Pagina 12 di 28 PrimaPrima ... 211121322 ... UltimaUltima
Risultati da 111 a 120 di 277

Discussione: Il deserto avanza

  1. #111
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    «Inghilterra non farlo: ho sostenuto l’eutanasia in Olanda, ma dopo dodici anni posso dire che mi sbagliavo terribilmente»
    Theo Boer, docente a Utrecht e membro della commissione olandese che monitora gli effetti della legge, avvisa il Parlamento inglese di non approvare il suicidio assistito: «È un piano inclinato inarrestabile»
    Leone Grotti
    «Inghilterra, non farlo. Sono stato un fervido sostenitore della legge sull’eutanasia olandese. Ma ora, dopo 12 anni di esperienza, ho cambiato radicalmente idea». Così Theo Boer, docente all’università di Utrecht e membro della commissione olandese che controlla e monitora gli effetti della legge, ha messo in guarda i deputati del Regno Unito che stanno discutendo la legalizzazione del suicidio assistito.
    SUICIDIO ASSISTITO INGLESE. La legge di cui Lord Falconer è relatore è stata preparata insieme alla lobby pro eutanasia “Dignity in Dying” e permetterà ai malati terminali con aspettative di vita inferiori a sei mesi di fare richiesta ai medici di un farmaco letale da ingerire in qualunque momento, purché non in pubblico. Boer, insieme ad altri, è stato invitato a Westminster per fornire la sua opinione di esperto in materia.
    EUTANASIA È LO STANDARD. Boer era uno dei sostenitori della legge sull’eutanasia e a suo tempo aveva dichiarato che «una buona legge produrrà un numero relativamente basso di decessi». Il tempo e i numeri non gli hanno dato ragione visto che le vittime per l’eutanasia in Olanda crescono del 15 per cento ogni anno e alla fine del 2014 potrebbero toccare quota 6.000. Boer ha parlato del suicidio assistito (chiamato anche eutanasia passiva) come di «un piano inclinato» inarrestabile, tanto che in Olanda «da misura eccezionale» è diventato «la procedura standard per un malato di tumore».
    MORTE A DOMICILIO. Secondo il professore il suicidio assistito seguirà la stessa parabola dell’aborto: uno scenario inquietante se si considera che 47 anni dopo la sua legalizzazione avvengono ogni anno in Inghilterra ben 200 mila interruzioni di gravidanza. Boer si è detto preoccupato anche dal fatto che in Olanda la legge sta per essere estesa anche a «dementi e depressi», da uccidere magari con «le unità mobili di eutanasia», cioè i medici che su appositi camioncini si recano a fare l’iniezione mortale a casa dei pazienti che la richiedono.
    «MI SBAGLIAVO TERRIBILMENTE». Anche se la legge verrà approvata per «pochi casi eccezionali», gli attivisti non saranno soddisfatti fino a quando «la pillola letale non sarà disponibile per tutti: alcuni piani sono davvero molto inclinati». Il professore ha quindi affermato: «Mi sbagliavo terribilmente pensando che l’eutanasia regolata avrebbe funzionato. Sempre più malati psichiatrici si trovano nell’elenco dei morti ogni anno. Sempre più persone scelgono il suicidio assistito o l’eutanasia attiva solo perché soli o vecchi. Alcuni di questi anni avrebbero potuto vivere ancora anni o decenni. Spesso l’eutanasia viene richiesta solo per la pressione fatta dai parenti. Neanche le commissioni di controllo (di cui lui è membro, ndr), per quanto lavorino duro, riescono a fermare questo sviluppo».
    COSTANTE AUMENTO. Oggi una persona su sette in Olanda muore uccisa da un dottore. Nel 2012 le vittime accertate sono state 4.188, il 3 per cento di tutti i decessi in Olanda, ma molti casi (compresi quelli di suicidio assistito) non vengono riportati e le stime non tengono conto di almeno un migliaio di morti.
    Suicidio assistito, olandese: «Inghilterra, non farlo» | Tempi.it

    Una insegnante di Ivrea: "A scuola ormoni ai bimbi perché l'Onu li vuole gay"
    L'articolo sul giornale parrocchiale di Rivarolo Canavese: "Pedofilia e omosessualità? Metodi pedagogici ammessi dall'Onu"
    Sergio Rame
    "Pedofilia e omosessualità? Sono metodi pedagogici ammessi dall'Onu".
    Parole come pietre che hanno già avuto una clamorosa eco in tutta italia. Perché le opinioni di Cristina Zaccanti, docente di italiano e storia al liceo Botta di Ivrea, hanno già conquistato i quotidiani nazionali. Le accuse all'Onu e all'Organizzazione Mondiale della Sanità sono state pubblicate dal bollettino parrocchiale di Rivarolo Canavese e ripubblicate dall'Huffington Post: "L'Oms prevede la masturbazione a partire dai tre anni per far sperimentare al bambino le proprie pulsioni così da alimentare l'esperienza omosessuale".
    "In nome del diritto del bambino alla propria autodeterminazione in Inghilterra - scrive la Zaccanti - ma anche in alcune scuole italiane, si somministrano ormoni affinché venendone ritardata la crescita, abbiano più tempo per decidere". E sulle coppie sterili parla di un "vantaggio delle case farmaceutiche che producono ormoni". O per il ddl Scalfarotto e il reato di omofobia, c'è pure un passaggio in cui Zaccanti parla di "rieducazione in campi Lgbt". "Tutto quello che dico è scritto su documenti e pubblicazioni che sono su internet e che posso presentare in qualunque momento - commenta intervistata dalla Stampa".
    Una insegnante di Ivrea: "A scuola ormoni ai bimbi perché l'Onu li vuole gay" - IlGiornale.it

    PREGHIERA
    Camillo Langone
    Attualità del Vangelo. Uno legge che “le porte degli inferi non prevarranno” e un po’ si preoccupa, un po’ si rassicura, ma comunque non capisce bene. Le porte degli inferi? Come? Dove? Quando?
    Poi legge che Elton John tifa per alcuni cardinali contro altri cardinali e vuol far santo Papa Francesco comportandosi da neo-prefetto della congregazione delle Cause dei santi, e allora capisce: eccole qui le porte degli inferi che premono sulla chiesa per condizionarla, piegarla. Qualcuno ricorderà un Elton John cantante anni Settanta ma non è stato quel rocker a zampa d’elefante ad arruolarsi in una fazione clericale, è stato l’Elton John ladro di bambini anni Dieci, un vecchio omosessuale che in combutta con l’amico è stato capace di strappare un neonato dal seno della madre.
    L’episodio illumina un altro passaggio evangelico. Uno legge: “E’ meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare”. Poi guarda Elton John ed eccolo lì il collo.
    PREGHIERA - 30 Ottobre 2014



    Sesso, droga e new age. I poteri forti sono a nudo
    di Massimo Introvigne
    Qualche giorno fa il New York Times ha rivelato che si sono trovati, e hanno scambiato qualche idea su come governare il mondo, i due fondatori e padroni di Google, Larry Page e Sergey Brin, e i loro omologhi di Facebook, Mark Zuckerberg, e di Amazon, Jeff Bezos, più altri imprenditori di primissimo piano più bravi di loro a non far sapere che erano alla riunione. Ma già i nomi emersi sono sufficienti. Immaginate di avere espresso qualche idea, ma che Page e Brin facciano sì che nessuno vi trovi con una ricerca Google, Zuckerberg vi cacci da Facebook e Bezos elimini i vostri libri dal catalogo universale di Amazon. È come essere morti, o forse peggio, perché ci sono tanti morti le cui idee continuano a circolare. Dite che vi resterebbe Twitter? Sembra che anche i padroni di Twitter fossero all'appuntamento, anche se non lo si può dimostrare con certezza.
    Ma - vi chiederete - a che serve l'ennesimo articolo sul Bilderberg, sulla Commissione Trilaterale, sul Forum di Davos o sulle logge coperte della massoneria? A parte le ultime - che, a credere a un acido editoriale del direttore del «Corriere della Sera» Ferruccio de Bortoli, si occuperebbero principalmente di bastonare chi parla male di Renzi - delle altre organizzazioni si è scritto di tutto e di più. Infatti questo articolo non parla del Bilderberg e di altre consorterie consimili, e la notizia è che non ne parlano più molto neanche i vari Zuckerberg e Page, cioè i veri potenti del XXI secolo. No, alla fine del mese scorso e all'inizio di questo i potentissimi signori di Internet si sono ritrovati in un deserto americano in mezzo a cinquantamila hippie maleodoranti e mezzi nudi. Ma non era, si chiederà ancora il lettore, che gli hippie non esistono più? Sì e no. Ci sono ancora ex-hippie nostalgici della loro giovinezza e ragazzotti conquistati dalle mode retro.
    Il Burning Man Festival
    Tutti si trovano da diversi anni nel deserto del Nevada, tra fine agosto e inizio settembre, per qualcosa che si chiama Burning Man Festival, Festival dell'Uomo che Brucia. Il festival è nato nel 1986 su una spiaggia di San Francisco, ma nel 1990 si è trasferito nel deserto di Black Rock, nel Nevada, una zona dove la temperatura sale a cinquanta gradi e talmente isolata che non funzionano né Internet né i cellulari. Al primo festival del 1986 parteciparono dodici persone. Sono poi salite a settantamila, fino a che le autorità del Nevada per ragioni di ordine pubblico hanno deciso di limitare il numero a cinquantamila, anche se sembra che il limite non sia di fatto rispettato.
    Di che si tratta? Sul Festival dell'Uomo che Brucia sono stati ormai pubblicati diversi studi accademici, che hanno insistito sulle sue due radici. La prima è il movimento delle «zone temporaneamente autonome» (Taz, Temporary autonomous zones), lanciato dal poeta anarchico americano Hakim Bey, pseudonimo di Peter Lamborn Wilson, nato nel 1945. Wilson, o se preferite Bey, propugnava la creazione di spazi - destinati a durare per qualche giorno o settimana - in cui non vi fossero leggi e non potesse entrare la polizia, dove ciascuno potesse fare letteralmente tutto quello che gli passava per la testa. Secondo l'ideologia anarchica, in queste zone tutto sarebbe andato per il meglio e le persone si sarebbero regolate da sole in modo allegro e felice.
    Wilson è un uomo colto ed è uno dei maggiori studiosi americani di Gabriele D'Annunzio (1863-1938): sostiene che lo Stato Libero di Fiume guidato dal poeta italiano nel 1920 è stata la prima Taz, e fa notare che la sua costituzione è stata la prima al mondo a permettere l'omosessualità, il nudismo e l'uso delle droghe. Il problema è che Wilson propugna per le Taz non solo la libera omosessualità ma anche la libera pedofilia. La sua collaborazione con la Nambla (North American Man/Boy Love Association), la maggiore associazione americana che promuove la libertà di pedofilia, lo ha reso una figura controversa anche negli ambienti anarchici: sì, anche il medio anarchico qualche volta scopre di avere una coscienza. Wilson - ma soprattutto i suoi seguaci - hanno risposto con una svolta «mistica», criticata dagli anarchici più «politici», definendo sempre di più le Taz come zone dove gran parte della giornata è dedicata alla meditazione e ai rituali di tipo New Age e neo-pagano, ovvero ispirati alle popolazioni native americane. Questi rituali - la seconda radice del Burning Man - dovrebbero rendere tutti più tranquilli e più buoni, ed evitare derive sgradevoli specie nel settore delicato della pedofilia.
    L'idea delle Taz con condimento «mistico» e New Age è stata rilanciata con grande successo da Larry Harvey, l'artista di San Francisco che ha inventato il Burning Man Festival. Harvey ha raccolto intorno a sé un gruppo di amici artisti in maggioranza non omosessuali, ma fin dall'inizio ha cercato l'alleanza con la comunità omosessuale che aveva, ha affermato, «più soldi, più droga e più persone ricche interessate a collezionare arte moderna». Il favoloso successo dell'Uomo che Brucia è nato dal talento organizzativo di Harvey ma anche dalla crisi di altre iniziative dell'area hippie e New Age, considerate invecchiate e desuete e cui il Burning Man ha offerto un'iniziativa che sembra nuova, alla moda, «cool» e frequentata da artisti di grido e talora anche dotati di effettivo talento. Come dice il nome, il centro del Burning Man Festival è un grande fantoccio che rappresenta un uomo - anzi, «l'Uomo» - cui è dato ritualmente fuoco. Intorno a questo evento centrale si organizzano rituali, momenti di meditazione, incendi di altre strutture e anche opere d'arte prodotte apposta per essere bruciate.
    È una settimana di vita alternativa, da Taz appunto, che ricorda vagamente Woodstock e altri concerti e raduni hippie degli anni 1960. Ci sono la droga che scorre a fiumi, la nudità e accoppiamenti di tutti i generi: ma saggiamente Harvey, conoscendo le derive pedofile del movimento Taz, vieta o almeno sconsiglia fortemente la presenza di bambini. C'è la possibilità di sperimentare una società anarchica o, se si vuole, perfettamente comunista dove non c'è proprietà privata - non si può vendere nulla, solo donare o scambiare, e non ci sono case, si dorme nel deserto o nella tenda che ognuno è riuscito a portarsi in uno zaino -, non c'è famiglia - lo spirito del festival favorisce piuttosto gli accoppiamenti effimeri e liberi, in tutte le direzioni - e non c'è religione, perché comunque la si pensi tocca partecipare ai rituali più svariati, anche contraddittori tra loro.
    Abolite la religione, la famiglia e la proprietà si è pronti per assorbire un vero e proprio bombardamento di ideologia relativista. Come spiega Harvey, l'Uomo che Brucia insegna la filosofia «postmoderna» che sembra complicatissima ma in fondo è molto semplice: non ci sono verità, ma solo esperienze, le dottrine dividono, i rituali uniscono purché non trasmettano una dottrina, ma solo l'idea secondo cui tutte le credenze sono di ugual valore. L'Uomo - l'uomo maschio, il padre - scompare nel fuoco ogni anno per ricordare a tutti che nessuna identità è permanente né dura nel tempo.
    Una delle più belle costruzioni del festival è il Tempio, realizzato da scultori e architetti di notevoli capacità - per chi apprezza il genere - e ogni anno dedicato a una diversa religione, spesso inventata o fantastica. Ebbene: per bello che sia, anche il tempio brucia, perché la presunta verità non dura più di una settimana, la religione che è vera quest'anno sarà falsa l'anno prossimo. Ma niente paura: ci sarà un altro tempio più grande e più bello, poi daremo fuoco anche a quello, e così via all'infinito. Forse i nuovi hippie non conoscono Friedrich Engels, il cofondatore con Karl Marx del Partito Comunista, ma il Burning Man mette in scena il suo motto: «tutto quello che esiste merita di morire».
    Tutto questo, per chi lo guardi da fuori, ha un nome: dittatura del relativismo, e all'ennesima potenza. Il cardinale Ratzinger, ribadendo la condanna cattolica della massoneria, spiegava che le logge non hanno nemmeno bisogno d'insegnare il relativismo a parole: per trasmetterlo, basta «la forza del rituale». Pensiamo a quanto più forte è il rituale dell'Uomo che Brucia, proposto a persone già poste in uno stato alterato di coscienza e di eccitazione dal caldo del deserto, dalla droga, dagli eccessi sessuali. Due generazioni fa, i poteri forti si ritrovavano nelle logge massoniche più tradizionali. L'avvocato Giovanni Agnelli spiegò, esagerando, che in loggia rischiava ormai d'incontrare il suo barbiere, e la sua generazione preferiva i vari Bilderberg. Oggi i padroni di Google, di Facebook, di Amazon, che esercitano un controllo sulle nostre vite infinitamente più capillare dei “padroni delle ferriere” di un tempo, si ritrovano all'Uomo che Brucia.
    Il New York Times ci svela che c'è il trucco: i vip non si mescolano davvero con gli hippie o ex hippie, i quali non si lavano, sudano ed emanano cattivo odore - per non parlare del fatto, svelato da qualche giornalista curioso che è andato a vedere di persona, che non tutto al Burning Man è pace e amore, si moltiplicano le violenze carnali, le overdose e anche i suicidi.
    No, i padroni del mondo vanno dall'Uomo che Brucia in aereo privato, e lì dormono in tende di lusso con aria condizionata, camerieri e cuochi stellati. Pagano 25.000 dollari, non il normale biglietto d'ingresso di trecento, anche se dentro le tende trovano le più belle modelle, e modelli, con i tempi che corrono, di New York che, vedi caso, il biglietto a quattro zeri non lo hanno pagato. Ma ci sono tanti modi per pagare. Però - lasciamo al New York Times la responsabilità di queste affermazioni - si dice che la droga corra anche nelle tende di superlusso, e certamente i signori di Internet partecipano con entusiasmo ai roghi delle statue e dei templi e manifestano il loro assenso all'ideologia del Burning Man. Che chi comanda davvero sia passato dalle atmosfere ovattate delle logge e dei Bilderberg al carnaio di corpi nudi, drogati e non troppo puliti dell'Uomo che Brucia ci fa capire tante cose su quello che sta succedendo nel mondo: e sul futuro che questi signori vogliono prepararci.
    Sesso, droga e new age. I poteri forti sono a nudo







    La svergognata
    Pubblicato da Berlicche
    Finì che la portarono in piazza trascinandola per i capelli. Su Headbook il suo profilo era stato cancellato in seguito all’ondata di indignazione. “Quando cancellano il tuo profilo sta per succederti qualcosa di molto brutto” disse la vecchia guardando lo streaming, e le sue amiche collegate annuirono saggiamente. Tra i pollici versi c’era stato anche il loro.
    Arrivò anche la polizia, e un Magistrato con tanto di mantello. Coloro che tenevano ferma la ragazza la lasciarono andare un po’ a malincuore, ma senza protestare troppo. I poliziotti la trascinarono praticamente di peso, e la tranquilla brutalità delle loro manone strette su quelle braccia già segnate da lividi e sputi rassicurarono positivamente la folla.
    La ficcarono in macchina e la portarono al Tribunale, dove si erano già radunati in centinaia, tutti con il telefonino bello alto a strimmare. La buttarono dentro una stanza, di quelle bianche e vuote salvo un tavolo sbrecciato, un paio di sedie di metallo, e un persistente tanfo di disinfettante e urina. Il Magistrato fece un cenno alle guardie, uscite, e quelle li lasciarono soli.
    Il Magistrato la guardò per un minuto intero. Lei era piccola, con i capelli scuri sfatti, i segni delle botte sul volto che era stato carino. Non aveva neanche più la forza per piangere o per guardarlo in faccia. Era giovane. Stupida, disse tra sé il Magistrato. “Stupida”, le ripetè ad alta voce. Lei alzò la testa, interrogativa, lacrime secche che rigavano il volto sporco. “Ma io lo amo” biascicò, sopra le labbra gonfie e rotte.
    “Stupida!” Il Magistrato battè il pugno sulla tavola. “Lo ami, e quindi? Quale problema c’è? Scopatelo! Facci sesso! Ma dovevi proprio scrivere quelle cose sul tuo profilo?”
    “Ma io non voglio nessun altro…” piagnucolò la ragazzina.
    “Non vuole nessun altro!” il Magistrato si alzò in piedi di scatto, sbatté i pugni sul tavolo. “E credi che lui sia speciale? Credi di essere speciale tu? Chi ti ha riempito la testa di queste cazzate?” le urlò in faccia.
    Si voltò, cercando di calmarsi. “Forse non hai capito bene cosa hai fatto. Dire che si vuole appartenere – è questo il termine che hai usato , no? – appartenere ad una persona sola…questo mina alla base il fondamento della nostra società. Tu sei un pericolo. Sei un’egoista che pensa solo a se stessa.”
    “Ma io…”
    “Zitta! Ma possibile che non pensi a tutti quelli che vorrebbero invece volere te? Vuoi limitare la loro libertà? Non capisci che scrivendo quelle cose ti sei esposta a cose come…come quelle che stavano per accaderti non fossimo intervenuti?”
    “Io non voglio nessun altro…”
    “E rieccola! Non mi sono spiegato bene, allora. Tu non puoi non volere nessun altro. Non è previsto. E’ un abominio. E’ nella natura dell’uomo volere fare sesso con chiunque. Tu vai contro natura, dicendo così. Sei una pervertita, una svergognata. Non pensi a cosa succede ai poveri maschi e femmine che ti desiderano e a cui tu osi negarti? Se tutti facessero come te, dove andremmo a finire?”
    “Ma se l’amo…”
    “Amore? Ma che vuoi saperne tu dell’amore? Che cosa ti hanno insegnato a scuola? Tu vuoi limitarlo, il tuo amore, vuoi costringerlo ad una sola persona, mentre dovrebbe essere libero, aperto a tutti, sempre disponibile. Dopo tutti gli sforzi che abbiamo fatto tu vuoi tornare ai secoli bui?”
    A questo punto la ragazzina si mise a piangere.
    Il Magistrato la guardò per un lungo istante. Poi le sussurrò “Sei veramente una stupida. Se te lo fossi tenuta per te, se fossi stata zitta, avresti anche potuto avere quello che chiedevi. Sai quanti, anche adesso, hanno relazioni clandestine con una sola persona? Ma no, dovevi farlo sapere a tutti. Pubblicarlo sul profilo, dare scandalo. Siamo in un paesino, ne hanno parlato sul web, lo capisci che non posso lasciarti andare così? Adesso vieni qui, da brava, e dimostrami che hai capito e hai cambiato idea…”
    Quando lo morsicò la ragazza venne accusata di oltre dodici reati. Ma il Magistrato era persona intelligente, un uomo di mondo, e sapeva che certe rivolte sono solo le strane idee di ragazzine adolescenti, il primo amore, l’amore eterno, e tutto quello che ci vuole è una correzione, una rieducazione, l’insegnare a stare al mondo. La prima lezione gliela diede personalmente, poi la affidò alla comunità per il reinserimento sociale. All’uscita del tribunale una folla l’attendeva, dato che la sua storia aveva acceso più di un desiderio.
    Il suo unico amore fu il quarto, o il quinto.
    La svergognata | Berlicche

  2. #112
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Foto choc, infermiera sorride accanto alla paziente morta
    Incredibile episodio a Lugo di Romagna. La donna è in carcere con l'accusa di aver somministrato potassio a una paziente
    Franco Grilli
    La notizia sembra incredibile. Purtroppo è vera, ci sono le foto, pubblicate dal Corriere Romagna.
    Mostrano un'infermiera insieme ad una signora che, secondo l’Ausl e la Procura, era da poco deceduta in ospedale. La cosa strana è che gli scatti ritraggono l’infermiera in servizio all’ospedale di Lugo di Romagna (Ravenna) mentre sorride e fa gesti di scherno nei confronti dell’anziana donna.
    Le immagini risalgono allo scorso gennaio e sarebbero state scattate da una giovane collega di Daniela Poggiali (questo è il nome dell'infermiera). Dopo gliele avrebbe girate via Whatsapp. Per entrambe è scattato il licenziamento, impugnato dall’avvocato della Poggiali davanti al giudice del lavoro. Secondo la difesa, infatti, l’anziana - che si trovava nella stanza del tanatogramma - non era ancora deceduta. Nella perizia si farebbe infatti riferimento ad una paziente in stato di incoscienza con occhi chiusi. La collega che ha scattato le foto, però, avrebbe detto ai pm che l’anziana al momento dell’accaduto era morta: la testimonianza si trova negli allegati dell’atto di licenziamento siglato dall’Ausl di Ravenna.
    Daniela Poggiali è in carcere dal 10 ottobre, accusata della morte di un’anziana alla quale avrebbe iniettato del potassio. La Procura sta indagando su altre 28 morti, definite sospette, tra cui ci sarebbe anche la signora ritratta nella foto, una donna di 78 anni che, viva o morta che fosse al momento della foto, avrebbe meritato rispetto.
    Foto choc, infermiera sorride accanto alla paziente morta - IlGiornale.it

    Il suicidio non è un esempio, l’uomo è fatto per altro
    «Non dimentichiamoci che il padre di Mario Monicelli si era ucciso con un colpo di pistola in bocca. Sento già qualcuno dire “poveracci, ma allora era una famiglia di pazzi”. Tutto il contrario: era una famiglia colta e profondamente laica». Questa frase, di Chiara Rapaccini, compagna del suicida Mario Monicelli, contiene la risposta del perché il tema della morte sia diventata una vera ossessione della nostra secolarizzata società. Non è vero che si sceglie l’eutanasia per la sofferenza, ma perché si ritiene la propria esistenza indegna di essere vissuta. E una forma di banalizzazione della morte è la “fiera del voyeurismo funebre”, come definita da “Il Foglio”, della celebrazione di coloro che si sono suicidati, come fossero eroi da imitare: Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Lucio Magri e Carlo Troilo. In comune l’appartenenza politica, culturale e sociale al comunismo laico.
    I loro parenti hanno voluto ricordarli in un articolo su “Repubblica”, dove si invoca l’Illuminismo, l’autodeterminazione assoluta, la laicità e l’avversione alla Chiesa. E dove alcuni cercano di giustificare il suicidio del loro caro come “atto di coraggio” o di “libertà”. Ma quale coraggio? Il coraggio è rimanere a lottare per afferrare il senso della vita, non abbandonare la barca. Ma quale libertà? Il suicidio è l’antitesi della libertà, ed infatti tramite esso non si diventa più liberi ma si perde tutto.
    La loro era «una generazione che non si accontentava di sopravvivere», ha detto Luciana Castellina, compagna di Lucio Magri. E’ vero, senza un reale Senso che dia scopo e vigore alla vita, gli uomini sono destinati a sopravvivere, non a vivere. E nessuno si accontenta di questo. E’ una dichiarazione di fallimento dell’utopia laica, comunista ed illuminista in cui credeva Magri, e in cui credono ancora in tanti.
    Per questo Papa Francesco ha iniziato la sua enciclica, “Evangelii Gaudium” con queste parole: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia».
    La proposta cristiana è ancora più attuale per gli uomini di oggi. Come ci ha insegnato anche Benedetto XVI, «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». Non è il fallimento ciò a cui aspira l’uomo, ma un nuovo orizzonte in cui colmare la sua inquietudine. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant’Agostino).
    Il suicidio non è un esempio, l?uomo è fatto per altro | UCCR

    Per il Parlamento italiano, gli insulti e gli sputi alle Sentinelle in piedi sono «cori e schiamazzi»
    Temo che tra un po’ saranno vietate per legge, certe idee sulla famiglia. E la polizia interverrà come a Mosca: non contro i movimenti gay, ma contro le Sentinelle
    Renato Farina
    Boris Godunov sostiene che le Sentinelle in piedi non dovrebbero limitarsi a stare in piedi (mai sentito parlare, ironizza, di sentinelle sedute: sarebbero da fucilare), ma dovrebbero scaldarsi un po’, e far correre i sostenitori dei liberi legami omosessuali che vengono a rompere le scatole, e non sopportano che codeste sentinelle stiano zitte a leggere un libro. Siccome leggono un libro, danno l’impressione di pensare, anche perché il libro se lo scelgono ciascuno come gli pare, non si curano delle recensioni di Repubblica e del Corriere. E questo dà appunto fastidio: l’idea che pensino, e non nel senso auspicato. E questo va impedito. Potrebbe allargarsi.
    Da noi è di fatto perseguito chi osa contraddire l’idea che esistano diritti individuali assoluti, i quali debbono poter ottenere riconoscimento pubblico, sostegno sociale, dar forma obbligatoria alla morale del vietato vietare. Vietato vietare tutto, ovviamente, meno le manifestazioni a tutela della famiglia naturale. Non so se sia la strada migliore per diffondere un seme diverso rispetto al pensiero unico. So che sono anche esteticamente molto belle. Fanno impressione. Sembrano statue medievali nella convulsione dei movimenti dello shopping. Dicono una cosa che preme molto a queste persone. Non un vietare qualcosa a qualcuno: ma proporre un’idea della vita, dell’amore, del sacrificio come dono che rende felici.
    Di recente a una interrogazione in Parlamento il sottosegretario all’Interno, Gianpiero Bocci, ha risposto ad alcuni deputati, tra cui Alessandro Pagano, che segnalavano come in Italia tutte le manifestazioni con autorizzazione delle Sentinelle venissero violentemente contestate da contromanifestazioni non autorizzate di Arcigay e altri estremisti di sinistra. Non una parola di condanna. Non una scelta. A proposito dei casini inscenati a Pisa contro le Sentinelle è arrivato a dire: «Nel corso della manifestazione circa 250 giovani di opposta opinione hanno inscenato contestazioni, con cori e schiamazzi». Siamo agli opposti estremismi da anni Settanta. Con la differenza che esprimere il proprio pensiero con gentilezza non è estremismo. E fa paura un governo che ha così timore di offendere le lobby gay dominanti da negare le evidenze di ordine pubblico.
    Esiste una censura devastante. Essa coinvolge anche i nemici della censura. Una delle prossime volte, a Dio piacendo, trascriverò la prosa crudele di Oriana Fallaci sui temi in questione. Non è che debba aver ragione Oriana per forza. Ma colpisce il fatto che omosessualismo (ideologia omosessuale, ben diversa da tendenza omosessuale) ed eutanasia siano gli unici punti della sua produzione meravigliosa di polemista che siano completamente seppelliti. Al massimo la si cita per la sua ira ragionata contro l’islam. Ma anche chi si arrabbia per la censura che effettivamente colpisce la Fallaci, trascura di citare proprio l’Oriana più scazonte rispetto alla cultura chic.
    Temo che tra un po’ saranno vietate per legge, quelle idee sulla famiglia. E invece degli antagonisti e di Arcigay, interverrà la polizia. Ma al contrario.
    Sentinelle in piedi saranno presto fuorilegge? | Tempi.it

    Germania a lezione di gender: bimbi svengono a scuola. E chi protesta va in carcere
    La Germania si spacca sui corsi di educazione sessuale e diversità di genere
    Giovanni Masini
    Bimbi che si sentono male in classe, vanno in iperventilazione, svengono. Genitori in carcere per non aver obbligato i figli a partecipare ai corsi sul gender.
    Succede nella Germania del 2014, dove chi osa anche solo dissentire dall'ideologia imperante del gender viene perseguito con determinazione, e a norma di legge. Al punto da rischiare di ritrovarsi la polizia sul pianerottolo di casa.
    A Borken, vicino a Munster, sei bimbi sono dovuti rimanere a casa da scuola per essersi sentiti male dopo che in classe erano state mostrate loro immagini esplicite a sfondo sessuale, nell'ambito di un progetto di educazione alla "diversità di genere". Dopo che un primo bambino ha dato segni di avere problemi di circolazione, si è scatenata una reazione a catena, con altri piccoli studenti che sono andati in iperventilazione e un alunno che è quasi svenuto, rendendo necessario l'intervento dell'ambulanza. La polizia ha minimizzato l'episodio sostenendo che "non fosse successo niente" e che si trattasse di immagini e disegni "assolutamente normali". Le autorità mediche hanno comunque disposto le analisi del sangue per uno dei bimbi che si sono sentiti male.
    Negli stessi giorni a Eslohe, 170 chilometri a sudest di Borken, è scoppiato un caso analogo che sta letteralmente spaccando in due l'opinione pubblica in tutto il Paese: due coniugi di 37 anni, Eugen e Luise Martens, sono stati incarcerati per quaranta giorni perché la figlia, iscritta alle scuole elementari, si era rifiutata di partecipare ai corsi di educazione sessuale previsti dall'istituto. Eugen, che con sua moglie ha altri otto figli, era già stato arrestato l'anno scorso con la medesima accusa: in quell'occasione a Luise era stata risparmiato il carcere solo perché incinta.
    In tutta la Germania si stanno formando movimenti e comitati di solidarietà in appoggio ai coniugi Martens, per esprimere il dissenso contro una scuola che obbliga i bambini di sei anni a frequentare regolarmente lezioni di ideologia gender. In Germania i genitori dei bimbi che saltano la scuola possono essere denunciati dall'istituto e processati dal tribunale, anche se lo studente abbandona la lezione di propria iniziativa, come è stato nel caso della figlia dei Martens.
    "Il contenuto delle lezioni è perverso - spiega a Tempi Mathias Ebert, fondatore dell'associazione "Besorgte Eltern" ("Genitori preoccupati") - Non solo si mostra ai bimbi come funziona il sesso dei maschi e delle femmine, ma li si mette davanti alle varie pratiche sessuali: sesso orale, sesso anale molto altro. Si dice anche ai bambini, sin dalle elementari, che il loro genere non è determinato e che non possono sapere se sono maschietti o femminucce, che devono pensarci su."
    Ebert racconta anche che in Germania c'è molta paura a denunciare episodi come questo, perché "in questo Paese non appena si viene puniti si viene considerati dei criminali": "Chiediamo solo che non vengano turbati i sentimenti dei bambini. Non è giusto. È una violenza nei loro confronti."
    Germania a lezione di gender: bimbi svengono a scuola. E chi protesta va in carcere - IlGiornale.it

