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Discussione: Il deserto avanza

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Solidarietà a Mario Adinolfi, lo “squilibrato” che si ostina a dire «voglio la mamma»
    Chiuso il profilo facebook del giornalista che ha pubblicato il libro “Voglio la mamma”. Amarezza, ma nessuna sorpresa. Ma lui non è un Barilla qualsiasi che chiederà scusa per colpe che non ha
    Giuliano Guzzo
    Aggiornamento dal profilo Facebook di Voglio la mamma: «Hanno oscurato per 24 ore questa pagina, per la seconda volta in 20 giorni è stato dato l’attacco alla nostra libertà di pensiero. Ma ancora una volta, VLM vince. Grazie a tutti per la mobilitazione, vogliono intimidirci ma non ci riusciranno».
    Tratto dal blog di Giuliano Guzzo - La chiusura del profilo facebook di Mario Adinolfi, in realtà, non deve stupire più di tanto: la mannaia del politicamente corretto, ricorderete, si era già abbattuta sulla scrittrice Costanza Miriano e sulla pagina degli amici dell’avvocato Gianfranco Amato. Inevitabile quindi che prima o poi arrivasse anche il suo turno dato che, oltre che presunto omofobo, è pure vero uomo di sinistra e perciò doppiamente intollerabile per i piani di un sistema che mira a confinare gli oppositori di aborto libero, nozze gay ed utero in affitto negli scantinati dell’estremismo di destra.
    Amarezza sì ma nessuna sorpresa, dunque, per la chiusura del profilo facebook di Mario Adinolfi, che non solo dice cose scomode, ma ci ha scritto pure in libro dalla copertina rossa, Voglio la mamma (Youcanprint, 2014), che oltretutto – colpa davvero gravissima – vende bene. Quel che deve meravigliare, semmai, è che tutto questo possa accadere senza che a tanti venga il sospetto che forse l’eterofobia esiste davvero; che oggi i soli che non possono esprimersi liberamente sono quanti difendono la famiglia cosiddetta tradizionale, persone normalissime che però vengono dipinte come agguerriti eredi del nazismo.
    Ora Mario pare essere comprensibilmente abbattuto – «Viene voglia di mollare», ha cinguettato su Twitter -, ma tornerà prestissimo: dopotutto, non è un Barilla qualsiasi e difficilmente chiederà scusa per colpe che non ha. E poi sono altri che dovrebbero farsi cogliere da ripensamenti, a partire da coloro che seguitano a far finta di nulla facendo scontare ad altri i limiti della libertà che non hanno il coraggio di difendere. Non la libertà assoluta ovviamente, ma quella di sostenere che mamma e papà sono diritti di ogni bambino. Una cosa che passavi per squilibrato a rivendicarla solo pochi anni fa, quando andava ancora di moda la realtà.
    Bloccato Voglio la mamma di Adinolfi | Tempi.it

    Pornificazione
    Pubblicato da Berlicche
    Giuro che non mi era passato per l’anticamera del cervello. Eppure il film l’ho visto. Però, davvero, il fatto che il rapporto tra la Maleficent dell’omonimo film e la principessa Aurora, coprotagonista, potesse essere qualcosa di un po’ diverso dal normale non mi aveva neanche sfiorato.
    Come del resto quello tra le due sorelle protagoniste di Frozen, pure della Disney. Sì, pure lì abbiamo un certo numero di persone che fantasticano su una relazione non propriamente fraterna tra le due ragazze.
    Che volete farci, sono fatto così. D’accordo che le figure maschili forti nei due film latitano alquanto, ma questo non significa affatto che due persone dello stesso sesso che si trovano accanto debbano per forza andare a letto assieme. Io non cedo alla regola 34, che asserisce che su internet ogni cosa che può essere pornificata lo sarà: andate pure avanti, io non vi seguo.
    Io preferisco continuare a credere che i protagonisti di Supernatural siano solo fratelli, che nel Signore degli Anelli non ci siano state orge lungo la strada per Mordor, che Sherlock Holmes e Watson…oh, insomma, che proseguo a fare. Credo che mi abbiate capito. C’è qualcosa di molto malato nell’essere incapace di pensare che possa esistere amicizia, amore sì ma fraterno o parentale, purezza. Ed in ogni cosa cercare e trovare sempre e solo sesso.
    E che tipo di sesso, poi. Perché anche il sesso può essere puro. Può avere come termine l’infinito. Ma no, non questo.
    Signori miei pornificatori, non sapete cosa vi perdete.
    Ritrovatelo, se potete.
    Pornificazione | Berlicche

    HIV: aumenta la trasmissione sessuale
    Quattromila nuovi casi l'anno e boom per i giovani omosessuali. Non sono buone le notizie circa la trasmissione del virus dell'HIV
    di Valeria Ghitti
    Il pericolo HIV è tutt’altro che archiviato. Anzi, secondo i dati diffusi a Roma in occasione della sesta edizione di I.C.A.R. (Italian Conference on AIDS and Retrovirus), promossa dalla SIMIT, la Società Italiana Malattie Infettive, sono circa 4000 le nuove diagnosi ogni anno, tanto che si può stimare che ad oggi ci siano circa 150 mila sieropositivi in Italia.
    Ad allarmare è soprattutto l’età della diagnosi: mediamente 38 anni per i maschi e 36 per le femmine. Una diagnosi quindi molto spesso tardiva, quando il virus dell'HIV ha già avuto modo di danneggiare seriamente il sistema immunitario. «L'Italia è tra i fanalini di coda in Europa come tempo della diagnosi: è troppo tardiva, in fase avanzata, e questo significa minori chance di tornare alla normalità anche con una terapia antivirale efficace, nonché maggiori chance di contagio di altre persone nel lungo periodo che intercorre tra l'infezione e la diagnosi» commenta il professor Perno, Professore Ordinario di Virologia Università di Roma Tor Vergata e Direttore Scuola di Specializzazione in Microbiologia e Virologia.
    Allerta anche sulla modalità di trasmissione dell’infezione: negli ultimi anni è assolutamente in crescita quella per via sessuale. In particolare, i casi attribuibili a trasmissione eterosessuale sono aumentati dall'1,7% nel 1985 al 42,7% nel 2012 e i casi attribuibili a trasmissione omosessuale nello stesso periodo sono aumentati dal 6,3% al 37,9%. « Si può calcolare un aumento di infezioni, negli ultimi anni, del 10-15% nella fascia più giovane, tra i 16 e i 25 anni, soprattutto a causa di rapporti omosessuali» precisa Perno.
    Da dove nasce tutto ciò? Dalla «totale assenza della percezione della malattia e la completa incoscienza di fronte alla gravità della stessa» spiega lo specialista. «Sesso sregolato e mancanza di percezione del rischio e della conseguente necessità di proteggersi, al giorno d'oggi, sono i principali fattori che favoriscono il contagio: rimane importante il ruolo delle droghe, soprattutto cocaina, che abbassano i freni inibitori e provocano un cedimento dello stato coscienzioso e dell'autocontrollo, soprattutto tra i giovani».
    HIV: aumenta la trasmissione sessuale

    Scoperto l’ennesimo caso di finta omofobia
    Il giovane omosessuale Richard Kennedy si è fatto male da solo, ma prima di essere scoperto attaccava la “società omofoba”, con il sostegno dei media. E’ l’ultimo caso di finta omofobia balzato alle cronache.
    Ma prima facciamo un passo indietro: ovviamente non esiste alcun fenomeno omofobia, ormai è chiaro più o meno a tutti. Anche a coloro che hanno interesse ad introdurre il reato d’opinione per mettere a tacere chi si ostina a pensarla diversamente. Esiste certamente qualche episodio sporadico, ovviamente da condannare come tutti gli atti di bullismo.
    Oltre al nostro dossier, in cui appunto dimostriamo la menzogna del presunto “fenomeno omofobia”, è proprio una ennesima coppia omosessuale, italiana, ad ostacolare le invenzioni e i progetti della lobby Lgbt. Dopo aver raccontato di aver avuto un figlio in regalo da una madre generosa, «un atto di generosità, un po’ come donare il sangue» (questi sono i paragoni di chi nega ai bambini l’equilibrio del padre e della madre per folle egoismo), hanno spiegato che «nel nostro Paese più che altro ci sono pregiudizi e tabù più sul fronte giuridico che sociale. Non mi sento giudicato da chi mi circonda e i miei figli vivono in condizioni di grande serenità e benessere». Serenità e benessere, questo è il clima in cui vivono gli omosessuali in Italia, per il dispiacere dell’Arcigay.
    D’altra parte l’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, ha certificato che in Italia ci sono soltanto 28 segnalazioni all’anno (segnalazioni non certificate, ovviamente). L’Agapo (“Associazione Genitori e amici di Persone Omosessuali”) ha confermato che «l’odio nei confronti dei “gay” rappresenta un fenomeno complessivamente marginale», esattamente come sostenuto da tanti omosessuali, come il calciatore Thomas Hitzlsperger. Il prestigioso Pew Research Center ha mostrato che l’Italia si colloca tra i Paesi del globo aventi i maggiori tassi di accettazione dell’omosessualità, appena sotto la Francia.
    Insomma, nemmeno in Italia esiste l’omofobia, così come nella maggioranza dei Paesi europei. Per questo occorre inventarsela, sperando nella legge del compenso: se gli omosessuali passano come minoranza discriminata allora si approfitterà per educare “all’accettazione” i retrogradi italiani con tutti i noti pipponi sulla diversità, sulla normalizzazione e sul “che male c’è?”, portando transessuali e libri omo-pornografici (vedi “Sei come sei”) nelle scuole per indottrinare, fin dalla tenera età, “alla diversità”. Questo spiega gli innumerevoli casi di “finta omofobia”, ovvero attacchi ad omosessuali sapientemente orchestrati dagli stessi per poter poi aggredire la società intollerante.
    Non solo in Italia: l’ultimo in ordine di tempo è stato il giovane omosessuale Richard Kennedy. Il 4 marzo ha guadagnato le prime pagine dei quotidiani internazionali e sui social network mostrando terribili ferite e denti rotti e accusato l’aggressione da parte della fantomatica “banda omofoba” che «urlando insulti omofobi lo ha spinto a terra, picchiandolo in testa». Più o meno la descrizione è sempre la stessa. «Sono stato violentemente aggredito a causa della mia sessualità», ha spiegato il ragazzo. «Voglio che la gente mi usi come esempio, voglio che la gente veda che cosa può succedere» se un omosessuale esce di casa da solo. Un esempio del perché l’omofobia è sbagliata ed è disgustoso che ci sia ancora nel 2014».
    Già, peccato che pochi giorni dopo la polizia inglese ha trovato un filmato a circuito chiuso in cui si vede Kennedy inciampare da solo cadendo con la faccia sul marciapiede. Ovviamente il ragazzo ha dovuto fare “coming out”, ammettendo di essersi inventato tutto.
    Un caso isolato? Non proprio, più volte ne abbiamo segnalati altri, almeno quelli che sono stati scoperti come bufale. Ad esempio il caso di Roberto, omosessuale suicidatosi e usato come martire dell’omofobia, prima che la polizia archiviasse il caso ed escludesse atti di bullismo nei suoi confronti. Il caso del 15enne di Roma suicidatosi, che poi si è scoperto non essere nemmeno gay, o il caso del giovane Andrea. Il caso di Joseph Baken, quello di Alexandra Pennell, la coppia di lesbiche del Colorado, il caso di Charlie Rogers, ecc..
    Scoperto l?ennesimo caso di finta omofobia | UCCR



    Francia. Nessuna sanzione per gli agenti che hanno minacciato Anna perché spiasse la Manif: «Hanno fatto il loro lavoro»
    Si chiude l’indagine sul caso Annagate scoppiato due mesi fa. Anna era stata minacciata così dalla polizia: «Se vuoi la cittadinanza, spia la Manif». Gli agenti non saranno sanzionati ma «richiamati al rispetto delle regole»
    Leone Grotti
    ANNA INVITEE D'ON NE PARLE QUE DE CA...«Non ci saranno sanzioni perché non c’è niente da sanzionare». È questa la conclusione a cui è arrivata l’indagine del ministero degli Interni durata due mesi sul caso “Annagate” in Francia. Come vi avevamo raccontato, Anna è una giovane ragazza russa di 19 anni che l’anno scorso, mentre sbrigava le pratiche per ottenere la cittadinanza, è stata convocata dalla polizia francese che l’ha minacciata così: se vuoi la cittadinanza, devi spiare la Manif pour tous.
    TUTTO NELLA NORMA? Lo scandalo, confermato dal sindaco aggiunto di Versailles François-Xavier Bellamy, che ha aiutato la ragazza ha ottenere giustizia, è subito finito sotto indagine dell’allora ministro degli Interni e neo premier Manuel Valls.
    Secondo il rapporto gli agenti del Sdig che hanno minacciato Anna e che hanno considerato come elementi sospetti il fatto che la ragazza fosse di destra, che andasse a Messa e che partecipasse ai raduni della Manif «hanno fatto il loro lavoro».
    PERCHÉ RICHIAMARE ALLE REGOLE? Per il portavoce del ministero degli Interni «forse sono stati un po’ troppo incisivi ma non l’hanno minacciata». Il riferimento è forse a questa frase che le hanno rivolto: «Sai, noi amiamo i metodi del Kgb». Il fatto però è stato confermato dal Ministero: «La ricerca di informazioni, soprattutto in un periodo teso in cui durante le manifestazioni si sono verificati incidenti gravi, è assolutamente giustificata».
    Ma se non è successo niente perché gli agenti in questione saranno «richiamati al rispetto delle regole» e dovranno partecipare a un «corso di formazione»? Se lo chiede il legale di Anna: «L’indagine non è molto seria. O i funzionari hanno commesso un errore oppure nessuno ha sbagliato ma allora non si capisce perché “richiamarli alle regole”».
    OSSESSIONE MANIF. Durante tutto il 2013 il governo Hollande si è dimostrato ossessionato dalla Manif pour tous: decine di persone sono state fermate dalla polizia solo perché indossavano una maglietta con raffigurata una famiglia comune, tanto che è arrivata anche una denuncia fatta all’Onu dal direttore del Centro europeo per la Legge e la Giustizia davanti alla costante repressione della polizia francese nei confronti dei manifestanti contro la legge sul matrimonio gay.
    Francia, Annagate: nessuna sanzione per gli agenti | Tempi.it

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Gli ibis si accoppiano tra maschi se, per colpa della dieta a base di gamberetti contaminati, ingeriscono troppo mercurio. Peter Frederick, biologo della Università della Florida, ha notato che “queste coppie maschio-maschio si comportano esattamente come una coppia eterosessuale. Costruiscono il nido, copulano, stanno insieme sul nido per un mese anche se non ci sono uova”. I biologi, fin dall’etimo legati al bios, alla vita, percepiscono come anomalo, innaturale, frutto di cervelli avvelenati, il costruire un nido che non potrà mai ospitare un uovo (se non rubandolo ad altri nidi). I politici, più prossimi al thanatos, alla morte, per i nidi che non possono né debbono avere uova, nidi avvelenati e avvelenanti, parlano di diritti di successione e reversibilità della pensione. A carico dei nidi con uova.
    Vengano pertanto classificati come parassiti al servizio di parassiti.
    PREGHIERA - 18 Giugno 2014

    Oltre il gender: il cervello è maschio o femmina
    Il neurochirurgo Massimo Gandolfini chiarisce alcuni aspetti dell’ormai nota questione della ideologia del gender. La scienza infatti ha appurato che la sessuazione bimorfica è biologicamente e non culturalmente determinata, visto che è inscritta indelebilmente nel cervello e nessuna tecnica è in grado di modificarla.
    Mi colpisce - come dato contraddittorio e forzoso - la sottolineatura della distinzione tra la cosiddetta identità “sessuata”, biologicamente determinata, e l'identità “sessuale”, vista come scelta autonoma e individuale (e dunque anche determinata culturalmente) che prescinde totalmente dal dato di realtà rappresentato dall’appartenenza sessuata. Si evita infatti di definire non conforme alla natura la scelta, che sembra darsi per scontata, soprattutto guardando alle conclusioni. Naturalmente ciò non appartiene allo scienziato; ma diventa un problema se è la Chiesa a far proprio quel che oltrepassa l'asettica neutralità del dato scientifico.
    Significativa l'indicazione del percorso culturale che è sfociato in questa temperie fluida, confusa e senza principi. Ci è d'obbligo tuttavia rilevare come viene presentata la questione - compreso, nelle conclusioni, il contenuto dell'intervento di Mons. Galantino da noi commentato criticamente - all'Agorà cattolica, ormai in corso di rieducazione in un clima di crescente normalizzazione, cui manca totalmente il contraltare di una sana e corretta informazione alternativa.
    Ed è bene sottolineare che il punto focale del discorso non sta - come affermato nella conclusione - nella virtuosa ricerca di una ricomposizione, culturale e sociale, di tutte le forze che, con onestà intellettuale, ricercano il vero il buono ed il bello per “costruire ponti piuttosto che scavare fossati”, quanto sul riconoscere e quindi evitare i compromessi e gli sconti che, alla fine, rendono possibile una ricomposizione basata su generici principi umanitaristici, di per sé condivisibili, ma non privi di inganni, perché prima o poi degenerano. Non hanno infatti le radici nel soprannaturale, che solo l'etica che scaturisce dalla Verità porta con sé operando un'autentica, non velleitaria, trasformazione - frutto della redenzione - dell'uomo e della storia secondo il progetto di Dio.
    Infatti, ai suoi Apostoli - e dunque alla Chiesa - Gesù non ha detto: “andate e dialogate” o “andate e cercate una ricomposizione”, ma: “Andate ed evangelizzate tutte le genti battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” nella certezza che la vera pace, l’unità, la concordia - e l'eticità - sono conseguenza diretta del compimento fedele della Parola rivelatasi in Lui e non in un Dio o in una ricerca vaga e generica che possa accontentare un po’ tutti. Perché questo è il rischio che si corre - pur affermando di rifuggire da un'irenica unanimità non abdicando dai principi - se poi si valicano i confini insieme agli interlocutori.
    Oggi dir questo ci rende farisei o inespressivi o rigidi, secondo le espressioni ricorrenti di un ormai diffuso bergoglismo. Si tratta invece di essere nel mondo ma non del mondo. E la distinzione è il Signore a farla. (Maria Guarini)
    Oltre il gender: il cervello è maschio o femmina
    Il gender, termine ormai noto ai più, è al centro di grandi dibattiti sia scientifici che culturali. Abbiamo chiesto al prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze della Fondazione Poliambulanza di Brescia e vicepresidente nazionale dell’Associazione Scienza&Vita, di chiarire il significato e l’origine di questa ideologia e il ruolo del cervello nella definizione del genere.
    Prof. Gandolfini, potrebbe ricordarci l’origine della teoria del gender?
    Dal punto di vista strettamente storico, il termine “gender” trova la sua genesi più remota nel lavoro di Sigmund Freud, apparso nel 1920, con il titolo “Psicogenesi di un caso di omosessualità nella donna”, in cui – per la prima volta – si pone il tema della differenza fra “gender role” e “gender identity”. Sul piano dell’elaborazione culturale, l’ideologia del gender si propone a partire dagli anni ‘50/’60 ed è caratterizzata da tre “ondate”, che si susseguono e si integrano fra loro.
    La prima ondata: la “nurture theory”
    La “nurture theory”, o teoria della prevalenza della cultura sulla natura, fu propugnata da John Money, direttore del dipartimento di sessuologia del John Hopkins Insitute di Baltimora. Negli anni ’60 cominciò ad imporsi il “dogma” che si diventa uomo o donna non per determinazione biologica sessuale, ma per imposizione di “stereotipi” di genere. Detto in altre parole, un maschio diventa uomo perchè condizionato da categorie pedagogiche e culturali che gli impongono di rivestire il ruolo sociale proprio dell’uomo (giocare a pallone, giocare con armi, fare a botte con i compagni, ecc..). Altrettanto vale per la femmina che viene condizionata per diventare donna. Ne consegue che modificando gli stereotipi di genere, si può modificare l’evoluzione culturale sia del maschio che della femmina, completando il lavoro attraverso tecniche medico-chirurgiche di “riassegnazione del sesso”. In questo contesto si inserisce la tragica “sperimentazione” condotta dal dottor Money sul piccolo Bruce, trasformato in Brenda, che si conclude con il suo suicidio, dopo una vita di disagio e travaglio indicibili.
    La seconda ondata: il movimento femminista
    La seconda “ondata” è legata alla storia del movimento femminista per l’emancipazione e l’uguaglianza della donna, soprattutto a partire dagli anni ‘70. Possiamo citare un nome per tutti: Simone de Beauvoir, con la sua lotta per il diritto al divorzio, la libertà sessuale realizzata attraverso la contraccezione e il diritto all’ aborto, al fine di liberare la donna dal condizionamento della maternità. Nel 1980, Adrienne Rich produce un testo considerato il manifesto del lesbismo, proposto come lo strumento vincente per la lotta di liberazione dal maschio, e conia la “famosa” sigla LGBT, proponendo quattro generi di identità e correlato orientamento sessuale.
    La terza ondata: la “non identità”
    Possiamo localizzare la “terza ondata” agli inizi degli anni ’90, con Judith Butler, femminista lesbica e autrice di “Gender Trouble”, atto fondativo del femminismo radicale, nel quale si propone l’ideologia della “non identità” all’interno di una società globale fluida e liquida, senza nessun punto fisso di riferimento, che apre la strada al “nomadismo” di Anne Sterling (1993). In questo contesto, nasce il genere “queer” – strano, variabile, modificabile – che va ad integrare il già citato acronimo LGBTQ.
    C’è differenza tra identità sessuale e genere?
    Vorrei precisare che è più corretto parlare di identità “sessuata”, piuttosto che “sessuale”. Con la prima denominazione, infatti, si sottolinea che l’appartenenza di sesso – maschio o femmina – non è un nostra scelta, bensì una realtà biologica che ci troviamo compiuta dalla nascita: ce la siamo trovata iscritta nella totalità del nostro corpo, cellule, tessuti, organi ed apparati. Questa è la differenza fondamentale tra identità sessuata e ideologia di gender: la prima è biologicamente determinata, la seconda è una scelta autonoma e individuale che prescinde totalmente dal dato di realtà rappresentato dall’appartenenza sessuata.
    Lei è un neurochirurgo, il cervello è maschio o femmina? Rimane tale al di là di interventi chirurgici, ormonali e psicologici atti a modificare il “genere” di una persona?
    Negli ultimi vent’anni abbiamo acquisito il principio che la sessuazione dimorfica (maschio/femmina) riguarda il nostro organismo nella sua totalità, cervello compreso. Oggi parliamo di “cervello sessuato” volendo intendere che maschio e femmina sono differenziati anche dalla struttura anatomica e dal funzionamento del proprio cervello. Fin dai tempi di Vesalio e di Leonardo da Vinci sapevamo che volumetricamente il cervello maschile è più grande di quello femminile (perdonate la precisazione necessaria per evitare “battute scontate”: la funzione non è proporzionale alla massa!), ma solo negli ultimi vent’anni abbiamo compreso che la differenza è anche di ordine anatomico e funzionale. In estrema sintesi, il cervello maschile è caratterizzato da una rigida “lateralizzazione” – le aree del linguaggio sono, ad esempio, rigidamente localizzate nell’emisfero sinistro; al contrario, nella femmina vi sono rappresentazioni anche nell’emisfero destro – e le connessioni interemisferiche – cioè i collegamenti fra i due emisferi- sono più sviluppate e numerose nel cervello femminile. Grazie a complesse indagini che studiano il funzionamento del cervello (soprattutto le tecniche del neuroimaging, quale la risonanza magnetica funzionale e la PET), abbiamo compreso quali sono le basi anatomofunzionali per spiegare il dato che la psicologia comportamentista fin dagli anni ’50 ci proponeva, e cioè che l’elaborazione del “pensiero” maschile (detto “pensiero lineare”) ha caratteristiche diverse rispetto al pensiero femminile (“pensiero circolare”). È proprio la maggiore ricchezza di connessioni fra i due emisferi che rende il pensiero femminile “multitasking” (capace, cioè, di aprire e gestire contemporaneamente più file), rispetto al maschile, in grado – invece – di gestire un solo file alla volta. La sessuazione cerebrale è iscritta tanto profondamente nel nostro corpo che non è modificabile con la terapia ormonale che viene utilizzata in ambito di terapia per riassegnazione sessuale (ad esempio, nei casi di “disforia di genere”): tutto il corpo è rimodellabile, ma non il cervello.
    Il convegno di Scienza&Vita svoltosi lo scorso 24-25 Maggio a Roma, era intitolato “Amore e Vita. Questioni di cuore e di ragione. Tracce per un percorso formativo all’affettività e alla sessualità”. Mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, ha aperto i lavori sottolineando la centralità dell’educazione. Affrontare la “questione” del gender è dunque una sfida educativa?
    Abbiamo scelto di intitolare l’ultimo convegno di Scienza e Vita “Amore & Vita”, per affermare il legame indissolubile che deve esistere fra l’amore e la vita, ad ogni età ed in ogni epoca. Il sottotitolo (Questioni di cuore e di ragione. Tracce per un percorso formativo all’affettività e alla sessualità) ha attualizzato il tema, con l’intento si affrontare tutte le questioni che l’ideologia di gender aggredisce con la sua destruente pervasività, dal mondo dei sentimenti al mondo delle relazioni affettive e sessuali, fino alla decomposizione della famiglia.
    Il saluto di Mons. Galantino – primo discorso ufficiale del nuovo Segretario Generale della CEI alla nostra associazione – ci ha indicato almeno due importanti linee d’azione. Per primo ci è giunta una spinta rinnovata nel proseguire la nostra attività: la sapiente coniugazione della scienza – con lo strumento che le è proprio della ragione e della cultura – con la vita, un bene da proporre, difendere e tutelare senza eccezioni.
    La seconda indicazione riguarda il metodo, la strategia da seguire nelle varie forme di “emergenza antropologica” che il nostro tempo sta vivendo, compreso l’assalto dell’ideologia di gender. L’indicazione è di mantenere un dialogo aperto, ricercato, non pregiudizievole, con l’intento di trovare un terreno condiviso di azione culturale, educativa e politica, a vantaggio della vita, ad ogni età ed in ogni condizione personale e sociale. È chiaro che tutto ciò non significa abdicare a valori e principi irrinunciabili, nella vuota ricerca di un’irenica unanimità che si lascia dietro le spalle vite abbandonate e violate, ma ha il valore di un incitamento a perseguire – anche “sperando contro ogni speranza” – la virtuosa ricerca di una ricomposizione, culturale e sociale, di tutte le forze che, con onestà intellettuale, ricercano il vero, il buono ed il bello. Come si dice con uno slogan efficace, dobbiamo sforzarci di “costruire ponti, piuttosto che scavare fossati”, con gli uomini di buona volontà, che abitano il mondo della cultura, della scienza, della società civile. “Scienza & Vita” è nata proprio con questa mission, e le parole di Mons Galantino sono nuova linfa per proseguire nella nostra azione.
    Chiesa e post concilio: Oltre il gender: il cervello è maschio o femmina



    La Francia abbandona il progetto gender. Hanno vinto le famiglie
    di Mauro Zanon
    Parigi. Dovranno farsene una ragione le fanciulle di Osez le féminisme! e del Collectif éducation contre les LGBTphobies, che giovedì dalle pagine del Monde hanno chiesto al ministro dell’Educazione nazionale, Benoît Hamon, di ufficializzare quanto prima la generalizzazione del movimento “Abcd de l’égalité”. Perché il programma scolastico pro gender – promosso dall’ex ministro Vincent Peillon e dall’attuale ministro per i diritti delle Donne, Najat Vallaud-Belkacem, con il pretesto di decostruire gli stereotipi sessuali e di lottare contre le disuguaglianze tra maschi e femmine – non andrà oltre lo stadio della sperimentazione (attualmente sono 275 le scuole coinvolte).
    Stando a quanto riportato giovedì dal settimanale Express, a conferma delle indiscrezioni diramate dal Figaro qualche settimana fa, Hamon avrebbe deciso di ritirare il programma, sfiancato dalle crescenti proteste dei movimenti di boicottaggio e alla luce dei problemi economici attuativi emersi dal pre-rapporto ministeriale che doveva valutare lo stato della sperimentazione, mettendo così una pietra tombale sull’ipotesi di estenderlo a tutti gli istituti scolastici in vista della prossima rentrée. La decisione, che sempre secondo l’Express avrebbe trovato d’accordo la stessa Belkacem, sarebbe già stata presa il 27 maggio, in seguito a un faccia a faccia a Matignon tra il ministro dell’Educazione nazionale e il premier Valls. Ieri l’entourage di Hamon ha fatto sapere che il ministro si pronuncerà definitivamente a riguardo nei primi giorni di luglio, ma tutto fa pensare che non ci sarà nessuna marcia indietro last minute. Manca solo l’ufficialità dell’ennesimo cambio di rotta del governo, dopo il rinvio sine die della loi famille e il fallimento della legge sul mariage pour tous, certificato dal numero irrisorio di matrimoni omosessuali celebrati fino a oggi.
    Hanno vinto le famiglie, che da gennaio rispondono compatte all’appello di boicottaggio pacifico lanciato da Farida Belghoul e dal suo movimento antigender Giornate di ritiro dalla scuola (Jre). Da quel 24 gennaio, prima giornata di boicotaggio dell’“Abcd de l’égalité”, le adesioni all’iniziativa della Belghoul non hanno mai smesso di crescere, nonostante i reiterati tentativi di ostruzionismo da parte dell’esecutivo. Indifferente alle critiche piovute dai giornali della gauche, Farida, la storica leader del “movimento beur”, ha continuato a marciare e a lottare, con la stessa determinazione di quando, negli anni Ottanta, sbertucciava a Place de la République gli antirazzisti del Ps e di Sos Racisme. E a nemmeno sei mesi dal lancio dell’iniziativa ha già costretto il governo a fare marcia indietro sul suo progetto di rifondazione della scuola. “Sono felice, è sicuramente una vittoria importante, ma non definitiva. La mobilitazione resta necessaria”, dice al Foglio Farida. “‘L’Abcd de l’égalité’ è solo il primo tentativo del governo d’introdurre l’ideologia del gender a scuola. Ne seguiranno altri e saranno ancora più insidiosi e surrettizi”.
    “L’impatto del movimento è marginale”, diceva un certo Vincent Peillon, prima di ricevere il benservito da Hollande, e la penetrazione della teoria del genere nelle scuole è solo “un folle rumor, inventato e alimentato dai reazionari”. A questo proposito, l’ex ministro farebbe bene a rinfrescarsi le idee, dando un’occhiata a un video pubblicato mercoledì sul sito dell’associazione politica Egalité et réconciliation, dove le relatrici del programma di cui è stato il promotore spiegano quali sono, o meglio quali erano, gli obiettivi concordati. Di seguito una breve selezione delle frasi pronunciate dalle relatrici: “La riproduzione degli stereotipi educativi è una cospirazione della società”, “bisogna evitare che la socializzazione differenziale maschio-femmina penetri nelle scuole”, “il lavoro di decostruzione sessuale deve iniziare dalla tenera età”, “i dannosi stereotipi sono evidenti fin dalla materna: i bambini indossano i pantaloni, le bambine le gonne”. Vedere per credere.
    La Francia abbandona il progetto gender. Hanno vinto le famiglie

