Conservatori romantici
Gli Inklings nel loro contesto politico
di Charles A. Coulombe
Prima di iniziare la presente discussione, devo invitare il mio pubblico a dimenticare tutto ciò che esso crede di conoscere riguardo alle parole “liberale” e “conservatore”. Tutti noi siamo stati programmati per avere delle reazioni immediate nei loro confronti, buone o cattive che siano, ma ciò non sarà di alcun aiuto nell’occuparsi degli Inklings e delle loro idee politiche.
Non è esagerato affermare che J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis e Charles Williams sono, in ordine decrescente, gli scrittori di lingua inglese probabilmente più influenti del XX secolo, sicuramente per quanto riguarda il genere fantastico. Il successo dei tre film ispirati al Signore degli Anelli e l’imminente uscita nelle sale cinematografiche di un film basato sul volume Il leone, la strega e l’armadio dimostrano che una nuova e meno colta generazione sta scoprendo la magia degli Inklings; prima però che i puristi mostrino la loro disapprovazione, bisogna dire che la visione dei film ha portato molti giovani a leggere questi libri. Naturalmente le opere di Williams devono ancora essere trasposte su celluloide, e se qualcuna mai lo sarà, a occhio e croce scommetterei che All Hallows Eve potrebbe essere la prima.
Ad ogni modo, gli Inklings hanno effettivamente influenzato tre differenti campi: il loro impatto letterario è troppo ovvio per essere commentato ulteriormente in questa sede e le loro opinioni religiose hanno generato un buon numero sia di investigazioni sia di consensi (benché la loro influenza in questo campo sia ben lontana dall’essere così importante) mentre le loro idee strettamente politiche sono state forse meno esaminate. Naturalmente essi sarebbero gli ultimi a parlare delle loro opinioni politiche come concetti distinti dalle loro idee religiose e letterarie, semplicemente perché in tutti e tre questi uomini tali impulsi erano una cosa sola. Nessuno dei tre sostenne il mito americano della separazione tra Stato e Chiesa, e ciascuno di essi avrebbe certamente denunciato ogni tentativo di separare la letteratura da entrambi.
Ciononostante, benché vi saranno necessariamente alcune sovrapposizioni, in questo scritto esaminerò proprio le loro idee politiche e le tradizioni da cui esse hanno avuto origine. La prima cosa che bisogna ricordare è che malgrado si tenda a considerare gli Inklings come un unico blocco, una sorta di “Chesterbelloc”(1), essi certamente non si vedevano in tal modo. Sul piano letterario, benché avesse gradito la Trilogia spaziale di Lewis (in particolare i primi due volumi), J.R.R. Tolkien non sopportava invece Narnia che considerava un guazzabuglio incongruo di miti e, ancora peggio, di allegorie, e ancor meno sopportava i romanzi di Williams. Dal punto di vista religioso, la divisione tra cattolici e anglicani era una costante fonte di tensione nella compagnia che si rifletteva anche nelle questioni politiche: J.R.R.T., come buona parte dei Cattolici consapevoli delle atrocità commesse dai comunisti durante la guerra civile spagnola, era un accanito sostenitore di Franco e dei nazionalisti. Lewis, al contrario, non lo era affatto. In una lettera a sua figlio Christopher datata 6 ottobre 1944, Tolkien descrisse l’incontro che ebbe con Lewis e Roy Campbell, un poeta sudafricano discendente da Scozzesi dell’Ulster che si era convertito al Cattolicesimo e che aveva combattuto per Franco. In questa lettera Tolkien scrisse:
Le reazioni di C.S.L. sono state strane. Niente giova di più alla propaganda rossa quanto il fatto che lui (che sa come siano mentitori e calunniatori per quanto riguarda tutto il resto) creda a tutto quello che è detto contro Franco e a niente di quello che è detto in suo favore. Persino il discorso pubblico di Churchill in Parlamento l’ha lasciato indifferente. Ma l’odio contro la nostra chiesa è dopo tutto l’unica vera base della Chiesa d’Inghilterra – così profondamente radicato che resta anche quando le sovrastrutture sembrano rimosse (C.S.L. per esempio rispetta i Santi Sacramenti, e ammira le monache!). Tuttavia se un luterano è incarcerato lui è sul piede di guerra, ma se dei sacerdoti cattolici sono massacrati si rifiuta di crederlo e, oserei dire, pensa davvero che se la siano cercata.
