rancore e diffidenza alle democrazie cristiane vittoriose » (La via dell’Eternità, pag. 173). Per cui, in omaggio alle tanto proclamate libertà religiose, il giannizzero Douglas Mc Artur abolì lo shintoismo e fece chiudere centomila templi e cappelle. Altri stralci offerti all’attenzione dei lettori sono tratti dal Heike Monogatari, racconto degli Heike, che narra della lotta tra Ghenjí o Minamoto e Heike o Taira. Fu composto, pare, da monaci nel XIII secolo e contiene pagine fra le più belle e commoventi della letteratura giapponese: mirabili quelle che descrivono la morte del piccolo Imperatore Antoka. Questa lotta, che marcò il limite fra il periodo Heian e il periodo Camacura, segnò il passaggio del potere dai Taira ai Minamoto. Il periodo Heian fu caratterizzato da eventi che dovevano risultare d’influenza fondamentale sul futuro assetto giapponese. Vi furono violenti combattimenti contro popolazioni del nord, gli Aìnú, da alcuni studiosi ritenuti di origine indo-europea e da altri aborigeni. Sottometterli si dimostrò impresa non facile, anzi gli Aínú compirono frequenti incursioni nei territori meridionali. Fu necessario formare nella regione orientale, nel Qúantó, una guarnigíone locale permanente. Necessitò approntare tre campagne, le prime due senza alcun esito, la terza con risultati più soddisfacenti. Da questa guerra sorsero i componenti essenziali del feudalesimo nipponico: lo shogun, i daimyo e i samurai. Durante la terza guerra contro gli Ainù il comandante ebbe il titolo di Seii Taisbogun ossia generalissimo. In questo periodo sorsero due grandi clans, entrambi imparentati con la dinastia imperiale: i Taíra o Heike nel IX secolo ed i Minamoto o Ghenjí nel X. I capi di tali clans saranno i futuri daimyo, aristocrazia fondata sul possesso di sboen, vasti appezzamenti di terreno esenti da imposte, e sulla forza dei loro samuraí. L’epilogo dello scontro fra i Taira ed i Minamoto fu, nell’aprile del 1185, la battaglia navale di Dan-no-ura fra le isole di Honskfi e KyCtsba. La vittoria arrise ai Minamoto e I’« Heíke Monogatari », in pagine vivissime, ce ne descrive la conclusione quando la nonna dell’Imperatore, Nií-no-ama, per sfuggire ai Minamoto, si lanciò nelle acque profonde abbracciata al giovanissimo Imperatore. Nel 1185, con la vittoria del clan dei Mínamoto il titolo di shogun o generalissímo diviene vitalizio ed è esteso a tutto il Giappone e alle sue forze armate. Yoritomo Minamoto divenne il primo shogun. Sarà forse curioso notare che chi gli succedette, se non formalmente certo nella realtà. fu la propria vedova Masako che, alla sua morte, si era fatta monaca e che il popolo soprannominò ama-shogun, « nonna-generalíssimo ». Masako apparteneva al clan dei Taira e per poterla sposare Yoritomo aveva dovuto rapirla! In quegli anni fu grande l’influenza esercitata dalle dame di corte sulla letteratura giapponese. Fra le più importanti vissute attorno al 1000, vi sono: Sei Sci5nagon, Murasacbi Scíchibu e Izumí Scícbibu. Scicbibú e Scinagon erano termini di cariche di corte. Il massimo capolavoro della letteratura giapponese è il Ghenjí Monogatari, citato da Mishima nel Tate no Kai. Composto da sei libri narra le avventure di Ghenji, leggendario principe figlio di un Imperatore che si immagina vissuto fra la fine del 900 e il principio del 1000. Dotato di una tale bellezza che sarà chiamato il Risplendente, divenne membro del clan dei Minamoto; si ricordi che i Minamoto erano anche chiamati Ghenji. Il Ghenji Monogatari, inno alla bellezza della natura e alla vita di corte, fu terminato agli albori dell’Xl secolo da Murasachi Scichiba, nome che si può rendere con « Violetta del cerimoniale »; nella letteratura giapponese le scrittrici sogliono utilizzare pseudonimi tratti dalle cariche di corte di padri o mariti. Altro genere letterario in voga in quel periodo è il diario; fra tutti il più noto è il Macura no sósci, libro del capezzale, redatto da Sei Scinagon, parente, come Marasachi, della famiglia imperiale. La « Lega del Vento Divino » è parte integrante di un bel romanzo di Mishima, « Cavalli scatenati / irruenti », titolo originale Homba. Sotto la firma Tsunanori Yamao si cela forse Mishima stesso? Questo breve racconto appare in ogni caso come il naturale ed ideale sbocco dei Kojiki e dell’Heike Monogatari. Enorme è la tensione ideale che scaturisce dalle sue pagine. Lo si potrebbe definire un mosaico dell’anima giapponese e nello stesso tempo un’opera premonitrice: immediato è infatti l’accostamento fra « La Lega del Vento Divino » e la Tate no Kai di Mishima. Come non vedere poi nell’eroico samurai Harukata Kaya