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    SE QUESTO E’ UN OMO - RISSA A “LA ZANZARA” TRA LUXURIA E MARIO ADINOLFI - VLAD: “ADINOLFI HA TROVATO UN MESTIERE, L’OMOFOBO DI SINISTRA” - REPLICA: “LO DICE UNA CHE HA FATTO IL MESTIERE TUTTA LA VITA. IN ITALIA C’È UNA LOBBY GAY POTENTE CHE VUOLE TAPPARTI LA BOCCA”
    Adinolfi: ”C’è una lobby gay potente che vuole impedirti di parlare, la stessa che ha imposto a Guido Barilla di chiedere scusa per le sue frasi sulle famiglie gay e la pubblicità. Posso dire che sono contrario al matrimonio gay senza essere tacciato di omofobo ed opportunista?”…
    Da “la Zanzara” - Radio 24 online: news in diretta e in tempo reale
    “Mario Adinolfi si è trovato un nuovo mestiere, quello dell’omofobo. E fa più notizia un omofobo di sinistra che uno di destra”. A La Zanzara, su Radio 24, Vladimir Luxuria attacca così l’ex parlamentare del Pd e giornalista Mario Adinofi, autore di un libro dal titolo ‘Voglio la mamma’ in cui si schiera apertamente contro le unioni gay da poco riproposte dal governo Renzi.
    E il giorno dopo, sempre a La Zanzara, la replica di Adinolfi non si fa attendere: “A me Luxuria non sta antipatico. Ma una che ha fatto il mestiere tutta la vita capisco che pensa che gli altri facciano altrettanto. Ma io faccio quello che ho sempre fatto, diffondo delle idee che sono molto scomode. Posso dire che sono contrario al matrimonio gay senza essere tacciato di omofobo ed opportunista? Luxuria dice che mi sono ricavato uno spazio come omofobo di sinistra, ma non sa che per esprimere le mie idee si paga un prezzo enorme”. ”Contro chi dice no al matrimonio gay c’è un’offensiva violenta da parte di radical chic come Luxuria, quelli che vanno al Grande Fratello e della loro sessualità hanno fatto una professione. C’è una lobby gay potente che vuole impedirti di parlare, la stessa che ha imposto a Guido Barilla di chiedere scusa per le sue frasi sulle famiglie gay e la pubblicità”



    A Genova c’è chi vuol «curare» chi s’oppone ai matrimoni gay
    di Gianluca Veneziani
    Venite, sijori e sijore, siete tutti invitati a Genova al corso-video per «curare» chi si oppone ai matrimoni gay.
    È lo sconcertante messaggio lanciato da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura (che organizzava l’evento) e Comune di Genova, per promuovere la proiezione pubblica del video Intellettuali contro l’omofobia: questa fobia è un’abietta mania, in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia.
    L’iniziativa, patrocinata dall’assessorato alla Legalità e ai Diritti del Comune e dalla Commissione Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa, si proponeva esplicitamente di guarire i non allineati al pensiero gay friendly, sulla base di questo presupposto: «Gli omofobi necessitano di venire curati». Si badi bene, però: omofobo, per gli organizzatori, è «chi ritiene che alla famiglia, al matrimonio e alla genitorialità possono e debbono accedere solo gli eterosessuali». «Mantenere tale accesso esclusivo appannaggio delle persone eterosessuali», è scritto nel testo di presentazione dell’evento, «inevitabilmente discrimina e disprezza le persone omosessuali». Da qui l’urgenza di un’attività terapeutica verso chi crede che la famiglia nasca dall’unione esclusiva tra un uomo e una donna.
    Nel video quattro intellettuali corroborano questa tesi, definendo l’omofobia (ribadiamo, l’avversione a matrimoni e adozioni gay) «una patologia, e vieppiù una mania, una fissazione e ossessione morbosa che riguarda troppi individui in ogni luogo del mondo». La filosofa Nicla Vassallo, ideatrice del video, arriva a dire che «c’è qualcosa di maniacale, di abietto nel negare il matrimonio alle persone omosessuali», mentre il professor Marzio Barbagli sostiene che alla base di questo rifiuto ci sia «l’etica sessuale cristiana, secondo cui gli atti d’amore degli omosessuali sono sodomitici e contro natura».
    L’iniziativa specifica anche le caratteristiche del morbo da cui sono affetti i difensori della famiglia tradizionale. «Il loro intendere gli amori omosessuali», si legge nella presentazione, «è caratterizzato da ignobiltà e viltà, oltreché da malvagità e scelleratezza. La loro forma di inciviltà e ignoranza può venir curata». Chi si oppone alle rivendicazioni gay e crede nella famiglia naturale, dunque, oltre a essere malato, è un «incivile e ignorante», da rieducare con appositi lavaggi del cervello.
    Alla proiezione del video hanno fatto seguito alcuni corsi e letture a tema, incentrati stavolta sulla cura con la cultura. A tal fine sono state lette a dei bambini anche delle fiabe gay, da parte dei rappresentanti del progetto «Leggere senza stereotipi»: tra le storie «libere da pregiudizi sessuali», il racconto «E con Tango siamo in tre», vicenda di due pinguini gay che adottano un cucciolo.
    Il progetto genovese segna un precedente pericoloso: per la prima volta il non ritenere opportuni i matrimoni tra persone dello stesso sesso viene associato a una forma di discriminazione. Venisse approvato il dl Scalfarotto, ciò diventerebbe addirittura materia di reato. Il testo del decreto prevede infatti «le reclusione fino a un anno e sei mesi per chiunque incita a commettere o commette atti di discriminazione motivati dall’identità sessuale della vittima».
    Paladini della famiglia, tenetevi pronti: dopo le cure, vi aspetta anche il carcere.
    A Genova c?è chi vuol «curare» chi s?oppone ai matrimoni gay | L'intraprendente

    «Ze went to hir bedroom» non è una frase sgrammaticata, ma il nuovo inglese “sessualmente corretto”
    Nei documenti ufficiali scompaiono le parole come “fisherman”, che diventa “fisher”. E per chi non si sente né maschio né femmina in Colorado bisognerà utilizzare, al posto di “he” o “she”, il pronome “ze”
    Leone Grotti
    Non c’è vera rivoluzione senza un cambiamento del linguaggio. Lo sanno bene le lobby Lgbt, che hanno fatto pressioni sui legislatori degli Stati Uniti perché adeguassero documenti ufficiali e parole di uso comune alla nuova realtà del gender.
    ADDIO PESCATORE E POLIZIOTTO. Ecco quindi che lo Stato di Washington nei suoi testi ufficiali non scrive più la parola “fisherman” (pescatore) ma “fisher”. Il termine infatti era discriminatorio nei confronti delle donne e doveva essere corretto. Al pari di pescatore, sono state cambiate molte parole che terminano in “man”/”men” (uomo/uomini). Non c’è più il “freshman”, la matricola, ma il “first year student”, che vale per entrambi i sessi.
    Niente più “penmanship”, scrittura a mano, ma “handwriting”. Si è detto addio per sempre al “policeman”, diventato “police officer”, e allo “sportsman”, trasformato in “outdoor enthusiast” (appassionato dell’aria aperta).
    SI SALVA IL MARINAIO. Le uniche parole ad essere sfuggite alla nuova iconoclastia gender sono “seaman” e “airman”, rispettivamente marinaio e aviatore, salvate per la collottola da un infuriato dipartimento della Difesa. Lo Stato di Washington ha fatto da apripista e secondo la Conferenza nazionale delle assemblee locali un’altra dozzina di Stati sta imboccando la stessa strada.
    Quasi dappertutto il “chairman”, presidente, si è fatto da parte per lasciare il posto al “chairperson”, e lo “spokesman”, il portavoce spesso già disambiguato all’occorrenza in “spokeswoman”, ha ceduto il passo al neutro “spokesperson”.
    ACCORGIMENTI ANTIDISCRIMINAZIONE. I sostantivi sono facile preda del nuovo trend, ma come la mettiamo con i pronomi? I nuovi manuali americani propongono alcune soluzioni. Prendiamo la frase “A good judge takes his job seriously” (Un buon giudice prende il suo lavoro seriamente): chi l’ha detto che il giudice è un uomo? Non potrebbe essere una donna? Il nuovo linguaggio ha la risposta pronta: basta usare la dicitura “his”/“her” o aggirare l’ostacolo e tagliare la testa al toro con un bel gerundio: “A good judge takes judging very seriously”. Ne risentirà la bella scrittura, la frase parrà involuta ma l’uguaglianza è preservata.
    NUOVO PRONOME NEUTRO. Ma i nodi vengono sempre al pettine: come la mettiamo con quelle persone che non si sentono né uomini né donne ma neutri? I militanti Lgbt hanno proposto una soluzione ai campus universitari: utilizzare un pronome neutro completamente inventato. Al posto di “he”/”she” (lui/lei) ecco fare capolino “ze” e al posto del complemento oggetto “him”/”her” un ambivalente “hir”, il cui pronome possessivo è “hirs”. La comune frase “She went to her bedroom” (Lei è andata in camera sua) diventa quindi: “Ze went to hir bedroom” o al plurale: “E went to eir bedroom”.
    A questo punto potremmo farci tutti una bella risata ma la Commissione dei diritti civili del Colorado ha stabilito che essere appellati con il pronome neutro è un diritto di tutti e quei professori o datori di lavoro che si rifiutino di farlo per qualunque motivo possono essere incriminati per una forma di molestia sessuale. Avete ancora voglia di ridere?
    America, arrivano i pronomi neutri: dopo he e she, ecco ze | Tempi.it

    Chuck Norris contro le scuole americane: «Campi di indottrinamento progressisti e secolari»
    Il protagonista di “Walker Texas Ranger” attacca la tirannia progressista nelle scuole statali americane, dopo un episodio di censura di alcuni siti web conservatori: «La vera educazione non teme i punti di vista alternativi»
    Redazione
    «La vera educazione non teme i punti di vista alternativi, nemmeno le falsità». Lo scrive Chuck Norris in un editoriale sul sito conservatore e religioso Wnd. Secondo l’attore americano, l’apertura nei confronti delle varie opinioni non è quello che si insegna nelle scuole americane. Norris, figura-simbolo del conservatorismo religioso americano, ha preso spunto da un fatto di cronaca per denunciare l’«indottrinamento progressista» promosso nel sistema scolastico dell’era Obama.
    Il dato di cronaca è di un paio di settimane fa. Un ragazzo americano che frequenta il liceo in Connecticut, Andrew, si era accorto che la sua scuola aveva filtrato la navigazione solo contro alcuni siti web: quelli conservatori. Non si poteva navigare sul sito del partito Repubblicano, sui siti pro-life e sui siti pro-matrimonio tradizionale. Persino il sito vaticano era bloccato. Si poteva navigare liberamente, invece, sul sito web del Partito democratico, della lobby abortista Planned Parenthood, delle associazioni Lgbt. «Andrew – scrive Norris – ha capito che i computer della sua scuola gli proibivano di visualizzare qualsiasi sito web o informazione che non fosse “progressista”». La vicenda – secondo il protagonista della serie tv “Walker Texas Ranger” – è solo l’ultima di tante prove che le scuole pubbliche negli Stati Uniti ormai «sono poco più di campi di indottrinamento progressisti e secolari».
    LA TIRANNIA. «L’accessibilità dei siti web – sottolinea Norris – non avviene in maniera diversa dalla scelta dei libri di testo o dei professori nelle classi; se i progressisti hanno il controllo, il progressismo è l’educazione». Il problema, avverte l’attore, è che chi gestisce l’educazione in America non è affatto aperto al confronto. Questo, osserva Norris, va contro lo spirito educativo: «Quando temiamo i punti di vista alternativi a tal punto da eliminarli dai piani di studio, abbiamo ridotto l’istruzione a niente di più che alla tirannia e all’indottrinamento».
    «Indipendentemente dalle nostre opinioni, una formazione aperta alla verità e alla realtà non deve escludere nulla – non importa quanto ignoranti o idiote sono o sembrano essere le altrui opinioni». Allora, perché le scuole pubbliche americane non lo fanno? Perché, secondo Norris, sono "liberal" ma non libere. Infatti, conclude l’attore citando il filosofo Allan Bloom: «La tirannia di maggior successo non è quella che usa la forza per assicurare uniformità ma quella che rimuove la conoscenza di altre possibilità».
    Chuk Norris vs scuola pubblica: Indottrinano gli studenti | Tempi.it

    E io mi educo il figlio a casa
    di Stefano Magni
    Proprio accanto alla progressista Chicago (governata dall’onnipresente Rahm Emanuel, ex stratega di Barack Obama) sorge una cittadina a maggioranza conservatrice. È Grand Rapids, nello stato settentrionale del Michigan, sede del cattolico Acton Institute. Si presenta da subito, al visitatore non distratto, come una città costruita attorno alle sue numerosissime chiese. Chiese intese sia come edifici religiosi che come confessioni.
    A Grand Rapids, nelle comunità di cristiani praticanti, si sta diffondendo un fenomeno ancora sconosciuto in Italia (benché sia legale anche nel nostro Paese): lo home schooling. Cioè la decisione di educare i propri figli a casa propria, lontano da programma scolastici laicisti, dall’inefficienza della burocrazia pubblica e (in molti casi, purtroppo) anche dalla violenza dei compagni di classe. A margine del ciclo di conferenze della Acton University, abbiamo incontrato un personaggio molto significativo e noto (per lo meno negli Usa) nella galassia dello home schooling: Shannon Wendt, giovane madre di cinque figli (già essere giovane e avere 5 figli, in Italia, è una notizia), resa celebre, purtroppo per lei, per una controversia sull'Obama Care: da quando è subentrato il nuovo sistema di assicurazione obbligatoria, ha finito per pagare un premio assicurativo 4 volte più alto. Non il massimo, insomma, per una coppia di giovani con così tanti figli.
    In questa occasione, comunque, abbiamo preferito parlare con Shannon dell’esperienza (del tutto positiva) di madre ed insegnante casalinga. Lei ci spiega, prima di tutto che “è anche una questione di numeri. È normale che un’insegnante, per quanto brava sia, non riesca a seguire bene classi con 30 bambini o più”.
    I figli di Shannon, la più grande dei quali, Trinity, ha 10 anni, “essendo educati in casa, direttamente da me, hanno la possibilità di godere di un programma educativo personalizzato, ritagliato su di loro, sulle loro tendenze e sui loro talenti. Questo è impossibile in una scuola, sia pubblica che privata. Inoltre noi siamo cattolici praticanti e nelle scuole il cattolicesimo è sempre meno rispettato da tutti i punti di vista. Non solo nelle scuole pubbliche, ma anche in gran parte di scuole che sono ormai cattoliche solo di nome. Tutti i valori religiosi sono sterilizzati e nascosti. Nelle scienze si dà per scontato il darwinismo, la creazione non viene insegnata. Ma in generale la religione non viene insegnata. E questo nonostante il cristianesimo sia alla base della nostra storia e della nostra cultura, anche da un punto di vista laico. Assieme al cristianesimo stiamo perdendo una parte immensa della nostra educazione”.
    E questo soprattutto da quando, in cambio di aiuti statali sono stati introdotti i Common Core Standard, linee guida sui programma scolastici che “hanno abbassato notevolmente gli standard educativi in tutte le materie fondamentali e soprattutto hanno scoraggiato il pensiero critico degli allievi. Sono standard che prevedono lo studio di libri scientisti, materialisti, consigliano letture di libri con contenuto sessuale molto esplicito. E in generale, a livello locale, stiamo perdendo sempre più possibilità di decidere sui programmi di studio dei nostri figli. Se una famiglia non è soddisfatta dall’educazione dei suoi figli, ha ormai poche probabilità di ottenere ascolto, perché sempre più decisioni gestionali sono prese a livello centrale. E questo nonostante il Michigan sia “una sorta di oasi cristiana, circondata da stati laici. Ci sono ancora gruppi di preghiera nelle scuole e insegnanti che vi partecipano. Ma vediamo, tutto attorno a noi, casi di allievi cristiani che devono tenere la fede solo per sé, costretti alla difensiva da un ambiente totalmente irreligioso. Anche qui probabilmente diventerà la stessa cosa. Un motivo in più per fare homeschooling”.
    Ma all’atto pratico, come si organizza una scuola casalinga? È un impegno sostenibile? «Oggi è molto più facile di una volta. Sta al genitore trovare il materiale didattico giusto, scegliendo ogni singolo libro, oppure prendendo dei set completi per ogni livello di scuola. Sta alla capacità del genitore e alla sua conoscenza del figlio scegliere corsi più facili oppure più complessi. Ma quel che conta, soprattutto, è il contatto fra famiglie che fanno homeschooling. E con Internet questo è diventato molto più facile e diretto”. Ma una volta che ha deciso di intraprendere questa attività, che tipo di controllo deve subire dallo stato? Ha dovuto registrarsi? Deve sottoporsi a test? “No, sono quasi completamente libera, perché la legislazione del Michigan è molto lasca, in merito. Ma in altri stati le madri educatrici non solo devono registrarsi, ma devono riportare alla scuola locale anche le ore di scuola, la ‘frequenza’ (pur non essendo in classe, ma a casa, ndr) e il livello di apprendimento dei figli”. Ma un figlio educato in casa dai genitori, come viene accolto, poi, dai college e dalle università? “Sempre meglio. Se prima c’erano difficoltà, oggi chi viene educato in casa è generalmente considerato uno studente ben formato, dotato di maggiore iniziativa individuale, proprio perché ha avuto un programma ritagliato su misura, sulle sue capacità, e ha avuto maggior libertà di iniziativa nella scelta del suo curriculum, contrariamente agli studenti della scuola pubblica che sono tutti uniformati sullo stesso programma di studi”.
    Riguardo all’espansione del fenomeno homeschooling, Shannon Wendt ci spiega che “quando ho iniziato, le famiglie che facevano homeschooling si contavano sulle dita di una mano. Adesso sono diverse centinaia, solo in Grand Rapids”.
    E io mi educo il figlio a casa

    Il paradosso norvegese

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Figli di coppie gay più felici degli altri? Non esattamente
    di Giuliano Guzzo
    «I figli delle coppie gay sono più felici e in salute degli altri». A dare credito a Repubblica e ai suoi sempre pacatissimi titoli non vi sarebbe da discutere ancora neppure un solo minuto sull’opportunità di consentire o meno le adozioni gay, ma solo da approvarle al più presto, possibilmente anche incoraggiandole per il bene dei bambini. Ad osservare invece i dati di fatto – in questo caso, il contenuto di uno studio scientifico a cura di un team di ricercatori dell’Università di Melbourne – ci si accorge che le cose, tanto per cambiare, non solo non sono come sembrano e come sono stata presentate, ma sono quasi l’opposto.
    Infatti, a parte che leggendo questo studio [1] traspare, da parte degli autori, una opinione assai diversa da quella esposta dal quotidiano fondato da Eugenio Scalfari [2], non sono né poche né irrilevanti le criticità che, anche ad una lettura superficiale, emergono. Il lavoro in questione, anzitutto, non si basa su un campione vasto – 500 bambini – e fra l’altro ottenuto attraverso un campionamento di convenienza anziché probabilistico [3], e quindi dagli esiti di ricerca non generalizzabili; il che non è poco se si pensa che è stato proprio sulla base di analoghe carenze che è stata formulata una dura critica [4] ai 59 studi che l’American Psychological Association aveva selezionato per cercare di sdoganare le cosiddette famiglie omosessuali.
    Un reclutamento non probabilistico del campione, sia ben chiaro, non implica che lo studio effettuato su di esso sia automaticamente carta straccia; impedisce però – questo è il punto – di trarre qualsivoglia conclusione generale come quella rilanciata da Repubblica. Anche perché la raccolta del materiale successivamente impiegato nello studio risulta effettuata tramite dati self report da parte dei genitori sulla salute del loro bambino; non quindi quello che si dice un parametro oggettivo e incontestabile. Inoltre rimane da chiarire la composizione del campione di confronto: si trattava di figli coi genitori sposati, conviventi, separati, single o solo? Senza altre informazioni, l’eterosessualità del genitore parametro insufficiente.
    Non va infine trascurato come la situazione economica di molti dei bambini di “famiglie omosessuali” considerati – oltre 400 – fosse caratterizzata da un reddito familiare tutt’altro che comune, precisamene fra i 60.000 ed i 250.000 dollari, contro un reddito medio delle famiglie confrontate di 64.000 dollari; e pure i titoli di studio dei genitori gay reclutati sono risultati mediamente superiori a quelli degli altri. A ciò si aggiunga che questo studio esce proprio mentre in Australia divampa il dibattito su una ridefinizione del matrimonio che includa anche le coppie omosessuali, il che da un lato spiega come questa ricerca gode di tanta visibilità e, d’altro lato, alimenta l’ipotesi che le stesse persone omosessuali interpellate possano essersi impegnate per apparire genitori all’altezza.
    Del resto non sarebbe la prima volta che la letteratura su questi temi risulta condizionata da posizioni, per così dire, pro-gender [5]. Le numerose e feroci voci critiche sollevatesi solamente pochi mesi or sono contro l’ormai famoso studio ad opera del sociologo Mark Regnerus [6] (che pure, coinvolgendo 3.000 giovani dai 18 ai 39 anni, si avvalse di un campione assai più vasto dando voce direttamente a loro, ai figli cresciuti da genitori omosessuali) per questo lavoro dei ricercatori dell’Università di Melbourne, benché come abbiamo visto esso sia ben distante dall’essere inattaccabile, non si stanno per il momento ancora sentendo. Avranno, immaginiamo, altro di cui occuparsi oppure, più semplicemente, si scagliano solo contro quello che disturba i loro schemi. O forse sarebbe meglio dire i loro pregiudizi.
    Note: [1] Cfr. Crouch S.R. –Waters E. – McNair R. – Power P. – Davis E. (2014) Parent-reported measures of child health and wellbeing in same-sex parent families: a cross-sectional survey. «BMC Public Health»; Vol.14:635; [2] «I figli delle coppie gay sono più felici e in salute degli altri», «Repubblica.it», 8/7/2014; [3] Viene chiamato campionamento di convenienza perché «legato alla semplicità dell’estrazione, o al basso (inesistente) costo di estrazione»: Levine D.M. - Krehbiel T.C. – Berenson M.L., Business Statistics, Pearson 2006 (trad.it Statistica, Apogeo 2006, p.221); nello specifico, i partecipanti a questo studio, non scelti casualmente fra la popolazione, sono stati reclutati attraverso annunci, pubblicità, elenchi di indirizzi mail della comunità gay; [4] Cfr. Marks L (2012) Same-sex parenting and children’s outcomes: A closer examination of the American psychological association’s brief on lesbian and gay parenting.«Social Science Research»; Vol. 41 (4):735-751; [5] Cfr. Redding, R.E. (2008) It’s really about sex: Same-sex marriage, lesbigay parenting, and the psychology of disgust.«Duke Journal of Gender Law & Policy»; Vol.16: 127-193; [6] Cfr. Regnerus M. (2012) How different are the adult children of parents who have same-sex relationships? Findings from the New Family Structures Study.«Social Science Research»; Vol. 41(4):752–770.
    Figli di coppie gay più felici degli altri? Non esattamente ~ CampariedeMaistre

    La farsa grottesca del "parto gay" e il mercato dei figli-oggetto
    di Roberto De Albentiis
    Ci mancava solo "la foto che commuove il web" a sconquassare un inizio di luglio già di per sé caldo (per il clima) e stancante (per gli impegni universitari). Parliamoci chiaro, questo non è amore e questa non è genitorialità: strappare un bambino alla propria madre (che, peraltro, in questa vicenda, non è innocente ed esente da colpe, visto che è stata lei stessa ad acconsentire, anche se poi la sua espressione finale non era tanto felice), peggio ancora, ordinarlo e pagarlo in anticipo come fosse un pacco postale, non è amore; fabbricare (perché di questo si parla quando si tratta di fecondazione artificiale, altro che romantico "diritto"!) un bambino e strapparlo al seno materno e renderlo testimonial di una campagna politica non è amore.
    La genitorialità (sia essa naturale, legittima o di fatto, o adottiva) è funzionale al benessere e alla stabilità della vita e della crescita del bambino; ora, che benessere e che stabilità può esserci se fin dall'inizio sei stato strappato da tua madre e dal suo seno? Qui non si trattava dell'affido di un bambino nato magari da un precedente matrimonio, o dell'adozione di un bambino orfano i cui genitori sono morti: qui la madre è viva (anche se la considero degenere, per aver acconsentito alla vendita e alla cessione del proprio bambino, e l'usare questa terminologia privatistica per quello che è un bambino, una persona, e non un titolo di credito, un mezzo di produzione o un bene) e a lei è stato strappato il figlio. Elton John ha ammesso, a distanza di anni, che il figlio concepito tramite utero in affitto (e anche qui ritorna la terminologia privatistica, come se l'utero e la maternità fossero una casa o un ufficio da dare in locazione) è cresciuto triste e piangente per via dell'assenza della madre. Ultimissime ricerche (Regnerus e Marks, 2011 e 2012) hanno dimostrato che i figli, divenuti poi adolescenti e poi ancora adulti, nati/adottati e cresciuti in queste coppie sono cresciuti male.
    Obiettivamente, tornando al caso in questione, strappare dalla propria madre, e prima ancora commissionare, un figlio cos'ha a che vedere con l'amore, i diritti o la lotta alle discriminazioni? Che hanno a che vedere eventuali accordi su convivenza, pensioni e locazioni con questo trattamento riservato, fin dall'origine, al terzo che non è colpevole e che non può difendersi, il bambino?
    Per inciso, la mia critica alla fecondazione assistita e all'utero in affitto sono universali; il fatto che quella protagonista sia una coppia gay aggiunge poco da questo punto di vista, qui il genere o il sesso, o lo status familiare, non contano: sono tutte pratiche immorali, che mercificano la persona, anche se praticate in costanza di matrimonio, anche se autorizzate da una legge del Parlamento o da una sentenza di una suprema Corte.
    A proposito, infine, del leitmotiv "La Rete in festa, la Rete commossa...", a parte che non si sa da quando la fantomatica "Rete" ("Che è, se magna?" cit.) ha il potere di dare giudizi morali o di fondare la politica e la giurisprudenza, ho deciso di andare a leggermi alcuni commenti: a giudicare dalla contrarietà e anche dalle semplici perplessità espresse, anche da parte di chi è gay-friendly o anche proprio gay, mi viene da pensare, forse, che l'unità di questa fantomatica Rete, stavolta, non c'è stata, e per fortuna...
    La farsa grottesca del "parto gay" e il mercato dei figli-oggetto ~ CampariedeMaistre

    Lindsay Foster, canadese, si definisce una «fotografa di nascite», e il suo scatto che ritrae BJ Barone e Frankie Nelson commossi insieme al piccolo Milo appena nato ha fatto il giro del mondo. Ma Milo di chi è figlio? «Dei due papà», si legge quasi ovunque. Già, perché su giornali e social network circola una versione della foto dalla quale è sparita la madre surrogata, la donna sull’estremità sinistra, provata dal parto, che ha condotto la gravidanza per conto della coppia di uomini. Una rimozione che dice tutto.
    Quel bambino ha i suoi diritti anche se ancora non riesce a farli valere. Quel bambino è figlio di una donna che ha deciso di venderlo, credo per la povertà che l’assilla. Ci fu un tempo in cui vendere un figlio era reato, credo che dovrebbe esserlo ancora e dappertutto.
    Quel bambino porterà con sé la nostalgia della donna che lo ha messo al mondo, i suoi talenti, le sue tare ereditarie (se dovessero essercene) il suo dna. Quel bambino, appena nato, ha cercato la mammella della mamma. Non è giusto, non è logico, non è umano appropriarsi di un figlio, cancellarne la madre, farlo passare per proprio. Al di là delle convinzioni religiose o filosofiche. Semplicemente non è giusto. Sappiamo che una persona adottata non smette di cercare per tutta la vita la donna che lo ha messo al mondo. C’è un legame inscindibile, un cordone ombelicale invisibile che continua a tenerli stretti. Quella donna è sua mamma, affermare il contrario vuol dire manomettere la realtà, ma la realtà è più dura e resistente di quanto si possa credere.
    Non bisogna discriminare.
    Mai. Nessuno. Quella mamma che ha appena partorito, che è stata pagata e messa ai margini della emozionata foto celebrativa e fuori dalla vita del suo bimbo, attira la mia attenzione. È lei che mi commuove. Che fine ha fatto? Che vita farà? Ha nostalgia del figlio che ha portato in seno? Avrà cambiato idea? E se fosse andata in depressione post partum? I poveri da sempre sono bistrattati, umiliati, soggiogati.
    Da sempre ai poveri si tenta di sottrarre i loro inalienabili diritti. E da sempre certi ricchi usano e abusano dei poveri. La fame quando bussa non sente ragioni. Vuole pane. All’inizio lo chiede a bassa voce, poi lo pretende, infine lo afferra. In qualunque modo. E non è giusto comprare la fame dei poveri. Non è giusto considerare solo le loro braccia, i loro organi, il loro seme, il loro utero. Lo ha detto una volta per tutte il Vangelo, lo hanno proclamato alla loro maniera filosofi e politici. Oggi sembra che troppi lo stiano dimenticando.