Tuttavia, malgrado le loro divisioni interne, in confronto alle idee oggi più diffuse essi appaiono monolitici. Come ha scritto John Wain, un solido sostenitore laburista che ha occasionalmente partecipato alle serate degli Inklings, «Il loro gruppo aveva una mentalità corporativa, come accade inevitabilmente in tutti i gruppi che siano davvero tali. La morte di Williams aveva inferto un triste colpo a questa mentalità impoverendola, ma essa era ancora forte e chiaramente delineata: politicamente conservatrice, per non dire reazionaria, in campo religioso anglo- o romano-cattolica, in fatto di arte francamente ostile a qualunque manifestazione dello spirito “moderno”». (2)
Le ultime due osservazioni sono ovvie, ma cosa si può dire della prima? Cosa significa la parola “conservatrice” nel contesto degli Inklings? Senza dubbio non significa una semplice adesione al Partito conservatore: nessuno dei tre era un forte sostenitore né di Stanley Baldwin né di Harold MacMillan.(3) Chiunque potrebbe indovinare cosa potrebbero pensare gli Inklings dei Conservatori di oggi, trasformati dalla signora Thatcher in una semplice copia dei Repubblicani americani (sicuramente la stessa persona sosterrebbe che Blair ha trasformato i Laburisti in una corrispondente imitazione dei Democratici statunitensi, ma questo è un altro discorso).
“Conservatore” è una di quelle parole che non ha significato in assenza di chiarimenti riguardo al suo uso in un caso particolare. In Europa e in America latina il suo significato politico è tradizionalmente piuttosto differente da quello attribuitogli negli Stati Uniti: quelli che gli Americani chiamano “Liberali” i loro cugini a est e a sud li chiamano Socialisti, mentre i “Conservatori” americani sarebbero “Liberali” in Europa e in America latina; quelli che in quest’ultimi continenti sono chiamati “Conservatori” non sono mai realmente esistiti negli Stati Uniti a livello nazionale come forza politica organizzata da quando i Lealisti furono obbligati all’esilio o costretti al silenzio nel 1783.(4) In poche parole, essere “conservatore” significa come minimo il manifestare la propria opposizione alla Rivoluzione francese e a quelle successive e, tra le altre cose, essere devoti all’altare e al trono. Queste altre cose richiederanno a breve un attento esame.
Prima però vediamo con precisione cosa pensavano gli Inklings dal punto di vista politico. Riguardo alle idee politiche di J.R.R. Tolkien, Humphrey Carpenter ha scritto:
La sua visione del mondo, nel quale ogni uomo è o dovrebbe essere inserito in un particolare “stato”, più o meno alto, significa che fu, da un lato, un conservatore vecchio stile. Ma d’altra parte lo rese altamente solidale con gli altri esseri umani, perché sono proprio gli insicuri della propria situazione nel mondo che sentono di doversi mettere alla prova, a costo di calpestare gli altri: questi sono i veri spietati. Tolkien fu, per dirla con un’espressione moderna, un “uomo di destra” per il fatto che onorava il suo re e la sua patria e non credeva nella capacità di governo del popolo; si oppose alla democrazia poiché era convinto che gli uomini non ne avrebbero tratto alcun beneficio. Scrisse una volta: «Non sono un “democratico”, non fosse altro perché l’“umiltà” e l’uguaglianza sono principi spirituali corrotti dal tentativo di meccanizzarli e formalizzarli, così che non si ottiene come risultato una coscienza dei propri limiti e un’umiltà universali, ma un orgoglio e una presunzione universali. Fino al giorno in cui qualche Orco non entrerà in possesso di un anello di potere: e allora quello che otterremo, e stiamo ottenendo, sarà la schiavitù». Per quanto riguarda il valore di una società feudale di vecchio stampo ecco ciò che disse a proposito del rispetto per i propri superiori: «Portare la mano al cappello davanti al tuo capo, per salutare, può essere un gesto terribilmente negativo per il tuo capo, ma è un gesto incredibilmente buono per te». (5)
Questi erano senza dubbio argomenti radicali al tempo di J.R.R.T., oggi sono invece rivoluzionari. Ciononostante, quale che fosse l’atteggiamento di Tolkien verso le opere e le idee artistiche e religiose di Charles Williams, alla luce di quanto detto sopra sembra ovvio che egli trovasse congeniali le sue idee politiche così come sono state messe in evidenza da Alice Hadfield:
[Williams] era cresciuto ben consapevole della struttura politica. Egli vedeva la res publica, l’argomento della vita pubblica, la comunità politica, presentata nell’esperienza dell’amore e della famiglia, nella poesia vittoriana, nel pensiero ottocentesco in Francia e Inghilterra, nell’atmosfera medievale, come un equilibrio tra uguaglianza e gerarchia. Benché in gioventù fosse stato repubblicano per un breve periodo, egli si creò lentamente negli anni una sintesi nella quale tutti gli uomini erano uguali e tuttavia differenti nelle loro gerarchie di eccellenza e diversità, nella quale sopra l’uguaglianza politica la particolarità di ognuno era incarnata nella singola persona del monarca giacché l’uguaglianza e l’individualità di ognuno era conservata in Cristo. Egli conservò la sua idea di monarchia, ereditaria nel senso che essa deve avere un legame di sangue con la lunga storia d’Inghilterra, visibile dall’alto e dal basso, libera da mode, scelte e voti, apice di un’amministrazione libera, ugualitaria e tuttavia gerarchica nella pubblica diversità. (6)
Lo stesso si può dire di C.S. Lewis. Da una parte, diversamente da Tolkien e Williams, egli era piuttosto felice di potersi definire “democratico”, ma bisogna comprendere il senso con cui egli lo intendeva:
Essendo un democratico, sono contrario a tutti i cambiamenti veramente drastici e improvvisi della società (in qualsiasi direzione) poiché di fatto essi non avvengono mai, tranne con una tecnica particolare.