che aspira a presentare pubblicamente le sue avvertenze ed indi porre immediatamente termine alla sua vita con il seppuku lo stesso Mishima? Precisamente in questo consiste l’ultimo atto terreno dello scrittore nipponico. Il 25 novembre 1970, come è noto, Yukio Mishima con quattro seguaci: Masakatsu Morita, Hiromasa Koga, Masayoshi Koga e Masabiro Ogawa, irrompe nel quartier generale delle forze nipponiche di autodifesa. Dopo aver brevemente arringato i soldati compie il seppuku rituale, subito seguito da Morita; gli altri tre sono bloccati dai militari riusciti a penetrare nell’ufficio ove i cinque si erano barricati. Così si compie nella realtà quanto lo scrittore aveva più volte descritto nei suoi romanzi. Tornando alla « Lega del Vento Divino » ricorderemo che il racconto trae spunto da una delle insurrezioni di samurai scoppiate agli inizi dell’era Meijí. I primi anni di quell’era furono infatti travagliati e confusi, essendo vivo il timore dei patrioti nipponici che l’influsso occidentale potesse indebolire e corrompere lo spirito del Yamato. I protagonisti della insurrezione, tutti di stretta osservanza shintoista, si unirono in una lega dal nome ormai celebre anche in occidente: Kamikaze, Vento Divino. Il riferimento è alla divinità del vento che per ben due volte salvò il Giappone dalle orde provenienti dalla Cina di Kubilai, figlio del primogenito di Gengbis Khan. Il primo tentativo di invasione fu effettuato nell’ottobre del 1274 con un esercito di 30-40.000 uomini. Il secondo tentativo, ben più temibile, poté contare su una flotta sterminata, approntata dai coreani (Marco Polo ne dà una descrizione) e su un esercito di 100-150.000 uomini fra mongoli, cinesi e coreani. Vi furono durissimi scontri per più di cinquanta giorni finché il 14 agosto 1281 un tifone, di cui nessuno dubita l’origine divina, si abbatté sugli invasori. Il Giappone fu un’altra volta salvo. Ciò che più gli uomini della Lega paventano è la decadenza dei costumi, generata dall’intrusione dei barbari. Questa si verificò massivamente a seguito degli interventi del Commodoro americano Perry. Il 7 luglio 1853 questi si presenta con quattro nere navi da guerra per imporre dei trattati commerciali; si ripresenterà nel febbraio del 1854 con sette navi facendo comprendere allo shogunato la necessità di cedere. Fra coloro che non vogliono giacere sotto l’oppressione straniera si contrappongono due tendenze: quella di coloro che vogliono chiudersi rigidamente nella propria tradizione e, contrapposta, quella di chi ritiene più utile studiare i mezzi degli stranieri per poterli meglio contrastare. Gli uomini della Lega sono per la prima via e per mostrare la purezza dei loro intenti si sollevano usando solo l’arma tradizionale giapponese, la spada. Questa scelta non era dettata soltanto dal desiderio di contestare clamorosamente un recente editto che proibiva di portare quest’arma, ma anche per riaffermare la propria fedeltà e dedizione agli Dei immortali. La spada infatti oltre ad essere, per eccellenza, l’arma dei bushi è uno dei simboli sacri affidati dalla dea Amaterasú al nipote come testimonianza visibile di autorità e divinità. Anche questa insurrezione, come le al ‘ tre, fallisce sul piano materiale, ma si conclude con un’apoteosi spirituale. Quasi tutti i sopravvissuti dopo aver bevuto una tazza di sake e composto un tanka si infliggono il seppuku. L’autore ci mostra che tale costume non era precluso alle donne; infatti la dolce e coraggiosa Ikiko Abé accompagna il marito nel « viaggio » divino. Questo ci ricorda che lo shíntoismo non tenne affatto la donna in condizione d’inferiorità, anzi le diede la sua più venerata divinità; Amaterasu, la dea del sole. A dimostrazione di quanto l’esercito imperiale stimasse gli insorti, nonostante li combattesse all’ultimo sangue, si pensi che Saigo Takamori, artefice e bandiera dell’insurrezione, il quale si era praticato il seppuku vedendo naufragare i suoi tentativi, fu inumato solennemente e con tutti gli onori. Ma il sangue non fu versato inutilmente; questi scontri rappresentarono una catarsi da cui sorse quel Giappone allo stesso tempo moderno e antico, perfetto padrone delle tecnologie più avanzate poste nelle mani di uomini per i quali concetti di onore, lealtà ed amore sono eterni, più forti del fuoco e della morte. Di questa tempra fu il conte Nogi che nel 1912, alla morte dell’Imperatore Mutsumito, in pieno XX secolo. compì il junsbi, il seppuku rituale con cui si accompagnava nella morte il proprio signore. La sua sposa lo seguì nel viaggio eterno. Il vincitore di Port-Arthur lasciò il seguente poema d’addio:

    Abbandonando una vita fuggitiva, il mio sovrano è salito fra gli Dèi. Con il cuore pieno di gratitudine che lo seguo.

    Da questo spirito, da questa cultura e civiltà millenarie sorgono i kamikaze, i terribili e stupendi guerrieri dell’ultimo conflitto mondiale. Con la fronte cinta dal bashimaki, la candida fascia decorata col rosso cerchio della Dea solare ed i quattro ídeogrammi che auspicano « sette vite per servire la Patria », questi cavalieri leggendari picchiavano con i loro velivoli imbottiti d’esplosivo sui nuovi selvaggi invasori, per salvare l’impero del Sol Levante e assurgere, già dèi, al cielo. « Questi aviatori – secondo la bella lingua giapponese, tutti insieme kesshitaí o « decisi a morire » e bissitai o « votati a morte certa » – erano nikudan o « proiettili umani », volontari nell’animo e nella coscienza… (La via dell’Eternítà, pag. 366). Essi rinnovarono il iíbaku, la più arcaica forma di seppuku, che si effettuava gettandosi sul nemico.Il 16 ottobre 1944 il contrammiraglio Arima Masabumi al comando di un bombardiere riesce a superare lo sbarramento antiaereo americano e a lanciare il suo velivolo nel cuore della portaerei Franklin distruggendola. Forse è quest’atto, certo frutto di uno spirito comune a tutti i piloti, che dà il via alla creazione del nuovo corpo speciale. Tre giorni dopo, il 19 ottobre 1944, l’ammiraglio Onishi Takiiiró, da non più di dieci giorni comandante della flotta del Sud-ovest, giunge al campo d’aviazione di Malabacat. Chiama a rapporto gli ufficiali della 201′ squadra e nel silenzio più assoluto propone di riempire d’esplosivo gli apparecchi da caccia e schiantarsi con essi sulle navi nemiche. Per la prima volta un comandante chiede ai suoi subalterni di organizzare un corpo speciale per i cui componenti la morte è certa, anzi è attraverso la loro morte che si realizza il successo della missione. Gli uffìciali chiedono di potersi consultare; poco dopo il loro superiore si ripresenta dall’ammiraglío manifestando la loro completa approvazione alle sue tesi ed arrogando alla 201′ squadra l’onore di organizzare l’unità speciale. Nella notte Inogucbi Rikihei, sottocapo di stato maggiore della l’ Flotta Aerea, si presenta dall’ammiraglio Onísbi pregandolo di voler battezzare « kamíkaze » la nuova formazione. L’indomani mattina, a sole poche ore dalla proposta di costituzione, l’ammiraglio passa in rassegna le prime quattro squadriglie: Shikishima, Yamato, Asabi, Yamazakura. Questi nomi l’ammiraglio li aveva tratti da un tanka del XVIII secolo di Motoori Norinaga:

    Shikisbima no

    Yamatogokoro wo

    hito towaba

    asabi ni niou

    yama-zakura bana

    che si può rendere, in una versione non letterale:

    Se vi si domanda qual è lo spirito dell’eterno Giappone, rispondete: esso è, come i fiori di ciliegio ai primi raggi del sole mattutino, puro, chiaro e deliziosamente profumato.

