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Discussione: I Vratya

  1. #11
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    Predefinito Rif: I Vratya

    Citazione Originariamente Scritto da Vajrapani Visualizza Messaggio
    Affascinante l'ipotesi del McEVilley di una corrente sumero-indiana dei Vratya. Anche Parpola ha proposto un legame tra le due culture del resto.
    Sarebbero da confrontare le loro due posizioni. In ogni caso, emerge ancora una volta il tema di un'influenza esterna nelle Upanishad e nei Veda piu tardi, come l'Atharva.
    R. C Hazra, tra i principali studiosi indiani del secolo scorso, nel suo testo postumo Rudra in the Rg-Veda aveva già sollevato l'ipotesi della derivazione di Rudra, secondo lui entrato nel 2000 a.C. circa nel pantheon vedico, da aree medioorientali, precisamente mesopotamiche

  2. #12
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    Predefinito Rif: I Vrātya


    I Vrātya*


    La questione del valore positivo attaccato alle forze del disordine e della trasgressione sembra essere un punto chiave in relazione a un gruppo di persone nella società vedica che sono stati spesso riferiti in relazione alla nascita delle pratiche yogiche e tantriche: i Vrātya. C’è stata molta speculazione sui Vrātya, molta della quale forse confinante con la fantasia. Una ragione di confusione è che il termine Vrātya pare sia variato considerevolmente di significato nel corso del tempo.
    All’epoca dello stato Kuru-Pañchāla, o del suo equivalente storico, sembra siano stati associazioni di giovani uomini non ancora sposati e senza aver completamente acquisito lo status di adulto. Questi giovani uscivano in spedizioni di razzia nei territori confinanti, queste spedizioni agendo come modo di canalizzare ‘l’aggressione tradizionale risultante nel furto di bestiame, nel combattimento e nel guerreggiare in piccola scala con i propri confinanti’ (Witzel, 1995). I Vrātya hanno avuto una specifica funzione rituale, che Witzel riferisce come preservante elementi del vecchio rituale Vedico prima della riforma Kuru. Questo in particolare implicava estesi rituali sacrificali di metà inverno nella foresta, lontano dalla comunità del villaggio, a favore della collettività come un insieme (White, 1991). I Vrātya sono stati collegati con evidenza a sodalizi o associazioni di giovani uomini nel materiale Iraniano e Indo-Europeo. Se questo è un modello plausibile, possiamo supporre che tutti gli uomini probabilmente passavano attraverso un periodo come membri dei Vrātya, e che originariamente formassero la forza combattente della tribù in tempo di guerra. Dal materiale di Falk sembra che alcuni uomini che per una ragione o l’altra non erano capaci di procedere nel seguente stadio di adulti capifamiglia possono essere rimasti Vrātya diventando capigruppo.
    I Vrātya possono aver giocato un ruolo nell’espansione esterna della cultura Vedico-Brahmana dalla regione Kuru-Pañchāla. Abbiamo una piccola evidenza diretta, ma l’associazione di diversi gruppi orientali con i Vrātya in Manu forse suggerisce che erano partecipanti nell’occupazione di quest’area, o almeno che c’erano gruppi nell’est paragonabili a loro. Riguardo alla funzione rituale dei Vrātya, Falk vede i loro dodici giorni del sacrificio di metà inverno correlato a fenomeni Indo-Europei come i Lupercalia romani e le dodici notti di Natale. Questo