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    Predefinito Rif: I nostri amici sinistrati

    Citazione Originariamente Scritto da ShOcK Visualizza Messaggio
    Non è tanto una questione d'intelligenza, ma di coerenza. I comunisti sono quelli che gridano a favore dell'integrazione e del multiculturalismo, ma sono sempre i primi a cambiare casa quando gli extra arrivano in massa nel loro quartiere.
    Purtroppo il sistema non mi permette di reputarti.
    Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

  2. #12
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    Predefinito Rif: I nostri amici sinistrati

    Gli addetti al censimento? Meglio se stranieri
    Pdl: "Il razzismo al contrario del Pd forlivese"
    L'amministrazione di sinistra realizza il bando per i rilevatori del censimento generale. Il bando chiude, ma non per tutti. Una corsia preferenziale viene riservata agli stranieri. Per il Pdl emiliano è "discriminazione al contrario”.
    Forlì - "Ancora una volta la Sinistra riserva un occhio di riguardo agli stranieri, a scapito dei nostri giovani". Una denuncia portata avanti dai consigliere del Pdl Emilia-Romagna, in seguito a una vicenda avvenuta nel forlivese, che ha quanto meno del curioso. Con il Censimento generale alle porte la Comunità montana dell'appennino forlivese pubblica i bandi per trovare rilevatori. I bandi chiudono, per tutti, ma non per gli extracomunitari.
    Un secondo bando, riservato E' già stata stilata una graduatoria, sono quindi già stati decisi i nomi di coloro che faranno da rilevatori per il censimento, quando la Comunità montana, che realizza il bando per conto dei comuni di Predappio, Premilcuore, Santa Sofia, Galeata, Civitella e Meldola, decide di aprire un secondo bando, riservandolo questa volta a "cittadini stranieri, non aventi la cittadinanza di uno Stato membro dell’Ue, muniti di titolo di soggiorno in corso di validità compresi i titolari dello status di rifugiato, purchè con un’adeguata conoscenza della lingua italiana, scritta e parlata".
    Una corsia preferenziale "Uno strano meccanismo che privilegia gli extracomunitari e penalizza fortemente i nostri giovani", denunciando il consigliere Pdl Luca Bartolini. "Le rilevazione del censo potevano offrire un'occasione di lavoro ad almeno 35 giovani, possibilmente andando a pescare tra gli studenti o i disoccupati. Invece, grazie a questa proposta, i posti saranno riservati agli stranieri". Uno strano modo di realizzare l'integrazione, anteponendo gli interessi di alcuni ad altri. "E' una concorrenza sleale", continua Bartolini. "I nostri giovani devono già competere con dipendenti pubblici già occupati a cui - dice il bando - sarà permesso partecipare alle rilevazioni al di fuori dell'orario di lavoro. Si parla tanto di discriminazione, ma sembra che qui si stia realizzando in senso contrario".
    Gli addetti al censimento? Meglio se stranieri Pdl: "Il razzismo al contrario del Pd forlivese" - Interni - ilGiornale.it


    Torino, rivolta nel Cie: fuggiti 20 immigrati
    (22 Settembre 2011) TORINO – Altissima tensione al centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Torino. Ieri sera un gruppo di anarco-anagonisti della città ha manifestato la propria solidarietà agli immigrati, ospiti del centro, facendo esplodere dei petardi e lanciando palline da tennis con frasi che incoraggiavano la rivolta e facevano riferimenti anche ai precedenti scontri a Lampedusa e a Brindisi.
    Così, dopo mezzanotte, anche Torino si è aggiunta alla lista delle città infuocate dalla rabbia. Gli immigrati hanno sfondato i cancelli e sono corsi verso il centro, cercando una via di fuga. Carabinieri e polizia sono subito intervenuti per cercare di placare la sommossa ma sono stati assaliti da sassi, calcinacci e pezzi di mobili.
    Torino, rivolta nel Cie: fuggiti 20 immigrati | Il quotidiano italiano

