







Per credere in qualcosa bisogna avere il senso di appartenenza....
Se questa e' stata falcidiata da una dose massiccia di terrons ( 10 milioni ) e 5 milioni di allogeni, non possiamo prendercela con la nostra gente.
Il paragone con i Catalani non e' possibile soprattutto alla luce dei dati summenzionati per la Padania ed un fenomeno migratorio che per loro, seppur importante, e' stato prevalentemente dalle aree agricole catalane a Barcellona ( e quindi ininfluente) e da una immigrazione da altre aree spagnole ma stabilmente attorno al 3% della forza lavoro........
Ottimo trattato per capire il problema.
http://www.officinadellastoria.info/...colo_Tebar.pdf


Madrid è un dilettante allo sbaraglio rispetto a Roma, per fortuna dei Catalani.
Là non c'è il Papa ed i satanisti non se ne sono troppo interessati, altrimenti un Agnelli ed un Valletta sarebbero saltati fuori e una buona pulizia etnica silente avrebbe fatto il lavoro sporco che si è visto da noi.
Pardon, parliamo di genocidio silente.
Ultima modifica di ventunsettembre; 09-10-12 alle 17:40
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.




i Catalani veri non credo che siano neanche la maggioranza della popolazione , solo gli andalusi sono quasi un milione
Andalusian people - Wikipedia, the free encyclopedia
Ultima modifica di Geiserich; 09-10-12 alle 19:14


Tutti i nostri problemi hanno un peccato originale: l’unità d’Italia
di GILBERTO ONETO
Parecchi anni fa l’ambasciatore Sergio Romano aveva pubblicato uno straordinario libricino dal significativo titolo di Finis Italiae. Vi si sosteneva, con esempi e considerazioni concretissime, che l’unità d’Italia, dopo essere stata raggiunta con i metodi truffaldini e maneschi che tutti conoscono, era stata conservata e giustificata dal “Partito risorgimentalista” privilegiando due modi di operare apparentemente contrastanti e alternativi: c’era chi voleva salvaguardare l’unità “col ferro e col fuoco” e chi invece convincendo la gente della sua bontà. Alla prima fazione sono appartenuti tutti i “padri della patria”, gli eroi delle patrie battaglie, gli amanti delle baionette e dei cannoni, delle guerre e delle avventure coloniali, tutti quelli che – da Crispi a Mussolini – hanno preteso di forgiare il carattere nazionale italiano con l’asprezza delle trincee, delle bombe e dell’eroismo mortifero del “chi per la patria muor, vissuto è assai”. Nella seconda fazione militano quelli che invece han cercato di fare gli italiani nelle scuole, nelle caserme, con i “sabati fascisti”, gli inni e tutte le palle retoriche con cui hanno riscritto la storia e inventato culture condivise. Dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, il primo partito sembra aver perso la sua spinta (anche se ogni tanto si inventa qualche bellicosa e patriottica “missione di pace”) a vantaggio del secondo che si è scatenato con televisioni e campionati di calcio. Senza grande successo: non si trasformano le patate in carciofi raccontando balle e così i popoli della penisola non sono diventati italiani.
