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Discussione: l'Indipendensa

  1. #101
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    LEGA NORD: “COTA NOSTRA” RIELETTO RAS DEL PIEMONTE
    di GILBERTO ONETO

    Il buon giorno si vede dal mattino. Chi aspettava i congressi nazionali della Lega per vedere il cambiamento all’interno del partito è rimasto deluso da quello piemontese: tutto come prima, peggio di prima.
    Candidato unico – il solito – ed esito scontato: Calderoli e Bossi si presentano per sostenere il fido Cota e riaffermare il totale controllo del Cerchio magico per il tramite della comitiva dei “Roberticì”, rinsaldando a Torino la loro alleanza anti-maronita. Attorno si raccolgono tutte le truppe cadregate con l’aggiunta di qualche recupero davvero significativo (in peggio), come l’ex segretario, ex anino, ex vinaiolo Bosio che ha risposto pronto al richiamo. Sedotto dalla magia del Cerchio anche Borghezio, che ha abbandonato ogni tentazione di fronda per allinearsi disciplinatamente. Come le mucche rientrano alla stalla quando è ora di mangiare, i “fedelissimi” serrano i ranghi quando c’è da compilare le liste elettorali. Gli altri – maroniti, scazzati generici e leghisti d’animo – hanno preferito non farsi vedere e l’assemblea era mezzo deserta.
    Cota è stato rieletto trionfalmente (si fa per dire) e si riconferma satrapo assoluto della Lega piemontese: governatore, segretario e ras. La ratifica è avvenuta con un’altra delle sue straordinarie elezioni senza avversari: Cota è da tempo nel Guinness dei fulminanti avanzi di carriera per cooptazione e per nomina regia.
    Il suo curriculum è un rosario di vittorie del genere. Nel 1993 viene eletto alle comunali di Novara con un po’ di preferenze dovute anche alla notorietà del padre, l’avvocato pugliese Michele, notabile democristiano. Diventa senza indugi Assessore alla cultura a 25 anni grazie a un colpo di palazzo ordito dal sindaco siciliano Merusi contro la Segreteria provinciale. É la prima ma anche l’unica elezione vera della trionfale marcia. Nel 1997 è candidato sindaco a Novara ma viene trombato. Nel 1999 viene imposto come candidato unico alla segreteria provinciale del partito e “vince”. All’inizio del 2000 si candida alla presidenza della Lega piemontese ma è battuto da un professore universitario torinese che poi verrà costretto a lasciare il partito. Lo stesso anno si candida alle regionali ma nel suo collego è superato da un militante di Borgomanero che fa la stessa fine del concorrente precedente. Ma Bossi lo ha messo anche nel listino chiuso e così il “non eletto” entra in Consiglio regionale direttamente sullo scranno della presidenza. L’anno dopo è cooptato con i soliti sistemi alla segreteria nazionale. Nel 2004 viene nominato Sottosegretario alle attività produttive pur non essendo parlamentare. Nel 2006 è eletto alla Camera (capolista nel listino piemontese) e diventa immediatamente vice capogruppo. Un piccolo sgarro cui si rimedia due anni dopo: con lo stesso sistema è rieletto e questa volta diventa subito capogruppo. Nel 2010 sale al governatorato della Regione con un risultato contestabile e perciò contestatissimo. I suoi estimatori (fra cui i maligni mettono anche lui medesimo) sperano fino all’ultimo che il Tar annulli il risultato per rilanciarlo nella carriera governativa: i giudici lo fregano e lo bloccano a Torino. Lui cerca di sfuggire al suo triste destino subalpino standosene il più lontano possibile: non si perde una comparsata televisiva e non lesina la sua autorevole opinione su qualsiasi argomento dell’umano scibile. Ieri infine il prodigioso giovane è stato riconfermato gloriosamente. Se ha concorrenti viene sistematicamente battuto, ma quando è candidato unico, nessuno vince con uguale slancio.
    La sua folgorante carriera è avvenuta grazie al favore davvero commovente della famiglia Bossi. Di suo ci ha messo solo la sistematicità bossiana nell’eliminare chiunque in Piemonte gli faccia ombra o si faccia prendere dalla tentazione di adombrare la possibilità di candidature multiple: così ha trasformato la terra del primo autonomismo in una landa di lacché. Non ha avversari di spessore ma in compenso ha il più alto numero di soprannomi mai collezionato da un politico: Cota Nostra, Cota Concordia, Co Tav.
    È indubbiamente un giovane capace e intelligente ma questo non spiega il favore dei coniugi Bossi che in genere privilegiano proprio le doti contrarie. E forse non basta neppure la benedizione che da sempre accompagna nella Lega avvocati e tesorieri.
    12 Marzo 2012

    LEGA NORD: “COTA NOSTRA” RIELETTO RAS DEL PIEMONTE | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  2. #102
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    MIGLIO: “LA MIA INDIPENDENZA DALLA LEGA”