    Il tribunale censura chi svela le coop
    di Andrea Zambrano
    22-09-2011
    Non importa se la notizia non è diffamatoria. Ciò che conta è che abbia comunque arrecato un danno alle coop. E pertanto, quel danno, inquadrato come concorrenza sleale va punito e censurato fino a “bruciare” il libro che lo ha prodotto.
    E’ questo il senso della sentenza del Tribunale di Milano, sezione civile, che il 14 settembre scorso ha condannato il patron di Esselunga Bernardo Caprotti al pagamento di 300mila euro a Coop Italia, la centrale dei colossi cooperativi della grande distribuzione. Finisce così con una sentenza insolita, uno dei round della querelle che da decenni ormai oppone le coop a Caprotti, anche con sentenze in passato a lui favorevoli.
    Due mondi e due visioni contrapposte del mercato nello stesso mondo fatto di surgelati e detersivi, dove la guerra non solo commerciale ha assunto rilievi culturali e politici, soprattutto dopo la pubblicazione da parte di Caprotti del libro “Falce e Carrello”.
    Un testo scomodo, politicamente scorretto, dove Caprotti non fa altro che raccontare al lettore le vicissitudini che la sua azienda ha passato quando ha deciso di mettersi in concorrenza con le coop, secondo le regole del libero mercato, e andare ad aprire, soprattutto in Emilia Romagna, Liguria e Toscana, i suoi superstore. Praticamente in casa del “nemico” e con l’ombra delle amministrazioni rosse piegate a favore delle coop.
    Caprotti in quel libro racconta, senza accusa di smentita, aneddoti che fanno ormai parte della storica battaglia tra il sistema cooperativo e l’azienda dell’86enne imprenditore brianzolo. Aneddoti che, pur non essendo riconosciuti come diffamatori dal giudice, sono stati considerati sleali e pertanto da punire.
    Con la decisione di ritirare dal commercio il libro, il giudice ha poi introdotto un tema che non mancherà di fare discutere: spariti i roghi sulla pubblica piazza oggi ci si accontenta di un burocratico ritiro dagli scaffali delle librerie. Il risultato però è sempre lo stesso: l’odiata censura, che in Italia ha visto in dieci anni, appena due libri all’indice. Con questo, tre.
    Ma andiamo con ordine. Il libro, edito da Marsilio nel 2007 e corredato da una prefazione di Geminiello Alvi e da un’appendice del giornalista Stefano Filippi (anche loro condannati con Caprotti per illecita concorrenza) è raccontato in prima persona da Caprotti, che illustra il sistema con cui le coop della grande distribuzione hanno letteralmente messo i bastoni fra le ruote a Esselunga.
    Secondo il giudice monocratico che ha emesso la sentenza però, gli scritti, potranno anche essere offensivi, ma non sono diffamatori, come invece sostenuto da Coop Italia, che in nome di tutte le altre coop della gdo, aveva portato avanti una delle cause con l’accusa di diffamazione e concorrenza sleale. Dunque si tratta di un'inchiesta giornalistica a tutti gli effetti, legittimata dal diritto di critica e di cronaca garantito dall’articolo 21 della Costituzione. Un articolo che viene sbandierato ogni qual volta la libera-stampa-anti-bavaglio vuole rimarcare la propria indipendenza dai “padroni del vapore”.
    In questo caso però, si registra la totale assenza di commenti e prese di posizione da parte dell'ordine dei giornalisti, per il quale evidentemente ci sarebbero libertà e libertà. A questo punto sorge il quesito: come fa una cronaca-critica rispettosa dell’articolo 21 ad essere sottoposta a censura? Non è una contraddizione? E come si sposa questo concetto con il gran parlare di libertà d'informazione che sentiamo dai soliti soloni?
    In attesa che qualcuno ci illumini è bene ripercorrere la storia del libro di Caprotti per comprendere qual è la posta in gioco nella lotta a colpi di querele e richieste di risarcimenti tra Coop e Esselunga.
    E nello specifico ricordare due dei tanti episodi su cui Caprotti costruisce il suo pesante j'accuse al sistema. I più eclatanti. Il primo è relativo ad un terreno in via Canaletto a Modena che Esselunga, con un socio controllava per l’82%. Per la restante parte intervenne Coop Estense che si aggiudicò all’asta quel piccolo appezzamento a peso d’oro, quattro volte il suo valore. Il motivo? “Stoppare il concorrente Esselunga”. Così titolarono i giornali locali negli anni ’90 quando emerse la querelle. Divenuta proprietaria di quella porzione minoritaria di terreno, Coop Estense fece rimettere in discussione il piano particolareggiato del Comune, pretendendo che le venisse attribuito il supermercato. A nulla valsero i diritti edificatori di Caprotti. Quel terreno è ancora a Modena incolto, abbandonato per impedire all’odiato concorrente di edificare il superstore.
    Cambiando provincia, precisamente a Bologna, in quel di Casalecchio di Reno, Caprotti racconta poi la surreale vicenda di un terreno acquistato da Esselunga, nel quale, malauguratamente è il caso di dire, vennero trovati dei resti etruschi, che fecero immediatamente stoppare i lavori. Seguirono mesi di snervanti trattative tra Caprotti, la Sovrintendenza e il Comune. Niente da fare: i resti andavano tenuti in loco. Così Caprotti decide di abbandonare l’area. Ma alcuni mesi più tardi, si scopre che Coop Adriatica aveva acquistato quel terreno e ottenuto dai Beni culturali lo spostamento in altro loco di quei reperti archeologici. Perché? E’ questo il cuore del libro di Caprotti.
    L’intreccio con le amministrazioni rosse e la cinghia di trasmissione tra il Pci-Ds-Pd e il mondo cooperativo non si era mai interrotta. La cosiddetta cinghia nacque nel 1946 a Reggio Emilia, quando Togliatti per sedare gli ormai imbarazzanti crimini del triangolo della morte, fece il famoso discorso al teatro Valli dei “Ceti medi ed Emilia rossa”, in cui inquadrava le “plebi rurali povere” nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito politico nazionale (il Pci) che avevano “acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione”.
    Incominciava così un rapporto, quello tra il mondo cooperativo e il Pci, che si è retto fino ad oggi tra commistioni e uomini di fiducia che negli anni sono passati da questi a quelli, dalla politica alla cooperazione, secondo un metodo clientelare sotto gli occhi di tutti. Un rapporto che ha costruito il monopolio delle coop, non solo della grande distribuzione, in Emilia e in altre regioni rosse e che ha retto a tutti gli urti.
    Anche ai tentativi di Caprotti di insediarsi in un mercato molto, ma molto rischioso. E’ lo stesso Caprotti a raccontarlo nel libro, del quale a questo punto non si capisce più se sia reato anche solo il parlarne. Lo stesso Caprotti che ieri, intervenendo per la prima volta dopo la sentenza, sul Corriere della Sera, ha ribadito la necessità di denunciare “la stravaganza di quel sistema”.
    “Fu Prodi a farmi decidere di scrivere quel libro”, ricorda Caprotti. Era il 2004 e l’azienda versava in cattive acque per colpa di una gestione dissennata da parte di alcuni manager. Si parla di cessione di Esselunga agli stranieri. A quel punto intervengono le coop che si dicono disponibili per il bene del made in Italy a rilevare l’azienda di Caprotti. A sinistra ci si mettono un po' tutti, Bersani compreso, a far passare il concetto di un acquisto provvidenziale di Esselunga da parte delle coop per il bene dell'italianità. Ci si metterà anche Prodi, che, in diretta a Porta a Porta, sentenziò: “Ci sono le coop e c’è ancora Esselunga. Il governo le può mettere insieme”.
    Fu quella la molla che spinse Caprotti a scrivere il libro denuncia, campione di incassi in libreria e oggi nel mirino della censura, non perché dice cose diffamatorie, ma semplicemente perché data l’eco della pubblicazione, le coop ne uscivano danneggiate.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Il tribunale censura chi svela le coop



