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Discussione: l'Indipendensa

  1. #371
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    La caduta di Milano: Malano è ‘na grann Malano
    di GILBERTO ONETO

    Milano come il Bronx, Milano come Beirut, Milano come Scampia. Di questi giorni si leggono gli accostamenti più fantasiosi, lugubri o sgradevoli a commento di fattacci di cronaca sempre più drammatici. Lo sfascio sociale ed economico, il crollo della sicurezza e la corrosione delle regole del vivere civile sono gli stessi per l’intera Repubblica italiana: un male comune che non autorizza alcun mezzo gaudio. Ci sono punte di “eccellenza” e Milano è una di queste perché aveva una tradizione di civiltà, di ordine sociale e di pulizia di livello europeo e qui il degrado si legge con maggiore evidenza e dolore.
    Peggiora le cose il fatto che la città sia diventata una sorta di laboratorio di ogni perversione ideologica e sociale. Si dirà che lo è sempre stata: dal Risorgimento, al socialismo, al fascismo, alla Resistenza, al sessantotto, al leghismo eccetera. Sono però tutte vicende storiche che hanno generato effetti negativi ma anche positivi e che – in ogni caso – sono state manifestazioni di grande vitalità e aspirazione al cambiamento. Oggi è una triste officina in cui si confezionano solo brevetti negativi, in cui tutti gli ingredienti ideologici peggiori si sono mescolati per produrre schifezze. Il cattolicesimo sociale è passato da don Albertario a Martini e all’imam Tettamanzi; il socialismo di Turati è diventato tangentista e corrotto; l’imprenditoria è stata sostituita dall’affarismo mafioso. La sinistra estrema ha sempre creato miseria e tirannia ma era almeno in grado di assicurare l’ordine nelle strade e di sbattere i delinquenti in prigione. Una volta il comunismo combatteva la criminalità ordinaria e non accettava concorrenti nell’esercizio della vessazione nei confronti dei cittadini: solo loro potevano derubare, bastonare e ammazzare. Non è più il comunismo di una volta. Guardateli questi comunistelli post moderni: sono tutti figli di ricchi, con l’erre moscia e la casa a Capalbio. Continuano a essere feroci contro i loro avversari politici e contro i cittadini ma sono delle mammolette verso i criminali professionisti, soprattutto se di immigrazione nazionale, comunitaria, extracomunitaria o fluttuante (e cioè nomade).
    Una volta i comunisti milanesi erano milanesi, parlavano dialetto, erano efficienti e decisi. Oggi Milano è governata da una giunta composta per otto tredicesimi da oriundi meridionali di prima o seconda generazione, sindaco compreso, che per andare a teatro a vedere i Legnanesi hanno bisogno del traduttore simultaneo. In realtà è l’intero Consiglio comunale a essere poco padano: il 38% dei consiglieri hanno origini assolate, con una punta del 50% del Pdl (quello dei DeCorato, La Russa eccetera), con il 35% della sinistra e il 45% di tutti gli altri. Fanno eccezione, grazie a Dio, i quattro leghisti che – almeno loro – chiedono “perchè” e non “perché”.
    Si dirà che sono la perfetta rappresentazione di una città dove i padani sono minoranza e i milanesi una rarità antropologica. È vero. Milano è sempre stato luogo di immigrazione e di integrazione: chiunque arrivava e “sapeva lavorare” (come diceva l’Editto di Ariberto d’Intimiano) diventava milanese. A un certo punto però i foresti sono diventati troppi e a “melanesizzarsi” è toccato agli indigeni ridotti a minoranza.
    Oggi è scattata una perversa gara di solidarietà fra immigrati non integrati: i primi favoriscono gli ultimi arrivati. I meridionali non integrati (gli altri sono diventati lombardi e spesso leghisti) danno una mano agli extracomunitari, agli zingari, agli islamici quasi che il loro obiettivo sia la distruzione della città e della sua civiltà, una schadenfreude all’amatriciana che odia l’idea stessa di milanesità (e di padanità) fatta di lavoro, sobrietà (quella vera), correttezza e rispetto per il prossimo.
    Milano è un postaccio sporco, brutto e pericoloso, in cui scorazzano bande di latinos, dilaga la droga, i cinesi e i maomettani fanno i fattacci loro, imperversano gli zingari, comandano i mafiosi? Nessuna paura: Vendola ha detto che va bene così, Pisapìa sorride soddisfatto, arrivano i Cesaroni e la ‘ndrangheta è contenta che si farà l’Expò. Malano è ‘na ggran Malano.