    Gli esperti di Cambridge: agli stimoli pornografici si reagisce come un drogato davanti alla “roba”
    La dipendenza dal sesso può scatenare nel cervello meccanismi analoghi a quelli che si attivano nelle tossicodipendenze, al punto che la reazione a stimoli sessuali come quelli della pornografia può ricalcare quella di un tossicodipendente alla vista della droga. È quanto dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Plos One e condotto dagli psichiatri dell’università britannica di Cambridge diretti da Valerie Voon.
    Il comportamento sessuale compulsivo può riguardare fino a una persona ogni 25, con differenti gradi di «gravità» e conseguenti difficoltà a vivere una normale vita di relazione. Queste persone possono essere decisamente ossessionate dal sesso al punto da non poter fare a meno di pensarci e di desiderare di fare attività sessuale in ogni momento della giornata. I ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica per analizzare le reazioni cerebrali di due gruppi di soggetti (uno con una vita sessuale normale e l’altro con comportamenti sessuali compulsivi) di fronte a video pornografici e a video sessualmente neutri, come gare sportive. È emerso così che i video pornografici attivavano nel gruppo con comportamenti sessuali compulsivi le stesse aree cerebrali (il corpo striato ventrale e l’amigdala) attivate nel cervello dei tossicodipendenti dalla visione della droga.
    Gli esperti di Cambridge: agli stimoli pornografici si reagisce come un drogato davanti alla ?roba? | Informare per Resistere

    Torta anti-omofobia: pasticceri precettati
    di Massimo Introvigne
    Come funzionano davvero le leggi sull'omofobia e sulla non discriminazione degli omosessuali? Questo giornale lo ha fatto notare più volte: anziché dissertare in teoria, guardiamo in pratica come vanno le cose dove le leggi ci sono già. L'ultimo caso - che sarebbe ridicolo se non mostrasse i pericoli che ormai corre la libertà religiosa, anzi la libertà di tutti in Europa - viene dall'Irlanda del Nord, l'unica parte del Regno Unito che non ha una legge sul matrimonio omosessuale, introdotto invece in Inghilterra e Galles nel 2013 e in Scozia nel 2014.
    La catena di pasticcerie Ashers Baking Company è una catena familiare di pasticcerie gestita dalla famiglia McArthur, con negozi in sei diverse città dell'Irlanda del Nord e sessantadue dipendenti. Qualche settimana fa il negozio di Belfast del gruppo ha ricevuto una richiesta per una torta che sarebbe stata tagliata nel municipio di Bangor Castle in occasione della Giornata mondiale contro l'omofobia e la transfobia. La torta avrebbe dovuto recare la scritta «Sosteniamo il matrimonio gay» e il logo della campagna a favore dell'introduzione anche in Irlanda del Nord del «matrimonio» fra persone dello stesso sesso. I committenti avevano chiesto di riprodurre sulla torta anche due personaggi dei cartoni animati Sesame Street, Bert ed Ernie, presumibilmente in violazione dei diritti di proprietà intellettuale dei creatori di questa nota serie canadese. Questo sarebbe stato già di per sé un buon motivo per rifiutare l'ordine, ma - consultata la direzione centrale - la filiale di Belfast della Ashers Baking Company ha invece comunicato ai clienti che non poteva preparare la torta perché gli slogan erano in conflitto con le convinzioni cristiane dei titolari, contrari al «matrimonio» omosessuale.
    Come risultato, la società nord-irlandese è ora oggetto di una procedura della Equality Commission britannica, che ha il potere di chiudere le aziende che esercitano forme di discriminazione etnica, razziale o sessuale. I tribunali dell'Irlanda del Nord si sono finora dimostrati abbastanza protettivi rispetto ai diritti di libertà religiosa in casi di questo genere. La vicenda tuttavia sembra destinata ad avanzare fino all'imprevedibile Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Ed è anche utilizzata per affermare la necessità di approvare al più presto la direttiva europea anti-discriminazione proposta nel 2008 e tuttora bloccata dall'opposizione di diversi Paesi, che estenderebbe a tutti gli ambiti una norma che ora esiste solo in materia di assunzioni e posti di lavoro.
    Costringere i pasticceri a sfornare «torte gay» è evidentemente grottesco. Ma mostra dove portino le leggi sull'omofobia e la non discriminazione, e quanto pericolosi possano essere i futuri sviluppi europei se non si provvederà a fermarli in tempo.
    Torta anti-omofobia: pasticceri precettati

    AIDS, ALLARME: CONTAGIO TRA GAY, PROSTITUTE, DETENUTI E TOSSICI
    A lanciare l'allarme è l'Oms
    Redazione
    Stiamo tornando indietro? Ora ci voleva anche l'aumento dell'allarme Aids oltre al ritorno di malattie che sembravano scomparse come la tubercolosi. L'Organizzazione mondiale della Sanita' (Oms) ha lanciato un nuovo allarme Aids, avvertendo che si registra un boom delle infezioni da Hiv tra gli omosessuali.
    Da qui, l'appello a prendere medicinali antiretrovirali come ulteriore metodo preventivo. "Stiamo assistendo all'esplosione dell'epidemia", ha affermato il capo dipartimento Hiv all'Oms, Gottfried Hirnschall, sottolineando che oggi il rischio di contagio tra i gay e' 19 volte piu' alto che nel resto della popolazione. Oltre trent'anni dopo la scoperta dell'Aids, con le foto di malati scheletrici che impressionarono il mondo, la comunita' omosessuale torna al centro della lotta contro la sindrome da immunodeficienza. Il problema, ha sottolineato Hirnschall, e' che le nuove generazioni, cresciute con farmaci che allungano la vita e rendono possibile convivere più a lungo con la malattia, sono meno informati. Nell'ultimo rapporto diffuso, l'Oms per la prima volta "raccomanda fortemente agli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini di considerare di prendere medici antiretrovirali come metodo aggiuntivo di prevenzione dall'infezione da Hiv".
    Le autorita' americane avevano gia' lanciato un analogo appello nel maggio scorso. Una simile profilassi medica si stima che possa tagliare l'incidenza dell'Hiv tra gli omosessuali del 20-25%, il che potrebbe evitare "fino a un milione di nuove infezioni in 10 anni". Tra i gruppi a rischio, non ci sono solo i gay, ma anche transgender, detenuti, tossici e prostitute, che insieme rappresentano quasi la meta' delle nuove infezioni al mondo, categorie che hanno meno accesso ai servizi medici.
    AIDS, ALLARME: RISCHI CONTAGIO TRA GAY, PROSTITUTE, DETENUTI E TOSSICI

    Il problema dei falsi diritti pretesi dai gay lo stanno risolvendo loro stessi, accoppandosi per mezzo dei loro inchiappetamenti reciproci....
    Ed è profondamente significativo che questa epidemia coinvolga pure trans, drogati, puttane e delinquenti.
    E' facile vederci lo zampino provvidenziale del buon Dio, che un tempo gli invertiti li seppelliva sotto una pioggia di fuoco, oggi li consuma con una lenta malattia che dà pure loro un pò di tempo per pentirsi dei loro atti peccaminosi.
    E' proprio vero che Dio è Somma Bontà!

    Per cosa si batte un satanista oggi? «Per la sovranità personale e la giustizia» (ovvero «diritti gay» e aborto libero)
    Benedetta Frigerio
    Parola di Lucien Greaves, portavoce della setta che ha ottenuto di costruire la statua di Satana davanti al Parlamento dell’Oklahoma e ha organizzato la messa nera nei locali del campus di Harvard
    Niente sedute spiritiche, nessuno pazzo indemoniato né omicidi rituali. Non c’è nulla di tutto questo nell’intervista concessa qualche giorno fa al quotidiano di Detroit Metro Times dal portavoce del gruppo satanista più chiacchierato degli Stati Uniti, “The Satanic Temple”. Anzi, Lucien Greaves si presenta il suo movimento come un club di brave persone impegnate a diffondere tra la gente «benevolenza», «empatia» «buon senso pratico e giustizia» e a guidare le coscienze al perseguimento di «obiettivi nobili». Quali? Per esempio «i diritti gay» e l’aborto libero.
    IL SATANISTA MODERNO. Nato a Detroit con il nome di Doug Mesner, il portavoce della setta spiega al giornale della sua città di essersi avvicinato agli adoratori del diavolo quasi per reazione al «panico» che si respirava negli anni Ottanta, quando la gente immaginava i satanisti come «orde vaganti» di «un’enorme setta criminale omicida» e «i gruppi ecclesiali cercavano di vietare l’heavy metal e Dungeons & Dragons». Secondo Greaves fu «di fatto una caccia alla streghe» alimentata da «bugie». Proprio «quelle bugie hanno contribuito a creare i satanisti di oggi». Che magari hanno l’aria insospettabile e sono laureati nelle università americane più prestigiose, come lo stesso Greaves. E magari sono capaci di strappare vittorie un tempo inimmaginabili. Il gruppo rappresentato da Greaves, The Satanic Temple, per esempio, recentemente ha ottenuto – sfruttando la confusione che esiste intorno al concetto di libertà religiosa – il permesso di costruire una statua di Satana davanti al parlamento dell’Oklahoma, ed è riuscito a organizzare una messa nera all’interno del campus di Harvard, facendola passare per «una performance a scopo educativo».
    L’ETERNO RIBELLE. Ma cosa ci trova di affascinante nel Maligno, uno come Greaves? Il diavolo, spiega lui a Metro Times, «simboleggia l’eterno ribelle, l’opposizione all’autorità arbitraria, e difende la sovranità personale, anche di fronte a disuguaglianze insormontabili». Quanto ai suoi adepti, rivela Greaves, «noi abbracciamo la ricerca razionale purificata dal soprannaturalismo e dalle superstizioni arcaiche fondate sulla tradizione. Lavoriamo attivamente per affinare il nostro pensiero critico ed esercitare l’agnosticismo ragionevole in ogni cosa».
    I DIRITTI GAY. Per The Satanic Temple gli unici comandamenti da seguire riguardano le campagne secolariste. Innanzitutto quella per i «diritti gay», definita da Greaves «una delle cose che ci stanno più a cuore». Su questo fronte, annuncia l’esponente satanista, «c’è stato un grande progresso, ma resta ancora molto da fare». A cominciare proprio dal Michigan, dove il governatore repubblicano Rick Snyder ancora si oppone al matrimonio gay: «Ci piacerebbe insegnare a Snyder cos’è la Costituzione (…) celebrando un matrimonio gay in Michigan. Per noi il matrimonio è un sacramento. Lo riconosciamo e pensiamo che lo Stato debba riconoscere il matrimonio sulla base della libertà religiosa. Chiunque voglia farlo può alzare la mano e avrà il suo matrimonio celebrato da Lucien Graves. Non vediamo l’ora di diffonderci in Michigan sulla questione dei diritti gay, per portarlo nel ventunesimo secolo».
    LA DIFESA DELLE DONNE. Lui tuttavia si congeda dal giornalista di Metro Times rivolgendo una specie di minaccia ai lettori di Detroit: «Dì loro che tornerò. Che Detroit tornerà indietro. E cose terribili accadranno. So che il governatore è un idiota. Ma faremo di più per la giustizia sociale (…). So anche che Snyder ha cercato di rendere insostenibile per le donne interrompere una gravidanza: noi sentiamo di dover proteggere le donne da procedure superflue come l’ecografia (pratica che in diversi stati americani molti politici pro-life stanno cercando di rendere obbligatoria prima di ogni aborto, ndr)», naturalmente «con esenzione religiosa».
    Il satanista moderno si batte per i diritti gay e l'aborto | Tempi.it

    All'Onu l'Italia ha votato "no" alla famiglia
    di Anna Bono
    Il 25 giugno il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, in occasione del ventesimo anniversario dell’Anno internazionale della famiglia, istituito nel 1994, ha deciso di organizzare una tavola rotonda sulla protezione della famiglia e dei suoi membri. Nel testo della risoluzione approvata dal Consiglio si leggono le motivazioni. Il Consiglio afferma che “incombe in primo luogo agli Stati di promuovere e proteggere i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali di tutti gli esseri umani, in particolare delle donne, dei bambini e degli anziani”; si dichiara “cosciente che spetta alla famiglia in primo luogo allevare e proteggere i bambini e che essi, per poter raggiungere una completa e armoniosa maturazione della loro personalità, devono crescere in un quadro famigliare e in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione”; si dice “convinto che la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei bambini, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui ha bisogno per poter assumere in pieno il suo ruolo nella comunità”; e infine riafferma che “la famiglia è l’elemento naturale e fondamentale della società e che essa ha diritto alla protezione della società e dello Stato”.
    Dati i contenuti, ci si aspetterebbe che la risoluzione fosse stata votata all’unanimità. Invece l’hanno approvata soltanto 26 dei 47 stati che compongono il Consiglio: sei gli astenuti e 14 i contrari.
    Spiccano tra i voti a favore quelli dell’Africa, rappresentata nel Consiglio da 13 paesi tutti concordi nell’approvare la risoluzione. Favorevoli inoltre si sono dichiarati tra gli altri Cina, India, Indonesia, Russia, Arabia Saudita e Pakistan.
    Hanno votato contro tutti gli stati che rappresentano l’Occidente: Italia, Germania, Austria, Stati Uniti, Francia, Irlanda e Gran Bretagna.
    Il loro voto contrario, è motivato dal fatto che nel testo della risoluzione si parla solo di “famiglia”. Gli stati contrari alla risoluzione hanno infatti chiesto per mesi che nel testo si aggiungessero alla famiglia “altri tipi di unione” oppure si usasse, invece che “famiglia”, l’espressione “varie forme di famiglia”.
    Il Consiglio non ha accolto queste richieste cedendo a chi vuole “imporre un modello unico di famiglia”, ha spiegato il rappresentante della Gran Bretagna. Esistono invece “miriadi di strutture famigliari” ha aggiunto il rappresentante degli Stati Uniti. Dello stesso parere si è detta l’Argentina, poi astenutasi, secondo cui così tante sono le strutture famigliari da rendere impossibile una definizione di famiglia.
    Sono motivazioni assai poco convincenti. Che l’istituzione famigliare si declini se non in “miriadi”, certo in molteplici forme diverse (monogamica, poliginica, nucleare, allargata...) è risaputo e ammesso. Si dice “famiglia” e tutte si comprendono, per poi specificare solo quando si da il caso.
    Colpiscono a maggior ragione le ragioni del “no” italiano a una risoluzione che semplicemente impegna a proteggere la famiglia per ragioni così condivisibili come la tutela dei diritti umani e in particolare delle categorie sociali più deboli. Il quotidiano Avvenire, che ha interpellato il Ministero degli Affari Esteri in proposito, riporta: “la Farnesina ha fatto sapere che nella decisione di voto è stata data priorità al principio della solidarietà europea e occidentale; un rifiuto di disgregare il fronte europeo che il Ministero degli Esteri considera essenziale, soprattutto in coincidenza con l’inizio del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’UE, per sostenere alcune importanti iniziative europee alle Nazioni Unite come quelle sulla libertà di religione e la protezione delle minoranze religiose o quella sulla moratoria della pena di morte”. Inoltre la Farnesina avrebbe fatto rilevare che tra i proponenti del testo approvato figurano paesi che “hanno una concezione molto particolare di famiglia”.
    Si potrebbe obiettare innanzi tutto che, proprio perchè inizia il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, un segnale forte dall’Italia in difesa dei diritti umani e della famiglia sarebbe stato opportuno e incisivo. In secondo luogo fa pensare il criterio di schierarsi comunque contro paesi di cui non si condividono certe caratteristiche e allinearsi, a prescindere, con i paesi affini: specie quando si tratta di una questione come la difesa della famiglia di cui la nostra costituzione riconosce i diritti “come società naturale fondata sul matrimonio”. Quanto alla “concezione molto particolare di famiglia” di certi paesi, il senso della famiglia, ad esempio in Pakistan, è molto forte e saldo: al punto – ed è questo caso mai che li differenzia dall’Occidente – da scegliere di sacrificare i suoi membri per garantirne la sopravvivenza, la salvaguardia e la perpetuazione (con istituzioni quali il matrimonio imposto e l’omicidio d’onore). Proprio per questo però sarebbe valsa la pena di approvare una risoluzione in cui anche quei paesi invocano la protezione della famiglia come luogo d’amore e comprensione, nell’interesse prima di tutto dei bambini, e riconoscono che compito di uno stato è difendere i diritti umani, soprattutto di donne, bambini e anziani.
    All'Onu l'Italia ha votato "no" alla famiglia

    Là dove la famiglia fu abolita
    di Anna Bono
    La famiglia è sotto attacco. Ogni giorno si ha notizia di nuove iniziative volte a indebolirla, a screditare e intralciare chi la difende. Quando il 1° luglio il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato una mozione a sostegno della famiglia, in cui tra l’altro si impegna la giunta regionale a individuare una data per la celebrazione della Festa della Famiglia Naturale, fondata sull’unione di un uomo e di una donna, l’Arcigay ha definito la mozione “intrisa di odio” e quella per la famiglia una “festa abominevole”, un “atto barbaro”.
    Ci sono molti modi di attaccare la famiglia: sottrarle funzioni affidandole ad altre istituzioni, dissolverla, pretendendo che tutte le forme di convivenza e unione siano “famiglia”, svincolare la procreazione dal rapporto tra un uomo e una donna, renderle la vita difficile omettendo di sostenerla e imponendole degli oneri, diffamarla presentandola come un luogo di oppressione, discriminazioni e violenze, in cui si violano le libertà della persona. In questo momento nel mondo occidentale questi modi si stanno usando tutti.
    Chi è ostile alla famiglia è convinto che senza questa istituzione la vita umana, la società sarebbero migliori. In effetti non ha modo di saperlo, almeno non ricorrendo a esempi di società prive di famiglia: a differenza di altre istituzioni, create man mano che le società diventavano più complesse, la famiglia infatti nasce con l’uomo, è sempre esistita. Ma in realtà un esempio storico c’è stato che deve far riflettere, soprattutto chi vede nella famiglia un ostacolo alla piena realizzazione della persona umana e dei valori di libertà e giustizia. È successo una volta che un piccolo popolo, neanche sei milioni di anime, si sia ritrovato dalla sera alla mattina, letteralmente nell’arco di poche ore, privato della famiglia: mariti e mogli, fratelli, genitori e figli separati, costretti a vivere in insediamenti abitativi diversi, spesso distanti tra loro, con la proibizione di comunicare in qualsiasi modo e severissime punizioni alla minima trasgressione.
    Si poteva essere condannati a morte per aver raggiunto un famigliare di nascosto, di notte, sfuggendo al controllo, per stare con lui qualche minuto, portargli del cibo che sempre scarseggiava. L’unica eccezione era per i bambini molto piccoli, se non erano ancora svezzati, e quando risultava conveniente per qualche motivo che fossero le loro madri ad accudirli, ad esempio se si ammalavano. La condizione però era che le mansioni necessarie non diventassero occasione di emozioni, di manifestazioni d’affetto e tenerezze. Durante le riunioni – una sorta di gruppi di autocoscienza – organizzate per accelerare la formazione dell’uomo nuovo che si voleva far nascere in sostituzione di quello contaminato da valori sbagliati, una madre colpevole di aver trasgredito, se scoperta e denunciata, doveva allora ammettere il proprio errore (“è vero, ho abbracciato per un momento la mia bambina che piangeva, l’ho cullata, l’ho baciata, le ho cantato una ninna nanna...”), dichiararsi pentita e promettere di non sbagliare più.
    In quella società senza famiglia, tutto si fece per annichilire le coscienze, ridurre gli uomini in uno stato di inerzia intellettuale e morale, cancellare sentimenti ed emozioni – amore, compassione, gioia, speranza, fiducia – reprimere ogni espressione di individualità. Fu persino proibito l’uso del pronome personale “io”: vietato dire “io voglio”, “io vado”, “io penso”… in altre parole, concepirsi appunto individualmente. Il pronome possessivo “mio” non ci fu bisogno di proibirlo: nessuno possedeva più niente. In meno di cinque anni, da un quarto a oltre un terzo degli abitanti di quel paese senza famiglia morirono: di stenti, di fatica, di fame, di malattie, di torture e sevizie, spesso inflitte dai bambini e dagli adolescenti trasformati in aguzzini spietati. Molti furono giustiziati. Molti morirono di crepacuore e di disperazione.
    Il bilancio dei morti oscilla tra 1,7 e 2,5 milioni, forse di più ancora: un genocidio. Il rifiuto della famiglia e, non a caso, della proprietà privata, in nome di un uomo libero, di una società giusta ed egualitaria, si era tradotto in un immenso, spaventoso attacco all’individualità, alla persona, alla vita. Il paese senza più famiglia – è superfluo dirlo – è la Cambogia dei khmer rossi, di Pol Pot, che governarono tra il 1975 e il 1979 imponendo un regime comunista totalitario, la Repubblica democratica di Kampuchea.
    Là dove la famiglia fu abolita


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Violenza laicista
    Aggiornamento dei soprusi, della censura e della violenza -fisica e intellettuale- subita da cattolici, cristiani e credenti in nome della tolleranza laica europea e occidentale.
    Spagna. Finalmente il Parlamento catalano ha approvato una risoluzione per affrontare il caso dei vari gruppi radicali che negli ultimi mesi hanno vandalizzato diverse chiese cattoliche, interrompendo anche le celebrazioni con slogan blasfeme o abortiste.
    Austria. La Cattedrale di Santo Stefano di Breitenfeld (Josefstadt) e le chiese di Neuottakring (Ottakring) e Lazaristenkirche (Neubau) sono state preso d’assalto da diversi vandali che hanno distrutto le statue di santi e demolito il fonte battesimale. Uno degli autori è stato arrestato e ha definito i fedeli cattolici dei “burattini”.
    Canada. È arrivata davanti alla Corte suprema la battaglia della Loyola High School di Montreal contro il programma scolastico che obbliga gli istituti a impartire l’insegnamento di etica e religione da un punto di vista “laico” e “neutrale”, obbligando anche le scuole di ispirazione religiosa ad adeguarsi. Paradossalmente le scuole cattoliche, ha spiegato l’avvocato che segue il caso, non potranno più spiegare i motivi per cui sono cattoliche.
    Regno Unito. Una pop star britannica, Eliza Doolittle, ha riferito che la rete televisiva BBC le ha chiesto di cambiare il testo di una delle sue canzoni, Walking on Water”, così da omettere un riferimento a “Gesù”. Mark Thompson, ex direttore generale della BBC, nel 2012 aveva pubblicamente ammesso che il cristianesimo è trattato dalla rete televisiva con meno sensibilità rispetto alle altre religioni.
    Francia. Alcuni anarchici hanno imbrattato il portone e il piazzale della Basilica del Sacro Cuore di Montmartre a Parigi, scrivendo “Fuoco alle cappelle”, “né Dio né Stato”, “abbasso ogni autorità”.
    Italia. In una scuola media di Reggio Emilia gli studenti sono stati costretti a gettare nella spazzatura copie del Vangelo che alcuni volontari avevano loro donato all’ingresso. Ad un’alunna è stato anche proibito di farsi il segno della croce al passare di un’ambulanza, con la motivazione che avrebbe potuto «offendere i ragazzi che appartengono ad un’altra religione»
    Spagna Alcune associazioni hanno denunciato alla polizia la Federación de Mujeres Progresistas (Federazione di donne progressiste) che nel loro raduno hanno scandito diversi slogan con minacce, insulti e violazione dei diritti fondamentali, come ad esempio: “Bruciamo la Conferenza episcopale sessista e patriarcale”, “infilate i vostri rosari nelle vostre ovaie”, “se il Papa rimanesse incinta l’aborto sarebbe sacro”. Nel settembre scorso, dopo un’altra manifestazione di questo genere, è stata fatta esplodere una bomba all’interno della cattedrale di Saragozza.
    Francia. Lo storico Jean-François Chemain ha denunciato su “Le Figaro” la nuova frontiera del secolarismo che impone la rimozione delle statue della Madonna, il silenzio dei campanili e l’obbligo della laicità per i dipendenti delle aziende private. «Andiamo verso la rimozione di tutti i simboli cristiani dal paesaggio pubblico?», si è domandato.

