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Discussione: l'Indipendensa

  1. #1331
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    l'allega ce li ha i "probbiviri"?

  2. #1332
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    sulla carta dovrebbe.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #1333
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    ne ha sempre fatto buon uso ...

  4. #1334
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    15 Ottobre 2013
    Immigrazione, difesa dell’identità e carenze della Lega



    di GILBERTO ONETO



    Il problema dell’immigrazione è generalmente legato a quello dell’autonomia e dell’indipendenza
    nella misura in cui va a incidere sul grado di identità della comunità che chiede maggiore riconoscimento e libertà.
    Nelle comunità che hanno a che fare con lo Stato italiano, il rapporto è particolarmente pesante per l’uso perverso che da sempre l’unitarismo italiano fa dei rimestamenti demografici. Non è evidentemente il solo (la Spagna ha riempito di spagnoli “etnici” la Catalogna, l’Urss aveva inondato i paesi baltici di immigrati russi e bielorussi, il Tibet si sta affollando di cinesi eccetera) ma lo Stato italiano ha pochi rivali nella sistematicità e nella violenza con cui aveva – ad esempio - riempito di italiani “veraci” l’Istria orientale e il Sud Tirolo, e poi la Padania. Dopo aver inutilmente provato a stabilizzare l’unità politica con guerre, repressioni e propaganda, il partito unitarista ha cercato di farlo attraverso un generale meticciamento, un rimescolamento etnico a evidente preponderanza meridionale. Non ha funzionato con le comunità tedesche e slave ma neppure in Padania: i meridionali migliori si sono perfettamente integrati e sono diventati spesso essi stessi portatori di volontà indipendentista, mentre i peggiori sostengono con protervia il loro ruolo di “coloni” di Roma, di braccio armato della burocrazia statalista e alimentano così le pulsioni autonomiste di tutti gli altri.
    Sostanzialmente fallito il rimescolamento interno, lo Stato italiano tenta la carta dell’immigrazione foresta con due fini: la disgregazione delle identità locali e la speranza di una presa di posizione italianista e nazionalista contro gli stranieri, con l’obiettivo perverso che – per fronteggiare “diversi più diversi” – si stemperino le diversità interne. Insomma da una parte si vuole distruggere il tessuto sociale, culturale e identitario delle comunità padane, dall’altro si favorisce l’illusione di una comune identità italiana per far fronte a “foresti più foresti”. Questo spiega la violenza con cui la sinistra spinge verso la società multiculturale (la stessa violenza e le stesse motivazioni che sostenevano la lotta di classe) e il fervore con cui i patrioti tricolori brandiscono l’italianità contro “lo straniero”.
    Per queste ragioni un movimento indipendentista non può che essere anche decisamente contrario a ogni forma di immigrazione massiccia, di invasione e di spaesamento.
    Cosa ha fino a qui fatto la Lega?
    Non ha delineato con chiarezza il pericolo anti-identitario dell’immigrazione foresta, e quando lo ha fatto non si è comportata diversamente dai movimenti di estrema destra: la lotta allo straniero viene fatta in difesa dell’italianità, spesso stigmatizzando le parti più evidenti delle differenze antropologiche degli immigrati. Sono combattuti in quanto “diversi” e non in quanto strumenti di disgregazione identitaria: da qui anche certe prese di posizione religiose che riguardano l’aggressività islamica ma che poco c’entrano con il processo immigratorio più generale.
    Le posizioni sono confuse, non segnate da precisi confini ideologici: si fa distinzione fra immigrati buoni e cattivi, fra chi lavora e chi delinque, fra regolari e clandestini. Tutte cose che generano confusione, che “democristianizzano” il dibattito e non turbano il comodo tran-tran degli eletti, ma che non servono a stigmatizzare l’effetto devastante dell’immigrazione tout court. In questo si inseriscono taluni atteggiamenti di compiacimento vanesio nell’esibizione del militante magrebino o del negretto in camicia verde, che fanno il paio con la sventatezza con cui si pretende una fioritura di padanità da un presidente di Regione albanese o da una portavoce italiana.
    Ma è soprattutto sul piano dello studio del problema, e della derivante incisività di informazione che la Lega è carente. Non ha un centro studi che si occupi dell’immigrazione, dei numeri, delle statistiche e dei dati, non riesce a fare controinformazione documentata, non riesce a ribattere alle menzogne immigrazioniste se non con slogan. Il solo che tenta una operazione di documentazione sistematica è Pellegrin di Radio Padania: nessuno dei tanti zerbinotti superpagati che se ne stanno a ciondolare in Parlamento o nei Consigli regionali ha mai neppure tentato di dare vita a un’operazione del genere, di diventare “l’esperto” leghista di immigrazione. Una vergogna!
    È una vergogna che i soli dati in circolazione li dia la Caritas, che fa parte del circo di quelli che sull’immigrazione campano e lucrano, oppure la Fondazione Moressa. A essere dettagliatamente informata e a informare sull’immigrazione, sui costi, i numeri, i dati giudiziari e tutto il resto dovrebbe essere proprio la Lega.
    Perché stupirsi? Non ha neppure uno straccio di centro studi che si occupi di identità, di malefatte del centralismo, di analisi giuridica del cammino indipendentista, o di federalismo. Questo spiega molte cose.

    Immigrazione, difesa dell?identità e carenze della Lega | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 15-10-13 alle 19:14
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #1335
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    20 Ottobre 2013

    Nord e Sud: mai come oggi due Nazioni immensamente lontane




    di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA*

    Questo editoriale pubblicato oggi sul Corrirere della Sera merita la lettura per la sua analisi spietata dello sfascio senza speranza in cui è ridotto il paese Italia, che è quanto noi de L’Indipendenza, nel nostro piccolo, andiamo dicendo fin dalla nostra nascita. Quel che ci divide dal professor Galli Della Loggia è sul fatto che, cambiando radicalmente, l’Italia possa avere ancora una prospettiva. No, l’Italia deve proprio morire perché è un malato incurabile. (glm)



    L’Italia non sta precipitando nell’abisso.
    Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi. Parole forti: ma quali altre si possono usare per intendere come realmente stanno le cose? E soprattutto che la routine in cui sembriamo adagiati ci sta uccidendo?
    Sopraggiunta dopo anni e anni di paralisi, la crisi è lo specchio di tutti i nostri errori passati così come delle nostre debolezze e incapacità presenti. Siamo abituati a pensare che essa sia essenzialmente una crisi economica, ma non è così. L’economia è l’aspetto più evidente ma solo perché è quello più facilmente misurabile. In realtà si tratta di qualcosa di più vasto e profondo. Dalla giustizia all’istruzione, alla burocrazia, sono principalmente tutte le nostre istituzioni che appaiono arcaiche, organizzate per favorire soprattutto chi ci lavora e non i cittadini, estranee al criterio del merito: dominate da lobby sindacali o da cricche interne, dall’anzianità, dal formalismo, dalla tortuosità demenziale delle procedure, dalla demagogia che in realtà copre l’interesse personale.
    Del sistema politico è inutile dire perché ormai è stato già detto tutto mille volte. I risultati complessivi si vedono. Tutte le reti del Paese (autostrade, porti, aeroporti, telecomunicazioni, acquedotti) sono logorate e insufficienti quando non cadono a pezzi. Come cade a pezzi tutto il nostro sistema culturale: dalle biblioteche ai musei ai siti archeologici. Siamo ai vertici di quasi tutte le classifiche negative europee: della pressione fiscale, dell’evasione delle tasse, dell’abbandono scolastico, del numero dei detenuti in attesa di giudizio, della durata dei processi così come della durata delle pratiche per fare qualunque cosa. E naturalmente ormai rassegnati all’idea che le cose non possano che andare così, visto che nessuno ormai più neppure ci prova a farle andare diversamente. Anche il tessuto unitario del Paese si va progressivamente logorando, eroso da un regionalismo suicida che ha mancato tutte le promesse e accresciuto tutte le spese.
    Mai come oggi il Nord e il Sud appaiono come due Nazioni immensamente lontane. Entrambe abitate perlopiù da anziani: parti separate di un’Italia dove in pratica sta cessando di esistere anche qualunque mobilità sociale; dove circa un terzo dei nati dopo gli anni ‘80 ha visto peggiorare la propria condizione lavorativa rispetto a quella del proprio padre. Quale futuro può esserci per un Paese così? Popolato da moltissimi anziani e da pochi giovani incolti senza prospettive?
    Certo, in tutto questo c’entra la politica, i politici, eccome. Una volta tanto, però, bisognerà pur parlare di che cosa è stato, e di che cosa è, il capitalismo italiano. Di coloro che negli ultimi vent’anni hanno avuto nelle proprie mani le sorti dell’industria e della finanza del Paese. Quale capacità imprenditoriale, che coraggio nell’innovare, che fiuto per gli investimenti, hanno in complesso mostrato di possedere? La risposta sta nel numero delle fabbriche comprate dagli stranieri, dei settori produttivi dai quali siamo stati virtualmente espulsi a opera della concorrenza internazionale, nel numero delle aziende pubbliche che i suddetti hanno acquistato dallo Stato, perlopiù a prezzo di saldo, e che sotto la loro illuminata guida hanno condotto al disastro. Naturalmente senza mai rimetterci un soldo del proprio. Né meglio si può dire delle banche: organismi che invece di essere un volano per l’economia nazionale si rivelano ogni giorno di più una palla al piede: troppo spesso territorio di caccia per dirigenti vegliardi, professionalmente incapaci, mai sazi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso collusi con il sottobosco politico e pronti a dare quattrini solo agli amici degli amici .
    Questa è l’Italia di oggi. Un Paese la cui cosiddetta società civile è immersa nella modernità di facciata dei suoi 161 telefoni cellulari ogni cento abitanti, ma che naturalmente non legge un libro neppure a spararle (neanche un italiano su due ne legge uno all’anno), e detiene il record europeo delle ore passate ogni giorno davanti alla televisione (poco meno di 4 a testa, assicurano le statistiche). Di tutte queste cose insieme è fatta la nostra crisi. E di tutte queste cose si nutre lo scoraggiamento generale che guadagna sempre più terreno, il sentimento di sfiducia che oggi risuona in innumerevoli conversazioni di ogni tipo, nei più minuti commenti quotidiani e tra gli interlocutori più diversi. Mentre comincia a serpeggiare sempre più insistente l’idea che per l’Italia non ci sia più speranza. Mentre sempre più si diffonde una singolare sensazione: che ormai siamo arrivati al termine di una corsa cominciata tanto tempo fa tra mille speranze, ma che adesso sta finendo nel nulla: quasi la conferma – per i più pessimisti (o i più consapevoli) – di una nostra segreta incapacità di reggere sulla distanza alle prove della storia. E in un certo senso è proprio così.
    L’Italia è davvero a una prova storica. Lo è dal 1991-1994, quando cominciò la paralisi che doveva preludere al nostro declino. Essa è ancora bloccata a quel triennio fatale: allorché finì non già la Prima Repubblica ma la nazione del Novecento: con i suoi partiti, le sue culture politiche originali e la Costituzione che ne era il riassunto, allorché finì la nazione della modernizzazione/industrializzazione da ultimi arrivati, la nazione del pervadente statalismo. Ma da allora nessuno è riuscito a immaginare quale altra potesse prenderne il posto.
    Ecco a che cosa dovrebbe servire quella classe dirigente che tanto drammaticamente ci manca: a immaginare una simile realtà. A ripensare l’Italia, dal momento che la nostra crisi è nella sua essenza una crisi d’identità. Da vent’anni non riusciamo a trovare una formula politica, non siamo capaci d’azione e di decisione, perché in un senso profondo non sappiamo più chi siamo, che cosa sia l’Italia. Non sappiamo come il nostro passato si leghi al presente e come esso possa legarsi positivamente ad un futuro.
    Non sappiamo se l’Italia serva ancora a qualcosa, oltre a dare il nome a una nazionale di calcio e a pagare gli interessi del debito pubblico. Abbiamo dunque bisogno di una classe dirigente che – messa da parte la favola bella della fine degli Stati nazionali e l’alibi europeista, che negli ultimi vent’anni è perlopiù servito solo a riempire il vuoto ideale e l’inettitudine politica di tanti – si compenetri della necessità di un nuovo inizio. Ripensi un ruolo per questo Paese fissando obiettivi, stabilendo priorità e regole nuove: diverse, assai diverse dal passato. Mai come oggi, infatti, abbiamo bisogno di segni coraggiosi di discontinuità, di scommesse audaci sul cambiamento, di gesti di mutamento radicale.
    Mai come oggi, cioè, abbiamo bisogno proprio di quei segni e di quelle scommesse che però, – al di là della personale intelligenza o inclinazione stilistica di questo o quel suo esponente – dai governi delle «larghe intese» non siamo riusciti ad avere. Governi simili funzionano solo in due casi, infatti: o quando c’è un obiettivo supremo su cui non si discute, in attesa di raggiungere il quale lo scontro politico è sospeso: come quando si tratta di combattere e vincere una guerra; ovvero quando tutte le parti, nessuna delle quali ha prevalso alle elezioni, giudicano più conveniente, anziché andare nuovamente alle urne, accordarsi sulla base di un accurato elenco di reciproche concessioni per sospendere le ostilità e governare insieme. Ma nessuno di questi due casi è quello dell’Italia: dove sia il conflitto interno al Pd e al Pdl che quello tra entrambi è ancora e sempre indomabile, e costituisce il tratto politico assolutamente dominante. La ragione delle «larghe intese» ha così finito per divenire, qui da noi, unicamente quella puramente estrinseca che si governa insieme perché nessuno ha vinto le elezioni, e per varie ragioni non se ne vogliono fare di nuove a breve scadenza.
    Certo, due anni fa, quando tutto ebbe inizio con il governo Monti, le intenzioni del presidente della Repubblica miravano, e tuttora mirano, a ben altro. Ma dopo due anni di esperimento è giocoforza ammettere che quelle intenzioni, sebbene abbiano conseguito risultati importanti sul piano del contenimento dei danni, appaiono ben lontane dal divenire quella realtà di cui l’Italia ha bisogno.
    Con le «larghe intese», sfortunatamente, non si diminuisce il debito, non si raddoppia la Salerno-Reggio Calabria, non si diminuiscono né le tasse né la spesa pubblica, non si elimina la camorra dal traffico dei rifiuti, non si fanno pagare le tasse universitarie ai figli dei ricchi, non si fa ripartire l’economia, non si separano le carriere dei magistrati, non si costruiscono le carceri, non si aboliscono le Province, non si introduce la meritocrazia nei mille luoghi dove è necessario, non si disbosca la foresta delle leggi, non si cancellano le incrostazioni oligarchiche in tutto l’apparato statale e parastatale; e, come è sotto gli occhi di tutti, anche con le «larghe intese» chissà quando si riuscirà a varare una nuova legge elettorale, seppure ci si riuscirà mai. Si tira a campare, con le «larghe intese», questo sì: ma a forza di tirare a campare alla fine si può anche morire.