Questa tecnica prevede la presa del potere da parte di un piccolo e ben disciplinato gruppo di persone a cui sembra seguire, automaticamente, il terrore e la polizia segreta. Io credo che nessun gruppo sia sufficientemente buono per avere questo potere: essi sono uomini con le nostre stesse passioni, e la segretezza e la disciplina della loro organizzazione avrà già infiammato in loro la passione per il circolo interno che io reputo altrettanto corruttrice dell’avarizia, e la loro alta presunzione ideologica avrà già conferito a tutte le loro passioni il pericoloso prestigio della Causa. Di conseguenza, in qualsiasi direzione vada il cambiamento, esso è per me dannato dal suo modus operandi. Il peggiore di tutti i pericoli pubblici è il comitato di salute pubblica. Il personaggio che il Professore non cita mai in Quell’orribile forza è la signora Hardcastle, il capo della polizia segreta: ella è il fattore comune in tutte le rivoluzioni e, come lei stessa dice, non troverai mai qualcuno che fa bene il suo lavoro finché non ne trae un po’ di divertimento. (7)
Che Lewis condividesse le idee di base dei suoi colleghi è evidente dalla sua concezione di Monarchia. In Quell’orribile forza, forse la sua opera di fantasia più apertamente politica, di fronte all’incitamento a rovesciare l’impotente Re di Gran Bretagna che Merlino rivolge a Pendragone e ai suoi seguaci, Ransom risponde: «Non ho alcun desiderio di distruggerlo. Egli è il re. È stato incoronato e unto dall’arcivescovo. Nell’ordine di Logres, io sono il Pendragone, ma per ciò che riguarda la Britannia, sono un uomo del Re». (8) Le sue opinioni qui vanno ben oltre l’opera di fantasia:
La monarchia può essere facilmente ridimensionata, ma osserviamo i volti, notiamo bene gli accenti di chi vuole ridimensionarla: questi sono gli uomini a cui sono state tagliate le radici nell’Eden, che non possono essere raggiunti da alcun suono della polifonia, della danza, uomini che trovano più bella una fila di ciottoli rispetto a un’arcata. Eppure, anche se essi desiderano la semplice uguaglianza, non possono raggiungerla. Laddove agli uomini è proibito onorare un re, al suo posto essi onorano milionari, atleti o stelle del cinema, perfino prostitute o banditi, poiché la natura dello spirito sì comporterà come la natura del corpo: negagli il cibo ed esso trangugerà veleno. (9)
Riassumendo, le aree politiche d’intesa comuni ai tre autori erano maggiori di quelle di disaccordo. Tutti e tre erano effettivamente ben poco interessati a trattare la politica com’era comunemente definita al loro tempo (e al nostro oggi) perché gli Inklings non separavano la realtà in piccole scatole etichettate “politica”, “religione”, “arte”, “scienza” e “letteratura”: essa era piuttosto un’unica cosa senza cuciture nella quale tutte queste aree si intrecciavano e si influenzavano a vicenda, nel bene e nel male.
Nonostante il loro comune sostegno alla Monarchia, per comprendere appieno l’elemento politico presente nelle loro opere si deve partire dalla persona. Come Cristiani credenti, essi sostenevano che ogni uomo è sulla terra “per amare, conoscere e servire Dio nel suo Mondo, e per essere per sempre felice con lui nel successivo”. Da questa semplice affermazione derivava la loro idea della dignità dell’uomo come figlio di Dio, da cui la realtà deriva tutti i suoi diritti, primo dei quali è il diritto, finché egli obbedisce alla legge, di essere lasciato solo. Lungo Il Signore degli Anelli, Le cronache di Narnia, La trilogia spaziale e i sette romanzi di Williams incontriamo una serie infinita di terribili uomini sedicenti “organizzatori” e “razionalizzatori” dei loro simili, da Lotho Sackville-Baggins a Jadis di Charn, all’I.N.E.C. e a Sir Giles Tumulty. Molta della loro scelleratezza deriva dal loro disprezzo per gli umili.
L’amore dei tre autori per l’uomo comune e il loro odio per chiunque lo voglia rendere schiavo è riflesso nel loro comune amore sia per la natura sia per il patrimonio culturale costituito. Quando si osserva l’operato di Sharkey nella Contea o i progetti dell’I.N.E.C. per Edgestow e il suo circondario si nota come gli autori identifichino gli oppressori dell’individuo con i saccheggiatori del paesaggio. Ciò che Patrick Curry dice di Tolkien nel suo magistrale volume Defending Middle-Earth penso si possa certamente affermare anche per Lewis e Williams:
[…] non possiamo semplicemente rinunciare alla Contea e al Mare, rispettivamente le dimensioni sociale e spirituale, ma essi devono essere integrati nella centralità della natura. La loro sintesi finale, credo, è che l’opera di Tolkien esorta a una nuova etica di convivialità umana, rispetto per la vita e massima umiltà. Quest’etica deve essere basata sull’esperienza di vita sulla Terra e quindi sugli elementi essenziali della vita (della buona terra, acqua pura, aria fresca e simili) come sacri. Infine, perché questa risacralizzazione abbia successo deve essere profondamente radicata nella cultura ed essere celebrata e comunicata con metodi locali e tradizionali. Il risultato non è semplicemente una critica negativa della “cultura positivista, meccanicista, urbanizzata e razionalista” ma una versione positiva di ciò che un lettore ha ben descritto come “buonsenso e santità”. (10)
Ad esempio, la raffigurazione fatta da Lewis dell’opposizione dell’I.N.E.C. alla semplice esistenza del piccolo villaggio di Cure Hardy («si può star certi che non è igienico», osserva Cosser) con la sua “indesiderabile” popolazione di piccoli redditieri e lavoratori agricoli procede nella stessa direzione. Studdock, dopo aver effettivamente incontrato queste persone, capisce di gradirle più dei suoi colleghi. Tutti e tre i nostri autori erano grandi sostenitori dell’ampia distribuzione della proprietà tra coloro che vivono in campagna ossia, con la proliferazione dei piccoli proprietari, del “fare la propria birra e cuocere il proprio pane”.
Come suggerito da quest’ultima citazione, così come dalle precedenti di Carpenter e Hadfield sulle idee politiche di Tolkien e Williams, oltre a credere nell’innata dignità dell’individuo e nella sua uguaglianza davanti a Dio e alla legge, gli Inklings credevano nelle distinzioni di classe e nella gerarchia. Ma quest’ultima, per essere autentica, deve essere organica e naturale, un riflettersi terreno di quella gerarchia che predomina in paradiso. Inoltre, analogamente alla regalità di Cristo e all’autorità del clero, essa deve essere basata sul servire coloro che appartengono a una classe inferiore rispetto ai detentori di cariche e titoli: insieme ai privilegi si hanno anche delle responsabilità. Oltretutto, la società e la nazione devono essere caratterizzate come un insieme da un riflesso di questa legittimità d’ordine. Una perfetta rappresentazione di questo concetto è il discorso tenuto dal Sindaco di Rich in Many Dimensions di Williams, dove questa persona illustre si trova a fronteggiare le guarigioni realizzate nella sua città da un frammento della pietra filosofale che lì è giunta:
«Brava gente», egli disse con una voce stentata, «tutti mi conoscete. Vi chiederò di ritornare alle vostre case e lasciarmi scoprire la verità su questo argomento. Sono il Sindaco di Rich, e se i suoi abitanti sono stati feriti è mio compito rimediare e aiutarli. Se, come sembra, la Pietra di cui abbiamo avuto notizia è in grado di guarire la malattia e se il Governo la sta usando il più velocemente possibile per questo scopo, è dovere di tutti i buoni cittadini accettare il ritardo richiesto dal bene di tutti. Ma, allo stesso tempo, è loro diritto essere rassicurati che il Governo sta facendo del suo meglio, giorno e notte, così che non un singolo istante vada perso nel liberare più persone possibile dal dolore e dalla sofferenza. Sarà mia preoccupazione indagare subito a tale riguardo. Conosco gli ostacoli che possono far seguito a ciò che è successo e temo quelli che potranno farlo. Andrò io stesso a Londra». Fece una pausa per un momento, poi proseguì. «Alcuni di voi sapranno che mio figlio sta morendo di cancro. Se il problema è garantire rapidità e ordine lui ed io saremo gli ultimi in tutto il paese a richiedere assistenza. Ma vi dico questo: potete stare sicuri che egli non soffrirà una sola ora in più di quanto necessario a causa dei dubbi, delle paure e della stupidità dei servitori del popolo. Tornate alle vostre case e domani a quest’ora saprete tutto ciò che io saprò». Fece un’altra pausa e terminò con un forte grido: «Dio salvi il Re».
«Dio salvi il Re!» urlò Oliver in un fremito di gioia, e poi aiutò il Sindaco a scendere; questi si girò subito verso di lui e continuò a parlare prima che il Commissario centrale potesse interromperlo.
«Ti voglio con me», disse. «Voglio tutte le informazioni che puoi darmi e potrò aver bisogno del tuo aiuto personale. Sei disponibile? Ma non importa se lo sei o meno. Richiedo la tua presenza nel nome del Re e per l’autorità della mia carica».
La loro società ideale approverebbe senza dubbio la poesia tradizionale:
Oh lasciaci amare le nostre occupazioni,
Benedici il gentiluomo e i suoi parenti,
Rinnova le nostre razioni quotidiane,
E facci conoscere i nostri giusti incarichi.
Eppure, allo stesso modo, essi hanno continuato a resistere grazie alla capacità delle persone dotate di superiore virtù e di abilità di innalzarsi con coraggio e fortuna, come testimoniato da Sam Gamgee, il tutto rispettando l’integrità di chi rimane nei ruoli più umili in cui è nato: una nascita vista non come un caso ma come la deliberata opera del Dio che presiede al grande arazzo della società umana, fino a quando il libero arbitrio umano glielo permette.
Tutti e tre gli scrittori amavano le cariche tradizionali della Gran Bretagna e le peculiarità cerimoniali del paese. Ciò si riflette nei loro personaggi: il Sindaco di Pietraforata e il Signore della Terra di Buck per Tolkien, per Williams il Sindaco di Rich citato in precedenza e, da War in Heaven, il Duca del Riding settentrionale, «Marchese di Craigmullen e Plessing, Earl e Visconte, Conte del Sacro romano impero, Cavaliere di Cappa e Spada e molte altre ridicole fantasie». Tale amore si rifletteva anche nell’ovvio odio di Lewis per l’“Elemento progressista” che stava smantellando il rituale collegiale tradizionale al Bracton College. Tali elementi non erano visti dagli Inklings solo come cose piacevoli e amabili in sé che conferiscono alla vita mondana un tocco di colore, ma anche come frammenti o segni di cose più grandi che possono tornare in azione quando è necessario. È quindi ovvio che la Regalità fosse collocata in cima a questa gerarchia.
Altrettanto ovvio è l’amore dei tre scrittori per la stessa Inghilterra, per le sue città e le sue contee. Ma cosa si può dire riguardo al resto del mondo? Tolkien era certamente noto per la sua antipatia verso i Francesi (un altro argomento su cui questo francofono deve dissentire dal maestro, ma sicuramente J.R.R.T. non ha mai perdonato l’invasione normanna) e Lewis, essendo originario dell’Ulster, era provinciale fino al midollo, mentre Williams sembra fosse il più culturalmente cosmopolita. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare a ognuno di loro come a un “nazionalista” in senso moderno poiché, in modi diversi, tutti loro vedevano la loro amata Inghilterra come parte di un insieme più grande, anche se i loro luoghi preferiti erano tutti elementi essenziali dell’Inghilterra.
Questo insieme più grande era l’Europa, intesa però non come una sorta di sterile meccanismo verso cui l’Unione europea sembra essere diretta, ma come un’entità religiosa e culturale: la Cristianità o, come un antico pensatore avrebbe detto, il Sacro impero, ossia un’unità più alta che non reprime le libertà locali o nazionali. Come Tolkien scrisse a suo figlio Christopher in una lettera datata 31 luglio 1944, «Avrei odiato l’Impero romano [quello precristiano N.d.A.] all’epoca (e difatti lo odio), e sarei rimasto un cittadino romano pieno di pa*triottismo, preferendo una Gallia libera e vedendo il lato buono dei cartaginesi». Si può osservare come egli applicasse quest’idea agli eventi del suo tempo in un’altra lettera inviata a suo figlio il 9 dicembre 1943: «[…] io amo l’In*ghilterra (non la Gran Bretagna e sicuramente non il Common*wealth britannico – grr!)». Senza dubbio la Contea è una forma idealizzata d’Inghilterra che si autogoverna e con un governo estremamente limitato agli affari quotidiani.
Ma la gente della Contea è anche legata, seppur debolmente prima della Guerra dell’Anello, a un’unità più grande: il Regno di Arnor. Così come Tolkien odiava l’opprimente potere dell’Impero romano prima di Costantino, così i suoi regni númenoreani in esilio riflettono l’Impero cristiano. Lo stesso Arnor è molto simile all’Impero d’occidente: sempre meno importante dal punto di vista militare col passare dei decenni, esso sopravvive comunque nelle menti dei suoi sudditi, anche dopo la fine della sua effettiva esistenza. La sua rinascita sotto Aragorn (o Elessar, come dovremmo chiamarlo a questo punto) assomiglia molto alla rinascita carolingia. Gondor, invece, ricorda l’Impero romano d’oriente, un’analogia espressa direttamente dallo stesso J.R.R.T. in una lettera a Milton Waldman scritta sul finire del 1951 in cui egli parla dell’iniziale gloria di Gondor, «quasi un riflesso di Númenor», e della sua successiva lenta decadenza «nell’Età-di-Mezzo, diventando una specie di orgogliosa, venerabile, ma sempre più impotente Bisanzio». Contrapposto alla pura forza delle armi e al peso della macchina governativa del pagano Impero romano che Tolkien odiava, il regno ristabilito sotto Elessar esemplifica l’“unità nella diversità”, la conservazione delle libertà locali sotto un Monarca globale, ciò che i teorici medievali ascrivevano al Sacro romano impero. Nel 1963 egli scrisse a un ammiratore: «Un re Númenoreano era un monarca, con il potere assoluto di decidere durante una discussione; ma governava il regno rispettando l’antica legge, di cui era ammini*stratore (e interprete), ma non autore». Un altro Sacro romano imperatore mancato è Ingwë, capo dei Vanyar e Alto Re di tutti gli Elfi.
Che Tolkien, nella realtà come nella novellistica, vedesse la sua amata Inghilterra come parte di un insieme organico può essere osservato nella sua risposta dell’8 febbraio 1967 alla prima bozza di un articolo scritto su di lui da Charlotte e Denis Plimmer:
Auden ha affermato che per me «il Nord è una direzione sacra». Questo non è affatto vero. Alla zona nord-ovest dell’Europa, dove io ho vissuto (così come gran parte dei miei antenati), sono affezionato, come ogni uomo è affezionato alla propria patria. Amo la sua atmosfera, e conosco la sua storia e le sue lingue più di quanto non conosca quelle delle altre parti del mondo; ma non è «sacra», né esaurisce tutto il mio interesse e tutto il mio affetto. Nutro, per esempio, un amore particolare per il latino e, fra tutte le lingue che derivano dal latino, per lo spagnolo. Che l’affermazione di Auden non sia vera, una pura e semplice lettura delle note al mio libro lo può rivelare. Il Nord è il luogo dove si ergono le fortezze del Diavolo. Il racconto finisce con quanto di più simile al ristabilimento di un Sacro romano impero con il suo centro a Roma un «nordico» potesse inventare.
Una delle ragioni del suo amore per la Chiesa Cattolica, benché certamente ben lungi dall’essere una delle principali, è la sua universalità: questa era una delle cause della sua contrarietà all’abbandono del latino nella liturgia a favore del volgare.
Come ci si potrebbe aspettare, in C.S. Lewis si riscontra una maggiore ristrettezza mentale ma, ciononostante, anch’egli manifestava almeno un mediocre apprezzamento per l’unità storica della Cristianità. Sarebbe difficile definire in modo migliore il ruolo dell’Imperatore cristiano visto da scrittori contemporanei rispetto a quanto Merlino consiglia a Pendragone in Quell’orribile forza: «Allora dobbiamo andare più in alto. Dobbiamo andare da colui la cui incombenza è deporre i tiranni e ridare vita ai regni morenti. Dobbiamo chiamare l’Imperatore». Per un istante quasi condividiamo lo shock del vecchio stregone quando Ransom replica: «Non vi è più alcun imperatore».
Lewis apprezzava però il fatto che l’Inghilterra ideale in cui egli credeva non fosse il fine supremo ed essenziale, benché fosse indubbiamente legittima nel suo ambiente, ma una parte di un tutto più grande. Così il dottor Dimble protesta:
«Non lo senti? La vera qualità dell’Inghilterra. Se abbiamo la testa di un asino è perché camminiamo in un bosco fatato. Abbiamo sentito che possiamo fare qualcosa di meglio, ma non possiamo dimenticarlo del tutto… Non vedete, in tutto quello che è inglese, una specie di grazia imbarazzata, una incompletezza umile, spiritosa? Come aveva ragione Sam Weller quando definì Mister Pickwick un angelo in ghette! Tutto qui è migliore o peggiore che…»
«Dimble!» disse Ransom. Dimble, il cui tono era diventato un po’ appassionato, tacque e lo guardò. Esitò e (così penso Jane) quasi arrossì prima di ricominciare.