    Fassino declassato da Fitch Il bilancio del Comune di Torino è passato da «stabile» a «negativo».
    Non sono i soliti faziosi a dirlo, ma gli analisti di un’autorevole agenzia di rating, la Ficht, che hanno analizzato i conti sotto la Mole.Il debito torinese è due volte e mezza le entrate annuali. Le amministrazioni di centrosinistra insomma hanno prosciugato le casse comunali: «Su un bilancio di 1,3 miliardi» fanno notare gli analisti «la città impiega 1,1 miliardi per la spesa corrente». In altre parole, il denaro che entra in bilancio basta appena a coprire le spese per far funzionare l’ente e per pagare gli interessi di mutui e prestiti. Anche grazie all’impegno di Gian Guido Passoni, già assessore al Bilancio con Chiamparino: si stima che, grazie alle sue scelte, il Comune abbia acquistato derivati per circa un miliardo di euro. Una gestione così illuminata che l’attuale sindaco Fassino lo ha voluto nuovamente nella sua squadra.


  3. #13
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    Predefinito Rif: I nostri amici sinistrati

    Attrice, tu non sei un’amministratrice, recita il copione e non improvvisare, non metterci del tuo, non allargarti in politica se non ne capisci mezza. Donatella Finocchiaro, purtroppo le interviste non ti donano, essendo incapace di conferire alle tue frasi una qualunque logica.
    “I migranti, fosse per me li porterei tutti a casa mia” hai dichiarato al Corriere. “Come si fa a chiudere la porta a gente che rischia la vita per venire da noi?”.
    Ho capito bene? Subito dopo aver applicato il principio di realtà a casa tua lo vuoi abolire a casa mia? Se tu non hai posto perché dovrei avercene io? Sei mai venuta da me? Hai fatto una visura catastale? E poi che cosa c’entra il rischio? Se un ladro per entrarmi dalla finestra rischia di scivolare e rompersi il collo gli devo dire prego si accomodi? “Capisco le difficoltà di uno stato a gestire una simile situazione. E’ l’Europa che deve farsi carico del problema”. Sempre peggio, Donatella: nel tentativo di scaricare la tua irrazionalità sugli altri non ti accorgi che gli europei siamo noi. Che cos’è l’Europa se non un’istituzione pagata dalle nostre tasse? Dire che ci deve pensare l’Europa equivale a dire “Fuori il portafoglio, questa è una rapina!”.
    Ti riesce bene la parte della delinquente, Donatella, e infatti ti ricordo bella mafiosa in “Angela” di Roberta Torre. In quel film parlavi pochissimo, affascinavi lo spettatore (anche me) solo con sguardi e movenze. Fossi in te tornerei alle scene mute.
    Preghiera del 22 agosto 2011 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]




