7 novembre 2011
Il caso di Prato. E dell’industria tessile controllata dagli asiatici. E’ questo il destino dell’Europa?
Gli immigrati cinesi travolgono e stravolgono l’economia manifatturiera italiana. Innescando la reazione culturale del Bel Paese. La dinamica preoccupa l’Occidente. Gli Stati Uniti osservano. “E’ questo il destino dell’Europa?”, si chiede Bloomberg in un’inchiesta che analizza la vicenda partendo dal caso di Prato, storica capitale tessile oggi quasi completamente controllata dagli asiatici.
LA MANODOPERA A BASSO COSTO - Il cambiamento subito dal centro toscano nell’ultimo ventennio è emblematico di come illegalità e clandestinità possano mandare a rotoli un settore interno, aziende, lavoro, ricchezza. A Prato migliaia di immigrati asiatici occupano sottoscala, garage e seminterrati per produrre tessuti e capi di abbigliamento a bassissimo costo, senza alcun rispetto per le più normali norme che regolano il lavoro, la sicurezza, l’igiene. Gli operai vivono in fabbrica, in condizioni igieniche pessime, sottopagati, e spesso ridotti in condizione di schiavitù. Adulti e bambini, insieme. Ci sono anche donne incinte, a condividere pochi metri quadri in ambienti fatiscenti divisi da qualche debole parete di gesso. Qualche decina di macchine per cucire sono l’unica grande risorsa da condividere e sfruttare. Al massimo, senza nemmeno chiedersi il come e il perché.
LE FORZE DELL’ORDINE - Poco possono le forze dell’ordine. I cinesi arrivano clandestianmente, senza documenti, o muniti di un visto turistico che sfrutteranno per un ingresso da visitatori permamenti. Per molti di loro l’Italia è un Paese dove trovare benessere e felicità. Ma si trasforma ben presto nel luogo del dolore, dove dover necessariamente sottostare alla violenza di un concittadino cinese sfruttatore. “Voglio portare i miei figli in Cina. Non abbiamo speranza di vivere qui”, grida a Bloomberg un 35enne originario della regione del Fujian. Si fa chiamare Enzo, ha speso 8mila euro per il viaggio della speranza.
I NUMERI DELL’INVASIONE - Secondo le statistiche in mano a forze dell’ordine ed autorità locali sono stati 40mila gli immigrati cinesi come lui a varcare negli ultimi 15 anni i confini del comune di Prato, famosa fin dal Medioevo per la produzione di lane fini ed altri prodotti tessili. La città produce il 27% della produzione tessile italiana. Delle 5mila aziende presenti, ben 4mila sono nelle mani degli asiatici. Nel 2008 i cinesi costituivano il 25% della popolazione locale. La crescita della loro presenza sul territorio ha generato anche tensioni locali con gli italiani. I rapporti si sono via via deteriorati. I pratesi hanno accusato i cinesi di rubare il loro lavoro, gli asiatici hanno denunciato di subire vessazioni e discriminazioni.
LA TENSIONE SOCIALE - Non solo. La tensione cresce per l’incremento di blitz e controlli operati dalle forze dell’ordine. I cui risvolti sono tutt’altro che soddisfacenti. Nel 2008 la polizia ha arrestato migliaia di lavoratori clandestini cinesi. Ma l’ambasciata di Cina si è rifiutata di riconoscere i cittadini senza documento presenti sul territorio italiano, e bloccato così gni possibilità di espulsione dal territorio nazionale.
IL SENTIMENTO XENOFOBO - Al capitalismo iperattivo introdotto dai cinesi fa eco la rinasciata di un sentimento xenofobo che di tanto in tanto si fa vivo. E’ la metafora dell’invasione straniera di persone in cerca di opportunità sgradita agli abitanti del luogo meta degli emigranti che si ripete ancora una volta. Via Pistoiese, una delle strade ricche di fabbriche che hanno fatto la storia della città di Prato, dagli abitanti della città toscana è stata ribattezzata San Pechino. Il 90% della proprietà è in mano cinesi.
IL PARADOSSO - La trasformazione di Prato ha avuto inizio nei primi anni ’90, quando i produttori tessili italiani hanno cominciato a creare laboratori clandestini in Cina e poi a portare quel modello di produzione a basso costo in Italia. I lavoratori asiatici, spinti dal desiderio di una condizione di vita migliore sono stati invogliati a trasferirsi in Italia. “Piuttosto che incolpare le grandi aziende per aver lavorato con fornitori a basso costo, molti italiani – sentenzia Bllomberg – ripiegano su una spiegazione nativista: sostengono che deliberatamente i cinesi hanno colonizzato un prezioso settore del loro patrimonio industriale”. La reazione – dice ancora Bloomberg è sia giuridica che politica. Oltre alle incursioni in fabbrica, gli elettori storicamente di sinistra di Parto negli ultimi anni eleggono rappresentanti di destra. Le imprese familiari, spina dorsale dell’economia italiana del dopoguerra, scompaiono. Al sindaco non resta che il rammarico: “Le nostre imprese cercano di sopravvivere seguendo le leggi e pagando le tasse”.
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