La cura del comune e la logica del saccheggio venerdì 26 agosto 2011 | Massimiliano Smeriglio | Un commento
Idee e proposte contro la crisi – Nel capolavoro del genere crime di Trevanian, Shibumi il ritorno delle gru, si racconta di una sovrastruttura di governo delle cose del mondo chiamata Casa Madre. Questa entità, potentissima, finanziata e organizzata dalle multinazionali del petrolio e dagli Stati occidentali, imponeva scelte, priorità e tempi ai governi nazionali e alle loro strutture di intelligence prefigurando società sostanzialmente post democratiche. La vicenda è stata scritta durante i mitici settanta. Sono passati quaranta anni da quella lucida illuminazione che oggi potrebbe trovare corpo e sostanza nel mondo dei rating e della finanza globalizzata.
Quel mondo più ordinato, fondato su blocchi d’acciaio, geometrie e perimetri nitidi sembra farci persino nostalgia. Il mondo del compromesso socialdemocratico tra Capitale e lavoro, il mondo della produzione di merci materiali fondato su un capitale industriale tendenzialmente nazionale è in via di estinzione. Non il lavoro manuale ma la natura prevalentemente nazionale e territoriale delle imprese guida.
Oggi siamo in presenza di una economia finanziaria fortemente interconnessa dove diventa assai complicato definire i confini tra economia produttiva, finanza e speculazione. Possono giocare ruoli contrapposti e possono, contestualmente, apparire come spicchi del medesimo prisma. A volte rimane utile distinguere i piani. Ma spesso si tratta di semplificazioni, propaganda non in grado di misurarsi con la complessità che ci troviamo a vivere.
Per esempio il Debito degli Stati, a cominciare dagli USA, è un accumulo di vicende cominciate nella seconda metà degli anni settanta, quindi la situazione attuale è figlia delle diverse fasi che il capitalismo ha attraversato negli ultimi quaranta anni. E il debito non è di per se una malattia, senza un utilizzo virtuoso del deficit spending lo sviluppo economico del novecento non sarebbe stato lo stesso (semmai si può ragionare sull’utilizzo del debito durante crisi cicliche e durante crisi strutturali).
Eppure siamo dentro un velocissimo cambio di paradigma.
Siamo nella fase rapace di un neoliberismo senza regole che ha straripato distruggendo la capacità di contenimento da parte della sovranità popolare. Siamo nella fase del saccheggio. Saccheggio dei beni pubblici, di ciò che rimane degli Stati e dei loro asset strategici. Saccheggio della biosfera. Saccheggio del lavoro dipendente, dei pensionati e dei giovani precari senza futuro.
Nonostante gli errori del 2008 e le pesanti responsabilità che ne conseguirono per aver benedetto il verminaio dei subprime, le agenzie di rating, Standard&Poor’s, Moody’s, Fitch, hanno riguadagnato terreno fino ad arrivare a dettare l’agenda politica a USA e Europa. Lo hanno fatto in mille modi, soprattutto lo hanno fatto sostenuti da una ideologia fortissima: applicare alle finanze degli Stati parametri e indicatori utilizzati per le finanze aziendali.
Tutto questo accadeva nel deserto di una politica senza vision e senza una idea di società alternativa alle tecnocrazie neoliberiste. Tutto questo è stato possibile grazie alle difficoltà di Obama e di una Europa rimasta nel guado della sua integrazione politica. Così mentre il Trattato di Maastricht affrontava i cosiddetti squilibri del settore pubblico nessuno si occupava di quelli privati con le agenzie pronte a benedire le operazioni più spericolate. Fino a chiudere entrambi gli occhi di fronte ai credit default swaps, le scommesse sulla bancarotta di un debitore, Stati compresi.
Oggi la situazione rischia di far saltare l’intero banco. Anche per questo i Capitalisti dal “volto umano” da Warren Buffet a Montezemolo e De Benedetti, chiedono a gran voce di poter partecipare agli sforzi anticrisi consapevoli della posta in gioco. E’ chiarissimo l’americano quando dice, “verso solo il 17% del mio imponibile mentre i miei dipendenti arrivano al 41%”. Nessuna filantropia, solo la consapevolezza che disuguaglianze così grandi potrebbero determinare conflittualità diffusa e quindi ulteriore instabilità sui mercati. E’ accaduto a Madrid e Londra, può accadere di nuovo ovunque.
Contestualmente siamo dentro un ridisegno complessivo dei rapporti della geopolitica e della “geoeconomia” in senso multipolare. Nel 2025 Cina, India, Messico Russia, Brasile e Corea del sud faranno da soli metà della crescita economica mondiale. Nel 2013 il Brasile supererà l’Inghilterra, nel 2019 il Messico farà altrettanto con l’Italia e nel 2050 le sette economie emergenti saranno del 64% più grandi di quelle del G-7.