    «Guai a chi tocca i nostri figli»
    di Alberto Cerutti
    Caro direttore,
    in veste di genitore e padre di minorenni in età scolare desidero fare un annuncio:
    In base ai principi che autorizzano l'autodifesa, la libertà di religione, il diritto dei genitori di educare i propri figli e la libertà di opinione sanciti da tutte le più evolute dottrine giuridiche nonché dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (artt. 3, 12, 18, 19 e 26 ),
    Se qualcuno avvicina un mio figlio o figlia minorenne in qualunque luogo, compresa soprattutto la scuola o aula didattica, e si permettesse di parlargli di sesso a qualsiasi livello o addirittura con immagini o oggetti esplicitamente sessuali; o addirittura proponesse come "valori" la possibilità di scelte di orientamento sessuale indipendentemente dal proprio genere biologico, mi arrogo il diritto di difesa a qualunque livello.
    Di fronte a insistenti tentativi di introdurre nelle legislazioni articoli di legge che non offrono difese giuridiche ai genitori che rifiutano l'indottrinamento dei propri figli minorenni alle sciagurate teorie Gender (vedasi le incarcerazioni dei padri e madri tedesche in questi giorni) invito inoltre tutti i genitori offesi e scandalizzati da ciò a non arrendersi a buonismi e falsi miti di civiltà ma di reagire energicamente e unitariamente:
    Stanno corrompendo i nostri bambini e questo non è accettabile per nessuna persona che abbia dignità. Nessuno ha diritto di insegnare ai miei figli dottrine innaturali e peraltro contrarie alla morale umana e divina!
    Conscio dei rischi mi firmo volentieri e chiunque condividesse il mio appello (mi rivolgo soprattutto ai papà cui da sempre è assegnato il compito di difendere la propria famiglia) può esplicitarlo sulla neonata e dedicata pagina Facebook: www.facebook.com/Guaiachitoccaibambini
    Si deve reagire con determinazione!
    Sui nostri figli non si scherza più!
    Cerutti Alberto
    Papà
    «Guai a chi tocca i nostri figli»

    Femen a san Pietro, gesti osceni con un crocifisso tra le gambe
    L’insulto ai simboli crestiani continua nell’indifferenza della Chiesa. Seno nudo scritte sul seno e crocifisso alla mano. Dopo la protesta del 19 dicembre scorso a seno nudo davanti alla basilica di San Pietro, le militanti sono tornate questa mattina in piazza e poco dopo le 11 hanno inscenato una nuova protesta.
    Tra lo stupore dei turisti in visita al Vaticano, le tre attiviste hanno iniziato a spogliarsi e dopo essersi tolte la maglietta si sono inginocchiate davanti all’obelisco di piazza San Pietro mimando gesti osceni con un crocefisso.
    Sulla schiena la scritta “Keep it inside”. Poi hanno urlato: “Il Papa non è un politico”. Ieri si erano presentate dalla Innocenzi (si presume d’accordo con i dirigenti della trasmissione).
    “I nostri diritti sono in pericolo: siamo qui per rivendicare laicità, la separazione tra Stato e Chiesa”. Cinque donne di Femen, il movimento femminista di protesta ucraino, protestano in diretta contro l’annunciato intervento di Papa Francesco al Parlamento europeo. Ma l’ospite in collegamento da Milano, l’imprenditore Gian Luca Brambilla, non ci sta e abbandona lo studio di Anno Uno: “Scusate – spiega – ma non sono venuto in una trasmissione in cui si offende la Chiesa cattolica e il Papa”.
    Femen a san Pietro, gesti osceni con un crocifisso tra le gambe | Imola Oggi



    CEI, SCHEI E GAY
    di Alessio Calò
    Martedì scorso Wladimiro Guadagno non è stato ospitato dalla TV dei vescovi italiani, come invece era stato annunciato: «mi ha chiamato il direttore Paolo Ruffini e mi ha chiesto di rimandare, a data da destinarsi, perché la mia presenza sarebbe stata in concomitanza con i lavori dell’assemblea CEI» ha dichiarato il nostro.
    Ci sarebbero tante cose da dire su questa scelta, ma mi interessa la sostanza. La sostanza nel senso che il direttore Paolo Ruffini, o chi per lui, ha rimandato - non soppresso - l'evento a data da destinarsi solamente dopo un'ondata di email di molti cattolici che hanno giustamente sfoderato l'arma dell'otto per mille. Sull'argomento pecuniario aveva già scritto l'anno scorso il buon Mancini, elencando svariati casi in cui la Chiesa italiana aveva speso in maniera quantomeno discutibile i nostri soldini, concludendo che "quello dei soldi, evidentemente, è l’unico linguaggio che riescono ancora a comprendere."
    E, a pensarci bene, questo di Luxuria non rappresenta l'unico caso recente in cui alcuni prelati hanno preferito difendere i trenta denari piuttosto che il sangue di Cristo. Parlo del sinodo appena trascorso, dove esponenti di spicco della Chiesa tedesca, in posti chiave nel consesso, hanno cercato di revisionare la dottrina, forti della loro golden share sulle finanze vaticane. Ebbene sì signori, perché sono ingenti i flussi di danaro che regolarmente la CEI tedesca invia alle casse vaticane. Dal blog di Magister leggiamo che "l’obolo alla Chiesa [tedesca] frutta ogni anno oltre 5 miliardi di euro, cioè oltre cinque volte il gettito dell'otto per mille in Italia."
    Il fatto che l'obolo sia obbligatorio e che per non pagarlo bisogna apostatizzare rende tutto più divertente: "i vescovi della Germania, notoriamente i più misericordiosi nel voler concedere la comunione ai divorziati risposati, [sono] contemporaneamente i più spietati nello scomunicare di fatto chi rifiuta di versare l'obolo alla Chiesa": chi decide di non pagare più la Kirchensteuer infatti perde automaticamente il diritto a ricevere i sacramenti.
    Ora mi domando: non è che allargare i cordoni della dottrina permette di trattenere i gay e le loro combriccole, solitamente munite di tanti dindini?
    Ai posteri(ori) l'ardua sentenza...
    CEI, SCHEI E GAY ~ CampariedeMaistre

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Gratta il vegetariano e trovi il cannibale. Sia dato merito a Guido Ceronetti, vegetariano militante da decenni, per avere incastonato nel suo ultimo libro, pubblicato ovviamente da Adelphi, la seguente perla: “Salvate il mondo. Mangiate esclusivamente carne umana”. Non la si consideri una battuta, sarebbe insultante: Ceronetti è uno dei massimi autori italiani viventi, ha il diritto di essere preso sul serio. Non la si consideri una provocazione, sarebbe stupido: Ceronetti ci sta indicando l’esito coerente di un percorso apostatico. Ripudiando l’uomo biblico, fatto a immagine e somiglianza di Dio, si distrugge la gerarchia degli esseri viventi e si diventa prima pescetariani, poi vegetariani, quindi vegani e infine, siccome le proteine specie ai bambini, agli anemici e ai gatti servono davvero, totalmente pragmatici: perché sprecare i feti abortiti e i giovani morti per incidente stradale?
    PREGHIERA - 13 Novembre 2014

    Nuovo Ordine Mondiale?
    Il Timone ci segnala una figura significativa, il tonante card. Francis George, che dalla Sede di Chicago va concludendo il proprio ministero tra moniti a dir poco escatologici. Di esso la Rivista apologetica segnala due recenti interventi. Li commento intrecciandoli.
    Mons. George anzitutto prevede il ragionevole sviluppo della nostra società, visto dall’angolo del suo seggio porporato:
    Dissi – ed è stato riportato correttamente – che io mi aspettavo di morire in un letto, ma che il mio successore sarebbe morto in prigione e il suo successore sarebbe morto martire in una piazza pubblica.
    Ma in che consisterebbe questa pressione devastante, in linea con le chiarissime pagine dell’Apocalisse? Il Principe denuncia un doppio passaggio. Anzitutto, nella dialettica comunismo-secolarismo saremmo passati da un primato nel male da parte del comunismo a un primato nel male da parte del secolarismo.
    Il comunismo impose un modello di vota totalizzante basato su un assunto: Dio non esiste. Il secolarismo è il suo compagno e sodale più presentabile. Per ironia della storia, alcune settimane fa alle Nazioni Unite la Russia si è unita alla maggioranza dei Paesi per opporsi agli Stati Uniti e all’Europa occidentale che volevano dichiarare l’uccisione di un bambino non nato un diritto universale. Chi si trova sul lato sbagliato della storia in questo momento?
    In secondo luogo la combo comunismo-secolarismo si prospetterebbe cedere all’alternativa tra Stati in cui il cristiano è apertamente perseguitato dalla Saharia e Paesi in cui è subdolamente colpito dalla Gender Theory (secondo il registro di una accoglienza di facciata e di una persecuzione di fatto). E’ l’avvento del Nuovo Ordine Mondiale, almeno in senso analogico-metaforico, e l’affermazione della tanto temuta e attesa religione universale, in forme forse non previste.
    Dal momento che tutte le istituzioni pubbliche, non importa chi ne sarà a capo, saranno agenti governativi e conformi alla richieste della religione ufficiale, lavorare come medici o in ambito legale diventerà più difficile per i cattolici fedeli. In alcuni Stati significa già che chi ha delle attività deve piegarsi a questa sorta di religione o venire sanzionato, così come i cristiani o gli ebrei sono sanzionati per la loro religione nei Paesi in cui vige la legge islamica, la sharia.
    Ma il card. George è un cattolico con i contro-fiocchi, e l’Apocalisse se l’è meditata davvero, proprio per ciò non teme di lanciare dardi di minaccia, perché sa che – vada come vada – il finale è già scritto.
    E’ stata omessa però la frase finale, sul vescovo successore di un possibile vescovo martirizzato: “Il suo successore raccoglierà i resti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto tante volte lungo la storia”.
    Nuovo Ordine Mondiale? ~ CampariedeMaistre

  3. #113
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Spieghi cos'è un aborto? Sospeso dalla scuola
    di Riccardo Cascioli
    Si parla di bioetica, si parla di aborto, così il professore di religione chiede: «Volete vedere un video che spiega cosa succede con l’aborto?». I ragazzi, terza liceo nell’Istituto Cardano di Milano, dicono sì, guardano il video. Nessun problema, senonché qualcuno da fuori viene a sapere cosa è stato fatto vedere, comincia a montare i ragazzi («Il prof non può far vedere queste cose», «È un terrorista»), altri insegnanti cavalcano la cosa, viene coinvolto il preside e passo dopo passo si scatena il putiferio. E la cosa – ovviamente – finisce sui giornali: il video diventa choc, le ragazze scappano dalla classe piangendo, i genitori sono sconvolti, il professore è interdetto dall’insegnamento. Ecco confezionato un altro “mostro” da dare in pasto all’opinione pubblica.
    Si può ben dire ormai che fare l’insegnante di religione è uno dei mestieri più rischiosi. Anche quando si ha una lunga esperienza e un bel rapporto con i ragazzi, come è per G.N., il professore protagonista suo malgrado di quest’altra storiaccia. N. (mettiamo solo le iniziali perché c'è un procedimento in corso) insegna da 26 anni, è anche scrittore e pubblicista nonché autore di diversi libri. Nella classe in questione, una terza liceo, sono nove i ragazzi che seguono la lezione di religione (che è facoltativa) e si mettono a tema diverse questioni che hanno a che fare con le realtà più profonda dell’uomo. Si finisce sull’aborto: «Viste le domande e l’interesse ho chiesto ai ragazzi se erano interessati a vedere un documentario che mostra cosa è effettivamente un aborto», racconta il professore a La Nuova BQ. E i ragazzi hanno acconsentito senza dubbi.
    Il documentario oggetto dello scandalo è una vecchia pellicola americana realizzata nel 1984 dal professor Bernard Nathanson, un medico abortista poi convertitosi e diventato un paladino delle battaglie per la vita (clicca qui per il video). Si chiama “L’urlo silenzioso” (The Silent Scream), è certamente un documentario che non lascia molto all’immaginazione mostrando in diretta gli effetti di un aborto guardato dall'ecografia. È scioccante dal punto di vista della realtà, visto che la società fa di tutto per censurare cosa sia davvero un aborto; non può essere certamente considerato scioccante per le immagini in sé, visto cosa vedono quotidianamente in tv o su internet i nostri ragazzi. Peraltro il professor Nadali aveva già usato quel video altre volte nel corso degli anni, così come altri insegnanti, senza alcun problema.
    E infatti gli studenti del prof. G.N. non sono affatto sconvolti: «L’ho fatto vedere che mancavano 15 minuti alla fine della lezione e nessuno è uscito piangendo, come è stato scritto. Nella classe però a un certo punto è entrato un signore anziano, estraneo alla scuola, che ha chiesto di poter assistere – dice il prof. Nadali -. Ovviamente ho rifiutato, ma quella persona si è accomodata in un’aula vicina».
    Persona estranea alla scuola? Chi era e cosa faceva lì?
    «Non lo so, probabilmente è un insegnante in pensione che aspettava qualche studente per fare ripetizione, ha detto di essere della “Scuola popolare” ma ha rifiutato di dire il suo nome quando abbiamo avuto una discussione».
    Una discussione?
    «Sì, perché alla fine della lezione, alle 14, ha fermato i ragazzi mentre uscivano dicendo che io non potevo far vedere quei video, che ero un terrorista e così via. Perciò quando sono uscito mi sono trovato davanti a questa scena ed è iniziata una discussione. Ma è stata una cosa breve, è finita lì e della cosa non si è più parlato».
    Ma gli studenti non si sono poi lamentati con lei di quel che aveva fatto vedere, i genitori non sono venuti a lamentarsi?
    «No. Tanto che la settimana successiva abbiamo fatto lezione senza alcun problema, nessuno ha sollevato obiezioni».
    E allora quando è iniziata la reazione?
    «La settimana ancora successiva, siamo alla fine di ottobre, arrivo in classe e non trovo i ragazzi. Erano stati convocati dal preside, ma da quel momento si sono esonerati dalla mia lezione. Successivamente un genitore mi ha chiesto come mai avessi fatto vedere quel documentario, ma nient’altro. Solo che evidentemente nel frattempo alcuni insegnanti, ideologicamente molto agguerriti contro la religione, hanno fatto ulteriori pressioni. Il preside si è consultato con la Curia di Milano, poi ha deciso di sanzionarmi con otto giorni di sospensione dall’insegnamento a partire da martedì prossimo».
    Quindi lei sta ancora andando a scuola regolarmente.
    «In realtà stamattina quando sono arrivato il vice-preside mi ha chiesto – su iniziativa del preside che era fuori sede – di mettermi in ferie fino a lunedì. La cosa era finita sui giornali e quindi mi si consigliava di starmene a casa. Dovrei tornare a scuola il 10 dicembre».
    Ma sui giornali si parlava anche della revoca dell’idoneità all’insegnamento da parte della Curia.
    «L’ufficio scuola della Curia ha aperto un procedimento di verifica che può portare alla revoca dell’idoneità dell’insegnamento della religione. Io ho presentato una memoria difensiva, e so che molti studenti stanno scrivendo alla Curia per testimoniare in mio favore».
    Basterà?
    «Spero di sì, amo l’insegnamento e mi piace stare con i ragazzi, con i quali ho sempre avuto un ottimo rapporto. Sono 26 anni che insegno, e ho scritto anche diversi libri in proposito. Sarebbe curioso se si scoprisse adesso che non sono idoneo».
    Che idea si è fatta di questa vicenda, perché hanno montato un caso di questo genere?
    «È una cosa politica, ci sono insegnanti e forze che non sopportano l’insegnamento della religione. Non vogliono che gli studenti conoscano punti di vista diversi. Tre anni fa altri insegnanti mi hanno creato problemi perché in un’altra classe avevo fatto vedere un video che confutava la teoria darwinista. E ora cercano il pretesto per mandarmi fuori della scuola. Stanno anche cercando di screditarmi sul piano personale per ottenere questo scopo».
    Spieghi cos'è un aborto? Sospeso dalla scuola

    Aborto. Non sta bene mostrare cos’è davvero. La scuola sospende l’insegnante e la Curia ambrosiana, di nuovo, si inchina al mondo
    Un insegnante di religione sospeso perché ha fatto vedere alle sue alunne un film che mostra cos’è, nella sua cruda realtà, l’uccisione di un essere umano nel grembo materno. La società pagana insorge, la Curia obbedisce. Tutto ciò si chiama in un solo modo: tradimento. Grazie, Card. Scola
    di Paolo Deotto
    Oggi ne parlano tutti i giornali, anche se il fatto risale a un paio di settimane fa. All’istituto superiore Cardano, a Milano, un insegnante di religione, G. N., decide di mostrare alle sue allieve cos’è realmente un aborto, cos’è realmente l’uccisione di un essere umano nel grembo materno. Proietta in classe il famoso cortometraggio “L’urlo silenzioso”, un film del 1984 che mostra nel dettaglio come, col permesso di leggi infami, si ammazza un bambino che ha il torto imperdonabile di non essere gradito.
    Immagini crude, impressionanti? Certamente. Non c’è nulla di bello nel vedere un corpo che viene fatto a pezzi. “Per la prima volta guarderemo un bambino mentre viene dilaniato, smembrato, disarticolato, stritolato e distrutto dai gelidi strumenti d’acciaio dell’aborzionista”.
    Le cronache ci dicono che le allieve che hanno assistito sono di terza liceo scientifico. Ergo, hanno mediamente 16 – 17 anni. A questa età purtroppo le nostre giovani sono fin troppo svezzate a quelli che una volta si chiamavano i “segreti della vita”. Del resto, anche giovani ben più giovani, fin dalle scuole per l’infanzia, sono ritenuti dal regime idonei a essere indottrinati, con teoria e con immagini, alle bellezze dell’onanismo e dell’omosessualità.
    Ma l’aborto no, perbacco! Anzitutto è un diritto, sacrosanto diritto, sancito da anni di “lotte” democratiche. E poi notoriamente la vita sessuale deve essere libera, spensierata, magari un tantino animalesca, per cui ci accoppia (almeno non parliamo di “amore”, per cortesia!) quando e come capita, magari nei gabinetti di una discoteca. Se poi capita qualche disguido, beh, che problema c’è, un bell’aborto e tutto torna come prima. La prima a muoversi per capire cosa sia successo è la scuola, contattata dalle famiglie: dopo una settimana di indagini sull’accaduto, il preside Alfredo Petitto decide di sospendere l’insegnante.
    Fin qui siamo ai ragionamenti della società (in)civile, e tutto scorre liscio come l’olio, perché se le premesse sono folli e malate, le conclusioni non possono che essere folli e malate. La società (in)civile pretende di uccidere, ma non sopporta che si mostri cos’è un’uccisione. Suvvia, siamo personcine delicate! Il preside ha difeso il sacro diritto dei giovani di non capire gli abissi in cui siamo ormai caduti.
    Gli insegnanti di religione sono abilitati dal competente ufficio della Curia. Uno potrebbe dire: “La Chiesa ha sempre condannato l’aborto, lo ha definito ‘crimine abominevole’, quindi di certo difenderà questo insegnante. Forse che in Curia ignorano che ogni giorno in Italia si uccidono trecento (ripeto, trecento) bambini? Forse che ignorano che l’aborto è ormai entrato nella mentalità corrente e quindi bisogna fare di tutto per combattere questa mentalità omicida?”
    In Curia di certo non ignorano cosa sia l’aborto, non ignorano la gravità dell’offesa a Dio e alla vita. Non ignorano nulla. Ma hanno deciso che difendere la Verità è troppo pesante, e poi c’è il rischio di diventare impopolari. Così, ecco l’intervento da conigli: «A seguito della segnalazione di alcuni genitori del liceo Cardano di Milano al preside dell’istituto — si legge nel comunicato della Diocesi — il 10 novembre il Servizio insegnamento della religione cattolica della diocesi di Milano ha avviato la procedura di revoca dell’idoneità all’insegnamento della religione cattolica del professore G.N. per il venire meno della necessaria “abilità pedagogica”, ai sensi del canone 804 comma 2 del Codice di diritto canonico».
    Perfetto. Siamo tutti d’accordo, un’azione comune tra Stato e Chiesa per la difesa della delicata sensibilità delle allieve del liceo scientifico Cardano. La difesa della Verità viene in secondo piano, capitolo “varie ed eventuali”. Molto eventuale, per una Chiesa che ha abdicato, non da oggi, al suo ruolo. Del resto la stessa Curia ambrosiana aveva di recente fatto le sue “scuse” per un questionario nel quale si chiedeva agli insegnati di religione di segnalare le scuole nelle quali venivano insegnate le folli teorie del “gender”.
    Allora cerchiamo di avere almeno il coraggio di chiamare le cose col loro nome. La Curia di Milano ha tradito. Sottopone a revoca l’idoneità a un insegnante sgradito al mondo, che ha usato modi decisi per far conoscere ai giovani la realtà del più spaventoso e incessante omicidio di massa che si consuma giorno per giorno, da decenni, che in Italia ha già causato sei milioni di vittime, e centinaia di milioni nel resto del mondo. Tradimento. Chi, se non la Chiesa cattolica, dovrebbe alzare la voce, “a tempo e fuori tempo”, contro un tale disastro morale?
    Le scuse dopo il questionario, il caso dell’insegnante di Moncalieri, ora il caso dell’insegnante di Milano. Torniamo a fare una proposta già fatta: aboliamo l’insegnamento della religione cattolica. Così,in queste condizioni, che senso ha? Almeno cerchiamo di non essere, oltre che vigliacchi, anche ipocriti.
    All’Arcivescovo di Milano, Cardinale Angelo Scola, possiamo dire solo che siamo infinitamente tristi e turbati. Un gregge senza pastore può solo pregare il Signore, affinchè mandi finalmente veri Pastori, veri uomini dotati di quel coraggio nella Fede che ormai sembra un ricordo del tempo che fu. Preghiamo perché Dio salvi questa Chiesa smarrita.
    PS: la società (in)civile che si turba nel vedere cosa accade quando si esercita il “diritto” a uccidere, ci ricorda un precedente storico interessante. Nel corso del processo ad Eichmann, questi ebbe a dire che la decisione di “industrializzare” l’eliminazione degli ebrei – realizzata con i campi di sterminio e con la gassificazione – venne presa non solo per la “gran massa di lavoro”, ma anche perché le continue fucilazioni di massa, anche di donne bambini, alla lunga, turbavano gli uomini delle SS. Interessante, vero? La volontà omicida dei nazisti era ben precisa, ma si voleva tutelare la sensibilità… Cambiano i tempi, non cambia mai la tattica del demonio “bugiardo e padre di menzogna”.
    Aborto. Non sta bene mostrare cos?è davvero. La scuola sospende l?insegnante e la Curia ambrosiana, di nuovo, si inchina al mondo* ?* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    PUSHER AND ESCORT
    di Piero Nicola
    Pusher, escort… perché questa esterofila sostituzione di termini italiani d’uguale significato: spacciatore, prostituta?
    Che si tratti di un mero ricorso alla novità o a vocaboli nuovi perché quelli vecchi sembrano consunti e, scarseggiando gli equivalenti, per rinfrescare o rendere più varia e gradita la prosa, per stimolare e meglio intrattenere il pubblico, qualsiasi spiegazione non riscatta un atto ingiustificato e disprezzabile. Si avvilisce, chi usa i sinonimi inglesi o americani; si avvilisce, almeno nella leggerezza, chi li accoglie; ed è malsano il connesso intento di alleggerire del loro peso le cose più serie, quasi che davvero occorresse sdrammatizzarne la portata.
    Esprime bassezza il dare adito all’attenuamento delle debite definizioni, del significato proprio, di giusto biasimo verso le persone designate, come a proposito di pusher e escort. Colei che vende il più intimo della propria carne non è certo degna di mascheramenti e coperture, eccezion fatta per i casi in cui il riguardo o lo stile richiedono l’eufemismo. E quanti sinonimi garbati la nostra lingua ci mette a disposizione!
    Colui il quale si presta al commercio mortifero della droga e svolge l’infame lavoro del fornitore di sostanze tossiche, deve essere designato con la parola tonda e da tutti ben comprensibile nella sua gravità.
    Alla stessa stregua, è riprovevole l’esterofilia che chiama etnico ciò che è straniero e considera ricchezza l’impoverimento causato dall’importazione di culture estranee e da un commercio sprovveduto con esse, così contribuendo all’alienazione del nostro patrimonio più importante, quello tradizionale.
    Che dire del job acts, della spending review? Sono abdicazioni dal trono della nostra lingua, sono un rinnegamento del Bel Paese… dove il sì suona, e sono insieme formule escogitate da gente che si spaccia per aggiornata sul piano cosmopolita mondiale, formule per tirare il popolo su quel piano e metterlo in soggezione facendogli digerire la sostanza dei provvedimenti governativi: leggi sul lavoro posto alla mercé del mercato piratesco e tagli ad eque spese di provvidenza sociale.
    Del medesimo disegno distruttore del tessuto civile e della distillata eredità culturale fanno parte l’aver cambiato zingaro in rom, per dare allo zingaro una dignità prima negata, l’aver introdotto gay, che suona così allegro e felice, al posto di pederasta o sodomita, da sempre sinonimi di individui riprovevoli per bocca della Rivelazione (San Paolo), di Dante (Inferno) e nella mente del comune sentire.
    Si cominciò dalle oneste sostituzioni di domestica al poco gentile serva, di netturbino a spazzino, per passare alla colf (collaboratrice familiare), all’operatore ecologico, dove già si nascondeva l’abuso: una dipendente salariata non è una collaboratrice, un salariato addetto alle pulizie nei luoghi pubblici non acquista, grazie al suo mestiere, una distinzione ecologica.
    Cominciando con lo screditare la debita severità dei preposti alla morale, alla custodia del Sacro Deposito della Fede, all’esegesi dei Padri e della Chiesa, si commise di certo il maggior danno. A ciò tenne dietro l’irridere i custodi dell’italiano, i puristi e i membri autentici dell’Accademia della Crusca. L’imbarbarimento del linguaggio, la decadente miseria delle arti furono paga e connotati della licenza posta in alto. Ora, lo sbracamento e il malo uso sembrano non aver fine.
    C’è da chiedersi come mai l’aberrante teoria, che vuole ci siano normali inclinazioni sessuali oltre a quelle date da Madre Natura, si chiami del gender anche a casa nostra? Semplice, si dirà, viene dai paesi avanzati, anglosassoni. Certo, nessuno si è sognato di tradurre gender. D’altronde, certe cose è meglio che qui, per adesso, restino un po’ avvolte in una nube esotica e autorevole, una nube compagna di quelle emanate dall’augusto Palazzo di Vetro.
    Poi, i giovani di belle speranze a che mirano? Che diamine! aspirano a uno stage (tirocinio) oppure a conseguire un master (specifico titolo accademico).
    I dizionari non si fanno scrupolo di ospitare, con tutti gli onori, questi lemmi stranieri e i forestierismi. Per esempio, da test (saggio) abbiamo il brutto verbo italianizzato testare (verificare, provare, sperimentare), e da monitor (schermo, schermo di controllo), monitorare (controllare, controllare elettronicamente).
    In italiano occorrono più parole per esprimere certi significati? Perché non ci si è data la pena di trovare espressioni sintetiche nostre e soltanto nostre, come sapevano fare un D’Annunzio e linguisti immaginifici suoi pari.
    La soggezione alla parlata altrui è una perdita d’indipendenza, è una soggezione culturale, una diminuzione della propria civiltà. - Gli orgogliosi francesi hanno definito il computer ordinateur.
    Contravveleni e Antidoti: PUSHER AND ESCORT (di Piero Nicola)

    Libertinismo? Meno liberi e meno gratificati
    -Omosessuale? Comportamento retrogrado, oggi siamo ormai nell’era post-homosexual: non esistono infatti più definizioni e gli adolescenti si rivolgerebbero in modo liquido al maschio e alla femmina. Anzi, come insegna la teoria del gener, a coloro che ritengono di essere maschi e femmine, indipendentemente dal dato biologico.
    Dalla recente inchiesta di “Panorama” si capisce quanto la rivoluzione sessuale abbia distrutto l’identità personale. Perfino Vittorio Lingiardi, uno degli psicoanalisti più omofili d’Italia, ha riconosciuto che «credo che quando si attenuano il controllo e l’organizzazione sociale della sessualità e dei ruoli di genere, inevitabilmente ne consegue una certa confusione».
    Ma questa confusione lui la ritiene giusta, l’importante è che non si sia “eteronormati”. Al “Mucca Assassina”, noto locale gay-trans di Roma, ci vanno, ad esempio, coppie di fidanzati «che all’alba ritrovi avvinghiati ad altri corpi, spesso dello stesso sesso. Al buio, nell’affollata dark room, nessuno chiede “sei gay?”». Progresso? Dicono di si.
    Al Musée d’Orsay viene ospitata una mostra sul Marchese de Sade, il pervertito che perseguitò e stuprò diverse donne pur di soddisfare i suoi istinti libertini. Oggi è un’eroe internazionale e la mostra viene presentata con un’orgia di massa perché «l’opera del “Divino Marchese” rimette radicalmente in discussione i concetti di limite, proporzione ed eccesso, nonché le nozioni di bellezza, bruttezza, sublime e l’immagine stessa del corpo. Egli libera definitivamente lo sguardo da ogni presupposto religioso, ideologico, morale e sociale», ha spiegato la curatrice Annie Le Brun.
    Il sessuologo Emanuele A. Jannini dell’Università dell’Aquila si esalta: «E’ un processo inarrestabile, ci saranno solo vantaggi a non essere schiavi delle distinzioni sessuali. E in questa situazione l’uomo ci guadagna: perché donna si nasce, ma maschio si diventa». Davvero convinti di poter abolire e censurare la diversità e la distinzione sessuale? «Maschi di giorno, confusi di notte», si ripete. «Spaesati, svirilizzati, in perenne ricerca del padre, siamo maschi confusi», afferma il regista teatrale Raffaele Curi, parlando a nome di chissà chi. Il sociologo Zygmund Bauman, ha spiegato che con «la libertà sessuale ci siamo anche guadagnati l’insicurezza». Confusi e insicuri, dunque -di conseguenza- meno liberi. Sono proprio i frutti di questa “rivoluzione” antropologica che dimostrano quanto sia fallimentare per la dignità umana.
    Meno liberi e anche meno gratificati dalla vita, nonostante il piacere egoistico sia la cosa ricercata dai “rivoluzionari”. Lo ha dimostrato un recente studio pubblicato negli atti della “National Academy of Sciences”. I ricercatori hanno seguito un gruppo di 39 adolescenti nel corso di un anno misurando la maniera in cui in cui il loro cervello reagiva all’attività edonistica o a quella più consapevolmente etica. «Il benessere», hanno concluso, «può dipendere dal condividere attivamente i valori legati alla famiglia, alla cultura, e alla moralità, piuttosto che la ricerca di un immediato, piacere egoistico». L’eccitazione del momento, poi si ritorna disperati come prima.
    Libertinismo? Meno liberi e meno gratificati | UCCR

    Educazione sessuale e coercizione
    Da Londra a Berlino, il sesso ideologico per laici e confessionali
    di Giulio Meotti
    I sibariti di Bloomsbury sono sempre stati molto spigliati (l’Inghilterra ha il primato in occidente delle madri teenager). “Sex education”, due parole che oggi sprizzano dalla tv, dalla stampa, da mille discorsi e convegni, agguantano, ogni giorno, l’attenzione del cittadino. Adesso il ministero dell’Istruzione inglese diffonde le nuove linee guida ufficiali per le scuole. Sono redatte come se fossero dei semafori a seconda dell’età: da zero a cinque anni, dai cinque ai nove, dai nove ai tredici e dai tredici ai diciassette. Il verde sta per “sano sviluppo sessuale”, l’arancione sta per “sviluppo sessuale potenzialmente non sano”, il rosso per “sviluppo sessuale insano”. Per i bambini di nove anni, ad esempio, è “verde” la masturbazione solitaria. Per i tredicenni è “sano” avere “attività sessuali con persone dello stesso o di diverso genere, anche orali e con penetrazioni se consenzienti e con persone di età simile”. “Sex at 13 ‘is normal part of growing up’”, scrive il Telegraph commentando la decisione del governo. Una volta l’Inghilterra fu pioniera nel fissare l’età del consenso a sedici anni. Ora la abbassa a tredici. La teoria del genere è immessa in tutte le scuole. E un progetto del ministro dell’Istruzione, Nicky Morgan, vuole portare questa educazione sessuale anche nelle scuole private religiose.
    Parigi fa furore l’expo del “pisellino”. Proteste L'indifferenza di genere nelle scuole milanesi Non ci scusiamo. Vogliamo sapere A dare la notizia è il Times: “Faith schools ‘must teach gay rights’”. Si legge che “le scuole sono state avvisate che chi non riesce a seguire le nuove norme in materia di valori britannici sarà giudicato inadeguato e potrebbe affrontare la chiusura”. Gli ispettori inglesi, spiega il Times, avrebbero avuto la mano pesante sulle scuole cristiane ed ebraiche, ma sarebbero stati pavidi con le madrasse islamiche che pullulano nel Regno Unito, dove i gay non sono proprio omaggiati. Così la scuola Beit Yaakov High School di Salford è stata declassata da “buona” a “insufficiente”. Colin Hart, direttore del Christian Institute, ha detto: “Sono andati in giro nelle scuole ebraiche ortodosse chiedendo ai bambini, ‘ne sai di matrimonio gay’, ‘hai un fidanzato’? E’ come un elefante in un negozio di porcellane”. Come ha detto un rabbino, “visto che a Birmingham in alcune scuole islamiche si scandiva ‘morte agli ebrei’ la ministra ha deciso che era troppo e ha mandato gli ispettori nelle scuole ebraiche, per verificare se lì s’insegnavano il gender e il matrimonio gay”.
    E se in Francia le associazioni dei genitori sono arrabbiate per la visione nelle scuole del film “Ce n’est pas un film de cowboys” (un gruppo di ragazzini parla di omosessualità nei bagni di una scuola), in Germania impazza la protesta per il caso della famiglia Martens a Eslohe, un comune della Renania Settentrionale-Vestfalia. E’ la storia dell’arresto di una madre di nove bambini. La “colpa” di questi genitori è di essere padre e madre di una bambina che si è rifiutata di partecipare due volte ai corsi di educazione sessuale alle elementari. L’associazione Besorgte Eltern chiede “un’educazione adeguata all’età e concordata con i genitori”. La protesta è nata dopo che il governo del Baden-Württemberg ha introdotto dal 2015 nei programmi scolastici lezioni per “educare gli studenti alla accettazione della varietà sessuale”, come è scritto in un documento governativo. E se non accettano, li arrestano.
    Educazione sessuale e coercizione