era il tempo in cui il selvaggio cacciatore Odino cavalcava per le foreste dell’Europa settentrionale. L’equivalente di Odino nel contesto vedico era Rudra, il prototipo vedico di Shiva. Come “cani e lupi” di Rudra (White, 1991) essi uccidevano la vacca sacrificale durante la scarsità di cibo e la siccità di metà inverno, e in questo modo aiutavano a riportare la prosperità per gli anni seguenti. Il rituale Vrātya più noto era il Mahāvrata, “grande voto o osservanza” che comprendeva sesso rituale tra un Brahmacārin (presumibilmente un giovane uomo altrimenti votato al celibato) e una prostituta (Gonda, 1961).
    Se il quadro tracciato da Falk e Witzel ha qualche plausibilità, questi rituali di mezzo inverno possono essere visti scomparire gradualmente durante la seconda fase dello sviluppo della religione vedica, essendo rimpiazzati da rituali e sacrifici stagionali descritti nei Brāhmana e nei testi successivi. Se così fosse, i Vrātya potrebbero aver cessato di esistere nel senso qui descritto qualche tempo prima del Buddha storico, col termine stesso che comincia a essere usato come etichetta per varie popolazioni disprezzate e sotto-casta, comprendendo popoli geograficamente esterni alla caratteristica società Ariana, che a quel tempo comprendeva la Vallata Centrale del Gange come anche la regione Kuru-Pañchāla.
    I Vrātya nel periodo iniziale, sebbene rappresenti un prototipo importante per la situazione di un gruppo “non-ortodosso” le cui attività, quantunque oscure e associate alla morte e alla trasgressione, sono in qualche modo essenziali al benessere della società. Questo ha portato al loro essere visti, forse sorprendentemente, come predecessori dei movimenti śramana. Abbiamo visto due esempi riguardo il presumibile uso ‘trasgressivo’ della sessualità, nei rituali Mahāvrata dei Vrātya e nell’aśvamedha che include una nota sequenza dove la regina principale simulava un rapporto col cavallo sacrificale.
    Dundas ha suggerito che i Vrātya, i ritualisti vedici in qualche modo misteriosi, possono essere stati un precedente significativo per le tradizioni śramana (Dundas, 1991 e 2002). I Vrātya erano, nel modello Falk-Witzel, bande di giovani uomini aggressivi che razziavano il bestiame quando non erano impegnati in rituali trasgressivi nella foresta. Dundas e Bollé hanno suggerito che i primi ordini monastici Giainisti e Buddisti erano una specie di trasformazione delle fratellanze guerriere maschili degli Indo-Europei, e che uno stadio di transizione può essere visto in quel confuso e misterioso gruppo nei testi tardo-vedici e bramanici, i Vrātya. Riguardo ai Vrātya, gli studiosi sembrano supportare l’idea che fossero, almeno nel primo materiale vedico, un’età guerriera, una fase attraverso cui i giovani uomini della tribù passavano prima del matrimonio. I Vrātya erano giovani uomini non sposati, attivi come razziatori di bestiame e guerrieri, e avevano anche un significativo ruolo rituale, legato alla continua fertilità e produttività della terra. Bolleé ha anche proposto che i Vrātya, e similari istituzioni sociali vediche, furono ridisegnati nel processo di trasformazione in qualcosa di abbastanza differente, formando la struttura basilare dei nuovi ordini ascetici, sebbene possiamo difficilmente escludere che, come le tradizioni Giainiste e Buddiste affermano, c’erano precedenti insegnanti di una via all’illuminazione.