“La Cina continuerà ad acquistare titoli del debito americani ed europei ma chiede in cambio che i Governi occidentali si impegnino a varare riforme di lungo periodo per invertire il trend di ddeclino dei conti pubblici”. Così ha commentato Jones Li Daouki, consigliere della People’s Bank of China. Un consiglio interessato e determinato potremmo definirlo.
Di fronte alla crisi sistemica del neoliberismo globale e al ridisegno multipolare dei rapporti di forza tra aree geografiche del pianeta diventa indispensabile rimettere al centro il ruolo dell’Europa. La partita in corso come è evidente da un lato squaderna la più classica delle contraddizione, quella tra il Capitale (multiforme) e il Lavoro. Quaranta anni in cui una gigantesca quantità di risorse si è spostata dal lavoro alla rendita nelle sue diverse salse.
Dall’altro ci consegna un piano di sempre maggiore incompatibilità tra Economia e Democrazia, tra tecnocrazia e sovranità popolare. Dovremmo saper cogliere e agire le contraddizioni presenti in entrambe le coppie in contrasto. Ma mentre la vicenda lavoro salario redistribuzione va giocata su scala europea e nazionale, quella della rappresentanza e della sovranità può deve essere posta soprattutto su scala europea. La risposta alla negazione di una democrazia sostanziale di carattere continentale non può essere in una sorta di rigurgito populista neo nazionale. Anche per il piano inclinato che porta direttamente in braccio a forme neonazionaliste assolutamente regressive.
Piuttosto bisogna rilanciare il dibattito sulla democrazia europea, una democrazia inclusiva capace però di decidere e di battere sul tempo le cavallette del capitalismo del terzo millennio. Pena la fine della politica per come l’abbiamo conosciuta. Battere le tecnocrazie e battere la tentazione di una diarchia franco-tedesca pronta a fare da supplente interessato al deficit di politica europea. C’è bisogno di una iniziativa forte che definisca lo spazio pubblico europeo come lo spazio comune, indispensabile per qualsiasi ipotesi di uscita democratica dalla morsa in cui siamo immersi. Da una lato le compatibilità tecnocratiche che inneggiano alla bandiera ideologica del pareggio di bilancio da inserire addirittura nelle Costituzioni. Dall’altro il populismo neo nazionale.
In questo senso è davvero molto importante l’iniziativa di Change for Europe che mette insieme Vendola, Martin Schulz, Jacques Delors, Daniel Cohn-Bendit, Martine Aubry e tanti altri su una piattaforma rosso-verde fondata su una politica fiscale europea comune, più tasse sui redditi da capitale e meno su quelli da lavoro, una tassazione progressiva che non danneggi i redditi medio bassi, varo di una fiscalità ecologica, tasse sulle transazioni finanziarie e soprattutto una apertura importante sugli Eurobond nella versione “project bond” (non tanto obbligazioni a sostegno del debito quanto strumento a sostegno della “crescita”, e aggiungerei del benessere, della cura e di una società sostenibile).Un passo in avanti importante ma ben al di sotto di ciò che serve.
Dovremmo farci carico anche a partire dai nostri livelli territoriali e nazionali di promuovere iniziative che sappiamo mettere in campo ipotesi di lavoro e di governo capaci di spostare la sovranità dalla Economia e farla tornare nel campo della Politica.
Sarebbe utile organizzare a Roma (città simbolo della unificazione europea) un summit che veda la presenza del campo della sinistra europea (socialisti, comunisti, verdi), dei sindacati, della intellettualità diffusa, di chi si oppone anche nell’accademia al mantra del pareggio di bilancio, dei movimenti della insubordinazione giovanile generalizzata, delle autonomie locali e delle città, vero cuore pulsante dell’Europa dei popoli, per trovare strategie e piattaforme condivise su scala continentale.
Senza una assunzione di responsabilità su scala sovranazionale rischiamo di abbaiare alla luna e di ridurre tutto a beghe provinciali fuori contesto. Non sarà sfuggito a nessuno credo che il problema a queste latitudini non è solo Berlusconi. Oggi la credibilità del Paese è di fatto garantita dal capo dello Stato e dal prossimo presidente della BCE Mario Draghi. Entrambi svolgono, spesso straripando, una funzione che va ben al di là dei compiti assegnati dalla Costituzione e dalla consuetudine.
Per questo la discussione sugli Eurobond e su chi e come li governerà è una discussione decisiva per reinventare lo spazio democratico. Già immaginare un board che abbia a che vedere con la sovranità popolare espressa dal Parlamento europeo come controparte della BCE sarebbe un passo avanti.