    La Lega dalla memoria corta osanna il "Che" E Guevara finisce nel pantheon dei lumbard
    di Redazione
    Il senatore Fabio Rizzi annovera tra i primi leghisti del dopoguerra Ernesto Guevara: "Ha lottato per la libertà di un popolo". Eppure chi ha studiato la storia del "Che" sa che non si tratta di un patriota, ma piuttosto di un crudele soldato comunista
    Roma - "Il primo leghista del dopoguerra? Che Guevara". Parola del senatore del Carroccio Fabio Rizzi che ha rivendicato l’appartenenza al pantheon leghista del "Che", da sempre icona della sinistra di tutto il mondo, soprattutto delle correnti terzomondiste. Durante la presentazione del libro del giornalista Francesco Maria Provenzano Federalismo, devolution, secessione ritorno al futuro. La storia continua, l'esponente del Carroccio si è messo a osannare il rivoluzionario che, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, combatté in diversi Paesi dell'America Latina.
    "Un uomo, un guerrigliero - ha sostenuto Rizzi - identificato come simbolo dalla sinistra, basandosi esclusivamente sulla concezione della lotta di classe e sulla rivendicazione dei diritti civili del lavoratori, dei deboli e degli oppressi". "Invece il 'Che' ha dato la propria vita, fino all’ultimo sospiro per un unico ideale - ha argomentato Rizzi - la libertà per un Popolo, la libertà per un territorio, ideali che non hanno, non possono e non devono avere un colore politico, sono diritti fondamentali dell'uomo riassumibili nella autodeterminazione dei popoli". Detta così potrebbe anche suonare come un romanzo. In realtà dagli anni Sessanta in molti fanno una certa confusione sulla vita del "Che". Dopo essersi laureato in medicina e aver girovagato in moto nell’America Latina, Guevara arriva in Guatemala dove conosce il dittatore Jacobo Arbenz. Si tratta di un soggiorno breve dal momento che gli Stati Uniti spediscono un contingente per rovesciare il dittatore. Il "Che" fugge in Messico dove conosce un giovane avvocato cubano in esilio: Fidel Castro. E' il 1955.
    Un anno dopo il "Che" arriva a Cuba e, insieme ai barbudos, si fa strada tra gli uomini vicini a Castro. Numerosi gli episodi di violenza e di crudeltà tramandati dalle cronache di quegli anni. Solo alla fine degli anni Cinquanta, il "Che" riesce a espugnare Battista dall'isola permettendo a Castro di entrare trionfalmente all’Avana. E' proprio in questi anni - quando Guevara è nominato capo della prigione della Cabana - che la crudeltà del comandante diventa famosa. Mentre alcune stime parlano di oltre 20mila persone uccise nella prigione, nel campo di lavoro voluto dal "Che" sulla penisola di Guanaha ne muoiono altre 50mila. Sono anni in cui i campi di concentramento fioriscono come niente. A Palos ne viene addirittura costruito uno per i bimbi con meno di dieci anni.
    L'opera del "Che", probabilmente ignorata da Rizzi, non finisce a Cuba. Dopo aver lanciato il motto "Creare due, tre, mille Vietnam", Guevara "esporta" la rivoluzione". Agli inizi degli anni Sessanta è prima in Algeria al fianco di Desirè Kabila, poi in Bolivia dove viene catturato e giustiziato il 9 ottobre 1967. Ha inizio subito la santificazione del "Che" che diventa presto immortale. Dalle magliette alle spillette per ragazzini, fino al pantheon leghista.
    La Lega dalla memoria corta osanna il "Che" E Guevara finisce nel pantheon dei lumbard - Interni - ilGiornale.it

    [ Chi era veramente Che Guevara: leggere pure i due link a fondo pagina…
    Rassegna stampa - Centro Cattolico di Documentazione di Marina di Pisa - Che Guevara sconosciuto ]





  4. #14
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    Predefinito Rif: I nostri amici sinistrati