    Lo stesso giorno la squadriglia Yamato decolla per il campo avanzato dell’ísola di Cedu; è l’inizio di un’epopea moderna che però conserva intatto tutto il sapore di una saga antica.La notizia della creazione del corpo kamìkaze fa fremere il Giappone; a migliaia giungeranno i volontari dalle facoltà universitarie, dai campi e dalle fabbriche. Non saranno mai gli uomini a mancare alla nuova formazione; faranno difetto i mezzi. L’ammiraglio Ugakí Matome organizza una nuova unità speciale, la Jinrai Butaí, la « Folgore Divina ». I piloti disporranno di Oka, fiore di ciliegio, specie di bomba pilotata con 1.200 chili d’esplosivo. Portata da un bombardiere può essere lanciata da 6.000-8.000 metri d’altezza ed a una trentina di chilometri dall’obiettivo; può piombare sul bersaglio alla velocità di 1.000 chilometri all’ora. L’Oka più che a un velivolo assomiglia ad un siluro e ci ricorda nella forma i « maiali » della X Flottiglia Mas; l’accostamento non è solo nel mezzo, dato che lo spirito che animava questi combattenti della R.S.I. non fu certo molto dissimile da quello dei piloti che si erano scelti come simbolo il sakura, il fior di ciliegio giapponese. Ma giunge il 6 agosto Hiroshíma e il 9 Nagasaki: 300.000 motti, nella quasi totalità civili, vecchi, donne e bambini. L’eroismo dei moderni samuraí, che ormai non sono più una casta ristretta ma tutto un esercito, non ha potuto far fronte ai più criminali strumenti di morte usati dall’uomo, sempre che umani si considerino coloro che hanno approntato l’arma atomica compiendo con essa, su civili indifesi, il più bestiale fra gli « esperimenti scíentifici ». Del 15 agosto 1945 è l’ordine di servizio per l’ultima missione kamikaze: « Tre bombardieri attaccheranno il nemico a Okinawa, sotto il comando personale dell’ammiraglio Ugaki ». A mezzogiorno viene trasmesso il messaggio imperiale di resa ma l’ammíraglio non modifica l’ordine. Sulla pista l’attendono non tre ma undici velivoli. Sette di loro arriveranno su Okinawa da dove, attraverso l’etere, giunge l’ultimo messaggio dell’ammiraglio Ugaki:

    « Fu completamente per mia colpa se le forze che comando non sono riu scite a schiacciare il nemico e a proteggere la patria, malgrado i combattimenti eroici condotti dai miei equipaggi in questi ultimi sei mesi… Sto ‘per picchiare sul naviglio nemico a Okinawa, ove tanti dei miei uomini si sono sfogliati come fiorì di ciliegio per rispettare le tradizioni dei nostri antenati, con una fiducia assoluta nella perpetuità dell’Impero e nella nobiltà dello spirito kamíkaze. Mi auguro che tutti coloro che comando comprendano i motivi della mia condotta, superino le loro future prove e lavorino con tutto il loro cuore per la rinascita della nostra grande Patria affinché essa viva eternamente. Banzaí! ».

    Il Giappone onora 4.615 kamikaze immolatisi perché l’impero del Sol Levante continui ad essere l’ímmortale Paese degli Dèi. Al loro eroico sacrificio si possono applicare le strofe di un poema composto all’inizio del secolo:

    « Noi abbiamo combattuto da vivi noi abbiamo combattuto da morti perché i nostri spiriti accompagnavano i nostri camerati, la nostra opera è compiuta, abbiamo raggiunto i nostri antenati e preso il nostro posto fra i nostri glorificati eroi ».

    Eppure non è stata risparmiata loro neanche l’onta di definizioni e accostamenti insultanti da parte dei pennivendoli di un Occidente dimentico delle sue stesse tradizioni e corruttore delle altrui. Non ci si deve però stupire; obbiettività e buona fede non hanno dimora nella pubblícistica capitalcomunista.