    di GIANFRANCO MIGLIO*

    Il mio colloquio con Umberto Bossi toccò infine il delicato punto dei nostri rapporti pratici. Io raccontai al mio interlocutore l’esperienza che avevo fatto tra il 1943 (periodo clandestino) e il 1959 come iscritto al partito della Democrazia cristiana; un’esperienza che non intendevo ripetere più, considerata anche la mia avversione alla vita di gruppo. Un partito, infatti, per me non è molto diverso da una cosca mafiosa anche se è fatto di santi, perché implica, a un certo punto, un rapporto di omertà. Non mi sarei quindi mai «iscritto» alla Lega, né avrei partecipato alla vita istituzionale del movimento; se avessimo riconosciuto di comune accordo l’opportunità della mia presenza in Parlamento, io avrei fatto parte del relativo gruppo, ma come «indipendente».
    A consacrare meglio questa mia «collateralità» verso la Lega, dissi che, come costituzionalista, sarei stato un consigliere personale di Umberto Bossi, e non degli organi collegiali del movimento: il mio interlocutore si adeguò subito a questa prospettiva, tant’è vero che (l’ho saputo solo recentemente) tenne nascosto il nostro incontro, per alcuni mesi, ai suoi «colonnelli». Ma il fatto che io mi schierassi con il suo movimento gli fece molto piacere: tanto che festeggiò subito l’evento con una cena organizzata il giorno stesso dai leghisti comaschi, se non erro, al Terzo Crotto di Cernobbio.
    Tuttavia i dirigenti lombardi della Lega, allora piuttosto a corto di oratori trascinanti, scopersero quasi subito l’efficacia dei miei incontri con il popolo del movimento e con i potenziali elettori; io non facevo nessuna fatica a passare dalla persuasione delle argomentazioni ragionate alla retorica martellante di un comizio. Cominciammo a Legnano con un rovente dibattito guidato da Gad Lerner, e poi via via a Busto Arsizio, e ai popolosi centri intorno a Milano, alle città storiche lombarde; i dirigenti locali erano estasiati. Colsi a volo un commento entusiasta dell’onorevole Leoni a un collega: «Te lo avevo detto che il Miglio “tira”!».
    Naturalmente in tutti questi incontri io cercavo di costruire e di trasmettere qualcosa di più delle frasi fatte e delle formule propagandistiche: cercavo di dare, agli impulsi passionali dei miei ascoltatori, sbocchi razionali e un minimo di contenuto ideologico. Anche perché mi ero accorto che la «dottrina» politica della Lega e dei «leghisti» era piuttosto primitiva.
    Cercai però subito di mettere un freno a questa esperienza; non facevo fatica a gestirla: ma mi stava trasformando in un «agit-prop» del movimento. Non c’era manifestazione leghista in giro per l’Italia alla quale gli organizzatori non facessero carte false per invitarmi. Gli operatori dei mass-media coniarono per me l’etichetta di «ideologo della Lega», che non mi è mai piaciuta e da cui non potei più liberarmi.
    Il mio ruolo di tecnico della politica si trasformava sempre più in quello di referente «carismatico» del movimento: per la sua brevità, il mio cognome (due sillabe facilmente pronunciabili) divenne, con quello di «Bos-si, Bos-si», l’invocazione tipica delle grandi adunate leghiste, alle quali ero invitato. Avevo un bel chiedere a gran voce che si acclamasse soltanto il nome del segretario, perché – ammonivo – un movimento politico deve riconoscere e celebrare un solo capo: nella immaginazione dei seguaci io ero diventato – anzi: dovevo essere – la testa pensante della Lega, e quindi il completamento necessario di Bossi.
    Nei primissimi tempi del nostro rapporto, il segretario del movimento mi aveva detto che facevo bene a sviluppare nei miei discorsi gli argomenti tecnici. «Io invece – si scusò – devo fare un po’ il pagliaccio sul palcoscenico, e usare espressioni. forti, perché soltanto così si riescono a trascinare molti del nostri “leghisti”».
    Ma c’era un altro campo – oltre a quello dei comizi – in cui la mia presenza interferiva con l’attività del movimento: era quello del giornali e degli audiovisivi. Io avevo da molto tempo un accesso agevole a questo settore, e relazioni assai favorevoli con il mondo giornalistico: anche perché non mi era difficile assumere posizioni fortemente innovative (o almeno non-conformiste) sui temi più attuali del dibattito politico-economico-sociale, e soprattutto sugli aspetti giuridico-costituzionali dell’esperienza italiana. Naturalmente a ogni articolo, e a ogni intervista, premettevo sempre l’avvertenza che quanto manifestavo costituiva la mia opinione personale e che la Lega non c’entrava per nulla. Ma i giornalisti tendevano costantemente a ignorare queste riserve, e facevano un solo fascio delle mie tesi (qualche volta addirittura scientifiche) e dei rari pronunciamenti espressi dal vertice del movimento: alla perenne ricerca, come erano, di contraddizioni dentro i partiti e fra gli uomini che li impersonavano, inventavano spesso contrasti inesistenti. A un certo punto si diffuse il sospetto che Bossi e io giocassimo a disorientare i nostri avversari (e l’opinione pubblica ancora ostile) con il palleggio delle dichiarazioni contrastanti: posso assicurare che, se una situazione del genere poté sembrare prodursi, l’evento fu del tutto involontario. Piuttosto la facilità con cui partecipavo al continuo dibattito sui temi politici e su quelli collaterali, in assenza di esplicite prese di posizione della Lega, finì per dare l’impressione che io fossi veramente la «testa pensante» del movimento. E questo, se confortava i militanti più semplici, provocava invece una insofferenza in Bossi, e soprattutto nei suoi «colonnelli», che si sentivano trascurati dagli intervistatori e sottovalutati. Così, a partire dal 1992, il segretario della Lega prese l’abitudine ogni tanto di sottolineare la mia estraneità al movimento e il fatto che io non lo rappresentavo.
    Per la verità, spesso mi chiedeva di intervenire con articoli e interviste allo scopo di sostenere determinate posizioni della Lega, o interpretazioni della situazione politica che convenivano alla sua strategia. Se – come accadeva abbastanza normalmente – ero d’accordo su queste esigenze, aderivo di buon grado alle sue richieste. In genere debbo dire che sono sempre riuscito a mantenere un’assoluta libertà di espressione e di comunicazione delle mie convinzioni.
    Invece tengo a rilevare che, per la mia simpatia verso la Lega, ho dovuto pagare un prezzo molto alto sotto il profilo dell’immagine. La stampa ostile al movimento (e schierata in difesa della Prima Repubblica) nell’intento di dimostrare che la Lega non aveva, dalla sua parte, persone rispettabili, prese l’abitudine di rappresentarmi come un «dottor Stranamore», o addirittura come «Nosferatu»: insomma come un ingegno diabolico dedito ad aggredire gli avversari e a distruggere le regole del vivere civile. Certo, il gusto per la politica-spettacolo ha qualcosa da spartire con queste deformazioni: ma confesso che abituarmi a vedere le mie critiche al sistema costituzionale trasformate in «sparate» e in aggressioni verbali, non è stato facile.
    *Tratto da “Io, Bossi e la Lega”
    12 Marzo 2012