    I ”figli” di coppie gay vivono in mezzo a violenze, cambi di partner, squilibri
    Omosessualità
    Il Timone n. 121
    di Gerard van den Aardweg
    “Matrimonio” omosessuale e adozione omosessuale sono cose diverse, ma in pratica interconnesse, perché equiparare le relazioni omosessuali al matrimonio vuol dire aprire la porta all’adozione omosessuale. Anche se per opportunismo le due cose differiscono di alcuni anni, è un passo inevitabile: riconoscere il matrimonio omosessuale vuol dire accettare l’ideologia che considera discriminazione qualsiasi distinzione tra omosessualità ed eterosessualità.
    Dal punto di vista psicologico il matrimonio omosessuale è una follia: le relazioni omosessuali non hanno niente in comune con il matrimonio. Il matrimonio omosessuale è un travestimento: i partner possono tutt’al più desiderare e/o illudersi di vivere un’unione matrimoniale, ma la loro è una relazione sostanzialmente diversa. Lo riconosce, d’altra parte, la maggior parte degli omosessuali praticanti: soltanto 1 su 6 desidera un “matrimonio”, le donne più che gli uomini; e la percentuale di matrimoni omosessuali ufficiali è molto bassa dappertutto, nonostante i vantaggi economici. Per i militanti gay il riconoscimento del matrimonio omosessuale ha valore soprattutto simbolico, in vista dell’illimitata accettazione di tutte le forme di omosessualità.
    Per gli ideologi gay il matrimonio omosessuale non è che l’inizio. Che cosa verrà dopo il matrimonio omosessuale si vede già negli USA: omosessuali poligami e viventi in “comuni”; se hanno figli, sono spesso inseminati con l’aiuto di un donatore gay o di un amico di una lesbica.
    ESTREMA PROMISCUITÀ
    Per capire che significano il matrimonio e l’adozione omosessuale, bisogna prima studiare le relazioni omosessuali nei fatti.
    Fin dal 1980 numerosissimi studi dimostrano che la fedeltà nelle relazioni omosessuali tra uomini, se esiste, di rado resiste oltre i 5 anni. In media, le lesbiche rimangono fedeli più a lungo, ma sono molto più promiscue delle donne eterosessuali.
    L’80-90% degli omosessuali con partner fisso convive per meno di 10 anni (e per lo più senza fedeltà). Secondo uno dei migliori studi statistici la relazione “fissa” media di uomini omosessuali olandesi dura 1,5 anni (M. Xiridou et al., The contribution of steady and casual partnerships to the incidence of HIV infection among homosexual men in Amsterdam, «AIDS», 17 [2003], pp. 1009- 1038). Il perché lo spiega l’ex attivista gay Noel Mosen: «Il bisogno di sesso nel mondo omosessuale è così impellente che può arrivare a soggiogare completamente gli uomini omosessuali, che gli sacrificano tutto».
    MALATTIE, ALCOL, DROGA E VIOLENZA
    Le conseguenze sanitarie di questa promiscuità sono ben documentate: è molto più forte tra uomini omosessuali praticanti che tra eterosessuali l’incidenza di HIV, herpes e sifilide, cancro (soprattutto tumore anale) e altre malattie. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le infezioni HIV colpiscono con maggior frequenza omosessuali con relazione “fissa”.
    Le lesbiche sessualmente attive sono colpite da epatite B e C, vaginosi batterica e malattia infiammatoria pelvica in misura molto maggiore delle donne sposate. Uomini e donne omosessuali presentano assuefazione ad alcol, droga e fumo in misura molto superiore agli eterosessuali; e quelli che hanno avuto partner fissi muoiono molti anni (in media più di 10) prima dei coniugi normali, anche senza contare le morti per AIDS. Le relazioni omosessuali sono molto più segnate dalla violenza – spesso suscitata da gelosia e desiderio di vendetta – di quelle eterosessuali (G.L. Greenwood et al., Battering victimization among a probability-based sample of men who have sex with men, «American Journal of Public Health», 92 [2002], 12, pp. 1964-1969).
    Anche se la scienza ha messo in luce la realtà tutt’altro che serena delle relazioni omosessuali, un’élite accademica, politica e mediatica si impegna a che il pubblico non venga a contatto con la verità nuda e cruda. Ogni volta che la cronaca riporta fatti negativi per l’immagine dello stile di vita gay, per esempio dati sulla connessa patologia medica e psichica, un tabù impedisce di imputarli a cause che non siano la “discriminazione”.
    BAMBINI ADOTTATI SPESSO GRAVEMENTE DANNEGGIATI
    Nel 2004 l’APA, l’Associazione Americana degli Psicologi, ha approvato una risoluzione favorevole all’adozione omosessuale. Ricerche avrebbero dimostrato che figli di coppie omosessuali presentano lo stesso grado di adattamento ed equilibrio emotivo di figli di famiglie normali. Questa risoluzione è un esempio paradigmatico di pseudoscienza al servizio di un’ideologia, propaganda mascherata da scienza; non per niente gli psicologi proponenti erano omosessuali attivisti di ambo i sessi.
    La maggior parte degli studi da loro citati sono metodologicamente viziati o assolutamente privi di valore (test e campioni inadeguati, intervistatrici lesbiche, e soprattutto interpretazioni pregiudizialmente pro-lesbiche). Però la cosa più curiosa è che da un’analisi più approfondita è emerso che persino quegli studi viziati dimostravano a grandi linee i danni psichici causati dal gay parenting. Non era la prima volta che l’APA sponsorizzava l’ideologia gay con scienza spazzatura: nel 1998 aveva ospitato in una delle sue riviste un articolo fuorviante nel quale alcuni psicologi pedofili omosessuali proclamavano la presunta innocuità delle relazioni pedofile.
    I dati sono sempre più chiari: i figli biologici e adottivi di genitori omosessuali sono esposti con frequenza anormale a tensioni relazionali, violenza relazionale, separazioni e cambi di partner. Esiste una maggior probabilità che uno dei loro genitori (adottivi) abusi di alcol o droga, si ammali gravemente, presenti squilibri mentali o depressioni, o muoia prematuramente; e che i figli subiscano abusi sessuali. Per i figli adottivi, che sopportano già il peso di un passato doloroso e problematico, l’affidamento a coppie omosessuali è un trauma supplementare. I figli adolescenti di omosessuali presentano in percentuali del 20-30% (P. Cameron, Children of homosexuals and transsexuals more apt to be homosexual, «Journal of Biosocial Science», 38 [2006], pp. 413-418) problemi di identità sessuale e tendenze omosessuali.
    Il Prof. Lopez, americano, bisessuale, con due “madri” lesbiche, dice di se stesso: «Non avevo una figura maschile che mi facesse da esempio; mia madre e la sua compagna non erano come i padri e le madri tradizionali […] [pertanto] ero [cresciuto come] un ragazzo strano; e gli altri mi consideravano strano. Crescere con genitori gay è stato difficile, e la colpa non era dei pregiudizi dei vicini».
    I figli di coppie omosessuali sentono la mancanza di genitori normali, e generalmente non vengono educati come ragazzi e ragazze normali. Anche per questo sono spesso oggetto di bullismo e umiliazioni; ma anche quando ciò non avviene si vergognano e si sentono estranei al loro ambiente. Si sentono soli di fronte ai genitori, che non capiscono le loro necessità naturali, e che soprattutto si occupano solo di se stessi – lo stile di vita omosessuale è iperegocentrico! – e si sentono soli di fronte ai loro coetanei.
    È emerso un dato dalle ricerche: è raro che la figlia adulta di un omosessuale dica che soffriva per il modo di vivere del padre; ma la verità è che la mancanza di un vero padre la sentiva. Dalle testimonianze di un gran numero di figli adulti di omosessuali si evince che da bambini essi soffrivano per la situazione innaturale della loro famiglia, ma non osavano dirlo, per vergogna, perché intimiditi dai genitori, oppure per non metterli in una posizione difficile (J. Stacey – T. Biblarz, (How) does the sexual orientation of parents matter?, «American Sociological Review», 66 [2001], pp. 159-183; P. Cameron, Children of homosexual parents report childhood difficulties, «Psychological Reports», 90 [2002], pp. 71-82).
    Quello che si sapeva da anni è stato confermato recentemente nel migliore studio condotto finora su questo tema (M. Regnerus, How different are the adult children of parents who have samesex relationships?, «Social Science Research», 41 [2012], pp. 752-770), uno studio che ha incontrato forte opposizione, perché i risultati sono sfavorevoli all’ideologia gay. Però, per quanto si arrampichino sugli specchi, gli oppositori non riescono a confutare il fatto che i figli adulti che sono stati educati per un periodo più o meno lungo da un genitore omosessuale sessualmente attivo o da una coppia omosessuale presentano un quadro sociale e psicologico molto peggiore di quello di figli adulti di genitori divorziati, single, patrigno o matrigna o genitori adottivi normali.
    La salute sociale e psichica dei figli adulti di genitori biologici non separati è la migliore di tutte in assoluto, e quella dei figli con genitori omosessuali è la peggiore in assoluto. È emerso che questi ultimi presentavano il livello medio d’istruzione più basso, il maggior numero di disoccupati dipendenti dai sussidi sociali, il maggior numero di problemi relazionali, di convivenze extraconiugali, di relazioni etero od omosessuali, di ricorsi alla terapia per ansia, depressione e problemi relazionali, di consumo di marijuana, di problemi con la polizia e la Giustizia; soltanto il 70% era “totalmente etero”; avevano subito con maggior frequenza approcci sessuali da parte di una madre lesbica e avevano vissuto meno degli altri la famiglia come un ambiente sicuro.
    Sono dati che riflettono la situazione generale, ma la cosa migliore per capire concretamente che significa per i figli avere genitori omosessuali è sentirsi raccontare la loro inside story quando sono già adulti (un documento di prima classe: Dawn Stefanowicz, Fuori dal buio, Ares, 2012). Il Prof. Lopez ha tratto dalla sua gioventù traumatica con due “genitrici” lesbiche questa lezione: «Quando sono diventato padre […] ho giurato di non separarmi mai da mia moglie, e di non avere mai relazioni con altri, uomini o donne. L’ho fatto per proteggere i miei figli dai danni di una situazione tragica [...]. Per un genitore il perno delle questioni etiche sono i figli, e si deve essere disposti a sacrificare per loro il proprio interesse personale».
    È più che sufficientemente dimostrato che la famiglia normale intatta produce gli adulti migliori dal punto di vista psichico, sociale e medico, e che la crisi della famiglia causa una marea di miserie psichiche e sociali. E invece di tentare di rimediare alla crisi, la si aggrava promuovendo la peggiore alternativa pensabile alla famiglia e alla genitorialità normali: l’adozione omosessuale. La maggior parte di quei bambini ne risentirà per tutta la vita.
    Rassegna stampa - Centro Cattolico di Documentazione di Marina di Pisa - I ”figli” di coppie gay vivono in mezzo a violenze, cambi di partner, squilibri

    Bufera per un'insegnante lesbica mai licenziata
    di Giuseppe Tomasi
    Non si sa più da dove partire: se dalla constatazione, ormai sempre più chiara, del fatto che “gay e lesbiche sono più uguali degli altri”, o se da alcune inevitabili considerazioni sulla scarsa serietà con cui molti giornali compiono il loro dannato mestiere, attenti più alle loro battaglie ideologiche o allo scoop ad ogni costo, che al rispetto della verità, dei fatti, e delle persone. Mi riferisco alla vicenda dell'insegnante lesbica “licenziata” da una scuola cattolica trentina in ragione delle sue preferenze sessuali.
    Partiamo dal secondo fatto. Un giornale un tempo “moderato”, il quotidiano l’Adige, diretto da un giornalista “cattolico”, sbatte in prima pagina la notizia: “Insegnante del Sacro Cuore licenziata perché lesbica”. In verità il contenuto dell’articolo smentisce il titolo stesso. È l’insegnante in causa, infatti, a rispondere alla domanda “E quando le è stato comunicato che il contratto non sarebbe stato rinnovato?”, in questo modo: «Dopo la conclusione della scuola. Ma in realtà non si tratta di un mancato rinnovo perché semplicemente era scaduto quello in essere. Quindi non c'era nemmeno la necessità di una comunicazione da parte della scuola, visto che la rescissione sarebbe stata implicita. Invece sono stata chiamata per un colloquio». (L’Adige, 18 luglio 2014).
    Dunque: l’insegnante non è stata affatto licenziata. Non le è stato rinnovato il contratto, che era scaduto: cosa ben diversa! Tanto più che, come si viene a sapere da un comunicato della scuola stessa, l’insegnante lesbica non è l’unica a patire il momento di crisi: altri insegnanti, volgarmente “etero”, hanno perso il lavoro, o si sono visti ridurre il monte ore settimanale, causa il calo di iscritti. Vicenda di questi tempi molto comune, soprattutto nelle cosiddette scuole paritarie.
    Ma qual è la reazione immediata del giornalista collettivo? La notizia fasulla, il presunto licenziamento, rimbalza di giornale in giornale, di tv in tv. Solo qualcuno specifica che non di licenziamento si è trattato, ma di mancato rinnovo. Si chiede l’intervento del governatore della Provincia, quello del ministro Giannini…e chi più ne ha più ne metta. Lo si fa sapendo bene che non ci sarà mai l’intervento di chi sarebbe, in questa vicenda, competente: la magistratura. Infatti, non lo si può dire, ma tutti lo sanno: non è stata compiuta alcuna irregolarità. Non è stata violata alcuna legge. Non è stato tradito nessun contratto. Bisogna alzare tanta polvere, per nascondere questo inequivocabile fatto.
    Il vertice della confusione ideologica viene raggiunto dal locale assessore provinciale del Pd, Sara Ferrari. Dimostrando competenze giuridiche veramente sbalorditive, in un articolo comparso sul quotidiano locale Il Trentino, dal titolo, ancora una volta depistante ("Prof licenziata perché lesbica? Se vero, un fatto gravissimo"), afferma: «Le dichiarazioni dell'insegnante del Sacro Cuore riportate dalla stampa, secondo le quali non le sarebbe stato concesso il rinnovo del contratto per colpa del proprio orientamento sessuale meritano una riflessione. Ricordo che l'ordinamento italiano vieta licenziamenti discriminatori basati sull'orientamento sessuale del lavoratore. Anche se un mancato rinnovo non è un 'licenziamento’ il principio è il medesimo».
    Eppure la differenza tra un licenziamento e il mancato rinnovo di un contratto, è evidente. Quanto poi alle motivazioni di quel mancato rinnovo, Sara Ferrari, come tanti politici e giornalisti nazionali, non ha dubbi: nessuno spazio alle considerazioni della scuola; credito totale alle parole della “lesbica” che, dopo alcuni anni in una scuola dove si è trovata, a suo dire, molto bene, non esita a scatenarle contro la bufera mediatica.
    Il fatto è, come si diceva, che gay e lesbiche sono ormai “più uguali degli altri”. Cosa sarebbe successo se a non venire nuovamente assunta fosse stata una madre di famiglia? Nulla. In assenza di violazione della legge, nessuno avrebbe eccepito. E la motivazione ufficiale sarebbe stata accolta: “si sa, le scuole paritarie chiudono una classe alla volta, e i posti di lavoro vengono a mancare…”.
    Ma c’è un ultimo punto da trattare. Ipotizziamo, perché nessuno lo sa, che il mancato rinnovo sia stato dovuto anche all’omosessualità dell’insegnante; ad una omosessualità in qualche modo dichiarata e ostentata (altrimenti chi la avrebbe notata?), con relative lamentele di qualche genitore ancora convinto che le parole della Genesi “maschio e femmina Dio li creò” abbiano un valore.
    Non ha forse il diritto un ente privato di assumere chi ritiene opportuno? In ossequio ai principi da cui è nato e a cui si richiama? Espressi chiaramente nel contratto, per di più! Giustamente un lettore, commentando un articolo a sostegno dell’insegnante pubblicato dell’Huffington Post (quello che per difendere i matrimoni gay, difende l’utero in affitto), ha ricordato anzitutto che non vi è stato alcun licenziamento, per poi chiosare: «Ma anche se fosse stato un licenziamento, sarebbe comunque stato legittimo. Perché istituzioni religiose, sindacati, partiti sono considerati "Imprese di tendenza" e non sono soggetti, in materia di licenziamenti individuali, allo Statuto dei Lavoratori. Vedi Art.4 1° Comma della Legge 11 maggio 1990, n. 108. Per spiegarmi meglio, sarebbe come se la Lista Tsipras (che ha suscitato tutto il casino) fosse obbligata a rinnovare un contratto ad un collaboratore esterno anche dopo aver scoperto che lo stesso è, che so, militante di Casa Pound. Le discriminazioni esistono, e non colpiscono certo solo i gay, ma non per questo è il caso di inventarle strumentalmente dove non ci sono».
    Si potrebbe dire di più: 1) un insegnante che non condivide determinati valori sui quali un’opera educativa si fonda, sarebbe certamente più coerente se cercasse lavoro altrove; 2) una scuola che si presenta come cattolica, e che viene scelta da molti genitori, a prezzo di sacrificio, anche per i valori che intende veicolare, ha il dovere, verso i suoi “clienti”, di assumere docenti che siano per vita e convinzioni morali coerenti, nei limiti della nostra umana fragilità, con la mission della scuola in cui insegnano.
    Al Fatto quotidiano e a Repubblica, specialisti nella polemica contro le scuole paritarie, si chiede: assumete forse voi, tra i vostri giornalisti, persone che non condividano la vostra visione ideologica? Persone che avversino la visione politica del vostro editore? No. E allora finiamola. Tanto più che si finge di fare una battaglia in nome della libertà, quando è proprio contro la libertà di opinione (quella, in questo caso, di chi la scuola la ha fondata e la dirige) che si sta lottando con ogni mezzo.
    Un’ultima considerazione: il caso, come tanti altri, è destinato a sgonfiarsi. Perché tutto è in regola. Ma la speranza della lista Tsipras e dei movimenti gay è che il mondo cattolico si faccia ancora una volta intimorire. Sarebbe un disastro, una Caporetto. Perché se oggi si cede di fronte alle calunnie, domani mattina si cederà di fronte ai movimenti LGBT che vogliono insegnare sesso precoce ai bambini negli asili, anche cattolici, e domani sera si dichiarerà che sì, in fondo è giusto che due gay comperino un ovulo da una donna, affittino l'utero di una povera indiana, e si producano un bambino. Per legge. Con regolare contratto. Di nove mesi. Al termine del quale la donna-contenitore sarà regolarmente “licenziata”.
    Bufera per un'insegnante lesbica mai licenziata

    Bimbi a gay? Ma se ci sono 20 coppie in attesa per ogni adottabile…
    C’è un leitmotiv che si ripete nella propaganda dei sostenitori dell’adozione omosessuale. Quello secondo il quale un orfano vivrebbe comunque più dignitosamente in casa di una coppia gay piuttosto che in un orfanatrofio. Argomento dai più considerato “definitivo”, in grado di mettere a tacere chi considera la maternità un valore imprescindibile per la nostra società. “Meglio una mamma finta che un assistente sociale vero”, è l’essenza del discorso. Che sarebbe discutibile anche se davvero in Italia esistesse una carenza di famiglie eterosessuali disposte ad adottare bambini.
    Ma almeno nel nostro Paese il problema non sussiste proprio. In questo momento sessantamila italiani stanno aspettando di ottenere il via libera all’adozione di un bambino. Senza contare coloro che, delusi dalle inefficienze del sistema, si sono arresi ed hanno ritirato la richiesta. Una marea di aspiranti genitori, quindi, a fronte di una richiesta che raramente supera i millecinquecento “adottabili” l’anno. Il problema non sono quindi le richieste, ampiamente superiori alle necessità, ma il sistema che gestisce le adozioni: vecchio, inefficiente e selettivo al punto da scoraggiarle.
    Basti pensare che, benché dovesse essere operativa già dal 2001, solo l’anno scorso il governo è riuscito a costituire una banca dati centrale, in grado di censire ed abbinare le richieste alle offerte.
    Mentre molti dei database in possesso dei tribunali dei minori non sono neanche digitalizzati. Sul tema citiamo direttamente le parole di Marco Griffini, presidente dell’Associazione Ai. Bi. (Associazione Amici dei Bambini):
    «Manca una banca dati nazionale che monitora il numero dei minori da dare in affido o in adozione. Il ‘buco’ è dei Tribunali dei Minorenni: su 29 sedi sparse lungo lo Stivale, solo 8 hanno una banca dati aggiornata e informatizzata che permette la tempestiva segnalazione e l’eventuale ‘incrocio’ con la futura famiglia adottiva o affidataria. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: per ogni bimbo dichiarato adottabile in Italia ci sono 20 coppie in attesa di adozione. Ecco perché, per le adozioni nazionali, è impossibile fare una stima dell’attesa. Potrebbe anche non finire mai»
    Poi c’è il problema degli enti in grado di autorizzare un’adozione. In Germania ce ne sono 16, in Spagna 20. In Italia sono sessantasei, ognuno con le sue specificità e le sue carenze. Infine c’è la selettività con la quale i servizi sociali “scartano” i potenziali genitori. Soltanto nel 2011 si sono presentati in diecimila, e soltanto uno su dieci è riuscito ad ottenere un’autorizzazione.
    Ad oggi il rapporto tra bambini adottabili e famiglie disposte ad accoglierli è di 1 a 20. E con questo semplice rapporto cade il mito dell’utilità sociale dell’adozione omosex. Ai fans del “mammo” rimane ben poco da difendere.
    Bimbi a gay? Ma se ci sono 20 coppie in attesa per ogni adottabile? | IL PRIMATO NAZIONALE

    La lacrimosa Natività gay e post moderna che “emoziona il mondo”
    di Nicoletta Tiliacos
    “Canada, le lacrime dei neopapà gay: lo scatto emoziona il mondo”. Lo dice – che fai, non ti emozioni? – il sito di Repubblica, a commento della foto dove si vedono i primi attimi di vita del piccolo Milo. Nato in Canada il 27 giugno da utero in affitto, lo vediamo ancora bagnato di liquido amniotico, stretto al petto nudo dal “genitore 1”, mentre il “genitore 2”, anche lui a torso nudo, spunta dietro la spalla del partner, pronto a sua volta a sperimentare il contatto “pelle contro pelle” con il neonato. Al quale però sarà negato quel contatto con l’unica che ne avrebbe titolo: la donna che lo ha portato in grembo per nove mesi e l’ha appena partorito. La vediamo nell’angolo dell’immagine, l’espressione sofferente. Siamo in Canada, primissimo mondo e pioniere dei diritti arcobaleno. Quella donna sarà pagata, ringraziata e allontanata subito dal neonato. E’ necessario, per evitare incresciose confusioni e riflessi condizionati di attaccamento tra madre e figlio. Emozioni – si potrà dire? – che hanno a che fare con la vita per quello che è, e con la maternità per quello che è ancora. Emozioni inopportune e poco gay friendly, nel contesto di questa impressionante Natività post moderna.
    Eppure, quelle emozioni che dovrebbero essere scongiurate affiorano, nonostante tutto, nel volto della donna disfatta, pronta a uscire per sempre, non solo metaforicamente, dall’inquadratura. Ne risulta turbata, se non proprio guastata, la posa scelta dalla fotografa Lindsay Foster per invitarci a considerare il gran potere dell’amore: l’amore di due uomini commossi e piangenti di gioia con il “loro” figlio neonato, toraci villosi invece di ventre materno. Già nella foto seguente, la donna non c’è più. Non a caso i due “neopapà”, sul profilo Facebook della fotografa, puntualizzano che non c’è alcun legame genetico tra il bambino e colei che lo ha partorito, perché l’ovocita fecondato con il seme di uno dei due uomini appartiene a una donatrice anonima (si usa così: due madri significa nessuna madre, una per l’ovocita e l’altra per la pancia e non si corrono rischi di rivendicazioni tardive). Si potrebbe obiettare che men che mai un legame genetico esiste con quello dei due uomini che non ha partecipato all’inseminazione. Solo uno è il padre, tra quei due uomini che mimano la madre nell’abbraccio “pelle contro pelle”. Un abbraccio che ha senso ed è fondamentale perché il corpo che ha contenuto il bambino – dialogando con lui per nove mesi, come ormai sanno anche i sassi – è lo stesso che per primo lo accoglie alla luce del mondo: è il corpo materno, il solo a non essere estraneo al bambino, e la pelle della madre è l’unica pelle di cui il bambino ha bisogno di sentire il calore, almeno in quei primi attimi. Ma sono obiezioni da trogloditi, nello statuto dei nuovi diritti arcobaleno, non è vero?
    E allora coraggio, emozioniamoci tutti, come suggerisce Rep., seguìta a ruota dal Corriere della Sera. Incolliamo anche la foto del piccolo Milo bagnato di placenta, senza mamma e con due papà, nell’album della vittoriosa marcia dei nuovi diritti, dell’ininterrotto gay pride sostenuto da sistemi di marketing spesso geniali. Ci sono i testimonial famosi, e soprattutto tanta appiccicosa melassa sull’amore che vince. Vince anche sulle illiberali leggi di natura che pretendono ci siano una femmina e un maschio all’origine di ogni essere umano.
    Quanto il marketing Lgbt sia stato decisivo nel contagiare i mezzi di comunicazione e nel trasformarsi in mainstrem, lo ha raccontato in “Forcing the spring” il giornalista americano Jo Becker (ne avevamo parlato sul Foglio del 19 aprile). Al gran lavoro di lobby avviato da una piccola agenzia del no profit, la American Foundation for Equal Rights fondata nel 2008 da Chad Griffin, Becker attribuisce il merito di aver portato il presidente americano Obama a condividere, dall’inziale ostilità, la causa del same-sex marriage. Eppure è un omosessuale attivista dei Tea Party, Doug Mainwaring, a dire che “non c’è bisogno di usare argomentazioni religiose” contro le nozze gay e contro pratiche come quella da cui è nato Milo, perché “basta la legge naturale”. Ma questo, aggiunge Mainwaring, non è più sostenibile sui grandi mezzi di comunicazione di massa, appiattiti sulla neo normatività Lgbt e sulle foto di neopapà gay che “emozionano il mondo”. Se ne può parlare e discutere solo nel confronto diretto con le persone. Altrimenti si finisce alla gogna come l’ad di Mozilla, Brendan Eich, licenziato per aver sostenuto la campagna contro il matrimonio gay, e nonostante lo avesse difeso il famoso giornalista Andrew Sullivan, icona del movimento gay americano.
    La lacrimosa Natività gay e post moderna che ?emoziona il mondo?

    L’Arcigay vuole boicottare la Lombardia omofoba: «Deve crollare l’economia della regione»
    Assurda iniziativa dell’associazione dopo la mozione approvata in consiglio regionale. E ancor più assurde le lamentele per l’app “Milano Gay Life” del Comune, che non segnala locali per scambisti: «Questa è censura»
    Redazione
    «Boicottiamo la Lombardia. Deve crollare l’economia della regione». Dopo che il Consiglio regionale ha approvato a maggioranza una mozione a sostegno della famiglia naturale proposta dalla Lega Nord e firmata da tutto il centrodestra – mozione che l’Arcigay ha definito «abominevole e intrisa d’odio» – l’associazione per i diritti lgbt aggiunge un nuovo grottesco tassello alla sua battaglia ideologica. Marco Mori, presidente di Arcigay Milano, ha lanciato una campagna per boicottare Expo e altre iniziative perché «la Lombardia è una regione che discrimina gli omosessuali, qui siamo al livello della Russia come riconoscimento dei diritti civili. Vogliamo contattare tutti i partner di Expo invitandoli a organizzare eventi, iniziative, concerti altrove, perché la Lombardia non è un posto sicuro». Addirittura.
    Nel Pd che, assieme a Patto civico e M5S ha lasciato l’aula al momento della votazione, convivono due diverse interpretazioni sul boicottaggio dell’Arcigay. Da un lato, l’assessore al Turismo del Comune Franco D’Alfonso, che ha stigmatizzato le parole di Arcigay: «Credo ci siano altri modi di opporsi». Dall’altro, quelle del consigliere Rosaria Iardino che ha detto di appoggiare il boicottaggio.
    PERDITA DEL SENSO DELLA REALTA’. Raffaele Cattaneo, presidente del Consiglio Lombardo, difende la proposta della maggioranza. «La Regione Lombardia si è sentita in dovere in questo momento di affermare che la famiglia naturale, quella fondata sull’unione fra uomo e donna, è un valore meritevole di attenzione, anche dal punto di vista sociale», ha detto Cattaneo. «Non si tratta di una posizione ideologica – ha aggiunto – ma un voler ribadire, soprattutto in un momento di grande crisi economica, che la famiglia rappresenta un nucleo importante anche per la tenuta sociale». E a proposito dell’iniziativa di Arcigay, Cattaneo ha dichiarato: «Mi sembra che stiamo perdendo il senso della misura e della realtà. Credo che ci sia un profondo equivoco culturale e politico. L’iperbole di questa posizione è il tentativo di far passare l’idea che chiunque esprime una posizione diversa sia tacciato di omofobia. Non viene solo criticato ma addirittura messo sotto accusa. Difenderò la posizione della famiglia fino alla morte. Non accetterò mai che per non essere omofobi si debba essere “famigliofobi”».
    L'Arcigay vuole boicottare la Lombardia omofoba | Tempi.it

    Marx ed Engels politicamente SCORRETTI !!!
    Cazzeggiando su internet (e il termine, mai come in questo caso assume una valenza appropriata) ho scoperto, non essendo un apologeta degli idoli marxisti, con colpevole ritardo, il seguente carteggio fra Marx ed Engels. Riporto anche il testo originale tedesco ed alcune note esplicative, perché, come a Milano la specialità è il risotto alla milanese, a Livorno il cacciucco, in Emilia i tortellini, a sinistra la specialità è il negazionismo. Con buona pace di Vattimo, di Grillini e degli altri sinistri più o meno gay.
    Da: Briefen (Carteggio) anni 1868-1869
    Il testo tedesco, da: Marx-Engels Werke, Band 32, Diet Verlag, Berlin (Pankow) 1965.
    La traduzione italiana da: Opere, vol. 43, Editori Riuniti, Roma 1972
    (…)Wer ist dieser Schwüle Dr. Boruttau der ein so empfindliches Organ für die Geschlechtsliebe an den Tag legt?
    (…)Chi è questo incalorito Dr. Boruttau, che rivela un organo così sensibile all’amor sessuale?
    Ci si riferisce al libro di Carl Boruttau (1837-1873), Gedanken über Gewissens Freiheit (1865), sulla libertà sessuale. Nella lettera si equivoca, volutamente, sulle parole schwüle(gay) e schwuler [finocchio].
    69 [p. 124]
    Marx an Engels
    69
    Marx ad Engels
    London, 23.Juli 1868
    Londra, 23 luglio 1868
    Von dem Dr. Boruttau, dem Schwanzschwülen, weiß ich weiter nichts, als daß er auch unter den Lassalleanern (fraction Schweitzer) “macht”.
    Del Dr. Boruttau dal caloroso membro non so altro se non che “ha commercio” anche con i lassalliani (frazione Schweitzer).
    Das Komischste ist das “Französische” seiner Widmung an eine mitfühlende Seele zu Moskau.(…)
    La cosa più buffa è il “francese” della sua dedica a un’anima gemella a Mosca.
    I lassalliani sono un’ala dei socialisti malvista da Marx ed Engels e sbeffeggiati come omosessuali. Il destinatario moscovita della dedica scritta in pessimo francese è accusato di essere “della parrocchia”.
    (…)
    195 [pp. 324-325]
    Engels an Marx
    195
    Engels a Marx.
    Manchester, 22.Juni 1869
    Manchester, 22 giugno 1869
    (…)/p. 324 / Das ist ja ein ganz kuriosere “Urning”, den Du mir da geschickt hast. Das sind ja äußerst widernatürliche Enthüllungen.
    (…)È un “urning” (attinente ai gay) davvero curioso quello che mi hai appena mandato! Queste sono rivelazioni estremamente contro natura.
    Die Päerasten fangen an sich zu zählen und finden, daß sie eine Macht im Staat bilden. Nur die Organisation fehlte, aber hiernach scheint sie bereits im geheimen zu bestehen.
    Und da sie ja in allen alten und selbst neuen Parteien, von Rösing bis Schweitzer, so bedeutende Männer zählen, kann ihnen der Sieg nicht ausbleiben. “Guerre aux cons, paix aus trous-de-cul“, wird es jetzt heißen.
    I pederasti iniziano a contarsi e scoprono di formare una potenza all’interno dello Stato. Manca solo un organizzazione, ma secondo questo libro sembra che esista già in segreto.
    E poiché contano uomini tanto importanti nei vecchi partiti ed anche nei nuovi, da Rösing a Schweitzer la loro vittoria è inevitabile. D’ora in poi sarà: “Guerre aux cons, paix aux trous de cul“ (ndr “Guerra alle fighe, pace ai buchi del culo”).
    Es ist nur ein Glück, daß wir persönlich zu alt sind, als daß wir noch beim Sieg dieser Partei fürchten mßten, den Siegern körperlich Tribut zahlen zu müssen. Aber die junge Generation!
    È solo una fortuna che noi personalmente siamo troppo vecchi per avere timori, se questo partito vincesse, di dover pagare tributo corporale ai vincitori. Ma le giovani generazioni!
    Übrigens auch nur in Deutschland / p. 325 / möglich, daß so ein Bursche auftritt, die Schweinerei in eine Theorie umsetzt und einladet: introite usw.
    Incidentalmente, solo in Germania era possibile che un tizio simile apparisse, trasformasse la sozzura in una teoria e invitasse: “introite” (NDR”Entrate!“) eccetera.
    Leider hat er noch nicht die Courage, sich offen als “das” zu bekennen, und muß noch immer coram publico “von vorn”, wenn auch nicht “von vorn hinein”, wie er aus Versehen einmal sagt, operieren.
    Sfortunatamente non era ancora abbastanza coraggioso da confessare apertamente di esser”lo”, e deve ancora operare coram publico, “dal davanti”, ma non “dal fronte dentro”, come una volta dice per errore.
    Aber warte erst, bis das neue norddeutsche Strafgesetz die droits du cul anerkannt hat, da wird er ganz anders kommen.
    Uns armen Leuten von vorn, mit unsrer kindischen Neigung für die Weiber, wird es dann schlecht gehen.
    Ma aspetta solo che il nuovo codice penale nord-tedesco riconosca i droits de cul. e sarà tutto diverso.
    Per le povere persone “del davanti” come noi, con la nostra infantile passione per le donne, le cose si metteranno male.
    Wenn der Schweitzer zu etwas zu brauchen wäre, so wäre es, diesem sonderbaren Biedermann die Personalien über die hohen und höchsten Päderasten abzulocken, was ihm als Geistesverwandten gewiß nicht schwer wäre.(…)
    Se lo Schweitzer fosse buono a qualcosa, si tratterebbe di cavare a quello strano galantuomo i nomi degli alti e altissimi pederasti, il che a lui spiritualmente loro affine, non riuscirebbe certo difficile (…)
    E’ uno scritto decisamente meno noioso di “Das Kapital”,
    sarà un caso ma la parola tedesca Kapital e neutra…..
    Marx ed Engels politicamente SCORRETTI !!! « Sarcastycon