    14 Settembre 2012

    La caduta di Milano: Malano è ‘na grann Malano | L'Indipendenza.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #372
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    solo colpa nostra ...

    Gilberto è come al solito lucido e impietoso, forse qualcosa di buono c'è ancora, ma avanti di questo passo ...

  3. #373
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Un articolo che fa star male.



  4. #374
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Oneto è un grande, puntroppo è un personaggio sprecato in itaglia.

    L'articolo è molto realista e razionale ma farlo a capire agli italiani non è facile.

  5. #375
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    "Chi lavora è un milanese" e con questo motto i milanesi hanno fatto un unico autogenocidio !
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  6. #376
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    La Milano di pisapia sta diventando una Genova su larga scala...

  7. #377
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    C'era un Meridione bello, ricco e progredito. Peccato non sia vero

    Quando nel 1900 Francesco Saverio Nitti, politico e scrittore meridionale, pubblicò il libro “Nord e Sud”, ovviamente per difendere il “povero” Sud e vantarne gli inesistenti primati, Gaetano Salvemini, pugliese, dopo averlo letto, esclamò da par suo: ”Non mi meraviglierei se Nitti, da buon meridionale, avesse falsificato le cifre”. E’ una tentazione ricorrente nei paladini del Sud e specie nel redivivo movimento neoborbonico. I lettori dell’Indipendenza ne hanno avuto un recente saggio. E tuttavia benché al Sud sia tradizione abbandonarsi al piagnisteo e dare sempre la colpa agli altri, non sono mancati meridionalisti e storici di vaglia, come appunto Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato, Rosario Romeo, Arturo Labriola e altri, che alla manipolazione delle cifre hanno sempre preferito la fredda e obiettiva rappresentazione dei fatti ed è a questi studiosi onesti che ho sempre fatto riferimento nei miei lavori, anche nel mio ultimo libro “Brandelli d’Italia”, edito da Rubbettino.
    Al momento dell’unità nel Mezzogiorno restavano le vestigia del feudalesimo. La società era immutabile. Giustino Fortunato dice che nessuno immaginava che mezza Italia, dal Lazio e dagli Abruzzi in giù, poco difforme dalla Turchia, ad essa così prossima, sarebbe stata come un vaso di coccio accanto a uno di ferro. Aggiunge, nel suo epistolario pubblicato da Laterza, che da un luogo all’altro si andava a dorso di mulo come nei secoli passati. Nel settentrione, le strutture sociali e l’atmosfera culturale dell’epoca comunale avevano sviluppato legami “orizzontali” e favorito la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e il senso civico diffuso. Nel meridione, invece la “frattura” tra governo e popolo, risalente alla monarchia feudale normanna, si era allargata durante tutta l’epoca moderna e i rapporti sociali si erano sviluppati sull’asse “verticale” dei privilegi, delle clientele, dei favori. Non governano i più capaci e meritevoli, ma quelli che danno maggiori garanzie di fedeltà al sovrano. Il senso civico latita, perché il risentimento meridionale si esercita nel danneggiare il bene pubblico che essendo pubblico non è di nessuno. Provate a visitare un giardino pubblico al Sud. Se trovate una panchina intatta, è un miracolo. Le città meridionali sono ancora oggi disordinate e sporche. E’ il paesaggio medesimo che testimonia della educazione civica di un popolo. Dal 1504 al 1860, l’Italia meridionale passò dal dominio spagnolo a quello dei Borboni i quali con un sistema d’arbitrio e di corruzione diffusero la convinzione che si potessero conseguire incarichi e onori solo con la furbizia, l’inganno, la piaggeria. Al Sud la mentalità non è cambiata.
    Quanto a un Sud industrializzato, basta lo studio accreditato dell storico Pasquale Villani a confutare il quadro d’ottimismo. Nel 1811 il 90% della popolazione del regno di Napoli era classificata “povera, indigente, ai livelli minimi di sussistenza”. Non c’era borghesia moderna, la società era divisa come nel Medio Evo in nobili, latifondisti e plebe analfabeta. L’agricoltura era primitiva. Non strade, non porti degni del nome, sui fiumi spesso in piena non vi erano ponti, non utilizzo delle poche acque del regno. Agli emissari del re sabaudo parve d’essere arrivati in un altro mondo. Si impose subito una scelta di vita. Fortunato dice che senza l’unità il Mezzogiorno sarebbe diventato un paese balcanico. C’è riuscito senza sforzo, nonostante la forza trainante del Nord. Al Sud, la grande industria manifatturiera non era quasi sorta. Ad eccezione di una piccola zona industriale intorno a Napoli (Poggioreale), degli stabilimenti della valle dell’Irno e del Liri, di piccole industrie alimentari (maccheroni) e tessili prevalentemente in Campania, delle ferriere in Calabria (alimentate a legna), non vi era traccia di opifici moderni, e ciò per difetto di capitali, mancanza di iniziativa individuale, scarsezza di strade rotabili e di ferrovie. In tutto il Sud, fino al 1860, c’erano solo 90 chilometri di ferrovie, contro i 1800 chilometri del Nord.
    Quando al Nord si venne a conoscenza di queste misere condizioni, i più espressero la convinzione che era meglio abbandonare il Mezzogiorno al suo destino. Il Nord pagava più tasse, il Sud consumava più di quanto producesse. Il divario pareva insormontabile. Il progresso economico e industriale del Nord poteva essere paragonabile a quello dell’Inghilterra, della Francia, della Germania; lo sviluppo delle regioni meridionali era paragonabile a quello dell’Algeria dell’epoca. Metà della ricchezza nazionale, calcolata in 65 miliardi di lire, era prodotta nel Nord-Ovest il quale deteneva l’85 per cento dell’intero prodotto nazionale nei settori dell’industria e dei servizi. Quando nel 1861 il Sud insorse con le armi contro lo stato italiano, in quella che è stata chiamata “guerra al brigantaggio”, Massimo D’Azeglio dichiarò: ”Se non ci vogliono, peggio per loro, vuol dire che non ci porteremo dietro questa grossa e sdrucita barca dell’Italia meridionale”. Anche Salvemini era convinto che convenisse a entrambi, “nordici e sudici”, andare ciascuno per la propria strada.

