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LO SPIRITO DEL BUSHIDO
Scrive Miyamoto Musashi nel libro della terra: “in linea di massima il fondamento della via del Samurai è la risoluta accettazione della morte”. Sul piano puramente filosofico significa che bisogna tendere a quello stato interiore in cui non c’è più differenza tra vita e morte, tra agire e non agire, tra desiderare e non desiderare, lo stato estremo di realizzazione in cui la vacuità dell’esperibile si manifesta in tutta la sua dirompente evidenza. La libertà dalla preoccupazione del dover morire permette al Samurai di agire di là dai condizionamenti e delle illusioni, la mente resta impassibile.
E’ nell’efficacia del proprio agire che il Samurai rivela la forza di una condotta di vita tutta volta alla propria realizzazione interiore, il vincere per il Samurai è la naturale conseguenza dell’essere affrancato dalla paura della morte, “il sentimento della morte rende il guerriero efficace, come un lucido uomo braccato”*.
Il Samurai sa che in qualsiasi momento la morte può ghermirlo, l’unica cosa che lo rende diverso dall’uomo comune, dal non iniziato, è quella di saper scegliere il luogo della propria morte.
Il rapporto con la morte non è vissuto dal Samurai con angoscia o in maniera ossessiva, esso è il motore che lo fa agire, che gli consente di essere pienamente nel qui ed ora, di assaporare ogni attimo della propria vita ben sapendo che non è eterna, di essere fedele alla vita non sprecandola in banalità e in puerili quanto illusorie preoccupazioni.
La morte per il samurai è l’amica che gli ricorda che il tempo non è eterno, che non gli consente di dimenticare se stesso, e il senso della vita, comportandosi come un immortale suino che si abbandona ad ogni più effimero desiderare. “Il sentimento della morte fa agire con la perfezione e il distacco dell’uomo che non crede in niente, che non desidera niente, il cui piacere è tutto nell’avere nulla da guadagnare, nulla da perdere”*.
Nella tradizione del Budo un Samurai poteva combattere solo per questioni molto gravi, queste potevano essere la difesa del proprio onore, della famiglia, del proprio feudatario e del proprio paese.
Non era raro che per rimediare ad un proprio comportamento disonorevole, il samurai facesse ricorso al seppuku (suicidio rituale); il suicidio in Giappone al contrario che nella tradizione cattolica non è visto né sentito come fuga dalla vita o come atto di debolezza e di disperazione, ma come espressione del libero arbitrio, della possibilità di saper scegliere il tempo ed il luogo in cui porre fine alla propria esistenza terrena, con un atto cerimoniale, in cui l’esecuzione impeccabile e l’irrevocabilità del gesto testimoniano la fermezza, la determinazione e la libertà dello spirito di chi lo compie.
Nel Bushido era compreso lo studio di varie arti, tra cui il kyu Jutsu o arte dell’arco, il So Jutsu o arte della lancia, il Ba Jutsu o arte di cavalcare, il Ju Jutsu o arte della cedevolezza e la più importante il Ken Jutsu o arte della spada. Accanto a queste arti c’erano anche quelle non marziali, tra cui spiccavano, l’arte delle buone maniere, il Kyodo o arte della calligrafia, l’arte del comporre poesie e il Chanoyu o arte della cerimonia del tè. La pratica di tutte queste arti perseguiva un duplice scopo, formare una classe dirigente quella dei bushi (samurai), che avesse ben formate in sé due caratteristiche, la forza dello spirito, e la sensibilità dello spirito.
Queste due caratteristiche, ben equilibrate nell’animo dell’uomo guerriero, gli permettevano di guidare nel migliore dei modi la società medievale giapponese (ricordo che in Giappone il periodo medioevale è durato molto più a lungo che in Europa e che il passaggio da questo tipo di società a quella di tipo moderno è avvenuto in maniera molto più graduale e indolore, non è raro che le grandi famiglie industriali giapponesi siano le stesse famiglie feudali che sono passate da un tipo di dominio terriero ad uno industriale).
Il contemporaneo perseguimento di questi obbiettivi, nella tradizione occidentale, è presente quasi esclusivamente negli ordini monastico- guerrieri quali, Templari, Ospitalieri, ecc. ecc., e in alcune dottrine esoteriche, in cui è stato pienamente compreso, che lo sviluppo dell’animo umano deve essere in continuo equilibrio: mente, cultura, sensibilità, comprensione, devono camminare di pari passo con cuore, coraggio, distacco e abbandono. La via dell’evoluzione necessariamente passa attraverso queste porte, non c’è crescita dove cultura e conoscenza, sono divise da coraggio e determinazione. Il prendersi la responsabilità delle proprie azioni è indice di uno spirito in crescita e della capacità di imparare da esse, buone o cattive che siano. Le figure del guerriero e dell’iniziato spesso in queste tradizioni si sovrappongono, il guerriero e l’iniziato agiscono, ed è dal proprio agire che traggono il nutrimento che li fa avanzare sulla via dell’autoperfezionamento; ogni esperienza della propria esistenza viene vissuta e vista come un’occasione irripetibile per conoscere il proprio spirito, per accrescere la propria consapevolezza e per integrare le proprie conquiste concettuali col proprio vissuto quotidiano. Il mondo mentale soggettivo e quello dell’azione nel mondo condiviso, si sovrappongono, a questo punto non è più possibile barare: quello che siamo e quel che pensiamo di essere si ritrovano faccia a faccia, la destrutturazione dell’ego inizia con violenza, la nostra impeccabilità diventa il nostro unico scudo per uscire vincenti da questo incontro-scontro, i nostri comportamenti possibili si riducono a due, agire come guerrieri impeccabili o come stupidi, rientrare nel mondo reale e unico dell’uomo comune, o aprirci al mondo terribile, meraviglioso e incommensurabile del guerriero.
* Castaneda e la via del guerriero, Dubant-Marguerie
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