Eresie e falsità
Chi l’avrebbe mai detto?
Da quell’autentico e per molti inaccessibile pozzo di libri, documenti, pergamene che risponde al nome di Archivio Segreto, il Vaticano ha tirato fuori, come un coniglio dal cappello del mago, un prezioso volume in una tiratura limitata di 799 esemplari intitolato “Processus contra Templarios”.
Il contributo tendente a svelare la verità sul processo dei Templari, sulla loro condanna e sulla loro morte sarà però molto limitato, soprattutto perché “i documenti papali concernenti il processo sono così pieni di falsità da non poter riporre in essi che scarsissima fiducia”. Mentre cospicuo sarà l’introito che la vendita del prezioso libro porterà alle povere casse della Chiesa: il prezzo si aggira intorno ai 5.000 euro per ogni esemplare e in tempi di magra come questi, in cui gli editori si affannano a far quadrare i conti, non è poco.
Nella stampa che si è occupata dell’argomento e, in particolare, in un articolo apparso su “il Giornale” del 4 ottobre 2007, leggiamo che Clemente V “non li considerava (i Templari) eretici e aveva cercato in tutti i modi di salvarli dal re di Francia Filippo IV il Bello, vero ideatore della loro messa al bando e del loro annientamento”. Egli capì che il destino dei Templari era segnato dalla volontà di Filippo il Bello e finì per sciogliere d’autorità l’ordine in modo da non farlo condannare, pur non assolvendolo per non compromettere i rapporti tra la Santa Sede e la Francia”.
Questo papa così pietoso era dunque ben convinto che i Templari non fossero eretici e non avessero aderito a dottrine sbagliate; tuttavia permise che Jacques de Molay e altri templari fossero arsi vivi ad opera di quel re malvagio rispondente al nome Filippo il Bello.
Ignari, i due angioletti, della maledizione che il Gran Maestro avrebbe lanciato contro di loro un attimo prima di bruciare vivo, tennero nascosta la ragione vera del loro crimine al mondo intero sotto la facile e ipocrita accusa d’eresia.
A questo proposito Franco Cardini, lo storico cattolico che si accinge a pubblicare un libro sui Templari, sostiene che “tutte le storie riguardanti l’adorazione del Baphomet (immagine dell’androgino alato con testa di caprone sormontato da un pentacolo, la stella a cinque punte) e i rituali esoterici che rappresentano i Templari come una setta iniziatica direttamente collegata con la moderna massoneria non sono invece altro che leggende ottocentesche”.
La derivazione della massoneria moderna dall’Ordine del Tempio, se non è messa in dubbio sul piano storico, è decisamente negata da Reghini sul piano spirituale ed iniziatico.
Per quanto riguarda invece il cerimoniale segreto dell’affiliazione all’Ordine del Tempio che prevedeva il rigetto del cristianesimo Cardini non esclude che si trattasse di cerimonie scherzose, di carattere quasi goliardico, più simili a pesanti episodi di nonnismo che a culti esoterici.
Desideriamo ricordare che il parere di autorevoli studiosi di esoterismo, citato da Roberto Sestito nella Storia del Rito Filosofico Italiano, è leggermente diverso.
“Un’altra accusa – leggiamo a pag. 49 - fu di adorare un idolo chiamato Baphu-methi (Baphomet) il cui simulacro rappresentante un nero caprone era l’innocuo simbolo arcaico della virilità trascendente, solare, maschia, fecondatrice ed eroica, analogo al simbolo del mercurio igneo degli ermetisti: la croce dei quattro elementi dominata dal principio solare e questo sormontato dalle corna dell’ariete. Nel gergo dei Fedeli d’Amore era la Signoria d’Amore.
Essendo poi la croce un simulacro più antico del cristianesimo, non si trattava calpestandola di un oltraggio verso di esso, come volle l’accusa, ma forse di una cerimonia riflettente un antico rito con cui l’iniziazione superiore si conferiva dopo la morte mistica dell’adepto sulla croce dei quattro elementi, il centro della quale rappresentava la risultanza equilibrata e purificata della quinta essenza degli ermetisti, e la psiche angelicata dei Fedeli d’Amore dopo la morte di madonna.
