
Originariamente Scritto da
Edmond Dantés
Parigi, due o tre volte l’anno meta delle nostre scorribande, è senza ombra di dubbio il centro eletto di molte ricerche storico letterarie sulle quali è fondato il mio interesse culturale.
Spesso associato al relax, il soggiorno nella “Ville de la Lumiere”, suggerisce stravaganti opportunità che volteggiano tra la chiassosa frivolezza dei boulevard e l’introversa silenziosità delle rue, tra la smorfiosa pomposità degli scintillanti negozi in Avenue des Champs-Élysées ed il misterioso raccoglimento che proviamo a Les Invalides di fronte alla tomba di Napoleone.
Mio figlio lanciò l’idea. Un po’ provocatoria per la verità, poiché serpeggiò in noi l’inavvertibile pensiero che fosse, chissà per quale bizzarro sentiero percorso dalla sua giovane anima, incline alla curiosità verso macabro.
“Voglio andare al Pére Lachaise, il cimitero dove è sepolta Edit Piaf” chiarì subito Michelangelo scrutando le nostre espressioni del volto in cui era affrescata una dose consistente di stupore sapientemente mescolato allo sconcerto dovuto all’improvviso palesarsi di una rinuncia alle golose soddisfazioni di una passeggiata a Saint Germain che sarebbe immancabilmente terminata dinanzi alla tarte tatin.
Avevo letto spesso, nei romanzi e negli scritti di Dumas e di Hugo, di questo luogo sepolcrale che ospita i resti di molte celebrità del passato e malgrado quelle "voci" imponenti avessero suscitato in me l’eccentrico desiderio di fare una capatina, magari da solo, al Pére Lachaise, non denunciai mai quella aspirazione per non trovami nella condizione, proponendola, di turbare i progetti vacanzieri condivisi con chi sempre mi accompagna, amalgamandoli a qualcosa che potesse apparire, diciamo pure, tanto “strampalato” da gettare ombre sulle inclinazioni più intime della mia personalità accreditando equivocamente il sospetto che coltivassi in segreto la venerazione del lugubre.
Benché le perplessità di taluno, fugate nel corso della visita, offrirono comprensibilmente impalpabili ostacoli, ci recammo al più famoso dei cimiteri di Parigi.
Superato l’ingresso di Boulevard de Ménilmontant ci furono consegnate dagli “addetti” le piante del monumentale nelle quali erano registrati i camminamenti per raggiungere le tombe delle personalità più illustri distinte da cerchi numerati. Ci fu anche chiesto se avessimo gradito una guida, ma il nostro desiderio di libertà nella scelta del sepolcro a cui avremmo reso omaggio, prese il sopravvento nella pronta risposta che amministrai ringraziando sentitamente declinando l’invito.
Dopo un primo esame dei nomi, decidemmo di procedere per settori.
Inciampammo subito in Alfred de Musset del quale avevo letto “Confessioni di un figlio del secolo”. Prospiciente a questa tomba c’è il monumento funebre che accoglieva le spoglie di Gioacchino Rossini tumulate alla fine dell'ottocento in Santa Croce a Firenze.
Più avanti incontrammo il Barone Haussmann, urbanista che mutò il volto di Parigi.
A destra avanzammo nella ricerca del sepolcro di Jacques-Louis David. Come ignorare il grande pittore francese che immortalò l’Empereur costringendolo per mesi a posare scomodamente avvinghiato (

) al suo mitico cavallo mentre, Primo Console, attraversava le Alpi al Gran San Bernardo?
Lasciammo David e, portandoci nel viale principale, ci incamminammo in direzione della tomba di Monsieur Marcel Proust soffermandoci un attimo davanti all’originale tortuoso obelisco sul quale era inciso un nome: Apollinaire.
Giungemmo quindi al cospetto del granito nero dell’autore di “À la recherche du temps perdu” e sebbene le mie gambe siano avvezze alle ossequiose genuflessioni davanti ai tribunali della repubblica Italiana e, nel Pantheon parigino, innanzi alla cappellina che conserva le sacre spoglie mortali di Alexandre Dumas e Victor Hugo, di fronte a Proust abbozzarono pigramente un lieve accenno alla flessione, breve ma intenso saluto, che fu accolto con un leggero sorriso dal sepolto ecrivain.
Virammo a destra, rispetto al viale principale e dopo una sosta, necessaria per individuare il percorso più breve per raggiungere Edit Piaf ci inoltrammo senza soste sino al suo sepolcro esaudendo così le incessanti preghiere di Miki.
Colti dall’insana passione per i monumenti funebri, prima di allora indiscutibilmente occultata nel nostro animo di vacanzieri, ma accertata ora dalla quantità di ammirevoli esempi marmorei in quel luogo “ameno”, il tempo subiva una sospensione ineffabile, concedendoci la possibilità di procedere nell’intricato labirinto di stradine e di “rue” adorne di monumenti sopra i quali, come in una partitura le note avvertono l’esecutore di un cambio di tonalità, le incisioni designano i resti della identità nascosta sotto quelle pietre.
Le ore volarono.
Così Balzac, Gay Lussac, Heloise e Ablelardo, Petrucciani, Bellini, Bizet, Champollion, Frédéric Chopin, La Fontaine, Moliere, Jim Morrison, Gilbert Bécaud, passarono pietrificati, coperti da quella polvere bianca, sotto i nostri occhi insistentemente mobili nella assidua indagine che avrebbe premiato colui che prima degli altri avrebbe avvistato il nome illustre.
Debbo soffermarmi, prima di concludere questo brevissimo “viaggio” al Pere Lachaise, su tre nomi tra gli infiniti altri, poiché, se il mausoleo ci notifica quel diffuso sentimento di riconoscenza che alberga nel cuore di ognuno quando, passando davanti al sepolcro, prendendoci per mano, ci consegna al ricordo del ciò che fu colui che non è più, una congerie di bigliettini sparsi sulla tomba, colmi di poetiche frasi d’amore, certamente tributa la testimonianza di nobili affetti scaturiti dal profondo sentimento che solo il misterioso animo umano in quel dignitoso silenzio può concepire.
E’ il caso di Oscar Wilde e Amedeo Modigliani ed accanto a quest’ultimo di Jeanne Hébuterne che si tolse la vita il giorno dopo la morte del suo Modì sigillando così, tragicamente, nella tomba, gli enigmi di quegli sconvolti abissi della coscienza tormentati dalla perdita del più assoluto dei beni: l'amore.
Tornerò ancora al Pére Lachaise