    Raymi

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il Bushido

    Proclama di Yukio Mishima

    Letto dallo scrittore il 25 novembre 1970, pochi istanti prima del seppuku – taglio del ventre – rituale

    La nostra Tate-no Kai (1) si è sviluppata grazie al Jieitai (Forze di autodifesa) (2); così possiamo ben dire, il Jieitai è nostro padre e fratello maggiore. Perché mai corrispondiamo a tale debito di gratitudine con una azione tanto ingrata? Guardando al passato abbiamo ricevuto nelle Forze di Autodifesa, io per quattro anni, gli altri membri per tre anni, un trattamento quasi come soldati del Jieitai, e un addestramento completamente disinteressato. Noi amiamo sinceramente il Jieitai, perché lì abbiamo imparato a sognare il “vero” Giappone al di fuori delle caserme militari, e proprio lì, abbiamo conosciuto lacrime virili che non avevamo potuto conoscere nel nostro Paese del dopoguerra. Abbiamo versato qui sudore genuino; abbiamo corso insieme ai camerati per le vallate del monte Fuji, accomunati dallo stesso amore per la Patria. Di questo non abbiamo il minimo dubbio. Per noi il Jieitai è stato la Patria, l’unico luogo in questo Giappone attuale indifferente a tutto, in cui si poteva respirare un’aria di intenso ardimento. E’ immenso l’affetto che abbiamo ricevuto dagli istruttori. Perché dunque, nonostante ciò, siamo arrivati al punto di intraprendere una simile impresa? Può sembrare una scusa forzata, ma affermo che ciò avvenne per amore del Jieitai. Abbiamo visto come il Giappone del dopoguerra per seguire l’infatuazione della prosperità economica, abbia dimenticato i grandi fondamenti della nazione; lo abbiamo visto perdere lo spirito nazionale e correre verso il futuro, senza correggere il presente; lo abbiamo visto piombare nell’ipocrisia e precipitare nel vuoto spirituale. Abbiamo assistito stringendo i denti, al gioco della politica interna a dissimulare le contraddizioni, mentre sprofondava nell’ipocrisia e nella bramosia di potere. Abbiamo assistito alla difesa dei particolarismi e degli interessi personali. Abbiamo visto affidare a Paesi stranieri i piani riguardanti i prossimi cento anni della Nazione; abbiamo visto l’umiliazione della disfatta nascosta per non essere cancellata, e gli stessi nostri connazionali profanare la storia e le tradizioni del Giappone. Abbiamo sognato di vedere i veri Giapponesi e lo spirito dei veri samurai sopravvivere nel Jieitai. Tuttavia è chiaro che secondo la legge il Jieitai è incostituzionale e che la difesa, problema fondamentale per un paese, è stata dimenticata con opportunistiche interpretazioni legali. Proprio in questa circostanza, perché c’è un esercito che non porta questo nome, è da ricercare la causa fondamentale della degenerazione morale e del decadimento spirituale dei giapponesi. L’esercito che dovrebbe tenere in gran conto l’onore è stato oggetto di un inganno quanto mai malvagio. Il Jieitai ha continuato a portare il disonore della Nazione dopo la sconfitta. Non è stato riconosciuto come esercito nazionale, nè come nucleo su cui costruire un corpo armato; è diventato una specie di abnorme forza di polizia. Non gli è stato neppure chiaramente indicato a chi dichiarare fedeltà. Siamo furibondi per il troppo lungo sonno del Giappone del dopoguerra. Abbiamo creduto che il risveglio del Jieitai corrispondesse al momento del risveglio del Giappone! Ci siamo convinti che il Giappone dormiente si sveglierà solo quando il Jieitai si sveglierà. Siamo assolutamente certi che dobbiamo adoperarci al massimo, pur nei limiti delle nostre umili energie, come cittadini di questa Nazione, per far sì che un giorno, con un emendamento alla Costituzione, il Jieitai assurga al suo significato originale di nucleo su cui costruire un esercito, e poi diventi un autentico esercito nazionale. Quattro anni fa, entrai come volontario nello Jieitai, avendo ben chiaro questo proposito. L’anno dopo, fondai la Tate-no Kai. Alla base di questa Associazione sta la risoluzione di sacrificare la vita, per far destare il Jieitai, per farlo diventare un esercito nazionale, un esercito con una propria dignità. Se un emendamento alla Costituzione in tal senso è ormai impossibile, la sola e unica possibilità è un’azione che mobiliti l’ordine pubblico. Noi intendiamo offrire la vita per diventare l’avanguardia di questa mobilitazione, ci proponiamo di diventare una piccola pietra su cui fondare l’esercito nazionale. L’esercito protegge la Nazione, la polizia difende la struttura politica. Quando giunge il momento in cui le forze di polizia non riescono più a difendere la struttura politica, la Nazione si sente protetta grazie all’azione delle forze armate e queste riacquistano il loro valore originario. Tale principio fondamentale, consiste esclusivamente nel “difendere la storia, la cultura e le tradizioni del Giappone fondate sull’Imperatore”. Noi, pur essendo pochi, ci siamo addestrati e ci siamo offerti volontari per rettificare i principi fondamentali della Nazione che sono stati travisati e distorti. Cosa è accaduto il 21 ottobre del 44° anno dell’era Showa (1969)? Una dimostrazione, l’ultima prima del viaggio in America del Primo Ministro, è stata soffocata dalle forze schiacciati della polizia. Ne fui testimone nel quartiere di Shinjuju (Tokio) e provai un profondo rammarico. In quell’occasione ho capito che in questo modo non era possibile far cambiare la Costituzione. Che cosa è successo