Altro che “cerimonie scherzose di carattere goliardico”.
Non sappiamo se Franco Cardini e gli altri storici della sua scuola abbiano letto lo scritto del “pagano” e “pitagorico” Arturo Reghini intitolato “La tragedia del Tempio”. Lo ripubblichiamo con la speranza che possa aiutare quei lettori e quegli studiosi che intendono seriamente avvicinarsi alla verità di quel dramma storico e spirituale: verità che si riassume in poche e semplici parole. Responsabili morali e materiali di quella soppressione furono il re e il papa in combutta tra loro. I gesuitismi e i distinguo per scoprire se uno fu più o meno responsabile dell’altro li lasciamo ai clericali e ai perditempo di ieri e di oggi.
Lo scritto di Reghini risale al 1914 ma leggendolo si vedrà quanto sia attuale specialmente in tempi come i nostri in cui alterare e ignorare la verità è lo sport preferito di istituzioni laiche e religiose.
Questo saggio apparve sulla rivista “Salamandra” n. 2 Anno 1 – 20 marzo 1914.
Roberto Sestito
Rio de Janeiro
Erano passati 600 anni dalla morte di Filippo il Bello (1314.1914)
O milizia del ciel cu’io contemplo (Par.XVIII).
Il diciannove marzo 1314, al tramontare del sole, aveva il suo epilogo in Parigi, in una isoletta della Senna, una delle più grandi tragedie che la storia ricordi.
Sopra un rogo eretto a gran furia dai soldati di Filippo il Bello nell’isola degli Ebrei accanto al palazzo reale, due eretici relapsi venivano uccisi a fuoco lento. Sdegnato il perdono offerto loro per una ritrattazione, sopportavano in silenzio con sovraumana forza e serenità quel tormento di poche ore che ne coronava un altro di anni, e di tra il fumo e le fiamme perveniva sino a loro la simpatia della moltitudine reverente all’intorno ed il bacio del sole morente. Jacques de Molay, Gran Maestro dell’Ordine del Tempio, e Geoffroi de Charney, Maestro per la Normandia, ritraevano la loro coscienza in quell’interno dominio di pace che la carità cristiana, né per ferro né per fuoco, può togliere agli uomini di buona volontà. Vuole la tradizione, e nessun storico può dimostrarla errata, che Jacques de Molay prima di abbandonare i sensi parlasse al popolo dall’alto del suo patibolo.
Venerando nell’aspetto, grande ancora negli animi per la potenza avuta, reso sacro dal martirio, egli invocò sull’Ordine la protezione di San Giorgio, il santo dei cavalieri, e citò a comparire dinanzi al tribunale, per rendere conto dei loro delitti, il papa entro un mese ed entro un anno il re.
Moriva Clemente V poco più di un mese dopo, corroso il corpo dal lupus e l’animo, forse, dal rimorso per i suoi grandi delitti: l’avvelenamento di Enrico VI, la rovina dei Beguini e quella dei Templari. E sette mesi dopo rendeva la poco bella anima a Dio Filippo IV, ancora giovine, per un accidente di caccia.
Non ci è possibile esporre sia pure per sommi capi la storia dell’Ordine, e ci contenteremo per la intelligenza dell’argomento di tratteggiare a grandi linee il processo e la condanna dei cavalieri Templari. Rimandiamo per il resto il lettore alle opere non numerose ne definitive sopra l’interessante soggetto.
H. C. Lea vi ha dedicato un centinaio di pagine della sua Storia dell’Inquisizione nel medio evo; poiché, secondo il Lea, il processo dei Templari è un esempio tipico del procedimento inquisitorio; è chiara in esso la disperata condizione, senza difesa, della disgraziata vittima, una volta caduta sotto la terribile accusa di eresia e presa nell’inesorabile ingranaggio della macchina inquisitoria. Tutti i documenti e le storie di questo processo narrano infatti una storia di crudeltà e di perfidie, di abusi e di orrori indicibili.