    Il cammino dell'omofollia
    Dalla banca malthusiana al lupanare thanatofilo
    Piero Vassallo
    L'impavido centro studi Jeanne d'Arc [jda@liberitalia.net] da anni attivo nel soffocante/velenoso cono d'ombra, che incombe sulle esistenze normali a Milano, in questi giorni ha pubblicato il saggio Alle radici dell'omofollia, un testo finalizzato a svelare le radici del potere antinatalista, che promuove il delirio sodomitico, in corsa sfrenata nelle praterie dell'Occidente democratico e liberale.
    Tesi del saggio è la discendenza dell'omofilia dai poteri forti: "L'alta finanza internazionale veglia sempre sulla pederastia internazionale". Motore del movimento per l'inversione della sessualità è, infatti, la Federazione Internazionale della Pianificazione Familiare, oscura congrega fondata nel 1952 dai Rockefeller, banchieri-statisti [la definizione è di Giulio Tremonti], "che, in una logica antinatalista, contestualmente alla pianificazione dell'aborto preparava anche quella dell'omosessualità".
    Le iniziative dei Rockefeller destano la memoria dei versi infuocati, che Ezra Pound scagliò contro l'attività mortifera dei banchieri: "peggio della peste è l'usura ... peccato contro natura ... si frappone tra giovani sposi contro natura" (cfr. I Cantos sul mare, a cura di Andrea Lombardi, Genova 2014).
    Opportunamente gli autori dell'opuscolo sull'omofollia rammentano che, nel 1946, i Rockefeller donarono all'ONU il terreno sui cui è stato costruito il palazzo di vetro e corredarono la donazione con un finanziamento di 8,5 milioni di dollari: "con questi presupposti non sorprende lo zelo con il quale l'ONU ha pianificato l'aborto nel mondo, ieri, e lo zelo con il quale oggi sta promuovendo omosessualità e transessualità".
    Pretesto della propaganda onusiana a favore di aborto e omosessualità è la teoria catastrofista, che attribuisce alla crescita della popolazione mondiale la causa dell'incombente/immaginaria rovina del pianeta Terra. Di qui la folle pretesa di diminuire la crescita demografica mediante aborto, sodomia ed eutanasia e infine l'ingresso sul palcoscenico postmoderno dell'utopia sapienziale contemplante un mondo abitato da un ristretto numero di fantasmi, sapienti e felici.
    Non è chi non veda che lo spettrale piano ha origine dall'inversione pseudomistica del comandamento divino, "andate e moltiplicatevi". Un demenziale e feroce capovolgimento è suggerito alla pseudo scienza onusiana da umbratili superstizioni, in uscita dalle tenebre del sottosuolo. La cultura dell'Occidente onusiano, infatti, è impestata dagli spettri dell'empietà e della falsa religione, che agiscono senza freni nelle società segrete, con gli strumenti della persuasione occulta, galleggiante nelle acque servili dei media.
    Le scuole dell'empietà devono la loro popolarità agli abili truccatori e mistificatori delle rispettive dottrine: la ferocia dionisiaca conquista consensi mettendo la maschera del piacere sano e legittimo, il nichilismo buddista è travestito da buonismo e nascosto sotto i panni della presunta mitezza indiana, l'empietà gnostica è riabilitata e riciclata sotto la specie di una sana e opportuna correzione dell'eccessivo rigore cattolico, l'eresia catara lodata in ragione della sua dichiarata ostilità alla procreazione, il satanismo infine è veicolato da trombe e tamburi assordanti e da additivi psichedelici.
    Le numerose, farneticanti scolastiche, finanziate o approvate dalla banca mangia uomini, sono costituite per aggiornare e promuovere antiche ateologie e/o superstizioni di matrice satanica. La comune radice di tali dottrine, infatti, è il disprezzo della creazione e la calunnia della vita creata: "la vita è un male che non deve essere perpetuato, perché è una caduta dal puro spirito dell'Essere supremo nella natura".
    La teologia cattolica insegna, appunto, che la orgogliosa/invidiosa ribellione di Lucifero ebbe origine dal disprezzo verso l'incarnazione di Cristo nella creatura umana. Il fatto che la radice dell'avversione gnostica al Creatore abbia origine dal disprezzo della creazione dell'uomo svela la natura luciferina dell'antica eresia e delle sue metastasi moderne (l'idealismo, ad esempio), e ultramoderne (la filosofia francofortese e californiana, ad esempio).
    Nella galassia delle sette superstiziose, oscurantiste e thanatofile, un ruolo importante è svolto dalla massoneria, ritrovo di consumati e allucinati eversori, che operano in perfetta sintonia con i governi di conio democratico-anticristiano. Il redattori dell'opuscolo sulle radici dell'omofollia citano al proposito un brano della Quamquam dolores, l'Enciclica del 1873, pubblicata dal Beato Pio IX per far conoscere le finalità della setta massonica: "Dai suoi Catechismi, dalle Costituzioni, dagli Atti stampati e dalle sue adunanze e ancor più dalle aperte macchinazioni e gesta, apparve chiaro che il suo [della massoneria] intento era distruggere la religione cattolica".
    L'ideologia settaria ha infettato le democrazie occidentali, non esclusa quella italiana, promuovendo partiti incolori e politicanti gommosi, soggetti che obbediscono caninamente alle direttive pederastiche e thanatofile della banca universale. Di recente Paolo Pasqualucci ha indicato, in un eccellente saggio, edito da Marco Solfanelli, la forma che dovrebbe assumere un partito in grado di colmare l'assenza di un efficace cordone sanitario. La proposta di Pasqualucci contempla un futuro diverso dal presente, in cui l'ambiente cattolico è frenato e frammentato dall'errore neomodernista e la destra politica è incline alla diserzione e al capovolgimento della propria identità.
    L'avvio di un movimento politico d'ispirazione cattolica dipende dallo svolgimento di un dialogo indirizzato al superamento dei malintesi e delle rivalità, che dividono in circoli chiusi i refrattari all'ideologia dei banchieri. L'iniziativa del centro studi Jeanne d'Arc è dunque da stimare quale avvio di un'azione intesa a promuovere l'unità d'azione dei resistenti al disordine omofilo/tanatofilo finanziato dagli usurai e alimentato dalla sciocchezza dei conformisti.
    Contravveleni e Antidoti: Dalla banca malthusiana al lupanare thanatofilo


  4. #114
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    "Da grande sgozzerò gli infedeli". Ecco come l'Isis addestra i bambini
    In un video choc diffuso dall'Isis si vede una ventina di bambini che vengono addestrati per sterminare gli infedeli
    Nico Di Giuseppe
    "Sono Abdullah e da grande sgozzerò gli infedeli". Parola di un bambino kazako, figlio di quelli che vengono definiti "nuovi combattenti".
    In un nuovo video choc diffuso dai jihadisti sunniti dell'Isis, i bambini vengono addestrati a usare i kalashnikov e a combattere al grido di "Allah u Akbar". Nel filmato si vedono una ventina di bambini a bordo di uno scuolabus. Sembrano alunni come tanti, ma quando arrivano a scuola ecco che viene svelata la cruda realtà. "Insegniamo loro l'arabo e l'Islam", dice uno degli "insegnanti", mentre prende la matita di un ragazzino e lo aiuta a scrivere che "non c'è altro potere che quello di Allah". Secondo il video, i bimbi sono tutti originari del Kazakhstan. Imparano a smontare e a usare un kalashnikov, seguono addestramenti fisici e lezioni di arti marziali. "Il mio leader è Abu Bakr-al-Baghdadi", dice un bimbo. Che poi, alla domanda "Cosa farai da grande?" risponde: "Sarò uno di quelli che sgozzerà gli infedeli".
    "Da grande sgozzerò gli infedeli". Ecco come l'Isis addestra i bambini - IlGiornale.it

    Non conoscono il Corano: massacrati
    Miliziani islamici assaltano bus, costringono i passeggeri a leggere i versetti e uccidono chi non lo sa fare: 28 morti
    Tiziana Paolocci
    Ventotto passeggeri di un bus uccisi perché incapaci di leggere i versi del Corano. Ieri il nord est del Kenya è stato teatro di una nuova strage, dettata dalla barbarie dei miliziani somali di Al-Shabaab, che hanno rivendicato l'agguato rivendicando di aver agito per «rappresaglia» dopo i raid condotti dalla polizia kenyana contro quattro moschee a Mombasa.
    La polizia ha raccontato che ieri mattina all'alba il bus è finito nella rete degli integralisti armati mentre era a una cinquantina di chilometri da Mandera. Il mezzo viaggiava in direzione di Nairobi con a bordo una sessantina di persone, tra cui alcuni funzionari pubblici di ritorno a casa per le vacanze di Natale. Ma nella capitale non è mai arrivato.
    I militanti hanno intimato all'autista di fermarsi, senza ottenere risultati. A quel punto hanno aperto il fuoco, e dal momento che i proiettili non bastavano, hanno lanciato una granata a razzo. Così il bus è finito fuori strada. A quel punto i terroristi hanno ordinato ai passeggeri di scendere. Poi, un macabro gioco. Hanno costretto tutti, uno dopo l'altro, a leggere un verso del Corano, per capire chi era musulmano e chi «infedele». E per quanti non sono riusciti a recitare i versetti, ovvero 19 uomini e 9 donne, la fine è arrivata con un proiettile sparato a bruciapelo.
    «È stato un inferno - racconta Douglas Ochwodh, insegnante di 36 anni -. Mia moglie è stata uccisa davanti ai miei occhi. Le hanno sparato alla testa, come agli altri. Ero coperto dal suo sangue. Io sono sopravvissuto. Penso volessero rapirci e portarci in Somalia, ma il bus si è impantanato nel fango e quelli hanno iniziato a sparare».
    I ribelli di Al-Shabaab, che contano tra i 5mila e i 9mila fanatici, hanno rivendicato la responsabilità dell'attacco affermando di averlo programmato servendosi della stazione radio in Somalia,
    Non conoscono il Corano: massacrati - IlGiornale.it

    Non esiste l’Islam moderato
    A chi vuole università islamiche sul nostro territorio chiedo: si potrà insegnare la sacralità della vita umana, la pari dignità delle persone, anzitutto quella tra uomo e donna, la libertà di scelta, compresa quella di abiurare la religione? La risposta la conoscete già, e non è un caso...
    di Magdi Cristiano Allam
    Che cosa potrebbe fare una Università islamica in Italia se non affermare la positività dell’islam come religione accreditandola come faro di conoscenza e di scienza accademica; promuovere la legittimazione dell’islam come fede universale su un piede di parità con il cristianesimo; favorire la conversione all’islam degli italiani sfruttando la crisi in cui versano la cristianità e più in generale la sfera valoriale nel nostro Paese?
    La proposta di investire 50 milioni di euro per trasformare la sede dell’ex Manifattura Tabacchi di Lecce nella prima università islamica d’Italia, su una superficie di 51.000 metri quadri di cui 8.500 al coperto, è un’offerta allettante e un ricatto inaccettabile. Sappiamo che questi 50 milioni transiterebbero tramite Giampiero Khaled Paladini, presidente del Consorzio Confime (Confederazione Imprese Mediterranee), da due anni convertito all’islam, ma non sappiamo chi c’è dietro questa cifra ragguardevole. Capisco che in tempi di crisi senza precedenti, in cui le amministrazioni comunali sono senza soldi e quasi tutte fortemente indebitate, 50 milioni di euro investiti sul proprio territorio farebbero gola a tutti.
    Tuttavia mi domando perché mai l’Italia, che è una Repubblica laica, lo Stato della Chiesa che è il centro del cattolicesimo, la società italiana che crede nella libertà dovrebbero prestarsi a una simile operazione che metterebbe a repentaglio gli stessi valori fondanti della nostra civiltà, considerando l’incompatibilità dell’islam con il rispetto della sacralità della vita di tutti, la pari dignità delle persone a cominciare dalla pari dignità dell’uomo e della donna, la libertà di scelta compresa la libertà di abiurare l’islam senza essere condannati a morte per apostasia?
    Oltretutto noi viviamo in una vera e propria Terza guerra mondiale caratterizzata, sul piano economico, dall’affermazione della dittatura finanziaria e, sul piano valoriale e sociale, dall’invasione dei clandestini e dalla diffusione del terrorismo islamico. Sull’altra sponda del Mediterraneo i terroristi islamici sgozzano e decapitano. Sulla nostra sponda del Mediterraneo i terroristi islamici hanno cittadinanza europea e si sentono a casa, mentre i rappresentanti del sedicente “islam moderato” ci impongono di costruire sempre più moschee, scuole coraniche, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali sharaitici ed ora aspirano ad avere l’università islamica.
    Ebbene dopo essere stato per 56 anni musulmano, ho preso atto che i musulmani come persone possono essere moderati solo se accettano le leggi stabilite e i valori universali, ma l’islam come religione non è moderato. Non esiste un islam moderato e un islam radicale. L’islam è unico. Il Corano è unico. Maometto è unico. Il versetto che recita “La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso” (Sura 5;33), vale per i moderati e per i terroristi. Il detto che attribuisce a Maometto la mutilazione dei prigionieri “Quando l’Apostolo di Allah (il Profeta Maometto) ebbe tagliato i piedi e le mani di quelli che gli avevano rubato i cammelli e che ebbe loro levato gli occhi con dei chiodi riscaldati sul fuoco, Allah lo ammonì e rivelò: la punizione di coloro che fanno la guerra ad Allah e al suo apostolo e che li affrontano con tutte le loro forze per seminare la discordia sulla Terra, sarà l’esecuzione (per decapitazione) o la crocefissione.” (Abu Zinad, Dawud XXXVIII 4357), è lo stesso per i moderati e per i terroristi.
    Voi pensate che nella università islamica sarà possibile negare la bontà dell’islam come religione? Sostenere, a ragion veduta, che il Corano è un testo da bandire perché istiga all’odio, alla violenza e alla morte? Affermare, prove alla mano, che Maometto è stato un criminale? Ovviamente no. E noi dovremmo rinunciare al diritto di essere pienamente noi stessi a casa nostra, di usare la ragione per rappresentare correttamente la realtà dell’islam, del Corano, di Allah e di Maometto, di vivere orgogliosamente forti della verità e fieri della libertà per 50 milioni di euro?
    Non esiste l?Islam moderato | L'intraprendente

    Francia in subbuglio Houellebecq insedia un islamico all'Eliseo
    Matteo Sacchi
    Una provocazione coi fiocchi, quella dello scrittore francese Michel Houellebecq. Nel nuovo libro - siamo nel settore fantapolitica - che in Francia sarà pubblicato il 7 gennaio e in Italia una settimana dopo da Bompiani, immagina che le presidenziali vengano vinte, nel 2022, da un partito musulmano contro il Front National di Marine Le Pen. E già il titolo, oltre che il contenuto su cui i giornali francesi come Le Figaro hanno fornito alcune anticipazioni, è tutto un programma: Soumission (Sottomissione).
    Lo scrittore immagina che alla fine di un secondo mandato di François Hollande (il quale nel 2017 avrà battuto - con un pizzico di fantasia - la Le Pen), l'ago della bilancia della politica d'Oltralpe diventerà il partito «Fraternité musulmane». Così il suo leader, Mohammed Ben Abbes, finisce all'Eliseo, scegliendo come premier il centrista François Bayrou (che negli anni '90 è stato ministro dell'istruzione). La «sottomissione» del titolo fa ovviamente riferimento a questo. A una Francia debole e persa nei suoi problemi interni, piena di persone schiacciate sul proprio “privato”. Il Paese viene sopraffatto, lentamente ma inesorabilmente, dalla visione radicale degli immigrati.
    Al centro della narrazione un intellettuale, François (esiste nome più francese?). È un quarantaquattrenne, professore universitario infelice e solitario, specialista dei testi dello scrittore decadente Joris-Karl Huysmans. François vive in una casa con alcuni studenti e, come spesso nei romanzi di Houellebecq, è frustrato, frequenta prostitute e naviga su internet a caccia di sesso virtuale. Senza più entusiasmi, la sua vita procede monotona, impermeabile alla cronaca e alla storia. Quasi non si accorge del cambiamento in atto. Alla fine si limita a sottomettersi e a convertirsi.
    Il romanzo aprirà la nuova stagione letteraria in Francia ed è uno dei titoli più attesi. E le anticipazioni stanno già provocando reazioni polemiche sul web. Anche perché a molti l'islamizzazione della Francia sembra essere tutt'altro che fantascienza. Del resto Houellebecq, che non si è mai posto il problema di essere politicamente corretto, aveva già detto la sua sui pericoli connessi alla religione islamica nel 2001. In un'intervista per l'uscita del romanzo Piattaforma si era espresso così: «La religione più pericolosa è l'islam. La lettura del Corano lascia prostrati». Sottomissione, e non è detto sia un caso, era anche il titolo del film dell'olandese Theo Van Gogh, assassinato nel 2004 da un estremista islamico come ritorsione contro la pellicola.
    Francia in subbuglio Houellebecq insedia un islamico all'Eliseo - IlGiornale.it

    Francia, sindaco anti-islamici impone il maiale a scuola
    Bufera sul sindaco di un paese nella regione della Loira, che però argomenta: "Non mi devo adattare alle esigenze religiose, la Francia è laica"
    Ivan Francese
    La Francia è una nazione laica e chi mangia alla mensa della scuola deve adattarsi. In ossequio a questo principio il sindaco di Sargé-lès-Mans, nella regione della Loira, ha stabilito che dal primo gennaio 2015 nella scuola multietnica della città si applicherà il principio "o maiale o niente": un chiaro messaggio per gli studenti islamici.
    "ll sindaco non è tenuto a fornire i pasti che rispondono alle esigenze religiose - ha spiegato alla radio il primo cittadino Marcel Montreau - Questo è il principio di laicità”. Parole che trovano un eco anche nelle dichiarazioni dei direttori di altre scuole pubbliche in tutta la Francia, contrari ad adattare i menu alle esigenze religiose ed alimentari degli studenti.
    Immediate le proteste dei genitori di bimbi musulmani: "I menu alternativi non hanno mai creato problemi e sono previsti per regolamento. Il sindaco però vuole semplicemente cancellare questa clausola."
    Come riporta Le Figaro, a Sargé-Lès-Mans ventisette allievi della scuola su 220 non mangiano maiale: dall'anno prossimo, dovranno cambiare abitudini. O cambiare scuola.
    Francia, sindaco anti-islamici impone il maiale a scuola - IlGiornale.it

    Pegida: la Primavera anti-araba travolgerà la Germania?
    di Marco Dotti
    Si chiama Pegida, è un movimento dal basso che mira a creare una rete europea di cittadini contro "l'islamizzazione dell'Occidente". Dichiara di non avere strutture né gerarchia. Non è un partito né aspira - almeno a parole - a diventarlo. Centinaia di persone si ritrovano ogni lunedì, a Dresda, per marciare contro l'immigrazione e la Germania comincia a chiedersi chi siano e dove arriveranno. Pegida è soltanto un altro sintomo della mutazione politica in corso, in un'Europa pronta a saltare
    Pegida è l'acronimo di Patriotische Europäer Gegen die Islamisierung des Abendlandes. Letteralmente: patrioti europei uniti contro l'islamizzazione dell'Occidente.
    Si sono formati da poco più di due mesi, su iniziativa di Lutz Bachmann, un quarantenne di Dresda che non sembra vantare trascorsi politici degni di rilievo, anche se alcune informative dei servizi di sicurezza e quel richiamo, molto pomposo e splengleriano all'Occidente e ai suoi abitanti, denoterebbero una certa simpatia per la destra.
    Eppure, Pegida si limita a organizzare marce pacifiche e tranquille, avanzando ipotesi che qualcuno sarebbe pronto a definire "di buon senso". La prima marcia si è svolta a ottobre. Da allora, ogni lunedì sera, cittadini mossi da indignazione si riuniscono e sfilano, prevalentemente per le strade delle città della Germania orientale. Basta questo per etichettare come pericoloso il movimento di Bachmann? Basta per classificarlo "di destra"?
    Destra oltre la destra
    Ma forse la categoria "destra" non è più in grado di contenere una spinta multiforme e disomogenea che mescola populismo dal basso e populismo elitario. Sono loro, col tono della vox populi a dire che "non ne possono più" dei mozziconi di sigaretta" buttati per strada, delle "bottiglie lasciate sui marciapiedi" e, soprattutto, "dei musulmani che impunemente sfilano dichiarando guerra alla nostra civiltà". Non mancano nemmeno affermanzioni che, da noi, potrebbero diventare slogan del nuovo corso nazionale della Lega di Matteo Salvini: "Prima i tedeschi, poi tutti gli altri".
    Singolare, come sempre, il passaggio tra considerazioni di ordine locale - pulizia delle strade e sicurezza -e riflessioni di ordine globale - processi di islamizzazione. Ecco perché se qualcuno volesse sbrigativamente classificare Pegida come una delle tante varianti in maschera organizzate da qualche nostalgico, sbaglierebbe.
    Si tratta, casomai, di un procedimento che potrebbe ricordare quello - ben noto agli esperti di marketing - di "destrutturazione del marchio" e, come tale, capace di inserirsi nella complessità e nel disorientamento del mondo postmoderno. I vecchi simboli permangono, in forma residuale, ma si declinano sposando fenomeni modaioli (è il caso dei "nipster") o evaporando, ma essendo richiamati da evocazioni cromatiche (rosso e nero).
    Questo procedimento - in atto in Francia da qualche mese - sembra corrispondere a una strategia di penetrazione più complessa rispetto a quella militare-eroica di una prese del potere da vecchio colpo di Stato. Staremmo assistendo a pratiche di pressione e, a detta di alcuni, di condizionamento e a lungo termine colonizzazione delle posizioni attualmente moderate.
    Pegida
    Il Ministro degli Interni Thomas de Maizière si è subito affrettato a dichiarare che "non esiste alcun pericolo di islamizzazione". Segno, però, che qualcosa si è incrinato nel rapporto fra piazza e establishment politico, se un degno rappresentante di quest'ultimo si prende la briga - in quella che i media ci raccontano come l'operosa, mite e pacata Germania - di tranquillizzare animi di popolani e investitori.
    "Noi siamo il popolo! E voi?"
    Alla domanda "chi siete?" quelli di Pegida rispondono "noi siamo il popolo". Lo gridano ogni lunedì sera, per le strade di Dresda: "Wir sind das Volk!". Parole che qui - ovunque, per chi non abbia memoria breve - hanno un certo peso. "Wir sind das Volk!" gridavano infatti nel 1989 i manifestanti della DDR che portarono alla caduta del Muro.
    Pegida: la Primavera anti-araba travolgerà la Germania? - Vita.it

    ENORME MANIFESTAZIONE A DRESDA CONTRO LA MINACCIA ISLAMICA IN GERMANIA (DECINE DI MIGLIAIA IN PIAZZA, MERKEL ALLARMATA)
    BERLINO - Nonostante le critiche provenienti da gran parte dei partiti politici sia di centrodestra che di sinistra, il movimento anti-islamista tedesco "Pegida" conquista sempre piu' simpatizzanti non solo a Dresda, dove è nato, ma in tutta la Germania.
    Ieri sera, lunedì, a Dresda, piu' di 15mila manifestanti - secondo la polizia, 30.000 secondo gli organizzatori - sono scesi in strada per rispondere all'appello degli "europei patriottici contro l'islamizzazione dell'Occidente".
    La cancelliera Angela Merkel (Cdu) ha condannato aspramente le azioni del movimento della destra conservatrice e ha messo in guardia dalla "caccia all'immigrato". "Non c'e' posto per la denigrazione delle persone che vengono in Germania da altri Paesi", ha dichiarato Merkel. Ma l'opinione pubblica tedesca parteggia per questo nuovo "movimento" di base contro l'Islam nato in una delle più importanti città dell'ex Germania Est.
    Il ministro della Giustizia de governo Merkel, Heiko Maas (Spd) ha definito la protesta una "vergogna per la Germania" attirandosi dure critiche da parte della Csu (la consorella bavarese della Cdu, ndr) che invece è d'accordo con Pegida e lo sorregge politicamente. Tra i manifestanti di Pegida - ieri sera in piazza a Dresda - c'era anche Alexander Gauland, il segretario di AfD del Brandeburgo.
    Nel frattempo, i Servizi per la sicurezza interni della Germania temono per il prossimo anno un aumento degli scontri tra islamisti e membri della destra in tutto il Paese. "Osserviamo una crescita del numero dei salafiti in Germania e contemporaneamente un preoccupante rafforzamento delle attivita' xenofobe", ha dichiarato il presidente dei Servizi di sicurezza, Hans-Georg Maassen: da questa situazione, ha avvertito l'ufficiale, potrebbe nascere un enorme potenziale di conflitto.
    "Lo scontro tra gli islamisti combattenti di ritorno dalle zone di guerra e le manifestazioni anti-islamiche degli estremisti di destra rappresenta una situazione potenzialmente esplosiva", ha concluso Maassen. E su questo, tutti in Germania gli danno atto d'avere centrato il vero problema: oltre 500 potenziali terroristi - cittadini in massima parte di origine turca ma con passaporto tedesco - sono rientrati o stanno per rientrare in Germania dopo avere combattuto nelle file dell'Isis in Medio Oriente.
    Se questa non è una minaccia contro cui scendere in piazza, come stanno facendo i cittadini di Dresda, cos'è una minaccia?
    ENORME MANIFESTAZIONE A DRESDA CONTRO LA MINACCIA ISLAMICA IN GERMANIA (DECINE DI MIGLIAIA IN PIAZZA, MERKEL ALLARMATA) - I fatti e le opinioni del Nord - ilnord.it

    IN GERMANIA I NAZIONALISTI NON SI NASCONDONO PIÙ: NELLA PIAZZA DI DRESDA, PIENA DI TESTE RAPATE, C’È ANCHE TANTA GENTE COMUNE CHE SFILA CONTRO GLI ANTI-ISLAMICI, AL GRIDO DI “SIAMO NOI I VERI TEDESCHI” - E A NORIMBERGA BRUCIA IL CENTRO PER I RIFUGIATI
    È proprio nella «Firenze sull’Elba» rasa al suolo con furia dalle bombe alleate a febbraio del 1945, che rischia di saldarsi la nuova destra tedesca. Con gli anti-euro Afd, passati dalla priorità dell’uscita della moneta unica a quello del freno all’immigrazione…
    1. DRESDA, SFILANO GLI ANTI-ISLAM “SIAMO NOI I VERI TEDESCHI”
    Tonia Mastrobuoni per “La Stampa”
    Un fischio assordante, poi una voce stridula riempie la piazza. A tre metri dal palco, visibilissimo, un cartello con la scritta «Alibaba e i quaranta spacciatori». Il proprietario, un cinquantenne brizzolato dall’aria pacifica, non accenna ad abbassarlo. Del resto, nessuno ha vietato i manifesti razzisti; solo quelli anticostituzionali. E vai a capire la differenza.
    Dalle ultime file parte anche una selva di fischi e un coretto, «Deutschland, Deutschland». Una dozzina di teste rasate applaudono scandendo il ritmo. Quello che contagia invece tutti, ogni volta che qualcuno lo accenna, è «Wir sind das Volk», «Noi siamo il popolo», lo slogan scippato alla rivoluzione che un quarto di secolo fa portò alla caduta del muro di Berlino.
    Nell’autunno dell’89 anche qui a Dresda manifestavano ogni lunedì, come nel resto della Germania comunista, contro il regime di Honecker. E rischiavano il carcere o la vita. Ma in una piazza stracolma di teste rapate, «noi siamo il popolo» ha un suono sinistro. E quello di Pegida, dei «Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente», movimento nato a ottobre nella capitale sassone e divenuto ormai un appuntamento fisso e sempre più popolare anche in altre città della Germania - Duesseldorf, Kassel, Colonia, Ulm - è sempre sul filo dell’equivoco.
    Di più: è proprio nella città simbolo del «mattatoio» di Vonnegut, nella «Firenze sull’Elba» rasa al suolo con furia dalle bombe alleate a febbraio del 1945, che rischia di saldarsi la nuova destra tedesca. Gli anti-euro Afd, passati dalla priorità dell’uscita della moneta unica a quello del freno all’immigrazione, stanno già tentando di mettere il cappello su Pegida. Sono stati i primi, nelle settimane scorse, a mostrare una - cauta - disponibilità al dialogo, con gli anti islamisti.
    Se il movimento dovesse trovare uno sbocco nel partito di Bernd Lucke, cresciuto anch’esso a dismisura nei consensi fino ad entrare in ben tre assemblee regionali a settembre, con percentuali di voto oltre il 10%, per Angela Merkel sarebbe un bel grattacapo. La cancelliera continua a demonizzare Pegida, anche ieri ha fatto sapere che la Germania «non è un posto per odio e calunnie». Tuttavia, sarà difficile ignorarlo a lungo. Così come per gli Afd sarà difficile mantenere l’ambiguità, sul movimento.
    «SIAMO DI DESTRA»
    Eppure, non è che manchino i momenti di verità, in questa piazza. Ad esempio, quando una ragazza poco più che ventenne urla dal palco, «ascoltatemi bene, giornalisti: questa è una piazza di destra» e dalla folla partono un boato e un’ovazione. E poi giù, a sparare parole d’ordine, «deutsche Sitte», «usanza tedesca» e tante volte «Volk», «popolo».
    Ufficialmente, gli organizzatori della manifestazione di Dresda, cercano di tenere lontani i neonazisti e gli slogan di estrema destra dal movimento. E nella piazza di Dresda, a stragrande maggioranza maschile e piena di teste rapate, c’è anche tantissima gente comune. Donne, famiglie con bambini, molte coppie di anziani. Uno urla con forte accento sassone «sono fiero di essere tedesco», segue un applauso.
    «PENSIAMO AI NOSTRI FIGLI»
    Horst, tassista 53enne venuto a manifestare con la moglie, spiega la popolarità di Pegida soprattutto nella ex Germania est: «Noi qui accettiamo ancora lavori che i tedeschi dell’ovest non accettano più da un pezzo, per noi gli immigrati dell’Est Europa sono concorrenti veri». Horst scuote la testa: «Io devo pensare al futuro dei miei figli».
    Anche dal palco, uno dei capi del movimento sintetizza il motivo della popolarità di Pegida: «Non siamo un one man show, ma il risultato di anni di errori nelle politiche di immigrazione», strilla. La cosa inquietante, è che i sondaggi sembrano dargli ragione: il 34% dei tedeschi - uno su tre - secondo un’indagine dello Spiegel, pensa che la Germania si stia islamizzando.
    2. GERMANIA, GERMANIA, AL FUOCO EDIFICI DI ACCOGLIENZA RIFUGIATI A NORIMBERGA
    (askanews) 12 dicembre 2014 - Tre edifici destinati all'accoglienza dei rifugiati sono stati dati alle fiamme nella notte nei pressi di Norimberga, in Baviera. Non ci sono state vittime perché gli edifici erano stati appena ultimati e non ospitavano ancora nessuno, spiega il sito online del settimanale tedesco Der Spiegel. Sul luogo di uno dei roghi la polizia, che segue la pista dolosa, ha ritrovato dei graffiti con croci uncinate e altre scritte xenofobe e neonaziste. Un vigile del fuoco è rimasto leggermente intossicato.
    I danni ammontano a circa 700mila euro e le abitazioni non saranno agibili per un po di tempo. Nell'ultimo periodo in Germania, che negli ultimi anni è diventata la destinazione principale dell'immigrazione in Europa, si fa sempre più rumoroso il sentimento xenofobo. Nei giorni scorsi si sono svolte in diverse città marce sostenute dall'estrema destra nazionalista o dai neonazisti.