    MIGLIO: “LA MIA INDIPENDENZA DALLA LEGA” | L'Indipendenza
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  3. #103
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    ITALIA: TRA DITTATURA FISCALE E DOPPIA MORALE

    di ROMANO BRACALINI

    L’Italia è ancora uno stato di diritto? Non ho mai pensato che lo fosse.
    Da un secolo e mezzo la parte terrona tiene in ostaggio la parte progredita e civile; da sempre l’avvilisce e la sfrutta con l’oppressione di una burocrazia occhiuta e poliziesca che senza criterio di equità e di rispetto dell’individuo compie ogni sorta di abuso e assesta “strappi forti allo stato di diritto”. Il divario tra democrazia in Italia e in Europa si allarga in misura che il cittadino è vessato e umiliato nella propria dignità. La Corte dei Conti e il Garante della Privacy sono concordi nel giudicare il sistema fiscale italiano tra i più tirannici del mondo e il più iniquo poiché si accanisce sul contribuente onesto che deve pagare per tutti. E lo si carica di una imposizione fiscale che ormai viaggia su quasi la metà di ciò che gli guadagna.
    Lo Stato inadempiente, lui per primo, non si fa nemmeno scrupolo di stilare l’elenco dei buoni e dei cattivi come faceva la Gestapo e la Securitate. Ma è la duplicità del Paese, la sua diversa composizione etica e sociale, a permettere che una parte del Paese paghi per l’altra. Il sudario dell’uniformità non ha portato all’omologazione sperata delle leggi e dei costumi. Vige nel Paese una doppia morale, già denunciata alla fine dell’Ottocento, una doppia morale nel malcostume della politica clientelare, nella corruzione della vita civile, nella criminalità organizzata e nella burocrazia disorganizzata di stampo borbonico. Enrico Ferri, deputato socialista lombardo di fine Ottocento, pronunciò in Parlamento l’accusa che fece sobbalzare l’assemblea: “Al Sud esistono oasi di onestà e sono tanto meritevoli per questo, mentre al Nord esistono oasi di disonestà”. I deputati meridionali insorsero sdegnati, specie quelli eletti con i voti della mafia e della camorra, senza poter smentire la fondatezza dell’accusa. Il deputato lombardo Felice Cavallotti aveva sentito il bisogno di scrivere la famosa “Lettera agli onesti di tutti i partiti”, che come si può capire erano una minoranza, così che il suo appello rimase inascoltato.
    Il Sud resta il problema da cui discende tutto il resto. Filippo Turati scriveva editoriali di fuoco su “Critica Sociale” per denunciare le malversazioni e le manipolazioni elettorali al Sud. Nel 1877, dopo l’avvento della sinistra al potere, la legge Cerboni mise la burocrazia al servizio dei partiti, con l’incremento delle clientele e della corruzione e l’assalto alla diligenza dei burocrati meridionali che da quel momento occuparono lo Stato imponendo la loro visione autoritaria a territori che avevano conosciuto il riformismo illuminato degli Asburgo e la civiltà del vivere. Lo strapotere del Meridione negli apparati dello Stato non è diminuito, anzi è aumentato essendo la burocrazia la sola industria del Sud. Turati era solito dire che a Napoli la maggiore industria era quella dello “sbafo”.
    Perché si è giunti a questa dittatura fiscale che mina le basi stesse della democrazia e suscita nel cittadino un moto di ribellione? Per ciò che è sempre mancato all’Italia terrona: il senso civico, l’educazione, la disciplina, il rispetto del cittadino che non è un “mariolo” fino a prova contraria, come pensa il burocrate di stato, bensì, al contrario, un cittadino onesto fino a prova contraria; ricorrere allo spionaggio bancario, ai trabocchetti fiscali, violare impunemente la privacy, come è stato denunciato dalla Corte dei Conti, appartiene al metodo ricorrente delle tirannie, e la tirannia burocratica e fiscale italiana è quella di peggior conio perché vorrebbe far credere, al contrario, di essere ispirata da un criterio di giustizia.
    Al Nord l’evasione fiscale è fisiologica e pari a quella europea. Al Sud è una voragine che però trova maggiori attenuanti e comprensioni. Una doppia morale, che, come le tasse, non è più sopportabile e il distacco ci appare inevitabile, come la medicina che ci libera dalla malattia.

    15 Marzo 2012

    ITALIA: TRA DITTATURA FISCALE E DOPPIA MORALE | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  4. #104
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    ITALIA: TRA DITTATURA FISCALE E DOPPIA MORALE