Analizzando il fallimento delle due scuole di pensiero (si fa per dire), Sergio Romano individuava un terzo strumento che si cominciava a utilizzare per riuscire dove gli altri due avevano fallito: l’unificazione europea. Ipotizzava la possibilità (che poi si è puntualmente verificata) che i patrioti cercassero di smorzare ogni differenza o pulsione autonomista e particolarista all’interno del calderone europeo, sperando di poter scaricare su un contenitore più grande tutte le contraddizioni di quello più piccolo. “Che senso ha dividerci, quando ci stiamo tutti unendo in Europa?” è il mantra che da decenni viene salmodiato.
Ma non è il solo marchingegno che è stato messo in campo. I patrioti hanno utilizzato almeno altri tre progetti “unificanti”: 1 – la diluizione di ogni differenza tramite massicci trasferimenti di popolazione (dal Sud al Nord, dalle campagne ai centri urbani, e poi dall’estero in Italia) per annacquare ogni identità in un meticciato suscettibile di ogni imposizione e vessazione; 2 – l’acquisto del consenso di una ampia fetta di popolazione in grado di condizionare le scelte elettorali mediante tutta una serie di marchingegni di welfare peloso (stipendi pubblici, pensioni facili, prebende e stipendi, posti politici eccetera); 3 – con l’utilizzo disinvolto delle organizzazioni criminali ampliando a dismisura il loro raggio di azione dal Meridione a tutta la repubblica. Lo sdoganamento delle associazioni criminali è stato uno degli atti più (s)qualificanti del Risorgimento: in cambio della libertà di azione e di nuovi “mercati”, queste sono diventate il più sicuro baluardo del patriottismo italiano.
Insomma, non serve più fare guerre o cercare di indottrinare con la lettura forzata del libro Cuore: l’unità d’Italia si difende distribuendo stipendi e pensioni, riempiendo la Padania di foresti possibilmente prolifici e molesti e consegnando l’economia settentrionale alle varie mafie meridionali. La ciliegina sulla torta è la gioia di appartenere alla patria europea dei finanzieri, dei burocrati e degli usurai. Assieme al tricolore si sventoli il pentalfa moltiplicato per dodici!
Le cronache di questi giorni confermano la cura: territori invasi da frotte di molesti, disordine e criminalità, produttori sempre più oberati dal peso del mantenimento dei parassiti, mafie e camorre che spadroneggiano, politici corrotti e collusi e l’Europa che “ci insegna a stare al mondo”.
In tanti sciagurati si impegnano a preservare e rafforzare l’unità dello Stato italiano. Il vero problema non sono però pidocchi, foresti, ladri e picciotti ma l’unità politica della penisola. Quello è il peccato originale, la “madre di tutte le nequizie”: tutti gli altri difendono l’unità perché sanno benissimo che possono sopravvivere solo grazie a essa. Liberiamoci dalla prigione unitaria e potremo risolvere tutti i problemi che essa ha generato. Indipendenza!
20 Ottobre 2012
Tutti i nostri problemi hanno un peccato originale: l’unità d’Italia | L'Indipendenza
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Chi Sergio Romano.....il giudeo che scrive sul Corsera
Oneto, per favore non nomini piu' quel massone , ex ambasciatore, e pennivendolo dei poteri.
Grazie
Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....