    Svezia: attaccata un’altra moschea, è la terza in una settimana
    Nella accogliente Svezia cresce l’intolleranza contro l’immigrazione islamica. La mattina di Capodanno un’altra moschea, in una delle più grandi città della Svezia, è stata colpita da una bomba molotov e ignoti hanno scritto frasi contro l’immigrazione e l’islam. E’ il terzo attacco del genere nell’arco una settimana.
    La polizia sta cercando il colpevole dopo che un uomo ha lanciato la bomba incendiaria nelle prime ore di Giovedi ‘mattina a Uppsala. Nessuno era nell’edificio al momento dell’attacco avvenuto verso le 040 del mattino il giorno di Capodanno. “Qualcuno ha gettato una bomba incendiaria, una molotov, presso l’edificio”, ha detto il portavoce della polizia di Uppsala, Torsten Hemlin, all’agenzia di stampa svedese TT.
    La polizia ha detto in un comunicato che "Il crimine è stato classificato come tentato incendio doloso di stampo razzista ed ha chiesto ai testimoni di farsi avanti e denunciare i colpevoli".
    Omar Mustafa, presidente dell’Associazione islamica di Svezia, ha detto: "La mia sensazione è che si tratta di un crimine di odio programmato destinato a intimidire una parte della popolazione. Si tratta di un attacco alla libertà religiosa, un attacco a tutta la società e non ho altra scelta che classificarlo come un atto di terrorismo".
    Un esame di coscienza? Mai!
    Svezia: attaccata un?altra moschea, è la terza in una settimana | Imola Oggi




  5. #115
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Di padre, madre, fratello e sorella ignoti
    Al Senato è stata depositata una bomba a orologeria per far saltare in aria la famiglia
    Marcello Veneziani
    Al Senato è stata depositata una bomba a orologeria per far saltare in aria la famiglia. Ma lorsignori si trastullano con l'Italicum. Si tratta del ddl della senatrice Valeria Fedeli (Pd) che vuol finanziare con 200 milioni di euro un programma di rieducazione all'ideologia gender. Il fine è adottare a scuola misure e contenuti per «eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socioculturali fondate sull'impropria “identità costretta” in ruoli già definiti dalle persone in base al sesso di appartenenza».
    L'impropria «identità costretta» sarebbe poi la famiglia coi ruoli «già definiti» di padre, madre, figlio, figlia. Non si chiede di riconoscere pari dignità ai transessuali, ma addirittura si chiedono milioni per eliminare dalle teste dei ragazzi l'idea della famiglia con i suoi ruoli definiti e sostituirla col gender. A questa proposta, nata nel partito di maggioranza che fa il paio con la legge Scalfarotto sull'omofobia, chi reagisce? Il movimento Pro-vita che cerca firme per una petizione, Giovanardi, e pochi altri...
    Se lo dici rischi di vederti censurato, come è capitato all'avvocato Simone Pillon che aveva denunciato l'osceno materiale didattico in un liceo di Perugia che con l'alibi di fare prevenzione pubblicizzava pratiche per l'eccitazione omosex come l'uso di lubrificanti anali, sex toys e dental dam. Risultato della denuncia: è stato indagato lo stesso Pillon e oscurato il sito del forum famiglia in cui è apparsa la sua denuncia ironica. E qui parliamo di super-canguri...
    Di padre, madre, fratello e sorella ignoti - IlGiornale.it

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Sono un eretico, dico eresie. Così ha dichiarato l’omosessualista friulano, presidente di un’associazione delle loro, che non so come ha trovato il mio numero di telefono e l’ha usato per disturbarmi, ossia invitarmi a un dibattito pubblico (ma certo, aspetta che corro) e provare a confutare la mia convinzione che l’omosessualità sia una malattia. Non gli ho precisato l’accezione per me più metafisica che fisica della parola malattia, citando magari Pascal: sarebbe stato scendere sul terreno del dialogo, che non mi interessa, e comunque Cristo mi ha insegnato che non si danno perle ai porci.
    Con vocetta un po’ da prete e un po’ da Pasolini, del tutto impermeabile ai miei “Mi lasci in pace!”, l’omosessualista è andato avanti fino a definire il mo pensiero “un’eresia”. Qui ho avuto paura. Perché eresia è un concetto teologico e quindi al telefono non c’era il presidente di un’associazione bensì il sacerdote di una chiesa. Che non poteva essere la chiesa di Dio perché Dio verso la sodomia ha sempre manifestato sdegno. Ad accusare di eresia un fedele del Vangelo qual sono, non poteva che essere la chiesa di Satana.
    PREGHIERA - 29 Luglio 2014

    Effetti della marijuana sul cervello: come ti manipolo la notizia
    Leggendo il corriere.it mi ha colpito il fatto che la notizia più letta del giorno è la seguente: “Effetti marijuana sul cervello: corteccia ristretta ma più connettività“. La notizia profumava di spin doctor, e infatti…
    La comunicazione è strutturata in maniera abile già nel titolo. Come i linguisti ben sanno, il ricorso all’avversativo amplifica il messaggio della seconda frase. “La corteccia si restringe ma il mio cervello è più connettivo”. Il messaggio: sì, danneggia un po’ la materia grigia però sono più intelligente.
    L’analisi del testo svela – a un occhio esperto – la costruzione capziosa.
    La frase chiave è questa:
    “Test cognitivi hanno dimostrato che i consumatori cronici di marijuana hanno un quoziente intellettivo inferiore rispetto ai volontari di controllo, ma le differenze non sembrano essere correlate alle anomalie del cervello, perché non esiste un legame diretto tra deficit di intelligenza e diminuzione del volume cerebrale.”
    Uno pensa: ah bene. Poi l’articolo chiude in maniera apparentemente innocua:
    E i risultati – fa notare – suggeriscono aumenti di connettività, sia strutturali che funzionali, che possono compensare le perdite di materia grigia. Anche se alla fine, tuttavia, con l’uso prolungato di marijuana la connettività del cervello inizia a degradarsi».
    Impressione complessiva: farmi di marijuana va e fa bene. Urrah!
    Tuttavia, leggendo attentamente il testo, il quadro appare tutt’altro che rassicurante. Innanzitutto il concetto di connettività resta vago, non si spiega come è stato misurato, ma soprattutto due frasi sono rivelatorie, queste:
    Test cognitivi hanno dimostrato che i consumatori cronici di marijuana hanno un quoziente intellettivo inferiore rispetto ai volontari di controllo.
    Traduzione: sono più stupidi. E ancora:
    Alla fine con l’uso prolungato di marijuana la connettività del cervello inizia a degradarsi
    Traduzione: alla lunga anche la connettività diminuisce.
    Il messaggio scientifico della ricerca è chiaro: la marijuana ti restringe la corteccia cerebrale, ti rende meno intelligente e ti fa diminuire la connettività. Ma in mano a un bravo spin doctor, il messaggio si ribalta. E la notizia diventa la più letta del giorno.
    A chi convenga tutto questo lo potete facilmente immaginare (sempre che non siate dei consumatori cronici di marijuana…).
    Effetti della marijuana sul cervello: come ti manipolo la notizia ? il Blog di Marcello Foa

    Obama con la tiara, per Repubblica è l'uomo dell'anno
    di Luigi Santambrogio
    Per quale coraggiosa azione, quale gesto esemplare, discorso epocale o frase magistrale sarà ricordato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama? Per un qualcosa simile a quel Ich bin ein Berliner gridato nel 1963 a Rudolph Wilde Platz da J. F. Kennedy? Oppure per una definizione che ricordi quella impareggiabile di “Impero del Male”, appioppata all’Urss di Andropov dal cow boy Ronald Reagan? Oppure, quella familiare e molto wasp del giovane George W. Bush che al Congresso, dichiarò senza tentennamenti: «Non mi ritirerò dall'Iraq neanche se restassero ad appoggiarmi solo mia moglie Laura e il mio cane Barney».
    Vabbè, sappiamo com’è poi finita in Iraq, in Afghanistan e tutto il casino scoppiato nei dintorni, ma quel che conta in politica, sono le intenzioni. Di Barack Obama, dopo sei anni alla Casa Bianca, ancora non ci sono frasi sconvolgenti da trascrivere sul registro delle guest star della storia, tranne forse quella sul “presidente abbronzato”, ma era di Berlusconi. In attesa, bisogna accontentarsi di quel che passa l’ufficio stampa di Washington anche se non è granchè.
    A fare lo scoop ci ha pensato Repubblica che ieri ha pubblicato in prima pagina la tanto attesa svolta, quello che strapperà Mr. President alla cronaca per consegnarlo alla storia. La fotografia è arrivata ai giornali la vigilia di Natale, anche se è stata scattata lo scorso maggio. Mostra Obama sorridente al centro di un gruppo di bambine allegre con in testa una tiara da Fata Turchina. «È accovacciato al loro livello», scrive garrula Mariapia Veladiano, firma di prestigio del quotidiano, «anzi, non si sa come ma è anche più basso, e come loro porta in testa una piccola tiara di pietre colorate e brillantini». L’occasione il White House Science Fair, il premio che porta alla Casa Bianca le giovani promesse della ricerca scientifica made in Usa.
    L’immagine è di Pete Souza, il fotografo ufficiale della famiglia Obama, che certamente ha avuto l’ok presidenziale per scattare e spedire alle agenzie di tutto il mondo la foto del Capo Supremo con in testa la coroncina da Barbie. Ma c’è di più: Repubblica ci racconta un altro episodio, più fresco e natalizio: Obama che mentre insieme alla moglie Michelle seleziona i pacchi dono «spagina il tranquillo rituale» per infilare proditoriamente «un po’ di giochi “maschili” nello scatolone delle bambine». Con fare ammiccante e un po’ tontolone, il presidente ha cominciato a mettere scatole di “Meccano” e guanti da baseball nello scatolone delle bimbe: «Vediamo di abbattere un po’ di questi stereotipi», ha detto, «anche le bambine amano la scienza e giocano a baseball».
    Ecco la notizia che tutti aspettavano, la frasona e il coup-de- thèâtre destinato a sconvolgere i libri di storia e mettere una volta per tutte l’abbronzato Barack nel Pantheon dei Grandi. Dopo la tiara farlocca di miss Mondo, un Santa Klaus in versione gender, dispettoso e monello, pronto a fare saltare millenni di distinzione sessuale con un maramaldo scambio di sacchi. E, come dice il poeta, meglio cominciare quando sono piccoli a inculcare nella testa degli innocenti certe idee strampalate. Dunque, ecco Obama Babbione Natale infilare guantoni a mazze da baseball, macchine dei pompieri e G.I. Joe muscolosi e armati fino ai denti nei cesti che le renne rovesceranno nei camini delle bambine d’America. Mentre fornelletti da cucina, vestitini di pizzo, Hello Kitty e principesse Frozen quest’anno dovranno guadagnarsi le coccole dei little boy.
    Impresa nobile, quella del presidente gay friendly, che niente ha da invidiare alle gesta dei suoi predecessori: se Reagan contribuì a smantellare l’impero del Male e Bush senior mise fine al traffico di Trabant messo su da Honecker, a Obama tocca il merito di aver abbattuto il Muro dei Sessi e inaugurato l’epoca degli unisex toy, dei giocattoli arcobaleno e senza frontiere. «Stereotipi di genere», commenta estasiata la Mariapia repubblichina, infernali discriminazioni dure a morire, perché «conoscono tutte le lingue e abitano tutte le latitudini».
    Povero Obama, l’ex padrone del mondo e comandante in capo dell’invincibile armada (una volta), piegato a clownesca icona della liberazione transgender e Lgbt. L’Iraq è perso, l’Afghanistan è tornato telebano, il Califfatto islamico sgozza ostaggi yankee e fa strage di infedeli e il signore della Casa Bianca che fa? Si diverte a scambiare macchinine e bamboline, a controllare il sesso alle renne e a camuffarsi da Befano. Per la gioia di Repubblica e dell’anima candida di Mariapia Veladiano, scrittrice e teologa, opinionista a giorni alterni del quotidiano scalfariano e di quello dei vescovi, quell’Avvenire che per un anno intero le affidò una rubrica quotidiana. A conferma della dannosa influenza che possono avere gli “stereotipi di genere” e la cattiva abitudine di marchiare con il rosa e l’azzurro le differenze sessuali, la teo-filosofa cattolica ricorda quanto avvenne qualche anno fa in una lotteria di beneficenza di fine anno di una scuola elementare del Trentino.
    «Preparata con esattezza asburgica dalle maestre», scrive Mariapia, «furono apparecchiati due scatoloni identici a quelli preparati per Obama. I doni delle bambine portavano il numero scritto su foglietti rosa a forma di cuoricino, quelli dei bambini su post-it quadrati di colore azzurro». Ma ecco che a rovesciare i ruoli e a mandare in fumo il piano machista, intervengono le bimbette trentine: gli «specchietti a forma di fiore e pettinini rimasero sui banchi, dimenticati». Ma mica finì qui. Tanto per non farsi mancare niente, «Ci fu una bella riflessione», ci informa la Veladiano e «un gruppo di maestre, insieme all’Iprase, l’unico istituto di ricerca e sperimentazione didattica ancora attivo in Italia, lavorò per due anni a una ricerca sperimentale sugli stereotipi di genere trasmessi a scuola attraverso i libri di testo, i libri di lettura, le circolari scolastiche, i comportamenti del personale, il linguaggio formale e informale». Ecco, una commissione d’inchiesta, con tanto di intergruppo scolastico, al lavoro per ben due anni. Risultati? Non si sa, ma in Italia una commissione non si nega a nessuno, neppure ai pensosi insegnanti trentini.
    Morale della favola: Barack stia tranquillo: anche se non ce la farà a spiacciare entro la fine del suo mandato una bella frase da incidere sulle Montagne Rocciose, la sua foto con la tiara di brillantini vale già una campagna elettorale. Non avrà risolto gran parte dei problemi per cui gli americani l’hanno eletto, però, ci fa notare la teo-commentatrice unisex Mariapia, «nessuno di quei tremendi kit rosa confetto che si vedono impilati dietro di lui, finisce nel cesto dei bambini. Probabilmente perché nessun essere umano maschio o femmina merita in dono certi orrori» e «quella infame qualità dei regali destinati alle bambine». Ah, così è tutto più chiaro.
    Alla Veladiano deve essere andata di traverso la trusse giocattolo con gli ombretti e il mascara “Piccole donne crescono”, ricevuta in regalo in qualche Natale della sua infanzia. Avrebbe tanto desiderato il set della tartarughe Ninja o la Batmobile con le ali. Adesso ne vuol fare una battaglia di genere, il pretesto per eliminare le differenze e invocare il diritto delle bimbe a giocare con le ruspe. Vabbè, se questo è il problema, allora non c’è problema. A patto di non dimenticare che «un maiale col rossetto resta sempre un maiale». E questo l’ha detto Obama (comizio tenuto nel settembre 2008 a Lebanon, Virginia), mica l’omofobo Giovanardi.
    Obama con la tiara, per Repubblica è l'uomo dell'anno



    Violenta la compagna dopo la lezione di educazione sessuale
    Un ragazzo di tredici anni ha stuprato una sua compagna nel cortile della scuola dopo aver seguito in classe una lezione sull’educazione sessuale. Il ragazzo ha affermato che, nonostante il rifiuto della compagna, voleva “provare” quanto gli era appena stato insegnato in classe. Il fatto è accaduto in Galles e la notizia è stata ripresa dalla stampa inglese. Le autorità stanno rivalutando il contenuto di questi corsi scolastici.
    Ma non c’è molto da stupirsi, purtroppo, l’educazione sessuale non è certo una lezione sull’affettività ma è asettico corso di “istruzioni per usare sessualmente l’altro”, dove nemmeno viene citata la parola “amore”. Il sesso è trattato come una mera funzione biologica da espletare grazie all’uso del corpo altrui. Tale “educazione”, secondo le indicazioni per la scuola dettate dall‘Organizzazione Mondiale della Sanità, deve essere impartita dagli 0 ai 4 anni, età alla quale bisogna ricevere informazioni sulla «gioia e piacere nel toccare il proprio corpo e sulla masturbazione infantile precoce». Dai 4 ai 6 anni, invece, l’OMS vuole che i bambini siano aiutati ad orientarsi verso l’«amicizia e amore verso persone dello stesso sesso», così come sulle «relazioni con persone dello stesso sesso, le diverse concezioni di famiglia». Dai 6 anni in poi si passa ad insegnare l’uso dei contraccettivi, dei preservativi, informazioni sull’aborto, sul sesso orale fino all’utero in affitto e alla fecondazione artificiale (a 12 anni).
    Proprio per questo il celebre filosofo inglese Roger Scruton ha criticato «l’ideologia che vuole ricostruire la sessualità senza legami con l’ordine naturale. Il gesto sessuale è ridotto a funzione corporale emancipata dalla moralità. L’educazione sessuale a scuola cerca di cancellare le differenze fra noi e gli animali, rimuovendo concetti come il proibito, il pericoloso o il sacro. L’iniziazione sessuale significa superare queste emozioni ‘negative’ e godere del ‘buon sesso’. Abbiamo incoraggiato i figli a un interesse depersonalizzato alla sessualità. Il corpo è diventato opaco».
    Solitamente i sostenitori si giustificano spiegando che tali insegnamenti nella scuola dell’obbligo servono per aumentare la consapevolezza sanitaria-sessuale così da prevenire malattie sessualmente trasmissibili. Qualche mese fa “Il Fatto Quotidiano” ha infatti elogiato il fatto che in Olanda l’educazione sessuale inizi obbligatoriamente a 4 anni (50 ore di bombardamento all’anno fino ai 12 anni), al contrario dell’Italia dove non c’è nemmeno (fortunatamente) una normativa in merito. In Svezia, si legge, l’obbligo divenne tale nel 1955 e oggi in tutte le scuole si vedono filmati dimostrativi e cartoni animati espliciti. In Danimarca le lezioni di sesso (obbligatorie dal 1970) sono tenute ai bambini da prostitute ed omosessuali. Peccato che nel 2013 il rapporto dello “European Center for Diseases Prevention and Control” (Ecdc) ha dimostrato che le nuove infezioni sessuali raggiungono picchi di diffusione proprio nei Paesi citati, al contrario dei Paesi in cui non c’è alcun obbligo e alcuna normativa in merito (citeremo come contrappunto la situazione in Italia e Polonia, due Paesi fortemente cattolici).
    Ecco i dati: per la Clamidia i Paesi al di sopra della media europea sono proprio Danimarca (479 per 100mila), Finlandia (254 per 100mila), Norvegia (458 per 100mila), Svezia (396 per 100mila) e Regno Unito (341 per 100mila), per l’Olanda manca il dato ma si segnalano 12.926 nuovi casi (contro i 319 della Polonia e 339 dell’Italia). I Paesi ben sotto la media sono invece: Grecia (4.44 su 100mila), Polonia (0.84 su 100mila) e Romania (0.62 su 100mila). Per la Gonorrhoea la situazione è simile: Danimarca (9.01 su 100mila, in crescita continua), Svezia (10.02 su 100mila, in continuo aumento), Regno Unito (37.09 su 100mila, in continuo aumento) sono sopra la media europea, contro lo 0.78 su 100mila della Polonia (in calo). Per l’Italia non ci sono dati ma si notano 407 nuovi casi contro i 3.578 dell’Olanda. Anche per l’Epatite B stessa situazione: Danimarca (4.7 su 100mila, in crescita), Olanda (10.3 su 100mila) e Svezia (14.2 su 100mila), contro l’Italia (0.7 su 100mila, in decrescita) e la Polonia (0.3 su 100mila, in decrescita). La situazione rimane invariata per l’Epatite C e la Sifilide. I conti sono presto fatti: i dati più vertiginosi sono registrati in quei Paesi dove si martella di più con l’educazione sessuale fin dalla tenera età e dove il contraccettivo è diffusissimo.
    Benedetto XVI era stato esplicito: «non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione». Un’altra ottima riflessione, che pubblichiamo integralmente, è stata pronunciata da Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea presso l’Universita “La Sapienza”: «Non si capisce come mai le istituzioni pubbliche occidentali continuino a nutrire una fiducia magica nell’efficacia dell’educazione sessuale. Dopo anni di corsi, naturalmente centrati sui metodi contraccettivi» abbiamo come risultato i dati sopra esposti. «Ormai è chiaro che non basta assolutamente spiegare loro come possono usare i contraccettivi, e dove trovarli facilmente, per evitare queste tragedie, ma che il problema è più a monte, nell’educazione e quindi nella famiglia. In fondo l’Italia – dove non esiste educazione sessuale scolastica obbligatoria – è uno dei Paesi che se la cava meglio da questo punto di vista: qui i giovani rischiano di meno malattie e gravidanze precoci».
    Questo avviene «per merito della famiglia, del controllo affettuoso dei genitori sui figli adolescenti, del fatto che i ragazzi non sono abbandonati a se stessi con una scatoletta di anticoncezionali come unica difesa dalle loro passioni e dai loro errori. E, in parte, è merito anche della Chiesa cattolica, che continua a insegnare che i rapporti sessuali sono molto più di una ginnastica piacevole da praticare senza freni senza correre rischi. La Chiesa considera infatti la vita sessuale degli esseri umani come una delle prove più significative della loro maturità umana e spirituale, una prova da affrontare con preparazione e serietà, cioè da collegare a scelte di vita fondamentali come il matrimonio, e quindi alla fondazione di una famiglia in cui la procreazione costituisce uno dei fini principali. La Chiesa insegna rispetto per il proprio corpo, che significa dare importanza e peso agli atti che si compiono con esso, a non considerarli solo possibilità di divertimento o di appagamento narcisistico: e questo è proprio il contrario di quanto dicono i suoi critici. I cattolici quindi non possono accettare che la vita sessuale venga considerata materia di insegnamento come un’attività qualsiasi, la quale presenta dei pericoli che sarebbe meglio evitare; come ben si sa, poi, i giovani sono spesso attratti dai pericoli, e si impegnano a evitarli solo se vengono educati alle ragioni profonde di un diverso comportamento morale».
    Anche la neuropsichiatra infantile, Mariolina Ceriotti Migliarese, ha suggerito che l’educazione sessuale venga affrontata in famiglia, con un affiancamento della scuola, seppure non necessario.
    Violenta la compagna dopo la lezione di educazione sessuale | UCCR

  6. #116
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    TI DO DEL TU ANCHE SENZA PREAVVISO
    Piero Nicola
    Un bimbetto si rivolge a me come a seconda persona singolare, mi dice “tu”. Che cosa ne può, se l’hanno educato così?
    Una ragazzetta del vicinato che mia moglie ha preso a benvolere e sotto la sua ala (essendo dimezzata l’ala familiare sopra la giovincella) vorrebbe agire con me allo stesso modo, e sembra delusa e quasi offesa, quando metto le mani avanti avvertendola che non mi ci trovo con la confidenza. La compagna della mia vita ci resta male, rimugina un rimprovero diretto a me. Sarei io scortese e scriteriato. Spiacente: si sta al proprio posto oppure no. Non è data una terza situazione.
    I romani davano del tu al divino imperatore. Che altro potevano fare, se non disponevano del voi o del lei? Poi, qualcuno li inventò e si godette questa opportunità. Tuttavia i romani esprimevano la loro deferenza diversamente, rispettavano gerarchie e convenienze sociali.
    Noi possiamo trattare le persone secondo il genere di relazione che abbiamo con loro, preliminarmente con il lei, con il voi, con il tu. Trascurare questo uso e privarsene è insensato. Tolta la base consuetudinaria del debito rispetto, sgorga automaticamente una familiarità inopportuna, si scende a una maniera di stare da pari a pari che contraddice le differenze, e imbarazza chi non sia l’amoroso drudo della democrazia. Se al tu è permesso di invadere l’uso delle debite distanze, allora si abbia il coraggio di abolire il lei.
    Oggi la dea Uguaglianza opera il prodigio di annullare le distanze con reciproca soddisfazione. Su questo punto, i due d’impari condizione s’intendono alla svelta. Il maggiore previene il minore dandogli del tu, anche senza preamboli. Non si atteggia a uomo di larghe vedute. E’ ormai senz’altro un bene stare in dimestichezza. Se ne ha la convenienza, perché si parla come a casa propria, con la veste da camera lisa e le pantofole, magari pronti a emettere un peto, ma, nel contempo, il democratico che ha il coltello dalla parte del manico non ci rimette. Chi sta sopra, grazie alla familiarità, può disporre dell’altro senza complimenti. La confidenza toglie la riverenza? Che fa? Se la riverenza è morta e tuttavia si dispone della minaccia.
    L’altro, il minore, quando gli garbi rompe gli indugi accennando al tu, e arriva ad imporlo come si impone di convenire che siamo antirazzisti e antinazisti. Egli ne approfitta per prendersi delle libertà. Anche lui potrà fare a meno di controllarsi, di frenare i consueti impeti sconvenienti e volgari, di badare alle detestate formalità. Egli è tardo a comprendere che, distrutto il rispetto formale, va a rotoli il rispetto sostanziale, e che, abbassandolo, verrà meno anche il riguardo verso sé stesso. Il restringersi al tu trascina davvero con sé la confidenza che toglie la riverenza.
    Se prendiamo un romanzo francese anteguerra, troviamo i fidanzati che si trattano col voi, in una Francia avvezza ad essere licenziosa. E com’è bello questo riguardo verso l’oggetto di un sentimento così importante qual è l’amore o anche la semplice promessa di matrimonio! Come è giusta la soggezione a un caso cruciale per la vita intera!
    Contravveleni e Antidoti: TI DO DEL TU ANCHE SENZA PREAVVISO (di Piero Nicola)

    «L’amore gay è più forte»: ma la scienza dice il contrario
    Nel dicembre scorso è tornata a far notizia una dichiarazione di Umberto Veronesi, noto oncologo italiano. Questa volta, al contrario delle precedenti, non ha invitato le persone depresse a suicidarsi, non ha definito i malati in stato vegetativo dei “morti viventi”, non ha chiesto di legalizzare il doping e non ha nemmeno annunciato di sentirsi ermafrodita.
    Ha però auspicato di voler essere ricordato come «uno che ha contributo a migliorare la qualità della vita delle donne». Ricordiamo però che la donna a lui più vicina, la moglie Sultana Ranzon Veronesi, rivelando i tradimenti sessuali del marito (mentre lui sosteneva che «l’etica laica è mille volte superiore all’etica religiosa»), ha scritto: «Per dieci, quindici anni mi era stato tenuto nascosto questo adulterio. Non tolleravo la sua vista, le sue parole, le sue scuse infantili. Mi sembrava di non poter più sopportare le attese snervanti, i sotterfugi, le scuse, le bugie, le umiliazioni fuori e dentro le mura domestiche» (da “Il cuore, se potesse pensare“, Rizzoli 2013)
    Oltre a questo esempio di “qualità della vita”, Veronesi ha anche dichiarato: «L’amore tra due persone dello stesso sesso è un amore più forte perché non è strumentale alla procreazione. Non ha interessi di tipo sessuale-procreativo». Nessuno mette in dubbio i sentimenti, ma perché fare a gara su quale sia l’amore migliore? Perché i bambini sarebbero un disegno strumentale delle coppie fertili? Il motivo è che tale esaltazione dell’amore gay serviva nel suo discorso per poi sostenere il matrimonio e l’adozione da parte di persone dello stesso sesso, ed infatti ha continuato esponendosi a loro favore.
    Non si è accorto, Veronesi, che affermando che l’amore gay è diverso dall’amore tra un uomo e una donna -perché quest’ultimo è naturalmente orientato alla procreazione-, ha dimostrato la grande differenza tra le coppie omosessuali e quelle eterosessuali? E, secondo la Costituzione italiana (sent. n. 111 del 1981) il principio di eguaglianza «non può essere invocato quando trattasi di situazioni intrinsecamente eterogenee» (sent. n. 171 del 1982) e «quando si tratti di situazioni che, pur derivanti da basi comuni, differiscano tra loro per aspetti distintivi particolari» (sent. n. 100 del 1976). Grazie a Veronesi, dunque, si è una volta in più capito che le coppie differenti da quelle per cui è previsto il matrimonio costituzionale non possono essere uguagliate a queste ultime, proprio in quanto differiscono per aspetti distintivi particolari.
    Quando poi si invoca l’adozione per persone dello stesso sesso sulla base del fatto che l’amore dei genitori omosessuali sarebbe più puro, allora bisognerebbe riportare quanto dice la letteratura scientifica in merito. Come abbiamo già notato, la mole di studi sulla “resistenza” dell’amore gay (Veronesi parla di “amore più forte”) sono numerosi ed indicano una realtà diversa e ben sintetizzata in queste parole del sociologo dell’Università di Chicago, Edward Laumann: «i cittadini gay trascorrono la maggior parte della loro vita adulta in relazioni transitorie o impegni a breve termine, della durata di meno di sei mesi» (Adrian Brune, “City Gays Skip Long-term Relationships: Study Says”, Washington Blade 27/2/04). Citiamo qualche esempio: nei Paesi Bassi uno studio condotto ha scoperto che la durata media di una coppia omosessuale “stabile” è di 1,5 anni; nel 2004 il “Gay/Lesbian Consumer Online Census” ha rilevato che la “relazione stabile” del 40% degli omosessuali durava da meno di 10 anni e solo per il 5% durava da oltre venti anni (“Largest Gay Study Examines 2004 Relationships” GayWire Latest Breaking Releases); uno studio norvegese ha inoltre mostrato che, rispetto agli eterosessuali, le persone gay hanno avuto un numero significativamente maggiore di partner sessuali (di conseguenza i loro rapporti sono stati più transitori)
    Nel 2012 uno studio dell’Università di Stoccolma ha rilevato che in Svezia e Norvegia (paesi gay-friendly) i matrimoni gay hanno il 50% di probabilità in più di finire in divorzio rispetto a quelli eterosessuali, mentre le coppie di lesbiche sposate presentano un rischio del 167% in più. L’alta instabilità delle relazioni omosessuali, in particolare tra due donne, è stata rilevata da numerosi altri studi, come Blumstein & Schwartz (1983); Rothblum, Balsam & Mickey (2004); Rothblum & Factor (2001); Schneider (1986). In Francia, dopo sei mesi di matrimonio omosessuale legalizzato, c’è già la prima coppia divorziata.
    Niente contro nessuno, ovviamente, tanto meno contro i sentimenti. Ma tutta questa presunta fortezza e stabilità delle coppie omosessuali di cui parla Veronesi è tutt’altro che verificata. Se si vuole sostenere il matrimonio tra persone dello stesso sesso bisognerebbe usare argomenti più convincenti, andando anche oltre al “vietato vietare” e al “loveislove”.
    «L?amore gay è più forte»: ma la scienza dice il contrario | UCCR

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Dovrei ringraziarla, la parola americana di tre lettere. Perché mi risparmia di leggere tanti libri fino alla fine. Per esempio, “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone. Secondo fascette, risvolti e comunicati vari, insomma secondo Longanesi, l’autore è il nuovo Richler e il libro è il libro del mese, il libro dell’anno, il libro del secolo, il libro che finanche Germania e Gran Bretagna attendevano con ansia. Quindi tocca affrontarlo ma quasi subito, a pagina 18, compare la parola americana di tre lettere, che è la parola media, e la parola dei media, per dire omosessuale. Essendo Marone un napoletano conosce senz’altro sinonimi di registro popolare, essendo un avvocato conosce senz’altro sinonimi di registro aulico, ed essendo una specie di genio potrebbe perfino inventare un neologismo. Preferisce però buttare nel cestino Napoli, gli studi umanistici, lo statuto incombente di scrittore-fenomeno per declassarsi a sceneggiatore. E cosa scrivono gli sceneggiatori per scrivere omosessuale? La parola americana di tre lettere. Che sentitamente ringrazio perché segnala, con la precisione di un esame del Dna, i libri che si possono abbandonare senza rimpianti, gli scrittori la cui scrittura non è una voce bensì un eco.
    PREGHIERA - 04 Febbraio 2015