    I meridionali dicono che la rovina del Sud furono i Savoia. Davvero? Allora come si spiega che nel 1946, nel referendum repubblica-monarchia, i meridionali compatti, dal Roma in giù, votarono Stella e Corona? Se non c’era il Centro-Nord, dalla Toscana in su, avevamo ancora “lu re”.
    :::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::: :::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::: ::::::::::::::::::::::::::::::::::::

    Sud/1: un Meridione bello, ricco e progredito. Peccato non sia vero | L'Indipendenza
    Ultima modifica di BlackSheep; 15-09-12 alle 21:36

  8. #378
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da KLAD Visualizza Messaggio
    C'era un Meridione bello, ricco e progredito. Peccato non sia vero

    Quando nel 1900 Francesco Saverio Nitti, politico e scrittore meridionale, pubblicò il libro “Nord e Sud”, ovviamente per difendere il “povero” Sud e vantarne gli inesistenti primati, Gaetano Salvemini, pugliese, dopo averlo letto, esclamò da par suo: ”Non mi meraviglierei se Nitti, da buon meridionale, avesse falsificato le cifre”. E’ una tentazione ricorrente nei paladini del Sud e specie nel redivivo movimento neoborbonico. I lettori dell’Indipendenza ne hanno avuto un recente saggio. E tuttavia benché al Sud sia tradizione abbandonarsi al piagnisteo e dare sempre la colpa agli altri, non sono mancati meridionalisti e storici di vaglia, come appunto Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato, Rosario Romeo, Arturo Labriola e altri, che alla manipolazione delle cifre hanno sempre preferito la fredda e obiettiva rappresentazione dei fatti ed è a questi studiosi onesti che ho sempre fatto riferimento nei miei lavori, anche nel mio ultimo libro “Brandelli d’Italia”, edito da Rubbettino.
    Al momento dell’unità nel Mezzogiorno restavano le vestigia del feudalesimo. La società era immutabile. Giustino Fortunato dice che nessuno immaginava che mezza Italia, dal Lazio e dagli Abruzzi in giù, poco difforme dalla Turchia, ad essa così prossima, sarebbe stata come un vaso di coccio accanto a uno di ferro. Aggiunge, nel suo epistolario pubblicato da Laterza, che da un luogo all’altro si andava a dorso di mulo come nei secoli passati. Nel settentrione, le strutture sociali e l’atmosfera culturale dell’epoca comunale avevano sviluppato legami “orizzontali” e favorito la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e il senso civico diffuso. Nel meridione, invece la “frattura” tra governo e popolo, risalente alla monarchia feudale normanna, si era allargata durante tutta l’epoca moderna e i rapporti sociali si erano sviluppati sull’asse “verticale” dei privilegi, delle clientele, dei favori. Non governano i più capaci e meritevoli, ma quelli che danno maggiori garanzie di fedeltà al sovrano. Il senso civico latita, perché il risentimento meridionale si esercita nel danneggiare il bene pubblico che essendo pubblico non è di nessuno. Provate a visitare un giardino pubblico al Sud. Se trovate una panchina intatta, è un miracolo. Le città meridionali sono ancora oggi disordinate e sporche. E’ il paesaggio medesimo che testimonia della educazione civica di un popolo. Dal 1504 al 1860, l’Italia meridionale passò dal dominio spagnolo a quello dei Borboni i quali con un sistema d’arbitrio e di corruzione diffusero la convinzione che si potessero conseguire incarichi e onori solo con la furbizia, l’inganno, la piaggeria. Al Sud la mentalità non è cambiata.