L’accusa generica di eresia formulata contro l’Ordine da Filippo il Bello, coll’aiuto compiacente dell’Inquisitore di Francia, si precisava in accuse particolari grossolane, risibili, assurde per loro stesse. Si pretendeva che al ricevimento di un neofita il precettore lo conduceva dietro l’altare, od in sacrestia od in altro posto segreto, gli mostrava un crocifisso, gli faceva rinnegare Gesù e lo faceva sputare tre volte sulla croce. Che il neofita veniva spogliato e che il precettore lo baciava tre volte, sulle natiche, l’ombelico e la bocca. Che gli si dichiarava allora legittimo l’amore innaturale (unnatural lust, dice il Lea), assicurandolo che era molto praticato nell’Ordine. Che la corda portata dai Templari giorno e notte sopra la camicia come simbolo di castità, si consacrava avvolgendola intorno ad un idolo avente forma di testa umana con una grande barba, e che questa testa (il famoso Baphomet), benché nota al solo Gran Maestro ed agli anziani, veniva adorata nei Capitoli. Si accusavano, infine, i preti dell’Ordine di non consacrare l’ostia nella celebrazione della messa.
Queste le pazze accuse, incoerenti, inverosimili per qualsiasi cervello non fosse stato irrimediabilmente deformato dal fanatismo cattolico, e queste le accuse che i poveri Templari dovettero confessare per non morire sotto la tortura.
L’inquisitore di Francia, dunque, presa conoscenza in virtù del suo ufficio dell’accusa di eresia, invitava Filippo ad arrestare .quei cavalieri che si trovassero nei suoi stati ed a portarli in esame dinanzi all’ inquisizione. La mattina del 13 ottobre 1307 all’improvviso quasi tutti i-Templari del Regno venivano presi; nel Tempio di Parigi venivano arrestati centoquaranta Templari con De Molay ed i capi dell’Ordine alla testa; ed il ricchissimo tesoro dell’Ordine cadeva nelle avidissime mani del re, già fortissimamente indebitato coi cavalieri del Tempio. Così ripagava Filippo coloro che lo avevano pochi anni prima protetto e salvato dalla sollevazione popolare provocata falsificando la moneta.
L’inquisizione si pose subito al lavoro. E lavorò così bene che dei 138 Templari catturati nel Tempio di. Parigi, soltanto tre riuscirono a non fare confessione di sorta. La confessione la si faceva fare, a dir vero, all’uscita dalla camera di tortura, ed alla vittima si faceva giurare che essa era libera e non obbligata per forza o paura; ma per comprendere che razza di libertà fosse questa basta considerare che la disgraziata creatura sapeva bene come, ritrattando quel che aveva detto o promesso di dire sotto la corda, si esponeva a nuova tortura od al patibolo come eretico relapso. Soltanto in. Parigi 36 Templari morirono sotto la tortura; e nel resto di Francia la mortalità mantenne questa spaventosa proporzione del venticinque per cento.
Naturalmente De Molay non fu risparmiato. Pare facesse una breve confessione, quantunque i documenti papali concernenti il processo siano così pieni di falsità evidenti da non potere riporre in essi che scarsissima fiducia. […]
Il papa si riserbava di giudicare direttamente De Molay ed i principali ufficiali dell’Ordine e si destreggiò in modo da impedir loro di comparire dinanzi al Concilio. Gli altri cavalieri, dispersi, isolati, sbigottiti, abituati ad obbedire e non a prendere iniziative non seppero né poterono efficacemente difendere l’Ordine.
Clemente, poiché l’Ordine non aveva mandato i suoi capi e procuratori a difenderlo, ne propose senza altro la condanna. Fu nominata una commissione per discutere la cosa ed ascoltare i rapporti degli inquisitori; ed ecco un giorno dinanzi a questa commissione si presentano sette templari offrendosi di difendere l’Ordine in nome di duemila cavalieri, erranti per le montagne del lionese. Invece di ascoltarli il papa li fa porre in prigione; alcuni giorni dopo due eroi compaiono a ripetere l’offerta, non sgomentati dalla sorte dei loro fratelli, ed anche questi Clemente fa imprigionare. Il Concilio esitava dinanzi all’infamia di una condanna senza difesa; senza le pressioni del papa e di Filippo non avrebbe forse condannato i templari; e l’essere scomparsi gli atti del Concilio di Vienna dagli archivi papali è abbastanza significativo. Ma Filippo il Bello agitando lo spauracchio della questione della condanna di Bonifacio VIII per eresia, che portava naturalmente ad infirmare la validità delle nomine cardinalizie di Bonifacio e quindi anche la validità della stessa elezione di Clemente V, riuscì a fare prevalere la sua volontà.