«Ha ragione, signore» disse con un sorriso. «Stavo dimenticando quello che lei mi ha ammonito di ricordare sempre. Questa persecuzione non è una peculiarità nostra. Ogni paese ha il suo particolare persecutore. Non esiste un privilegio speciale per l’Inghilterra, nessuna stupidaggine di privilegi nazionali. Parliamo di Logres perché è la nostra persecuzione, quella che conosciamo.» «Questa» osservò MacPhee «sembra una maniera molto tortuosa di dire che dappertutto ci sono uomini buoni e cattivi.»
«Non è affatto una maniera di dire ciò» rispose Dimble. «Vede, MacPhee, se si pensa semplicemente alla bontà nel senso astratto, si raggiunge spesso l’idea fatale di qualche cosa di standardizzato, di qualche genere ordinario di vita verso il quale tutte le nazioni dovrebbero progredire. Naturalmente ci sono regole universali alle quali tutta la bontà deve uniformarsi. Ma questa è soltanto la grammatica della virtù. Non è lì che si trova il succo. Egli non crea due fili d’erba uguali: tanto meno due santi, due nazioni, due angeli. Tutto il lavoro di guarire Tellus consiste nel prendersi cura di quella piccola scintilla, nel reincarnare quello spettro che è ancora vivo in ogni popolo, reale, e diverso in ognuno. Quando Logres dominerà realmente la Britannia, quando la Dea Ragione, la divina chiarezza, sarà realmente posta sul trono di Francia, quando l’ordine del cielo sarà realmente seguito in Cina: ebbene allora vi sarà la primavera. Ma frattanto dobbiamo occuparci di Logres.»
Malgrado la sua apologia della Riforma e la sua relazione di amore-odio con Roma, Lewis era molto consapevole (e nostalgico) dell’antica unità della Cristianità pre-Riforma (stavo quasi per scrivere pre-politica). Egli conosceva sufficientemente bene il latino da poter sostenere una corrispondenza in questa lingua con un prete italiano, Don Giovanni Calabria. Mentre si scrivevano a vicenda riguardo al futuro del Continente, Lewis notava: «Stiamo attenti per paura che, mentre ci tormentiamo invano sul futuro dell’Europa, trascuriamo sia Verona sia Oxford». Ancora una volta, possiamo osservare lo svilupparsi della giustapposizione del sovranazionale sul locale con un linguaggio universale.
Williams è senza dubbio l’autore della dicotomia Logres/Britannia che Lewis descrive così bene in Quell’orribile forza ma, mentre molte delle sue opere sono profondamente inglesi quanto quelle degli altri due autori, egli è anche conscio del fatto che ciò che egli ama del suo paese può essere trovato, in modi diversi, da qualche altra parte. Nel descrivere la visita di un re Zulu frutto della sua fantasia in Shadows of Ecstasy egli scrive:
La regalità, una nera regalità straniera, era apparsa per pochi istanti nella stanza, imposta su tutti loro dalla semplice intensità della forza e della convinzione del capo Zulu. In virtù delle ampie letture che sia lei sia suo marito amavano, ella ne aveva avvertito a volte l’ombra; nei superbi versi di Marlowe e Shakespeare, nei ricorrenti titoli uditi nelle cerimonie in Chiesa e nelle celebrazioni locali: “La più eccellente maestà del Re”, “Sua maestà il Re-imperatore”, “Il governo di sua Maestà britannica”.
Ma nelle opere di Williams la regalità non è l’unico motivo per trascendere i confini. La Messa del Graal in War in Heaven è percepita in modo peculiare da ognuno dei suoi testimoni. La descrizione che Williams fa dell’effetto che essa ha sul cattolico Duca del Riding settentrionale è ancor più sorprendente vista la sua fede anglicana:
In ognuno di essi lo spirito fu spronato ed esaltato in modo differente, nel Duca forse più di tutti. Egli era consapevole di un senso di adorazione dei re, la grande tradizione del suo casato si destava in lui: la memoria di preti condannati e martirizzati si risvegliava, messe dette velocemente fra impauriti respiri di un piccolo gruppo di fedeli, il nono duca che aveva servito la messa privata del Pontefice romano, l’Ordine romano che egli stesso indossava, la fedeltà della sua famiglia alla Fede sotto l’ira di Enrico e il freddo sospetto di Elisabetta, i duelli combattuti nel Parco di Richmond in difesa dell’onore di nostra Signora dal tredicesimo duca che aveva incontrato e ucciso consecutivamente tre avversari. Tutte queste cose, non percepite in modo chiaro ma sicuramente presenti, trascinarono la sua mente in una vivida consapevolezza di tutte le figure regali e sacerdotali del mondo che erano in adorazione davanti al suo reliquario consacrato. «Jesu, Rex et Sacerdos», pregò…
Vista l’indulgenza con cui aveva trattato i primi Protestanti in diverse sue storie e commedie, Williams era sicuramente un uomo in grado di vedere oltre le sue posizioni.