    Quanto a un Sud industrializzato, basta lo studio accreditato dell storico Pasquale Villani a confutare il quadro d’ottimismo. Nel 1811 il 90% della popolazione del regno di Napoli era classificata “povera, indigente, ai livelli minimi di sussistenza”. Non c’era borghesia moderna, la società era divisa come nel Medio Evo in nobili, latifondisti e plebe analfabeta. L’agricoltura era primitiva. Non strade, non porti degni del nome, sui fiumi spesso in piena non vi erano ponti, non utilizzo delle poche acque del regno. Agli emissari del re sabaudo parve d’essere arrivati in un altro mondo. Si impose subito una scelta di vita. Fortunato dice che senza l’unità il Mezzogiorno sarebbe diventato un paese balcanico. C’è riuscito senza sforzo, nonostante la forza trainante del Nord. Al Sud, la grande industria manifatturiera non era quasi sorta. Ad eccezione di una piccola zona industriale intorno a Napoli (Poggioreale), degli stabilimenti della valle dell’Irno e del Liri, di piccole industrie alimentari (maccheroni) e tessili prevalentemente in Campania, delle ferriere in Calabria (alimentate a legna), non vi era traccia di opifici moderni, e ciò per difetto di capitali, mancanza di iniziativa individuale, scarsezza di strade rotabili e di ferrovie. In tutto il Sud, fino al 1860, c’erano solo 90 chilometri di ferrovie, contro i 1800 chilometri del Nord.
    Quando al Nord si venne a conoscenza di queste misere condizioni, i più espressero la convinzione che era meglio abbandonare il Mezzogiorno al suo destino. Il Nord pagava più tasse, il Sud consumava più di quanto producesse. Il divario pareva insormontabile. Il progresso economico e industriale del Nord poteva essere paragonabile a quello dell’Inghilterra, della Francia, della Germania; lo sviluppo delle regioni meridionali era paragonabile a quello dell’Algeria dell’epoca. Metà della ricchezza nazionale, calcolata in 65 miliardi di lire, era prodotta nel Nord-Ovest il quale deteneva l’85 per cento dell’intero prodotto nazionale nei settori dell’industria e dei servizi. Quando nel 1861 il Sud insorse con le armi contro lo stato italiano, in quella che è stata chiamata “guerra al brigantaggio”, Massimo D’Azeglio dichiarò: ”Se non ci vogliono, peggio per loro, vuol dire che non ci porteremo dietro questa grossa e sdrucita barca dell’Italia meridionale”. Anche Salvemini era convinto che convenisse a entrambi, “nordici e sudici”, andare ciascuno per la propria strada.

    I meridionali dicono che la rovina del Sud furono i Savoia. Davvero? Allora come si spiega che nel 1946, nel referendum repubblica-monarchia, i meridionali compatti, dal Roma in giù, votarono Stella e Corona? Se non c’era il Centro-Nord, dalla Toscana in su, avevamo ancora “lu re”.
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    Sud/1: un Meridione bello, ricco e progredito. Peccato non sia vero | L'Indipendenza
    Mi accingo a fare due constatazioni questa volta da austriaco,che è quasi nostalgico dell'austro-ungarico...