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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Torino, "commando vegano" contro la festa degli arrosticini
    Giovedì notte l'assalto a Torino: tranciati cavi elettrici, sui tendoni le scritte "Mangia cadaveri" e "Veganismo e Giustizia"
    Chiara Sarra
    Quella che è una scelta alimentare sembra essersi trasformata in una vera e propria "guerra di religione". Solo così si spiega l'attacco vandalico da parte di un gruppo di vegani a una festa abruzzese in Piemonte in cui facevano bella mostra gli arrosticini.
    Come racconta La Stampa, tutto è successo a Torino, nella Borgata Sassi, dove lo scorso weekend si è svolta la terza edizione della "Festa degli Arrosticini" organizzata da un'associazione abruzzo-molisana della zona. Tra giovedì e venerdì scorso, un "commando" di vegani ha distrutto gli stand, imbrattando i teloni con vernice indelebile e tranciando i cavi elettrici. Sono apparse scritte come "Veganismo e Giustizia", "Mangia cadaveri" e la sigla "Alf" (Animal Liberation Front). Per fortuna delle 8mila persone che hanno partecipato all'evento, i volontari della Famiglia Abruzzese e Molisana del Piemonte e della Val D'Aosta sono riusciti a ripristinare l'allestimento prima che la festa iniziasse. Nei giorni successivi, però, l'organizzazione e i carabinieri hanno vigilato nella notte per evitare un nuovo assalto. La notiza dell'attacco è stata diffusa solo a evento concluso per scongiurare emulazioni.
    Torino, "commando vegano" contro la festa degli arrosticini - IlGiornale.it

    Senza radici e senza eredità. È la società degli “sradicati”. E lo si vede dai nomi che diamo ai nostri figli
    Elisabetta Longo
    I vip e i semivip scelgono per i propri figli nomi che sono puro suono. «È un minestrone generale frutto del postmoderno». Intervista al linguista Giovanni Gobber
    Nathan Falco, Chanel, Peaches, Apple, Dakota. Sono alcuni dei nomi scelti da personaggi pubblici o semicelebrità per i propri figli. L’ultimo in ordine di tempo è North, così si chiamerà il figlio di Kim Kardashian e Kanye West. Il piccolo avrà così scritto sulla carta d’identità North West, Nord Ovest in italiano.
    Insomma, il nome – ciò che ci identifica nel mondo, la prima eredità consegnataci dai nostri genitori – diventa orpello esotico, puro suono, quasi claim pubblicitario. Così va il mondo? Ne abbiamo parlato con il professor Giovanni Gobber, ordinario di Linguistica all’Università Cattolica di Milano.
    Come mai questa moda di dare ai bambini nomi strani?
    In fondo è sempre stato così con i nomi, abbiamo sempre assistito a ondate di moda. C’è stata quella dei santi, degli evangelisti, di esseri mitologici, di rivoluzionari. Oggi siamo scesi un po’ più in basso, diciamo. Non siamo ancora arrivati a chiamare qualcuno “pasta” o “pizza”, ma forse poco ci manca. Forse è anche frutto di una corrente di pensiero che teorizza che tutte le cose abbiano un’anima. Che è come dare al gatto un nome umano e viceversa. O chiamare il proprio figlio “Oceano”. Perché allora non “pioggia” o “deserto”?
    Non conta più la tradizione?
    La tradizione, religiosa o laica che sia, ha molta meno importanza. La sensibilità per il fatto storico in sé è diminuita molto, c’è molto più interesse per quello che è esotico, che è lontano geograficamente, per questo si vanno a scegliere nomi stranieri, magari poi redatti in maniera sbagliata, di cui neppure si conosce il significato esatto, è solo puro suono. Non si percepiscono più le differenze, per cui è uguale dare il nome di una persona a un pesciolino o a un essere umano. È un minestrone generale frutto del postmoderno.
    E allora, come lo vogliamo chiamare?
    Una volta, al contrario, i bambini venivano chiamati come i nonni.
    Allora era diverso. Si prendevano i nomi di altri familiari, di avi, perché c’era un concetto di famiglia. Ora il concetto di famiglia è sparito. Si danno nomi che non hanno legami con il resto, si cerca di produrre un nuovo contesto. Il contesto degli sradicati, dei senza contesto, di quelli che non hanno appartenenza. È un nuovo gruppo sociale.
    Eppure si “appartiene” sempre ai propri genitori.
    Non avere appartenenza viene quasi considerato positivo. C’è stata la cancellazione della storia, dei rapporti storici in cui ognuno di noi viene a contatto, ognuno riceve un’eredità e a ciascuno viene trasmesso qualcosa. L’appartenenza viene addirittura considerata come una violenza al libero arbitrio, e nel dare un nome non impegnativo non ci si rende conto che si assegna un nome addirittura cretino.
    Secondo lei non viene più nemmeno spontaneo chiedersi “che significato ha il mio nome”?
    Una volta forse c’era questo interesse, ma ormai il nome è pura referenzialità, semplice bisogno di individuare l’essere umano e appellarlo in qualche modo. Oggi è solo semplice casualità.
    Nomi figli vip. Sempre più strani | Tempi.it

    Lei voleva vivere, ma i medici la lasciarono morire. Con il caso Tracey si riapre a Londra il processo al “Do not resuscitate act”
    Così la norma che doveva salvaguardare la libertà dei pazienti ha causato l’ennesimo abbandono terapeutico. Mentre le cause legali di questo tipo si moltiplicano
    Benedetta Frigerio
    Da quando Londra ha deciso di mettersi a legiferare sulla vita dei malati, con la pretesa di salvaguardarne l’autodeterminazione, ha ottenuto solo una proliferazione di cause contro il governo. E adesso che nella capitale britannica si è aperto il processo di appello sul caso di Janet Tracey si è riaccesa anche la disputa intorno alla controversa procedura nota come Dnr, “Do not resuscitate” (“non rianimare”), il famigerato standard operativo di “abbandono terapeutico” che secondo centinaia di famiglie è responsabile della morte dei propri cari. Una legge del 2005 prevede infatti che il paziente possa esprimere la propria volontà sul fine vita con le cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento; in assenza di tale dichiarazione, in caso di ricovero per crisi acuta, tocca ai medici decidere se tentare di rianimare il malato o lasciarlo morire, avviando appunto il Dnr. La scelta dovrebbe essere presa insieme ai parenti, tuttavia – stando alle denunce – in molti casi i medici optano per applicare il Dnr ai pazienti anche senza (se non contro) il consenso delle famiglie.
    IL CASO EMBLEMATICO. Janet Tracey morì nel 2011 all’Addenbrooke hospital di Cambridge. La signora, 63enne, aveva un tumore e non aveva firmato alcun testamento biologico, evitando di decidere preventivamente della sua sorte in caso di malessere acuto. Poco dopo la diagnosi di cancro, era stata ricoverata per una frattura al collo dopo un incidente stradale. Nella sua cartella clinica, a sua insaputa, i medici avevano inserito l’opzione “Do not resuscitate” e avevano comunicato la scelta alla figlia, Kate Masters, pensando che sarebbe stata d’accordo con loro. Al contrario la donna li aveva rinviati alla madre, spiegando che quest’ultima avrebbe voluto essere coinvolta nella scelta. La signora Tracey rifiutò il Dnr, ma l’accordo con i medici durò solo tre giorni, poi il Dnr fu reinserito. Due giorni dopo la signora morì.
    LA BATTAGLIA COMUNE. I familiari di Janet Tracey accusano l’ospedale di avere ignorato il loro diritto a partecipare della decisione. E mentre l’Addenbrooke hospital ha preso le difese dei medici, dalla parte del marito e dei figli si è schierata la Commissione governativa per l’uguaglianza e i diritti umani, argomentando che nessun paziente può essere trattato tramite il Dnr «senza aver avuto la possibilità di far parte del processo che ha portato alla decisione». E ha aggiunto che nessuno dovrebbe sapere che una persona cara è morta «senza un tentativo di rianimazione e senza neppure avvisare il paziente o la famiglia».
    «Abbiamo scoperto che l’80 per cento dei decessi che avvengono in ospedale dipendono dal Dra», ha detto Kate Masters, figlia di Janet, la cui battaglia legale sta dando voce anche alle «tante altre famiglie che – scriveva già due anni fa il Guardian – ci hanno contattato per parlarci della breccia aperta dalla legge».
    Caso Tracey, processo al "Do not resuscitate act" inglese | Tempi.it

    Il governo offre più eterologa per tutti. Paga il contribuente
    di Marco Respinti
    Compare in video, bella e sorridente come sempre, il ministro della salute Beatrice Lorenzin a dire al popolo bue che, dopo la magnifica e progressiva sentenza-Beatrice-Lorenzinmannaia con cui la Corte Costituzionale ha abolito la democrazia in Itaglia facendo carne di porco del referendum popolare che a suo tempo aveva impedito l’allegro trafugar di gameti umani, adesso tutto in Italia sarà più bello perché stan mettendo delle regole.
    Sì, insomma, che se uno calpesta un po’ di embrioni fecondati abbia almeno la creanza di pulire per terra, se dona in giro semi e ovuli almeno si registri allo sportello di competenza presentando documento d’identità e codice fiscale tanto poi ai figli mica glielo dicono chi è.
    La ministra Lorenzin è soddisfatta, perché finalmente una materia minata, delicata e scabrosa come questa è stata domata, sedata, circoscritta dal suo Tavolo Tecnico. Ecché, mica in Italia si può fecondar così la prima provetta che capita a tiro; in Itaglia bisogna farlo in posizione canonica, come lo Stato comanda. E così il giorno dopo tutti sono contenti, le coscienze si sono rasserenate, le morali sono andate in soffitta, sotto a chi tocca.
    Curioso davvero questo Belpaese coi buchi: qui da noi la Destra, scusate il Centro-destra è una di quelle cose che si batte da sanfedista quando è all’opposizione, ma che non appena gli fan vedere quanto è comoda la seduta e quanto è ergonomico lo schienale di una poltrona da ministro si pente, patteggia, chiedo lo sconto di pena, “se volete faccio anche le pulizie però lasciatemi giocare ancora”.
    E così arriva la Lorenzin radiosa di essere riuscita a puntare i piedi da vera dura davanti ai colleghi di governo a regia sinistra: perché da oggi anche l’Itaglia c’avrà il suo bel registro orwelliano di donatori di semi e di ovuli, ma soprattutto perché noi itagliani che c’abbiamo una coscienza sociale questa conquista di civiltà la diamo via aggratis!…. Sì, gratis: i donatori verranno rimborsati dallo Stato e tutta la pratica sarà a carico del Servizio sanitario nazionale, «inserita», dice la ministra, «nei Livelli essenziali di assistenza in sede di prossimo aggiornamento».
    Ma come gratis? E chi lo paga il Servizio sanitario nazionale, chi li paga quei LEA tali per cui in Itaglia la fecondazione eterologa diventa una necessità primaria della tutela della salute dei cittadini compresi quelli che non la vogliono proprio come la riforma sanitaria regalata da Barack Obama agli Stati Uniti impone ai datori di lavoro di garantire la mutua ai dipendenti anche per aborto, anticoncezionali e sterilizzazione? Chi paga, quanto costa la baracca? Ovviamente sono i cittadini itagliani a pagarla la costosa baracca, con le maledette tasse.
    Sissignore, l’Itaglia è quel Paese dove la Sinistra è quel disastro che è in ogni angolo del mondo e la Destra è quella che è felice di dirmi che l’eterologa che il mio vicino ha deciso di regalarsi la offro io. Ci fosse uno che ha protestato…
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    Messa nera, battaglia legale
    C’è una guerra in corso a Oklahoma City, su una messa nera che dovrebbe svolgersi in pubblico il 21 settembre; e l’arcivescovo Paul Coakley ha vinto una battaglia, forse la più importante.
    MARCO TOSATTI
    C’è una guerra in corso a Oklahoma City, su una messa nera che dovrebbe svolgersi in pubblico il 21 settembre; e l’arcivescovo Paul Coakley ha vinto una battaglia, forse la più importante.
    La storia, in breve.
    Un gruppo satanista ha organizzato per il 21 settembre una Messa nera nell’Auditorium musicale del comune. L’arcivescovo aveva chiesto di riconsiderare la decisione, ma le autorità municipali hanno risposto picche, e che cioè, se nessuna legge era infranta durante l’evento, non c’erano problemi. Ha aggiunto che eventi del genere negli anni precedenti avevano avuto pochissimo, o addirittura nessun pubblico.
    L’organizzatore della Messa ha detto di aver ricevuto per posta, anonimamente, un’ostia consacrata; che, a quanto pare, è un elemento centrale del rito satanico.
    Nel corso della cerimonia, come ha spiegato a CNA l’arcivescovo, "quello che è più sacro ai cattolici viene irriso, dissacrato in maniera volgare, spesso violenta e sessualmente esplicita".
    I vescovi di Oklahoma hanno organizzato una novena di preghiera; ma, inoltre, l’arcivescovo ha sporto una denuncia, in tribunale, per bloccare il tutto. In base a un ragionamento molto semplice: un’ostia consacrata è di proprietà legale della diocesi.
    Di conseguenza, se gli organizzatori affermano di averne una in loro possesso, si tratta di qualche cosa di ottenuto in maniera fraudolenta.
    La denuncia ha funzionato: il Tribunale ha accolto la tesi sostenuta dall’avvocato Michael Caspino, e ha ingiunto all’organizzatore della Messa nera di rendere l’ostia alla diocesi. Il satanista si è piegato all’ingiunzione.
    “Un momento chiave della Messa nera consiste nel dissacrare o distruggere un’ostia consacrata. Senza di ciò, la Messa nera non ha nessun significato, e così quel gruppo non sarà in grado di compiere il suo rituale satanico come aveva previsto”, ha commentato Caspino.
    Messa nera, battaglia legale

    Il caso Eschliman, licenziato dal suo giornale per aver criticato la “bibbia gay”. Sul suo blog personale
    Caporedattore del Newton Daily News, è stato cacciato per le sue opinioni ritenute “omofobe”: «Compromettono la nostra reputazione». Il giornalista ha sporto denuncia per «discriminazione religiosa»
    Benedetta Frigerio
    Ha scritto che è in atto una «dittatura gender», giocando con le parole e scherzando sull’azione da “Gaystapo” dagli attivisti Lgbt che hanno pubblicato la Queen James Bible, una versione della bibbia modificata «per evitare interpretazioni “omofobiche”». Per questo Bob Eschliman, quarantenne caporedattore del quotidiano dell’Iowa Newton Daily News, è stato licenziato. Il giornalista, che ormai da due anni aveva assunto l’incarico di responsabilità all’interno del giornale, ha espresso le sue opinioni sul suo blog personale e fuori dall’orario di lavoro, ma questo non è servito a salvargli la carriera.
    LA FRASE CONTESTATA. Tutto è cominciato quando il giornalista ha scritto che gli autori della bibbia arcobaleno «vogliono rendere la loro natura peccaminosa “accettabile a Dio”». Accusato di “omofobia” da esponenti della comunità gay, il 6 maggio Eschliman è stato licenziato dal gruppo Shaw Media, proprietario della testata, perché – si legge nell’editoriale di spiegazione pubblicato dal Newton Daily News – con le sue opinioni «ha compromesso la reputazione del giornale e la sua capacità di condurlo».
    «IO DISCRIMINATO». Per tutta risposta Eschliman, dipendente del quotidiano da 16 anni, ha denunciato il gruppo per «discriminazione religiosa», sicuro di essere stato allontanato «per la mia identità di cristiano evangelico che crede nelle Sacre Scritture e nella visione biblica del matrimonio». Il giornalista inoltre ha chiarito che i suoi datori di lavoro erano a conoscenza del blog, tanto che al momento dell’assunzione «mi dissero che non c’era alcun problema»: se voleva condividere le sue opinioni personali con il pubblico Eschliman poteva farlo. Anzi, ha spiegato l’ex caporedattore, «i miei datori di lavoro ci hanno sempre incoraggiato a usare i social media a livello personale e so di molti altri dipendenti che lo fanno». Il giornale «non ha mai avuto una politica proibitiva rispetto ai blog personali, a Twitter, a Facebook o ad altri social network».
    DUE PESI E DUE MISURE. Shaw Media nel frattempo ha messo le mani avanti spiegando già a maggio che «qualcuno che ci criticherà e citerà erroneamente i diritti di Mr. Eschliman garantiti dal Primo emendamento» ma così come «lui ha il diritto di esprimere la sua opinione, anche noi abbiamo il diritto di selezionare i redattori che crediamo rappresentare al meglio la nostra compagnia». Resta il fatto che il giornalista è stato buttato fuori per idee esternate come proprie, e non attribuibili alla testata: «Sono stato licenziato solo per aver mostrato e parlato sinceramente delle mie convinzioni religiose sul mio blog personale e fuori dall’orario di lavoro», ha rimarcato spiegando le ragioni della causa legale avviata. Con un’aggiunta preoccupante: l’editore Shaw Media, ha rivelato Eschliman, «mi ha detto che in futuro non assumerà più nessuno che abbia convinzioni religiose simili alle mie».
    Giornalista americano critica la bibbia gay: licenziato | Tempi.it

    Un esempio di soft power occidentale: la propaganda omosessuale contro la Russia
    di Enrico Galoppini
    Per comprendere correttamente la propaganda omosessuale esercitata dall’America e dai suoi alleati contro la Russia, è necessaria una premessa che permetta d’inquadrare la questione nel più vasto contesto di quelli che vengono definiti i “valori occidentali”. Tra questi si contano senz’altro quelli della “libertà” e della “tolleranza”. Bisogna però intendersi bene su cosa s’intende con queste parole.
    Per l’occidentale medio moderno – ovvero colui che è il portato di almeno due secoli e mezzo di speculazione filosofica illuminista e laicista, delle “rivoluzioni” politica, industriale e tecnologica, oltre che di due guerre mondiali che ne hanno minato le preesistenti “certezze” – concetti come “libertà” e “tolleranza” trovano il loro fondamento nell’idea che ciascuno disponga di un inalienabile “diritto di scelta”. Un “diritto” che si esplica dall’acquisto di un prodotto all’abbigliamento preferito, dalla preferenza per il luogo in cui vivere a quella per una religione o un’altra, fino alla libertà di scelta del genere sessuale.
    Di pari passo, l’occidentale soddisfatto di essere “moderno” considera il “relativismo” quale la pietra angolare di ogni relazione sociale e culturale. Ogni “assoluto” è apertamente considerato un retaggio di una mentalità “barbara e retrograda”.
    Il “relativismo”, a sua volta, si sposa con l’individualismo e l’utilitarismo: l’essere umano, che si concepisce come mero “individuo” in grado di prescindere da ogni dimensione nazionale e comunitaria, opta per ciò che più gli fa comodo in un certo momento. Siccome tutti sono incoraggiati (dai “media” e dagli “intellettuali”) a pensare e a comportarsi in questo modo, ecco che l’Occidente postula un mondo senza più “confini”, fisici o mentali che siano. La nozione stessa di “limite” dà tremendamente fastidio.
    L’uomo moderno si considera di conseguenza come il più “aperto” tra tutti i suoi simili che lo hanno preceduto o che ancora si “attardano” su visioni del mondo “del passato”. Ma sebbene tutto ciò sembri preludere ad una radiosa “nuova era” dell’umanità, di cui l’Occidente coi suoi “valori” sarebbe l’avanguardia, c’è da considerare il fatto che vi è un Grande Assente.
    Il Grande Assente è Dio.
    Bisogna tuttavia intendersi. Anche nell’Occidente propriamente detto esistono uomini per i quali Dio ha un posto nella loro vita. Ma il più delle volte “l’idea di Dio” che si fanno è quanto mai distante da quella che tradizionalmente si sono fatti tutti i popoli e le civiltà precedenti. Il ‘dio occidentale’ – ovvero la maniera in cui i moderni s’immaginano il Principio, l’Origine di tutte le cose – è una proiezione delle loro predilezioni e dei loro desideri più o meno frustrati ed inconfessati. Un “dio” siffatto è l’anticamera del “mondo senza Dio”, poiché per tutte le tradizioni religiose che ci hanno preceduto Dio “ha parlato”, indicando chiaramente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per le Sue creature. Destinate alla beatitudine o alla dannazione.
    Per il “pensiero moderno”, detto “laico”, ciò è inconcepibile. Per esso è l’uomo a dover decidere, in prima persona, quel che è “bene” e quel che è “male” per lui. La religione, in un simile contesto, finisce per svolgere un ruolo ‘consolatorio’, oltre che quello di agenzia per il sostegno di alcune categorie di “bisognosi”. Le conseguenze devastanti dell’ateismo di fatto occidentale non sono forse ancora state considerate appieno, né si sono manifestate in tutta la loro funesta tragicità. Il risultato, comunque, comincia a delinearsi chiaramente, e va sotto il minimo comun denominatore del “caos”. Una mancanza di un Ordine, quello patito dalle “società occidentali”, che non può non estendersi al basilare ambito dei sessi e delle relazioni tra di essi.
    Nelle suddette aggregazioni umane regolate in base allo schema “contrattualistico” (simulata societas), opposto a quello “natural-comunitario” (innata societas), ciascuno viene educato alla massima del “fai come vuoi”, la quale, tanto per chiarire ulteriormente le cose, era la stessa di Aleister Crowley, considerato uno dei capostipiti del Satanismo moderno. Siamo partiti dalla “libertà” e dalla “tolleranza” e ci troviamo nel Satanismo. Non è affatto uno scherzo, né un’esagerazione.
    Il Satanismo, ridotto alla sua essenza, è – più che l’adorazione di qualche strano essere raffigurato con le sembianze d’un caprone – la deificazione di se stessi, di quell’ego illusorio che ogni tradizione religiosa regolare indica come il “nemico principale” (e fondamentalmente l’unico).
    Questo nemico dell’uomo, che gli è più vicino della sua stessa vena giugulare, che non l’abbandona mai e, anzi, eleva il tiro a seconda del grado di realizzazione spirituale di ognuno, è alla base di ogni deviazione moderna, da quelle teologiche a quelle politiche, da quelle economiche a quelle culturali eccetera.
    Non si va lontani dal vero affermando che il “mondo moderno” è un ambiente nel quale le forze più basse che traggono l’uomo nei recessi più reconditi ed oscuri della sua coscienza confusa hanno avuto, mai come ora, una piena libertà di esprimersi.
    Ad ogni modo, di fronte a tali forze, provvidenzialmente, si erge sempre un “katéchon”, ovvero “ciò che trattiene o colui che trattiene”, che con la sua stessa presenza dilaziona l’avvento del Regno parodistico dell’Anticristo.
    Non è facile individuare nel concreto chi o che cosa svolga tale funzione nella nostra epoca. Tuttavia, ci sono vari indizi che permettono di scorgere nella dirigenza della Federazione russa, e, nello specifico, in Vladimir Putin, un elemento che frena lo scatenamento di quelle forze, evitando il crollo definitivo della “muraglia”.
    Tale ruolo non è appannaggio esclusivo di nessuno, pertanto si può ascrivere a questa provvidenziale funzione anche l’azione di altre organizzazioni o altre personalità. È universalmente noto, infatti, il ruolo dei santi e delle loro preghiere.
    Ma qui stiamo parlando di politica, e poiché ciascuno fa la sua parte, va detto che Putin ha contribuito non poco, con le sue iniziative, a non far precipitare la parte di mondo che egli amministra nella medesima spirale “egoica” che altrove ha visto dispiegarsi, uno dopo l’altro, fenomeni edonistici di massa o elitari, tutti parimenti distruttivi.
    Questo ruolo la dirigenza russa lo condivide con altre dirigenze “non allineate”: si pensi alle pressioni mediatiche esercitate su Ahmadinejad, il quale, ospite in Europa, venne bersagliato con domande sui “diritti degli omosessuali” in Iran, rispondendo ai giornalisti che “il problema non sussiste”, poiché nella Repubblica Islamica non è previsto un “terzo genere”, visto che ad un certo punto chi non si sente bene nel sesso che la Natura gli ha dato deve prima o poi cambiarlo (cosa non proibita dall’Islam sciita, che ammette il necessario intervento chirurgico), senza restare indefinitamente coi proverbiali piedi in due staffe.
    L’Occidente, nel frattempo, è andato molto più avanti, avendo cernito ben ventitré “generi sessuali” (1)! Ciò non è affatto strano, poiché, come premesso, una volta reso l’ego (cioè il proprio Satana interiore) la propria guida e il proprio metro di giudizio, ogni “libertà” è ammessa. Ma questa “libertà” richiede, a suo modo coerentemente, di essere legittimata e resa perciò “legale”.
    Di qui la propaganda e le pressioni che investono in primis i Paesi posti sotto diretto controllo dell’America, che devono adeguare le loro leggi in materia, accogliendo le nuove idee sui diversi “orientamenti sessuali” (2), mentre il medesimo apparato persuasivo viene scatenato contro il resto del mondo non ancora “al passo coi tempi”.
    Le occasioni non mancano, in particolare in Russia: dalla mancata concessione delle autorizzazioni per il “Gay Pride” a Mosca (3), all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali a Sochi nel febbraio del 2014. Proprio in concomitanza con quest’evento, in un articolo per il sito della rivista, che invito a leggere (4), mi sono occupato della questione, cercando di individuare alcuni elementi che val la pena di ripetere ed approfondire.
    Per prima cosa, è da rilevare che non si tratta di mera “propaganda”. Il cosiddetto “soft power” – nel quale possiamo inscrivere la propaganda pro-omosessuali – è importante per l’America e gli occidentali quanto le armi vere e proprie. L’attacco a quelle realtà rimaste immuni dal contagio edonistico viene portato, in mancanza della possibilità di attaccare con le “cannoniere”, con una capillare opera di penetrazione nelle mentalità di cui si fanno carico “intellettuali” e “giornalisti”. A montare “il caso” bastano inoltre pochi “attivisti”, circondati dalle telecamere dei “media”: ciak, si gira, va in scena la “repressione”! Come da manuale della “sovversione” nella quale si sono specializzate alcune agenzie governative e non, appositamente create per diffondere la retorica dei “diritti umani”.
    Nel succitato articolo rilevavo anche lo sprezzo del ridicolo da parte dei dirigenti americani quando affermano di “difendere la diversità” (5). Ricordavo infatti la fine che hanno fatto i popoli nativi del “nuovo continente”, al confronto con quelli d’Eurasia che hanno conosciuto da secoli la colonizzazione russa. Da una parte lo sterminio e la riduzione alla fame, dall’altra l’inglobamento in una “casa comune” che conta una miriade di etnie e religioni, di cui periodicamente il presidente Putin tesse orgogliosamente l’elogio in quanto rappresenta il fiore all’occhiello del “rispetto delle differenze” così come viene concepito dalla dirigenza russa (6).
    Oltretutto, le “comunità”, tra cui si annovera anche quella LGBT (7), sono un terreno fertile per le “rivendicazioni” all’insegna proprio di quella “libertà” astratta che abbiamo testé denunciato e che viene alimentata coi mezzi più subdoli. Si tratta della strategia del divide et impera che crea per l’appunto “minoranze”, “popoli oppressi” ed altre “categorie” – tra cui quelle “di genere” – meritevoli d’un qualche tipo d’interessamento da parte dell’America e delle sue schiere di nuovi “missionari” (8).
    Siamo di fronte a due modelli antitetici: la Russia persegue l’unione nella diversità, cercando ciò che unisce seppur nelle inevitabili differenze; l’America alimenta ed esalta le “differenze”, con l’obiettivo di appiattire tutti quanti su una parvenza di unità che si regge non sul riconoscimento della fondamentale unità delle rispettive radici e tradizioni (“modello russo”), quanto su un “contratto sociale” di tipo utilitaristico che permette, proprio a scapito delle radici e delle tradizioni, di dare libero sfogo alle “libertà individuali”.
    La Russia, consapevole della portata distruttiva della cosiddetta “ideologia del genere”, che sta producendo altri capolavori come l’idea balzana che possa esistere una particolare forma di omicidio denominata “femminicidio” (9), nel gennaio 2013 ha così proibito ogni forma di propaganda da parte dei militanti per la “causa omosessuale”.
    Subito, le catene mediatiche occidentali, hanno parlato di “legge anti-gay”. Ma non è vero che questa legge, approvata da 388 membri della Duma (con un voto contrario ed un astenuto), sia “contro i gay”. Essa è semplicemente contraria alla propaganda omosessuale (10). O meglio, è “contro i gay” nella misura in cui il termine “gay” indica il militante di una causa che i nemici della Russia utilizzano per scardinarvi ogni ordine naturale (11).
    La legge in questione colpisce in maniera particolarmente severa la diffusione di quest’ideologia tra i bambini. Tutto il contrario delle scuole occidentali, nelle quali appositi “programmi educativi” sono destinati proprio alle scolaresche d’ogni ordine e grado, senza risparmiare quelle delle scuole materne…(12). Ma è tutto il sistema occidentale che va adeguandosi, con l’industria dello spettacolo a fare da “avanguardia dell’Inferno” (si pensi a video di certe “popstar”) e le amministrazioni locali che istituiscono “servizi” appositamente dedicati (13).
    Il “politicamente corretto” fa il resto. Così, appena qualcheduno esce dai “limiti del discorso”, peraltro sempre più ridotti, ecco che viene bollato come “omofobo”. Le leggi “contro l’omofobia” sono così diventate all’ordine del giorno dei Paesi cosiddetti “avanzati”, e quel che più sbalordisce chi osserva questo fenomeno è il pressoché completo allineamento all’opinione pro-gay di tutti coloro che hanno una qualche “posizione” nella società.
    La questione presenta varie analogie con quella dell’“antisemitismo”. In entrambi i casi nessuno può fiatare, pena l’esclusione e la morte civile, ma la “categoria intoccabile” non è né amata né fondamentalmente rispettata dai “padroni del discorso”. Tant’è vero che né gli omosessuali non militanti (che non pretendono di essere sposati, per esempio) né gli ebrei non appiattiti sulla politica e l’ideologia israeliane dispongono di qualche spazio sui “media” (14).
    Le possibilità che questa propaganda attecchisca anche in Russia non sono molto alte. È evidente che il lavaggio del cervello funziona solo nei Paesi prima occupati militarmente e poi sottoposti ad una rieducazione forzata mirante a snaturarne completamente il carattere (15).
    Ma una falla può sempre aprirsi.
    La disponibilità ad ammettere che una famiglia (con figli!) possa essere formata da due elementi del medesimo sesso nasce in un contesto destabilizzato per quanto riguarda ciò che forma le basi stesse della vita delle persone: gli stili di vita, il cosiddetto tempo libero, l’arte e la cultura, per finire col lavoro e le norme che lo regolano. Queste non sono “neutre”, ma condizionano pesantemente l’assetto familiare, quando non vi sono più orari definiti, “feste comandate”, la certezza del deprecato “posto fisso” e, soprattutto, ruoli e funzioni diverse ma complementari nella relazione coniugale. L’idea che sta alla base delle “società moderne” è quella della fluidità. Nulla è stabile, nulla è dato una volta per tutte. Nulla è “così come è”.
    I giorni sono perciò tutti uguali, tutti utili per fare “shopping”. La “flessibilità” e la “mobilità” sono la regola aurea non solo dei rapporti di lavoro, ma anche familiari. Si divorzia con disinvoltura come ci si cambia un paio di scarpe, così, mentre il terreno diventa sempre più instabile, qualcuno può cominciare a porsi seri dubbi sulla sua normalità (16), a maggior ragione se fin dalla scuola è stato indottrinato e “aiutato” a scoprire il suo vero “orientamento sessuale”.
    L’interesse delle élite che mirano all’instaurazione d’un “Governo mondiale” è evidente: un essere destabilizzato ed in balia delle correnti “sociali”, “economiche” eccetera è senz’altro più facile da controllare e manipolare. Questo perché è in preda al proprio ego, che in ogni tradizione religiosa regolare è indicato come quell’anima concupiscente che si pone come ostacolo ad ogni autentica “liberazione”. La quale sta ad uno stato dell’essere che trascende quello della mera individualità come la parodistica “liberazione” dei moderni sta ad una completa resa alle forze più basse e confuse che si agitano nel profondo (il cosiddetto “subconscio”).
    Stia bene in guardia, dunque, la Russia, nel non fare alcuna concessione a questo tipo di propaganda e ai suoi aedi (17). E, in particolare, a non adeguarsi a quelle manifestazioni della “modernità” più distruttive per l’integrità delle basilari cellule sulle quali si fondano l’unità e salute della nazione.
    NOTE
    1) “Maschio e femmina li creo?”. Ma va là, esistono 23 generi sessuali, “Tempi”, 20 gennaio 2013 (Esistono 23 generi sessuali | Tempi.it).
    2) Qui si può consultare una mappa dei Paesi che ammettono le cosiddette “nozze gay”: Matrimonio tra persone dello stesso sesso - Wikipedia.
    3) Nel 2007, la lobby omosessuale ed i suoi “attivisti” hanno provato ad imporre alla città di Mosca, sebbene non fosse autorizzata, una “marcia dell’orgoglio omosessuale” (il cosiddetto “Gay Pride”). Cfr. “La Repubblica” [giornale di proprietà dei De Benedetti dichiaratamente schierato con la suddetta lobby] del 27 maggio 2007, Gay Pride a Mosca, aggrediti i radicali. Picchiata anche Vladimir Luxuria [si noti la “a” di “picchiata”, nda]: Gay Pride a Mosca, aggrediti i radicali Picchiata anche Vladimir Luxuria - esteri - Repubblica.it.
    4) E. Galoppini, Sochi 2014: di nuovo “sport e politica”, Eurasia-rivista.org, 19 dicembre 2013 (SOCHI 2014: DI NUOVO ?SPORT E POLITICA? | eurasia-rivista.org).
    5) “La nostra delegazione a Sochi rappresenta la diversità che gli Stati Uniti costituiscono”, ha affermato la portavoce della Casa Bianca annunciando che la guida della delegazione degli atleti americani era stata affidata ad una “icona” del “movimento gay” nello sport.
    6) Concetto, questo, ribadito anche nel mezzo della “crisi ucraina” dallo stesso presidente Putin e dal suo consigliere per le questioni culturali Vladimir Tolstoy: Putin advocate single cultural space within Russian borders, “Russia Today”, 24 aprile 2014: Putin advocates single cultural space within Russian borders ? RT Russian politics.
    7) Acronimo che sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender.
    8) Fondamentale è il ruolo di istituti specializzati nelle tecniche di controllo mentale e di “guerra psicologica”. Cfr. D. Estulin, L’Istituto Tavistock, (trad. it.) Macro Edizioni, Cesena (FC) 2014.
    9) E. Galoppini, L’ultima trovata dell’ego ribelle: il “femminicidio”, “Europeanphoenix.it”, 31 dicembre 2012 (L’ultima trovata dell’ego ribelle: il “femminicidio”, Enrico Galoppini).
    10) Russian Duma gives first not to nationwide ban on gay propaganda, “Russia Today”, 25 gennaio 2013 (Russian Duma gives first nod to nationwide ban on gay propaganda ? RT Russian politics).
    11) E. Galoppini, Aspetti del degrado occidentale: 2 – L’omosessualità ostentata, “Europeanphoenix.it”, 8 agosto 2012 (ComeDonChisciotte Forums-viewtopic-L'Omosessualità ostentata- GayPride approda anche in Vietnam).
    12) Si registrano ad ogni modo delle resistenze da parte di rilevanti settori delle popolazioni occidentali: è il caso della Francia, dove i genitori contrari alla propaganda omosessuale e all’ideologia “di genere” nelle scuole ha proclamato, con un discreto successo, un boicottaggio delle scuole da parte dei loro stessi figli.
    13) Per esempio: Servizio LGBT (Pari Opportunità, Tempi e Orari della Città).
    14) Oltre a ciò, è degno di nota il fatto che gli stessi “media” non disdegnano d’insinuare l’omosessualità di personaggi scomodi per il sistema: si pensi all’austriaco Haider, ufficialmente morto in un incidente stradale, sul quale uscirono delle “rivelazioni” riguardanti una sua relazione omosessuale, onde screditarlo in quando uomo politico “di destra”.
    15) E. Galoppini, Dalla “Repubblica delle banane” alla Repubblica “Gay-friendly”, “Europeanphoenix.it”, 13 aprile 2013 (Dalla “Repubblica delle banane” alla Repubblica “Gay-friendly”?, Enrico Galoppini).
    16)La parola “eterosessuale” è da respingere poiché anche se di per sé sarebbe l’opposto di “omosessuale” ha preso un significato tendente ad offuscare il fatto che una normalità esiste. Una normalità che contempla, in percentuali ridotte, la presenza di esseri umani attratti da altri dello stesso sesso. I quali, però, per il semplice fatto che la Natura non consente loro la riproduzione devono per forza di cose non costituire la maggioranza, altrimenti la specie umana rischierebbe l’estinzione pura e semplice.
    17)A mero titolo d’esempio: Russia, nuova sfida di Navalny a Putin: “Se eletto porterò il gay prode a Mosca”, “La Stampa”, 27 agosto 2013: La Stampa - Russia, nuova sfida di Navalny a Putin ?Se eletto porterò il gay pride a Mosca? [“La Stampa”, di proprietà degli Elkann, è un altro quotidiano apertamente schierato con la propaganda omosessuale].
    Un esempio di soft power occidentale: la propaganda omosessuale contro la Russia | Azione Tradizionale