quel giorno? Il governo si rese chiaramente conto dei limiti delle forze di estrema sinistra, dalla reazione del popolo nei confronti dell’intervento della polizia, non dissimile a un coprifuoco, trasse la sicurezza di poter riuscire a tenere sottocontrollo la situazione, anche senza dover arrivare alla spinosa questione dell’emendamento alla Costituzione. L’azione dell’esercito per ristabilire l’ordine pubblico divenne inutile. Il governo, per il mantenimento delle proprie strutture politiche, ha avuto la certezza che le forze di polizia erano assolutamente sufficienti. E queste non erano in conflitto con la Costituzione. Così il governo può continuare a fingere di ignorare il problema fondamentale del Paese! Il governo è riuscito a placare le forze di sinistra con la favola della difesa della Costituzione, ha rafforzato la sua politica che preferisce i vantaggi concreti all’onore, e si è proclamato difensore della Costituzione. Non curarsi della forma, dell’onore, preferire i vantaggi, per i politici può anche andar bene. Ma questi stessi politicanti non si sono accorti che per il Jieitai quell’episodio è stato una ferita mortale. Ed ecco, ancora più di prima, ipocrisia ed inganni, false promesse e sotterfugi. Questo giorno resti impresso nella vostra memoria! Il 21 ottobre del 44° anno dell’era Showa è stato per il Jieitai il giorno della tragedia. E’ giorno il giorno in cui questa organizzazione, che da vent’anni, sin dalla sua fondazione, attendeva ansiosamente un emendamento alla Costituzione, ha visto tradire in maniera definitiva ogni sua speranza. In quel giorno l’emendamento alla Costituzione è stato escluso dal programma politico. In quel giorno il Jiminto (Partito Liberale Democratico) ed il Kyosanto (Partito Comunista), che insistono sull’importanza della politica parlamentare, hanno spazzato via ogni possibilità di ricorrere a metodi non parlamentari. Così, come conseguenza logica, il Jieitai, che fino ad allora era considerato un figlio illegittimo della Costituzione, da quel giorno fu riconosciuto come “Esercito di Protezione della Costituzione”. Può esistere un paradosso più grande di questo? Da quel giorno noi abbiamo cominciato ad osservare attentamente il Jieitai. Se nel Jieitai, come avevamo sognato, sopravviveva lo spirito del samurai, come potevano i suoi membri tollerare questa situazione? Se siete uomini la vostra, fierezza virile, come può permettere tutto questo? Quando, continuando a sopportare, si oltrepassa anche l’ultima linea, che si dovrebbe difendere, è da uomo, da samurai, ribellarsi assolutamente. Noi, trepidamente siamo rimasti in ascolto. Ma nel Jieitai, non si è levata nessuna voce virile contro l’ordine vergognoso che dice:” Difendete la Costituzione che vi rinnega”! In questa circostanza, consapevoli delle vostre forze, sapendo che non esiste altra strada che quella di correggere la logica distorta della Nazione, voi del Jieitai siete rimasti in silenzio, come un canarino senza voce. Abbiamo provato dolore, sdegno e disperazione. Voi dite che non potete fare niente senza ordine. Ma, ahimè, i compiti che vi sono stati assegnati, non provengono dal Giappone. Si dice che il controllo civile sia la principale caratteristica di un esercito democratico. Ma in Inghilterra e in America, il controllo civile riguarda solo l’amministrazione finanziaria dell’esercito. Non consiste, come in Giappone, nell’essere soggiogati e maneggiati dai politici, che mutano col mutare delle stagioni, e nell’essere strumentalizzati da interessi di partito. Il Jieitai si è lasciato sedurre dalle lusinghe dei politici e percorre un sentiero che lo conduce all’autoinganno e all’autodissacrazione più profonda. Si è forse corrotto il suo spirito? Dov’è finito lo spirito dei samurai!? Il Jieitai è diventato un enorme arsenale privo di anima. Dove vuole andare? In un negoziato riguardante il settore tessile, alcuni imprenditori non hanno esitato a chiamare “traditore” il Partito Liberale Democratico (Jiminto), ma nel Jieitai nessun generale si è suicidato tagliandosi il ventre, per protesta, quando è risultato chiaro che il Trattato di Antiproliferazione Nucleare, che concerne i piani a lunga scadenza della nostra politica nazionale, era in pratica identico al Trattato ineguale del 5-5-3. (3) E della restituzione di Okinawa che ne dite? E della responsabilità della difesa del territorio nazionale? E’ evidente che l’America non desideri che un esercito giapponese veramente autonomo difenda il territorio del nostro paese. Se il Jieitai non riacquisterà la propria autonomia entro due anni, rimarrà per sempre, come afferma la sinistra, mercenario dell’America. Abbiamo aspettato quattro anni. L’ultimo anno con ansia. Ora non possiamo più aspettare! Non possiamo più aspettare qualcuno che continua a rinnegare se stesso. Tuttavia aspetterò ancora trenta minuti. gli ultimi trenta minuti! Insorgeremo insieme e moriremo insieme per la giusta causa. Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E’ bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E’ il Giappone! E’ il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. Non c’è nessuno tra voi che desideri morire per sbattere il proprio corpo contro quella Costituzione che ha evirato il Giappone? Se c’è, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione spinti dall’ardente desiderio che voi, che avete uno spirito puro, possiate tornare ad essere veri uomini, veri samurai!