    Lo scienziato arruolato a forza alla causa gay
    di Tommaso Scandroglio
    Che la corona inglese si inchini e chieda scusa ai gay. Questo è il succo di una lettera firmata da 60mila persone e inviata al governo inglese, al principe William e consorte. Tra i firmatari compaiono il regista del film The Imitation Game, Morten Tyldum, e l’attore protagonista Benedict Cumberbatch, noto al pubblico per interpretare Sherlock Holmes in una serie televisiva di successo.
    La lettera nasce infatti dalla vicenda del matematico omosessuale di Alan Turing narrata dalla pellicola, il quale riuscì a decriptare il codice Enigma usato dai nazisti. Turing fu condannato per “atti osceni” a sottoporsi a un trattamento farmacologico volto a temperare la sua libido. Poi si suicidò. Per il mondo gay, nonché per il film diretto da Tyldum, il matematico si tolse la vita proprio a causa della condanna subita, ma in realtà questo non è affatto dimostrato. Forse dipese proprio dalla sua condizione omosessuale, come attesta l’articolo “Suicidi dei gay, l’omofobia non c’entra” pubblicato su queste colonne qualche mese fa.
    Il film e i suoi interpreti sono in odore di Oscar (e la petizione aiuta nella corsa). Infatti, gli ingredienti del gaiamente corretto ci sono tutti: un film contro i nazisti, una persona omosessuale che salva la patria e da questa viene vilipesa fino a spingerla alla morte. Non premiarlo sarebbe da omofobi.
    Ma dicevamo della lettera-petizione rilanciata ultimamente dall’organizzazione Change.org. Regista, attore e insieme a questi anche Rachel Barne, nipote di Turing, e Peter Thatchell, attivista gay, hanno pubblicato questa lettera aperta sul Guardian in cui si afferma quanto segue: «Le leggi britanniche sull'omofobia hanno reso intollerabili le esistenze di generazioni di uomini gay e bisessuali. Tocca ai giovani leader odierni, inclusi il duca e la duchessa di Cambridge [cioè William e Kate, n.d.a.], riconoscere questo marchio infame della nostra storia e agire affinché venga cancellato. Chiediamo al governo di Sua Maestà di iniziare una discussione sulla possibilità di perdonare tutti coloro, vivi o scomparsi, che come Alan Turing furono condannati per omosessualità. Lo scienziato», continua la lettera, «fu un uomo il cui lavoro sulle macchine che decifrarono Enigma ci aiutò a vincere il secondo conflitto mondiale e che svolse un ruolo cruciale nello sviluppo dei moderni computer».
    Nel 2013 la Regina Elisabetta e il governo di David Cameron, lo stesso che ha sdoganato le nozze gay, riabilitarono formalmente Turing, graziandolo in modo postumo. Proprio perché il governo aveva dato prova di condotta omofiliaca la lettera così conclude: «Le scuse e il perdono ad Alan Turing sono i benvenuti, ma ignorano gli altri 49 mila uomini condannati in base alla stessa legge, molti dei quali si sono suicidati come conseguenza delle accuse ricevute. È possibile che 15 mila di loro siano ancora in vita». Insomma, si invoca non solo un’amnistia giuridica – già dal 1964 in vigore dato che sin da quella data i reati per “indecenza” a sfondo omosessuale sono stati abrogati – ma anche un’amnistia della memoria o culturale. E che si faccia presto perché i sopravvissuti alla purga omofoba si stanno estinguendo. William e Kate hanno fatto sapere tramite un portavoce che non spetta a loro intervenire: sarebbe un’ingerenza della Casa reale in affari di governo. Ma di certo, pena far la fine di Turing, sosterranno in qualche modo la causa.
    Questa missiva è una efficace cartina tornasole per comprendere l’omo-strategia più recente. In primo luogo c’è un’estensione indebita, potremmo così dire, della condizione omosessuale. Turing era un grande matematico e decriptò Enigma non perché omosessuale. A leggere le recensioni del film e la filigrana ideologica della lettera indirizzata al governo inglese invece pare che siano stati gli omosessuali a sconfiggere il nazismo. In secondo luogo, la figura di Turing diventa una bandiera arcobaleno da brandire contro chi critica l’omosessualità, quasi che la condanna subita dal matematico legittimi i matrimoni gay, le adozioni omosessuali etc. Si chiama uso strumentale della storia personale di un uomo. Forzare cioè ideologicamente il senso di una vicenda di un singolo per farlo assurgere a paradigma universale della liberazione dei gay dallo strapotere degli eterosessuali. Forse manco Turing ci sarebbe stato.
    E manco Oscar Wilde. Com’è noto lo scrittore irlandese fu incarcerato dal tribunale di Sua Maestà per sodomia nel 1897. Condanna ingiusta secondo il sommo letterato? Questo il giudizio su di sé e la sua condanna appuntato da Wilde nel suo De Profundis, una lunghissima lettera scritta dal carcere: «Voglio arrivare al momento in cui sarò in grado di dire, con semplicità e senza affettazione, che le due grandi svolte decisive della mia vita furono quando mio padre mi mandò a Oxford e quando la società mi mandò in prigione. Nella mia perversità, e per amore di essa, mutai le cose buone della mia vita in cattive, e quelle cattive in buone. Ricordo, mentre ero seduto sul banco degli imputati, in occasione del mio ultimo processo, di aver ascoltato la spaventosa denuncia che Lockwood [il Pubblico Ministero, cioè l’accusa, n.d.a] fece di me e di essermi sentito disgustato per l’orrore di ciò che avevo sentito. All’improvviso mi venne in mente: sarebbe bellissimo se fossi io a dire tutte queste cose di me». Ecco, almeno a Wilde non serve che Sua Maestà si scomodi per chiedere scusa.
    Inoltre, la richiesta delle scuse pare più essere una minaccia. Se la Regina & Principi insieme al Primo Ministro ora non vanno casa per casa a chieder venia a tutti le 15mila e più persone omosessuali condannate per “indecenza” saranno regali guai per tutti. Ovvio che sarà inutile difendersi dicendo che erano altri tempi, altre sensibilità, etc. Il gay militante guarda il passato con gli occhiali del presente e questo, per paradosso, aggrava la sua miopia culturale. Che i Romani dunque si preparino a chiedere scusa ai Toscani a motivo della conquista dell’Etruria avvenuta una manciata di secoli or sono.
    Quest’ultima riflessione, poi, ci porta a formulare una domanda. Se i gay hanno chiesto che il governo chieda loro scusa, perché non possono farlo anche i cattolici? Pescando nel mazzo delle persecuzioni a danno dei fedeli di Santa Romana Chiesa, circa trecento furono i cattolici uccisi e poi martirizzati sotto Enrico VIII, Elisabetta I e altri monarchi. E questo per limitarci alle condanne ufficiali. Perché la discendente odierna al trono di Inghilterra non ci chiede scusa? Altro che “trattamento farmacologico”, qui si parla di cappio. Che i nipotini di Tommaso Moro prendano quindi tastiera e mouse e inviino una bella mail esigendo una purificazione della memoria dalle teste incoronate inglesi e dall’inquilino del numero 10 Downing Street. Se chi sta nei piani alti non lo farà potrà essere tacciato di discriminazione.
    Lo scienziato arruolato a forza alla causa gay

    Massimo Recalcati: «siamo imprigionati dalla liberazione sessuale»
    Il sesso è un tema quasi ossessivo della modernità e dei media e anche noi cristiani, di riflesso, cerchiamo di parlarne, anche spesso, offrendo su di essa uno sguardo differente. Purtroppo, però, ogni volta che la Chiesa parla di sessualità c’è sempre qualcuno pronto ad accusarla di sessuofobia, anche con la classica obiezione: “come possono i preti, che vivono in castità, parlare di sesso agli uomini?”, come se i ginecologi potessero soltanto essere donne, come se i maschi potessero soltanto rivolgersi ad uno psicologo (maschio) per farsi aiutare nelle difficoltà mentali, come se a parlare di violenza sulle donne potessero essere solo le vittime di violenza, e così via.
    C’è un’esperienza di umanità nella Chiesa e nei sacerdoti e, lo abbiamo già ricordato, ad ogni “no” che viene detto, è perché si dice un “si”: diciamo “no” ad una sessualità compulsiva, egoista, occasionale, istintiva, perché diciamo “si” ad una sessualità come dono totale di sé, come promessa, come unione coniugale. E la Chiesa non dice “no” perché è pregiudizievole, ma perché è maestra di umanità e sa benissimo che è un male per noi stessi usare la sessualità in questo modo, contro la felicità dell’uomo. E’ un aiuto all’uomo, e questo è ciò che interessa e non certo preservare astrattamente una dottrina. Non è un caso che, come quasi sempre accade, anche la scienza medica, cioè lo studio scientifico sul benessere dell’uomo, dica la stessa cosa: «L’idea del suicidio, sintomi depressivi e una peggiore salute mentale sono associati ai rapporti sessuali occasionali», è stato rilevato da un’indagine pubblicata su “The Journal of Sex Research”.
    Ma dopo la rivoluzione sessuale del ’68 è ancora più difficile accettare la visione della Chiesa sulla sessualità, cioè ordinata al dono di sé, non al piacere egoistico. Come ha spiegato il celebre filosofo Roger Scruton, siamo vittime di «un’ideologia che vuole ricostruire la sessualità senza legami con l’ordine naturale. Oggi si dà per scontato che le sole questioni morali che circondano l’atto sessuale siano quelle del consenso e della ‘sicurezza’. Per dirla con Foucalt, si è “problematicizzato” il sesso. Il gesto sessuale è ridotto a funzione corporale emancipata dalla moralità. L’educazione sessuale a scuola cerca di cancellare le differenze fra noi e gli animali, rimuovendo concetti come il proibito, il pericoloso o il sacro. L’iniziazione sessuale significa superare queste emozioni ‘negative’ e godere del ‘buon sesso’. Abbiamo incoraggiato i figli a un interesse depersonalizzato alla sessualità».
    Anche diverse femministe oggi guardano deluse al fallimento del progetto di liberare la sessualità femminile da una presunta morale bigotta, e constatano rammaricate che l’unico risultato ottenuto è la «pornificazione del corpo femminile». Un recente documentario ha mostrato come l’educazione sessuale del Novecento ha “liberato” gli adolescenti da inibizioni e insicurezze, dirottandoli direttamente verso l’educazione attuale: la pornografica. Ovvero, la sessualità “liberata” dalla morale si è sclerotizzata.
    Recentemente lo ha riconosciuto anche lo psicoanalista di “Repubblica” Massimo Recalcati che, nonostante il quotidiano per cui scrive, ha dimostrato più volte di infischiarsene di risultare politicamente scorretto nei suoi giudizi. Ha voluto identificare il punto cieco della sessuologia, quando diventa una «pedagogia disciplinare del corpo», ovvero ossessionata dalle «capacità performative degli organi» ma che «non sfiora il problema di cosa significa desiderare. Non è ancora stata inventata la pillola capace di accendere il desiderio. È il punto cieco della sessuologia che un mio vecchio paziente, dopo aver ottenuto il ripristino della capacità erettile del suo organo grazie a trattamenti farmacologici, mi descriveva smarrito: “e ora chi riuscirà a collegare l’organo ad un desiderio che non c’è?”».
    Anche Recalcati punta alla rivoluzione sessuale sessantottina: «Ci si potrebbe anche chiedere se la liberazione sessuale e la caduta di ogni velo sul corpo sessuale, abbiano giovato al desiderio, il quale, non dobbiamo dimenticare, si nutre sempre della distanza, della differenza, del mistero, della presenza del velo. Bisognerebbe avere il coraggio di dire che gli entusiasmi per la cosiddetta liberazione sessuale hanno generato una nuova e forse più insidiosa gabbia rispetto a quella dei moralismi di ogni genere e specie. È quella del principio di prestazione che sembra colonizzare anche il mistero del corpo erotico».
    Se questi sono i frutti della rivoluzione sessuale, si dovrebbe davvero dubitare che ci abbia davvero liberato. Liberato da cosa, oltretutto, non si sa. Certo, ha emancipato molti uomini dal legame con la moralità e, per questo, li ha resi schiavi delle loro pulsioni. Altro che liberazione.
    Massimo Recalcati: «siamo imprigionati dalla liberazione sessuale» | UCCR



    La sconfitta del “gender”
    di pietroelle
    The Gender Equality Paradox è un interessante documentario, realizzato dal regista norvegese Harald Eia, che ha analizzato in maniera onesta e senza pregiudizi ideologici l'impatto sociale delle politiche di uguaglianza di "genere", arrivando a smascherare l'ipocrisia, che si cela dietro le posizioni forzatamente ideologiche di alcuni "esperti". Ecco come...
    di Rodolfo De Mattei
    La politica del "genere", là dove applicata, sembra non portare i frutti sperati. E’ quanto emerge dai risultati di un sorprendente documentario "The Gender Equality Paradox" ("L'uguaglianza di genere è un paradosso") del regista norvegese Harald Eia. Il filmato, della durata di circa 40 minuti, fa parte di una popolare serie di sette episodi trasmessi nel 2010 dalla principale emittente televisiva norvegese NRK1 e ha dato vita ad un acceso dibattito, che ha portato il governo norvegese ad abolire del tutto le sovvenzioni riservate alle associazioni impegnate nelle politiche di "genere" (nel 2012 erano stati stanziati ben 7,5 milioni di euro).
    Teoria e prassi
    II regista parte da un dato di fatto reale, mettendo in evidenza come nel 2008 la Norvegia si trovasse al primo posto nella speciale classifica del "The Global Gender Gap Report”, il rapporto internazionale introdotto nel 2006 dal World Economie Forum, che attesta il livello di rispetto delle differenze di genere in 134 Paesi (anche oggi è ai primissimi posti assieme a Olanda, Finlandia e Svezia). Tuttavia, malgrado la conquista di tale "podio di genere", Harald Eia osserva come, nei fatti, nella società norvegese non si trovi alcun riscontro a tale situazione di "uguaglianza dei sessi". A riprova di ciò, il regista ricorda come, secondo uno studio recente, «circa il 90% delle infermiere impiegate in Norvegia sono donne e solo il 10% delle donne svolgono il lavoro di ingegnere, (...) è cosi dagli anni '80».
    Da qui il paradosso: nonostante la Norvegia sia all'avanguardia riguardo al rispetto e all'osservanza delle politiche di genere, i dati reali attestano che la divisione di genere nel mondo del lavoro norvegese è ancora molto forte. Il governo ha tentato per anni di assumere infermieri maschi e ingegneri femmine con risultati fallimentari. E tutto questo malgrado un'abbondanza di leggi siano volte a favorire l'uguaglianza di genere.
    Questa constatazione ha spinto Harald Eia ad approfondire l'anomala questione, andando ad intervistare studiosi e ricercatori, per trovare una spiegazione razionale di tale paradosso. La sua ricerca ha coinvolto esperti del settore sia nella stessa Norvegia che in altri Paesi, in particolare Gran Bretagna e Stati Uniti. In Norvegia, il regista Eia ha incontrato, dunque, la studiosa Cathrine Egeland del Work Research Institute di Oslo e il ricercatore Joergen Lorenzten del Centro di Ricerca Interdisciplinare di Genere presso l'Università di Oslo. Entrambi gli studiosi sono concordi nell'escludere l'influenza di qualsiasi elemento biologico nel processo di formazione degli interessi differenti di maschi e femmine, sottolineando, invece, l'importanza dell'educazione dei genitori nella fase adolescenziale. Sia la Egeland che Lorenzten affermano, dunque, come la costruzione del genere sia artificiosa e sociale, e quindi slegata da qualsiasi riferimento naturale e biologico.
    Il regista norvegese si è recato poi in California per conoscere Richard Lippa, professore di psicologia, autore per la Bbc di un vasto sondaggio on line (200.000 persone coinvolte in 53 Paesi), nel quale agli intervistati veniva chiesto quale lavoro fossero interessati a svolgere. I risultati, ancora una volta, hanno fatto emergere una profonda ed interessante differenza tra maschi e femmine. I primi sono per lo più interessati a lavori nel settore tecnico-scientifico, mentre le seconde sono maggiormente orientate riguardo lavori relazionali. Gli studi del professor Lippa confermano dunque, come vi siano delle differenze innate di natura biologica.
    Sulla stessa linea è il professore Trond Diseth, direttore del dipartimento di psichiatria infantile dell'Ospedale Nazionale di Oslo, che ha dedicato i suoi studi alle differenze di genere ed, a tale proposito, ha sviluppato un suo particolare test centrato sul gioco. Il prof Diseth, intervistato da Eia riguardo il suo esperimento, spiega: «Noi abbiamo stabilito 10 giochi differenti, 4 giochi per femmina, 4 per maschio e 2 cosiddetti "giochi neutrali". (...) Si possono notare differenze nette tra bambini maschi e femmine dall'età di 9 mesi. I maschi scelgono giochi da maschio e le femmine giochi da femmina». Il docente di Oslo, a dispetto di chi affermi che i bambini subiscano fin da piccoli influenze sociali, che li portino poi ad assumere comportamenti "sessuati", sottolinea quindi come essi «nascano con una chiara disposizione biologica e, anche se il fattore sociale può avere un impatto, questo non è mai in alcun modo decisivo».
    Della medesima opinione è anche Simon Baron, professore di psichiatria a Cambridge, esperto di autismo, il quale ha svolto alcuni innovativi esperimenti sui bambini in fase neonatale. Il professore racconta di aver messo sotto esame bambini dal primo anno di nascita, mettendo in pratica una particolare sperimentazione: come racconta egli stesso nel documentario, «abbiamo messo di fronte a loro un oggetto meccanico da un lato e una faccia dall'altra, e abbiamo filmato come e per quanto tempo i bambini fissassero tali oggetti Abbiamo notato che i maschi guardavano di più l'oggetto meccanico mentre al contrario le femmine si rivolgevano dall'altro lato». Tutto ciò, tiene a sottolineare il professor Baron-Coehn, «avviene prima dell'introduzione dei giochi o di qualsiasi elemento socio-culturale». Secondo il professore inglese, infatti, le differenze di genere prendono forma, addirittura, prima della nascita, all'interno dell'utero della madre, dove maschi e femmine producono differenti quantità di ormoni (i maschi, in particolare, producono il doppio del testosterone delle femmine). Anche per lo studioso di Cambridge, l'elemento biologico svolge un ruolo determinante nello sviluppo puberale dei bambini.
    Il paraocchio ideologico
    Tornato in Patria, dai suoi viaggi negli Stati Uniti e nel Regno Unito, il regista ha sottoposto agli studiosi norvegesi Cathrine Egeland e Joergen Lorenzten il materiale accumulato nelle sue interviste, chiedendo loro se avessero cambiato opinione di fronte alle testimonianze da lui raccolte. Tuttavia, di fronte alle ragionevoli e scientifiche argomentazioni di Eia, la Egeland, in evidente imbarazzo, si è rifiutata in maniera categorica di accettare teorie, che mettano in discussione le sue certezze ideologiche e, di fronte alla legittima domanda del regista norvegese di esporre le basi scientifiche delle sue convinzioni, ha ammesso di non aver alcuna ragione scientifica, ma solamente presupposti teorici.
    Analoga posizione è quella dell'altro ricercatore norvegese, Joergen Lorenzten, che ha liquidato come «studi deboli» le ricerche di Baron-Coehn, Lippa e Diseth. Alla richiesta di prove scientifiche a fondamento delle sue tesi, anche Lorenzten ha dovuto ammettere di basarsi solo su semplici ipotesi, valide finché la scienza non sia capace di provare il contrario. Ma poi è il primo a non accettare i risultati dei più accreditati studiosi.
    The Gender Equality Paradox è dunque un interessante ed imparziale documentario, che analizza in maniera onesta e senza pregiudizi ideologici, sulla base di dati reali e concreti, l'impatto sociale delle politiche di uguaglianza di "genere", arrivando a smascherare l'ipocrisia, che si cela dietro queste posizioni. I risultati della ricerca del regista Harald Eia costituiscono una rivincita del dato naturale. La realtà messa alla porta dagli ideologizzati teorici del "gender" rientra prepotentemente dalla finestra.
    http://www.rassegnastampa-totustuus....ticle&sid=6065

  7. #117
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Studente si oppone alle nozze gay in classe: cacciato. Università cattolica vuole licenziare il docente che l’ha difeso
    L’università statunitense Marquette ha comunicato al professor McAdams l’avvio della pratica di licenziamento. «Questa è sempre meno una vera università»
    Benedetta Frigerio
    «Dobbiamo sempre ricordare che la libertà accademica deve fondarsi sull’integrità, deve sempre essere corretta e mostrare rispetto per gli altri». Così Michael Lovell, rettore dell’università cattolica Marquette in Wisconsin, ha giustificato l’avvio della procedura di licenziamento del professore di Scienze politiche John McAdams. L’università vuole licenziare il docente per le critiche espresse contro l’ateneo, che non ha difeso uno studente a cui è stato proibito di esprimere la sua contrarietà alle unioni omosessuali durante una lezione.
    IL CASO. Tutto è cominciato a novembre 2014, quando lo studente dell’università guidata dai gesuiti ha raccontato a un giornale universitario di essere stato bollato come “omofobo” e messo a tacere durante una lezione di Teoria etica per aver contestato le parole della docente junior di filosofia Cheryl Abbate. Abbate sosteneva che i diritti gay fossero una questione ormai assodata: «Tutti sono d’accordo su questo e non c’è bisogno di discutere». Lo studente, al contrario, ha fatto notare che l’affermazione doveva essere discussa e che censurare le argomentazioni contro il matrimonio o l’adozione gay a causa della sua visione personale avrebbe rappresentato un grave precedente. La docente ha allora definito quelle dichiarazioni «razziste e sessiste», invitando il ragazzo ad abbandonare il corso perché non aveva «il diritto di fare commenti omofobi».
    LA CRITICA. Lo studente ha quindi presentato una rimostranza. Ma Nancy Snow, preside del dipartimento di Filosofia, non solo non ha avviato l’iter della rimostranza, ma ha intimato al ragazzo di non rivolgersi in «maniera irrispettosa» ai professori. Lo studente ha quindi spiegato al giornale universitario College Fix che il suo unico intento era di far sapere al rettore quanto accaduto, affinché ogni opinione potesse essere ascoltata.
    Nancy Snow è consulente della associazione Gay-Straight Alliance del campus e ha presieduto la task force grazie alla quale è stato istituito nel college il Centro di risorse per il gender e la sessualità. Quando il professore di Scienze politiche McAdams è venuto a conoscenza della vicenda, l’ha raccontata sul suo blog personale, criticando Abbate. «Marquette è sempre meno una vera università. Di sicuro non un’università cattolica, se il matrimonio gay non può essere discusso», ha scritto.
    BATTAGLIA LEGALE. Per questo motivo McAdams è stato sospeso e sottoposto a indagine amministrativa a dicembre. Secondo l’università, non avrebbe dovuto criticare una collega, per di più se junior. Pochi giorni fa, inoltre, con una lettera gli è stato comunicato che le pratiche di licenziamento sono state avviate perché se manca il rispetto per gli altri, «il potere dell’incarico permette di apostrofare e far tacere i nostri studenti». McAdams, che ha già contattato il suo avvocato, ha spiegato che «nelle vere università, gli amministratori capiscono (o più spesso a denti stretti accettano) che i membri delle facoltà universitarie dicano cose controverse, criticandosi a vicenda e che altre persone presentino per questo motivo delle rimostranze. Sanno che difendersi da queste fa parte del loro lavoro e che soddisfare coloro che hanno più potere non è la miglior politica».
    PRIMO ATENEO. L’università cattolica Marquette è il primo ateneo ad aver accolto senza opporsi l’ordine esecutivo dell’amministrazione Obama, osteggiato dalla Chiesa, che in nome della lotta alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale proibisce al personale di dissentire sui diritti Lgbt.
    Usa: il caso dell'università cattolica Marquette | Tempi.it

    Gran Bretagna. Guai alle scuole cristiane che non insegnano a farsi strane domande
    Londra manda gli ispettori a verificare l’insegnamento dei “valori britannici” negli istituti del paese. Che vengono bocciati (e perfino puniti col taglio dei fondi) in base a strane domande rivolte agli alunni su omosessualità e pregiudizi
    Benedetta Frigerio
    Quando Grace, 11 anni, è tornata da scuola un giorno verso la fine del novembre scorso, sua madre, Deborah Finch, le ha chiesto com’era andata la lezione. Lo faceva sempre, ma quel giorno ha ricevuto dalla figlia una risposta diversa dalle solite: «Le avevano domandato se conosceva qualche lesbica, se qualche suo familiare avesse amici gay (…) o se avesse mai percepito di essere nel corpo sbagliato, cosa che l’aveva lasciata nel più completo sconcerto visto che lei non aveva alcuna idea di ciò di cui si stava parlando quella donna».
    LOTTA AL BULLISMO? «Quella donna» è un’ispettrice dell’Ofsted (Office for Standards in Education, Children’s Services and Skills, l’ufficio governativo britannico che si occupa della qualità delle scuole) e quella di Deborah Finch è solo una delle tante testimonianze raccolte dai giornali inglesi dopo l’esplosione del caso Grindon Hall e Durham Free School, due scuole cristiane bollate come “inadeguate” dagli osservatori di Sua Maestà nell’ambito di una indagine sulla capacità degli istituti del paese di trasmettere i “valori britannici”. L’iniziativa dell’Ofsted doveva essere la risposta dell’esecutivo al presunto progetto segreto di «islamizzazione» delle scuole inglesi scoperto nei mesi scorsi a Birmingham, ma a farne le spese per ora sono due istituti cristiani, uno dei quali, la Durham Free School, si è già visto tagliare i fondi da Londra e dovrà chiudere, mentre per l’altro sono state raccomandate “misure speciali”. La loro colpa? Non aver affrontato adeguatamente il «bullismo basato sui pregiudizi» e anzi educare alla discriminazione sessuale e religiosa.
    «TENORE OSTILE». L’ispezione a sorpresa alle due scuole di Sunderland è avvenuta il 26 e 27 novembre. E al momento il preside della Grindon Hall, Chris Gray, non aveva avuto niente da ridire. Finché non è venuto a sapere come si erano svolte le interviste dell’Ofsted agli alunni del suo istituto. Come si legge nel reclamo formale inviato all’ufficio governativo l’11 dicembre e pubblicato anche sul sito della scuola, l’ispettore responsabile «mi disse che l’indagine era stata autorizzata dal segretario di Stato a causa del legame della scuola con un’altra. Eppure, non mi è mai stato rivelato di quale altra scuola si parlasse, di che tipo di legame si trattasse e che rilevanza avesse», e tuttavia «il tenore dell’ispezione è stato ostile e negativo in ogni sua fase, come se le prove raccolte dovessero rientrare in un risultato predeterminato». Quanto ai racconti degli studenti riguardo alle domande rivolte loro dagli ispettori, secondo il preside sono «scioccanti».
    EVOLUZIONE O DIO? Ai bambini dai 6 ai 9 anni, scrive il signor Gray, è stato chiesto se sapevano cosa fosse Diwali, una festa sikh, e gli insegnanti avevano parlato loro della Torah ebraica. A quelli di 10 e 11 anni sono state rivolte domande come queste: «C’è nessuna bambina nella tua scuola che si comporta da maschio? C’è qualcuno nella tua scuola che ha due mamme o due papà? Celebrate altre feste religiose oltre il Natale?». Agli scolari dagli 11 ai 12 anni invece i quesiti posti dagli ispettori erano di questo tenore: «Credi nell’evoluzione oppure in Dio?». E ancora: «Quanto sai sulla Bibbia?». Mentre la risposta di un bambino alla domanda su come sia possibile avere due mamme a quanto pare avrebbe suscitato preoccupazione negli ispettori perché «indice di una mancanza di conoscenza delle relazioni lesbiche».
    SEMPRE LE STESSE DOMANDE. La mamma di un’alunna della Grindon Hall ha raccontato alla stampa: «Le hanno chiesto chi sono le lesbiche e se si sentiva intrappolata nel corpo di qualcun altro. E lei ha risposto che non voleva parlarne, perché era imbarazzata». Poi, dato l’esito dell’ispezione, «ha pianto molto: ora pensa che il responso negativo sia colpa sua». Nel reclamo del preside ci sono anche testimonianze scritte da alcuni ragazzini della scuola per protestare contro la bocciatura decisa dall’Ofsted. In una di queste si legge: «Mi sono sentito come se l’ispettrice indirizzasse la conversazione verso il razzismo, l’omofobia e visioni estremiste. Se rispondevamo che queste cose ovviamente non sono tollerate nella nostra scuola, lei riformulava le domande e continuava a chiederci se non ci sentissimo svantaggiati per il fatto di imparare solo il cristianesimo». E ancora: «Ci portava verso risposte che facevano sembrare la scuola discriminatoria, cambiando continuamente le parole (…) come per avere la risposta che voleva».
    QUALE LIBERTÀ? L’Ofsted da parte sua nega di seguire una linea anticristiana, e ha annunciato l’avvio di una indagine interna riguardo al comportamento tenuto dagli ispettori inviati alla Grindon Hall. Questi ultimi, secondo il preside dell’istituto ritenuto “inadeguato”, hanno «sorpassato il limite assumendo atteggiamenti molesti». «Il 27 novembre – ricorda sempre il signor Gray – dopo che la squadra ispettiva ha lasciato la Grindon Hall, il dipartimento per l’Educazione ha pubblicato una guida per le scuole» dove si assicura che il dovere di insegnare i “valori britannici” «non mette in discussione la libertà religiosa», e che «non è necessario per le scuole o gli individui promuovere l’insegnamento, il credo o le opinioni che confliggono con i propri». Il preside chiede perciò all’Ofsted di rivedere il giudizio sulla scuola. Ed è davvero molto strano – ricorda – che la Grindon Hall sia stata giudicata carente a tutti i livelli, dal momento che l’ispezione precedente alla verifica sui “valori britannici”, avvenuta solo otto mesi prima, aveva valutato la qualità dell’insegnamento, del comportamento e della sicurezza della scuola come buoni, con un unico appunto riguardante l’area gestionale.
    Londra boccia scuole cristiane per "pregiudizi" | Tempi.it

    OMOFOBO
    Piero Nicola
    Passeggiando sul lungomare, ho incontrato un vecchio compagno di scuola che non vedevo da anni. Ha lavorato quasi sempre in Africa e in Persia nelle installazioni petrolifere. Di lui non do altri particolari che potrebbero farlo identificare.
    L’ho accompagnato nella direzione in cui stava andando, all’incirca a testa bassa. Dopo esserci scambiati ragguagli sulle nostre situazioni familiari e sulle nostre attività di pensionati, la conversazione si rarefaceva e gli vedevo un’ombra sugli occhi.
    “Sai” mi ha detto di punto in bianco, allungando il passo, “sono omofobo”.
    Conoscendolo abbastanza, ho voluto farglielo ripetere e me l’ha confermato.
    “Devo riconoscere che lo sono”.
    “E te ne preoccupi?”
    “Capisci” ha risposto, “si tratta della libertà di parola e… di coscienza, se non posso dire come la penso”.
    Avrebbe potuto fare a meno di chiarire che altro lo impensieriva più della sua personale costrizione.
    Vedendo il mia fonte corrugata su un’espressione un po’ ironica, ha soggiunto:
    “Lo so, a te delle libertà non importa… Non sei democratico”.
    “Non è esatto” ho preso a spiegargli. “Accetterei una diversa democrazia, che ti darebbe la libertà di confessarti omofobo”.
    In un misto di sorpresa e di sfida mi ha chiesto quale genere di democrazia m’immaginavo. E gli ho detto che, se nella Costituzione fosse scritto che tutti i cittadini devono rispettare la legge naturale, e se vi fossero elencati i suoi principi, la faccenda sarebbe risolta”.
    “La legge naturale?” domanda perplesso. “Ma quale?... E poi Croce, il filosofo, quando hanno fatto la Costituzione, trovò a ridire che era già troppo piena di norme e di vincoli…”
    “Certo, per lui, nella società svincolata sarebbe spontaneamente emersa la miglior giustizia”.
    “Ma la giustizia non si trova già nella coscienza?” si ricorda, o trova, dove sta la chiave.
    “Però, come vedi, il tuo foro interiore contrasta con la legge democratica”.
    “Bisogna darle tempo…”
    Si ferma, come se il movimento corporeo disturbasse l’elaborazione cerebrale.
    “E dalla libera dialettica verrà fuori il meglio?” osservo. “Ma non è così”.
    Ho argomentato che la ragione umana non arriva a discernere il bene e il male iscritti nel nostro cuore, che l’uomo è debole, una creatura decaduta, che nella lotta del bene e del male, la malizia prende il sopravvento, quando non interviene la divina Autorità, quando essa non viene rispettata.
    “Sei pessimista”.
    “Non sei cattolico?” gli ho obiettato.
    “Non mi sembra che la Chiesa parli come te. La morale cattolica…”
    “Questa finta morale cattolica è laicista”.
    Mi sono accorto che intendevo sfondare un muro troppo spesso, troppo sordo. Perciò gli ho chiesto come era arrivato a un sentimento omofobo.
    “Non credere che sia un sentimento” ha risposto quasi di malavoglia. Riprendendosi, comincia a ripercorrere il suo procedimento di verifica esatta, da ingegnere, in capo alla quale ha raggiunto la convinzione del cui peso si è liberato con me.
    La definizione di omofobia implicava ormai la condanna di qualsiasi manifesto rifiuto dell’omosessualità, di qualsiasi obiezione negativa intorno ad essa: una condanna assoluta e anche insultante perché suggeriva la menomazione. Invece egli non era colpevole, né prevenuto e neppure malato. Egli ragionava. All’omosessuale spettano tutti i medesimi diritti di ogni altro individuo, dunque l’omosessualità ha gli stessi diritti della sessualità che procrea: diritto al matrimonio, ad adottare e allevare figli. Il genere sessuale non è determinato dalla natura con gli organi genitali e con la psiche che vi corrisponde, ma è dato dalla libera scelta. Erano due affermazioni che non potevano stare in piedi. Il sesso, creato per essere fecondo, per perpetuare la specie, poteva essere destituito della sua funzione come niente fosse? La coppia formata da due uomini o da due donne poteva costituire la stessa famiglia della coppia eterosessuale? Era un assurdità. Egli non aveva nulla contro sodomiti e lesbiche, ma questo era un altro paio di maniche.
    Torno a dirgli che il legislatore resta un essere mortale, fallibile e, nel caso specifico, preso a calci dai millenni che lo sconfessano per le sue inedite trovate.
    L’amico sembra non badarci, persevera con la sua logica. Se fosse stata accolta come normale l’anomalia, se, per di più, l’ingiusto considerare uguali i disuguali induceva i normali poco stabili a farsi anormali, la disonestà subentrava all’onestà e dove si andava a finire? Essendo ritenuto degno dell’uomo qualsiasi impulso che abusasse della formazione maschile o femminile ricevuta dalla natura, anche nei diversi campi del comportamento le prevaricazioni sarebbero divenute lecite secondo ogni voglia. Nessun istinto o inclinazione comportava una colpa, tutto era permesso. Cosa grave: persino la scienza, i suoi famosi esponenti, i luminari della medicina, sostenevano la teoria della giusta istanza delle tendenze, della loro sana realizzazione. - Il suo pensiero è qui parafrasato, ma il succo era questo.
    Ho assentito. Ho ricordato Freud e la terapia che libera dalle censure morali. Sin dalla fine degli anni sessanta la rivoluzione dei costumi – ordita per atterrare il vecchio ordine, compiacendo ogni appetito – era diretta all’annullamento del peccato, e si dovette sudare per preservare l’ordine pubblico, le leggi e le costituzioni. Ma, essendo l’alfa un erroneo riconoscimento dell’innocenza, una discolpa della trasgressione, l’omega sarebbe stata l’anarchia.
    Contravveleni e Antidoti: OMOFOBO (di Piero Nicola)