    Esercitare il potere: Vrātyakānda dell’Atharvaveda

    La tradizione Vrātya pare essere iniziata come celebrazione di un rituale pragmatico, ma in qualche modo trasgressivo, di un sottogruppo della tarda società vedica, e possiamo datare questa fase dal X all’VIII secolo a.C. secondo la cronologia di Witzel. Al tempo delle Leggi di Manu (circa I d.C.) i Vrātya sembrano diventati un permanente gruppo fuoricasta. Se continuavano a esistere come realtà sociale piuttosto che una categoria astratta, presumibilmente continuarono a vivere come ritualisti. Un testo Atharvavedico riguardante i Vrātya forse riguarda uno stadio sulla via di questo ipotetico sviluppo. Questa sezione dell’Atharvaveda, il così chiamato Vrātyakānda, forma il libro quindicesimo dell’Atharvaveda nella versione Śaunaka e consiste in un singolo breve testo in prosa, in uno stile che rassomiglia a quello dei Brāhmana. E’ generalmente considerato come una parte tarda dell’Atharvaveda, così può essere datato tra il VI e il III secolo a.C. La prima parte del testo descrive un Vrātya che ‘risveglia’ Prajāpati e diventa Mahādeva (presumibilmente significando Śiva). Dopo ciò, si riferisce a lui come Capo Vrātya e il portatore dell’arco di Indra. Nella sezione successiva è descritto come ‘in movimento’ nelle quattro direzioni, e diverse corrispondenze o connessioni occulte sono descritte nello stile delle prime Upanisad come la Brhadāranyaka o Chāndogya.
    Le rimanenti sezioni insegnano come un Vrātya che possiede questa conoscenza dovrebbe essere trattato dai re e dalla gente, in entrambi i casi, molto rispettosamente.
    I primi traduttori occidentali dell’Atharvaveda erano piuttosto sbrigativi su questo testo: Whitney (1905) lo definisce ‘puerile’ mentre Griffith (1916) lo descrive come un ‘Libro unico e oscuro’ il cui proposito è la ‘idealizzazione e l’iperbolica glorificazione del Vrātya’. Una più recente traduzione di Sampurnānand (1956) lo tratta essenzialmente come una meditazione sulla natura di Śiva. Si potrebbe suggerire che sia entrambi, ‘glorificazione del Vrātya’ e ‘una meditazione sulla natura di Śiva’; in altre parole, che è essenzialmente, almeno per quanto concerne le prime cinque sezioni, una liturgia per l'identificazione di un praticante Vrātya con Śiva.

    Liberamente tratto da: The origins of Yoga and Tantra di Geoffrey Samuel
    Ultima modifica di baba; 16-10-11 alle 12:34

  3. #13
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    Predefinito Rif: I Vratya


    Chi erano i Vrātya?


    Il Rig Veda si riferisce ripetutamente al carattere composito della sua società e alla sua popolazione pluralistica. Menziona la presenza di numerose religioni, culti e linguaggi, e chiede a tutti di sforzarsi di diventare la parte nobile di quella società.
    Il carattere pluralistico di quella società era caratterizzato non solamente dalla sua composizione ma anche dalle viste divergenti dei suoi pensatori. In aggiunta, c’erano individui e gruppi che erano fuori dallo steccato del recinto vedico, seguivano tradizioni pre-vediche, e rigettavano la validità dei Veda e dei suoi rituali. I più famosi tra questi dissenzienti e ribelli erano i Vrātya. Questi erano una comunità veramente eterogenea, e sfidante qualsiasi definizione. Persino oggi il significato del termine Vrātya non è chiaro, ed è descritto in molti modi. L’incredibile comunità dei Vrātya comprendeva maghi, guaritori, sciamani, mistici, materialisti, mendicanti, pazzi girovaghi, guerrieri nomadi, mercenari, mangiatori di fuoco e di veleno, cercatori di piaceri libidinosi e torme di asceti erranti. Alcuni di loro erano violenti e osceni mentre altri erano raffinati e austeri, e molti altri si comportavano come pazzi.

    Il Rig Veda menziona i Vrātya circa otto volte (p.e. 3:26:6; 53:11; 5:75:9; 9:12), e cinque gruppi di Vrātya sono chiamati collettivamente Pancha-Vrata (10:12). L’Atharva Veda (XV kanda) dedica un intero inno intitolato Vrātya-suktha alla “mistica fratellanza” dei Vrātya. Anche il Tandya e il Jaiminiya Brāhmana parlano dei Vrātya e descrivono un sacrificio chiamato Vrātya-stoma, che è virtualmente un rituale purificatorio.
    Il Rig Veda, generalmente, usa il termine Vrātya per descrivere gruppi di rottura, o un’orda nemica, o un assortimento di uomini di numero indefinito che vivevano in insediamenti temporanei; anche l’Atharva Veda usa il termine nel senso di uno straniero, o un ospite, o qualcuno che segue le regole, ma lo tratta con molto più rispetto. Il significato del termine, apparentemente, cambiò in modo enorme nel periodo intercorso.