Nel marzo 1312 Clemente presentava ad un concistoro segreto di prelati e di cardinali una bolla, nella quale, dopo avere ammesso che le prove raccolte non giustificavano canonicamente la definitiva condanna dell’Ordine, invocava lo scandalo oramai caduto su di esso e la necessità di provvedere ai suoi possessi in Terra Santa per sopprimerlo provvisoriamente. Un mese dopo per altro un’altra bolla con ordinanza apostolica aboliva provvisoriamente ed irrevocabilmente l’Ordine, lo poneva sotto perpetua inibizione, e scomunicava ipso facto chiunque avesse voluto entrare in esso e portarne l’abito. Le grandi proprietà dell’Ordine del Tempio venivano trasferite a quello degli Ospitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme; ma fu eredità quasi nominale tanto larga breccia vi fecero colla violenza e colla frode Filippo ed altri principi. I cavalieri infine venivano rinviati al giudizio dei concilii provinciali, ad eccezione del Gran Maestro e dei capi.
Per investigare i procedimenti tenuti contro di essi, ed assolverli o condannarli Clemente nominò una commissione di tre cardinali, che, insieme ad altri prelati, emisero una sentenza di perpetua prigionia.. Il 19 marzo 1314 Jacques De Molay, Hugues de Peraud, Visitatore di Francia, Geoffroi de Charney, e Godefroi de Gonneville furono tratti dalle prigioni dove avevano languito per quasi sette anni, e furono condotti sopra un palco eretto dinanzi a Nôtre Dame per sentirsi leggere questa condanna. Tutto sembrava così finito, quando, tra la meraviglia della moltitudine raccolta all’intorno e lo sgomento dei prelati, De Molay e Geoffroi de Charney si alzarono. E si dichiararono colpevoli non dei delitti loro imputati, ma di non avere difeso l’Ordine per salvare la loro vita; l’Ordine era puro e santo, false le accuse, strappate le confessioni. Così dicendo, essi ben sapevano quale sarebbe stata la inevitabile conseguenza.
Quando Filippo seppe della inattesa novità andò su tutte le furie; ma il caso era semplice, le leggi canoniche prescrivevano che un eretico relapso doveva bruciarsi senza neppure ascoltarlo; i fatti erano manifesti e non occorreva aspettare il giudizio formale di una commissione papale, bastava un breve consulto col suo concilio.
Lo stesso giorno, al tramonto, il rogo dislegava quelle due grandi anime da ogni nube di mortalità. Mancò agli altri due il coraggio di imitarli, accettarono la condanna e perirono miseramente in prigione.
L’eresia Templare
In questo modo cadeva il grande Ordine militare e contemplativo ad un tempo, che riuniva insieme i due caratteri che l’India aveva separato nei due ashramas dei Brahmani e degli Kshatria. Furono i templari veramente colpevoli di eresia? Ebbero essi in realtà l’intenzione di formarsi un dominio temporale? Dopo sei secoli la questione non è stata ancora risolta; ed anche il Lea, che pure trova nel fattore economico la spiegazione della tragedia templare, riconosce che essa promette di rimanere uno dei problemi insoluti della storia. […]
Metafisicamente parlando è fuori dubbio che la rigidità della disciplina e l’abdicazione della individualità doveva portare anche nei templari a quella superiorità spirituale che ne è la naturale conseguenza, e che è manifesta, per esempio, nei Gesuiti, un Ordine molto simile al templare per la ferrea disciplina, lo spirito gerarchico ed altri caratteri.
