Come è noto, il nostro debito pubblico deriva, principalmente, dalla disinvolta e scellerata gestione dei conti pubblici nell’epoca del pentapartito e della Milano da bere. Nel 1982, era del V governo Fanfani, il rapporto debito/PIL si attestava al 60%. Nel 1987, al termine dei governi Craxi I e II, il debito era già all’88,6%. Poi Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti e si arriva, nel 1992, al 105%. Nel 1992 l’attacco alla Lira, miliardi spesi con operazioni a mercato aperto per sostenerla, il prelievo forzoso di Amato e poi, successivamente, il percorso sino all’Euro. Nonostante i bassi tassi di interesse assicurati dall’Euro, nel periodo 2001 – 2011 si è passati dal 108% al 120%.

Nel primo governo Prodi (1996/1998), il rapporto è passato dal 121% al 115%,. Nel secondo governo Prodi (2006/2008) il rapporto è rimasto pressoché invariato al 106%. Nel secondo (e terzo) governo Berlusconi (2001/2006) il rapporto è passato dal 109% al 107% circa, mentre nell’ultimo governo Berlusconi, attualmente in carica, il rapporto è salito dal 106% al 120%.

Emergono delle considerazioni sociologiche e, naturalmente, economiche. Occorre fare una premessa metodologica. Dal punto di vista teorico, l’indebitamento non è, di per se stesso, negativo. Naturalmente, l’indebitamento deve essere correlato a spese di investimento, dal momento che le spese correnti non possono che trovare corrispondenza e finanziamento solo con entrate correnti. Una spesa in conto capitale, per investimenti, può essere, allora, finanziata o con imposte straordinarie o con l’indebitamento. Nessuno, ovviamente, ricorre ad imposte straordinarie e tutti ricorrono all’indebitamento che è presente, infatti, in tutti i maggiori Stati. Nel nostro caso, mentre i BOT, con durata massima infrannuale o annuale, servono a compensare gli sfasamenti temporali tra entrate ed uscite, i BPT, i CCT e gli altri strumenti a durata pluriennale, finanziano le spese straordinarie.

Ovviamente, indebitarsi ha un costo. Ma ha un costo, anche se non è di immediata percezione, anche ricorrere all’imposizione fiscale, in quanto la stessa, comunque, sottrae risorse agli investimenti privati.

Tale costo (per l’indebitamento), però, può originare maggiori entrate future. E’ noto, nell’impresa privata, il meccanismo del leverage, della leva finanziaria. Se io mi indebito al 4% ma utilizzo i soldi ottenuti per un’attività che mi rende il 6%, ho un guadagno netto del 2%. E così via sino a che il rendimento degli investimenti effettuati supera il costo percentuale medio del capitale finanziato a titolo di prestito

Con riferimento allo Stato, uno spesa per investimenti determina un effetto economico immediato ed uno futuro. Se lo Stato costruisce un ponte o un’altra infrastruttura (pur non determinando l’opera un ritorno finanziario), distribuisce denaro agli operatori, in termini di appalti, consulenze ecc. A loro volta, gli operatori, con i denari ricevuti, acquisteranno beni (soggetti ad imposta) e saranno assoggetti ad imposizione diretta sul reddito. Inoltre, le infrastrutture, consentiranno al tessuto produttivo di espandere le attività economiche, così determinandosi un circolo vizioso positivo.

Ed infatti, il PIL di uno Stato (tralasciando importazioni ed esportazioni) è determinato da C + G + I e, quindi, da consumi finali più spese dello Stato più investimenti. Tutte e tre le voci risultano condizionate positivamente dalla spesa per investimenti effettuata con indebitamento. Nel breve periodo, gli effetti positivi ci sono in ogni caso, anche quando la spesa finanzia investimenti del tutto inutili. Nel lungo periodo, invece, quando la spesa finanzia investimenti inutili, gli effetti negativi prevalgono sugli effetti positivi.

Sostanzialmente, quando è sano, l’indebitamento viene compensato con la crescita. Quando non è sano, l’indebitamento non è più compensato con la crescita ed anzi la riduce progressivamente.

Negli anni ’80, con l’esplosione dell’indebitamento, si sono sentiti, in prima istanza, gli effetti positivi sui consumi finali e sugli investimenti privati. L’indebitamento, però, ha finanziato, per gran parte, spese improduttive (corruzione, partiti politici, opere inutili, mai realizzate o realizzate male ecc. ecc.) e, conseguentemente, la crescita ha iniziato a ridursi progressivamente. Permanendo, però, la necessità di trovare risorse per pagare gli interessi passivi (e, ovviamente, le altre spese correnti), si è cominciato ad aumentare la pressione fiscale. Dal 1980 al 1994 la pressione fiscale è aumentata di 12 punti percentuali, passando dal 31% al 43%.

Dalla scelta, di cui si è detto all’inizio, su come finanziare l’opera pubblica (imposta straordinario/indebitamento) si è, dunque, passati al cumulo; l’opera pubblica è stata finanziata due volte, sia con l’indebitamento sia con l’imposta.

Si pagano imposte, quindi, per pagare interessi. Appare subito evidente l’improduttività di tale imposizione e le conseguenze sulla crescita. Meno risorse ha il soggetto privato, meno consumerà e meno investirà.

Tutto questo a tassi costanti. Qualora i tassi aumentino (come sta avvenendo), la somma da restituire in conto interesse aumenta con l’aumentare dei tassi, rendendo il bilancio statale sempre più rigido. Nell’emergenza, non potendo più aumentare la pressione fiscale, si è scelto di addivenire a tagli lineari della spesa. I tagli lineari, però, colpiscono sia le spese produttive sia quelle improduttive, incidendo negativamente sulla crescita.

E la crescita, si è visto, è necessaria per poter pagare il debito. Senza crescita non ci sarà futuro.