    Il Jaiminiya Brāhmana (2:222) descrive i Vrātya come asceti vaganti in uno stato di intossicazione. Il Tandya (24:18), comunque, parla di loro come divini Vrātya (Daiva vai Vrātyah). La Vajasaneyi-samhita si riferisce a loro come medici e guardiani della verità. Sembra siano stati una comunità di asceti che vivevano seguendo a un insieme di strani voti (Vrāta) religiosi.
    E’ interessante notare che Shiva-Rudra è descritto come Eka-Vrātya (AV 10.8.1.9.1). Il Shatha-rudriya, celebrando la gloria delle centootto forme di Rudra, lo saluta come Vrata-pathi, il Comandante dei Vrātya (TS.4.5.6.1). L’Atharva Veda (15.2.a) esprime una dichiarazione molto ambigua: “Di lui nel settore orientale, la fede è la meretrice (?), Mitra il Magadha, la discriminazione è la veste, ecc.; nel settore meridionale Magadha è il mantra del Vrātya; negli altri due settori Magadha è la risata e il tuono del Vrātya.” Che cosa implichi questa dichiarazione non è chiaro ma si può interpretare come indicante che le tribù di Magadha erano amiche, consigliere e supportavano espressamente (il tuono) i Vrātya. L’implicazione è piuttosto interessante. I gruppi dissidenti all’interno della popolazione Vedica (includendo le tribù pre-vediche), cioè i Vrātya, lasciarono la loro terra e vagarono verso Est, stabilendosi infine nelle regioni di Magadha, dove trovarono amici e sostenitori. La ragione di quell’amichevole accoglienza sembra dovuta al fatto che le tribù di Magadha, nell’India Orientale, non fossero in buoni rapporti con la popolazione Vedica del bacino del Gange e non trovarono difficoltà nell’accomodare i Vrātya; e, cosa più importante, i popoli di Magadha non seguivano o approvavano la religione Vedica, e anche loro, proprio come i Vrātya, erano contrari ai riti, rituali e sacrifici della comunità Vedica.

    I Vrātya vagavano, principalmente, nella regione a Est e Nord-Ovest di Madhyadesha, che sono le nazioni di Magadha e Anga. Parlavano il dialetto Prachya, la fonte dei linguaggi dell’India Orientale. Si dice che parlassero anche il linguaggio degli iniziati (Diksita-vac), sebbene non lo fossero (A-diksita), e probabilmente avevano familiarità col Sanscrito e col Prakrito. Vivevano soli o in gruppo, lontani dalle aree popolate, seguendo le loro pratiche e regole-culto. Si spostarono lontano e in largo, vagando dalla Valle dell’Indo alle rive del Gange. Erano i cercatori erranti.
    Secondo Mahamahopadhyay Haraprasad Sastri, il vasto territorio a Sud del Gange e a nord della catena dei monti Vindhya, che si estende da Mudgagiri (Monghyr) a Est fino a Charanadri (Chunar) a Ovest, era nota come la terra delle tribù Magadha.