Non si arriva all’indipendenza con compagni iper-italiani
di GILBERTO ONETO
Non si può negare che la “rivoluzione” dei “barbari sognanti” abbia portato speranze ed entusiasmi sia dentro che fuori la Lega. Interessanti risultati sono stati ottenuti dai maroniti: il ridimensionamento di un capo carismatico divenuto imbarazzante, la rottura di un sistema di potere familistico e corrotto (il cosiddetto Cerchio magico) con l’allontanamento dei suoi esponenti più compromessi, una ventata di freschezza nelle stantie atmosfere di Bellerio, l’apertura al mondo esterno (ai ceti produttivi e – un po’ più guardinga – all’universo autonomista), il recupero almeno formale di riferimenti culturali più solidi (Miglio), il ritorno all’opposizione dura al governo di Roma e – novità delle ultime settimane – il benservito a Formigoni e alla sua giunta di furbacchioni. Tutto questo è stato visto da molti come l’inizio di un percorso in grado di risvegliare le pulsioni autonomiste e indipendentiste delle comunità padana, di rifarsi di 20 anni di nulla e di amarezze, e di costruire una condizione complessiva di tipo “catalano” con un partito guida collegato a cento altri soggetti politici e culturali che perseguono progetti analoghi. La speranza non ha toccato solo il popolo leghista, ma anche la smisurata schiera di ex leghisti, astenuti, delusi, “grillini per ripiego” e nuovi possibili adepti folgorati dall’evidenza dell’oppressione dello Stato ladro italiano e dal fallimento economico e morale dell’unità.
L’impressione di questi ultimi giorni è però che la macchina del cambiamento maronita stenti a muoversi, abbia rallentato o che addirittura si sia fermata. Le scope sono state riposte a onta della evidente necessità (e convenienza) di continuare nella pulizia interna da tutte le incrostazioni del peggior cadreghismo e nepotismo bossiano: ci sono ancora troppe zone franche di ducismo di provincia, troppi margniffoni interessati a soldi e scranni, troppe rendite di posizione, troppa gente che è salita sul Carroccio senza avere alcuna vocazione all’indipendentismo, ma neppure al federalismo, tutte cose da cui ostentano il più olimpico distacco.
Il ritorno alla forza di penetrazione culturale, alla diffusione di idee, alla creazione di consenso è finora rimasto al livello di buona intenzione: un restyling del quotidiano del partito non fa cessare un insieme di baggianate di essere tali solo perché sono impaginate meglio. Non si vedono circolare libri, riviste o idee: i mille gazebo del fine settimana di mobilitazione sono stati un successo che riporta entusiasmo, ma erano quasi tutti desolatamente vuoti di materiale in grado di innescare curiosità intellettuale, dibattito e adesione. Qua e là si vendevano fette di formaggio grana: un po’ poco per risvegliare gli ardori sopiti dei padani. Neppure gli abborracciati progetti di Euroregione, partoriti male e spiegati peggio, aiutano a fare chiarezza e simpatia.
Il problema maggiore è però in questo momento rappresentato dalla vicenda della Regione Lombardia. Per mesi si è ripetuto di voler applicare il “modello scaligero” in tutta la Padania. A Milano questo significherebbe una alleanza fra la Lega, altri autonomisti o liste civiche e locali e soprattutto il confronto con quella parte di Pdl che (come è avvenuto a Verona) preferisce il progetto all’attaccamento formale alle sigle di partito. Lo stesso vale ovviamente per la Sinistra e – a maggior ragione – per tutte quelle forze sociali che possono condividere una interessante parte di percorso: gli Stati Generali di Torino sembravano andare in questo senso.
Oggi però tutti assistiamo piuttosto sconcertati a pantomime da vecchia politica, dichiarazioni e controdichiarazioni, ultimatum e penultimatum, profferte di alleanza e dinieghi invalicabili. Può anche essere comprensibile la preoccupazione un po’ montanelliana di non fare vincere la Sinistra: ma cosa potrebbero gli ex-post-vetero-neo-quasi comunisti fare di peggio di quanto non abbiano fatto Formigoni e i suoi disinvolti chierichetti? Si propone di condizionare il Pdl con un appoggio necessario e insostituibile: ma cosa si è ottenuto fino a qui da scabrosi sodalizi e da vagonate di rospi fatti ingoiare alla militanza e agli elettori? La Lega si sforza di voltare pagina mentre non da alcun segno di mutazione la galassia del Pdl e così rischia di trovarsi di nuovo a letto con una combriccola in cui abbondano ladri, mafiosi, fascistelli, terroni, vecchi socialisti, bigotti, statalisti, balabiotti, affaristi e truffatori. Non è certo una comitiva indipendentista! Come si fa raccontare ai vecchi leghisti e a tutti quelli che si vogliono e possono recuperare (perché sono stanchi di Italia, bunga-bunga e manoleste patriottici) che il cambiamento consiste nell’allearsi con La Russa o Albertini? Diverso sarebbe se una parte del Pdl decidesse davvero di farla finita con il Circo Barnum tricolore e organizzarsi in maniera autonoma in una riedizione lombarda (ma anche piemontese, veneta eccetera) della CSU bavarese. Ma non si vede nulla del genere all’orizzonte.
E allora, davanti alla prospettiva di tornare in viscida compagnia (se va bene) o di prendere una sanguinosa scoppola elettorale (se va male, come è anche molto probabile che vada), non sarebbe più furbo, conveniente e morale andare al voto in coalizione con autonomisti, indipendentisti, liste locali e con chi ci sta. Si perderà? Si finirà all’opposizione? Si farà del Purgatorio? È tutta roba necessaria, utile e giusta per cercare di ricostruire credibilità, ritrovare consenso ed entusiasmo e per sperare di farcela a liberarci dall’Italia. Non sarà con compagni di viaggio iperitaliani (o forzitaliani) che si arriva all’indipendenza!
22 Ottobre 2012
Non si arriva all’indipendenza con compagni iper-italiani | L'Indipendenza
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.