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Il film di interesse culturale “Hungry hearts” di Saverio Costanzo, che ha avuto i miei soldi di contribuente (essendo di interesse culturale è stato finanziato dal ministero dei Beni culturali), non avrà i miei soldi di spettatore. E’ di interesse culturale, ci mancherebbe, non esiste nulla che non sia di interesse culturale. Purtroppo però la cultura del film è nemica della cultura di chi pagando le tasse ha contribuito a produrlo.
    Tratto da un bellissimo e importantissimo romanzo di Marco Franzoso scritto e intitolato in italiano (“Il bambino indaco”, Einaudi), è girato e intitolato in inglese. Come mai il regista non si è fatto finanziare da un ministero inglese o americano o australiano? Il libro è ambientato a Treviso, Caorle, Colli Euganei, e al di là della storia drammatica forniva spunti per bei paesaggi, bei richiami turistici: tutto inutile, visto che il film è ambientato a New York.
    Franzoso ha scritto un vibrante atto di accusa contro la gnosi contemporanea, mostrando il lato criminale del veganesimo. Costanzo, forse per non inimicarsi le donnine buddistofile che sono lo zoccolo duro del Film Mibac (sottogenere cinematografico appena codificato da Andrea Minuz), pilatesco afferma di non voler giudicare la protagonista vegana che in nome del veganesimo affama e quasi uccide il proprio bambino. Rinunciando a chiamare male il male ha assassinato un romanzo e un pezzo di realtà. Il nulla sia con lui.
    PREGHIERA - 02 Settembre 2014

    Dopo gli animali, verso la vivisezione umana?
    Francesca Lozito
    Scenderanno in piazza i ricercatori italiani. Per chiedere che la legge delega con cui il Parlamento ha recepito la direttiva europea sulla sperimentazione sugli animali venga modificata. Il rischio? Che si blocchi la ricerca non solo nel nostro Paese ma anche nei progetti di collaborazione con l’Europa.
    A guardarla da fuori la vicenda della legge sulla sperimentazione sugli animali sembra la solita guerra tra tifosi: animalisti da una parte, scienziati crudeli dall’altra. Ma così non è: da alcuni anni la comunità scientifica studia come continuare a usare gli animali ma nel rispetto dei principi etici anche nei loro confronti. Ne è una dimostrazione pratica la Dichiarazione di Basilea, sottoscritta dalla comunità scientifica nel 2010. In essa si legge che di fronte a malattie infettive o allo studio del patrimonio genetico dell’uomo è inevitabile passare attraverso lo studio delle malattie sugli animali: ma per farlo occorre rispettare gli animali, usarli quando non è possibile che ci siano metodi alternativi, custodirli in modo rispettoso e non recare loro sofferenze.
    In un gioco di emendamenti e rimpalli tra commissioni, Camera e Senato, il recepimento della direttiva europea è avvenuto a fine luglio in modo concitato per evitare la non approvazione, con multa da 40 milioni di euro all’Italia da parte dell’Europa. Ora la palla è nel campo del governo cui spetta decidere se mantenere o togliere i paletti introdotti dal Parlamento. Tra i parlamentari che si sono battuti per impegnare il governo al cambiamento c’è Paola Binetti: «Sono infondate – dice – alcune affermazioni che fanno gli animalisti sull’inutilità della sperimentazione sugli animali in virtù di metodi di ricerca che escluderebbero l’utilizzo di cavie. Ma la sperimentazione animale può essere indispensabile per la ricerca di base, a livello di corredo cromosomico tra uomini e animali esistono molte più similitudini che differenze».
    La frontiera successiva all’eliminazione degli animali dalle fasi di sperimentazione è quella di giocarla sugli embrioni umani, se non direttamente sull’uomo: «C’è stata da parte degli animalisti una enfasi inappropriata nei confronti delle metodiche alternative – spiega Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, che si è battuto strenuamente contro le norme restrittive –. Le cellule in vitro non sono così vicine all’uomo come lo sono gli animali». È noto che esistono progetti – come «Esnats», finanziato dall’Unione europea – sul fronte degli embrioni umani, "alternativa" agli animali che non pare meritevole di tutela né di campagne d’opinione. Ancora Garattini: «Fermare l’uso di cavie animali nella ricerca equivale a fare un torto ai malati. Quale logica irrazionale ha spinto a una decisione del genere? E poi, abbiamo bisogno di studiare le smart drugs quelle oggi più in auge nello sballo dei giovani. Di queste nuove droghe, dei loro possibili effetti non sappiamo proprio nulla. Bisogna farlo passando sugli animali».
    Andrà spiegato per bene ai promotori della petizione europea «Stop vivisection» che stanno promuovendo la raccolta di firme nei 28 Paesi della Ue per giungere a un milione di adesioni e tentare così di imporre il bando all’uso di animali nella ricerca scientifica. Con l’effetto indiretto di spalancare la porta agli esperimenti su embrioni umani o su persone usate come cavie (si pensi a poveri di Paesi senza tutele, disabili gravi, anziani, pazienti in stato di incoscienza, malati terminali...). La petizione, in tutto gemella alla contemporanea raccolta di firme per «Uno di noi», potrebbe sortire l’obiettivo paradossalmente opposto: si salvano gli animali, si rischia di aprire alla vivisezione umana. Spot radiofonici, testimonial di nome, il sostegno di una cultura mediatica pressoché omogenea che nel nome del doveroso rispetto per gli animali finisce per ignorare che la dignità dell’uomo è intangibile. Perché nessuno ha speso una parola per «Uno di noi», campagna che ha visto impegnate migliaia di persone in tutta Europa senza il benché minimo appoggio politico e mediatico (mezzi di comunicazione dei cattolici a parte)? Proteggiamo gli animali, ma anzitutto salviamo l’uomo.
    Dopo gli animali, verso la vivisezione umana? | Vita | www.avvenire.it

    «Mia madre non era malata ma l’hanno uccisa con l’eutanasia». In un film la verità sugli abusi della legge in Belgio
    Nel documentario di Pierre Barnérias medici e parenti delle vittime raccontano la realtà della “buona morte”. Che permette veri e propri «omicidi camuffati»
    Leone Grotti
    La mamma di Marcel Ceuleneur non era in fase terminale, anzi, non era neanche malata, salvo gli acciacchi dell’età avanzata, e non soffriva di dolori insopportabili. Eppure «le hanno fatto l’eutanasia, anche se la sua situazione non soddisfaceva i criteri stabiliti dalla legge». Quello della madre di Marcel è solo uno dei tanti casi di eutanasia in Belgio, in costante crescita negli anni e legale dal 2002: se “appena” 235 persone vi hanno fatto ricorso nel 2003, nel 2011 sono diventate già 1.133.
    LAVAGGIO DEL CERVELLO. Dopo le tante testimonianze raccolte da rapporti indipendenti sull’abuso dell’eutanasia nel paese, dove solo il 20 per cento dei casi viene dichiarato, è uscito da poco un documentario intitolato “Eutanasia, fino a dove?” (si può vedere qui, in francese) che raccoglie storie e testimonianze, come quella di Manuel, che documentano l’abuso della legge. Manuel è un sindacalista che non aveva mai avuto niente da ridire sulla “buona morte”, fino a quando non ci è passata sua mamma. «Io ero contrario all’eutanasia di mia mamma – racconta nel documentario realizzato dal giornalista Pierre Barnérias – il suo medico di fiducia era contrario, così come tutta la mia famiglia. Lei non aveva mai parlato di eutanasia, per giunta, se non dopo aver conosciuto un medico che le ha fatto il lavaggio del cervello e l’ha uccisa senza che ci fossero le precondizioni stabilite dalla legge. La verità è che dicono che vale solo in certi casi, ma poi succede tutt’altro».
    CONTROLLORI NON CONTROLLANO. Secondo la legge solo un malato in fase terminale e senza speranze cliniche, attraverso ripetute domande scritte, dopo la valutazione di un secondo medico e di una équipe di infermieri può ottenere l’eutanasia. Ma secondo quanto dichiarato nel documentario dalla presidente della Commissione di controllo che deve assicurarsi che la legge non venga abusata, «noi riceviamo direttamente le dichiarazioni dei medici, che spesso sono compilate in modo incompleto. Purtroppo, non abbiamo la possibilità di valutare il numero reale di casi di eutanasia praticati nel paese». La Commissione, infatti, valuta i rapporti inviati dai medici e non è in grado di fare controlli indipendenti.
    ALTRO CHE AUTODETERMINAZIONE. Etienne Montero, docente alla facoltà di Diritto di Namur, capitale della Vallonia, conferma che «non si può controllare l’eutanasia, l’ha ammesso la stessa Commissione di controllo. È chiaro che un medico che va contro la legge non si denuncia da solo: o non riporta alla Commissione il caso di eutanasia o riempie male i moduli o li falsifica. Secondo uno studio recente, solamente in un caso di eutanasia su due è stato raccolto il consenso scritto dei pazienti. Questo è illegale. L’ideologia alla base di questa legge è il rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione, ma è evidente che viene contraddetto ogni giorno nei fatti».
    «SAREMMO TUTTI ASSASSINI». Lo sanno bene gli stessi medici che praticano l’eutanasia. Il dottor Marc Cosyns, intervistato nel documentario, afferma: «La legge sull’eutanasia belga è molto simile a quella olandese. Ma non è così rigida, si può interpretare molto da caso a caso. Il problema più grande del Belgio è che ci sono dei pazienti dementi o malati mentali che non possono più esprimere il loro consenso. Per loro oggi è impossibile applicare l’eutanasia rispettando la legge e quando lo si fa, non si dichiara niente al governo. È chiaro che questa cosa è un po’ illegale, infatti bisogna cambiare il sistema perché attualmente potremmo essere tutti definiti dalla legge assassini. Noi invece facciamo solo quello che i pazienti ci chiedono».
    IL RACCONTO DELL’INFERMIERA. Claire-Marie Le Huu, infermiera belga conferma in video la leggerezza con cui viene somministrata la “buona morte”: «Ho assistito a tanti casi di eutanasia somministrata in modo illegale. In uno dei primi, un anestesista una volta mi ha chiesto di aiutarlo con una persona che aveva chiesto di morire. Io mi sono rifiutata perché quell’uomo non soffriva assolutamente in maniera insopportabile e non c’erano i requisiti previsti dalla legge. L’ho detto ai miei capi, ma dalle loro risposte evasive ho capito che era una pratica consolidata. Quell’uomo alla fine è morto e come lui tanti altri».
    EUTANASIA PER L’EREDITÀ. Uno degli argomenti usato spesso contro l’eutanasia in Belgio è che può portare a veri e propri omicidi legalizzati, convincendo persone anziane e sole che la morte è la scelta migliore, facendole sentire un peso per la società e la famiglia. Una storia simile raccolta nel documentario viene racconta da Catherine, signora anziana che preferisce mantenere l’anonimato totale: «Dopo la morte di suo marito, mia sorella è rimasta sola. Era anziana, i suoi due figli medici la controllavano spesso e quando si sono accorti che un uomo andava sempre in casa sua per farle i lavori di casa, hanno avuto paura che lei dilapidasse tutti i risparmi che aveva. Per questo l’hanno convinta a fare l’eutanasia. Avevano tutti i moduli in ordine, tranne il fatto che mia sorella non era malata. Io poi non sono neanche stata informata della sua scelta. La verità è che i figli hanno deciso per lei e l’hanno fatto per avere la sua eredità. Una legge che permette queste cose è una mostruosità totale».
    GIUDICI IMPOTENTI. Se la signora non si è rivolta ai tribunali, Marcel ha provato a chiedere giustizia per sua mamma. «Primo ho scritto a due ministri della Giustizia, che mi hanno ignorato, poi ho chiesto alla commissione di controllo di indagare ma non hanno fatto nulla». Per questo si è rivolto ai tribunali, ma dopo quattro anni di procedure i giudici hanno rigettato la sua richiesta: la madre aveva espresso il suo consenso al “trattamento”. «È tutta una farsa – commenta sconsolato Marcel – i giudici non si metteranno mai contro un sistema consolidato. Per cambiare la situazione basterebbe che la Commissione di controllo facesse il suo lavoro: controllare l’eutanasia. Ma non lo fanno».
    «LIBERTÀ DI MORIRE?». Pierre Barnérias, che si è avvalso dell’aiuto di due giornalisti per realizzare il documentario, ha lavorato per 23 anni per diversi televisioni francesi come France 2, France 3, TV5 Monde, TF1 e molte altre. Dopo aver realizzato il documentario l’ha proposto a tutte le televisioni belghe e francesi ma nessuna ha voluto mandarlo in onda. Per questo ha deciso di pubblicarlo lo stesso su internet: «Sono rimasto perplesso dal rifiuto delle televisioni di mandare in onda la mia inchiesta – afferma in un’intervista – Ci ho messo due anni, dal 2011 al 2013, e ho raccolto testimonianze incredibili, di veri e propri omicidi mascherati. Il mio obiettivo non era quello di bloccare la legge, ma solo di far riflettere sulla libertà di morire e sul potere incontrastato di cui godono i medici».
    Eutanasia: il documentario sugli abusi della legge in Belgio | Tempi.it

    C'è un giudice a Milano: respinto il matrimonio gay
    di Gianfranco Amato
    Per ogni magistrato “creativo”, quando non eversivo, che ama lasciarsi sedurre dalle luci della ribalta straziando le norme, ve ne sono tantissimi, (la stragrande maggioranza, per nostra fortuna), che silenziosamente svolgono il proprio dovere. Cominciando dal primo dei doveri, ovvero quello di rispettare e far rispettare la legge.
    Prendiamo l’esempio del celebre precedente di Grosseto, ossia il decreto del Tribunale maremmano che aveva autorizzato la trascrizione di un matrimonio omosessuale contratto all’estero. Un’evidente errore giudiziario, peraltro giustamente impugnato dal pubblico ministero, che l’abile propaganda massmediatica ha trasformato, per l’opinione pubblica, in un coraggioso gesto di supplenza della politica ignava, un epocale traguardo di civiltà volto a spalancare le porte al riconoscimento dei matrimoni gay stipulati all’estero. L’enfasi aveva persino contagiato la politica locale con il sindaco di Grosseto pronto a dare esecuzione al provvedimento, registrando il matrimonio all’anagrafe, e grato alla Provvidenza per essersi potuto intestare il primato. Nessuno ha poi detto, però, che in tutti gli altri Tribunali d’Italia si continua ad applicare la legge, respingendo le inopinate richieste di trascrizione provenienti da coppie omosessuali.
    É il caso di uno dei tribunali più importanti d’Italia, ovvero quello di Milano. La sezione IX civile di quell’Ufficio giudiziario ha in materia una consolidata giurisprudenza. Ne fa fede l’ultimo decreto emesso lo scorso 17 luglio, con cui è stato confermato che Il matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero non è trascrivibile nei registri dello Stato Civile in Italia. Il provvedimento è talmente ben motivato che merita di essere integralmente letto: clicca qui.
    Di questa ineccepibile decisione, come di molte altre identiche, ovviamente è inutile cercare traccia sulla stampa. É vero, come diceva il filosofo cinese Lao Tzu, che fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce, ma in questo caso la malafede della manipolazione comunicativa è davvero insopportabile. L’intollerante ideologia del politically correct, specie in tema dei cosiddetti diritti Lgbt, dimostra una capacità mistificatoria nell’uso spregiudicato, violento e strumentale dell’informazione che fa venire i brividi. Scegliere una pronuncia giudiziaria sbagliata perché appare trendy e presentarla come una perla del diritto per indurre nell’immaginario collettivo l’idea che questo sia il progresso, è un’operazione degna dei comunicatori del Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda guidati dal dottor Joseph Goebbels. Sì, proprio quel malefico genio della propaganda, che conoscendo bene la tecnica della Große Lüge, (Grande Bugia) era convinto che ripetere in continuazione una cosa falsa significava trasformarla in verità agli occhi dell’opinione pubblica. Tecnica efficace e sempre attuale.
    Ps. I giuristi soi-disant cattolici che insistono nel sostenere che non si possono imporre ad altri modelli valoriali, che occorre prendere atto della realtà, che è inutile ingaggiare battaglie di retroguardia sui principi non negoziabili, dovrebbero frequentare un po’ di più le aule giudiziarie. Si accorgerebbero che quella esaminata dalla IX Sezione del Tribunale di Milano è la realtà con cui occorre fare i conti.
    C'è un giudice a Milano: respinto il matrimonio gay

    Sindaco regala cartelle rosa alle bambine e blu ai maschietti. Per la Francia diventa un caso di sessismo
    Joelle Ceccaldi-Raynaud, primo cittadino di Puteaux, è stata accusata di non «promuovere l’uguaglianza dei sessi». Ma lei si è difesa rivendicando la sua decisione
    Benedetta Frigerio
    All’apertura dell’anno scolastico il sindaco di Puteaux, città a nord-ovest di Parigi, ha regalato uno zainetto a ciascuno dei 3.900 bambini delle scuole elementari del Comune. Rosa per le femmine e blu per i maschi, in cui ha pensato di infilarci per le prime un vezzoso kit per costruire gioielli e per i secondi un robot. Solo per questo, il sindaco, Joelle Ceccaldi-Raynaud, è finita al centro di un caso di cui stanno discutendo tutti i principali media nazionali.
    «PROMUOVERE L’UGUAGLIANZA». La mattina dopo la manifestazione di inaugurazione dell’anno scolastico, in cui da quindici anni il sindaco del paese parla alle famiglie regalando accessori, i blog delle associazioni femministe francesi si sono riempiti di disprezzo per una scelta di colori giudicata “sessista”.
    La polemica, montata sui social network, ha portando il segretario di Stato alla Famiglia, la socialista Laurence Rossignol, a commentare che «gli zainetti rosa e belli per le bambine, vogliono dire che c’è ancora un sacco di lavoro da fare». Mentre la giornalista di sinistra Christophe Grébert ha accusato il sindaco di favorire «uno stereotipo stupido e idiota». Anche il vicesindaco di Parigi, Jean-Francois Martin, ha parlato di «paradiso del clientelismo e degli stereotipi sessuali». Seppur indirettamente, è poi intervenuta anche il ministro dell’Istruzione Najat Vallaud-Belkacem, ricordando che le autorità locali dovrebbero «promuovere l’uguaglianza dei sessi». France Tv ha parlato di un passato ormai superato: «Fosse accaduto un paio di anni prima che la questione degli stereotipi di genere nelle scuole fosse giustamente posta e discussa pubblicamente, gli si sarebbe potuta attribuire una mancanza di consapevolezza e di maturità di pensiero sul tema della disuguaglianza ragazze/ragazzi. Nel 2014 invece…».
    POLEMICHE INUTILI. Da parte sua, Ceccaldi-Raynaud, che non si aspettava tanto clamore, ha ribadito di essere «assolutamente ferma sulla mia decisione. Si tratta di una scelta politica per garantire che tutte le famiglie abbiano accesso alle forniture». Una decisione che, ha specificato, è stata presa «insieme ai presidi delle scuole». E a quanti le hanno domandato spiegazioni sui colori ha risposto tagliando corto: «È almeno quindici anni che esiste questa iniziativa. Mi rattrista assistere a polemiche tanto inutili».
    Accusato di sessismo sindaco che regala cartelle rosa e blu | Tempi.it



    Universitas diversitas
    Pubblicato da Berlicche
    Giunge notizia dagli USA che la più grande organizzazione studentesca universitaria evengelica, Intervarsity, non sarà più riconosciuta dalle università californiane. Il motivo? Le regole interne dell’organizzazione, che esige che i capi siano – beh, è imbarazzante dirlo – cristiani.
    Già, perché non si può chiedere che a capo di una organizzazione cristiana ci sia un cristiano. Sarebbe discriminante: come se a capo di un’associazione vegana non ci potesse essere un macellaio, un analfabeta non potesse avere la possibilità di dirigere l’associazione librai, e il capo dei ciclisti debba per forza sapere andare in bicicletta.
    A quanto pare l’identità forte, la convinzione nei propri ideali, non se la passa molto bene da quelle parti. Se non sei dell’opinione che anche un buddista o un islamico potrebbe fare il Papa, bene, accomodati alla porta, non sei abbastanza moderno. Il sapiente a quanto pare non deve credere davvero in niente, e su questo è estremamente convinto.
    E’ abbastanza paradossale. Le Università sono nate, cresciute, prosperate proprio nella fede. Sono un prodotto del cattolicesimo medioevale, e in quanto tali spesso era richiesto per insegnare di essere in qualche modo appartenente agli ordini sacri.
    Ora invece si insegna che è pericoloso confidare più in Dio che nella sapienza umana.
    Pigliamola con allegria. Nell’articolo si raccomanda di non chiamarla persecuzione – le persecuzioni serie sono, come stiamo vedendo, altro.
    Chiamiamola allora discriminazione. Fatta in nome della non-discriminazione: ti lascio libero di credere cosa vuoi, basta che sia quello che voglio io.
    E, se non sei incasellato, puoi sempre fare un’associazione. Conformata, mi raccomando.
    Universitas diversitas | Berlicche

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Crotone, rimossa la Croce del cimitero per "non turbare" i fedeli di altre religioni
    Un consigliere di minoranza attacca la giunta Pd: "Il Consiglio di Stato ha già detto che il Crocifisso fa parte del patrimonio storico"
    Giovanni Masini
    Ha suscitato polemiche in tutta Crotone la decisione di rimuovere la Croce che sormontava il cancello del cimitero comunale.
    Al momento di sostituire la cancellata del camposanto, denuncia il consigliere di minoranza Fabrizio Meo, la Croce applicata al centro della cancellata è sparita. Formalmente per non "turbare" la sensibilità degli islamici e degli esponenti delle religioni non cristiane.
    La decisione dell'amministrazione, spiega Meo, "sarebbe la premeditata conseguenza di una precisa scelta di 'laicità', per come ha avuto modo di spiegare - afferma il consigliere - il preposto dirigente ai lavori pubblici a riguardo interpellato: vedremo se nei prossimi giorni il sindaco (Peppino Vallone del Pd, ndr) si farà egli stesso portavoce di una posizione tanto 'avanzata".
    Parlando con Il Quotidiano della Calabria, Meo richiama poi una decisione del Consiglio di Stato secondo cui "occorre considerare che la Costituzione repubblicana, pur assicurando pari libertà a tutte le confessioni religiose non prescrive alcun divieto alla esposizione nei pubblici uffici di un simbolo che, come quello del Crocifisso, per i principi che evoca e dei quali si è già detto, fa parte del patrimonio storico".
    Crotone, rimossa la Croce del cimitero per "non turbare" i fedeli di altre religioni - IlGiornale.it