    Il Kesi-suktha del Rig Veda (106); il Latyayan–sruta-sutra (8.6-7); il Bahudayana–sruta-sutra (26.32); il Panchavimsati Brāhmana (17. 1.9-15) e il Vrātya-suktha dell’Atharva Veda (XV kanda), danno grafiche descrizioni di questi magi, i Vrātya. Queste descrizioni messe insieme proiettano un’immagine veramente impressionante, colorata e che ispira timore riguardo agli erranti Vrātya.
    Questi si distinguevano per i loro turbanti neri (Krishnam ushnisham dharayanti) portati obliqui (LSS 8.6-7); una coperta bianca gettata sulle spalle (BSS 26.32); sfoggiavano lunghi capelli arruffati (Kesi); con ornamenti circolari alle orecchie (Pravartau); gioielli (Mani) pendenti dal collo; fili di lunghe collane di strane perline penzolanti sul petto; due (Dvi) pelli di cervo legate e usate come capo inferiore, e sandali ai piedi (Upanahau); che porta una lancia (Pra-toda), un arco (AV 15.2.1) e un pungolo (Pratoda); e che guida un carro sgangherato adatto a strade sconnesse (Vipatha) tirato da un cavallo o da un mulo (LSS 8: 6,10-11).
    Panchavimsati Brāhmana (17.1.9-15) inoltre dichiara che il comandante dei Vrātya (Grhapati) indossa un turbante (Ushnisha), porta una frusta (Pratoda), un tipo di arco (Jyahroda), è vestito di abiti neri (Krishnasa) e di due pelli (Ajina), una nera e l’altra bianca (Krishna-valaksa), e possedeva un rudimentale carrozzone (Viratha) coperto di assi (Phalakastirna). Egli indossava anche abiti rivestiti di monete d’argento (Niska). Le sue scarpe erano nere e appuntite.
    Gli altri a lui subordinati avevano abiti con frange rosse, due frange ciascuno, pelli piegate doppie (Dvisamhitany ajinani) e calzature (Upanah).
    Si muovevano tra i guerrieri (Yaudha), pastori e agricoltori. Non si preoccupavano dei rituali o delle iniziazioni (Adhikshitah), e per nulla del celibato (Na hi brahmacharyam charanthi). Non si dedicavano all’agricoltura (Na krshim) o al commercio (Na vaniyam). Si comportavano come se fossero posseduti (Gandharva grithaha), ubriachi o semplicemente pazzi.

    Gli studiosi, generalmente, credono che ciò che è arrivato a noi come Tantra sia, in fatti, un residuo delle pratiche-culto dei Vrātya. Il Tantra persino oggi è considerato non-Vedico, se non anti-Vedico. L’Atharva Veda (Vrātya Kanda) riporta che i Vrātya erano anche un gruppo di talentuosi cantanti e compositori. Tentarono persino di collegare la loro struttura corporea a quella dell’universo. Impararono a vivere in armonia con la natura. C’è, quindi, una scuola di pensiero che asserisce che ciò che è stato conosciuto come Yoga nei periodi posteriori, ha le sue radici nelle pratiche ascetiche ed estatiche dei Vrātya. I Vrātya erano, dunque, i precursori degli asceti e yogi successivi.

    La scuola Samkhya, nei primi tempi, era strettamente associata con altri due sistemi eterodossi: Giainismo e Buddismo. In prospettiva storica, Samkhya-Yoga e Giainismo-Buddismo derivavano da un nucleo comune esterno alla tradizione Vedica, e quel nucleo era composto dal movimento Vrātya. Lo sviluppo delle pratiche e delle religioni nelle regioni orientali dell’India, nei tempi antichi, è stato inspirato e influenzato, più o meno direttamente, dai Vrātya.

    Vrātya non era una religione, e neppure una setta organizzata. Era un movimento che ricercava la liberazione dai soffocanti confini del sistema, e un significato alla vita e all’esistenza. I Vrātya, i cercatori erranti, i ribelli dell’età del Rig Veda, si dissolsero nei misteriosi recessi della religione Vedica abbastanza rapidamente, tuttavia lasciandosi dietro un’influenza persistente sugli altri sistemi del pensiero indiano.

    Continua...
    Ultima modifica di baba; 22-10-11 alle 23:18

  4. #14
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    Predefinito Rif: I Vratya


    Chi erano i Vrātya?

    La tradizione Giainista dichiara che essa esisteva in India persino nei tempi pre-vedici e che non fu influenzata dalla religione Vedica. Dice anche che la religione Giainista era fiorente, specialmente nelle regioni settentrionali e orientali dell’India, durante i tempi Vedici. A causa delle differenze basilari dei loro principi e pratiche, le due tradizioni si contrapponevano. Quale parte di quel continuo conflitto, alcuni concetti e pratiche apprezzate da una religione erano deprecati dall’altra. Il termine Vrātya era uno di questi casi.