    Un altro muro a Padova: filo spinato per difendere l'oratorio dagli spacciatori
    di Sergio Rame
    Dopo il muro di via Anelli, gli abitanti del quartiere Arcella ha rinforzato la recinzione della chiesa di San Gregorio Barbarigo con il filo spinato per proteggere l'oratorio dallo spaccio. Ecco la Padova del pd Zanonato
    Nuovi muri nella Padova di Flavio Zanonato. Dopo il muro di via Anelli per arginare lo spccio di droga, nel quartiere Arcella i residenti hanno dovuto difendersi da soli: hanno comprato il filo spinato e hanno costruito una sorta di barriera per allontanare gli spacciatori dall'area dietro la parrocchia. Una scelta drastica, una scelta a cui gli abitanto, con il benestare del parroco, sono dovuti ricorrere per preservare la propria sicurezza.
    Non è la prima volta che nella città veneta amministrata da anni dal centrosinistra. Nel nel 2006 era sorto il "muro" antispaccio di via Anelli. Anche nel caso della parrocchia di San Gregorio Barbarigo il problema sono gli incontri tra pusher, per lo più nordafricani, e i "clienti", con un via vai che non rende certo sicura l’area della chiesa e dell’oratorio. Un caso che è entrato anche nel dibattito politico. "La notizia non mi sorprende affatto. Il governo è assente e la gente si organizza come può per tutelarsi", ha detto Antonio De Poli, deputato e portavoce nazionale Udc. In realtà, da sempre, Padova è stata lasciata a se stessa da una amministrazione di centrosinistra che non si è mai impegnata a contrastare l'illegalità. Ed è così che un gruppo di cittadini, stanchi della situazione, ha rafforzato i 25 metri della rete di recinzione della chiesa stendendo una doppia linea di filo spinato.
    L'operazione è stata condivisa anche dal parroco. L'associazione Arcella: un quartiere una città ha speso 400 euro per "difendere" la chiesa visto che sul retro si danno appuntamento spacciatori. Come riporta il Mattino di Padova, gli abitanti della zona hanno accolto con entusiasmo il nuovo muro dal momento che il quartiere, da tempo, ha problemi di degrado.
    Un altro muro a Padova: filo spinato per difendere l'oratorio dagli spacciatori - Cronache - ilGiornale.it

    Bologna, il Comune regala un casolare e 40mila euro ad un centro sociale
    Bologna - Dopo che il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha annunciato di voler regolarizzare il Leoncavallo, il Comune di Bologna - e in particolare l'assessore alla Cultura, Alberto Ronchi - cerca il dialogo con i centri sociali, dopo che la giunta Cofferati aveva tentato, invano, di sgomberarli.
    Lo rivela Repubblica Bologna, secondo cui Ronchi ha detto di voler "normalizzare i rapporti con queste realtà, sulla base di un insieme condiviso di poche e precise regole". In quest'ottica l'assessore ieri ha concesso, tramite una delibera approvata ieri, all'associazione Nuovo Lazzaretto un casolare gratis per cinque anni più 40mila euro di contributi arrivati dalla Regione. "Lavorano bene", dice Ronchi, "Fanno concerti punk, che a me piacciono molto e hanno sempre cercato un confronto con le diverse amministrazioni"
    E la strategia di Ronchi non finisce qui: l'assessore vuole organizzare un "concerto rock epocale", a giugno Piazza Maggiore: "Un evento che le giovani generazioni possano ricordare come noi ricordiamo il concerto dei Clash 30 anni fa". Nei progetti del Comune, inoltre, il Parco Nord diventerà un centro per la movida giovanile.
    La proposta ha suscitato già le ire del leghista Manes Bernardini: "In un momento in cui tutti siamo chiamati a fare sacrifici, la giunta fa regali agli amici degli amici e ai centri sociali". Dubbi anche dal consigliere regionale Udc Silvia Noè che chiede: "Voglio sapere quanti immobili del Comune sono concessi ad associazioni culturali e a quali canoni".



