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Discussione: 15 Ottobre

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    Predefinito 15 Ottobre

    Il padronato e tutti i borghesi Stati di Europa – che "paghino" o "non paghino" i loro debiti – muovono all’attacco delle condizioni della classe operaia

    I lavoratori possono rispondere solo riorganizzandosi in un vero sindacato e con la loro generale mobilitazione di classe


    Come scientificamente previsto dal comunismo marxista, le contraddizioni interne del regime capitalistico ne stanno determinando la rovina

    L’attuale crisi economica internazionale non è solo finanziaria ma di sovrapproduzione. Il dissesto del debito e la speculazione non sono la causa ma le inevitabili conseguenze della recessione e del fallimento storico del capitale - che è industriale e finanziario insieme - come modo di produzione. I mercati sono intasati di merci invendute, molti rami di industria riducono la produzione e intere fabbriche chiudono. I disoccupati e i lavoratori in cassa integrazione aumentano, spesso senza alcuna assistenza sociale. Il Capitale sempre con maggiore difficoltà riesce a mantenere in vita i suoi schiavi salariati.

    Gli Stati di tutto il mondo, sia a governo "di destra" sia "di sinistra", sono "intervenuti" per difendere i profitti del capitale nazionale, da un lato riducendo con la forza i salari ed aumentando l’intensità e la durata della vita lavorativa, dall’altro accumulando enormi debiti al fine di rimandare il precipitare di una crisi già in atto da decenni e che è infine ancor più gigantesca esplosa. L’avvolgersi della crisi mondiale ha successivamente dimostrato fallire il regime del profitto sia sotto la forma di capitalismo di Stato sia del cosiddetto liberismo. Per l’incalzare della crisi è sempre più difficile nascondere la ferrea dittatura del capitale sulla classe operaia sotto il turpe mito borghese della democrazia.

    Qualunque politica dello Stato borghese è e sarà sempre contro la classe operaia (prima, con o dopo "Berlusconi"). Il capitale nazionale italiano è indissolubilmente intrecciato al mercato e alla finanza mondiali. Chiedere di tagliare quei legami è indicazione ancora più reazionaria, oltre che utopica. A qualsiasi governo di ogni Stato, di quello italiano ma anche dei massimi imperialismi ed organismi della finanza internazionale, la politica di bilancio, fiscale ecc. è imposta dall’esterno, dal deteriorarsi della sottostruttura economica, né hanno alcuna libertà di scelta.

    Tanto che ad una borghesia nazionale sia concesso di rimandare la dichiarazione di fallimento, quanto che ne sia infine costretta, insomma, che "paghi" o che "non paghi", muteranno comunque in peggio le condizioni dei lavoratori se questi non sapranno opporre alla pressione padronale e statale la loro forza e la loro ordinata e generale mobilitazione di classe.

    Il debito, dello Stato borghese verso i borghesi e dello Stato borghese verso altri Stati borghesi, non riguarda la classe dei lavoratori. È indice dello stato agonico e della rovina loro, non della nostra classe. I lavoratori non sono oppressi dalla "schiavitù del debito", ma dalla schiavitù del salariato.

    Necessità della classe lavoratrice non è consigliare allo Stato borghese quello che dovrebbe fare al fine, impossibile, di "tornare alla crescita", ma contrastare con tutte le sue forze il tentativo padronale di profittare della crisi per aumentare il suo sfruttamento, di dividerla per incanalarne il movimento verso false strade.

    Questo regime non cadrà solo per il suo, pur evidente, fallimento economico, sociale ed ideale. Se la classe borghese riuscirà a mantenere il potere politico negli Stati, se non interverrà la internazionale azione cosciente del proletariato rivoluzionario e del comunismo, l’umanità sarà precipitata in una terza guerra imperialista, unico strumento che permette al Capitale di rigenerarsi attraverso la distruzione catastrofica di masse enormi di merci e di uomini.

    La crisi, così generale, profonda, irreversibile, dimostra che il regime capitalistico non può dare speranza ai proletari. Non troveranno salvezza a chiudersi all’interno della singola fabbrica, né della singola nazione. I proletari non hanno patria. Il proletariato può salvare se stesso, e con esso tutti gli oppressi del Mondo, solo ricostituendo la sua unità di classe, prima all’interno delle nazioni poi internazionale. Imporrà da subito al padronato le su rivendicazioni immediate:
    - salario per i disoccupati;
    - riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario;
    - uguali condizioni di lavoro al di sopra di razza, nazionalità, sesso.

    La classe operaia deve sapersi organizzare separata dalle nemiche classi dominanti e dagli incerti strati intermedi e dai loro "movimenti", perché solo la classe operaia porta in sé la forza e il germe del futuro. Solo una classe ben inquadrata e diretta verso i suoi obbiettivi, che impieghi l’arma dello sciopero e non le schede elettorali e referendarie, potrà domani trascinarsi dietro le infinite espressioni del malcontento sociale contro il capitalismo.

    I sindacati ufficiali sono ormai asserviti alla difesa dei profitti e dell’interesse nazionale. Per questo diventa sempre più urgente la ricostituzione di un fronte unico sindacale che apra la strada alla ricostituzione di un potente sindacato di classe per la difesa incondizionata dei lavoratori, contro l’interesse dell’economia nazionale borghese e fuori dalle compatibilità capitalistiche!

    Per questo è necessario che si rafforzi e si estenda l’organizzazione politica del proletariato, il Partito Comunista Internazionale, strumento indispensabile per mantenere oggi la prospettiva rivoluzionaria comunista, per guidare domani il proletariato alla lotta per la conquista del potere politico, verso la piena emancipazione comunista dell’uomo.

    PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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  2. #2
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    Predefinito Rif: 15 Ottobre

    Octopus - EstraneoAllaMassa: Verso e oltre il 15 Ottobre

    Il 15 ottobre si svolgeranno in tutta Europa le manifestazioni lanciate dal movimento 15M per estendere oltre i confini spagnoli la pratica della protesta contro la casta che pretende di farci pagare gli effetti della crisi finanziaria. La scadenza di Roma ha inevitabilmente convogliato su di sé le attenzioni e le aspettative dei soggetti sociali che, in Italia, ritengono sia giunto il momento di far sentire la propria voce, e credono che, senza un’Onda Italiana, le politiche di palazzo sapranno superare la crisi istituzionale nel segno di una continuità conservatrice, antipopolare e contraria agli interessi della maggioranza. Si è diffusa in molti una consapevolezza di fondo: l’attuale condizione storica richiede un salto di qualità nei nostri comportamenti politici. Il sacrificio in piazza di Mohamed Bouazizi, il ragazzo tunisino che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010, ha aperto una nuova fase nel Mediterraneo. Il versante meridionale è entrato in una lunga e complessa fase rivoluzionaria, in grado di modificare in modo inaudito gli equilibri sociali interni a quei paesi e quelli internazionali. Sul versante settentrionale, anzitutto con le mobilitazioni di massa che attraversano la Spagna e la Grecia – paesi che, su un diverso livello, accusano pesantemente gli effetti della crisi mondiale, diventandone a loro volta propulsori – il conflitto sociale è entrato di prepotenza nel cuore degli equilibri monetari del nuovo secolo: l’Unione Europea.

    Questi movimenti non sembrano analizzabili, e tanto meno governabili, attraverso ricette precostituite; ci consegnano un’evidenza che è impossibile non assumere nell’analisi generale: si è aperta una fase politica di sperimentazione dal basso. La primavera mediterranea non è e non sarà orientale o occidentale, democratica o dispotica, pacifica o violenta: le categorie in cui è rimasto impigliato gran parte del pensiero politico degli ultimi decenni, anche all’interno dei movimenti, saranno devastate dall’impatto dei conflitti sociali che già si affacciano su questo decennio. Il dato essenziale è il protagonismo di massa di soggetti sociali nuovi, moderni, che si pongono su un livello di rottura radicale tanto con i dispositivi di gerarchizzazione sociale e del reddito, tanto con le forme tradizionali della sovranità politica e territoriale. Dalle migrazioni di massa ai flussi grammatologici di insubordinazione attraverso il web, questi soggetti si presentano come sfuggenti, ingovernabili, insensibili tanto alle imposizioni delle frontiere politiche quanto a quelle linguistiche, giuridiche, informatiche. In questo scenario crediamo sia necessario ovunque consegnare ai movimenti, alle piazze e alle lotte tutta la nuova sovranità, la voce in capitolo, la progettualità rivoluzionaria. Non ci servono “alternative” di contenimento, né sul versante di una “guida” o “gestione” della crisi da parte delle istituzioni della casta, né all’interno dei movimenti.

    La crisi non è un male obiettivo, naturale ed inevitabile, senza colpevoli, senza responsabilità soggettive; e le nostre chiamate alla mobilitazione devono essere cassa di risonanza dei desideri e della rabbia sacrosanta di tutte e tutti, senza limitazioni ideologiche o programmatiche, senza sovrastrutture progettuali che esulino dalla pura e semplice necessità di riprodurre nel nostro paese e nel mondo una dinamica estesa e avanzata di conflitto sociale. Ciò di cui abbiamo bisogno sono serbatoi di mania della trasformazione, overdosi di utopia, cuori roventi, esigenza dell’imprevedibile. Cosa vogliamo da questo autunno? Cosa da questo ottobre? La piazza spagnola ci ha fornito una traccia semplice e chiara, proponendo la pretesa di una negazione pratica dell’assetto istituzionale e politico che ereditiamo in Europa: Que se vayan todos! è il loro grido, e deve essere anche il nostro. Ad ogni capo del globo, con le tende, le canzoni o le molotov, i movimenti stanno affermando che con questa organizzazione dell’economia, con questa costituzione della sovranità politica non si può andare avanti. Non si può, nei due sensi di questa espressione: perché non si vuole e perché non è più possibile. È una dimensione soggettiva e oggettiva del non potere, quella che abbiamo attorno e di fronte a noi.

    E l’Italia? È la grande assente, fino a questo momento, dei processi in atto: non dal punto di vista dell’attacco alle condizioni di vita e della prospettiva di default, naturalmente, ma dal punto di vista del conflitto; è l’unico grande paese mediterraneo a non essere lambito dal fuoco della rivolta, dall’uragano dell’indignazione. Di fronte al quadro profondamente nuovo che i processi di delegittimazione dell’ordine costituito rappresentano, nella nostra penisola sembra ancora essere ingombrante la tendenza all’elemento rituale, al dejà vu, a un insensato eterno ritorno dell’identico. Si pretende di incanalare la ricchezza politica che si orienta da mesi verso l’autunno in una sfilata ordinata e disciplinata, lontana dal centro e dai palazzi del potere, come indicato dalla questura della capitale. Si vorrebbe fornire una sponda, attraverso questa scadenza, a progetti politici visti e rivisti, che intendono convogliare in un voto istituzionale il desiderio di cambiamento che dal referendum alle manifestazioni studentesche del 7 ottobre cresce nel nostro paese. A beneficio di chi o di cosa, ci chiediamo? Non ne possiamo più del rito e della chiacchiera giornalistica sull’autunno caldo: vogliamo un Autunno Infernale.

    Vogliamo un inverno duro per chiunque tenti di farci pagare la crisi. Vogliamo una primavera dei movimenti. Vogliamo anni di negazione dell’esistente, vogliamo un’Italia Valsusina. Non vogliamo un nuovo-vecchio uomo della provvidenza, di destra o di sinistra, alla guida di un progetto politico scaduto in partenza. Ciò che vorremmo fosse chiaro a tutte e tutti è che la casta è finita; e quando parliamo di casta intendiamo non soltanto Berlusconi e Tremonti, Bossi e la Marcegaglia, Bersani o Di Pietro, Montezemolo, Napolitano o Marchionne; intendiamo tutte le forme della vecchia politica, ben al di là dei nomi dei partiti, dei ministri, dei presidenti e dei candidati; intendiamo anche Vendola e De Magistris, ossia coloro che intendono cavalcare la voglia di cambiamento affinché il cambiamento non avvenga mai, affinché prevalgano ancora la delega e la politica di mestiere, gli aggiustamenti strategici, il compromesso annunciato. E ci chiediamo: cosa vorrebbero elemosinare i movimenti da questi signori? E che cosa dalle istituzioni stesse? Non soltanto le chiacchiere e le illusioni, ma persino i soldi sono finiti! Resta una società polarizzata e paralizzata, l’arricchimento spietato o l’impoverimento totale, la bancarotta. È forse il momento di salire sul carrozzone dei partiti, di accettare la logica che, reprimendo e recuperando il conflitto sociale, ci ha portati a questo disastro? È forse l’ora di imporre ai movimenti sociali strutture rigide o autoritarie, prospettive non condivise, destinazioni annunciate?

    Il potere politico capitalista risiede completamente, e non da ora, nelle istituzioni finanziarie globali: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Federal Reserve. I governi nazionali, le istituzioni internazionali o locali non sono che gli agenti dell’applicazione quotidiana di decisioni prese in quei teatri dal personale tecnico del capitalismo moderno: sono svuotate di qualsiasi autonomia amministrativa o politica. Come se non bastasse, di qualsiasi legittimità: lo si ode nell’eco dei tumulti e delle insurrezioni che agitano il mondo, che si espandono da New York a Damasco, da Santiago del Cile a Londra. L’ingresso nelle istituzioni del default non è l’obiettivo dei movimenti. Il potere politico “alternativo”, o antagonista, è nelle piazze, nelle strade, nelle rivoluzioni; è nelle assemblee di Barcellona, di Tunisi, della Val Susa. Non c’è delega, non c’è candidatura di cui in Italia, oggi, i movimenti possano comprendere il senso. Per questo crediamo che, il 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, occorra consegnare a questo paese, finalmente, gli spazi comuni e aperti dove le istanze sociali, schiacciate dalla cappa di uno stato impresentabile e parassitario, possano esprimersi liberamente. Tutte le idee, tutte le istanze, tutte le voglie di questa società disastrata, tutte le progettualità della protesta non possono che trarre ossigeno dall’ingresso dell’Italia in questo Mediterraneo inquieto, e nell’Europa delle tre “A”: quella del conflitto sociale. L’Italia merita il cambiamento, quello vero. E non si potrà cambiarla, per davvero, senza rimetterla al centro del variopinto planisfero delle lotte sociali.

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  3. #3
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    Predefinito Rif: 15 Ottobre

    ma il 15 fanno una cosa unica a roma o ci sono manifestazioni in tutte le principali città?
    -Ma dai, sarà la bora..
    -Ma non siamo a Trieste!

  4. #4
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    Predefinito Rif: 15 Ottobre

    Citazione Originariamente Scritto da MaRcO88 Visualizza Messaggio
    ma il 15 fanno una cosa unica a roma o ci sono manifestazioni in tutte le principali città?
    Credo una sola a Roma.
    Poi non so se qualche realtà territoriale fa qualcosa nei propri territori.
    Ultima modifica di Antonio; 10-10-11 alle 18:30

 

 

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