    Genitori gay e figli: ecco la verità che fa male (ai gay)
    di Tommaso Scandroglio
    Il lettore a caccia di notizie incredibili e ai confini della realtà può anche smettere di leggere. Il presente articolo non fa per lui. É un po’ come se l’appassionato di astronomia iniziasse a leggere un articolo che, dati alla mano, provasse in modo inoppugnabile che la Luna esiste. Ecco, qui di seguito si darà la prova che i bambini cresciuti in una coppia omosessuale stanno peggio di quelli che vivono in una coppia composta da mamma e papà.
    Lo scrivente in questo momento ha sotto gli occhi una lista di una sessantina di articoli scientifici che dal 1991 al 2013 illustrano quali sono i danni di natura psicologica, fisica, sociale, economica, etc. subiti da quei bambini che sono stati cresciuti da una coppia omosessuale e come invece l’educazione ricevuta da un genitore maschio e da uno femmina sia imprescindibile per una sana ed equilibrata formazione della persona. Da tenere presente che alcuni di questi articoli riportano i risultati di molti altri studi scientifici.
    Da ultimo è stato pubblicato il 25 gennaio scorso un articolo dal titolo “Problemi affettivi nei bambini di genitori dello stesso sesso” sulla rivista scientifica British Journal of Education, Society & Behavioural Science che forse batte tutti i precedenti articoli pubblicati per solidità del campione preso in esame. L’autore è un sociologo e si chiama Paul Sullins e lo studio che ha confezionato non potrà passare inosservato a motivo del numero di bambini di coppie omosessuali oggetto di questa ricerca: cinquecentododici. Si tenga presente che la percentuale di minori che vivono negli Usa con una coppia di genitori dello stesso sesso è dello 0,005% rispetto a quelli che vivono con mamma e papà. Insomma, andare a pescarli è come trovare un ago in un pagliaio. I precedenti studi non sono mai arrivati a mettere insieme un campione così rappresentativo.
    Ma passiamo ai risultati partendo dal dato conclusivo: «i problemi di carattere affettivo riscontrati nei bambini di genitori dello stesso sesso», ci dice Sullins, «sono due volte più diffusi rispetto a quelli riscontrati in bambini di genitori di sesso opposto». E prosegue: «non è preciso affermare e non si può più dire che nessuno studio ad oggi ha rilevato che i bambini in famiglie omosessuali vivano condizioni svantaggiate rispetto a quelli cresciuti in famiglie con genitori di sesso opposto». Tra i vari problemi caratteriali riscontrati in questi bambini tirati su nelle “famiglie” arcobaleno vi sono: comportamenti scorretti, stati d’animo inclini alla preoccupazione, depressione, rapporti conflittuali con i coetanei e incapacità di concentrazione. Tutte cose già emerse e confermate da altre precedenti ricerche.
    «La filiazione biologica», continua il Nostro, «crea una netta e ben marcata distinzione tra i risultati emersi nello studio di bambini di genitori omosessuali e in quelli riscontrati dall’osservazione di figli di coppie eterosessuali». Poi Sullins fa un’affermazione tanto interessante oggi quanto lapalissiana: «il vantaggio principale del matrimonio per i bambini non può essere ricercato nel fatto che questo tende ad offrire a loro genitori migliori (più stabili, finanziariamente benestanti, ecc, anche se questo poi nella realtà accade), ma che li presenta come loro genitori». Detto in altri termini, meglio crescere con i propri genitori biologici che vivere con una coppia omosessuale in una reggia (vedi Elton John). Non c’è paragone.
    Non solo. Se poi andiamo a vedere altri indici, come ad esempio la stabilità del rapporto, scopriamo che a vincere sono sempre i genitori di sesso opposto. Sullins ci spiega che, confortato da moltissimi altri studi a riguardo, le persone omosessuali sono assai più promiscue di quelle eterosessuali. E che le coppia omosessuale non è stanziale, ma preferisce l’affitto mordi e fuggi rispetto alla casa di proprietà. Tutto ciò si ripercuote negativamente sui bambini costretti a stare con partner sempre diversi e a vivere in continua migrazione. L’obiezione è dietro l’angolo del primo circolo Arcigay: questi bambini soffrono perché sono oggetto di attacchi omofobi. Dato che vivono con genitori omosessuali vengono presi in giro. Risposta di Sullins: «Contrariamente all’assunto sotteso a questa ipotesi, i bambini con i genitori di sesso opposto sono presi di mira da altri e finiscono per essere vittime di bullismo più di quelli che hanno genitori dello stesso sesso».
    Poi Sullins, citando uno studio pubblicato sul British Journal of Medicine, fa un’altra annotazione interessante. I bambini di coppie omosessuali soffrono più degli altri del disturbo da deficit di attenzione/iperattività. Questo comporta che a volte si riescono a integrare male nel gruppo di amici e che quindi vengono da questi presi di mira, proprio perché visti come “un po’ strani”. Ma tutto ciò accade a causa dei loro “genitori”, cioè a causa della loro omosessualità, condizione che crea nei bambini il già citato deficit di attenzione ed altri disturbi affini. Sullins conclude che se è vero che non tutti i bambini di coppie omosessuali presentano attualmente gravi compromissioni della sfera affettiva e comportamentale, state pur sicuri che per trovare un bambino senza problemi avrete molta, ma molto più probabilità di incontrarlo in una famiglia composta da mamma e papà. In breve, signori miei, la Luna esiste per davvero.
    Genitori gay e figli: ecco la verità che fa male (ai gay)

    Assassinio
    Pubblicato da Berlicche
    Miss Marple è arrivata da poco ai Caraibi. Si guarda intorno. Potrà essere anche un arzilla vecchietta inglese, e sarà anche trascorso mezzo secolo dalla pubblicazione della sua avventura, ma certamente non la manda a dire.
    Agatha Christie sapeva come costruire un best seller. Ho letto in pochi libri primi capitoli così implicitamente sessuali come quello che ho trovato in “Murder in the Caribbeans” (Miss Marple nei Caraibi). E’ messo in chiaro fin da subito: la zietta detective nata dalla penna della famosa romanzista conosce tutte le perversioni che i ragazzi moderni conoscono, e forse anche qualcuna che loro sono troppo giovani per sapere. E’ così che risolve i delitti. Conosce le miserie degli esseri umani.
    A metà del secondo capitolo, ho un sussulto. Leggo queste parole:
    There were representatives of all ages in the room. (…) There were middle-aged couples from the North of England. There was a gay family from Caracas complete with children…
    “C’erano rappresentatnti di tutte le età nella stanza (…) C’erano coppie di mezz’età dal nord dell’Inghilerra. C’era un’allegra famiglia di Caracas completa di bambini…”
    ”a gay family”…
    La perplessità è di breve durata. L’allegra famiglia di cui parla il testo è, per l’appunto, una famiglia normalissima e lieta; niente a che fare con l’omosessualità. Il termine che la scrittrice usa per definire colloquialmente gli omosessuali l’ho già incontrato nel capitolo precedente, è “queer”.
    Per due volte in poche pagine quella “gay family” ritorna, inconsapevole dell’equivoco a cui, cinquant’anni dopo, potrebbe portare il suo appellativo. Neanche Miss Marple, con tutta la sua esperienza dell’animo umano, avrebbe potuto prevedere che qualcosa di così assolutamente innaturale sarebbe diventato, in un certo senso, normale. Tanto da rendere in qualche modo irreale, fuori dal tempo, equivoca quella gaia famigliola in vacanza.
    Reliquia di un tempo in cui il significato delle parole non era stato ancora assassinato.
    https://berlicche.wordpress.com/2015...occhi-di-oggi/

    Il Liber Gomorrhianus di san Pier Damiani
    di Roberto de Mattei
    San Pier Damiani (1007-1072), abate del monastero di Fonte Avellana e poi cardinale vescovo di Ostia, fu una delle personalità più spiccate della riforma cattolica dell’undicesimo secolo. Il suo Liber Gomorrhianus, apparve attorno al 1049, in un’epoca in cui la corruzione era largamente diffusa, fino ai vertici del mondo ecclesiastico. In questo scritto, diretto al Papa Leone IX, Pier Damiani denuncia i vizi perversi del suo tempo con un linguaggio che non conosce falsa misericordia e compromessi.
    Egli è convinto che di tutti i peccati, il più grave sia la sodomia, termine che comprende tutti gli atti contro natura. «Se questo vizio assolutamente ignominioso e abominevole non sarà immediatamente fermato con un pugno di ferro, –scrive – la spada della collera divina calerà su di noi, portando molti alla rovina». Il Liber Gomorrhianus è stato ora pubblicato dalle Edizioni Fiducia (Roma 2015, euro 10). La traduzione, con una nota bibliografica è di Gianandrea de Antonellis e l’introduzione di Roberto de Mattei. Riportiamo alcuni passi tratti dall’introduzione.
    La Chiesa cattolica è un organismo che ha, come il suo fondatore Gesù Cristo, una natura divina e una natura umana, intimamente connesse. Ma a differenza di Gesù Cristo, perfetto non solo nella sua divinità, ma anche nella sua umanità, la Chiesa, santa e immacolata, è composta di uomini soggetti al peccato. Essa non è mai peccatrice, ma al suo interno i peccatori si affiancano ai santi.
    Vi sono momenti della sua storia in cui la santità la pervade ed altri in cui la defezione dei sui membri la sprofonda nell’oscurità: sembra quasi che la divinità la abbandoni. Ma questo mai accade. La Chiesa non tramonta: supera le prove più difficili e avanza invitta nella storia, verso la Parusia, il trionfo finale, in terra e in cielo, quando Essa si unirà definitivamente al suo sposo divino». Questa visione teologica era ben chiara a san Pier Damiani, quando, attorno al 1049, si accinse a scrivere il Liber Gomorrhianus, un’opera in cui non teme di alzare il velo sulle ignominie degli uomini di Chiesa del suo tempo.
    Mille anni sono passati da allora e mille erano allora passati dalla morte e Resurrezione di Cristo. Ma la voce di Pier Damiani risuona, oggi come ieri, di sprone e di conforto per tutti coloro che nella storia avrebbero come lui combattuto, sofferto, gridato e sperato. Pier Damiani, sentì la fragilità della carne, il peso del peccato, la caducità delle cose del mondo, l’avanzare inesorabile della morte, ma si abbandonò con fiducia alla misericordia di Dio e ottenne la celeste ricompensa. Fu universalmente venerato come santo sin dal momento della sua morte.
    Dante lo colloca nel settimo cielo tra i contemplativi. Papa Leone XII lo onorò con il titolo di Dottore della Chiesa (Costituzione Providentissimus Deus del 1 ottobre 1828). L’insegnamento di un Dottore della Chiesa rifulge per la purezza della fede e la profondità della scienza teologica e morale. Queste note contraddistinguono tutte le opere di san Pier Damiani, a cominciare dal Liber Gomorrhianus, di cui vogliamo cogliere soprattutto lo spirito. Spirito di verità perché san Pier Damiani non distolse lo sguardo davanti alla lordura morale, ma sollevò il velo con cui gli altri ecclesiastici volevano coprire il male e ne mostrò la deformità e l’orrore. Spirito soprannaturale perché non si fece intimorire dal falso giudizio del mondo, ma tutto considerò alla luce della legge divina e naturale.
    Spirito profetico perché non solo vide i mali, ma ne previde le conseguenze nella società e nella vita delle anime e ne indicò i rimedi necessari, in una vita di Grazia e di lotta. Non moderò il linguaggio, ma lo rese infuocato per mostrare tutta la sua indignazione. Non ebbe timore di esprimere il suo odio intransigente verso il peccato e fu proprio quest’odio a rendere incandescente il suo amore per la Verità ed il Bene.
    Oggi, all’inizio del terzo millennio dalla nascita di Cristo, sacerdoti, vescovi e conferenze episcopali, rivendicano il matrimonio dei preti e mettono in dubbio l’indissolubilità del legame matrimoniale tra un uomo e una donna, accettando allo stesso tempo l’introduzione nelle leggi dello pseudo-matrimonio omosessuale. La sodomia non è considerata un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio ed è diffusa nei seminari, nei collegi, nelle università ecclesiastiche, perfino all’interno delle Sacre Mura della Città del Vaticano .
    Il Liber Gomorrhianus ci ricorda che c’è qualcosa di peggio del vizio morale praticato e teorizzato. È il silenzio di chi dovrebbe parlare, l’astensione di chi dovrebbe intervenire, il legame di complicità che si stabilisce tra i malvagi e coloro che con il pretesto di evitare lo scandalo tacciono e tacendo acconsentono. Più grave ancora è l’accettazione da parte di uomini di Chiesa dell’omosessualità, considerata non come un abominevole peccato, ma come una “tensione” positiva verso il bene, degna di accoglienza pastorale e di protezione giuridica.
    Nella Relatio post disceptationem riassuntiva della prima settimana di lavori del Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2014, un paragrafo affermava che «le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana», rivolgendo ai vescovi l’invito ad «accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?». Questa scandalosa affermazione è stata cancellata dalla relazione finale, ma alcuni vescovi e cardinali, dentro e fuori l’aula sinodale, hanno ribadito la richiesta di cogliere gli aspetti positivi dell’unione contro natura, fino ad auspicare «una codificazione di diritti che possano essere garantiti a persone che vivono in unioni omosessuali».
    San Pier Damiani da semplice monaco, e a maggior ragione da cardinale, non esitò a mettere sotto accusa persino i Papi del tempo, per le loro scandalose omissioni. Porterà la lettura del Liber Gomorrhianus a infondere nel cuore di qualche prelato o laico lo spirito di san Pier Damiani, scuotendolo dal torpore e spingendolo a parlare e ad agire?
    Il Liber Gomorrhianus di san Pier Damiani ? di Roberto de Mattei | Riscossa Cristiana




  8. #118
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    San Francisco contro il vescovo che vuole il rispetto dei valori cattolici nelle scuole cattoliche: "Chi sei tu
    per giudicare?"
    http://www.mpv.org/mpv/allegati/31685/15030423so.pdf

    Italia, un paese sulla via di un democratico auto-genocidio
    di Piero Vassallo
    Se non cambia l’indirizzo autolesionistico della politica e della “cultura” di riferimento, nel giro di cinquanta/sessanta anni l’Italia diventerà una colonia islamica. La drammatica storia dei paesi cristiani invasi e dominati dagli islamisti non ha fatto scuola. La storia non fa mai scuola. Solo il buonismo e la stupidità fanno scuola.
    di Piero Vassallo
    Non senza rinnovare il disprezzo dovuto al parlamento democratico, che ha depenalizzato l’aborto alzando il vessillo del culocrate sessantottino Herbert Marcuse, rammentiamo ai politicanti oggi in tutt’altre futili faccende affaccendati, gli allarmanti numeri delle statistiche, che rivelano l’indirizzo all’estinzione del popolo italiano.
    I democraticamente eletti chiacchierano in allegra, festosa continuazione. I severi numeri rivolgono all’illusione politica le parole scritte nel vocabolario dell’inquietante, dura e deprimente realtà.
    Ad esempio, le statistiche rammentano che, nel 1900, nacquero un milione di italiani, nel 2012 soltanto cinquecentomila. Il guru denatalista Georges Soros e Bill Gates gongolano. Il vespasiano sodomitico si illumina. I nichilisti contemplano i celesti orizzonti di un mondo senza più prolifici conigli.
    Tuttavia le attuali cinquecentomila nascite – 8,4 per mille, contro il 23 per mille del 1946, secondo le statistiche ufficiali – rivelano che la popolazione italiana si è stabilita sotto la c. d. “soglia di sostituzione“, formula che significa l’avviamento di un vero e proprio auto-genocidio.
    Il triste futuro degli italiani si comincia a intravedere nelle allarmanti statistiche: cinquantaquattro milioni di italiani a bassa fecondità e a rapido invecchiamento e 4.387.334 (dati ISTAT) immigrati in maggioranza giovani, prolifici e agguerriti.
    L’Italia inebetita e disarmata galoppa nella triste direzione di una estinzione spartana e/o bizantina. Infettati dalla retorica onusiana, il potere spirituale e quello politico stanno trasformando gli italiani in disarmati e castrati conigli. I poteri nazionali non sono lontani dalla stupidità squillante sulla bocca larga della famosa attrice americana, la quale sostiene che l’uomo è il cancro della natura a lui superiore.
    Se non cambia l’indirizzo autolesionistico della politica e della “cultura” di riferimento, nel giro di cinquanta/sessanta anni l’Italia diventerà una colonia islamica. La drammatica storia dei paesi cristiani invasi e dominati dagli islamisti non ha fatto scuola. La storia non fa mai scuola. Solo il buonismo e la stupidità fanno scuola.
    Renzi minimizza. La Camusso approva e gongola. Bergoglio esulta. La Boldrini esulta. Il giornalismo applaude. La marina militare trasporta. La malavita accoglie e specula. Il terrorismo recluta. Gli italiani contemplano col fiato sospeso.
    Il vespasiano gongola e rammenta le (inattuali e obliate) pagine dell’insospettabile Jean Paul Sartre sulla felicità dei pederasti francesi, in festa per l’occupazione nazista. (Per inciso: la descrizione sartriana del gongolamento pederastico nell’estate parigina del 1940 dovrebbe far riflettere i politici che non vedono lo stretto legame di pederastia e “amore” per la brutalità degli invasori).
    Disgraziatamente il futuro italiano è già cominciato nel segno del masochismo e della fragilità. Il pio ministro degli esteri risponde alla minaccia terroristica inchinandosi con stile Schettino.
    La stupidità politicante intanto si è schierata con gli americani e i cialtroni ucraini contro Putin, l’unico possibile, efficiente argine all’islam. La triste ombra di Maometto è sopra il futuro della delirante/umiliante politica italiana.
    Italia, un paese sulla via di un democratico auto-genocidio ? di Piero Vassallo | Riscossa Cristiana

    Affittopoli, la sinistra "protegge" il circolo gay dalla svendita
    Il circolo culturale Mario Mieli paga circa 200 euro di canone d'affitto
    Francesco Curridori
    Nella lista dei fortunati affittuari del Comune di Roma non potevano mancare i gay. E infatti anche la sede del circolo di cultura omosessuale "Mario Mieli" di via Efeso, organizzato da circa vent’anni dei gay Pride di Roma e della festa di autofinanziamento del locale Muccassassina.
    L’associazione difende i diritti degli omosessuali e, tradizionalmente vicina alla sinistra, paga 235,61 euro di affitto mensile, ossia circa il 40% in meno della media dei canoni della zona.
    Qualche giorno fa la consigliera comunale di Sel (ex Pd) Imma Battaglia, che per anni ha guidato il circolo, ha presentato degli emendamenti alla delibera sulle dismissioni del patrimonio comunale, la quale prescrive che “venga vietato qualsiasi tipo di agevolazione all’acquisto per tutti quegli inquilini che hanno frodato la pubblica amministrazione". La Battaglia, insomma, sta cercando, insieme al resta della sinistra capitolina che si battono per le unioni civili, di salvare il "Mario Mieli", non essendo edificio di pregio.
    Affittopoli, la sinistra "protegge" il circolo gay dalla svendita - IlGiornale.it

    Dal sesso al genere: la parabola dell’omologazione
    L'educazione sessuale dei più giovani viene data in appalto alle associazioni Lgbt contro il consenso di docenti e genitori. Nel silenzio dei nostri Media, le istituzioni si ostinano a chiamare l'ideologia gender una banale "educazione alle differenze". Cosa si nasconde sotto il mantra politicamente corretto della lotta all'omofobia?
    DI LORENZO VITELLI
    Dopo anni di rapporti confidenziali tra istituzioni scolastiche e associazioni Lgbt, con il ddl 1680 – di cui la prima firmataria è Valeria Fedeli del Partito democratico – l’educazione di genere sarà educazione di Stato. L’istruzione in materia di famiglia e sessualità è data in appalto ad entità extrascolastiche che – in barba all’art. 30 della Costituzione – intercedono su materiali didattici, corsi di formazione per docenti e alunni, comunicati per i genitori, modifiche dei programmi scolastici e organizzazioni di eventi. Vendutoci come una lotta all’omofobia, il genderismo si adopera per destrutturare le identità sessuali.
    Cosa prevede questo tipo di avviamento? La teoria gender, che a detta delle istituzioni non esiste – ufficialmente è un’educazione alla diversità (sic!) – si basa sulla distinzione tra sesso e genere. Se il sesso è considerato un inutile corredo genetico, un semplice complesso di caratteri biologici che creano la distinzione maschio/femmina – e a cui la Tecnica può porre rimedio – il genere è invece quella compagine di fattori culturali e convenzionali che fasciano storicamente il bagaglio biologico dando vita ai diversi comportamenti, ruoli e status associati all’uomo o alla donna. Secondo questa separazione la produzione di gameti maschili non ha un legame naturale con l’essere e il sentirsi uomo ed assolvere alle pratiche convenzionali che ne derivano. I gender studies sostengono l’idea che la percezione soggettiva della propria sessualità non sia un’estensione del fattore biologico. Il genere è un fatto culturale. Nascere maschi ed adempiere alle pratiche convenzionali associate a questo sesso in passato (il lavoro fisico, la caccia, l’aggressività, la virilità) viene considerato dagli ideologi in questione, uno stereotipo di genere. Sono detti ugualmente stereotipi: il semplice fatto che un bambino giochi con dei soldatini piuttosto che con delle bambole; che una donna porti una gonna anziché dei pantaloni e che sia lei ad occuparsi dei figli e del focolare domestico al posto del padre.
    Secondo la lobby Lgbt e i sostenitori del ddl 1680, l’identità di genere si forma durante il periodo infantile, attraverso agenti socio-culturali quali la famiglia e la scuola, ed è perciò proprio in quell’arco di tempo che bisogna intervenire per superare i ruoli e gli stereotipi. In Francia, per esempio, Paese all’avanguardia in termini di “diritti”, nell’asilo Nido di Saint-Ouen, acclamato come faro del progresso dai media nazionali, si è istituita la prima struttura atta a scardinare questi cliché. Sotto lo sguardo staliniano dei pedagoghi vediamo bambini invitati a giocare con le bambole e bambine impegnate nel bricolage. In diversi asili gli insegnanti affiliati ai sindacati vicini alla lobby Lgbt si sono armati della letteratura transgender per patrocinare i propri corsi: “Papà porta una gonna”, “Tango ha due papà”, “Jean ha due mamme”.
    Anche in Italia sono già state introdotte le pubblicazioni di favole con lo scopo di decostruire i preconcetti relativi ai sessi e sempre in Francia i manuali di biologia Hachette in vigore a partire da settembre 2014 definiscono l’identità sessuale, come “la percezione soggettiva che si ha del proprio sesso”. Un simile approccio va ben oltre il riconoscimento della parità dei sessi o della lotta all’omofobia – omofobia di cui l’Oscad non rileva nessuna minaccia in Italia – ma interviene a fondare una nuova concezione antropologica. Un passaggio d’epoca che segna la fine del ruolo della natura per dare all’individuo la possibilità di determinarsi secondo le sue inclinazioni soggettive.
    Il corpo a questo punto cessa di rappresentare l’incarnazione carnale dell’Io per diventare un oggetto di cui l’Io sarebbe il proprietario e il soggetto. Già lo slogan femminista “il corpo è mio, decido io” implica questa dualità tra corpo e proprietario, una separazione tra le due istanze in cui il soggetto prevarica sulla determinazione biologica che può modificare. Accettata filosoficamente ed eticamente questa separazione, tra io e corpo, tra genere e sesso, saranno i primi a decretare le attitudini dei secondi. Lo sconvolgimento dell’ordine immanente da parte dell’ideologia gender si accorda perfettamente al timbro della postmoderna ambizione di affrancarsi da qualsiasi tipo di limite e di predeterminazione in nome della individualistica smania di libera disposizione di sé. Ma dov’è l’errore? La libertà risiede davvero in un anti-naturalismo sfrenato? Il dato biologico non gioca davvero nessun ruolo? Il processo di civilizzazione è un’evasione dal contesto naturale?
    A dire di diversi studiosi tra cui il viennese Otto Weininger, il carattere – o genere - ha rapporto continuativo con il sesso. Lo psicologico e il fisiologico sono legati l’un l’altro, anche se Weininger ammette che non può esistere il “maschio assoluto” e entrambi i sessi hanno una percentuale di caratteri del sesso opposto. Di conseguenza la visione del mondo, il comportamento, le prerogative e l’immaginario associati comunemente all’uomo o alla donna, non sono solo stereotipi ma estensioni culturali del dato naturale. L’aggressività insita nei caratteri genetici maschili, porta inevitabilmente il bambino a picchiarsi con i suoi coetanei, mentre la sensibilità femminile è naturalmente propensa a prendersi cura degli altri.
    Dice Alain De Benoist: “a tutte le età e durante qualsiasi fase dello sviluppo, le ragazze si mostrano anche più sensibili dei ragazzi nei confronti dei loro stati emotivi e quelli degli altri (il sesso dimostra così di essere un eccellente fattore predittivo dei sentimenti di empatia). Dalla tenera età, i ragazzi ricorrono a strategie di tipo fisico, mentre le ragazze ricorrono a strategie verbali. Le ragazze sono più loquaci, i ragazzi più aggressivi”.
    Fino a che punto è legittimo non dare dei riferimenti ad un bambino? E soprattutto annullare le differenze in nome di un ibrido modello unisex, valido per entrambi i sessi, non equivale a dire che nessuno dei due sessi potrà trovare un compimento soddisfacente? Le differenze tra l’uomo e la donna non sono originate da fattori puramente culturali, e anzi questi fattori sono il diretto risultato di talune necessità naturali. Come sostiene Massimo Fini nel suo Dizionario erotico, “attraverso i cicli lunari, le mestruazioni, la fecondazione, la gestazione, la placenta, il parto, le mammelle, il latte e tutti i complessi processi fisiologici che si svolgono all’interno del suo corpo, la donna è legata alla natura molto più intimamente di quanto lo sia l’uomo” e ovviamente da qui si creano esigenze diverse a cui la cultura provvede dando ruoli, compiti, status diversi.
    In definitiva, più che tendere verso un reale miglioramento delle condizioni di vita individuali e collettive, l’ideologia gender si impegna ad eliminare le differenze e ad uniformare i caratteri. Perché la differenza è vissuta irrimediabilmente come una gerarchia, e il mondo dell’identico per capitalizzare al meglio ogni forma di espressione necessita, a dire di Alain De Benoist, di “trasformare l’esistenza quotidiana in un immenso mercato, dove desideri e bisogni si somigliano”. Questo smantellamento si attua mediante la straordinaria retorica del “diritto” e, sostiene Caroline de Haas – sindacalista del Ps francese – “la decostruzione dei ruoli sociali che attribuiamo a ciascuno dei sessi è determinante per costruire una società di uguaglianza reale”. L’eterosessualità sembra, così posta, un’ideologia culturale, tanto che Eric Fassin – professore di scienze politiche all’università Paris VIII – vorrebbe poter “pensare un mondo in cui l’eterosessualità non sarà più normale” e parlare “in termini di genere – secondo Marc Guillaume e Marie Perini – manifesta il rifiuto di essere assegnati a risiedere in un’identità”.
    Si rischia di far sparire l’equilibrio che deriva dall’essere donna e dall’essere uomo, che implica l’unione nella diversità, che si scopre nel diverso approccio alla realtà, alla vita, nella diversa sensibilità nei confronti del mondo. Dalla confusione generalizzata che si ottiene, dalla perdita dei caratteri e delle differenze tra i sessi (e differenza non sta per gerarchia) su cui si fonda la storia dell’umanità ne conseguirà una società piatta e indifferenziata, deprivata della famiglia intesa come ultimo argine al definitivo collasso delle relazioni umane comunitarie e come agente garante di un’identità che si eredità e si tramanda.
    Diceva Pierre-Jospeh Proudhon: “Uomo e donna sono solo equivalenti (non uguali, dunque), ognuno avendo in predominanza una prerogativa speciale: l’uomo la forza, la donna la bellezza. In questo caso l’equilibrio dei loro diritti e doveri rispettivi deve essere fatto in una maniera diversa, ma in una maniera per cui tra i due sessi vi sia eguaglianza di benessere e onore”.
    Dal sesso al genere: la parabola dell?omologazione

    Cambio di sesso, quando il giudice si sostituisce al chirurgo
    di Tommaso Scandroglio
    Pare che d’ora in poi “cambiare sesso” sarà sempre più facile, come spostare le lancette dell’orologio per l’ora legale o cambiare colore dei capelli. La procedura si sta snellendo grazie ai giudici che si stanno sostituendo ai chirurghi.
    A fine luglio dell’anno scorso avevamo dato notizia su queste colonne (“Cambiar sesso? Basta il pensiero”) di un giudice di Rovereto che permise al signor Luca di diventare la signorina Lucia semplicemente perché aveva iniziato le cure ormonali, ma senza necessità di passare in sala operatoria. Allora avevamo commentato che secondo una certa interpretazione giurisprudenziale la sentenza era ineccepibile perchè “la legge 164 del 1982 all’art. 3 non obbliga sempre all’operazione chirurgica, bensì richiede solo che siano già intervenute alcune modificazioni dei caratteri sessuali del transessuale (art. 1), ad esempio tramite l’assunzione di ormoni”.
    Il caso era analogo ad altri due, decisi favorevolmente dai tribunali di Roma e Siena rispettivamente nel 1997 e nel 2013. Ma erano decisioni più uniche che rare dato che chi è uomo e si sente donna fa anche di tutto per cambiare al femminile il proprio corpo. Questo prevede per legge sedute con lo psichiatra, poi trattamenti ormonali, successivamente la richiesta al giudice di sottoporsi ad intervento chirurgico ed infine il cambio dei documenti.
    Sempre di più però emergono casi in cui chi vuole “cambiar sesso” non sente questo bisogno di intervenire anche sul proprio corpo per sentirsi pienamente “maschio” o “femmina”. Ieri i media hanno dato grande spolvero ad una vicenda giudiziaria datata novembre 2014 in cui il Tribunale di Messina ha permesso ad un giovane di 21 anni di cambiare anagrafica sessuale senza operazione chirurgica. L’aspetto peculiare di questo caso che lo differenzia dagli altri sta però nelle motivazioni addotte dai giudici. Esisterebbe nell’infinito supermercato dei desideri anche “il diritto ad una diversa identità di genere”. I colleghi di Roma, Siena e Rovereto si erano appellati a motivazioni invece solo di carattere sanitario per far evitare al transessuale il bisturi.
    Qui invece si fa appello ad un diritto identitario che non può essere vincolato a procedure standard. Analogo ragionamento è stato articolato dal Tribunale di Trento che la scorsa estate ha sì respinto la richiesta di Monica Notarangelo di rettificazione di attribuzione del sesso senza operazione chirurgica – che per il Tribunale era necessaria – ma altresì ha chiesto alla Corte Costituzionale di verificare se “l'imposizione di un determinato trattamento medico, sia esso ormonale ovvero di riattribuzione chirurgica del sesso, costituisce […] una grave ed inammissibile limitazione al riconoscimento del diritto all'identità di genere (maschile o femminile)”.
    I giudici allora specificarono che “il dato fondamentale non è più il sesso biologico o anagrafico, ma il genere, che si può definire quale ‘variabile socio-culturale’, vale a dire ‘della persona in base alla quale della stessa si può dire che è maschile o femminile". Ed infatti – continuano i giudici - la legge dell’82 ha come scopo “la rettificazione di attribuzione di sesso, e non la riassegnazione sessuale sul piano anatomico”. Quindi il Tribunale trentino concluse che subordinare “il diritto di scegliere la propria identità sessuale alla modificazione dei propri caratteri sessuali primari da effettuarsi tramite un doloroso e pericoloso intervento chirurgico, finisce col pregiudicare irreparabilmente l'esercizio del diritto stesso, vanificandolo integralmente”. Da qui la richiesta alla Consulta di verificare la legittimità costituzionale della legge 164/82 perché metterebbe troppi paletti all’identità di genere.
    Se i giudici della Corte Costituzionale decideranno che sedute con lo psichiatra, stimolazioni ormonali e operazioni chirurgiche sono vincoli troppo onerosi per chi ha deciso di passare dai pantaloni alla gonnella e viceversa, la teoria del gender avrà avuto finalmente l’imprimatur dello Stato. Infatti quest’ultima predica che basta percepirsi donna per esserlo, al di là del dato genetico e morfologico. Se il corpo dice a tutti ad esempio di essere maschio, poco importa. Ciò che è importante è la rappresentazione mentale di se stessi.
    Se questo è l’aspetto fondamentale, è inutile prendere pillole e bisturi per modificare il corpo. I giudici lo hanno detto a chiare lettere: non è importante la biologia, ma la psicologia. Ed è quello che hanno fatto sempre le ideologie: fregarsene del reale e sovrapporre ad esso il proprio schema mentale razionalista. E se il reale si ribella? Beh basta portarlo in tribunale.
    Cambio di sesso, quando il giudice si sostituisce al chirurgo