    Bologna, al via la mostra che esalta la storia del Partito Comunista Italiano
    Casini: avevano dei valori
    di Andrea Indini
    Arriva a Bologna la mostra La storia del Pci in Italia. All'inaugurazione presente Casini: "Nel comunismo una generazione che ha combattuto". Il Pdl: "La storia del Pci è fatta di sangue". E organizza una contro mostra
    "Nel comunismo c'è stata stata una generazione di persone che si è sacrificata, che ha creduto, che ha combattuto". [Verissimo: pure nel nazismo c’è stata una generazione di persone che si è sacrificata, che ha creduto, che ha combattuto…] Quando sabato scorso il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini ha elogiato l’esposizione Avanti popolo: la storia del Pci in Italia, non pochi esponenti della maggioranza hanno storto il naso. Non soltanto perché se n'è uscito con l'infelice frase "Allora c'erano valori" [sì, i valori del Gulag…] ma perché la mostra organizzata in Sala Borsa a Bologna e promossa dalla fondazione Istituto Gramsci e dal Centro studi di politica economica (Cespe) è un vero e proprio spot elettorale, "una mostra propagandistica che neanche il Minculpop avrebbe fatto". Proprio per questo il consigliere regionale del Pdl Galeazzo Bignami ha fatto sapere che, sabato prossimo, verrà allestita una "contro mostra" per mostra il vero volto del comunismo.
    Si intitolerà Vera storia del Pci. I pannelli della mostra saranno montati in piazza Nettuno, proprio all'ingresso della Sala Borsa. "La vera storia del Pci - ha spiegato Bignami - è fatta di assassini, sangue e prelevamenti che avvenivano di notte per tutti i non comunisti. Di una sistematica battaglia alla patria e all’unità nazionale. Ma di queste cose nessuno parla". La storia, d'altra parte, parla chiaro. Recentemente, ne Il sangue dei vinti Giampaolo Pansa ha raccontato delle esecuzioni avvenute nel triangolo della morte e, più in generale in Emilia Romagna: all'indomani del 25 aprile 1945, scoppiarono vere e proprie rappresaglie ad opera di settori vicini al Pci contro i "nemici di classe", alcuni ammazzati con la sola accusa di aver simpatizzato per il fascismo. Proprio per questo il consigliere regionale del Pdl ha criticato anche la scelta di Casini di presenziare, sabato scorso, al taglio del nastro. "Una scelta inopportuna da parte di una persona di cultura cattolica e proveniente dalla Democrazia cristiana", ha aggiunto Bignami convinto che, "eccetto forse qualche caso individuale, i comunisti sono la categoria peggiore".
    La mostra promossa dall'Isitituto Gramsci e del Cespe ha ricevuto anche il patrocinio del Comune guidato dal sindaco pd Virginio Merola e della Regione governata dal democratico Vasco Errani. Il consigliere comunale del Pdl, Marco Lisei, ha già chiesto un accesso agli atti per chiedere le ragioni della concessione di Sala Borsa da parte del Comune e per verificare se ci sono stati finanziamenti pubblici. "Per questa mostra sono stati spesi 100mila - racconta Lisei - sono soldi buttati via. Sono stati usati per la glorificazione della storia di sangue del Pci, quando potevano essere spesi per una mostra completa e veritiera sulla storia d’Italia, oppure dati in beneficienza".