    Il termine Vrātya ha un’associazione molto forte con il Giainismo; e la sua connotazione nel Giainismo è sorprendentemente diversa da quella implicata nella tradizione Vedica dove è impiegato per descrivere un’orda nemica. Vrātya nel Giainismo è un termine considerato con alta stima e rispetto. Il termine Vrātya nel contesto Giainista significa l’osservante dei Vrata o Voti. Così, mentre la comunità Vedica trattava i Vrattya come ribelli e fuoricasta, le tribù nelle regioni orientali acclamavano i Vrattya come eroi e guide.

    Entrambe le tradizioni, Vediche e Giainiste, glorificano alcuni Re che erano anche grandi Maestri religiosi. Nella tradizione Indù il Signore Rishabha, figlio del Re Nabhi e di Merudevi, e antenato dell’Imperatore Bharata (da cui l’India fu chiamata Bharatavarsha), è una figura molto rispettata. Il Rig Veda e il Yajur Veda menzionano anche loro Rishabhadeva e Aristanemi. Secondo la tradizione Giaina, Rishabhadeva è il primo Tirthankara di quest’era (Avasarpini) e Aristanemi è il ventiduesimo Tirthankara.
    La tradizione Giaina si riferisce a Rishabhadeva come Maha-Vrātya, per suggerire che egli era la grande guida dei Vrātya.

    I Malla, nella parte settentrionale dell’odierno Bihar, erano una popolazione coraggiosa e bellicosa, ed erano una delle prime repubbliche indipendenti (Samgha), parte di una confederazione di otto repubbliche (Atthakula), fino a quando vennero sconfitti e assorbiti nell’Impero Magadha, circa all’epoca del Buddha. I Malla erano menzionati come Vrātya-Kshatrya.
    Similmente, la tribù confinante dei Licchhavi, che giocarono un ruolo molto importante nella storia e nello sviluppo del Giainismo, erano anch’essi chiamati discendenti dei Vrātya-Kshatrya. Mahavira era il figlio di una principessa Licchhavi ed ebbe un considerevole seguito tra la tribù Licchhavi.
    Il Buddha visitò anch’egli i Licchhavi in diverse occasioni, dove salutò molto seguaci. I Licchavi erano strettamente imparentati ai Magadha attraverso alleanze matrimoniali. Il Pandit Sukhlaji spiega che i due gruppi etnici, ‘Vratva’ e ‘Vrsala’, seguivano la tradizione non-vedica e che entrambi credevano nella non-violenza e nell’austerità. Egli suggerisce che Buddha e Mahavira fossero entrambi Kshatrya del gruppo Vrsala, rimarcando che il Buddha fosse noto anche come ‘Vrsalaka’. Non sorprende che i clan Licchhavi, Natha e Malla dell’India Orientale offrirono terreno fertile per la crescita veloce di religioni non-vediche come Giainismo e Buddhismo. Buddismo e Giainismo quindi erano in sintonia con l’atmosfera filosofica prevalente in Magadha attorno al VI secolo a.C. Principi filosofici a parte, il principale contributo del Buddha era la sua disapprovazione dell’ascetismo severo in tutte le religioni, e l’accettazione di un approccio razionale e sensibile alla vita. Il nucleo per lo sviluppo di quelle religioni non-vediche erano, a quanto pare, le idee e le ispirazioni del movimento Vrātya.

    In quello stesso periodo la percezione dei Vrātya subì un cambio radicale.
    Latyayan–sruta-sutra (8.6.29) riporta che dopo aver compiuto Vrātya-homa, il Vrātya dovrebbe seguire Tri-vidya-vrti, cioè il triplice impegno di studiare i Veda, partecipare nell’esecuzione degli Yajna (sacrifici), e dare e accettare regali. Questi tre erano gli aspetti tradizionali della classe sacerdotale.
    Apasthamba (ca. VI secolo a.C.), legislatore e celebrato matematico che contribuì allo sviluppo dei Sulbasutra, si riferisce al Vrātya come un istruito Bramino mendicante, un ospite (Athithi) che merita di essere ben accolto e trattato con rispetto. Apasthamba, a suo supporto, riporta frasi da indirizzare all’ospite estratte da alcuni passaggi dell’Atharva Veda. Secondo l’Atharva Veda il Vrātya è un Srotrya, uno studente delle scritture e una persona istruita fedele ai suoi voti (Vrata).

    C’è perciò un abisso tra la percezione del Vrātya nel primo e nell’ultimo dei periodi vedici. Questa straordinaria trasformazione sembra essere avvenuta quale risultato di contatti prolungati e positivi tra le Upanishad e i sistemi Samkhya e Yoga. C’era una salutare interazione tra le due correnti della tradizione indiana. Le idee del Samkhya-Yoga trovarono posto nelle Upanishad. Allo stesso tempo, le Upanishad produssero il loro influsso sul Buddismo e sul Giainismo. Gli eruditi della tradizione ortodossa, come Kumarila Bhatta (VI secolo d.C), accettarono le scuole buddiste come autorevoli poiché avevano le loro radici nelle Upanishad (Tantra vartika). Le ideologie delle due tradizioni si avvicinarono durante il periodo delle Upanishad. Fu un’epoca di sintesi.

    Il termine Vrātya acquisì un significato totalmente diverso al tempo dei Dharma Shastra. Manu Smriti (datata attorno al II secolo d.C.) dichiara che, se dopo l’ultimo periodo prescritto, i nati due volte rimangono non iniziati, diventano Vrātya, decaduti da Savitri (MS, verso II.39).
    In ogni modo, durante il periodo dei Dharma Shastra, chi non aderiva alle prescrizioni degli Shastra e non compiva le cerimonie e i riti prescritti, era chiamato Vrātya. C’erano, evidentemente, molti che non si preoccupavano di seguire le regole. Le Smriti perciò fornirono disposizione per la purificazione della persona errante attraverso un rituale (Vrātya stoma), creando una finestra per ricondurli nel recinto e rendendoli idonei a tutti i riti.

    Riassumendo, i Vrātya del primo Rig Veda denotavano una collezione amorfa di gruppi eterogenei di tribù pre-vediche e di dissenzienti all’interno della comunità Vedica, che rigettavano i concetti vedici e i riti di pratiche estroverse, rituali e sacrifici, cercando doni di salute, ricchezza e gloria dagli dei. I Vrātya si trasformarono in vagabondi e nomadi. I cercatori erranti vagarono per i territori settentrionali e alla fine si stabilirono nella regione di Magadha, a Est, dove trovarono accettazione.

    I Vrātya apparivano come un gruppo di persone straordinariamente dotate e talentuose, che portarono fresche prospettive alla vita e all’esistenza, alla relazione tra uomo e natura e tra natura e universo. Le loro idee innovative depositarono i semi per la nascita di sistemi di pensiero come il Samkhya e lo Yoga. Questi sistemi a loro volta inspirarono il movimento verso il razionalismo e i sistemi religiosi non-vedici centrati sull’uomo come il Buddismo e il Giainismo. Quello che i Vrattya fecero, in effetti, fu muoversi deliberatamente lontano dagli estroversi ed esuberanti riti e rituali, portare attenzione sull’uomo e la sua relazione con la natura e i suoi simili.

    E’ chiaro che nei tempi antichi i due sistemi religiosi, uno nella Valle dell’Indo a Ovest e l’altro lungo le rive del Gange a Est, si svilupparono e fiorirono indipendentemente uno dall’altro. Le loro visioni, sull’uomo, l’anima e le relazioni con Dio, differivano in modo rilevante. A causa delle differenze basilari dei loro principi e delle loro pratiche, le due tradizioni si opponevano l’una all’altra, e sembra che fossero persino rimaste lontane tra loro. Questo, in qualche modo, spiega perché il Saraswati ricorre più di cinquanta volte nel Rig Veda mentre il Gange viene appena menzionato.
    Verso la tarda era vedica qualcosa di magico (Chamathkar) sembra essere accaduto. Al tempo del periodo Atharvana, le percezioni e i concetti delle due tradizioni sembrano si siano avvicinati. Le ultime tradizioni vediche riconobbero e accordarono ai Vrātya un posto d’onore. Questo fu il risultato di continui e positivi contatti tra le Upanishad e i sistemi Samkhya e Yoga e dell’influsso che le Upanishad portarono al Buddismo e al Giainismo. Era l’era della comprensione e della sintesi.

    L’interazione tra i due sistemi accrebbe durante il periodo di Buddha e Mahavira. Lo spostamento a Est era simbolizzato dal trasferimento della capitale intellettuale dell’India antica, Takshashila (Taxila), a Pataliputra (Patna) e Nalanda, quando Taxila fu invasa dai Persiani (III secolo a.C.). Questo provocò non solamente un impeto per nuove attività all’interno delle scuole ortodosse, ma anche di grande interazione con le religioni eterodosse.

    Entrambe le tradizioni s’inspirarono, influenzarono e arricchirono a vicenda nel corso dei secoli, assorbendo e integrando i principi e le pratiche dell’altra, e infine sintetizzandosi in quella favolosa e composita cultura, la cultura indiana.
    La sintesi fu rappresentata quando la tradizione post-vedica acclamò e venerò il suo dio Ganapaty con il canto gioioso Namo Vratapataye: “Saluti al comandante dei Vrātya (Ganapaty-atharva-shirsha).”

    I Dharma Shastra caratterizzano un periodo di degenerazione nella società ortodossa che vacillò sotto i successivi attacchi di orde d’invasori e di saccheggiatori. La preoccupazione per la sicurezza e la sopravvivenza ebbe la precedenza sull’innovazione, lo sviluppo e l’espansione; divenne una società che guardava al suo interno alla ricerca di risposte e rimedi adatti a preservare la sua forma e struttura, rifugiandosi in uno stato di auto-preservazione. La sua società si metamorfizzò ritirandosi come una ragazza diffidente e ultra conservatrice. Vrātya allora significò qualcuno cattivo e incontrollabile (sembra che solo il linguaggio Marathi mantenga lo stesso significato del termine). La società comunque era ben disposta a perdonarlo, purificarlo e accoglierlo nuovamente nel suo recinto, stringendolo affettuosamente al suo petto. Era pronta ad accogliere persino gli stranieri come propri figli.
    In seguito, per un lungo periodo, il termine Vrātya scomparve dalla scena della vita religiosa indiana poiché i samskara e le discipline associate avevano perso il loro significato e la loro santità. L’altra unica occasione in cui Vrātya tornò in gioco fu con le cerimonie purificatrici Vrātya Stoma.

    * La cerimonia Vrātya Stoma era celebrata prima dell’incoronazione dei Re nel medio evo. Per esempio, Shivaji passò attraverso le cerimonie Vrātya Stoma e Upanayama, il 29 Maggio 1674, prima di essere incoronato.
    *Persino alla fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, gli Indù che tornavano da paesi stranieri erano purificati attraverso Vrātya Stoma.


    Fonti e referenze:

    Early Indian Thought by prof.SK Ramachandra Rao
    Music
    'The Path of Arhat: A Religious Democracy' by Justice T. U. Mehta

    http://www.jainworld.com/jainbooks/l...HAPTER%20I.pdf
    Jaina Tradition and Buddhism:

    http://jainsamaj.org/literature/atharvaveda-171104.htm
    RSABHA IN THE ATHARVAVEDA by Dr. Satya Pal Narang

    Mention of Magadha in vedic literature | Bihar Articles
    Mention of Magadha in Vedic Literature

    SanathanaDharma
    SanatanaDharma –sources

    SanathanaDharma
    Sanathana Dharma - Vratya

    Atharva Veda: Book 15: Hymn 11
    Hymns of the Atharva Veda, by Ralph T.H. Griffith…Hymn x and xi of Book 15

    How to Become a Hindu, Chapter 5: Does Hinduism Accept Newcomers
    Does Hinduism Accept Newcomers? Satguru Sivaya Subramuniyaswami

    Ancient racism, from the guys who invented it.


    Liberamente tratto da
    : Who were the Vratyas?
    Ultima modifica di baba; 23-10-11 alle 00:10

 

 
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