    1-Secondo voi,e per la prima volta "difendo" i meridionali,o per meglio dire,quelli del tempo,la gente votava secondo coscienza?Direi proprio di no(cito ancora il museo di Atri dove lettere testimoniano che la gente era costretta a votare monarchia,in Abruzzo molti si ribellarono tra cui questo Mario Romagnoli,che votò pro repubblica con tutta la sua famiglia e deplorava i vicini che si lasciavano manipolare dalle minacce),anche se io sono per la ribellione,e sono costernato che nessuno si sia ribellato;allo stesso modo lo sono oggi per chi non si ribella alla mafia,al sud,e allo stato al nord.

    2-Ma sarà così positivo che non ci sia la figura del re?Una monarchia costituzionale nel 2012...magari oggi senza euro,come la GB...poteva anche accadere,e non so se sarebbe stato meglio un Leopoldo IV,o un Andreotti,o un ferdinando III rispetto ad un Berlusconi...da esterno ho i miei dubbi sappiate.

  9. #379
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Costituzione Italiana.

    L'art 138 della Costituzione contempla il procedimento di revisione costituzionale e di formazione di leggi costituzionali, differenziandolo dal procedimento di formazione della legge ordinaria previsto dagli artt. 70 ss. Cost..

    Secondo parte della dottrina, l'art 138 (norma sulla produzione relativa alle leggi costituzionali ed alle leggi di revisione costituzionale) sarebbe a sua volta suscettibile di revisione, a condizione, tuttavia, che non venga eliminato il carattere rigido della Costituzione. A questa stregua, sarebbe possibile modificare il procedimento di revisione costituzionale, purché rimanga sempre un procedimento aggravato, prevedendo una procedura rinforzata rispetto a quella necessaria per l'approvazione della legge ordinaria. Si tratta, peraltro, di un punto controverso.

    Attualmente l'articolo 138 prevede che il Parlamento si esprima su una legge costituzionale con due votazioni (due per il Senato e due per la Camera in maniera incrociata). Per la prima votazione non è richiesta alcuna maggioranza qualificata e, perciò, la legge costituzionale o di revisione costituzionale può essere approvata anche a maggioranza semplice. Nella seconda votazione è richiesta la maggioranza assoluta o la maggioranza dei 2/3 dei componenti. Nel secondo caso - a differenza che nel primo - non è possibile dar corso al procedimento referendario di tipo confermativo.

    Il primo limite alla revisione costituzionale si rinviene nell'art. 139, che sottrae alla revisione costituzionale la "forma repubblicana". In dottrina si è sostenuto che tale limite deriverebbe dal risultato del Referendum istituzionale del 1946 che ha decretato il passaggio dalla monarchia alla Repubblica. L'Assemblea costituente, essendo vincolata al rispetto di tale decisione popolare, ha sentito il bisogno di esplicitare il limite anche nei confronti del legislatore costituzionale futuro.

    Parte della dottrina si è domandata se, pur in presenza dell'art. 139, non fosse possibile individuare un procedimento idoneo a modificare la forma repubblicana. In senso contrario, si è sottolineato – ad esempio da Mortati – che, avendo il procedimento di revisione costituzionale la funzione di mantenere viva nel tempo la Costituzione, adeguandola alle esigenze che vengano in emersione successivamente, essa non potrebbe sovvertire il sistema di principi e valori contrassegnanti l'assetto originario.

    Accanto al limite imposto dall'art. 139, si rinvengono comunemente altri limiti alla revisione della Costituzione: alcuni espressi - ancorché meno chiaramente -, altri impliciti. Alla prima categoria possono ricondursi i diritti "inviolabili" dell'uomo (art. 2) ed il principio di unità ed "indivisibilità" della Repubblica (art. 5).

    Da quanto sopra si evince che se non iniziate ad imbracciare i fucili l'indipendenza rimarrà solo un argomento da circolo ricreativo.

    Senza polemica.

    P.S.: non l'ho scritta io la Costituzione, quindi non prendetevela con me.

  10. #380
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    solo colpa nostra ...

    Gilberto è come al solito lucido e impietoso, forse qualcosa di buono c'è ancora, ma avanti di questo passo ...
    Oggi sul corriere c'era un grafico che mostrava come le regioni del sud (tutte) abbiano una drastica diminuzione delle iscrizioni ai licei, mentre quelle del nord (tutte) un analogo aumento, non mi stupirei se le regioni canaglia mandassero a proprie (nostre) spese i loro coloni a studiare al nodde, tanto poi in qualche modo si sistemano.



 

 
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