    Londra: cristiano? Non ti assumo…
    di Marco Tosatti
    Un disegnatore grafico cristiano ha fatto causa a un hotel che si era rifiutato di assumerlo a causa della sua fede. Ha vinto la causa e ha devoluto l’indennizzo a un’organizzazione assistenziale. Jamie Haxby si era rivolto al tribunale perché un manager del Prested Hall Hotel aveva rifiutato la sua candidatura al lavoro sostenendo che alcuni membri dello staff, atei, non avrebbero voluto lavorare con un cristiano.
    di Marco Tosatti
    Un disegnatore grafico cristiano ha fatto causa a un hotel che si era rifiutato di assumerlo a causa della sua fede. Ha vinto la causa e ha devoluto l’indennizzo a un’organizzazione assistenziale. Jamie Haxby si era rivolto al tribunale perché un manager del Prested Hall Hotel aveva rifiutato la sua candidatura al lavoro sostenendo che alcuni membri dello staff, atei, non avrebbero voluto lavorare con un cristiano.
    Esperti legali affermando che questo caso, senza precedenti finora in Gran Bretagna, è sorto semplicemente perché Haby è cristiano. L’hotel si è difeso dicendo che è stato scelto un candidato con maggiore esperienza. Haxby aveva aperto una procedura al tribunale dell’impiego di East London. “Sono stati discriminato ingiustamente per ragioni relative alla mia fede cristiana”, ha detto.
    Celie Parker, manager dell’hotel, l’ha intervistato il 4 dicembre 2012 per un part time job, per disegnare materiale promozionale. La manager nel corso del colloquio ha visto che il portfolio del disegnatore conteneva dei modelli di lavoro che aveva disegnato per alcune chiese.
    A quel punto la Parker gli avrebbe detto che altre persone della sua squadra erano atee e che non avrebbero mai potuto lavorare con un cristiano. Haxby dice di essersi molto irritato e di non credere alle sue orecchie. Alla fine la Parker gli ha detto che le dispiaceva di averlo chiamato per l’intervista, e si è scusata per avergli fatto perdere del tempo.
    Londra: cristiano? Non ti assumo? ? di Marco Tosatti | Riscossa Cristiana

    Uomini e bestie
    di Paolo Deotto
    Si fa sempre più labile la differenza tra uomini e bestie, ma a leggere certe dichiarazioni per il “dramma” di un’orsa uccisa, c’è da sospettare che troppi uomini ragionino ormai meno delle bestie.
    di Paolo Deotto
    Non nascondo che sono un uomo così all’antica che quando mangio una coscia di tacchino o una bella bistecca di manzo non riesco ad avere l’animo scosso dal fatto che il mio insano piacere è macchiato dal crimine dell’assassinio di una bestia. Proprio così, ho detto “assassinio”, perché per l’uccisione di un’orsa in Trentino è stato usato anche questo termine.
    Aggiungo: sono convinto che se un animale può essere nocivo o comunque pericoloso per l’uomo, una bella fucilata può essere un’ottima soluzione.
    Ieri è successo un dramma nazionale: un’orsa è morta dopo che le era stato sparato un dardo con anestetico. La bestiola nei giorni scorsi aveva aggredito un cercatore di funghi, ergo aveva dimostrato la sua pericolosità. Non vogliamo abbattere la bestia? Ok, la si catturi dopo averla addormentata e la si riporti in luoghi più sicuri, ma che soprattutto diano più sicurezza all’uomo di non rischiare aggressioni, visto che da un animaletto come un orso adulto presumo che sia un po’ difficile difendersi. L’orsa è morta. È stata sbagliata la quantità di anestetico? Può darsi. O forse l’orsa era già malata, sicché una dose normale le è stata fatale? Può darsi anche questo.
    In ogni caso tutto ciò che è accaduto è questo: un animale è morto. Punto e basta. Senza dubbio qualcuno può avere sbagliato, l’operazione è forse stata condotta maldestramente, ma ripeto: si tratta della morte di una bestia, non di un essere umano. Nel mio inguaribile conservatorismo esiste ancora e sempre esisterà una gerarchia del Creato, nella quale l’uomo è al primo posto. Le bestie sono al nostro servizio.
    Leggendo oggi sul’ANSA le reazioni di tanti più o meno illustri nomi alla morte dell’orsa c’è da restare allibiti. I toni sono apocalittici, si richiedono le dimissioni del ministro per l’ambiente e del presidente della provincia di Trento. Anche la Diocesi di Trento, nella preoccupazione ormai costante della Nuova Chiesa della Misericordia di non restare fuori dal coro, dice la sua. Se poi fate scorrere le immagini che trovate sul medesimo articolo, potrete leggere i “tweet” (si dice così?) più folli, in cui si invoca “giustizia per Daniza (il nome dell’orsa)”, si parla di “barbarie”. Non può mancare ovviamente la signora Brambilla Michela.
    Al coro partecipa anche Vittorio Feltri, che già ha dimostrato la tristezza del suo viale del tramonto con il dichiarato amore per l’omosessualismo, e che in questa occasione pubblica sul Giornale un articolo di una violenza estrema, in cui parla di “delitto” commesso “con ipocrisia”; un articolo che suscita solo pena nel lettore, ma pena per l’autore, sia ben chiaro, che chiude così: “l’uomo fa talmente schifo che amarlo come se stessi è ingiusto, per non dire impossibile”. Ora, se Feltri si considera tuttora un uomo, e vuole essere coerente, che fa? Sputa nello specchio ogni volta che si guarda?
    Dulcis in fundo, Daniele Maturi, il cercatore di funghi che è stato aggredito dalla bestiola ha detto: “Da tempo ricevo continue minacce su internet, sulla morte di Daniza preferisco non dire nulla”.
    Insomma, siamo alla follia totale: non solo uccidere una bestia è un crimine esecrabile, ma di questo passo qualcuno arriverà a dire che la colpa è tutta di quel poveretto che è stato aggredito e che, grazie al Cielo, è riuscito a portare la pelle a casa. O forse doveva lasciarsi fare a pezzi? Doveva chiedere scusa?
    Pochi giorni fa tre suore italiane in missione in Burundi sono state massacrate. Ogni giorno abbiamo notizie di massacri di cristiani da parte dei terroristi islamici, che oggi si chiamano Isis e domani vedremo. Ogni giorno negli ospedali italiani vengono soppressi circa 300 bambini col crimine dell’aborto. Eccetera.
    E tutto scorre via liscio, due paroline di circostanza, che per l’aborto non si possono nemmeno pronunciare perché quello è un “diritto”. Viviamo nella melma, la vita umana vale tre soldi, la civiltà sta scomparendo, sempre più oppressa dai nuovi barbari. Ma il coro dei benpensanti entra in agitazione perché un dardo con anestetico ha causato la morte di un’orsa. Questa è pazzia, non ci sono altri termini. È proprio vero che quando non si crede più in Dio si finisce per credere a tutto, anche alle più folli panzane.
    Prima di scrivere queste note ero passato al supermarket a fare due spese. Stasera cenerò con tonno e piselli, e andrò a dormire senza la coscienza turbata dalla barbara uccisione di un tonno. Ho molti difetti, ma non sono pazzo.
    Uomini e bestie* ?* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    Uomini e bestie. Una lettera di Giovanni Lugaresi
    Giovanni Lugaresi
    E no, caro Deotto!
    Anche i tonni vanno tutelati, come tutto il mondo animale, vivente su terra, nei fiumi, nei laghi, nei mari! A proposito, i pesci appartengono al mondo animale?
    Mi viene alla memoria Berlino 1945. Non esistevano più gatti e la caccia ai topi era diffusissima. Per i tedeschi si chiamava fame… Ed era fame vera. Povero topo, direbbero gli animalisti del terzo millennio, eh!…
    Siamo veramente fuori di testa; la scala dei valori non esiste più. Anzi, è stata rovesciata, e se da un lato all’uomo è riconosciuto di fare i suoi comodi, dall’altro, no, gli viene preferito l’animale.
    Ma perché mai? Dove è la logica? Se c’è il diritto all’aborto, cioè alla soppressione di una vita umana, e se del pari si parla sempre più frequentemente di eutanasia, perché non si può uccidere un vitello e nutrirsi delle sue carni?
    Aspettate, cari italiani, femministe, animalisti, gay e compagnie cantanti di ogni sorta, che arrivi a comandare l’Islam e ne vedrete (ne vedremo) delle belle!!! A incominciare dalle femministe, e poi, ce ne sarà per gli animalisti con gli ovini sgozzati, eccetera.
    Sfogatevi pure, finchè siete in tempo, in questa società ormai priva di valori, e che, accantonato Dio, ha messo al centro della sua idolatria altri feticci!
    Uomini e bestie. Una lettera di Giovanni Lugaresi | Riscossa Cristiana

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Qui a Parma stasera fiaccolano per l’orsa ringhiosa, come se Dio e l’uomo non fossero. Intorno alla vicenda trentina ho letto innumerevoli commenti, non uno all’altezza della situazione. Accecati dalle lacrime (l’orsa era mamma! difendeva i suoi cari!), o impigriti dalla sottovalutazione del fenomeno, nessuno ha notato la svolta epocale: per la prima volta da moltissimi secoli la vita di un animale vale più della vita di un uomo. Per la prima volta dall’editto di Tessalonica, come minimo. Cristo si è fatto inchiodare per fare sacro l’uomo ed ecco che in Oriente si dissacra l’uomo sgozzandolo come un pollo (all’interno di una tradizione post cristiana ossia coranica), così come a Pinzolo centinaia di violenti dissacrano l’uomo manifestando al grido di “Trentini assassini”, siccome la religione animalista pretende sacrifici umani e i primi a sacrificarsi devono essere i montanari, che si facciano sbranare senza lamentarsi.
    Non ho sentito un prete opporsi. Né un filosofo. L’antropocentrismo collassa, passando da Rousseau tutto precipita in un pozzo di paganesimo primitivo e qui a Parma, stasera, fiaccolano per l’orsa ringhiosa. Un tempo gente simile veniva rinchiusa nel manicomio di Colorno, oggi lo strepito degli zoolatri antiumani è socialmente accettato e forse pure maggioritario. E’ la prima volta da moltissimi secoli. Così, che lo si sappia.
    PREGHIERA - 17 Settembre 2014

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Non l’ho uccisa io, come qualcuno ha ipotizzato, l’orsa slovena immigrata in Trentino per volontà di sconsiderate amministrazioni pubbliche (il progetto Life Ursus ha qualche assonanza con l’operazione Mare nostrum: per motivi ideologici si favorisce un’immigrazione infischiandosene poi delle conseguenze). Non l’ho nemmeno mangiata, giuro, e sono a posto così siccome era vecchissima, 19 anni ursini corrispondono a 78-80 anni umani, da escludersi quindi la possibilità di farne bistecche. Al massimo polpette. Non l’ho uccisa io la bestia che non chiamo per nome perché significherebbe umanizzarla, concederle uno status di persona (guarda caso tutti sanno come si chiama l’orsa ma nessuno sa come si chiama il fungaiolo aggredito). Non l’ho ucciso io l’animale che tutto il mondo piange e piagnucola, compreso il mondo politico, compreso il segretario del partito che ha il mio voto ma non la mia stima. Non l’ho ucciso io l’esemplare di una specie meno a rischio di estinzione della specie dei montanari, dei rurali, dei pastori che non escono più tranquilli di baita perché se vengono assaliti è colpa loro e guai se si difendono. Non l’ho uccisa io la dea zeccosa di una religione antiumanista che cresce come un fungo, come una muffa, su grossi tronchi di cristianesimo decomposto (sempre più spesso incontro cattolici passati senza accorgersene, causa ignoranza del Vangelo e latitanza del magistero, al vegetarianesimo, alla zoolatria). Ma avrei voluto farlo e ringrazio Dio per la sua morte.
    PREGHIERA - 13 Settembre 2014

    Il matrimonio tra due amici etero che terrorizza le associazioni LGBT
    Travis McIntosh e Matt McCormick, due abitanti della ridente cittadina di Dunedin nel sud della Nuova Zelanda, si sposeranno il 12 settembre 2014, ma la loro mossa ha inorridito i vari gruppi gay.
    I due sono entrambi eterosessuali ma legati da una profonda amicizia; McIntosh, 23 anni studente di ingegneria e l’insegnante McCormick, ventiquattrenne, convoleranno a nozze.
    Mr McCormick ha affermato: “Non vogliamo offendere nessuno. Siamo qui per fare ciò che desideriamo…” e potersi così iscrivere al concorso della locale radio “The Edge radio station” per vincere un viaggio in Gran Bretagna come spettatori della “Rugby World Cup 2015″.
    Il matrimonio sarà celebrato davanti a 60 amici e parenti a Eden Park in Auckland; i promessi sposi continuano affermando che le rispettive famiglie, i parenti e gli amici “ci danno il loro totale supporto”, ha detto McCormick.
    I gruppi neozelandesi per i diritti gay, invece, hanno condannato l’evento. Neil Ballantyne, coordinatore dell’associazione di supporto “Otago University Students ‘Association Queer” di Dunedin, ha detto che questo matrimonio è un “insulto”, perché la battaglia per il matrimonio tra persone dello stesso sesso era stata combattuta solo per le persone gay.
    “Questo evento banalizza ciò per cui abbiamo combattuto. Il concorso offende il matrimonio di due uomini dipingendolo come qualcosa di negativo, come qualcosa di scandaloso che non si dovrebbe mai considerare”, ha detto il signor Ballantyne.
    Come si comprende dall’articolo del New Zealand Herald, una volta eliminati paletti e limitazioni nelle società moderne, tutto diventa lecito; per assurdo proprio le associazioni LGBT neozelandesi vorrebbero limitare ciò per cui si son battute per anni.
    Un qualcosa, insomma, che doveva essere settoriale; non una legge che autorizzava chiunque ad avere ‘nuovi diritti’, ma un qualcosa di particolare e “solo per i gay”.
    Come spesso capita il diavolo fa le pentole ma non i coperchi!
    Il matrimonio tra due amici etero che terrorizza le associazioni LGBT - Notizie Pro Vita

    Al rogo la “strega” Selvaggia
    Da Giuliano Guzzo
    Se non avete nostalgia del temutissimo Medioevo e non andate matti per il genere horror, non leggete e navigate subito altrove. Perché questa è la terribile storia di un rogo. Un rogo mediatico anzi un rogo social, di quelli che oggi vanno per la maggiore: ma pur sempre un rogo. La “strega” arrostita è Selvaggia Lucarelli, resasi responsabile d’una battuta subito sospettata di omofobia, prima di ritrovarsi improvvisamente arsa dalle fiamme; ma andiamo con ordine e ripercorriamo la sconvolgente vicenda. Il tutto ha avuto inizio ieri a metà mattinata quando, senza lontanamente immaginare il guaio in cui di lì a poco si sarebbe cacciata, l’avvenente conduttrice ed opinionista s’è avventurata – come del resto fa tutti i giorni, anche più volte al giorno – in una delle sue solite frecciatine su facebook. Non sapeva, però, che sarebbe stata l’ultima. Eccola nella sua integrale drammaticità: «Oggi comincia la fashion week a Milano, detta anche “settimana dell’eterofobia”. Amiche, raccogliamoci in un minuto di silenzio».
    Apriti cielo. L’ironia di un simile commento, per di più aggravato dalla blasfema «eterofobia», non solo non è stata colta, ma è stata considerata prova a carico nel sommario processo virtuale celebratosi in fretta e furia in seno alla Laica Inquisizione. Che a differenza di quella Santa – che poi così infernale pare non fosse, com’ebbe autorevolmente a spiegare già lo storico Jean Baptiste Guiraud (1866-1953) curando la voce “Inquisition” per il Dictionaire apologetique de la foi catholique (Paris, 1911) – tortura, almeno verbalmente, e non perdona. Lo svolgimento del processo – fortunatamente disturbato da diversi garantisti che invitavano il Laico Collegio ad abbassare la fiamma e a considerare l’ipotesi di una semplice battuta – ha visto la giuria dividersi su tre fronti (i Dubbiosi, i Sicuri, gli Arrabbiati) disomogenei fra loro ma in definitiva concordi nell’emanazione della condanna. I Dubbiosi erano coloro che, pur non nascondendo fastidio, non hanno inneggiato apertamente al rogo. I loro commenti: «Signora lucarelli perché non pensa alle cose serie»; «camuffamento ironico mal riuscito»;«perché le modelle sono tutte gay?»; «non credo lei sia omofobica»; «ma non ti va mai bene niente?».
    I Sicuri si sono invece distinti per una maggior determinazione nel rilevare la gravità del commento incriminato: «Tristezza»; «commento omofobo»; «che io sappia i gay non odiano gli etero»; «i gay un tantino sulle palle ti stanno». Questa seconda componente della giuria lasciava quindi intendere alla “strega” Lucarelli che il destino, per lei, era ormai segnato. La miccia che ha dato definitivamente avvio al rogo è stata però opera degli Arrabbiati, che si sono profusi in una carrellata di dichiarazioni dal tono inequivocabile: «Pensa a tagliare i capelli a tuo figlio»; «E’ risaputo che chi studia dalle suore cresce parecchio stronzo»; «ma va cagare»; «tranquilla che un pisello lo trovi cmq»; «chi dice che gli etero sono pochi è un coglione»; «Sei solo tette e foto profilo». Per la verità non è mancato neppure chi, pur condannando la conduttrice, ha ventilato l’ipotesi d’una pena alternativa («è giusto dirtelo....”Espatria”»), ma ormai era troppo tardi: le fiamme già avvolgevano i resti della strega, arrostita non lontano da dove giacevano le ceneri di Mario Adinolfi e Costanza Miriano. Che si sappia finora solo mister Guido Barilla, facendo abiura, s’è salvato. Ma è stato un caso.
    Al rogo la ?strega? Selvaggia | Libertà e Persona


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Milano, liberi cani in libere chiese
    di Stefano Magni
    Morire per Daniza? Non proprio, ma sull’onda dell’emozione per l’orsa trentina uccisa con una dose eccessiva di narcotico, i comuni stanno approvando regolamenti che ci faranno fare una vita da cani. Milano, come sempre, anticipa i tempi e impone di far entrare gli amici a quattro zampe in chiesa.
    Mentre a Trento un centinaio di animalisti protestava in piazza chiedendo le dimissioni del presidente, del vicepresidente e dell’assessore all’Ambiente della Provincia Autonoma, a Roma gli attivisti bloccavano un’arteria stradale, pronti a bissare l’esperienza di lunedì e a Milano il Comune (di sinistra) anticipava i tempi rendendo nota la bozza del nuovo regolamento per la tutela degli animali. Contiene misure draconiane per dare più di spazio agli animali, togliendolo agli uomini. Se gli attivisti verdi ritengono che i boschi siano terre da orsi e lupi e l’uomo non ci debba entrare (questo era il leit motiv dominante delle proteste contro la cattura di Daniza) in città, invece, gli stessi attivisti vorrebbero far entrare gli animali dappertutto, anche nelle chiese, appunto, indipendentemente dal parere del parroco. Perché nel regolamento leggiamo proprio che i gestori di “luoghi di pubblico accesso”, d’ora in avanti, non potranno respingere il miglior amico dell’uomo all’ingresso. E fra questi luoghi di pubblico accesso figurano anche i “luoghi di culto”.
    La reazione della Curia milanese è stata molto blanda. Infatti, di fronte a un provvedimento senza precedenti come questo, si limita a dichiarare: «Abbiamo fiducia nel buon senso e nell’educazione di chi entra in parrocchia». In pratica, si spera che siano i fedeli a non far entrare cani che abbaiano o fanno i loro bisogni durante una funzione religiosa. La bozza di regolamento specifica che in Chiesa possono entrare solo i cani di piccola taglia e “non aggressivi”. Ma ci sarebbe molto da discutere sul fatto che i cani di piccola taglia, come chihuahua e yorkshire, siano più disciplinati e meno rumorosi delle razze più grandi. Finora, tra l’altro, il divieto o il permesso di portare animali da compagnia in chiesa era affidato al buon senso dei parroci. Alcune chiese milanesi, come San Simpliciano o San Lorenzo, sono caratterizzate da una maggiore tolleranza e i fedeli portano già i loro amici pelosi con sé. In altre chiese, per altro molto importanti, come Sant’Ambrogio e San Babila, i cani non sono i benvenuti. Di fatto, la materia è già regolata dal buon senso di parroci e fedeli. Ciò che fa la differenza, in questo caso, sarà l’esistenza di un regolamento comunale che impone, non solo suggerisce, la non-discriminazione dei cani in luoghi di culto, che sono extraterritoriali e non appartengono né al comune, né allo Stato. Questa bozza di regolamento sarà sottoposta al voto in Consiglio comunale in ottobre e per la Messa di Natale del prossimo 25 dicembre, potremmo già assistere a una funzione per umani e non.
    Senza voler ricorrere al ragionamento del piano inclinato, possiamo dire che il Comune, con questa proposta, ha già sfondato un confine importante. Di fatto, come ai tempi della Rivoluzione Francese, un funzionario municipale, protetto dalla forza pubblica, può forzare l’ingresso di un luogo di culto e imporre una sua regola. Oggi pochi notano questa intrusione, perché la regola in questione riguarda i cani, che tanti amano anche più degli esseri umani. Ma in base allo stesso principio, a questo punto, il comune potrebbe benissimo imporre alle chiese di cambiare liturgia? Di ammettere alla comunione i divorziati risposati, sempre in base al principio di non-esclusione? Può imporre al prete di sposare due omosessuali, nel nome della non-discriminazione? Forse in Curia non se ne sono accorti, ma in questo modo hanno fatto entrare la forza pubblica dalla porta principale delle chiese e difficilmente riusciranno a farla uscire di nuovo. E stiamo parlando della Chiesa cattolica, dove le regole sono decisamente più tolleranti rispetto ad altre religioni. Cosa succederebbe se il Comune imponesse di non escludere i cani da una moschea, dal momento che i musulmani li considerano animali impuri? D’altra parte questa è proprio la stessa giunta del sindaco Pisapia che ha promesso di costruire la grande moschea, in occasione dell’Expo 2015. Anche quella è un luogo di culto, avrà il coraggio di trattare tutti i siti religiosi allo stesso modo?
    La regola dei cani in chiesa, rischia di passare in secondo piano e sotto tono a causa degli altri divieti previsti nella bozza del nuovo regolamento. Perché, fra i luoghi pubblici, sarà vietato escludere i cani, non solo dai centri sportivi, ma neppure, all’interno di essi, dal bordo delle piscine. Noi umani siamo obbligati a farci la doccia e a indossare una cuffia pulita per l’occasione, ma un cane può passeggiare a bordo piscina e nessuno può garantire che non sia sporco o non abbia le pulci. I circhi con animali saranno banditi, con buona pace per chi ci lavora da una vita. I petardi e i fuochi d’artifici saranno vietati per non dar fastidio alle sensibili orecchie di cani e gatti: il capodanno tradizionali lo si dovrà festeggiare ben lontano dai concittadini pelosi, fuori città. I ristoratori non potranno legare le chele delle aragoste e non le potranno tenere in ghiacciaia. I loro clienti, in compenso, potranno essere beccati dalle stesse aragoste, con le chele non legate. I pesci sono considerati “animali sociali” (esiste una “società” dei pesci?) e devono essere tenuti almeno in coppia negli acquari regolamentari. Queste sono solo alcune delle misure che i milanesi si stanno auto-imponendo, tramite una giunta ecologista liberamente votata. Una giunta che intende costituire, entro il 2015, anche un cimitero apposito per animali.
    La filosofia che è alla base del tutto si legge in capo alla bozza del regolamento comunale. È interessante leggerla con attenzione: «anche gli animali non umani, in quanto esseri senzienti, coscienti e sensibili, hanno uguali diritti alla vita, alla libertà, al rispetto, al benessere, ed alla non discriminazione nell'ambito della specie». In pratica, riconoscendo loro una “coscienza”, si pongono sullo stesso piano degli “animali umani”.
    Milano, liberi cani in libere chiese

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Il mio shampoo si vanta di non essere testato sugli animali. E quindi? E’ testato forse sui vegetali? O su cavie umane? Può darsi pure che non sia indispensabile testare gli ingredienti degli shampoo e che le aziende che insistono a farlo siano dirette da sadici nazisti o da scemi che buttano via i soldi degli azionisti. Avessero però il coraggio, i produttori animalari, di scrivere sulla confezione “Non testato”. Tanto di qualcosa bisogna morire.
    Io comunque cambierò shampoo scegliendo aziende che i propri prodotti non li facciano in fin dei conti testare a me. Siccome amare se stessi è il presupposto del più importante dei comandamenti (Marco 12,31).
    PREGHIERA - 13 Settembre 2013

    Che sorpresa, ora anche la Coop tiene famiglia
    di Rino Cammilleri
    Leggendo su zenit.org il sunto del Rapporto Coop 2014 “Consumi&Distribuzione” presentato a Milano il 3 settembre viene da ghignare amaramente. Infatti, per la prima volta in vita sua detto Rapporto si occupa della “bomba demografica” italiana, accorgendosi, bontà sua, che è uno sboom. I cattolici lo dicono da sempre e addirittura un banchiere famoso come Ettore Gotti Tedeschi ne ha fatto il suo cavallo di battaglia, la sua profezia di cassandra, il suo tormentone, la sua coperta di Linus, il suo delenda Carthago: la crisi economica è una crisi innanzitutto demografica.
    La Coop se n’è accorta ora, nel 2014. Già, perché quando il portafogli piange non c’è ideologia che tenga. Bambole, non c’è (più) una lira, diceva Tino Scotti. E oggi la Coop getta la spugna e ammette che, sì, il re è nudo, contrordine compagni. Marco Pedroni, presidente di Coop Italia, primo distributore italiano di beni di largo consumo, arriva a dire, sconsolato, che «senza figli non c'è ripresa delle aspettative, non c'è incremento dei consumi, non c'è futuro». E lo manda a dire pure a Renzi: «Nel programma dei Mille giorni è fondamentale rimettere al centro una nuova politica di sostegno alle nuove famiglie e alla natalità: è questo lo choc di cui avremmo bisogno». Ma di certo chiacchiere e distintivo lo sa, solo che non sa che farci.
    Il mercato delle auto e quello degli immobili si è dimezzato. Pure i consumi alimentari (i più cari alla Coop) sono crollati. Il 2014 è stato l’anno col minor numero di nascite in Italia, Paese già recordman mondiale di denatalità. Ogni 100 giovani con meno di 15 anni sono 151 le persone con più di 65 anni. Con una speranza di vita diventata di 80 anni per gli uomini e 85 per le donne. La disoccupazione cresce così come il numero degli italiani che lasciano il Paese. Di fronte a tutto ciò, il Fondo Monetario Internazionale ci manda a dire che dobbiamo tagliare le pensioni. Il che, in un Paese di vecchi, darà il colpo di grazia ai consumi (e alla Coop). Ma non tutto è così nero, nel Rapporto Coop. Un segnale positivo c’è: il commercio elettronico, che nel 2013 ha registrato una crescita del 20,4% rispetto al 2012. Tradotto nella lingua di Bertoldo ciò significa che gli italiani si tolgono letteralmente il pane di bocca per comprarsi l’ultimo modello di iPhone, di tablet, di smart, di galaxy, di playstation eccetera. E non c’era bisogno delle cifre del Rapporto, perché, all’annuncio di una nuova uscita, ogni volta si vede la gente bivaccare (alcuni con la tenda!) fin dalla sera prima davanti ai negozi di elettronica.
    Circenses, così come le nozze gay e tutte le altre «priorità» che i nostri amministratori e governanti e magistrati si affannano a collazionare in nome di una «libertà» che, senza pane&lavoro, è solo fumo negli occhi. Dài e dài, sono riusciti a trasformare il Popolo dei Santi e dei Navigatori, che un tempo fu anche degli Artisti, dei Mercanti e dei Banchieri, in una folla indistinta di beoti sempre connessi e incollati a uno schermo. Basta fare un viaggetto in metropolitana per rendersene conto. L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani: così diceva Massimo D’Azeglio nel 1861. Ci hanno messo centocinquant’anni e questo è il risultato.
    Ma ce lo vedete Matteo Renzi del Pd mettersi a chiedere «figli alla Patria» come Mussolini? Il giornale storico dei comunisti, «L’Unità», preferisce chiudere pur di non farsi comprare da Daniela Santanché, con la sola motivazione che costei è di destra e pure berlusconiana. Con simili teste ancora in giro, Matteo Renzi non oserà. Morirà sansone con tutti i filistei, e se i fatti contraddicono l’ideologia tanto peggio per i fatti (Ernst Bloch, filosofo marxista). L’Italia deve tornare alla pastorizia (ma non sui monti, perché là ci devono stare orsi e lupi), così è stato deciso dai veri padroni del mondo. E a poco servirà, temiamo, la tardivissima resipiscenza della Coop.
    Che sorpresa, ora anche la Coop tiene famiglia