Per noi la falsità delle accuse di grossolane pratiche eretiche è evidente; e così pure che le confessioni si dovettero soltanto alla tortura od alla paura della tortura; ma come la Massoneria è profondamente anticristiana pur non essendo vera l’accusa fatta ai Massoni di sputare sopra le ostie consacrate o di trafiggerle col pugnale, così la questione della possibilità dell’eresia templare, intesa in un senso più profondo e più serio rimane aperta, e noi vogliamo esaminarla un momento pure sapendo che il solo ausilio delle considerazioni storiche non può condurre a deciderla seriamente in un senso o nell’altro.
Ricordiamo lo sfondo storico della questione: la grande lotta tra la Chiesa e l’Impero, ricordiamo il pullulare delle eresie per tutta la Francia, l’Italia e gran parte dell’Europa, e la naturale simpatia degli eretici per i ghibellini. E consideriamo l’importanza che doveva avere agli occhi dei contendenti un Ordine possente, ricchissimo, indipendente e per giunta ravvolto nel segreto. Assolutamente autonomo per la bolla stessa di fondazione e pei brevi papali, impenetrabile agli estranei grazie al mistero, organicamente omogeneo ed obbediente alla autorità assoluta del Gran Maestro, esso costituiva un perfetto e temibile strumento di azione, uno strumento ideale per chi avesse voluto tentare un travolgimento, sociale od anche soltanto isolarsi come in una medioevale fortezza dalle autorità e dalla società di quel tempo. La mancanza di prove materiali non basta per escludere che dalla fondazione dell’Ordine od in seguito la Grande Maestranza abbia potuto trovarsi nelle mani di uomini liberi da devozione verso la Santa Sede ed anche dalla credenza cristiana; che anzi, se gli intendimenti eretici furono, ogni prova materiale deve essere stata accuratamente evitata perché troppo pericolosa dato il fanatismo e la inquisizione, e perchè ogni legame esteriore era superfluo in una società che traeva la sua forza non da una comunità di credenze ma dalla ferrea legge per la quale i fratelli dovevano obbedire passivamente agli ordini del loro capo. […]
Nella lotta tra Chiesa ed Impero i templari non potevano apertamente manifestare le loro simpatie perchè la funzione dell’Ordine era esplicitamente un’altra. Pure quando Urbano IV preparava una crociata contro Manfredi troviamo che Etiénne de Sissy, maresciallo dell’Ordine e Precettore di Puglia, rifiutò di dare al papa il suo aiuto; ed al papa che gli ordinò di dimettersi dalla sua carica rispose audacemente che nessun papa si era mai immischiato degli affari interni dell’Ordine, e che egli avrebbe rassegnato il suo ufficio solo al gran Maestro che glielo aveva conferito. Urbano lo scomunicò, e l’Ordine lo sostenne rimproverando al papa di volere distrarre per la crociata contro Manfredi le forze destinate per la guerra in Palestina.
Un’altra forte presunzione di eresia si può trovare interpretando il canto chiuso dei poeti d’amore, ed il simbolismo della gaia scienza dei trovatori che prendevano tanto volentieri a soggetto delle loro canzoni il leggendario Ordine del Graal, di cui quello del Tempio pareva la reale manifestazione.