    di ROMANO BRACALINI

    L’Italia è ancora uno stato di diritto? Non ho mai pensato che lo fosse.
    Da un secolo e mezzo la parte terrona tiene in ostaggio la parte progredita e civile; da sempre l’avvilisce e la sfrutta con l’oppressione di una burocrazia occhiuta e poliziesca che senza criterio di equità e di rispetto dell’individuo compie ogni sorta di abuso e assesta “strappi forti allo stato di diritto”. Il divario tra democrazia in Italia e in Europa si allarga in misura che il cittadino è vessato e umiliato nella propria dignità. La Corte dei Conti e il Garante della Privacy sono concordi nel giudicare il sistema fiscale italiano tra i più tirannici del mondo e il più iniquo poiché si accanisce sul contribuente onesto che deve pagare per tutti. E lo si carica di una imposizione fiscale che ormai viaggia su quasi la metà di ciò che gli guadagna.
    Lo Stato inadempiente, lui per primo, non si fa nemmeno scrupolo di stilare l’elenco dei buoni e dei cattivi come faceva la Gestapo e la Securitate. Ma è la duplicità del Paese, la sua diversa composizione etica e sociale, a permettere che una parte del Paese paghi per l’altra. Il sudario dell’uniformità non ha portato all’omologazione sperata delle leggi e dei costumi. Vige nel Paese una doppia morale, già denunciata alla fine dell’Ottocento, una doppia morale nel malcostume della politica clientelare, nella corruzione della vita civile, nella criminalità organizzata e nella burocrazia disorganizzata di stampo borbonico. Enrico Ferri, deputato socialista lombardo di fine Ottocento, pronunciò in Parlamento l’accusa che fece sobbalzare l’assemblea: “Al Sud esistono oasi di onestà e sono tanto meritevoli per questo, mentre al Nord esistono oasi di disonestà”. I deputati meridionali insorsero sdegnati, specie quelli eletti con i voti della mafia e della camorra, senza poter smentire la fondatezza dell’accusa. Il deputato lombardo Felice Cavallotti aveva sentito il bisogno di scrivere la famosa “Lettera agli onesti di tutti i partiti”, che come si può capire erano una minoranza, così che il suo appello rimase inascoltato.
    Il Sud resta il problema da cui discende tutto il resto. Filippo Turati scriveva editoriali di fuoco su “Critica Sociale” per denunciare le malversazioni e le manipolazioni elettorali al Sud. Nel 1877, dopo l’avvento della sinistra al potere, la legge Cerboni mise la burocrazia al servizio dei partiti, con l’incremento delle clientele e della corruzione e l’assalto alla diligenza dei burocrati meridionali che da quel momento occuparono lo Stato imponendo la loro visione autoritaria a territori che avevano conosciuto il riformismo illuminato degli Asburgo e la civiltà del vivere. Lo strapotere del Meridione negli apparati dello Stato non è diminuito, anzi è aumentato essendo la burocrazia la sola industria del Sud. Turati era solito dire che a Napoli la maggiore industria era quella dello “sbafo”.
    Perché si è giunti a questa dittatura fiscale che mina le basi stesse della democrazia e suscita nel cittadino un moto di ribellione? Per ciò che è sempre mancato all’Italia terrona: il senso civico, l’educazione, la disciplina, il rispetto del cittadino che non è un “mariolo” fino a prova contraria, come pensa il burocrate di stato, bensì, al contrario, un cittadino onesto fino a prova contraria; ricorrere allo spionaggio bancario, ai trabocchetti fiscali, violare impunemente la privacy, come è stato denunciato dalla Corte dei Conti, appartiene al metodo ricorrente delle tirannie, e la tirannia burocratica e fiscale italiana è quella di peggior conio perché vorrebbe far credere, al contrario, di essere ispirata da un criterio di giustizia.
    Al Nord l’evasione fiscale è fisiologica e pari a quella europea. Al Sud è una voragine che però trova maggiori attenuanti e comprensioni. Una doppia morale, che, come le tasse, non è più sopportabile e il distacco ci appare inevitabile, come la medicina che ci libera dalla malattia.

    15 Marzo 2012

    ITALIA: TRA DITTATURA FISCALE E DOPPIA MORALE | L'Indipendenza


    I mali di questo paese nascono dal sud, sud che neanche si rende conto di averli, e per questo molto più pericoloso e letale.
    Ultima modifica di Quayag; 15-03-12 alle 13:51



  5. #105
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    OCCUPARE POSTI DI POTERE SENZA UN PROGETTO POLITICO

    di GILBERTO ONETO

    Il primo articolo dello Statuto leghista dice che l’obiettivo del partito è il conseguimento dell’indipendenza della Padania per vie democratiche. Questo significa – o dovrebbe significare – che ogni attività, sforzo ed energia sono dedicate a questo unico obiettivo e che ogni altro evento e oggetto assume il valore di mezzo devoluto a questo fine. È perciò piuttosto chiaro che anche l’acquisizione di potere politico all’interno delle istituzioni non può essere che uno strumento per arrivare all’indipendenza: questo vale per ogni incarico governativo nazionale e locale e per ogni presenza nelle istituzioni e in qualsiasi altro organismo. Per essere più chiari ancora si deve specificare che la presenza nel governo della Repubblica italiana avrebbe dovuto avere una funzione di disgregazione dall’interno dello Stato da cui ci si vuole separare: un obiettivo piuttosto improbabile oltre che stravagante, che infatti non è stato neppure sfiorato. Diversa è la situazione degli enti locali, il cui controllo può davvero essere l’arma vincente per preparare e raggiungere l’indipendenza.