Mettendo insieme gli stock di titoli dei diciassette Paesi dell’euro, si arriva a 5.500 miliardi di euro (lo stock Usa è di 6.600 miliardi di euro). Dimensioni di questo tipo rendono più difficile un attacco speculativo. Inoltre sarebbe l’intero processo europeo a fare un passo in avanti stabilendo un criterio di solidarietà e di redistribuzione del danno. In Germania il dibattito è drammaticamente aperto con socialdemocratici e verdi schierati a favore degli Eurobond e il governo appeso tra vincoli nazionali e richiami alla governance globale, “fino a quando questa coalizione sarà alla guida, non ci saranno gli Eurobond” spiega il ministro dell’Economia Philiph Roesler.
Da ultimo la proposta di Prodi e Quadrio Curzio ci obbliga ad entrare maggiormente nel merito tra le diverse interpretazione di Eurobond. Tra la proposta di Delors del ’93 di Unionbond, garantiti dal Bilancio della Comunità Europea per finanziare infrastrutture transeuropee, poi ripresa da Barroso nel 2010 e gli Eurobond di Juncker e Tremonti pensati per ristrutturare i debiti pubblici nazionali c’è una differenza sostanziale. Prodi si situa più o meno nel mezzo dividendo in due parti le risorse raccolte per fare l’una e l’altra cosa sforzandosi di garantire i Paesi più forti, Germania in testa, mettendo in campo riserve auree e beni di famiglia ( azioni Eni, Enel, Finmeccanica, Poste).
Sciolti alcuni nodi relativi al dibattito globale ed europeo saremmo più credibili nell’affrontare la macelleria sociale proposta da Berlusconi nascosto nel cono d’ombra delle tecnocrazie di Bruxelles.
A questa latitudine la responsabilità della manovra è tutta in capo al governo di centro destra.
Un Paese alla deriva con un impoverimento complessivo che fa paura dove i ceti medio bassi del lavoro dipendente pagheranno il conto per tutti. I dati sulla disoccupazione giovanile sono eloquenti così come il numero di giovani tra i 15 e i 24 anni che hanno smesso di studiare, che non seguono corsi e che non cercano lavoro. Il 16% del totale, di gran lunga il più alto tra i Paesi occidentali, fa spavento. Così come l’inaccessibilità del credito che non permette, sempre ai più giovani di accedere al risparmio e al credito quindi al mutuo per la casa consegnandoli ad una precarietà esistenziale senza via di fuga. In questo quadro, appare difficile immaginare persino l’indignazione come capacità di vertenzialità diffusa di medio periodo.
Restano i fuochi del 14 dicembre e le immagini del saccheggio dei riots londinesi. Che non sono la cura ma il sintomo esplicito di una malattia grave che attraversa le nostre società. Senza una idea di alternativa di società, senza la cura per i beni comuni, senza il farsi carico di ciò che è comune i riots sanno di disperazione e, in piccolo e del tutto inconsapevolmente, emulano la pratica principale dell’egemonia culturale neoliberista, quella del saccheggio e della devastazione di ciò che rimane della cosa pubblica. Nel saccheggio non vi è traccia di pratiche costituenti, vi è solo il primato della merce.
Le immagini della pubblicità della Nike affidata al volto di Wayne Rooney, asso del Manchester United, con uno scarpino in mano e lo slogan “be the wreapon not the target” (essere l’arma non l’obiettivo) campeggiava tra i fuochi londinesi. Nulla spiega meglio di ogni altra cosa questa sinistra eterogenesi dei fini dove il brand incita al saccheggio di se stesso.
La manovra aggrava ulteriormente la situazione. E aggiunge un insopportabile peso classista.
Diritto al licenziamento, contratti aziendali validi erga omnes, taglio delle festività del 1 maggio e del 25 aprile, la privatizzazione dei servizi pubblici locali in barba al referendum, la privatizzazione di aziende sane come Eni, Poste, Rai, le mani sul tfr e le tredicesime, i tagli alla politica trasformati in tagli alla democrazia con le iniziative contro le autonomie locali, la riduzione dei fondi fas in particolare per la banda larga e la prevenzione dei rischi da dissesto idrogeologico, il balletto sulle pensioni fatto prevalentemente sul corpo delle donne, la riforma dell’apprendistato con la riduzione delle ore di formazione, l’ulteriore difficoltà per le assunzione dei lavoratori disabili. Inoltre il cosiddetto contributo di solidarietà, poiché imposto con l’innalzamento delle aliquote Irpef sopra i 90.000 euro colpisce quasi esclusivamente i redditi e le pensioni da lavoro dipendente.
Infine il drastico ridimensionamento del welfare locale ridurrà alla disperazione e alla solitudine migliaia di persone che già sono in difficoltà .
Tagli su tagli, nulla di rilevante sul piano delle entrate e degli investimenti per la ripresa.
Dovremmo nei prossimi giorni costruire come campo largo del centro sinistra e forze sociali una piattaforma credibile radicalmente alternativa.