È però nelle sue poesie che la figura dell’Impero cristiano diventa un tema esplicito. Agnes Sibley ben descrive la visione dell’Impero che Williams evoca in Taliessin through Logres e in The Region of the Summer Stars:
L’universo delle poesie è l’Europa del VI secolo in cui lo storico Artù potrebbe essere vissuto. Logres è una provincia (un thema) dell’Impero bizantino, la sede dell’Impero romano dopo che le tribù delle province hanno conquistato Roma. Williams sceglie Bisanzio come simbolo di totalità, un perfetto equilibrio di corpo e anima, probabilmente perché sotto il dominio bizantino la chiesa e la società secolare erano più unite che in qualsiasi altro periodo storico.
L’Impero, così come lo vede Williams, non è solo un’unica comunità ma anche un simbolo dell’“intera natura dell’uomo”, includendo certamente il suo corpo. Per la prima edizione di Taliessin through Logres un amico di Williams disegnò una mappa dell’Europa sotto forma di un corpo di donna le cui parti erano frequentemente citate nelle poesie: Logres è la testa della donna, le sue natiche (Caucasia) rappresentano il lato naturale e fisico dell’essere umano, mentre le sue mani sono a Roma dove il Papa celebra con le sue mani l’Eucarestia, nella quale corpo e anima hanno uguale importanza e sono viste come una sola cosa in Cristo. (11)
Logres, e l’Impero di cui esso è parte integrante, non restano uniti grazie alla forza ma grazie alla Fede condivisa e alla conseguente “co-appartenenza” tramite la quale ogni parte dell’Impero è collegata all’altra, così come lo sono gli individui che abitano le varie province. In sostanza è l’amore che dona unità all’Impero e che fa sì che il regno di Artù sia un suo elemento costitutivo. Tutto ciò è sostenuto dall’accettare di “scambiarsi” a vicenda i propri fardelli e dalla preghiera, le più note “Preghiere del Papa” nella poesia omonima.
Nell’abbracciare simultaneamente il locale, il nazionale e il sovranazionale, gli Inklings non proponevano la costruzione di uno specifico ordinamento politico, ma pensavano che la società, su tutti i livelli, dovesse riflettere una realtà superiore. Come Cristiani medievisti e credenti, ognuno dei tre aveva assorbito una buona dose di neoplatonismo, principalmente attraverso Sant’Agostino ma anche attraverso altri Padri della Chiesa e direttamente da Platone stesso.
Questa influenza si esprime nelle loro idee politiche sostenendo che l’Ordine divino è contemporaneamente celato e simboleggiato da ciò che è terreno, e la legittimità di governo deriva da governanti che cercano di realizzare in questo mondo l’ordine che regna in Paradiso. Nel loro pensiero è però presente anche la visione agostiniana dell’opposizione tra la Città di Dio e la Città dell’uomo: quest’ultima è diventata così malvagia da deviare dal modello offerto dalla prima e tutti gli uomini buoni devono lottare, in un modo o nell’altro, contro questa devianza. Tuttavia le due Città sono comunque diverse e quella dell’uomo non può mai replicare esattamente quella di Dio, ma solo avvicinarsi ad essa. Questa lotta apparentemente senza fine e senza possibilità di vittoria (in termini terreni) può però aiutare l’individuo a raggiungere la salvezza eterna e a volte, come bonus, a migliorare effettivamente per un momento la situazione generale. Paradossalmente, comunque, i tentativi di riprodurre la Città di Dio utilizzando mezzi illegittimi o malvagi portano inevitabilmente a causare mali peggiori di quelli contro cui si sta lottando, come ci ricorda Galadriel quando rifiuta l’Anello.
1. continua




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) mette in luce i profondi legami inerenti tra il vecchio torysmo e il primo laburismo, alla luce di un anticapitalismo non marxista, propugnato dal Socialismo della gilda, William Morris e i Preraffaelliti.