    Per farlo però occorre che siano verificate alcune precise condizioni: 1) che sia molto chiaro il percorso di separazione attraverso passi coerenti successivi; 2) che il controllo del potere locale sia subordinato al progetto generale; 3) che esista un preciso coordinamento fra i poteri locali conquistati; 4) che gli uomini impegnati in questa azione di “conquista” siano preparati, consapevoli del loro ruolo e sinceri nelle intenzioni indipendentiste; 5) che l’attività di “buon governo” locale sia uno strumento per poter perseguire gli obiettivi e non il fine della conquista del potere. Occorre cioè che la buona gestione dell’asfalto stradale serva a spianare la strada verso la libertà politica e non sia “solo” lo strumento per rendere migliore la vita dei cittadini.
    Salvo alcune lodevoli eccezioni – che hanno però agito in solitudine e spontaneità – la maggioranza delle amministrazioni locali leghiste non ha fatto niente di tutto questo: la più parte si è dedicata a bene amministrare ma non ha fatto granché (o proprio niente) per utilizzare il suo potere ai fini dell’indipendenza della Padania.
    La Lega è arrivata ad avere i governatori di tre regioni, i presidenti di una ventina di province e i sindaci di molte centinaia di comuni, fra cui molti capoluoghi ma – salvo le poche eccezioni di cui si è detto – non ha lasciato segni di forte identità, non ha creato migliori presupposti per l’indipendenza, non ha “educato” i cittadini amministrati alla voglia di separazione dall’Italia. Quasi tutti hanno governato bene, il loro tasso di inefficienza e corruzione è sicuramente molto inferiore a quello degli altri, ma hanno sostanzialmente fallito il loro scopo. Alcuni sindaci come quelli di Treviso e di Verona hanno amministrato e amministrano con grande capacità le loro città ma non hanno aumentato di un ghello la voglia di indipendenza dei loro cittadini, anzi – dietro il loro apparente leghismo – sono campioni di nazionalismo italione e perciò, di fatto, degli anti leghisti. La maggiore città della Padania è stata governata per un intero mandato da un solido monocolore leghista: è cresciuto a Milano l’afflato indipendentista? Gli assessori alle identità di Piemonte, Lombardia e Veneto hanno incitato i cittadini delle loro regioni alla separazione? Lo stesso vale per chi ha avuto posti importanti in enti strategici. La presenza di leghisti veri o presunti alla Rai ha – ad esempio – portato qualche vantaggio alla lotta indipendentista? La risposta è evidentemente negativa. E allora, a cosa serve fare tanta fatica per conquistare posti e posizioni che servono solo a ingrossare i conti correnti di chi li ricopre? A cosa serve fare lavorare i militanti per accaparrarsi posti e cadreghe che servono solo a rinflaccidire le chiappe che vi si accomodano sopra? Chi fa la regia dell’intera operazione è ciula o è connivente? Chi sceglie i comandanti è suonato o venduto alla parte avversa? I militanti si spaccano la schiena sognando l’indipendenza e mandano al potere rappresentanti che proprio non li rappresentano, che neppure credono in quello che ufficialmente sostengono. La storia della Lega è piena di importanti fuoriusciti che hanno negato di essere mai stati indipendentisti. Ci sono però anche autorevoli capataz ancora in carica che sostengono che la secessione sia “uno stato d’animo” o di non essere mai stati secessionisti, di non crederci, di ritenerlo un espediente dialettico, uno spauracchio per ottenere il federalismo (in realtà solo e sempre cadreghe).
    A cosa serve conquistare posizioni di potere se poi non le si utilizza per l’obiettivo per cui si dice di combattere. Si ricorda spesso l’episodio di Pajetta che, occupata la prefettura di Milano, l’aveva comunicato orgoglioso a Togliatti, che gli aveva risposto duro: «Bravo! E adesso cosa te ne fai?» Vale lo stesso per tanti sindaci, presidenti, governatori, parlamentari e ministri leghisti. Con la differenza che il buon Pajetta non prendeva uno stipendio o un vitalizio per l’occupazione della stanza del prefetto.
    Oggi la Lega torna a proclamarsi indipendentista (e non ci crede nessuno) e tanti altri si stanno organizzando per fare finalmente quello che i belleridi non hanno mai neanche tentato di fare. Nel costruire un serio progetto politico non si può prescindere da questo punto essenziale: come utilizzare le risorse dei poteri locali nel percorso indipendentista. Basta con la panzana dei movimenti “di lotta e di governo”: il “governo” ha senso solo se subordinato alla “lotta”.
    16 Marzo 2012