La proclamazione dello sciopero generale da parte della CGIL per il 6 settembre è il segnale che serviva. Otto ore di sciopero in cento piazze del Paese per rappresentare al meglio le mille forme del disagio di chi non può essere spremuto ulteriormente.
Un segnale fortissimo sul piano simbolico supportato da una piattaforma antigovernativa largamente condivisibile. La CGIL “vuole contrastare il carattere depressivo del decreto e propone un fondo per la crescita e l’innovazione da destinare ad un piano energentico nazionale, a politiche di green economy, alla ricerca e allo sviluppo e ad una seria politica industriale per il Mezzogiorno”.
Uno sciopero importantissimo da generalizzare chiamando alla indignazione e alla mobilitazione anche quelli che non hanno né un luogo, né la forza per scioperare. Precari, intermittenti, giovani, over quaranta, lavoratori al nero.
Per quel che ci riguarda dovremmo contribuire alle mobilitazione con i nostri corpi e con la pervasività di idee capaci di dimostrare che anche un’altra politica è possibile.
Lotta all’evasione basata sulla tracciabilità (200 miliardi di sommerso fiscale e previdenziale). Imposta patrimoniale sulla ricche immobiliare.
Introduzione dell’ici e dell’ires per il patrimonio della Chiesa cattolica (3 miliardi di euro). Aumento della tassa di successione.
Valorizzazione dei servizi pubblici locali intesi come beni comuni nella esclusiva disponibilità dei cittadini.
La difesa dei servizi pubblici locali è per noi irrinunciabile.
Il tema semmai è come trasformare le ex municipalizzate in aziende legate ad un singolo territorio, con una mission specifica e con un effettivo controllo e partecipazione dei cittadini per favorire il conseguimento degli obiettivi statutari (pulire la città, garantire l’acqua, efficentare il trasporto pubblico locale).
In particolare sul fronte delle entrate risulta convincente la contromanovra da 60 miliardi, 30 da destinare al debito e 30 per la ripresa, proposta da Sbilanciamoci.
-Rendite finanziare da tassare al 23%.
-Patrimoniale al 5%1000.
-15% sui capitali scudati.
-Tassazione sulle emissioni di CO2.
-Riduzione della spesa militare.
-Ritiro dall’Afghanistan e stop al progetto degli F35.
-Passaggio all’open source nella pubblica amministrazione.
-Cancellazione delle grandi opere
tanto per citare i passaggi più significativi.
Così come risulta importante indicare quale è per noi il terreno della ripresa coniugata con la sostenibilità ambientale e sociale.
Sostegno alla green economy alle piccole opere e alla cura del paesaggio, alla innovazione e alla ricerca, alla mobilità sostenibile, alla scuola pubblica e al welfare.
Rilanciare il welfare locale significa difendere i livelli essenziali di assistenza per bambini, anziani, diversamente abili e ridare significato alla parola Comune.
I Comuni non sono un fatto contabile e neanche solo un presidio della democrazia, sono la storia, l’identità, il linguaggio, la narrazione e la coscienza di luogo che hanno fatto grande questo Paese e l’intera Europa. I Comuni hanno a che vedere con la bellezza come fatto pubblico. Cervara di Roma è uno scoglio a più di mille metri in direzione Abruzzo. Ha cinquecento abitanti, ma la maestosa e semplicissima bellezza della duecentesca fortezza benedettina è un patrimonio indisponibile alle beghe contabili della politica. Piuttosto meglio meno parlamentari, meglio una sola Camera, meglio una riduzione drastica degli stipendi di parlamentari, ministri e consiglieri regionali che mettere le mani sull’anello più debole, il sindaco e il piccolo Consiglio che presidiano con fatica e pochi mezzi la nostra millenaria civiltà comunale.
Spazio pubblico europeo e città, questi gli assi del modello di alternativa che dovremmo perseguire.
Ma il welfare è anche una diversa idea di cittadinanza. Per questo torna con più forza di prima il dibattito sul reddito minimo come capacità di investire sulle persone sottraendole a imbarazzanti livelli di sfruttamento.
Lo spazio per ridare dignità alla sovranità popolare si situa in questo tornante stretto. Tenere insieme la dimensione globale, quella europea e quella nazionale. Il saccheggio della economia del terzo millennio si vince con idee forti e alleanze sovranazionali, con la mobilitazione e la pratica dell’egemonia culturale. La logica del saccheggio si vince riproponendo la cura di ciò che è Comune, contro le solitudini e la disperazione di soggettività che devono ritrovare voce e speranza.
Il tempo dell’alternativa è adesso, dobbiamo coltivarlo nelle piazze di casa nostra e in quelle d’Europa preparando un’alternativa di governo che deve e può essere una alternativa di società.
ORA TOCCA A NOI
Massimiliano Smeriglio
La cura del comune e la logica del saccheggio. Idee e proposte contro la crisi |





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