Il posto che Dante dà ai templari nella “Divina Commedia” mostra quale importanza avesse secondo lui l’Ordine nella vita politica del suo tempo. Dante, che ha attaccato così fieramente i francescani e i domenicani ed in generale i papi, la chiesa e il clero, non ha una sola parola contro i templari, anzi ne prende apertamente le difese; ed i templari, Filippo il Bello e Clemente V costituiscono grandissima parte della allegoria politica della Commedia. Per tutto il poema li tiene sempre presenti; inveisce contro il papa e contro Filippo ogni volta che ne ha l’occasione, invoca la vendetta di Dio contro di loro e nella grande visione finale del Purgatorio raffigura nella meretrice la Chiesa e nel gigante che delinque in sua compagnia Filippo. Clemente V ha il suo posto bello e pronto tra i simoniaci perché agì per denaro contro i templari, e, per vendicare la morte di J. de Molay bruciato vivo col capo in alto, Clemente è destinato ad andare a prendere il posto di Bonifacio e quindi a bruciare col capo all’ingiù: e farà quel d’Alagna esser più giusto. […]
L’eredità templare
La tradizione afferma intanto che l’Ordine continuò ad esistere anche dopo e nonostante la condanna papale. In un libro raro e segreto: A Sketch of the History of the Knights Templar, stampato a soli cento esemplari nel 1833, di cui è autore James Burnes, Grande Officiale dell’Ordine del Tempio, si racconta che Jacques de Molay, prevedendo il suo martirio, nominasse a suo successore in potere e dignità Giovanni Marco Larmenio di Gerusalemme. E da allora sino ad oggi la linea dei Grandi Maestri si è mantenuta regolare ed ininterrotta; l’originale della carta di trasmissione firmata da tutti i Grandi Maestri e che il Burnes riporta nel suo libro, si trova a Parigi, insieme agli antichi statuti, rituali, sigilli, ecc... e nel convento generale dell’Ordine tenuto a Parigi nel 1810 venne esaminato da circa duecento cavalieri Templari. […]
Altri documenti e manoscritti che riferiscono la storia dell’Ordine prima e dopo la condanna si trovano negli archivi del Grand Prieurè Indépendant d’Helvétie, che è oggi la quinta provincia dell’Ordine del Tempio. Secondo questi manoscritti, in armonia colla tradizione massonica, i Templari sfuggiti al disastro in Svezia, Norvegia, Irlanda e Scozia continuarono l’Ordine e per meglio sfuggire alle persecuzioni si nascosero entro la corporazione dei Liberi Muratori, continuando dentro di essa ed in segreto il loro Ordine. Si permise ai cavalieri di ammogliarsi per potere continuare l’Ordine nei loro figli; e per maggiore sicurezza per circa tre secoli nessun estraneo venne iniziato al grado di Maestro, riservando tale grado soltanto ai figli dell’Ordine.
Sopra i legami e la derivazione della Massoneria dall’Ordine del Tempio tutti gli autori massonici si trovano d’accordo.
E quasi a rendere evidente il carattere fatale della rivoluzione, la nemesi dei re di Francia li portava ad espiare il delitto di Filippo proprio nel quartiere generale dell’Ordine, divenuto per essi la prigione del Tempio.
Ivi su’ l medioevo il secolare
Braccio discese di Filippo il Bello
Ivi scende de l’ultimo Templare
Su l’ultimo Capeto oggi l’appello.
Ed è fama che il giorno della esecuzione di Luigi XVI, un gigante orribile e barbuto, una specie di genio diabolico della rivoluzione, sempre presente quando vi erano preti da strozzare, montò sul patibolo e, prendendo a piene mani il sangue reale, ne spruzzò le teste all’intorno gridando: Peuple français, je te baptìse au nom de Jacques et de la liberté.
La continuazione esteriore dell’Ordine del Tempio ed il concetto rimastone nell’Ordine massonico si accordano dunque nell’indicarci la profonda eterodossia del grande Ordine medioevale.
La massoneria ed i numerosi ordini templari oggi esistenti sono gli eredi storici, esteriori dell’Ordine del Tempio. Ma la continuazione interiore spirituale non pare oramai associata a questa esteriore derivazione.
La Massoneria e gli Ordini da essa procedenti pei paesi anglo-sassoni si perdono quasi unicamente in opere di beneficenza ed in magnifiche cerimonie che sembrano fatte apposte per appagare la curiosa passione del pageant; e nei paesi latini la massoneria, rinnegato il suo patrimonio filosofico sociale per accattare un informe arsenale di ferri vecchi dai materialisti tedeschi ed un incoerente bric à brac di luoghi comuni dai rigattieri della democrazia francese, si è ridotta a fare da mezzana ai partiti politici democratici e da spaventapasseri per le animuccie cristiane. E’ vano sperare da essa il compimento della vendetta templare.
Pure l’eredità templare non può essere andata perduta, pure è fatale che la vendetta si compia e che perisca di spada chi di spada ha ferito. Coloro che conoscono la immateriale indistruttibile natura degli esseri vedono nella perennità puramente spirituale delle individualità la base e la prova di una reale eredità; e quando questa vi è, non è questione che di tempo e di contingenze perché se ne veda la inesorabile manifestazione nel mondo degli uomini.
http://www.rinascita.info/cc/RQ_Cult...pyzzcoit.shtml




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