    OCCUPARE POSTI DI POTERE SENZA UN PROGETTO POLITICO | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  6. #106
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    4) che gli uomini impegnati in questa azione di “conquista” siano preparati, consapevoli del loro ruolo e sinceri nelle intenzioni indipendentiste


    Già ...
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  7. #107
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    TRE NOMI PER LA LEGA LOMBARDA: GIBELLI, SALVINI, STUCCHI

    di GIANLUCA MARCHI

    I “BARBARI SOGNANTI” STANNO FACENDO MAN BASSA DI DELEGATI IN VISTA DEL CONGRESSO DELLA LEGA LOMBARDA, DOVE SONO IN TRE I POSSIBILI CANDIDATI A SOSTITUIRE GIORGETTI. E INTANTO MARONI FA SPONDA CON ALFANO IN VISTA DI UNA POSSIBILE ALLEANZA PER IL 2013 CON PENSIONAMENTO DI BOSSI E BERLUSCONI

    Se Gilberto Oneto, nell’editoriale qui a fianco, svolge una sacrosanta analisi sulla sostanziale inutilità strategica di occupare posti di potere senza un vero progetto politico, qui più prosaicamente ci occupiamo di lotte di potere, dentro la Lega ma anche gettando uno sguardo al futuro e alle possibili alleanze. L’avanzata dei “barbari sognanti” verso il controllo della Lega Lombarda ormai sembra una cosa fatta, almeno nei numeri. I congressi provinciali per l’elezione dei delegati in vista del congresso in programma dall’1 al 3 giugno a Senago assegnano una netta maggioranza, nell’ordine dell’80 per cento, agli uomini di Roberto Maroni. Vero è che domenica 1 aprile dovranno essere rifatte le votazioni a Varese, annullate per via che nell’urna sono state trovate alcune schede in più rispetto ai votanti (i maroniani hanno puntato il dito contro i bossiani, accusati di voler fare casini), ma anche nella provincia dei grandi capi le cose non dovrebbero andare molto diversamente.
    Detto che il segretario uscente Giancarlo Giorgetti rimane determinato nella sua decisione di non volerne più sapere (si dice persino che non vorrebbe più nemmeno ricandidarsi al Parlamento nel 2013), i favori del pronostico per la scelta del nuovo segretario si concentrano su tre nomi, che citiamo in ordine alfabetico: Andrea Gibelli, lodigiano, attuale vicepresidente della Regione Lombardia; Matteo Salvini, milanese, eurodeputato e capogruppo a Palazzo Marino; Giacomo Stucchi, bergamasco, vice capogruppo alla Camera. E’ fuor di dubbio che i “barbari sognanti” tifano per Salvini, sempre più popolare fra i maroniani, ma la sua potrebbe apparire di rottura netta coi bossiani-cerchisti, viste le dichiarazioni che il più giovane dei tre ha sfornato da quando la lotta interna s’è fatta accesa. Stucchi rappresenterebbe una scelta meno di rottura, anche se l’opzione di maggiore mediazione appare quella di Gibelli. Si tratta, sia chiaro, di ragionamenti sulla carta, perché molte sorprese potrebbero ancora avvenire da qui all’inizio di giugno.
    Resta ovviamente l’incognita di come Umberto Bossi vorrà gestire questo delicato passaggio e soprattutto di come e quanto soffieranno sul fuoco i più stretti componenti del cerchio magico/malefico. Qualcuno teme che possa ripetersi la scena avvenuta lo scorso mese di ottobre a Varese, quando il Senatur costrinse al ritiro i due contendenti in gara e impose un suo fedelissimo pressoché sconosciuto ai votanti, Maurilio Canton. Tuttavia è arduo pensare che il grande vecchio si possa avventurare su una strada del genere, anche perché se a Varese ci furono contestazioni, a Senago potrebbe scoppiare la rivoluzione.
    In Veneto, invece, la situazione al momento è più complessa: finché non si risolve il braccio di ferro sulla presentazione della Lista Tosi alle amministrative di Verona è difficile prevedere cosa succederà al congresso della Liga Veneta, che al momento non è ancora stato convocato. I due grandi avversari in competizione sono lo stesso Flavio Tosi e il segretario uscente Gianpaolo Gobbo. Prima va sciolto il nodo Verona, che dovrà essere affrontato dal Consiglio federale. E magari potrebbe emergere una soluzione salomonica: via libera per Tosi a presentare la lista col proprio nome a Verona, ma in cambio della rinuncia a correre per la segreteria nazionale della Liga. Al momento è solo un’illazione, ma potrebbe essere la fatidica “quadra”, anche se il boccone di vedere in sella ancora il super-bossiano Gobbo sarebbe amaro da ingoiare per tanti. Intanto, però, Gobbo continua a buttare benzina sul fuoco: «La Lista Tosi non è fatta di leghisti, è un partito diverso dalla Lega. Le liste di Zaia e Gentilini, gli unici due precedenti, erano composte da leghisti a tutti gli effetti, tant’è che sono poi confluiti nel gruppi consiliari del partito. Quella di Tosi non lo è. Non accettiamo personalismi».
    Il futuro prossimo della Lega dipenderà molto da come intenderà muoversi Roberto Maroni sull’asse Milano-Verona-Padova. Il suo tentativo appare quello di tenere insieme il più possibile tutta la Lega, ma il percorso non sembra facile, anzi in alcuni frangenti sembra uno slalom speciale per chi si interessa di sci. Restando sempre all’ex ministro, ha fatto un certo clamore l’intervista concessa ieri a Libero, dove in sostanza ha previsto che la pace col Pdl tornerà nel 2013, al punto da far pensare a una nuova alleanza di centro-destra per le prossime elezioni politiche. Ma soprattutto appare evidente come Maroni stia facendo una decisa apertura di credito ad Angelino Alfano, quasi che volesse essegli di supporto nella conquista definitiva del Pdl. E’ come se volesse prefigurare un’alleanza tutta nuova, fra il Pdl di Alfano e la Lega di Maroni, con il sostanziale pensionamento dei due vecchi leader, Bossi e Belrusconi.
    E proprio al Cavaliere l’ex titolare della Farnesina non risparmia né epitaffi di fine mandato (“un ciclo è finito” ha ricordato più volte in questi ultimi giorni) né qualche pesante calcio negli stinchi. Si prenda ad esempio quanto sta avvenendo a Monza. Come ha raccontato l’ottimo Alessandro Da Rold su Linkiesta, l’altra sera la Lega, pare per intervento proprio di Maroni, ha lanciato un segnale negativo contro l’operazione “Cascinazza”, un’enorme area agricola di proprietà di Paolo Berlusconi che si vorrebbe trasformare in edificabile per realizzare “Milano 4″. La storia della Cascinazza va avanti da oltre 20 anni e finalmente con la Giunta Lega Pdl guidata da Marco Mariani i Berlusconi sembravano sul punto di sbloccarla con una variante al Pgt supervisionato dall’ex ministro e assessore Paolo Romani (un fedelissimo di Paolo). Ma l’altra sera in commissione la Lega, sconfessando il proprio sindaco, si è astenuta nel votare il parere alla variante e adesso ci sono solo due giorni perchè il Consiglio comunale possa approvarla, ma con l’aria che tira appare difficile trovare i voti utili. Poi Monza andrà al voto e dunque se ne potrebbe riparlare solo con la nuova amministrazione, tra l’altro al momento difficile da prevedere, perché Mariani vorrebbe rinnovare l’alleanza Lega-Pdl, ma il Carroccio ha deciso in generale di correre da solo. A meno di eccezioni che devono passare dal tavolo di Bossi. E magari anche dalla Cascinazza…

    16 Marzo 2012

    TRE NOMI PER LA LEGA LOMBARDA: GIBELLI, SALVINI, STUCCHI | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 16-03-12 alle 10:19
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    PADANI: LA BARCA DI CUIUNI. BADATE, I NEMICI SONO ALTRI
    di GILBERTO ONETO

    Miglio aveva scritto parole lucide e dolorose sull’incapacità dei padani a dare una prospettiva politica alla loro straordinaria forza produttiva. Aveva analizzato questo caso, praticamente unico al mondo, in cui una comunità dalle straordinarie capacità economiche, sociali, culturali e anche umane, sia del tutto incapace a governare sé stessa, sia condannata a subire il potere politico altrui che – alla fine – la rapina di gran parte delle sue ricchezze. C’è una specie di maledizione – diceva il Professore – che attraversa la nostra storia di giganti economici e di nani politici. Con minore eleganza ma maggiore efficacia rappresentativa, un altro grande padano padanista, Gianni Brera, chiamava questa terra “la barca di cuiuni”. Questo vale per i padani in generale e verrebbe da sperare che questa devastante sindrome di Stoccolma, questo autolesionismo collettivo, riesca a risparmiare almeno quei padani che se ne sono resi conto, che hanno capito che la vera soluzione del problema sia l’autonomia politica della Padania. Invece no! Sembra quasi che essere autonomisti o indipendentisti sia uno stadio più grave del morbo, una sua mortale degenerazione. Se i padani sono “cuiuni” perché si fanno comandare da altri, i padani che hanno finalmente deciso di liberarsi diventano – per una devastante maledizione antica – ancora più “cuiuni”. É un allucinato processo psicanalitico al contrario: il riconoscere la causa dei propri mali non è l’inizio della guarigione ma porta a un delirante aggravamento.
    La cosa non risparmia nessuno. Neppure all’interno del movimento politico che ha avuto il grande merito di unificare forze e aspirazioni, di “padanizzare” tutte le speranze localiste alla libertà: oggi è devastato da trusoni, italianisti e gaglioffi ma è anche lacerato da fazioni di sapore medievale. Ci sono i cerchisti, i bossiani, i roberticì, i maroniti e i marroniti (con due erre), i maroniti bossiani, i cerchisti meno cerchisti, i tosisti, gli indipendentisti e gli indipendentisti un po’ meno indipendentisti. Al colmo del delirio psichedelico ci sono anche i calderoliani. Pare che addirittura Castelli abbia qualche fan.
    Non va meglio fuori dalla Lega, fra quelli che si sono resi conto che l’autocratismo fulminato dei Bossi non avrebbe portato alcun beneficio autonomista. Leghe e Unioni sono padane, alpine, padano-alpine e alpino-padane. Ma soprattutto c’è il vasto Ok Corral di tutti i riflussi micronazionalistici, cripto-localitari, microcefalici, micraniosi e microscopici: gente che riesce a frantumare l’atomo e le particelle elementari senza produrre energia ma solo sprecandone una montagna. Lo spettacolo è francamente devastante: tutti contro tutti in una tempesta di distinguo, puntualizzazioni e precisazioni, affermazioni di identità che scompariranno a causa della coglionaggine dei loro difensori prima ancora che sotto l’oppressione italiana o la devastazione mondialista.
    La solfa è purtroppo vecchia come il mondo. È la saga suicida di insubri, cenomani e veneti, sono le masochistiche carneficine di Chioggia o di Agnadello che si perpetuano all’infinito, con le parole al posto delle spade. Eppure questa terra ha conosciuto momenti migliori – a partire dalle due Leghe lombarde – ma persiste nella straordinaria capacità nel farsi del male da sola. L’Italia ci ha invasi con milioni di foresti, la globalizzazione con altri milioni di foresti ancora più foresti, l’Europa ci riempie di miseria e instabilità e noi cosa facciamo? Ci accapigliamo su uno straordinario repertorio di pirlate di cui siamo inesausti inventori. I polli di Renzo in confronto erano disciplinati granatieri di Pomerania.
    Stabiliamo quattro punti essenziali su cui non sia possibile non essere d’accordo e che sono base imprescindibile per ogni lotta autonomista, e attorno a quelli diamoci da fare ognuno con la sua specificità, sensibilità, capacità, lingua, dialetto o taglio di capelli. I nemici sono altri, sono fuori, non siamo noi. Tutti quelli che credono nell’unitarietà anche antropologica dei padani, lo dimostrino e la mettano in pratica. Tutti quelli che invece affermano con forza le proprie differenze, le utilizzino per salvarle tutte assieme, come una grande Svizzera. Dove le differenze ci sono per davvero ma la voglia di libertà e di identità ha sempre prevalso su tutto. L’alternativa è il Caucaso, è la penisola balcanica. O, peggio, è l’Italia.

    19 Marzo 2012

    PADANI: LA BARCA DI CUIUNI. BADATE, I NEMICI SONO ALTRI | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    20 Marzo 2012
    DEMOLIRE QUESTO STATO MANGIATOIA DELLA POLITICA
    di GIANLUCA MARCHI

    Il migliore c’ha la rogna! La politica italica in questi giorni e in queste settimane, ammesso e non concesso che ce ne fosse un impellente bisogno, sta offrendo un quadretto esauriente di quanto s’è ridotta a sistema “predatorio” dei denari pubblici. Che siano inchieste giudiziarie (oggi rivolte in tutte le direzioni), le quali ovviamente devono pervenire a risultati concreti prima di poter mettere in crisi o far addirittura cadere la presunzione di innocenza nei confronti di un qualsiasi personaggio, che sia la manifesta volontà di non mollare nulla o quasi dei privilegi che in tanti anni sia i partiti sia la casta dei politici si sono messi in saccoccia con la palese complicità di tutti noi cittadini che, siccome il cannone tirava come si dice dalle mie parti, abbiamo fatto finta di non vedere lo schifo che si andava accumulando sotto il tappeto, probabilmente anche perché sotto quello di ciascuno di noi non è che brillasse sempre un gran pulito, insomma che si l’un motivo o che sia l’altro, siamo di fronte alla pervicacia di chi esibisce un’arroganza senza pari nella gestione del potere e non intende mollare nemmeno una posizione di quelle che gli abbiamo consentito di conquistare con la nostra indifferenza, se non con la nostra complicità. Nessun passo indietro vorrebbero fare, partiti e politici, nemmeno ora che il resto di questo derelitto Paese è costretto a risvegliarsi dal sogno tutto sbagliato di essere una sorta di Bengodi, e molta gente deve scontrarsi con una realtà di vita molto più dura di quella che mai s’era immaginata.