    Scuola statale addio, mio figlio studia a casa
    - di Costanza Signorelli -
    È ancora possibile oggi parlare di libertà di educazione? In una realtà dove lo Stato prepotente si è preso il monopolio dell’istruzione e la scuola paritaria rischia di essere ridotta, suo malgrado, ad una fotocopia sbiadita e costosa della formula pubblica, c’è ancora spazio per i genitori che desiderano essere i protagonisti dell’educazione dei propri figli?
    Esiste una possibilità perché mamme e papà si riapproprino del “diritto e dovere di educare e istruire”, senza stare a guardare impotenti il cocktail letale che lo Stato somministra ai propri pargoli? Leggasi da ultimo, l’imminente obbligo ministeriale all’insegnamento delle teorie gender nelle scuole di ogni ordine e grado. È tutto già scritto? Ai genitori non rimane che il compito di tamponare e arginare – se va bene – i danni della mala educación scolastica?
    Non esageriamo nel denunciare la deriva del sistema scolastico pubblico, cosi come non sono retorica le nostre domande. Questi stessi interrogativi animano la mente e il cuore di molti genitori, tutti quei genitori che desiderano educare i propri figli secondo i sani principi della nostra tradizione: l’amore incondizionato per la vita, dall’inizio alla fine; il valore della famiglia, una e indivisibile; il senso del bene, del vero e del bello. Ma si scontrano con una scuola che, sempre più, li tradisce e li ostacola. Se molti di loro, per come possono, cercano di darvi una risposta, alcuni hanno deciso di farlo in un modo davvero speciale.
    È quanto sta accadendo a Staggia Senese, un paesello di poco più di tremila anime in provincia di Siena (Toscana). È qui che un gruppo di mamme e papà hanno capito che per avere una scuola libera-per-davvero, non gli rimaneva che farsela da sé. Nasce così la Scuola Hobbit, una scuola parentale che si ispira al modello di Home-schooling. Questa esperienza, in verità, non è che l’inizio di un’onda che sta coprendo tutte le regioni d’Italia, con una serie d’iniziative destinate a moltiplicarsi assai rapidamente.
    Ne abbiamo parlato con Giulia Pieragnoli, coordinatrice della Scuola Hobbit. Giulia come nasce l’idea della Scuola Hobbit?
    Come gruppo di giovani genitori della nostra parrocchia, avendo ciascuno due o tre figli in età scolare, ci siamo posti la semplice domanda: dove mandiamo i nostri bambini a scuola? Desideravamo una scuola cattolica, ma soprattutto libera, cioè una scuola che ci garantisse la piena responsabilità educativa dei nostri figli. Cercando, abbiamo scoperto la realtà delle scuole parentali già presenti in tutta Italia, per esempio a Bologna la scuola parentale “Mariele Ventre”. In Toscana non ne esisteva ancora una, dunque ci siamo detti: perché non iniziare noi? Abbiamo chiesto la disponibilità dei locali della parrocchia al nostro parroco don Stefano Bimbi e lui si è dimostrato molto accogliente.
    Cos è l’educazione parentale?
    Significa che il genitore si prende carico personalmente dell’educazione e dell’istruzione dei propri figli.
    Cioè non manda i figli a scuola?
    Il genitore può decidere di istruirli lui stesso a casa, oppure, come accade per la Scuola Hobbit, può decidere di affidare l’istruzione dei figli a persone di sua fiducia, cioè gli insegnanti della nostra scuola.
    Ma è legale non mandare i figli alle cosiddette “scuole dell’obbligo”?
    Non solo è legale. È un diritto sancito dalla Costituzione. L’articolo 34 della Costituzione Italiana recita: “L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. Quindi è l’istruzione ad essere obbligatoria, non la scuola. La “scuola dell’obbligo” non esiste. Inoltre l’articolo 30 dice che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”. Ciò significa che l’istruzione dei figli è in primis una responsabilità dei genitori, non dello Stato. In concreto, è sufficiente inoltrare una comunicazione formale e scritta alla direzione didattica di competenza in cui il singolo dichiara di prendersi carico in prima persona dell’istruzione del figlio. A quel punto la palla passa ai genitori che decidono personalmente come procedere.
    Ma perché costruire una scuola parentale? Non bastava la scuola paritaria?
    No, purtroppo oggi nemmeno la scuola paritaria cattolica è lasciata libera di insegnare ai bambini solo e precisamente quei principi che vogliono i genitori.
    Per esempio?
    Per esempio la teoria del gender entrerà a pieno regime nel sistema scolastico statale e presto diventerà insegnamento obbligatorio anche nella scuola paritaria. Il metodo è sempre lo stesso: lo Stato, per concedere la parificazione, costringe la scuola paritaria a ricalcare in tutto e per tutto la scuola statale. Come, del resto, è già accaduto in Inghilterra, dove lo Stato ha detto alle scuole paritarie: o insegnate la teoria del gender o vi ritiriamo l’autorizzazione. Bene, è realistico pensare che questo accadrà anche in Italia. Invece noi, sganciandoci completamente dal sistema dello Stato, saremo veramente liberi di insegnare ciò che riteniamo positivo e di non insegnare ciò che riconosciamo come negativo per i bambini. Noi non siamo una scuola autorizzata dallo Stato proprio perché non vogliamo alcuna autorizzazione. Quello che vogliamo, al contrario, è realizzare un ambito di piena libertà di educazione in capo a genitori e insegnanti. E’ questo il vero motivo per cui nasce la Scuola Hobbit: la libertà di educazione. Tutti a parole la invocano, ma poi di fatto non esiste. Nel nostro caso sì.
    Parliamo della Scuola Hobbit. Quali sono gli elementi di novità rispetto alle scuole che conosciamo?
    Nella Scuola Hobbit le classi saranno massimo di dieci bambini, perché crediamo sia fondamentale che gli insegnanti seguano personalmente ogni singolo alunno. Alle elementari abbiamo recuperato il vecchio e sano modello della maestra unica, la cosiddetta maestra-mamma, affinché i bambini possano avere una figura unica e stabile di riferimento. A livello didattico, non solo svolgeremo i programmi ministeriali come tutti, ma faremo molto di più.
    Il nostro obiettivo è la personalizzazione del percorso educativo: i bambini non sono tutti uguali e perciò non apprendono tutti in modo uguale. Inoltre ognuno ha le sue inclinazioni e interessi per cui è giusto dare di più a chi ne ha la possibilità. Dunque la scuola Hobbit vede la diversità di ciascun bambino come una ricchezza e intende valorizzarla invece che livellarla, come è obbligato a fare chi si trova a insegnare in classi di 25/30 alunni.
    Arricchiremo i programmi ministeriali con moltissime altre attività. C’è una mostra interessante in città? Si va. Il bambino racconta del nonno che coltiva la terra, si coglie l’occasione per una lezione nell’orto. Un genitore è esperto di musica? Si assiste insieme ad un concerto e via dicendo. Con massima libertà e in un filo diretto tra genitore e insegnante.
    Come si svolge una mattinata in una scuola parentale?
    La Scuola Hobbit è una scuola cattolica, è per noi fondamentale iniziare la mattinata con un momento di preghiera insieme e l’ascolto di un canto sacro. Poi il tempo sarà gestito liberamente, giorno per giorno, dagli insegnanti, vale a dire: non ci sono gli schemi rigidi della campanella, il cambio d’insegnante, le materie a rotazione, l’intervallo fisso, ma sarà un tempo a misura di bambino. Se insieme ci si sta appassionando alla lettura di un racconto, non ci sarà certo la campanella e l’ingresso di una seconda maestra a interrompere l’attenzione. Sarà, per esempio, l’interesse del bambino a segnalare l’approfondimento di un dato argomento o la sua stanchezza ad indicare la necessità di una pausa, magari all’aria aperta. Il pomeriggio invece i bambini torneranno a casa dove saranno liberi di giocare, i compiti alla Scuola Hobbit si fanno la mattina. Il fatto di avere un tempo a misura di bambino, non ha nulla a che vedere con l’improvvisazione. Tutti gli insegnanti sono preparatissimi, ma soprattutto molto appassionati allo studio e all’insegnamento.
    In un ambiente così confidenziale, familiare e ristretto, non c’è il rischio che i bambini siano tenuti sotto una campana di vetro?
    Questo è il punto più difficile da fare comprendere alle persone che non conoscono la realtà delle scuole parentale. Cioè, c’è la convinzione che si crei un ghetto, un ambiente ovattato e autoreferenziale e che, di conseguenza, i bambini facciano più fatica a socializzare, trovandosi poi disorientati nell’impatto con la realtà. Ecco tutto questo è assolutamente un falso mito, una leggenda. Anzi, l’esperienza che raccontano i genitori delle scuole parentali è l’esatto opposto. Tutti testimoniano una maggiore capacità di socializzazione dei propri bambini rispetto ai loro coetanei.
    Perché?
    Il fatto che la scuola rappresenti un contesto protetto e sicuro fa crescere l’autostima nel bambino. Lo rende più sicuro di sé. Per esempio, è difficile che nella scuola parentale si verifichino episodi di bullismo, perché i ragazzi sono seguiti personalmente anche nelle loro difficoltà e nei loro disagi. Sicché, un bambino che si sente sicuro e fa un’esperienza di relazione positiva nel piccolo, è poi portato ad aprirsi con fiducia anche in situazioni più articolate. Viceversa, il bambino che – pur in mezzo a 20 o 30 bambini – è però lasciato a se stesso ha più paura di socializzare.
    http://www.informarexresistere.fr/20...studia-a-casa/

  9. #119
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Che una principessa mi baci e mi trasformi in un dovizioso mecenate al fine di poter commissionare a un eccellente pittore, un nuovo Luca Signorelli, un nuovo Giovanni da Modena, un affresco raffigurante Sam Simon, uno degli inventori del cartone animato “I Simpson”, all’inferno. Era un vegano che da vivo finanziava cliniche viaggianti di chirurgia canina, e flottiglie dedite al salvataggio dei delfini (oltre che alla rovina dei pescatori, suppongo). Ora che è morto, a cinquantanove anni ossia prima della maggioranza dei carnivori, ha lasciato tutto alle associazioni animaliste, a coloro che si curano delle bestie anziché delle ragazze incinte che abortiranno perché senza uomo e senza soldi, delle persone che non trovano lavoro o che l’hanno perso, dei vecchi che non possono permettersi il dentista. Che una principessa mi baci, presto, e che un pittore dia le mie fattezze al diavolo ghignante che spinge Sam Simon nel fuoco eterno.
    PREGHIERA - 11 Marzo 2015

    Canada: «Ci hanno imposto una legge che obbliga le scuole religiose a istituire club Lgbt»
    Se in classe si parlerà di teoria gender non sarà ammessa nemmeno l’esenzione. Intervista a Donna Trimble, leader dell’associazione “Parentes for choice in education”
    Benedetta Frigerio
    D’ora in poi tutte le scuole cattoliche, protestanti, ebraiche o di qualsiasi altra estrazione dovranno dare la possibilità agli studenti di formare al loro interno club Lgbt o di qualsiasi altra natura. A deciderlo il 10 marzo scorso è stato il governo conservatore dello Stato canadese di Alberta, che dopo pressioni durate mesi da parte della “Gay-straight alliances” (Gsa), l’organizzazione nazionale degli studenti Lgbt, ha deciso in sole quattro ore di approvare la norma senza dare ai genitori la possibilità di dissentire: «Non ce lo aspettavamo», spiega a tempi.it Donna Trimble, leader dell’associazione “Parentes for choice in education” (“Genitori per la libertà di educazione”). Ma ora, «nel caso in cui in classe si dovesse parlare di orientamento sessuale e di teoria gender, non sarà ammessa alcuna esenzione richiesta dai genitori».
    CLAUSOLA DI COSCIENZA. Il tentativo di introdurre la norma era già fallito una volta, ma l’opposizione lo aveva ripresentato lo scorso autunno. Il governo si era opposto chiedendo l’esenzione delle scuole non statali, ma alla richiesta di una clausola di coscienza il movimento Lgbt ha scatenato un’intensa campagna mediatica contro i conservatori. Fino a spingere il premier, Jim Prentice, a fermare il nuovo ddl e ad appoggiare all’apertura della nuova sessione legislativa il provvedimento nella sua versione iniziale, priva della clausola di coscienza.
    GLI “OMOFOBI”. «Ci avevano tranquillizzato sul fatto che non ci sarebbe stata tolta la libertà di educazione e invece si sono schierati tutti con i media», spiega ancora Trimble. «La campagna mediatica è stata giocata sulla compassione per gli studenti Lgbt vittime di discriminazione. Opporsi è quindi diventato sempre più impopolare, tanto che il partito conservatore si è vergognato di difenderci, accettando che fosse cancellata la clausola che richiamava l’articolo 26 della Dichiarazione dei diritti umani che sancisce il diritto di educazione dei genitori». Chi protestava in nome della libertà educativa «veniva presentato come un “omofobo”, mentre noi siamo per l’accoglienza di ogni persona senza che ci sia però imposta una visione o che ci si richieda di approvare un comportamento contrario a quello che riteniamo giusto».
    NESSUNA AUTORITA’. D’ora in poi tutte le scuole dovranno riservare degli spazi e formare personale capace di supportare qualsiasi club richiesto dagli studenti, fra cui il “Gay straight alliance” e il “Queer straight Alliance”, nominati esplicitamente dalla legge. «In questo modo si mina l’autorità dei genitori», ha dichiarato anche John Carpay, presidente del Centro di giustizia per la protezione delle libertà costituzionali, mentre Jojo Ruba, direttore dell’associazione Faith Beyond Belief, ha sottolineato che le scuole religiose «insegnano che Dio ci ha creati uomini e donne e che il nostro sesso ci viene dato da Dio. Mentre la Gsa insegna che è una costruzione sociale, mettendo a repentaglio la fede».
    I CATTOLICI. Secondo Trimble la cosa più grave è che, «in nome della responsabilità e dell’autodeterminazione degli studenti, il governo toglie ai genitori ogni voce in capitolo: le scuole non saranno più tenute a informarci su cosa accade al loro interno. Ma nemmeno gli insegnanti potranno dissentire». Gli unici ad intervenire in questi giorni con una dichiarazione sono stati i membri dell’Associazione delle scuole cattoliche, che però «sono stati sul vago dicendo che accoglieranno la legge chiedendo agli studenti che i club siano in linea con l’insegnamento cattolico. Peccato che ieri il premier abbia risposto che la norma va seguita alla lettera».
    «FIGLI DEL GOVERNO». Quello che accadrà ora non si sa, anche se «di certo con il proliferare di gruppi di ogni tipo, che reclamano i loro diritti senza più limiti, i conflitti e la ghettizzazione aumenterà anziché diminuire». Ma Trimble prevede anche «un incremento delle “home school”, anche se sono preoccupata perché molti genitori non possono tenere i figli a casa o pagare per una scuola privata che non riceva sovvenzioni dallo Stato». Proprio ora la Corte Suprema del Canada sta discutendo in merito alla libertà di educazione e «dalla decisione dipenderà la possibilità di una battaglia costituzionale. Altrimenti avremo davvero passato il limite, perché l’obiettivo ormai è svelato e ce lo stanno dicendo esplicitamente: “I tuoi bambini? Non sono più tuoi ma sono del governo”».
    Canada: legge impone alle scuole club Lgbt | Tempi.it

    Quel party blasfemo su Gesù con i soldi dei contribuenti: arcigay di Bologna senza freni
    Al Cassero uomini travestiti da Gesù mimano pratiche sessuali con una grossa croce. Scoppia la polemica: il circolo gay è finanziato dal Comune
    Sergio Rame
    Tre uomini travestiti da Gesù mimano pratiche sessuali con una grossa croce. Succede al Cassero, locale della comunità omosessuale di Bologna. Le gesta blasfeme sono state immortalate in fotagrafie che da giorni fanno il giro dei social network suscitando una marcata indignazione. Anche perché la festa gay è stata finanziata dal Comune di Bologna. "I soldi pubblici devono sostenere asili, anziani, minori e politiche della sicurezza - ha tuonato su Facebook il consigliere comunale di Forza Italia Michele Facci - se proprio il Cassero vuole offendere, lo faccia con i propri soldi. Non con i nostri".
    Nei prossimi giorni Facci depositerà un’interpellanza per chiedere all'amministrazione comunale "se sia opportuno continuare a finanziare certe iniziative" come quelle di Cassero che, per offendere la Chiesa cattolica, si è inventato la riproduzione fotografica delle vignette di Charlie Hebdo. "La nostra costituzione garantisce il diritto a professare liberamente la propria fede e di conseguenza - ha spiegato l'esponente - anche il diritto a non vedere derisa o denigrata e infamata la stessa fede". Non solo. Domani il consigliere comunale Marco Lisei domani andrà in Procura, insieme ai consiglieri regionali Galeazzo Bignami e a Valentina Castaldini per denunciare quanto accaduto all’interno del Cassero. Dal momento che il Cassero si trova in un immobile del Comune di Bologna a canone zero, la leghista Lucia Borgonzoni ha, invece, sfidato il Comune invitandolo a "non rinnovare la convenzione" con l’associazione arcigay, che scadrà il 10 maggio, per la gestione dell’immobile ex Salara di via don Minzoni.
    Il procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini ha subito fatto sapere che, "se giungeranno denunce", saranno valutate "con attenzione". Anche l'amministrazione comunale non ha mancato di prendere le distanze dal Cassero invitando gli organizzatori dell'evento blasfemo ad assumersi "la responsabilità di una grave offesa, che ha molto più del volgare e provocatorio".
    Quel party blasfemo su Gesù con i soldi dei contribuenti: arcigay di Bologna senza freni - IlGiornale.it

    Gay e atei uniti nella lotta (satanista) a Bologna
    Qual è il punto di raccordo fra gli atei (militanti) e gli omosessuali (militanti)? L’amore per la “libertà”? La “tolleranza”? No. Atei e omosessuali sono uniti nella pratica dello sbattezzo dal rito cattolico del battesimo che da oggi offriranno gratuitamente a chiunque ne farà richiesta. E’ questa, infatti, la battaglia di “libertà” (?!) portata avanti dall’Arcigay bolognese, sezione piuttosto oltranzista e già protagonista di spettacoli a luci rossi dalle forti tinte blasfeme (finanziati coi soldi del Comune). Non serve necessariamente essere cattolici praticanti per capire quanto il contro-rito dello sbattezzo – inutile su di un piano “sottile”, perché gli effetti di un rito non possono essere cancellati dalla volontà dell’uomo, ma utilissimo come arma di propaganda e di condizionamento delle menti… – abbia in questo caso delle tinte, senza paura di esagerare, contro-tradizionali e “sataniche”.
    (ilgiornale.it) – È lo sportello per “sbattezzarsi”, l’ultima novità introdotta a Bologna.
    Su iniziativa dell’Unione degli atei agnostici e razionalisti, da venerdì 13 aprirà uno sportello dove sarà possibile abbandonare la Fede cattolica.
    L’iniziativa avrà il suo varo nel corso di una festa organizzata per venerdì al Cassero, uno storico punto di ritrovo per la comunità omosessuale felsinea. L’iniziativa è stata goliardicamente ribattezzata “Venerdì Credici – notte eretica e scaramantica”.
    L’Uaar promette di prendere in carico tutte le pratiche necessarie allo “sbattezzo” – una pratica che, ricordiamo, non ha alcun valore per la Chiesa Cattolica, che al massimo può cancellare il nome dai registri dei battezzati. Il Sacramento, una volta impartito, è valido per sempre. Dall’Uaar, però, non sembrano curarsene
    Gay e atei uniti nella lotta (satanista) a Bologna | Azione Tradizionale

    La lobby Lgbt ordina al Papa: pensionare il Vescovo Reig Pla!
    L’arroganza della lobby Lgbt, ormai, non conosce più limiti: adesso ordina al Sommo Pontefice anche chi bacchettare sulle dita e chi no. Ad esempio, chiede a papa Francesco di toglier di mezzo al più presto possibile il Vescovo di Alcalá de Henares, mons. Juan Antonio Reig Pla, accusato d’aver lanciato una «crociata omofoba». In realtà, il prelato si è limitato a ricordare come la Chiesa abbia deciso di non ammettere candidati di tendenza omosessuale al sacerdozio o al diaconato, nonché impedito l’ordinazione di persone non adatte, essendo ciò «assolutamente sconsigliabile, imprudente e rischioso». Tutto qua.
    Lo ha fatto nella Lettera pastorale dal titolo In difesa della vita: sugli abusi sessuali a danno di minori e adulti vulnerabili, in cui chiede una selezione «drasticamente esigente» e «rigorosa» tra preti, catechisti, professori delle scuole cattoliche e docenti di religione. Citando, oltre tutto, l’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica del 2005 Circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario ed agli Ordini sacri, in cui si legge al par. 2: «Questo Dicastero, d’intesa con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ritiene necessario affermare chiaramente che la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini Sacri coloro che pratichino l’omosessualità, presentino tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengano la cosiddetta cultura gay».
    La Confederazione spagnola Lgbt Colegas, in un proprio comunicato, ha condannato le dichiarazioni del prelato ed espresso la propria indignazione per il termine AMS-Attrazione sessuale per lo stesso sesso, inventato, a suo giudizio, da «pseudopsicologi neo-omofobi». Per questo, il presidente di Colegas chiede al Santo Padre di «mandare in pensione al più presto possibile i due principali ostacoli alla concordia ed al rispetto della diversità presenti nella gerarchia cattolica spagnola ovvero il Vescovo di Alcalá Henares, Juan Antonio Reig Pla, e l’Arcivescovo di Valencia, Antonio Cañizares», perché retrogradi. Con un’incredibile testacoda lessicale, insomma, il problema nella Chiesa non sarebbe più chi agisce contro natura, bensì chi denuncia tali condotte. Non sarebbe, piuttosto, ora di finirla d’esser presi in giro dai fautori dell’antilingua?
    La lobby Lgbt ordina al Papa: pensionare il Vescovo Reig Pla! | Riscossa Cristiana

    Ultima follia a scuola. Entra nel programma l’ora di autoerotismo
    di Giovanni Masini
    Non è sempre facile essere genitore, per chi nutre convinzioni in contrasto con lo spirito del tempo. Soprattutto se la scuola pubblica veicola un messaggio incompatibile con le convinzioni etiche personali. È il caso dei genitori di un tredicenne piacentino, che hanno chiesto l’esonero del figlio dal percorso di «educazione alla sessualità e all’affettività» Viva l’amore promosso dalla regione Emilia-Romagna. E si sono visti negare l’esonero dalla scuola.
    Incontriamo Paolo e Amalia (i nomi sono di fantasia, per tutelare la privacy del ragazzo ancora minorenne) in un bar alla periferia di Piacenza, all’ora dell’uscita dagli uffici. «A ottobre ci è stato presentato un progetto di educazione sessuale – spiegano davanti a un caffè – Con l’esplicita premessa che sarebbe stato facoltativo». Il libretto distribuito alle famiglie contiene istruzioni molto esplicite, con tanto di illustrazioni, sull’uso dei contraccettivi maschili e femminili, sezioni dedicate alla masturbazione e questionari sulle trasformazioni «gradevoli o sgradevoli» della pubertà. E Viva l’amore non si limita a spiegare come evitare malattie veneree o gravidanze indesiderate: affronta anche i temi dell’identità e delle discriminazioni di genere.
    Ai ragazzi di terza media si chiede senza mezzi termini se condividano o meno il «modello di uomo e di donna» proposto in famiglia. L’obiettivo esplicito è quello di combattere gli «stereotipi di genere». I pensierini proposti ai giovani lettori suonano così: «Pensavo che per crescere bene servissero un padre e una madre. Invece ho amici con genitori separati, single o addirittura omosessuali! Quel che conta è volersi bene…». Oppure: «Mia madre è tutta casa e lavoro, non esce mai con le amiche. Da grande non vorrei essere così!».
    Amalia e Paolo non ci stanno, chiedono che il figlio sia esentato. Per la preside, però, «l’esonero non è previsto». Citando la Cassazione, scrive che «la scuola può legittimamente impartire un’istruzione non pienamente corrispondente alle convinzioni dei genitori». La famiglia, costretta ad accettare che il ragazzo partecipi, non chiede di cancellare il corso per tutti. Per chi non frequenta l’ora di religione c’è un insegnamento alternativo: perché questa disparità? Lo chiediamo alla preside della media «Italo Calvino». Dopo molte resistenze, ci riceve: il progetto, dice, è stato approvato secondo tutte le regole e si svolge «in un clima di serenità». Aggiunge però che «la scuola non può assecondare tutte le richieste dei genitori». Eppure Amalia spiega che l’anno scorso era stata la stessa preside a raccontarle dell’esonero di alcune ragazze dall’ora di musica, incompatibile con la loro etica familiare. Il figlio di una famiglia agnostica può non frequentare il corso di religione, mentre l’esonero dal corso di «educazione alla sessualità» è impossibile? Interpellata, la preside abbozza: «La questione è complicata», dice. Poi ammette che «esiste un vuoto» legislativo in merito agli esoneri dalle attività extracurriculari. Alla fine Andrea, con alcuni compagni, viene esentato dal corso: nelle ore dedicate a Viva l’amore si trasferisce in altre classi. Il dirigente scolastico provinciale, Luciano Rondanini, spiega che ci vuole flessibilità, «bisogna tener conto delle contrarietà delle famiglie». Per i genitori non è una vittoria in piena regola, ma è già qualcosa. Quelle lezioni Andrea non le seguirà. Resta però un interrogativo: se l’esonero era possibile, perché tentare di imporre «l’amore» del corso citando addirittura la Cassazione?
    Ultima follia a scuola. Entra nel programma l?ora di autoerotismo* ?* di Giovanni Masini* | Riscossa Cristiana

    Il segno della croce e i Robespierre di oggi
    «A furia di proclamare l’assolutezza delle Idee, si finisce per odiare le persone». Un articolo della grande cantante ancora molto attuale
    Ieri era il compleanno della grande Mina. Così, per semplice associazione di idee, ci è tornato in mente un suo articolo apparso il 20 ottobre 2001 sulla Stampa (dove, tra l’altro, citava proprio Tempi). Ma, al di là della citazione, ci è sembrato cogliere un aspetto dell’intolleranza laicista che ci pare ancora molto attuale. Per questo ve lo riproponiamo.
    Il segno della croce prima del compito
    Da settimane i salottini della tv e i fogli dei giornali gonfiano di parole. E tra un “distinguo” e un “lancio fresco fresco d’agenzia”, risorgono pure i fantasmi di Locke o di Voltaire, che si ripresentano ad un distratto Occidente con i loro saggi o trattati sulla tolleranza. Li si cita come maestri infallibili e teorizzatori di un atteggiamento di rispetto per ogni diversità. Anche la più lontana. Ma, come al solito, la realtà viaggia su altri binari. E nella ricca e tollerante provincia emiliana può accadere quello che è stato segnalato in una lettera al settimanale Tempi. “Siamo in una scuola media, esattamente in una terza classe, verifica in classe di matematica. Una ragazzina, prima di accingersi a svolgere il compito, si fa il segno di croce. L’insegnante vede il gesto, va su tutte le furie, la redarguisce dicendole che non deve più permettersi di fare certe cose in classe perché incutono paura e disagio negli altri. La ragazzina replica dicendo, con coraggio, che siamo in Italia e che c’è libertà di religione. Non è stato sufficiente. L’insegnante, forte del suo ruolo, ha replicato dicendo che quella non è religione e per punirla le ha imposto di cambiare banco e di sedersi vicino a compagni di classe con i quali lei fa fatica”.
    Avrà fatto buone letture, quel docente illuminato. Avrà seguito corsi d’aggiornamento sull’educazione alla legalità e sul rispetto della diversità. Magari sarà anche andato a qualche passeggiata pacifista con la kefiah intorno al collo. Ma il gesto di una ragazzina gli sconvolge i suoi quadretti mentali. A furia di amare le belle e nobili idee, si sarà dimenticato della concretezza di una persona. E il fastidio per una diversità imprevista gli ha fatto saltare tutti gli schemi. Magari continuando a teorizzare che i diritti dei musulmani sono sacrosanti e che lo chador o il burqa sono simboli di una diversità da rispettare.
    La storia delle ideologie è lì a dimostrarlo. L’applicazione astratta dei principi, anche dei più nobili, trascina con sé l’odio del piccolo particolare che non rientra nel modello previsto. Si teorizza il rispetto, fino all’estremo esito dell’annullamento di ogni identità. E a furia di proclamare l’assolutezza delle Idee, si finisce per odiare le persone. Se è possibile non riconoscere la concreta diversità di una ragazzina figlia della propria terra, figuriamoci che cosa accade, concretamente, con chi è realmente “altro” da noi. Da qui, dalla tanto sbandierata tolleranza, si arriva all’odio e alla guerra, con l’assurdo paradosso di partire da un giusto presupposto. Anche Robespierre amava così tanto le nobili idee di “liberté, fraternité, égalité”, da tagliare le teste a chi non le amava intensamente come lui.
    Mina: segno di croce e i Robespierre di oggi | Tempi.it

  10. #120
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,058
     Likes dati
    0
     Like avuti
    50
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Bimbo muore denutrito: la madre usava il latte per girare film porno
    Pornostar in carcere negli Usa: non allattava il figlio perché il latte le serviva per girare video fetish
    Ivan Francese
    Ha lasciato morire di fame il proprio bimbo in fasce perché il latte le serviva per realizzare film pornografici fetish.
    È successo in Oregon, negli Usa, dove la pornostar ventunenne Amanda Marie Hancock è stata arrestata e accusata di omicidio insieme al marito, il ventiseienne Stephen Williams jr.
    Secondo la ricostruzione della polizia riportata tra gli altri dal tabloid britannico The Mirror, la pornostar avrebbe evitato di allattare il figlio per conservare il proprio latte per i film erotici da girare con il partner. In uno di questi filmati, inoltre, pare che la donna si sia fatta riprendere mentre allattava.
    La coppia si è difesa sostenendo di aver effettivamente sfamato il piccolo, ma di non essersi accorta di quanto rapidamente il neonato stesse perdendo peso. Prima del parto non avevano frequentato alcun corso pre-natale e nemmeno dopo si sono rivolti a un medico.
    All'ospedale, i sanitari hanno appurato come il bimbo fosse effettivamente morto per denutrizione. Ora la coppia è stata arrestata, mentre un altro figlio di due anni è stato affidato ai servizi sociali.
    Bimbo muore denutrito: la madre usava il latte per girare film porno - IlGiornale.it