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    Gli "indignados", la Quarta Rivoluzione
    di Massimo Introvigne
    Domani, sabato 15 ottobre, si svolge la giornata internazionale di mobilitazione degli "indignados", e la manifestazione di Roma sarà il suo fulcro in Italia.
    Ma chi sono gli "indignados" che scendono in piazza in Spagna, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Italia e la cui protesta sembra inarrestabile? Il nome viene da un libretto pubblicato nel 2010 in Francia da un piccolo editore (Indigène éditions di Montpellier) che si è trasformato in successo mondiale, Indignez-vous! (Pour une insurrection pacifique) - trad. it., Indignatevi!, Add editore, Torino 2011 -, del vecchio (novantatré anni) ex militante della Resistenza francese, ambasciatore e uomo politico Stéphane Hessel. Questo nuovo "libretto rosso" di una rivoluzione fai da te è ampiamente sopravvalutato. Hessel attacca quella che in Italia siamo abituati a chiamare la "casta", ma i suoi critici fanno notare che ne ha sempre fatto parte. E il suo legame politico con Dominique Strauss-Kahn è diventato fonte d'imbarazzo dopo gli incidenti a sfondo sessuale che hanno coinvolto l'ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale.
    Il contenuto, poi, è di una povertà desolante. Un critico davvero insospettabile, il giornalista del quotidiano di sinistra Libération Pierre Marcelle, ha chiamato Hessel «il Babbo Natale delle buone coscienze». Le trenta paginette che si vorrebbero anticonformiste di Indignatevi! sono in realtà un inno al più vieto conformismo politicamente corretto, e lasciano l'impressione che per superare la crisi in atto non ci sia bisogno di fare sacrifici. Basterebbe che i cattivi che si sono impadroniti della politica e dell'economia siano sostituiti da "buoni" dalle caratteristiche molto vaghe: leali, generosi, un po' antiamericani, fedeli ai "valori della Resistenza" - ci mancherebbe altro - e capaci di emozionarsi per i "nuovi diritti" rivendicati dalle femministe e dagli omosessuali.
    I primi "indignados" - di qui il nome spagnolo - si sono manifestati il 15 maggio 2011 a Madrid. Come ha fatto notare il teologo spagnolo don Javier Prades-López a un convegno organizzato dal cardinale Angelo Scola a Venezia, gli "indignados" se la sono presa per prima cosa con la Chiesa e hanno finito per contestare il Papa e la Giornata Mondiale della Gioventù.
    L'aspetto anticattolico sottolineato da Prades-López e l'insistenza sui "nuovi diritti" non vanno in alcun modo sottovalutati. Ma ugualmente importante è la rivolta contro la politica in genere, contro la "casta" e l'idea che la crisi economica derivi da colpe individuali di singoli esponenti del mondo politico e finanziario, così che gli "indignados" non vogliono in nessun modo pagarne il costo. A Roma si è sentito rivendicare un «diritto all'insolvenza», a non pagare i debiti. A Londra si sono visti giovani sfasciare vetrine chiedendo non il pane, ma il diritto al cellulare ultimo modello o all'abito di marca. A Parigi gli slogan contro tutti i partiti e gli inviti ad astenersi dal voto elettorale hanno turbato lo stesso Hessel, che ha sempre fatto politica di partito e che forse ora si è accorto di avere aperto un vaso di Pandora.
    Ma per capire gli «indignados» non bastano gli analisti politici. Ci serve una teologia della storia. Papa Benedetto XVI ha parlato della «mutazione antropologica» di una generazione che vive nella realtà virtuale di Internet e degli smartphone e rischia di perdere il contatto con il mondo reale. Il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), nel suo grande affresco della scristianizzazione dell'Occidente, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione (cfr. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario, a cura di Giovanni Cantoni, Sugarco, Milano 2009), vedeva la Rivoluzione, con la "R" maiuscola, come un processo di progressiva distruzione dei legami sociali che avevano fatto dell'Occidente cristiano quello che era. Prima i legami religiosi, con la rottura dell’unità religiosa causata dal protestantesimo; poi i legami politici organici fondati sulla varietà dei corpi sociali intermedi, sostituiti da un freddo rapporto fra il cittadino e lo Stato centralista moderno, con la Rivoluzione francese; infine i legami economici, con il comunismo e l'assorbimento di tutta la vita economica nello Stato.
    Più tardi, Corrêa de Oliveira aggiunse alle prime tre fasi quella che chiamava Quarta Rivoluzione, che aveva il suo momento emblematico nel 1968, e non attaccava più legami macrosociali, ma microsociali - la famiglia, con il divorzio, e il legame fra madre e figlio, con l'aborto - e perfino i legami dell'uomo con se stesso con la droga, la pornografia, l'ideologia gay e di genere, l'eutanasia.
    Il 1968 era tutto questo, ma la Terza Rivoluzione - quella comunista - era ancora così forte da riuscire largamente a recuperarlo. I no global - in parte professionisti del disordine, in parte nostalgici di forme arcaiche di marxismo - rappresentano la transizione fra un movimentismo di Terza e uno di Quarta Rivoluzione. Gli "indignados" sembrano essere insieme la causa e l'effetto di una Quarta Rivoluzione che ha portato alle estreme conseguenze lo spappolamento del corpo sociale, la solitudine di tutti da tutti, e contro tutti, il rifiuto di ogni responsabilità e di ogni dovere - ben simboleggiato dalla rivendicazione del diritto a non pagare i debiti, e dagli insulti al Papa, in quanto richiama all'esistenza di doveri -, la mancanza assoluta di prospettive e, in fondo, anche di speranza. Ci volevano oltre quarant'anni di Quarta Rivoluzione perché le piazze potessero riempirsi di "indignados".
    Si tratta di movimenti che sono stati sempre manipolati e riassorbiti da qualche demagogo politico. Avverrà anche questa volta? Si è candidato Beppe Grillo, che si è affrettato ad accorrere anche a Madrid ai primi segni di vita degli "indignados". E abbiamo visto emergere partiti paradossali, del nulla, intitolati alla pirateria informatica o, com'è appena avvenuto in Polonia, a una collezione raffazzonata di «nuovi diritti» tenuti insieme dall'anticlericalismo. Questi partiti non vincono le elezioni, ma è già inquietante che ottengano seggi ed entrino nei parlamenti.
    La presenza degli "indignados" dà ragione a Benedetto XVI: siamo di fronte a un degrado antropologico che spesso inizia con il manifestarsi come ostilità alla Chiesa e al cristianesimo. È certo necessaria una risposta di ordine pubblico alle frange violente, che non si lasci intimidire da nessuna retorica buonista. Ma affrontare seriamente il problema degli "indignados" significa operare con pazienza per ricostituire i legami tradizionali, sociali e personali, spezzati dalle fasi della lunga Rivoluzione. Per gli uomini e le donne di buona volontà - lo ha detto il Papa al Parlamento Federale tedesco - questo si chiama ritorno al diritto naturale, all'idea che esistono doveri e non solo diritti, a una chiara nozione del bene e del male.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Gli "indignados" la Quarta Rivoluzione

