I Vratya
I Vratya possono essere stati sia un gruppo non-Ariano o non-Vedico Ariano che venne ammesso alla casta dei Bramani nel periodo Medio Vedico e che portarono con loro pratiche ascetiche e estatiche dall’esterno.
Un intero libro dell’Atarva Veda è dedicato a questo movimento, che influenzò profondamente la comunità Ariana. L’Atarva Veda attribuisce a loro austerità speciali, dicendo, per esempio, che “il Vratya” stava ritto in piedi per un intero anno (A.V. XV). Questa prodezza lo connette con la tradizione Jain, in cui uno dei doveri di un monaco è “la stabilizzazione del corpo senza il minimo movimento” in “posizioni differenti… che portano beneficio all’anima e che sono difficili da eseguire.” La più comune di queste posizioni è kayotsarga, rimanere eretto in piedi e immobile per lunghi periodi di tempo. I Tīrthankara Jain Rishabha e Pārśva stavano entrambi compiendo questa pratica quando raggiunsero l’Illuminazione. Era un’austerità comune anche agli Ājīvika, ed è stata timidamente identificata nei sigilli della Valle dell’Indo.
I Vratya erano evidentemente portatori di una corrente Sumero-Indiana di attività magico-religiose che era parte della Caldeanizzazione del Bramanismo nel periodo Vedico medio. Vivevano come “clan di maghi itineranti specializzati in sesso, canto, e danza.” La loro pratica rituale può essere la fonte del rituale tantrico Pañcha-makāra, o delle cinque M. Nell’Induismo ortodosso del Mahābhārata sono visti come “il rifiuto della società, incendiari, avvelenatori, sfruttatori, adulteri, abortisti, tossicomani, e così via.”
L’importanza dei Vratya chiaramente è che la conoscenza di entrambi, Pitryāna (Il Cammino dei Padri) e Devayāna (Il Cammino degli Dei), si dice sia entrata nella tradizione per loro mezzo (A.V. XV) Nel primo periodo Upanishadico questi due termini rappresentavano i due cammini del dopo vita, uno che porta all’incarnazione, l’altro no. Se i Vratya insegnavano le dottrine della reincarnazione e della liberazione, allora quella dottrina poteva essere parte del complesso Sumero-Indiano. Yājñavalkya, in quel caso, non la originò, ma l’apprese da qualche fonte non-Ariana come i Vratya.
I Vratya sono anche associati al concetto dei quattro quarti dell’universo (A.V. XV) e con la figura del pantheos, o Persona Cosmica (A.V. XV), entrambi concetti che sembrano arrivati dal Vicino Oriente in India in quel periodo. I Vratya possono essere tardi arrivi dall’Asia Occidentale attorno all’XI secolo a. C. e che portarono con loro parole in Accadico nell’Atarva Veda, il concetto di Purusasūkta, e parti del generale cambio di valori religiosi che seguirono.
Liberamente tratto da: The Shape of Ancient Thought:
comparative studies in Greek and Indian philosophies
di Thomas McEvilley




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