    Dentro il calderone del discredito popolare ci stanno finendo tutti, partiti e politici, anche se qualcuno ha più responsabilità di altri. Poco importa. Oggi siamo arrivati a un livello così basso di considerazione della politica, che molti di noi finiscono per apprezzare un governo mai legittimato dal voto popolare e che si limita a spremere le ultime gocce che ancora contiene il limone italico, non toccando in nulla e per nulla il grande bubbone che grava su questo fantasma di Paese, cioè la spesa pubblica con tutte le sue sacche di schifosi privilegi. Ma almeno non offre, l’esecutivo Monti, lo spettacolo inverecondo fornitoci dai politicanti della Seconda Repubblica, qualche leghista compreso. Amara consolazione, è vero. Che tuttavia non ci deve portare, in prospettiva, ad appecorarci e accettare il meno peggio che tenterà di offrirci la politica a partire da quando la sua sospensione operata dal governo dei tecnici avrà fine. Oggi si parla di circa il 50% degli aventi diritto al voto delusi e non interessati a votare nessuno di lor signori che ci hanno ridotti in queste condizioni. E’ un sentimento comprensibile, ma se attuato sarebbe una grave rinuncia, foriera di ulteriori cattive conseguenze. Per questo tutti coloro che credono a un discorso di indipendenza e di autonomia dovrebbero fare uno sforzo per andare oltre qualche divisione di troppo e trovare una strada da percorrere, ciascuno salvaguardando la propria specificità. E’ questo, in sostanza, il messaggio che già ieri Gilberto Oneto ha lanciato dalle nostre colonne. Avverto la necessità di rinnovarlo, e di usare l’appuntamento che abbiamo previsto per fine maggio a Jesolo come trampolino di lancio di una rinnovata azione destinata a demolire – nelle forme e nei modi che si avrà la forza e l’umiltà di individuare – la politica che tanto discredito ha accumulato su se stessa e lo Stato che rappresenta la sua mangiatoia, coltivando la speranza di avviare una nuova stagione. Non c’è altra strada, come ha mirabilmente spiegato ieri Paolo Bernardini.

    DEMOLIRE QUESTO STATO MANGIATOIA DELLA POLITICA | L'Indipendenza
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    PADANI: LA BARCA DI CUIUNI. BADATE, I NEMICI SONO ALTRI
    di GILBERTO ONETO

    Miglio aveva scritto parole lucide e dolorose sull’incapacità dei padani a dare una prospettiva politica alla loro straordinaria forza produttiva. Aveva analizzato questo caso, praticamente unico al mondo, in cui una comunità dalle straordinarie capacità economiche, sociali, culturali e anche umane, sia del tutto incapace a governare sé stessa, sia condannata a subire il potere politico altrui che – alla fine – la rapina di gran parte delle sue ricchezze. C’è una specie di maledizione – diceva il Professore – che attraversa la nostra storia di giganti economici e di nani politici. Con minore eleganza ma maggiore efficacia rappresentativa, un altro grande padano padanista, Gianni Brera, chiamava questa terra “la barca di cuiuni”. Questo vale per i padani in generale e verrebbe da sperare che questa devastante sindrome di Stoccolma, questo autolesionismo collettivo, riesca a risparmiare almeno quei padani che se ne sono resi conto, che hanno capito che la vera soluzione del problema sia l’autonomia politica della Padania. Invece no! Sembra quasi che essere autonomisti o indipendentisti sia uno stadio più grave del morbo, una sua mortale degenerazione. Se i padani sono “cuiuni” perché si fanno comandare da altri, i padani che hanno finalmente deciso di liberarsi diventano – per una devastante maledizione antica – ancora più “cuiuni”. É un allucinato processo psicanalitico al contrario: il riconoscere la causa dei propri mali non è l’inizio della guarigione ma porta a un delirante aggravamento.
    La cosa non risparmia nessuno. Neppure all’interno del movimento politico che ha avuto il grande merito di unificare forze e aspirazioni, di “padanizzare” tutte le speranze localiste alla libertà: oggi è devastato da trusoni, italianisti e gaglioffi ma è anche lacerato da fazioni di sapore medievale. Ci sono i cerchisti, i bossiani, i roberticì, i maroniti e i marroniti (con due erre), i maroniti bossiani, i cerchisti meno cerchisti, i tosisti, gli indipendentisti e gli indipendentisti un po’ meno indipendentisti. Al colmo del delirio psichedelico ci sono anche i calderoliani. Pare che addirittura Castelli abbia qualche fan.
    Non va meglio fuori dalla Lega, fra quelli che si sono resi conto che l’autocratismo fulminato dei Bossi non avrebbe portato alcun beneficio autonomista. Leghe e Unioni sono padane, alpine, padano-alpine e alpino-padane. Ma soprattutto c’è il vasto Ok Corral di tutti i riflussi micronazionalistici, cripto-localitari, microcefalici, micraniosi e microscopici: gente che riesce a frantumare l’atomo e le particelle elementari senza produrre energia ma solo sprecandone una montagna. Lo spettacolo è francamente devastante: tutti contro tutti in una tempesta di distinguo, puntualizzazioni e precisazioni, affermazioni di identità che scompariranno a causa della coglionaggine dei loro difensori prima ancora che sotto l’oppressione italiana o la devastazione mondialista.
    La solfa è purtroppo vecchia come il mondo. È la saga suicida di insubri, cenomani e veneti, sono le masochistiche carneficine di Chioggia o di Agnadello che si perpetuano all’infinito, con le parole al posto delle spade. Eppure questa terra ha conosciuto momenti migliori – a partire dalle due Leghe lombarde – ma persiste nella straordinaria capacità nel farsi del male da sola. L’Italia ci ha invasi con milioni di foresti, la globalizzazione con altri milioni di foresti ancora più foresti, l’Europa ci riempie di miseria e instabilità e noi cosa facciamo? Ci accapigliamo su uno straordinario repertorio di pirlate di cui siamo inesausti inventori. I polli di Renzo in confronto erano disciplinati granatieri di Pomerania.
    Stabiliamo quattro punti essenziali su cui non sia possibile non essere d’accordo e che sono base imprescindibile per ogni lotta autonomista, e attorno a quelli diamoci da fare ognuno con la sua specificità, sensibilità, capacità, lingua, dialetto o taglio di capelli. I nemici sono altri, sono fuori, non siamo noi. Tutti quelli che credono nell’unitarietà anche antropologica dei padani, lo dimostrino e la mettano in pratica. Tutti quelli che invece affermano con forza le proprie differenze, le utilizzino per salvarle tutte assieme, come una grande Svizzera. Dove le differenze ci sono per davvero ma la voglia di libertà e di identità ha sempre prevalso su tutto. L’alternativa è il Caucaso, è la penisola balcanica. O, peggio, è l’Italia.
    19 Marzo 2012

    PADANI: LA BARCA DI CUIUNI. BADATE, I NEMICI SONO ALTRI | L'Indipendenza
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