    MIO FIGLIO ELTON JOHN - DOPO AVER INGAGGIATO UN SOSIA PER LA SUA FESTA DI 90 ANNI, LA MAMMA DI ELTON SPIEGA PERCHE’ NON SI PARLANO DA 7 ANNI: «E‘ CAMBIATO DA QUANDO HA SPOSATO QUELL’ESSERE DI DAVID FURNISH. I MIEI NIPOTI NON SANNO NEMMENO DI AVERE UNA NONNA»
    «Lui potrà dire che vivono bene lo stesso, ma non hai una vita normale se stai sempre con le tate e non hai una nonna, no? Sono preoccupata per la loro esposizione mediatica. Quando Elton fece successo mi disse di non parlare con nessuno, perché in giro ci sono un sacco di giornalisti. Ora invece stanno sempre su “Facebook” e “Instagram”»...
    Melanie Barliet per “Daily Beast”
    Sheila Farebrother ha compiuto 90 anni e ha invitato alla sua festa di compleanno un sosia di Elton John che intrattenesse gli 80 ospiti. O meglio, un sosia del suo stesso figlio, con il quale non si parla da sette anni, da quando lui le chiese di interrompere i rapporti con i due amici di una vita Bob Halley e John Reid, assistente personale e manager del cantante, poi licenziati.
    La donna si rifiutò: «Gli ho detto: “Non voglio voltare loro le spalle e non lo farò. Bob è come un figlio. È stato sempre meraviglioso con me, vive vicino a casa mia, mi tiene d’occhio”. Così, con mio grande stupore, Elton disse che mi odiava e mi chiuse il telefono in faccia. Rendetevi conto, a me, a sua madre! Mi ha rimproverato di tenere più a Bob Halley che a lui. E allora io gli ho risposto: “E tu pensi più a quel fottuto essere che ti sei sposato che a tua madre”. Queste sono state le nostre ultime parole. Credo che lui sia rimasto sconvolto perché ho osato disobbedirgli».
    Non sono tornati a parlarsi nemmeno quando è morto suo marito, patrigno di Elton. Lei crede che sia David Furnish, marito di Elton, a mettergli suo figlio contro. La donna non ha mai incontrato i suoi nipoti Zachary, di quattro anni, e Elijah, di due anni. Per una che ha sempre sognato di diventare nonna, è dura da mandare giù.
    Sheila ammette che all’inizio della carriera di Elton, sperava di vederlo sistemarsi in modo convenzionale: «Quando mi disse che era gay, scoppiai a piangere. Volevo che si sposasse e avesse figli. Poi mio marito mi disse: “E’ la vita, è tuo figlio, devi accettarlo”. E così feci. Quando si fidanzò con David, non mi informò nemmeno che volesse un figlio. Quando il figlio arrivò, io lo appresi dai giornali. E oggi temo sia troppo tardi per creare un rapporto coi miei nipoti. Non sanno nemmeno che esisto. Se anche li vedessi, non mi sarebbe permesso tenerli, o che so, sgridarli come fa una nonna. Lui potrà dire che vivono bene lo stesso, ma non hai una vita normale se stai sempre con le tate e non hai una nonna, no? Sono anche preoccupata perché Elton ha quasi 70 anni. Io l’ho avuto che avevo 22 anni, siamo cresciuti insieme. Per i suoi figli non sarà così. E sono preoccupata per la loro esposizione mediatica. Ricordo che quando Elton fece successo mi disse di non parlare con nessuno, perché in giro ci sono un sacco di giornalisti. Così ho trascorso la mia vita in silenzio, è la prima volta che parlo con la stampa. Elton e David invece stanno sempre su “Facebook” e “Instagram”, con i bambini, e raccontano a tutti la loro vita. Che ne è della sicurezza? Mi sembra tutta pubblicità».
    Nonostante tutto Sheila ricorda con orgoglio i tempi passati, sorride quando ricorda Elton che a quattro anni suonava il pianoforte in casa: «I suoi piedi non riuscivano a raggiungere i pedali, ma cantava e suonava sempre e ovunque. La gente stava fuori la porta di casa per ascoltare il “piccolo genio”. Ero fiera di lui, lo sono sempre stata. Mi sono assicurata che non venisse sfruttato. Gli ho pagato le lezioni private, lo accompagnavo alle serate, quando aveva 16 anni, perché aveva paura ad andare da solo. Negli anni ’70, lasciai il lavoro per seguirlo, per prendermi cura della sua casa quando lui non c’era. Pulivo, cucinavo, rispondevo al telefono, gli stetti accanto quando ebbe tutti quei problemi con le droghe e con l’alcol. E’ sempre stato gentile con me, finché non è arrivato David Furnish». Sarebbe lui ad averlo allontanato dagli affetti, dai vecchi collaboratori e dalla madre. Prosegue: «Elton uscì dalla dipendenza prima ancora di incontrare David. Andò in riabilitazione in America, da lì mi spediva lettere bellissime. Diceva che mi amava, che gli mancavo, che ero una madre meravigliosa. Sembra che ora abbia dimenticato tutto».
    Ricorda: «Un tempo mi telefonava da tutte le parti del mondo, ovunque si trovasse. Non è più così, ora lui vive in un mondo tutto suo, dove io non sono contemplata. Se gli sta bene così, va bene anche per me. Non mi resta molto tempo e non sono il tipo che chiede qualcosa, non è nella mia natura».



    L’affittopoli della sinistra gay radical chic
    di Giuseppe Brienza
    Nei nuovi elenchi dell’Affittopoli romana, pubblicati ieri dal quotidiano Il Tempo, spunta anche il «circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli”» (cfr. Valentina Conti, Anche il «Mario Mieli» baciato dalla fortuna, in Il Tempo, 23 febbraio 2015, p. 4). Questa fucina delle battaglie Lgbt nella Capitale, infatti, grazie ad una «fitta rete di rapporti politici instaurati a tanto a livello locale quanto a livello nazionale e, all’attivo, un elenco di progetti realizzati in diversi ambiti col sostegno di istituzioni varie tra cui Campidoglio, Regione Lazio e diverse realtà sanitarie di primo piano», gode per il fitto della sua ampia sede, nel quartiere Ostiense di Roma, di un canone di assoluto privilegio, pari a poco più di 200 euro.
    Dal Gay Pride ad Affitopoli
    Organizzatore dei Gay Pride a Roma fin dal 1994, compreso quello clamoroso tenuto in pieno Giubileo del 2000, il circolo “Mario Mieli” ha sempre fatto sfoggio di anarchia e rivoluzionarismo anti-borghese. Allora come mai oggi rientra a pieno titolo nella lista degli affittuari capitolini “baciati dalla fortuna”? Ma non erano gli immobili degli Istituti religiosi e del Vaticano ad essere privilegiati?
    Per i locali della sua sede, aggiunge il quotidiano Il Tempo diretto dal 2013 da Gian Marco Chiocci, «l’associazione indipendente che si basa sul volontariato, roccaforte dei diritti del mondo Lgbt vicina alla sinistra, guidata per anni da Imma Battaglia (candidata Pd, attuale consigliere capitolina targata Sinistra Ecologia e Libertà) e ora capitanata da Andrea Maccarrone, paga 235,61 euro di affitto mensile» (art. cit.).
    D’altra parte, il Comune guidato dal sindaco Marino, che ha voluto a tutti i costi (e contra legem) il c.d. “Registro delle Unioni civili”, non poteva che confermare la linea, già sposata peraltro dalla giunta Alemanno, dei “saldi concessori” a prezzo politico per le associazioni di cultura avanzate. Del resto cosa sono 200 euro di affitto al mese quando un commerciante della zona per un locale simile ne paga almeno il quintuplo?
    Come aveva visto molto prima dell’implosione del sistema comunista Augusto Del Noce (1910-1989), la nuova sinistra è passata dalla lotta di classe al radicalismo, ed all’opposizione ad ogni forma di “repressione”. Gli ex-, post- e neo-comunisti, quindi, si sono ormai fusi con ogni tipo di corrente libertina e libertaria, dando vita a quel “radicalismo di massa” che è la più edonista ed anti-naturale delle ideologie attuali.
    Arriviamo quindi all’avanguardia del circolo “Mario Mieli”, che le tasse dei cittadini romani stanno contribuendo a far fiorire. Cominciamo quindi col capire chi era Mario Mieli (1952-1983) che, figlio di papà come molti “rivoluzionari” sessantottini, nasce da una famiglia di industriali della seta della provincia di Como. Fin da giovanissimo abbraccia la dottrina marxista e fa pubblica professione di omosessualità: «Una volta lo spedirono in manicomio perché a Londra, dove aveva aderito al Gay Liberation Front, girava nudo sotto la pelliccia, o dentro un abito a rete che non nascondeva gli organi genitali, chiedendo ai poliziotti di lasciarsi baciare» (cit. in la Repubblica, 7 luglio 2000).
    Tornato in Italia aderisce al gruppo ultracomunista Lotta Continua e diviene uno dei fondatori del “Fuori” (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani) prima e dei Collettivi Omosessuali Milanesi poi. Nel 1977 pubblica per Einaudi il libro Elementi di critica omosessuale, per evidenziare «l’importanza della liberazione dell’omosessualità nel quadro dell’emancipazione umana: infatti, per la creazione del comunismo, è conditio sine qua non, tra le altre, la completa disinibizione delle tendenze omoerotiche» (M. Mieli, Elementi di critica omosessuale, Giulio Einaudi editore, Torino 1977, p. X).
    Tutti quegli omosessuali che non rendevano “politico” il loro privato erano per lui da bollare come nemici del popolo: «Così come il movimento nero americano ha dovuto lottare anche contro la borghesia nera, che si opponeva violentemente alla rivolta dei ghetti e che mina la società bianca razzista, allo stesso modo non si può dire che qualunque omosessuale sia, a priori, dei nostri [Il] tipo di omosessuale inserito è tra i primi a opporsi alla nostra rivolta. Egli fa ugualmente parte dei nostri nemici» (op. cit., p. 91).
    Mieli sostiene quindi che la rivoluzione marxista si completerà solo con la promozione e l’esaltazione di ogni “orientamento sessuale”: «la progressiva liberazione delle altre tendenze represse dell’Eros rafforzerà ulteriormente il movimento rivoluzionario […] Non possiamo raffigurarci l’importanza del contributo fornito alla rivoluzione e all’emancipazione umana dalla liberazione progressiva del sadismo, del masochismo, della pederastia propriamente detta, della gerontofilia, del masochismo, della zoorastia, dell’autoerotismo, del feticismo, della scatologia, dell’urofilia, dell’esibizionismo, del voyerismo ecc. Se non muovendo in prima persona alla disinibizione e alla concreta espressione di tali tendenze del nostro desiderio» (op. cit., p. 237).
    Omosex “no tax area”
    La rivoluzione sessuale fu da Mieli non solo propagandata ma anche vissuta in prima persona, con eccessi che lo condussero alla fine al suicidio, a poco più di trent’anni, il 12 marzo 1983. Anche la nostra società vi è destinata seguendo “cattivi maestri” come questo. Ma almeno lo faccia senza garantire no tax areas…
    L?affittopoli della sinistra gay radical chic » Rassegna Stampa Cattolica

    Asilo abolisce le feste del papà e della mamma
    I genitori sono subito passati alle vie legali.
    Sergio Rame
    A Roma il collegio docenti di un asilo comunale ha abolito la festa del papà e della mamma.
    "La famiglia - hanno motivato le maestre - cambia continuamente". I genitori non l'hanno presa bene e hanno promesso battaglia a oltranza.
    Come racconta Repubblica, alla scuola dell'infanzia Contardo Ferrini, nel quartiere Trieste della Capitale, il 14 ottobre è stata approvata una delibera che abolisce le feste della mamma e del papà. I genitori dei piccoli che frequentano l'asilo l'hanno saputo solo in occasione della festa del papà e sono subito passati alle vie legali. Nei giorni scorsi hanno, infatti, inviato una diffida per chiedere l'annullamento della delibera. Qualora l'asilo comunale non dovesse tornare sui propri passi, i genitori sono anche disposti a ricorrere al Tar. "Contestiamo le modalità con cui la scuola ha agito, senza metterci al corrente - ha spiegato Roberta Giudici, mamma di uno dei piccoli - quando abbiamo chiesto spiegazioni, ci hanno risposto che la decisione era stata presa nel rispetto delle famiglie allargate e dei bimbi rimasti orfani di un genitore. Nessuno è contrario a questo principio, ma così la scuola azzera la nostra tradizione, e non troviamo giusto che bambini tra i 3 e i 5 anni vivano in questo clima".
    Asilo abolisce le feste del papà e della mamma: "La famiglia è cambiata" - IlGiornale.it

    Il gioco proposto all’asilo finisce nella bufera
    Prevede che i bambini e le bambine «nominino i genitali» e si scambino i vestiti Punta a favorire il rispetto tra i generi. Ma un gruppo di genitori protesta
    di Laura Tonero
    Finisce nell’occhio del ciclone il “Gioco del rispetto - Pari e dispari”. È un progetto al quale ha aderito il Comune di Trieste che verrà proposto ai bambini di 45 scuole dell’infanzia di Trieste e che mira, come si legge sull’opuscolo informativo, «a verificare le conoscenze e le credenze di bambini e bambine su cosa significa essere maschi o femmine, a rilevare la presenza di stereotipi di genere e ad attuare un primo intervento che permetta loro di esplicitare e riorganizzare i loro pensieri, offrendo ai bambini anche un punto di vista alternativo rispetto a quello tradizionale».
    A far saltare sulla sedia alcuni genitori sono i giochi proposti nel progetto e alcune frasi riportate nelle schede di gioco contenute nel kit distribuito negli istituti che hanno aderito all’iniziativa e che forniscono alle insegnanti indicazioni su come svolgere i giochi stessi. Uno di questi prevede che la maestra, dopo aver fatto fare ai piccoli alunni un po’ di attività fisica, faccia notare che le sensazioni e le percezioni provate dai piccini sono uguali. «Per rinforzare questa sensazione - si legge nel manuale a disposizione delle insegnanti - i bambini/e possono esplorare i corpi dei loro compagni, ascoltare il battito del cuore a vicenda o il respiro». «Ovviamente - si legge ancora - i bambini possono riconoscere che ci sono differenze fisiche che li caratterizzano, in particolare nell’area genitale». Le ideatrici del progetto rilevano quanto sia «importante confermare loro che maschi e femmine sono diversi in questo aspetto e nominare senza timore i genitali maschili e femminili» spiegando che tali differenze non condizionano il modo di sentire, provare emozioni, comportarsi con altri. Tra i giochi proposti c’è pure quello del “Se fossi” durante il quale i bambini utilizzando dei costumi si travestono. «I bambini e le bambine - scrivono le schede informative - potranno indossare dei vestiti diversi dal loro genere di appartenenza e giocare così abbigliati».
    Un modo di giocare, quello proposto, per nulla gradito ad alcuni genitori che si sono rivolti ai coordinatori per chiedere spiegazioni. «Ognuno di noi - sostengono i genitori che hanno sollevato il caso - ha scoperto da bambino a modo suo, a piccoli passi e in modo naturale, la differenza tra uomo e donna. Non si capisce per quale motivo e senza l’assenso dei genitori serva intervenire con dei giochi ad hoc addirittura in asilo». La questione del “Gioco del rispetto” ha trovato ampio spazio nelle ultime edizioni di Vita Nuova. «C’è il tentativo, occultato ma evidente, - scrive Silvio Brachetta sul settimanale della Diocesi di Trieste - non tanto di insegnare il rispetto tra le persone, ma d’indurre la nota “ideologia del gender”, che prevede l’assoluta libertà di scegliersi il sesso a capriccio». «A sfogliare, e a leggere, il libretto del “Gioco del rispetto”, c’è da restare allibiti - sostiene sempre sulle pagine del settimanale cattolico il padre di un piccolo alunno - Il progetto viene presentato con finta trasparenza ai genitori mediante generici avvisi affissi nelle bacheche che introducono il tutto parlando di “sensibilizzazione contro la violenza sulle donne”, come se un bambino di 4 o 5 anni potesse essere un mostro, un picchiatore o uno stupratore». Il genitore evidenzia pure come il progetto in questione non fosse stato inserito nel Pof, il Piano di offerta formativa.
    Il gioco proposto all?asilo finisce nella bufera - Cronaca - Il Piccolo

    In un articolo il vero piano (ed obiettivo) del totalitarismo Lgbtq
    Redazione
    Si chiama S. Bear Bergman, ha 41 anni. Si dichiara transessuale. Sul suo sito Internet si presenta, tra le tante altre qualifiche, anche come «disturbatore di genere». Militante. E il perché è presto detto.
    Il suo curriculum parla da solo. E’ stato tra i fondatori dell’associazione studentescaGay-straight alliance. Fino al 2006 ha presieduto l’Unione nazionale degli studenti ebrei Lgbt. In seguito, ha tenuto ed ancora tiene conferenze in numerose università americane sulla «questione transgender nella prospettiva dei diritti dell’uomo». Via web informa di esser stato invitato anche «a scrivere il capitolo sull’inclusione trans nella Guida per gli Lgbtq di Hillel International». Hillel International è la più grande organizzazione studentesca ebraica nel mondo ed è emanazione della potente sigla B’nai B’rith, Figli dell’Alleanza. Hillel tiene i contatti con oltre 550 collegi e università in tutto il mondo: Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Uruguay, Russia, Ucraina, Azerbaijan, Bielorussia, Moldavia, Uzbekistan, Australia, Regno Unito, Austria, Germania, Svizzera, Israele.
    Lo scorso 7 marzo Bear Bergman ha firmato sull’Huffington Post un articolo molto interessante, dal titolo «Sono venuto ad indottrinare i vostri figli in base alla mia agenda Lgbtq (e non ne sono per niente dispiaciuto)». Più di un proposito, si tratta di un programma, di un manifesto, di una dichiarazione d’intenti. O di guerra, a seconda dei punti di vista.
    Il piano appare scrupoloso, metodico, quasi chirurgico: «Ve lo confesso: vi ho sempre detto di non voler indottrinare le persone con le mie convinzioni su gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e queer. Era una menzogna. Nei 25 anni della mia carriera di militante e sin dal primo istante, a 16 anni, ho pervicacemente cercato di cambiare la mentalità del mio pubblico, per renderlo come noi. E’ assolutamente questo il mio obiettivo. E’ il mio, nostro lavoro. Voglio fare dei vostri figli persone come me e la mia famiglia, anche se questo andasse contro le vostre convinzioni religiose. Voglio esser percepito come un padre invidiabile ed uno scrittore sposato con un altro giovane. Utilizzato come una sorta di ragazza».
    Parole di una crudezza sconcertante, tuttavia estremamente significative. Per sfatare certa retorica facile, ma falsa. Perché, forse per la prima volta, queste affermazioni mostrano finalmente il vero volto dell’ideologia gender: in esse appare evidente come non si tratti più di battersi per ottenere rispetto, per evitare linciaggi morali e mediatici o fenomeni di mobbing e bullismo, tali da spingere anime fragili sino al suicidio. Tutt’altro. Qui non ci sono vittime. C’è piuttosto un’aggressiva campagna di “reclutamento”, che nasconde una precisa strategia di conquista studiata nel dettaglio, una consapevole volontà di prevaricazione ed indottrinamento degna del miglior totalitarismo: «Cambiare la mentalità del mio pubblico, per renderlo come noi», scrive.
    Totalitarismo, che non bada a mezzi nella sua costante e capillare opera di propaganda. S. Bear Bergman, ad esempio, sta lavorando ad una collana di sei libri per bambini, tutti all’insegna dell”Lgbtq politicamente corretto’. Si presentano come testi “multiculturali”, colorati e simpatici, ma maschietti e femminucce vi «scelgono la propria identità», ovviamente «in modo gioioso e piacevole, pagina dopo pagina. A volte mi chiedono per quale motivo io mi sia interessato alla letteratura per piccoli», scrive Bear Bergman. Il motivo è evidente: «Come influenzarli più efficacemente? Raccontando loro delle storie. Così, ho iniziato. Voglio insegnare loro la vita degli individui trans. Sarei felice, anzi felicissimo di provocare su questo tema fratture tra i ragazzi ed i loro familiari. Permettetemi di essere onesto: non ne sono neanche dispiaciuto». Chiaro, no? V’è bisogno di aggiunger altro?
    In un articolo il vero piano (ed obiettivo) del totalitarismo Lgbtq | Riscossa Cristiana



    Perché non possiamo dirci non omofobi
    L'invenzione dell’omofobia è stata la carta decisiva giocata dall’omosessualismo internazionale sul mercato delle idee, e diventata il perno di una poderosa operazione strategica di cui possiamo riassumere in breve le tappe.
    di Patrizia Fermani
    È invalso l’uso per cui anche chi affronta in modo fortemente critico la questione delle unioni omossessuali, del disegno di legge Scalfarotto, o più in genere scende in campo contro la campagna omosessualista che ci investe tanto da vicino, si sente in dovere di premettere al proprio discorso, di non essere omofobo. Questo vale sia nel caso che si parli in pubblico, magari in un convegno in difesa della famiglia, sia che ci si esprima in privato in una conversazione fra amici.
    Ciò sta a dimostrare che tutta una poderosa opera di manipolazione delle idee attraverso il linguaggio, ha raggiunto i propri obiettivi. Infatti nelle intenzioni di chi fa quella premessa, c’è il più delle volte la ingenua preoccupazione di non apparire intollerante, di mostrarsi rispettoso della sfera privata altrui e comprensivo per le altrui debolezze, e anche di sottrarsi così preventivamente ad una accusa che risulterebbe imbarazzante se non infamante. Ma quella formula precauzionale, diventata quasi obbligatoria, è tutt’altro che innocua, perché porta già da sé molta acqua al mulino dell’avversario.
    E questo perchè proprio l’invenzione dell’omofobia è stata la carta decisiva giocata dall’omosessualismo internazionale sul mercato delle idee, e diventata il perno di una poderosa operazione strategica di cui possiamo riassumere in breve le tappe.
    Nel secondo dopoguerra i movimenti omosessualisti si trovano nella condizione ideale per acquisire prima una rilevanza sociale positiva, e un’autorità culturale capace di intaccare il sentire comune, e la comune lettura delle leggi della natura, per poi arrivare ad una serie di veri e propri riconoscimenti giuridici nella forma di quelli che saranno chiamati “diritti civili”. Non a caso oggi si parla comunemente di “diritti degli omosessuali” con una forzatura ante litteram, come se fosse ormai pacifico che una determinata inclinazione sessuale possa ragionevolmente fondare la pretesa di una tutela giuridica particolare.
    Ora non ci si deve accontentare più delle norme che regolando la civile convivenza e proteggono chiunque, indipendentemente anche dalle inclinazioni sessuali, sia nella sfera privata che in quella pubblica. Non basta che siano punite le aggressioni fisiche, le offese all’onore, nei confronti di chiunque siano commesse, non è sufficiente che il legislatore ordinario debba essere guidato da norme come quella dell’art.3 della Costituzione ecc. 1° e 2° comma. Si deve puntare alla creazione di una specie particolarmente protetta come avviene per categorie particolarmente deboli (minori, disabili) o per soggetti portatori di valori di particolare rilievo morale e sociale o istituzionale (presidente della Repubblica, assemblee legislative).
    Si trattava dunque di un disegno ambizioso che il nichilismo diffuso, l’allentamento del senso religioso per cui si sostituiscono ai comandamenti i diritti, la pretesa illuministica di fare dei desideri le nuove leggi della natura, la potenza mediatica messa in campo dai potenti sponsor interessati ai piani di contenimento demografico, renderanno in pochi anni culturalmente plausibile e praticamente realizzabile.
    Anzitutto occorre assicurare al fenomeno omosessuale un rilievo sociale e culturale tale per cui il rispetto richiesto diventa anche obbligo morale. Si deve presupporre da un lato uno stato di minorata difesa dovuta ad un diffuso atteggiamento persecutorio, e dall’altro si deve valorizzare il fenomeno strappandolo dall’alveo della anormalità in cui è comunemente relegato dal sentire comune. Si deve procedere anzitutto alla sua normalizzazione.
    Il primo passo sarà quello della normalizzazione psichiatrica dell’omosessualità che viene tentata in America, imponendo manu militari all’Apa (associazione degli psichiatri americani) la cancellazione della omosessualità dall’elenco dei disturbi della personalità scientificamente studiati.
    Tuttavia per vincere ogni resistenza sulla via di questa conquista, occorre cambiare il modo di pensare della gente che, indipendentemente dalle catalogazioni cliniche, è portata naturalmente a considerare in ogni caso l’omosessualità come un disordine, secondo la definizione data oculatamente al fenomeno da un famoso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che l’attuale magistero ignora ormai platealmente. Bisogna forzare i meccanismi naturali per cui le idee nascono in primo luogo dalla realtà delle cose e fare in modo che le cose non siano viste come sono ma come si può dare ad intendere che siano. Ci si deve impossessare della coscienza per impossessarsi dell’uomo… Questa è la forma più radicale di violenza contro l’uomo per vincere ogni resistenza laddove non possa arrivare il puro timore fisico, perché la coazione morale risulta sempre efficace.
    Del resto gli stessi psicologi che si trovavano ad affrontare il tema rilevavano che il terrore di essere considerato omosessuale domina la mente dei maschi “normali eterosessuali” e in un libro del 1971 (la società e l’omosessuale sano), Weinberg dà a questo sentimento il nome di “omofobia”. Termine che nasce neutro perché descrive semplicemente un sentimento naturale, e istintivo.... Ma che farà fortuna quando sarà caricato di un significato fortemente moralistico e verrà ad incapsulare una sorta di anatema senza scampo.
    Dunque si deve modificare un sentire comune che attinge al profondo (e che è comunque contenuto nella cultura occidentale da un atteggiamento di comune tolleranza) per mezzo della persuasione occulta, da un lato, e con la pressione psicologica dall’altro. Entrambe le vie vengono percorse. Dapprima si deve inoculare la idea che l’omosessualità sia una realtà positiva. Poi si agirà attraverso la criminalizzazione di atteggiamenti capaci di ostacolare sul piano sociale la conquista dei “diritti”, cioè di una tutela giuridica privilegiata.
    Per persuadere che l’omosessualità non è un disvalore ci si serve anzitutto della retorica della diversità come valore. Il diverso è un valore e quindi non giustifica un trattamento deteriore (onnipresente elogio della diversità a braccetto con la retorica dell’antirazzismo). Mentre per fondare la pretesa di equiparazione giuridica a certi fini si ricorre al presupposto dell’omosessualità come variante della sessualità e alla pretesa che venga applicato il principio della parità di trattamento che pure la contraddice. Ma della contraddizione non ci si cura e possono essere giocate sia la carta della diversità sia quella della naturalità a seconda delle circostanze. Ne risulta un duplice vantaggio ai fini di una “corretta” formazione degli atteggiamenti mentali: sul piano educativo può essere spesa la prima, e ci impegna ad educare alla diversità, e più recentemente alla affettività come ciò che santifica e quindi assolve qualunque pulsione. Sul piano giuridico invece, verrà farà valere l’uguaglianza per ottenere la famosa estensione dei diritti. Così si utilizzano indifferentemente criteri opposti ma funzionali per un unico fine.
    Intanto al martellamento mediatico quotidiano, col quale l’omosessualità diventa realtà familiare socialmente normalizzata, continua ad accompagnarsi paradossalmente il mito che rappresenta gli omosessuali come una minoranza oppressa, spendibile facilmente nella diffusa cultura nel piagnisteo, quella per cui la vittima virtuale viene a beneficiare di una compassione di popolo altrettanto virtuale e solo la vittima creata mediaticamente merita la compassione mediaticamente sollecitata.
    Ma, come si diceva sopra, propaganda e vittimismo non bastano ancora a vincere le resistenze più forti, quelle che impediscono ancora ogni assurda parificazione e sbarrano la strada al diritto di famiglia e alla estensione del concetto di stesso di famiglia. Oltre ad indurre atteggiamenti benevoli verso l’omosessualità, occorre reprimere quelli ostili. Laddove non è riuscita la persuasione bisogna ricorrere alla repressione, attraverso la sanzione morale verso ciò che suona come politicamente scorretto, ma anche con la sanzione penale.
    Ecco dunque che la ”omofobia” entra trionfalmente nelle risoluzioni dell’Unione Europea a partire dal 2006 e diventa il leitmotiv per la ossessiva condanna di un atteggiamento interiore di ostilità verso il fenomeno omosessuale, che non ci deve essere, in quanto per definizione eticamente riprovevole e politicamente scorretto. Un atteggiamento che deve essere represso con la minaccia della sanzione.
    La persecuzione della “omofobia” in quanto atteggiamento interiore che deve essere combattuto e punito, in società in cui il fenomeno omosessuale non è oggetto né di repressione né causa di discriminazione come si vorrebbe dare ad intendere, rappresenta il punto di non ritorno di una involuzione giuridica e politica che soltanto i regimi totalitari del novecento hanno conosciuto. Infatti ricalca quella persecuzione delle idee, presupposte o solo sospettate, che ha rappresentato la faccia più oscura, barbarica e bestiale delle dittature totalitarie e il rinnegamento di una intera civiltà giuridica. Di questa barbarie culturale e giuridica, sotto il cielo luminoso della c.d. democrazia, da noi si è fatto portatore soddisfatto lo Scalfarotto che vi ha imbastito su il proprio ideale di legge penale. Secondo gli auspici di codesto aspirante legislatore, che sulla traccia inquietante quanto vacua, rozza e arbitraria dei surreali e insidiosi documenti europei (che meriterebbero per questo una analisi ad hoc) debbono essere puniti pensieri e sentimenti in quanto abbiano un certo contenuto.
    Come individuarli? Nelle parole e negli scritti in cui si manifestano. Ma anche nelle scelte personali: quella di un insegnante per i propri figli, di una baby sitter, di un barbiere o di uno slogan pubblicitario. Omofobia è tutto ciò che fa affiorare direttamente o indirettamente un certo sentimento, una certa idea della natura, della famiglia e della società, non omofilicamente ispirato, che facciano emergere il c.d. odio omofobico..
    Un reato di tal fatta (che nel disegno di legge può essere realizzato secondo tre modalità diverse), travolge una intera cultura giuridica fondata sul principio per cui possono essere puniti solo i fatti e non i pensieri. Segnerebbe la fine di ogni garanzia di libertà e di difesa dall’arbitrio del potere. E imporrebbe per legge la omosessualità come valore, capace di schiacciare valori veri e libertà garantite dall’ordinamento.
    Dirsi non omofobi significa dunque accettare il presupposto di valore che sorregge la legge in particolare e tutto un movimento liberticida alimentato dai potentati internazionali. Significa accettare che venga punito il proprio modo di pensare, che venga conculcata la propria libertà e quindi accettare di essere privato dalla possibilità di opporre qualunque difesa contro la imposizione mediatica, culturale, educativa e legislativa di un modello che confligge con la ragione e con la natura. Oggi le guerre più subdole, perché non percepite come tali, vengono scatenate attraverso l’uso delle parole, micidiali armi improprie con le quali gli avversari vengono neutralizzati facilmente perché disarmati anche delle proprie idee.
    Se ci dichiariamo non omofobi non facciamo affatto quella affermazione da gente ragionevole, aperta e responsabile che pensiamo di fare, perché accarezziamo con un po’ di sufficienza anche l’idea di togliere agli avversari reali e potenziali la possibilità di accusarci di intolleranza. Con quella premessa facciamo nostro il presupposto per cui il fenomeno omosessuale rappresenta un valore che possa venire imposto socialmente, un modello educativo modellato sugli schemi dell’omoerotismo, e tollerata ogni forma di propaganda diretta ad imporlo senza scampo. Perché quella parola fatidica è un manifesto e un programma, e farla propria significa semplicemente riconoscere come plausibile quel manifesto e quel programma.
    Un po’ troppo per chiunque si affanni a presentarsi paladino di principi, etici, culturali e giuridici che dalla applicazione di quel criterio sono destinati ad andare platealmente distrutti.
    Ma alla fine tutto l’ovvio di cui siamo costretti ad occuparci, tutti i falsi miti, i falsi problemi che pure ci interpellano, rendono ancora più tragici gli eventi fatali che la dissoluzione di una società, della sua politica e della sua Chiesa, sembrano avere favorito e spesso preparato inesorabilmente. Di fronte ad un nemico esterno che ora ci minaccia da vicino, orribile e spietato, possiamo solo esibire il vuoto delle idee, la fuga dalla realtà e la perdita di Dio.
    Perché non possiamo dirci non omofobi ? di Patrizia Fermani | Riscossa Cristiana

 

 
Pagina 12 di 28 PrimaPrima ... 211121322 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Morire nel deserto
    Di Comunardo nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 19-01-10, 17:09
  2. Morire nel deserto.
    Di salerno69 nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 75
    Ultimo Messaggio: 17-01-10, 21:04
  3. Il leone del deserto
    Di oggettivista nel forum Destra Radicale
    Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 21-02-08, 13:44
  4. Avanza Andreotti, avanza il nuovo
    Di Willy nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 49
    Ultimo Messaggio: 22-04-06, 14:51
  5. Il deserto.
    Di Shardana Ruju nel forum Fondoscala
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 01-11-02, 20:36

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito