Tito Pignedoli
IL LICANTROPO: FASCINO E ORRORE DELL'UOMO-LUPO
Stralcio da un articolo pubblicato su Abstracta n° 33
Lupo mannaro - Lucas Cranach il Vecchio (1512 circa)
Il Licantropo etimologicamente è l'uomo-lupo: un uomo che in particolari circostanze si tramuta in quel predatore che è il lupo. Mammifero, carnivoro, fissipede, del genere canis, il lupo un tempo era molto diffuso in Europa, soprattutto nelle zone montuose e boscose, e risultava particolarmente insidioso per le greggi o altri piccoli animali. È facile immaginare che in antico - data l'estensione boschiva, gli scarsi insediamenti umani e la relativa penuria di vie di comunicazione - un gregge, un viaggiatore, un pellegrino, potessero sgradevolmente imbattersi in un animale isolato o in branchi, soprattutto d'inverno, quando erano affamati per scarsità di selvaggina. Il lupo venne così ammantato di funesta fama e in senso traslato divenne sinonimo di ogni sorta di furfanti.
La fantasia medioevale trovò in natura esempi su cui proiettare l'immagine del demonio e dei suoi adepti. S.Eucherio, arcivescovo di Lione, nel V sec. scriveva che «...lupus vel diabolus vel haeretici...». Isidoro Ispalense di Cartagena, vescovo di Siviglia, nel VII sec., crede che il lupo possegga poteri ipnotici e in assonanza a precedenti dicerie popolari concorda sulla fascinazione subita da chi sia scorto dal lupo per primo. Tale tradizione continua fin quasi all'evo moderno tanto è vero che lo stesso Alexander Neckam di Saint Albans (XII-XIII sec.) la riporta nel suo De Naturis Rerum. Eppure il buon abate cistercense era persona colta, scientificamente introdotto e a conoscenza delle proprietà delle cose. Però già a cavallo del buio millennio, Burchard di Worms, autore di «Penitenziali» ad uso dei confessori, assegnava rigide penitenze al fedele credulo a fantasticherie di lupi e licantropi, al pari di chi avesse prestato orecchio a credenze di streghe e sortilegi efficaci. Dal lupo-demone al lupo-mago è facile trapassare allo stregone che si fa lupo generando il licantropo.
L'identikit del lupo mannaro è duplice: può essere un quadrupede con tutte le caratteristiche del canide, ma di maggiori dimensioni; oppure, nella versione antropomorfa, è un bipede peloso dotato di artigli e di attitudini ad aggredir azzannando. Molti ritengono che la leggenda del licantropo sia trapassata nel Centro-Europa proveniente dalle mitologie nordiche, in base alle quali gli dèi norvegesi si tramutavano in animali. Gervaso di Tilbiry, del XII-XIII sec, dottore in Bologna ed ecclesiastico, autore di un Liber Facetiarum e di Otia imperialia, riteneva che denudarsi al chiaror di luna, fosse bastevole all'immonda trasmutazione. Secondo altre dicerie, l'alpestre aconito, una erbacea delle ranuncolacee tra cui trovasi il mapello dai fiori azzurri riuniti in pannocchie, e velenoso fornitore dell'alcaloide aconitina, sarebbe in grado di produrre la metamorfosi se ingerito (1). Narrano leggende nordiche che pure S.Patrizio, una volta, punì un intero clan trasformandolo in lupi mannari.
Il licantropo diviene tale nelle notti di luna piena, secondo la tradizione: sortilegio o malattia?
Il seicentesco barbiere militare (chirurgo empirico, non medico, iniziatore dell'antisepsi) Ambroise Paré, riteneva che questi malati fossero colti da una frenesia incoercibile a vagare ed emettere grida belluine durante la notte. Di certo nel cane rabbioso prima della «fase paralitica», si manifesta quella «furiosa», caratterizzata da fughe, assalti con morsi, perdita di bava dalla bocca. Oggi sappiamo che la rabbia, o idrofobia, è una malattia letale trasmessa da saliva di cani infetti dal Rhabdovirus RNA. Anche altri animali possono essere colpiti: lupi, volpi, bovini, equini. Nel soggetto colpito i sintomi più appariscenti consistono in spasmi dei muscoli della deglutizione con senso di strozzamento alla vista dell'acqua, fotofobia, tremori, delirio, convulsioni, difficoltà respiratorie. Se a ciò si aggiunge in tempi addietro, in carenza di profilassi e terapia, la plateale e dolorosa cauterizzazione della ferita come unico deterrente possibile, si può ben immaginare come il colpito potesse apparire un indemoniato e con esso il «licantropo» rabbioso e braccato per essere soppresso (2).
Le manifestazioni «supernormali» tenute in considerazione presso culture arretrate inducevano ad interpretare la licantropia quale espressione di magia nera operata da stregoni. Questi avevano iì potere di trasformarsi temporaneamente in lupi, iene, sciacalli, e girovagare durante la notte in preda a bestiale raptus. Riportano le cronache che qualora il licantropo avesse sofferto di ferite sul corpo in uno scontro notturno, l'indomani, le stesse, potevano essere riscontrate sul corpo dello stregone; ed ancora, se inseguito, ad un certo punto le orme bestiali divenivano umane nei pressi del villaggio ove in incognito si occultava. Spesso questi fenomeni sarebbero avvenuti in carenza di carne da nutrimento e potrebbe ipotizzarsi come concausa il desiderio: così infatti Mr. John Moctym Clarke scriveva alla prudente Society for Psychical Research londinese, secondo quanto riportato dall'omonimo «Journal» nel 1919.
Creazioni biopsichiche a causa di facoltà ideoplastiche», «temporanea incarnazione nell'animale», «materializzazione degli spiriti di animali morti»? O molto più semplicemente fatti reali sì, ma trasfigurati ed enfatizzati? Si sa che nel Centro Africa esistevano delle confraternite segrete che praticavano l'assassinio rituale mediante modalità animalesche. Gli «uomini-leopardo» infatti, iniziati, invasati e drogati, dilaniavano la vittima con artigli metallici, convinti, in tal stato d'eccitazione, d'esser posseduti dallo spirito della fiera.
In ambito nostrano il lupo mannaro è più comunemente affetto da «mal di luna»; tale metamorfosi è condizionata da particolari condizioni atmosteriche o astrali quali l'umidità della bruma, il plenilunio, il freddo, la pioggia... I soggetti a rischio sarebbero i nati in particolari epoche o i mal battezzati. Contromisure, in un sincretismo sacro-scaramantico, da attuarsi prima della giovinezza; benedizioni particolari, riti magici o incisioni con ferro rovente di probabile derivazione igienistica. Comunque codesto licantropo avrebbe caratteristiche «benigne» rispetto alle forme «cannibaliche» o «necrofile» africane, in quanto raramente attaccherebbe il villaggio d'origine e persone conosciute, o s'addentrerebbe oltre il terzo gradino della scala d'entrata d'una casa; una efficace abluzione o una ferita infettagli, poi, sarebbero bastevoli alla regressione del male, che quindi consisterebbe in definitiva in una crisi maniacale o convulsiva, con agitazione psicomotoria, disorientamento temporo-spaziale, tentativi delinquenziali stereotipi e talora autolesionistici.
All'origine della credenza nel licantropo c'è sicuramente anche la memoria di particolari animali feroci, magari dall'aspetto poco noto. Qui vediamo in una stampa francese del XVIII sec. la cosiddetta «Bestia Selvaggia» di Gévaudan, che fece oltre un centinaio di vittime.
La bestia del Gévaudan
Molti licantropi finirono al rogo come indemoniati o comunque subirono persecuzioni; taluni, di lingua, anzi d'ululato, francese, i cosiddetti «Loup-garrou» e i germanici «WerWolf», nel XVI sec., tra cui Pierre Burgot de la Besaniyon, Gille Garnier de la Dóle e Peter Stubbe da Colonia, sono citati dalle cronache dei processi. Anche sul finir del Seicento uomini di cultura avallarono la condanna, pur dubitando che si trattasse di una reale metamorfosi licantropica; tra essi Jean Bodin da Angers, autore di Six livres de la republique, Heptalomeres e De la demonomanie des sorcies. Nuovamente si riproponeva l'inquietante dilemma sul licantropo e sulla trasformazione da parte di maghi e streghe in concerto con entità infere, «...essendo il malefico una magia cattiva... perché effettuata con l'aiuto dello spirito nemico di Dio...» (Roberti Dizionario di Teologia Morale).
Tuttavia si ammetteva che in genere gli spiriti maligni non potessero operare vere e proprie trasformazioni, ma solo metamorfosi apparenti, ingannando sostanzialmente i sensi dei testimoni.
Gli stessi domenicani autori del manuale d'inquisizione Malleus maleficarum, Jacob Spenger da Colonia ed Heinrich Kràmer detto Institor, si posero il problema, propendendo per l'illusione allucinatoria. Per quanto poi riguardava i «lupi», alquanto salomonicamente essi affermarono che talora il fenomeno è reale, talvolta, viceversa, frutto di prodigio, concludendo sincretisticamente che essi sono veri lupi ma posseduti dal demonio.
Una prima interpretazione razionalistica del fenomeno spetta a Johan Wier da Grave in Noordbrabant, detto Piscinarius. Costui, medico, autore del De praestigiis daemonum, già nel suo tempo, il Cinquecento, era fautore di una eziologia psicopatologica. Nell'Ottocento, Louis Calmeli da Yversay in Poitou, famoso alienista, sgombra ogni dubbio al riguardo e attribuisce la licantropia a note caratteriali depressive di taluni soggetti inoffensivi e amanti dell'oscurità, oppure a una sindrome da intossicazione da sostanze stupefacenti, riservando le forme produttive gravi con aggressività e tendenze delinquenziali a psicopatologie conclamate e severe. Jean Etienne Dominique Esquirol da Tolosa, parlò di «delirio demonomanico», sempre nell'ambito di una derubricazione del fenomeno da sovrannaturale ad entità nosologica di pertinenza psichiatrica.
Ma la leggenda del licantropo, anche una volta che il presunto «fenomeno» fu inquadrato dalla scienza, non si esaurì, continuando ad ispirare racconti e romanzi. Né poteva essere diversamente, poiché le sue origini erano troppo remote e la sua diffusione troppo ampia. Erodoto di Alicarnasso d'Asia Minore, storiografo fantastico del V sec. a.C, scrive nel suo IV libro, che i Neuri, di scitici costumi, dovettero abbandonare la loro terra a causa dei molti serpenti. Costoro infatti, «... andarono ad abitare con i Budini...» sospetti di stregoneria in quanto i Greci di Scizia raccontavano che «...ciascuno di essi una volta all'anno diventa lupo per qualche giorno...». Publio Virgilio Marone da Andes, mantovano, nel I sec. a.C, nei suoi pastorali carmina Bucolica, cita una trasformazione licantropica. Infatti nell'VIII Ecloga, dedicata a Caio Asinio Pollione vincitore degli Illiri di Dalmazia, il pastore Alfesibeo parla di Meri e delle sue erbe, raccolte nel mitridatico regno del Ponto, e di aver visto «...spesso Meri trasformarsi in lupo e nascondersi nei boschi ad evocare spettri...».
E sulla scia dell'antichità classica anche scopritori e viaggiatori di fine Medioevo, proiettati all'età moderna, subirono il retaggio d'antichi miti e di novelle allucinazioni. Il licantropo ricevette nuovi impulsi e divenne utile modello a riconferma della stranezza dei luoghi, della ferinità degli indigeni, della diabolicità dell'esotico sconosciuto ed estraneo. Così, di volta in volta, a scopo didascalico, descrittivo o stupefacente, i vari cronisti indulsero a tinteggiare l'effige dell'uomo-cane foresto.
Concludendo, diremo che oggidì il licantropo è personaggio obsoleto e sarebbe arduo credere che a mo' d'inusitato don Chisciotte possa ancor competere con ben più apotropaici mostri spaziali e zombi dagli speciali effetti cinematografici. Inoltre, dicono che l'ultimo di essi abbia gettato alle ortiche il glorioso e irsuto vello, ritenendo ormai di non esser adeguatamente credibile in quest'era che, sotto le apparenze mascherate, è permeata da diffusa e perseverata prassi dell'«homo homini lupus»...
Tito Pignedoli - da Abstracta n° 33, gennaio 1989 (Stile Regina editrice)
NOTE
1) L'aconitina in cristalli tubolari, granuli, pillole, soluzione alcoolica, pomata, iniezioni ipodermiche, veniva usata per gotta, reumatismo articolare «...a piccole dosi con molta prudenza... data l'azione molto variabile del rimedio...» («Ricettario Terapeutico» del dottor Mahler 1902).
2) «...le morsicature di cani arrabbiati o sospetti d'idrofobia...devono essere cauterizzate col ferro rovente senza paura e profondamente ...» dato che «...il coraggio può in questo caso salvare da un pericolo di morte inevitabile e da una delle più orrende fra le morti...» (Paolo Mantegazza Manuale d'Igiene).






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