    A cura del Gruppo di ricerca Storica di Nuovi Orizzonti Europei

    NOTE

    (1) La Tate-no-Kai fu costituita da Mishima nel 1968, come gruppo paramilitare. Era composta da circa duecento membri tutti reclutati dallo scrittore stesso. Il gruppo aveva come obbiettivo la difesa dello spirito nazionale del Giappone e il riarmo del Paese.

    (2) Polizia nazionale istituita nel 1947. Il compito principale di questo corpo era l’autodifesa contro le aggressioni e l’aiuto in caso di calamità naturali. Il Jieitai era composto unicamente da volontari.

    (3) Trattato di sicurezza nippo-americano. In questo trattato, firmato nel maggio del 1960, il Giappone offriva basi militari agli Stati Uniti e confermava la rinuncia alla guerra, già sancita dall’articolo numero 9 della Nuova Costituzione, promulgata il 3 novembre del 1946.

    Libri:

    G. Fino, La spada giapponese. Euro 9,30. Nel Giappone tradizionale la spada -uno dei tre emblemi divini- viene sentitae considerata come l’anima del guerriero (bushi). Numerose fotografie -molte a colori- illustrano le fasi della lavorazione di lame e di accessori.

    G. Fino, Mishima e la restaurazione della cultura integrale. Euro 7,30. Le origini della teoria di Mishima sulla cultura.

    Y. Mishima, Il pazzo morire. Euro 8,00

    Y. Mishima, Ancora intorno al pazzo morire. Euro 7,25 Alcune note di commento allo Hagakure completate da brevi – ma incisivi – scritti e saggi.

    I. Nitobe, Bushidô. Euro 15,50 Opera essenziale per comprendere, di là da raffigurazioni convenzionali, quell’universo eroico che fu il Giappone dei Samurai.

    Junyû Kitayama, Lo Stile eroico. L’eroismo in Giappone, pp. 136.
    Traduzione a cura di Vittorio Penzo. Collezione Ryû, per i tipi di Sannô-kai, VIII, 2002. Euro12,00. Severa e sublime come quell’incrocio di destini che portò, con Junyû Kitayama, il Giappone in Prussia, quest’opera sfida i limiti delle rappresentazioni occidentali dell’eroicità. È un poema che sgorga da una struttura saggistica:
    racconto di ‘portamenti’ grandiosi, florilegio di gesta e di gesti magnanimi della personalità. Disegnando una sorta di ‘metafisica dello stile’, l’Autore delinea i profili della condizione eroica.
    Il Bushido

 

 

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