    *DA: WWW.CORRIERE.IT

    http://www.lindipendenza.com/nord-e-...mente-lontane/


    Ultima modifica di Eridano; 21-10-13 alle 08:38
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  6. #1336
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    non ne vuole proprio sapere di trarre le conclusioni ...

  7. #1337
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    la conclusione la sa, ma non la più scrivere se no saltano stipendio e benefit
    Ultima modifica di sciadurel; 21-10-13 alle 20:09

  8. #1338
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    22 Ottobre 2013

    Galli della Loggia: critiche devastanti, ma non ammette che di Italia si muore


    di GILBERTO ONETO



    Ernesto Galli della Loggia è uomo colto e intelligente
    che però è vittima di un tormento interiore, di una scelta dolorosa e sempre rimandata, che sembra essere riassunta dal suo cognome, in bilico fra celtismo padano e italianità massonica, fra ribellistico slancio di libertà gallico e costrizioni mentali da setta patriottica.

    Il suo impegno esprime la dilaniante contrapposizione fra la constatazione del fallimento dell’Italia unita e la necessità di continuare – oltre ogni ragionevole dubbio – a sostenerne l’intangibilità.
    Le sue critiche agli esiti politici, economici, sociali e culturali della società italiana sono devastanti ma continua a rifiutarsi di ammettere che non si tratta del risultato di una cattiva esecuzione o gestione di un progetto (l’unità) ma dell’inevitabile conseguenza dell’errore di fondo che è stato di voler mettere assieme cose e parti che non possono stare assieme. Questo suo impegno a voler salvare a ogni costo una cosa che è destinata per propria essenza a fallire lo porta a gloriose arrampicate sugli specchi. In un famoso volume dedicato proprio all’impossibile opera di giustificazione dell’ingiustificabile (L’identità italiana, 1998) ha scritto brani ineguagliati di impossibile abbraccio fra amor di patria italiana e rispetto del buon senso. «In Italia, l’accessibilità umana e la permeabilità culturale, unendosi alla incomparabile varietà delle morfologie geo-ambientali ed al precocissimo, immane, deposito storico-culturale, hanno prodotto piuttosto una capacità di adattamento, una plasmabilità e ricettività dei quadri mentali e dei modi espressivi, una propensione al sincretismo, una mobilità dello spirito, una disponibilità a immaginare e a trovare (e però subito dopo anche ad abbandonare ciò che si è appena trovato), che nel bene e nel male – nel molto bene e nel non poco male – possono essere considerati tutt’insieme un tratto dell’identità del paese». Ossignùr! E ancora: «L’identità italiana è data dal sovrapporsi di questa molteplicità su questo fondo unico; è una varietà di forme di vita e di esperienze che affondano però le radici in un terreno comune, ha anch’essa alla fine un accento solo, dal momento che comuni ed eguali sono gli elementi che entrano nelle sue pur molteplici combinazioni. Proprio perciò essa sembra debole: perché la parte più importante di questa identità – ciò che per l’appunto è uguale e comune, ciò che è identico, e che conta che sia tale – è la parte nascosta nelle viscere del tempo. Ma il fatto di essere nascosta non significa che non ci sia». Sublime e ipogeo!
    Eppure, solo due anni prima (La morte della patria, 1996) aveva avuto il coraggio di esprimere una verità “migliana”: «In Italia, infatti, la nazione – come si sa – lungi dal preesistere allo Stato ne è stata, invece, piuttosto una creatura, quasi un effetto derivato. Nella nostra storia l’esistenza della nazione è indissolubilmente legata all’esistenza dello Stato (nazionale), sicché, da un punto di vista storico il concetto e il sentimento di patria costituiscono precisamente il riflesso ideologico-emotivo di questo intreccio».
    Nell’articolo pubblicato sul Corriere l’altro giorno, riaffiorano potenti tutte queste contraddizioni: l’Italia è un bugliolo di malaffare, di ignoranza, di inefficienza e di ogni altra nequizia, è fatta di “due Nazioni immensamente lontane” ma bisogna cercare una soluzione che la salvi.
    Non è più tempo di accanimento terapeutico, eppure i cerusici che accorrono accorati al suo capezzale sono numerosi: ci sono i patrioti più inossidabili (quelli da analisi e quelli descritti da Samuel Johnson), ci sono tutti quelli che vivono più o meno legalmente di unità, ci sono gli Astoni, i luigini, i Tosi, i fratelli d’Italia, gli Alfani e i Napolitani. Spiace che una bella testa come il Galli partecipi a questi riti vudù attorno al capezzale tricolore.
    Non serve neppure l’eutanasia: si lasci morire lo Stato italiano di morte naturale (la va a pochi) ma ci si impegni a mettere in salvo i cittadini. Si prenda atto che l’unità è fallita e che ci sono almeno due comunità incompatibili che, separate, vivrebbero molto meglio: sicuramente potrebbero sopravvivere alla tempesta. Per parte nostra, si organizzi la scialuppa padana, si imbarchino acqua, viveri, gps e coperte. Non servono sandolini, catamarani o barchette strane: la strada l’ha indicata con estrema chiarezza Miglio parecchio tempo fa. Neppure il pessimo servizio offerto negli ultimi lustri da taluni traghettatori improvvisati deve farci perdere la rotta: non servono macroregioni e macrò, microregionalismi o microcefali. Si metta in mare la grande arca con dentro tutte le specie padane che ambiscono a sopravvivere al diluvio italiano. Coraggio Galli, c’è posto anche per lei. Deve solo decidersi, ma non è difficile: di Italia si muore!

    Galli della Loggia: critiche devastanti, ma non ammette che di Italia si muore | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 22-10-13 alle 08:18
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  9. #1339
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    25 Ottobre 2013


    Lega, tra ignoto indipendentista e tirare a campare tricolor-maronita


    di GILBERTO ONETO



    Mimmo Liberato era uno dei militanti “storici” della Lega della Provincia di Novara
    . È morto dopo una dolorosa e lunga malattia: al suo funerale, nella chiesa di Paruzzaro, c’era tanta gente a salutarlo. C’era anche il sindaco, tale geometra Mauro Julita (nella foto), eletto in una lista civica costruita attorno alla Lega Nord, che non ha trovato di meglio che presentarsi in chiesa con la bandoliera giacobina e massonica appesa a tracolla. Costui bene conosceva i sentimenti e le opinioni del defunto (che era stato consigliere comunale, oltre che suo compagno di partito) e la sua scarsissima simpatia per i cromatismi di regime. Tutto ciò nonostante il sindaco, militante di un movimento che vuole il distacco dall’Italia, si è presentato in chiesa al funerale di un altro militante infiocchettato di tricolore: nessun rispetto per il morto, per la sua gente, per le idee che dice di professare. Nessun rispetto, nessuna coerenza, nessuna dignità, nessuna qualità umana.
    Lo stesso giorno Ruggeri ha scritto su queste pagine uno straordinario pezzo di passione e di buon senso, invitando il prossimo Segretario federale della Lega a chiedere scusa per tutte le “prodezze” del partito e a fare davvero pulizia. La disinfestazione non può riguardare solo i mascalzoni (che – forse – sono già stati quasi tutti allontanati o messi in un cantone) ma deve comprendere anche tutti gli incapaci, i profittatori, i trusoncini di paese, i pasticcioni, gli ignoranti e gli inetti che si sono appiccicati alla Lega come colonie di cozze voraci, formando una barriera corallina di escrementi di periferia di umanità.
    In tanti avevamo azzardato alcune speranze nelle promesse maronite di ripulire il partito e ci siamo tristemente sbagliati: il nulla sta sgretolando decenni di lavoro e di belle aspirazioni. Questa Lega non è due, è poco punto, è tanto zero. Lo sconforto cresce in proporzione al disastro generale in cui stiamo precipitando e al conseguente enorme spazio che si presenterebbe a un movimento davvero indipendentista: milioni di padani allo sbando hanno bisogno di un progetto, di una speranza di futuro. Cosa prospetta loro questa Lega? Il tirare a campare dei Maroni e dei Cota, le paturnie neodemocristiane dei Tosi, i tricolori dei vari geometra Julita che ha piazzato su sgabelli, cadreghe e uffici tecnici.
    Mimmo Liberato era uno che partecipava alle manifestazioni, si dava da fare, lavorava con impegno, insomma era uno che ci credeva. Come tante migliaia di donne e uomini che hanno dato l’anima per l’aspirazione alla libertà e all’indipendenza. Se ancora c’è una lontana speranza di vita nella Lega, serve che il prossimo Segretario (se sarà un indipendentista vero) chieda scusa, usi la vaporella, rimetta in sesto le cose e riprenda con vigore la strada cominciata anni fa sulle rive del Po. Deve anche fare una scelta antropologica radicale fra i Mimmo Liberato e i Mauro Julita: fra la pericolosa ed entusiasmante navigazione verso l’ignoto splendente dell’indipendenza e il pacioso diporto nello stagno del nulla tricolore.

    Lega, tra ignoto indipendentista e tirare a campare tricolor-maronita | L'Indipendenza

    Ultima modifica di Eridano; 25-10-13 alle 08:31
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  10. #1340
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    28 Ottobre 2013

    Dalla rassegnazione alla speranza. Indipendente




    di STEFANIA PIAZZO


    Dov’è finito il Nord che voleva fare la rivoluzione?
    Un pezzo alla volta in cabina elettorale se ne è andato, sfinito dalla tattica della mediazione. E a furia di tattica, la laurea della devolution è appunto diventata diplomino di scuola (che) media. Un pezzo di carta che non serve a niente.
    E l’indipendenza? Dove è finita? Più o meno la stessa fine, nonostante sia nella carta d’identità di qualcuno in parlamento e regioni…
    Ma pezzi di politica, senza poltrona, senza il problema di vincere le elezioni e ringraziare amici e amanti – della politica, s’intende – si sono così riorganizzati, contro la rassegnazione. Fino all’indipendenza? Fino alla forma di uno stato che gli assomigli il più possibile, fino a strappare più autodeterminazione possibile. Come fanno i veneti? Come stanno facendo i veneti. La Lombardia, per quanto debba misurarsi sempre con una borghesia addormentata e assecondata, non è sulla soglia dell’indifferenza. Prova ad esserlo, semmai, su quella dell’indipendenza. Dalla rassegnazione all’indipendenza, basta crederci, tanto che l’assemblea di Indipendenza Lombarda all’hotel Cavalieri a Milano non è stata su questa speranza un ritrovarsi tra reduci, bensì tra appassionati di una minoranza di agguerriti, incalliti sostenitori del provarci sempre. Alta la bandiera del non rassegnarci, semmai dell’issare l’identità nel punto più visibile del dialogo politico.
    Morale della favola, non si tratta solo di raccogliere firme per consultare i lombardi sulla loro idea di libertà, ma, come ha sancito l’assemblea con il segretario Giulio Arrighini, il vice Francesco Formentie il presidente Roberto Bernardelli, di fissare la propria idea di libertà nel no all’Europa, a quella degli Stati, dei banchieri. Volete l’indipendenza, la libertà dei lombardi? Sì, ma si chiederà alla gente, per via referendaria, anche di dire se e come liberare il territorio dalla sudditanza delle sudditanze, che è la prima prigione da cui uscire. Il resto, viene da sé.
    “Tutte le tesi che negli anni ’80-’90 avevamo pronosticato sul fallimento di questo Stato – ha detto Arrighini – si sono tragicamente rivelate vere. La Lombardia è scivolata economicamente nelle retroguardie delle regioni più produttive, e la nostra condizione è tuttavia ancora in una linea di sopravvivenza nonostante la vicenda globale trascini verso tutto il basso. Ma il fallimento dell’Italia ci sta portando a fondo”.
    Le proiezioni sono un dato di fatto già nel presente. Le aziende vengono acquisite da francesi e tedeschi, viene conquistato il mercato del nord, e nell’arco di un biennio la desertificazione è assicurata. Altro che essere motore dell’economia del Paese. Al resto ci pensa lo Stato, che ha già mortificato la previdenza, schiacciando il bilancio Inps con il debito Inpdap degli statali. Un cimitero di elefanti che tuttavia “è onorato e omaggiato dai vertici. Non dimentichiamo – ricorda Arrighini – le parolone di Napolitano sui “conati di secessione” o della first lady dell’ex presidente della Repubblica, quando rammentava che la “gente del Sud è più buona e intelligente”. Noi, ovviamente, siamo la causa dei mali”.
    Indipendenza Lombarda dove guarda? Un modello c’è, e non è quello alla bavarese, che già di suo è compromesso con la Merkel. Il dialogo con Indipendenza Veneta è stato di recente aperto anche come modello operativo, sulla scorta del fatto che in poche settimane sono state raccolte 35mila firme a sostegno dell’autodeterminazione e che, se non si è compromessi con Roma, accade che un movimento dichiaratamente indipendentista possa anche raccogliere il 67% dei consensi.
    “Scozia e Catalogna nel 2014 rivendicheranno il loro diritto ad essere nuovi Stati in Europa. Noi siamo da meno? Certo, il problema è che non abbiamo una destra veramente liberale né una sinistra che, come fece Tony Blair, seppe consentire agli scozzesi di esprimersi sul fatto di avere un proprio parlamento”.
    Se in 25 anni di politica, il Nord non ce l’ha ancora fatta, è “perché ha mediato con Roma, con uno Stato di delinquenti mafiosi, omertosi, uno Stato che non paga, che chiede un pizzo del 50-60% ai cittadini. Perché – ha ricordato Bernardelli – questo livello di tassazione è un pizzo visto che in cambio non dà sicurezza, non dà regole. Tanto vale allora dire che in Calabria a dare giustizia ci pensa la mafia, a dare lavoro ci pensa la mafia, che con 200 miliardi di fatturato l’anno, è la più grande industria del Paese”.
    “Se però mettiamo il popolo nelle condizioni di decidere, visto che non possiamo neppure decidere i politici che vanno in parlamento a far finta di rappresentarci, siamo più vicini alla libertà. Referendum, quindi, per uscire dall’Europa che ci hanno imposto, referendum per uscire dallo Stato che ci mangia vivi e che è fallito”. “Per colpa anche – ha ribadito Formenti – di una classe politica e imprenditoriale individualista, che non si schiera, che sta nelle retroguardie a dirigere per il peggio” .
    Non è una partita persa, hanno ricordato anche Baraggia e Toffa, segretari provinciali del movimento per Milano e Brescia, non lo è per opporsi al signoraggio bancario, e alla comunicazione politica distorta che sovrasta la comunicazione diretta alla gente. A maggior ragione l’importanza del nostro quotidiano l’indipendenza e la rete del movimento sui social network, il recente ingresso della radio in streaming, sono strumenti di lavoro e di libertà.
    “Abbiamo bisogno di controinformazione – ha ricordato nel suo intervento il prof. Giuseppe Reguzzoni, giornalista ed editorialista de l’indipendenza – La giornata di oggi colpisce per la ragione sociale del suo oggetto, “Dalla rassegnazione all’indipendenza”, dalla rassegnazione cioè alla speranza, vuol dire cioè che indipendenza e speranza sono la stessa cosa, e non è poco. Ma uscire dalla rassegnazione vuol dire tornare a fare cultura. Rassegnazione vuol dire aver perso le insegne e un esercito rassegnato è un esercito privo di bandiera, Senza insegna non si va da nessuna parte, rassegnarsi vuol dire aver rinunciato a tutto in nome degli interessi, o a causa di un’azione coloniale abile. Per 20 ci hanno illuso che qualcuno ci rappresentasse. Chi diceva di rappresentarci ci ha invece rubato la speranza si è ingrassato alla tavola romana. Noi abbiamo sbagliato delegando ad altri il nostro amore per la libertà”.
    Finita l’ora delle deleghe, va tolta la tovaglia da sotto il tavolo. E bisogna girare i fucili contro chi non ci rappresenta. E’ il collaborazionismo che va stroncato. Così come occorre tornare, anche in Europa, come ha ricordato l’eurodeputato Tino Rossi, ad una Europa dei popoli, agli spazi di libertà dell’euroregione, dei territori più simili a noi. “Un progetto che ora è a dormire, che porta in sé la speranza dei movimenti autonomisti e indipendentisti. Un’Europa dei popoli che toglie sovranità a Roma e a Bruxelles e che dà l’esercizio del governo ai territori, diretti interlocutori dell’Europa”.

    Dalla rassegnazione alla speranza. Indipendente | L'Indipendenza

    Ultima modifica di Eridano; 28-10-13 alle 09:24
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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