    Black Bloc e indignados, c'è poco da distinguere
    di Tommaso Scandroglio
    Non fare di ogni erba un fascio, saper distinguere, discernere, non generalizzare. Sui giornali di domenica e di oggi non si fa altro che leggere queste espressioni conciliatorie sugli scontri avvenuti sabato scorso a Roma. E’ una musica già sentita: c’è qualcuno che manifesta ed altri che si danno alla devastazione di blindati delle forze dell’ordine, di auto, di vetrine di negozi, di statue della Madonna (è accaduto sabato), infierendo su zigomi, teste e omeri di carabinieri e polizia.
    E mentre i feriti sono ancora all’ospedale arriva subito qualcuno a spiegare a microfoni e penne dei giornalisti che quelli incappucciati e vestiti di nero nulla hanno a che fare con chi manifesta pacificamente e che come Dio alla fine dei tempi occorre separare le pecore dalle capre. Guai perciò a puntare il dito sui miti indignati, a loro nessun addebito può essere mosso per le riprovevoli azioni degli eversivi casco-muniti. L’obiezione però non regge. Vediamo perché.
    In primo luogo è da registrare un fatto curioso. Gente di nero vestita incline alla distruzione di massa urbana non se ne conta nelle manifestazioni cattoliche. Pensiamo al family day di qualche anno fa, e alle varie marce per la pace (Assisi) o per la vita. Eppure in quanto ad affluenza sono assai partecipate: 1,2 milioni di persone al Family day, ad esempio. Come mai?
    Perché una cosa è manifestare “contro” (vedi ieri), un’altra manifestare “per” (i cattolici). La natura della manifestazioni di protesta è di suo avversativa, antagonista, dialettica. Quindi per nulla pacifica, cioè non orientata alla neutralizzazione dei conflitti, alla composizione delle differenze. Anzi laddove c’è uno squilibrio di qualsiasi genere – sociale, economico, politico, sessuale – si soffia sul fuoco e si esaspera lo scarto che fa la diversità.
    La natura delle manifestazioni cattoliche è difensiva: della vita, della pace, della famiglia, dell’educazione, etc. Si va in piazza al fine di chiedere la tutela di soggetti o realtà deboli. Inoltre è propositiva, offre soluzioni e idee. Se manifestazioni come quella di sabato mostrano un unico viso, il profilo “destruens” inteso come critica demolitoria ad un ordine costituito (governi, Chiesa, finanza etc.), i cortei di matrice cattolica oltre alla censura mettono l’accento sull’aspetto “costruens” della proposta politica che assume carattere riparatorio e migliorativo. I primi hanno un atteggiamento passivo, nel senso che non si rimboccano le maniche concretamente per far girare il mondo in un altro verso, non così i secondi. Basta vedere le opere di volontariato nate in ambito cristiano e contare invece quelle nate dal mondo no global, pressoché inesistenti. Insomma difficilmente gli indignados sono anche “impegnados”.
    Inoltre questi ultimi fanno battaglia - anche quando non usano mazze e pietre - contro un nemico: potere, finanza, banche, lobby, industrie, etc.. Le seconde ci invitano ad essere “amici” della vita, della famiglia, della scuola libera etc. I sentimenti che si agitano nei cuori e nelle menti degli indignados sono inclini al rancore, all’odio, alla rabbia, alla rivalsa se non alla vendetta. I cattolici in genere sfilano quasi in festa.
    Dunque i Black bloc non sono patologia di queste manifestazioni di protesta ma espressione fisiologica di esse, sono la quintessenza dell’indignazione, sono indignados al 100%, sono la personificazione dei pugni levati dei loro colleghi che senza mezze da baseball stanno sfilando nella via accanto. Perciò all’obiezione che i Black bloc non fanno parte del corteo pacifico degli indignados, occorre rispondere che questi agitatori e picchiatori di strada non sono fenomeno eventuale, accidentale nei cortei “pacifici” di protesta, sono elemento ineludibile per i motivi appena visti. Quindi laddove ci sarà un corteo di protesta ci saranno sempre loro, perché è il loro habitat ideale.
    Ciò dovrebbe far un poco riflettere in merito all’opportunità di accordare sempre e senza riserva alcuna i permessi di manifestazione a questi tipi di cortei. E’ un po’ come permettere il varco della dogana al sig. Rossi affetto da un virus pericoloso. Nessuno si sognerebbe mai di dire che il sig. Rossi è sano e sono solo i virus ad essere pericolosi. La presenza dell’uno comporta la contestuale presenza dell’altro.











 

 
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