    Bambino di 6 anni, per le “mamme” è una bambina: scuola costretta a farlo entrare nel bagno femminile
    Benedetta Frigerio
    Toronto. Una mamma si è lamentata con la scuola cattolica invano. Il preside ha informato gli insegnanti che chi si sbaglierà e lo tratterà come un maschio sarà punito
    Da quest’anno il figlio di due donne, iscritto in una scuola cattolica di Toronto, potrà usare il bagno e gli spogliatoi delle femmine. La scuola elementare ha ceduto alla richiesta delle donne, che hanno presentato il loro figlio al direttore come una femmina.
    «SONO PREOCCUPATA». Il nome della scuola, così come quello del bambino, non è stato reso noto per ragioni di riservatezza e sicurezza dall’associazione Peace (Public Educational Advocates for Christian Equity), che è venuta a conoscenza della storia attraverso la madre di una delle bambine che quest’anno potrebbe ritrovarsi in bagno con un maschio. «La mia più grande preoccupazione è che così si confonderanno le menti dei bambini di fede su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato», ha confessato la madre.
    IDENTITÀ DI GENERE. All’atto di iscrivere il figlio di sei anni in prima elementare, le due donne hanno fatto l’esplicita richiesta agli insegnanti di trattarlo come una femmina. La coppia, riferendosi a due leggi recentemente approvate dalla provincia di Toronto sull’identità di genere, ha anche ricordato alla scuola che un rifiuto sarebbe stato considerato come un atto discriminatorio. Nonostante le leggi in questione non obblighino le scuole a permettere a un maschio di andare nel bagno delle femmine, l’istituto non si è opposto, chiedendo però che il bambino usasse almeno il bagno per gli handicappati.
    PUNIRE CHI SI SBAGLIA. Davanti al rifiuto della madre e della sua compagna, la scuola ha ceduto, informando famiglie e insegnanti di conseguenza: il bambino cioè deve essere trattato come una femmina e gli insegnanti devono punire gli alunni qualora, sbagliandosi, si riferiscono al bambino come a un maschio e non come a una femmina. Per questo motivo una mamma, temendo per la figlia, ha protestato con la scuola. Il preside, dopo essersi sorpreso dei timori della donna, ha girato il caso al distretto scolastico delle scuole cattoliche di Toronto, che ancora non ha dato risposte sulla vicenda.
    PRESSING LGBT. Secondo il presidente di Peace, Phil Lees, dietro alla richiesta delle due donne c’è una strategia degli attivisti Lgbt che vorrebbero far scoppiare un caso emblematico per portare avanti la loro agenda anche nelle scuole cattoliche. Certe cose, commenta Lees, «accadono quando l’uomo vuole comandare e sostituirsi a Dio. Se abbiamo questi problemi nelle nostre scuole è perché la gente di fede da due o tre generazioni ha gettato la spugna».
    Scuola costretta a trattare un maschio come una femmina | Tempi.it

    «C’è ancora posto nel Pd per i cattolici e per chi non cede al relativismo?». Il caso Adinolfi a Ciriè
    Un convegno di presentazione del libro “Voglio la mamma” è saltato per questioni interne al partito. L’articolo di Aurelio Mancuso sull’Huffington post e i due nuovi incontri «alla faccia di questi censori senza qualità»
    Marco Margrita
    Mario Adinolfi, giornalista e scrittore, è uno dei fondatori del Partito democratico, fu candidato alle primarie per l’elezione del primo segretario (nel 2007) e scrisse le regole del Pd partecipando ai lavori della Commissione Statuto, fa quindi scalpore che si faccia pressione per annullare un evento che lo avrebbe visto protagonista in un circolo territoriale in terra piemontese, a Ciriè. Con tanto di intervento dei vertici provinciali torinesi per spingere i promotori (tra cui alcuni Giovani democratici di Torino) a recedere dall’intenzione di proporre una presentazione (l’8 ottobre prossimo) dell’ultimo libro dell’ex parlamentare*, Voglio la mamma. Un testo, come sanno bene i lettori di Tempi, che sfida la sinistra (da sinistra) su matrimonio gay, utero in affitto, eutanasia, aborto, transessualità. Racchiusi in un unico volume tutti i “temi” su cui la sinistra fattasi “partito radicale di massa” si è piegata al “politicamente corretto”: dal matrimonio omosessuale alla mercificazione della maternità fino alla cancellazione della figura materna nella cosiddetta “omogenitorialità” maschile. E poi altre questioni spinose come eutanasia, transessualità, aborto, turismo sessuale, pedofilia, eutanasia pediatrica. Con una visione “da sinistra” ma eretica e inaccettabile per buona parte della sinistra stessa, sulle orme della lezione di Pasolini e De André, Adinolfi espone insieme alle sue opinioni sulla difesa del soggetto più debole anche una serie di dati e cifre sui fenomeni citati. Troppo, evidentemente, per i vertici provinciali, che hanno “caldamente invitato” il segretario del locale circolo a negare la disponibilità a promuovere l’evento, da tempo concessa ai promotori ciriacese dell’evento contestato.
    L’ARTICOLO DI MANCUSO. La segreteria provinciale si deve essere fatta spaventare dalla sconfessione, via Huffington Post, di Aurelio Mancuso (responsabile diritti civili Pd): «L’operazione mediatica messa in piedi dal noto blogger, meriterebbe un sonoro silenzio, così da farlo sprofondare nell’oblio assoluto, ma la scelta “coraggiosa” del Pd locale non può essere taciuta (…) Da dirigente del Pd, militante per i diritti di tutte e di tutti, cattolico e omosessuale, rimango disarmato dalle inconsistenti argomentazioni di Adinolfi, e mi piacerebbe che i dirigenti democratici del luogo riflettessero su quante persone, soprattutto giovani, si sentiranno ancor più lontane e disgustate da un partito che pensa che omofobia e misoginia valgano l’ospitalità, magari al pari di razzismo, antisemitismo, fascismo, ecc. Infine sarebbe meglio non propinare a propria difesa la partecipazione ai Pride, le posizioni “democratiche” su matrimonio gay, adozioni e così via. Non abbiamo bisogno di solidarietà pelosa, ma di azioni concrete, e chi ha concepito questa iniziativa, ha fatto una concreta scelta di campo. La prossima volta che capiterà a questi fenomeni di dover esprimere vicinanza ai gay o la voglia irrefrenabile di partecipare a una nostra manifestazione, sarà meglio che evitino, tacciano, rimangano a casa propria».
    ALTRE DUE DATE. Una scelta, quella di non consentire l’evento, che fa dire a qualche giovane esponente democratico del circolo che ha accolto la sfida di Adinolfi per una sinistra non relativista sui temi etici a chiedersi: «C’è ancora posto per i cattolici e chi non cede al relativismo nel partito?». Dal canto suo Adinolfi affida a Facebook la replica: «A Ciriè vicino Torino dove avrei parlato l’8 ottobre nel circolo del Pd è arrivato un diktat via Huffington Post del responsabile diritti civili, Aurelio Mancuso, che ha costretto i ragazzi che mi avevano invitato a cancellare l’iniziativa. Mi hanno scritto una lettera addoloratissima, volevano disobbedire, ho detto loro di dare soddisfazione ai loro capi prepotenti. Se ti chiedono la tunica, dai loro anche il mantello, ci è stato insegnato. Ma io vado avanti. Non ho paura».
    Il risultato di tanta ostilità? «E noi allora lo presenteremo a Fossano l’8 e poi a Torino in una location da mille persone il 9. Alla faccia di questi censori senza qualità, di questi piccoli burocrati di partito, di questi generali di una battaglia senza popolo, fatta solo da un club di carrieristi».
    Il caso Adinolfi a Ciriè | Tempi.it

    EDUCAZIONE FRANCESE, MINISTRO MASSONE. IN ITALIA QUANTI MINISTRI MASSONI?
    Il nuovo ministro per l’Educazione francese, Najat Vallaud-Belkacem, non è l’unico elemento critico del secondo governo Valls: dallo scorso 26 agosto, a capo del dicastero alle Città, alla Gioventù ed agli Sport, c’è il socialista Patrick Kanner. L’agenzia Chrétienté ha denunciato pubblicamente la sua appartenenza alla massoneria, nello specifico alla loggia “Luce del Nord”, già a partire dal 1984. Notizia, questa, confermata dal quotidiano regionale La Voix du Nord, edito a Lille, città saldamente nelle mani dei seguaci della squadra e del compasso. Tanto che l’anno scorso, vi si svolse tra il 4 ed il 5 maggio il «Quarto salone massonico del libro e della cultura», co-organizzato da ben nove, diverse “obbedienze” francesi. Il neo-ministro vi partecipò, all’epoca nella veste di presidente del consiglio generale del Nord, fianco a fianco col gran maestro della Gran Loggia di Francia, Alain-Noël Dubart, e col Sindaco di Ronchin, Alain Rabary.
    Fedelissimo di Martine Aubry secondo un dettagliato dossier del settimanale L’Express, con lei ha partecipato lo scorso anno all’inaugurazione della sede massonica di via Thiers, nella zona storica di Lille: il costo dell’intervento immobiliare era stato di un milione e mezzo di euro, tutti autofinanziati e pagati sull’unghia. Proprio a Lille Kanner ha ricoperto diversi, prestigiosi incarichi istituzionali, tra cui quello di Vicesindaco, seguendo spesso progetti in campo educativo, oltre ad esser stato patron e leader storico dei socialisti locali. La sua azione si è ben presto estesa anche all’ambito sociale: per questo ha fondato e presieduto l’associazione Le Réseau (“La Rete”), tenuta sempre nella medesima orbita.
    Ciò che colpisce è la tempistica: all’inizio del mese di dicembre 2013 Daniel Keller, gran maestro del Grand’Oriente di Francia, ha incontrato il presidente d’Oltralpe, François Hollande, per una «stretta di mano». Keller si è detto convinto che la massoneria, «non possa restare inerte di fronte ai problemi della nostra società». Così, entro fine anno, ha promesso ad Hollande una sorta di “libro bianco sulla laicità”. Ed ora, puntuale, ecco la nomina di un massone nel governo Valls. Troppi elementi sospetti, per pensare che tutto questo sia un caso. Ma, quel che più conta, è che ormai tra abortisti, omosessisti e grembiulini, sempre più il volto del nuovo esecutivo francese si delinea frontalmente opposto alla Fede Cattolica.
    Massoneria francese al governo, ma almeno si sa | L'Indipendenza

    Voglio il papà
    di Giuliano Guzzo
    Si può privare un bambino del diritto di avere un padre? In Svezia pensano di sì e pare siano decisi, entro l’anno, a discutere una proposta finalizzata ad estendere il ricorso alla fecondazione extracorporea anche alle donne single. Per simulare attenzione verso i diritti del figlio – e per depotenziare parzialmente la gravità di una simile pratica, che verrà salutata come l’ennesimo trionfo dell’autodeterminazione femminile – probabilmente si sottoporranno le aspiranti madri single, che potrebbero essere 2.000 l’anno, all’esame di medici che avranno il compito di verificare quali di queste saranno in possesso dei requisiti per diventare genitori affidabili. Nella speranza che detta proposta non divenga mai realtà – ed anche sorvolando sui pericoli della fecondazione in vitro, che per i figli comporta rischi quali parti prematuri (Hum Reprod Update, 2013), malformazioni (Int J Fertil Steril, 2013) basso peso e conseguenti rischi di mortalità (Hum Reprod, 2013) – le considerazioni critiche che sorgono spontanee rispetto alla stessa sono almeno tre.
    La prima riguarda il paradosso di affidare l’autorizzazione che sottrarrà a dei bambini la possibilità di avere un padre a dei medici, vale a dire a persone consapevoli di come l’assenza della figura paterna sia elemento destabilizzante, tanto è vero che tra i fanciulli provenienti da famiglie senza padre si conta il 63% dei suicidi giovanili (US Dept. of Health & Human Services, Bureau of the Census), il 71% delle adolescenti incinte (US Dept. of Health & Human Services), l’85% dei soggetti che mostrano disordini del comportamento (Center for Disease Control), il 75% dei pazienti adolescenti presso i centri per abuso di droghe (Rainbows for all God`s Children) e l’85% della gioventù rinchiusa in prigione (Fulton Co. Georgia jail populations Texas Dept. of Corrections). Possono dunque dei medici, senza tradire la propria deontologia, rendersi corresponsabili di un fatto grave com’è la sottrazione preventiva del sacrosanto diritto di un figlio ad avere un padre? Si ribatterà che la madre single potrebbe trovare anche un partner. D’accordo, ma – a parte che non si tratterebbe comunque del padre biologico – se ciò non accadesse?
    Il secondo elemento critico concerne il fatto che già oggi – anche in assenza della proposta che la Svezia pare intenzionata a discutere – si registra una preoccupante crescita del numero di figli destinati a crescere senza padre. In una grande capitale europea come Berlino, per esempio, ben 134.000 nuclei familiari su 430.000 (quasi un terzo!) risultano già oggi, purtroppo, composti da ragazze madri sole con il loro bambino (Cfr. Repubblica, 20/4/2011) e negli Stati Uniti, per facilitare ai figli che la ignorano la possibilità di conoscere l’identità dei loro genitori ed in particolare quella dei loro padre, sono arrivati a pensare iniziative come la grottesca eppure utile “Who’s Your Daddy”, camper che, mediante apposito test del Dna, offre on the road la possibilità di scoprire o comunque provare a scoprire l’identità genitoriale. Ha quindi senso, dinnanzi ad un quadro di frammentazione affettiva già così vasto nella sua gravità, peggiorare la situazione prevedendo la possibilità, per l’appunto, a donne single di concepire un figlio senza che questi abbia un padre?
    L’ultima considerazione, di carattere più generale, mira a sottolineare come il vero bersaglio di ogni presunto progresso civile – dal “divorzio breve” alla parificazione fra coppie sposate e coppie di fatto, dall’utero in affitto alla futura, probabile fecondazione estesa alle donne single – coincida puntualmente con la marginalizzazione e con la frammentazione dell’unicità familiare. No signori, qui non si tratta di un oscuro complotto: è molto peggio. Questa è ormai una guerra aperta, che si combatte alla luce del sole piegando sistematicamente il diritto al desiderio, l’ordine naturale al disordine artificiale. Mario Adinolfi, la cui coraggiosa battaglia sta risvegliando dal torpore tanta gente, da mesi ripete «Voglio la mamma». E fa bene, anzi benissimo. Ma ricordiamoci che la sua, la nostra battaglia è anche quella per i tantissimi figli a cui viene e verrà sempre più negato il diritto di avere quel padre che magari subito non cercano con la stessa tensione con cui bramano il seno materno, ma del quale hanno fondamentale bisogno; la sua, la nostra battaglia è anche questa: «Voglio il papà».
    Voglio il papà ~ CampariedeMaistre


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Una Dacia per l'orso marsicano. E una foca per tutti
    di Rino Cammilleri
    Lo struggente appello di Dacia Maraini sul Corriere della Sera a favore dell’orso marsicano mi ha commosso fino alle lacrime. Poi mi sono ricordato del mio vecchio direttore spirituale, il quale mi diceva che –cito testuale- anche una mosca, inquadrata da sola, sembra Superman. Così, un documentario di due ore interamente dedicato alle sofferenze di un orso con l’artrosi (non scherzo, di questo parla la Dacia nazionale nel suo spazio fisso sul Corsera) può provocare una sollevazione popolare e scontri di piazza con la Guardia Forestale.
    Nel bel film To die for (in italiano Da morire) di Gus Van Sant (1995) Nicole Kidman fa uccidere da sicari il marito Matt Dillon che ostacola, per il solo fatto di esistere, il suo progetto di diventare una star televisiva. Infatti, è convinta –a ragione- che, oggi, se non compari in televisione non esisti. Ne so qualcosa io come scrittore: fossi la Bignardi o la Littizzetto sarei sempre in classifica. Ma non basta una comparsata, io stesso ne ho fatto parecchie, anche al famosissimo Maurizio Costanzo Show. No, devi esserci sempre, in televisione (gli altri media seguono in automatico). Il principio è quello del “focus”, cioè della concentrazione su un personaggio o di un argomento. Da qui l’indignazione per l’orso sofferente, per il cane abbandonato, per il gattino in eccesso annegato col vecchio sistema del sacco nel fiume. Basta puntarci la telecamera sopra e insistere, l’emotività fa il resto.
    Quel furbone di Antonio Ricci non a caso ha messo un cagnetto a scodinzolare nel suo Striscia la notizia quotidiano, facendolo sparire quando diventa adulto per sostituirlo con un altro cucciolo. E tutti i giorni manda il suo inviato a prendersi le sassate degli allevatori che non tengono gli animali comme il faut. Gli attori di Hollywood sanno benissimo che un cagnolino «ruba la scena» e quelli meglio pagati contrattano all’uopo coi registi ogni inquadratura. Nella società dello spettacolo e dell’immagine è l’emotività a comandare. Ora, com’è noto, il cervello ce l’hanno in pochi, l’emotività tutti. Ma in democrazia “tutti” è meglio di “pochi” per quelli che campano di voti. Da qui una legislazione che tiene dietro alle pulsioni di massa. Le quali, conosciuto il meccanismo, vengono indirizzate dai padroni dei media. Questi, che hanno i soldi, si comportano come i nobili ottocenteschi che riempivano i loro salotti di poeti e musicisti squattrinati, i quali portavano le “nuove idee” e le inoculavano nell’intimità alle mogli dei loro mecenati. Oggi i poeti sono scomparsi dalla scena, ma rimangono i musicisti, cioè i rockettari miliardari cresciuti più a débauche che a cultura. Il che ci riporta al nostro tema.
    Ebbene, qualche anno fa, in una delle tante sessioni internazionali per il salvataggio dell’Amazzonia, i testimonial Sting, Bono, Geldof e compagnia cantante rimasero scandalizzati quando sul palco salì un capo indio yanomani abbigliato con una pelle di leopardo. Come! –esclamarono- noi siamo qui per salvarti l’ambiente amazzonico e tu hai ammazzato un esemplare protetto? Quello rispose candidamente: secondo voi, quando incontro una belva nella jungla che cosa dovrei fare? E rincalzò: voi volete che noi indios restiamo “incontaminati” nel nostro “ambiente naturale”, così da poterci osservare come reperti archeologici come si fa al museo da dietro un vetro; ma anche noi vogliamo l’acqua corrente e le case riscaldate, e aeroplani per portarci al più vicino ospedale quando ci ammaliamo.
    Naturalmente, ancora oggi la salvezza dell’Amazzonia “polmone del pianeta” (balle: quella amazzonica è una minima parte delle foreste del pianeta, il quale, poi, “respira” coi mari di cui è coperto per tre quarti) è il cruccio di tanti vip dello spettacolo (e dei soliti preti ansiosi di «aprirsi alle istanze del mondo»). A costoro fare entrare anche gli indios primitivi nel ventunesimo secolo non importa affatto: perderebbero materia per i documentari. Gli animali? Un tempo quelli in pericolo di estinzione venivano salvati mettendoli negli zoo, dove ricevevano cure e cibo. Oggi la moda ideologica prescrive che li si lasci liberi di vagare nell’”ambiente”. Peccato che un’altra moda esalti il ritorno ai mestieri tradizionali (pastorizia, agricoltura, viticolura…) e al cibo bio (come la raccolta di funghi nei boschi, per esempio), spingendo i giovani disoccupati a trovarvi impiego. Contraddizione? No, è l’ideologia, bellezza.
    Non l’aveva detto Marx che la realtà è contraddizione? E poi, a farci caso, ogni stagione ha il suo animale in pericolo. Ancora nel 1973 l’attore Jack Lemmon poteva vincere l’Oscar per aver mandato a quel paese un animalista nel film Salvate la tigre: a lui, depresso e sull’orlo del suicidio da vuoto esistenziale, sembrava semplicemente idiota che qualcuno a New York potesse trovare un senso alla vita nel battersi contro l’estinzione della tigre del Bengala. Ma quasi subito la palla passò a Brigitte Bardot, attrice ormai in disarmo, che trovò il modo di tornare alla ribalta puntando il dito contro la strage di cuccioli di foca nell’Artico. Il grave problema mondiale trovò il suo aedo nel folksinger Donovan, in disarmo pure lui, che vi dedicò la canzone Celia of the Seals. Poi anche la foca uscì dal focus (scusate il gioco di parole) e la chiusura degli ippodromi, causa concorrenza dei gratta-e-vinci, spostò l’attenzione sui cavalli, subito, ahimè, surclassati dall’orso e dal lupo appenninico (ma la vedetta sta sempre in guardia: la ministra Boschi è stata linciata per aver detto che ama la carne di cavallo). Vabbe’, vedremo quale sarà la prossima bestia a occupare la scena. Se volete saperlo la mia preferenza va alla foca. Che Dio la benedoca.
    Una Dacia per l'orso marsicano. E una foca per tutti

    L’aggressione omofoba alla discoteca Just In? «Il fatto non sussiste». Denunciato per calunnia l’ex presidente dell’Arcigay
    Benedetta Frigerio
    Intervista al legale dei buttafuori del locale, tutti assolti. Il caso ebbe grande risonanza sui media che iniziarono a parlare dell’urgenza di una legge che contrastasse le discriminazioni per l’orientamento sessuale
    Ricordate la denuncia di Marco Coppola, allora presidente dell’Arcigay di Verbania e membro della segreteria nazionale, che nel marzo del 2012 dichiarò di essere stato insultato e aggredito, insieme al compagno e a due amici, da tre buttafuori della discoteca “Just In” di Germignaga perché omosessuale? Ricordate il clamore che seguì con la stampa che domandò una legge urgente contro l’omofobia? Tempi.it, già allora, vi raccontò come sul caso vi fossero molti punti oscuri.
    Ebbene, il giudice Rossella Ferrazzi, del tribunale di Varese, ha prosciolto gli imputati perché «il fatto non sussiste». Anzi, Coppola e i suoi amici sono stati denunciati dal proprietario della discoteca per diffamazione a mezzo stampa e calunnia, così come Emilio Fede che al Tg4 si lanciò in una dura reprimenda contro i gestori del locale.
    «Dal video registrato dalle telecamere non apparse nemmeno una percossa», mentre un buttafuori fu «morso alla coscia interna da uno dei due ragazzi, ricevendo un calcio in faccia dalla ragazza del gruppo, con piena confessione della stessa in udienza», spiega a tempi.it Fabio Margarini, difensore di due dei tre buttafuori.
    PRESUNTA EMERGENZA. All’epoca dei fatti, tramite un comunicato stampa, l’Arcigay di Verbania sostenne che Coppola e il compagno «stavano ballando su un cubo tra di loro quando, “identificati” come omosessuali, sono stati costretti a scendere, insultati, brutalmente pestati e infine allontanati dal locale». Coppola spiegò che «il buttafuori “omofobo” si è presentato come semplice cliente arrabbiato con noi, perché su quel cubo volevamo provarci con la sua fidanzata», dopodiché sarebbero stati «buttati fuori a scarpate, con pugni e calci e spingendo». Sì parlò anche di insulti rivolti ai ragazzi («froci di m…», «finocchi», etc).
    Diffondendo poi un’immagine in cui appariva con il collarino, la presunta vittima domandò: «Perché questo governo, seppure con altre priorità, non decreta urgentemente l’estensione della legge Mancino?». Le prime pagine dei quotidiani e le aperture dei tg gli fecero eco insieme all’allora presidente nazionale dell’Arcigay, Paolo Patanè, che denunciando già da qualche mese un’escalation di presunte aggressioni “omofobe”, prese la palla al balzo: «Dov’è il legislatore? È necessaria una buona legge sull’omofobia, subito, nessuno ci può chiedere di attendere ancora».
    LA PROVA VIDEO. I proprietari della discoteca difesero i loro dipendenti, dicendo che erano intervenuti «per sedare un alterco fra due ragazzi, esclusivamente per evitare una situazione di pericolo». I proprietari precisarono anche che «il Just In ospita le serate gay di Plastic, dopo la chiusura del locale milanese» e sottolinearono che era «quantomeno improbabile che i presunti soggetti malmenati potessero essere stati “identificati” come omosessuali».
    Solo due giorni dopo l’aggressione «con pugni e calci», il volto di Coppola appariva senza alcun segno. «Nel video – continua Margarini – Coppola non riceve nemmeno una percossa, infatti si è corretto in dibattimento limitandosi a dire che le lesioni se le è procurate perché fatto cadere dalle scale da un addetto alla sicurezza».
    VITTIMA O AGGRESSORE? L’avvocato racconta che «il personale di sicurezza fu costretto a intervenire per allontanare alcuni clienti saliti sul cubo vietato al pubblico, dopo che furono invitati a scendere». Uno dei ragazzi, quello «più alterato», fu accompagnato fuori dal locale «pacificamente». Qui, il buttafuori tentò «di calmare gli animi dei ragazzi», che, invece che allontanarsi, «li offesero, cercando anche di rientrare nel locale». Fermato, uno di loro aggredì «uno degli addetti alla sicurezza». Dalle immagini visionate dalla polizia giudiziaria, «dove i ragazzi non ricevono alcuna percossa», emerge quanto ricostruito dalla difesa. Mentre dal «dibattimento non è emersa alcuna prova di parole di quel tenore» e neppure di «lite per motivazioni omofobe».
    RITRATTAZIONI. Già nel giugno del 2012 la ricostruzione dei fatti sembrò ormai dar ragione a questa ricostruzione. Il prefetto Francesco Cirillo, vice del capo della Polizia, e presidente dell’Oscad, intervistato dall’Espresso, fu quindi costretto ad ammettere che «a volte l’Oscad smaschera pure i falsi. Come nel caso di Varese, qualche settimana fa. Un gruppo di gay ha denunciato un’aggressione in discoteca e gli esperti del Viminale sono entrati in azione: abbiamo scoperto che l’orientamento sessuale non c’entrava. Erano stati i gay a provocare».
    Perché accusare proprio una discoteca di omofobia? «Non ho idea», conclude Margarini, ma «a quanto mi consta non è la prima volta». Eppure il caso era arrivato anche in parlamento con numerosi interventi a sostegno di una norma contro l’omofobia e l’introduzione, l’anno successivo, del disegno di legge Scalfarotto.
    Rissa al Just In. Non fu per omofobia | Tempi.it



    Immaginate di fare con le tasse inique quel che si fa tranquillamente con le “eque” nozze gay
    Luigi Amicone
    Se un imprenditore non versa l’Irap finisce nei guai, giusta o sbagliata che sia l’imposta. Succede la stessa cosa per i “diritti” Lgbt? Succede la stessa cosa ai sindaci che “riconoscono” i matrimoni fra persone dello stesso in barba alla legge?
    Non c’è nulla di scandaloso (eccetto che per la ragione) nel chiedere lo status di “matrimonio” per unioni tra persone dello stesso sesso. Non c’è nulla di antidemocratico nel descrivere due uomini come “mamma e papà”. Non c’è alcun “diritto” rispettoso dell’umano – tanto meno del bambino – nel procacciamento di embrioni umani al mercato dell’eugenetica, dell’utero in affitto o del comodato gratuito di un commesso spermatore. Se i legislatori nordamericani e nordeuropei hanno scritto nelle loro leggi che i bambini possono chiamare mamma e papà due barbuti o due signorine e questo e altro ancora diventasse legislazione anche in Italia, noi non avremmo dubbi a rispettare tali leggi (fermo restando il diritto di provare a cambiarle per via democratica).
    Ora si dà il caso che in Italia viga una singolare “terza via”: anche se una legge non c’è, si può fare come se vi fosse. Ovviamente non stiamo parlando delle leggi sul fisco (vi immaginate se in nome dei diritti violati dalle leggi fiscali gli italiani pagassero le tasse nella misura fissata dal loro “diritto” ad avere un fisco giusto?). Ecco, se un imprenditore non versa l’Irap, l’imprenditore finisce nei guai. A prescindere dal fatto che l’Irap sia una legge giusta o sbagliata. Succede la stessa cosa per i “diritti” gay?
    Nello Stato italiano, come nella Fattoria degli animali di Orwell, “siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”. Prendete il giudice di Grosseto che ha imposto al Comune di iscrivere all’anagrafe i matrimoni omosessuali. Prendete i sindaci che anche senza una sentenza del giudice stanno procedendo allo stesso modo. Prendete il ministro dell’Interno, Renzi e Napolitano che fanno i pesci in barile. Avete presente gli otto-nove milioni di famiglie in povertà? Avete presente papà e mamme che pagano due volte le tasse allo Stato per essere liberi di educare i propri figli? E il “piano famiglia” pieno di allarmi e promesse di interventi “urgenti”? Niente. Tutto in cavalleria. Tutti paria. Mentre l’agenda gay è oggetto di un’attenzione diuturna.
    Tant’è che mentre i paria sono tenuti a rispettare le ingiuste leggi fiscali, le ingiuste leggi sul monopolio statale dell’istruzione, le ingiuste leggi che penalizzano la famiglia, i tenutari dell’agenda Elton John & partner si possono permettere quel che vogliono. Di conseguenza è normale che le coppie gay siano riconosciute all’anagrafe come “sposati”.
    Ma se la legge lo vieta, come si fa? Se perfino i supremi giudici lo vietano (vedi sentenza Corte di Cassazione n. 4184, 15 marzo 2012), come si fa? Se addirittura il super gay friendly sindaco di Milano dice che lo vieta anche una circolare del ministero degli Interni, come si fa? Semplice. Si fa. E perché “si fa”? Mistero di uno Stato delle banane governato da una classe dirigente di mezzetacche, giornalisti che hanno smesso di fare il loro mestiere, gruppi sociali in fuga con la coda tra la gambe dal loro diritto-dovere di esercitare una funzione anche di critica al potere e di giudizio e responsabilità in seno al popolo.
    Si può fare con le tasse quel che si fa con i matrimoni gay? | Tempi.it

    E allora non paghiamo le tasse al Comune di Roma
    di Tommaso Scandroglio
    Tutte le strade portano a Roma. Anche quelle dell’orgoglio gay. Ieri mattina (sabato 18 ottobre) in Campidoglio il sindaco di Roma Ignazio Marino ha trascritto nei registri comunali il “matrimonio” di sedici coppie omosessuali che si erano “sposate” all’estero.
    «Dobbiamo pensare che oggi è un giorno normale. Crediamo fortemente che tutti siano uguali e abbiano gli stessi diritti davanti alla legge. E allora quale diritto più importante c’è di dire al proprio compagno o compagna ‘ti amo’?» ha dichiarato il primo cittadino capitolino nella Sala della protomoteca.
    Il prefetto Giuseppe Pecoraro non ha aspettato un secondo e così ha ordinato: «Cancellare le trascrizioni o ci sarà l’annullamento». All’indirizzo di Marino ha poi aggiunto: «Se non procederà alla cancellazione delle trascrizioni sarò costretto io a farlo per legge». Ed infatti martedì o mercoledì si provvederà ad invalidare queste trascrizioni che appaiono inutili sul piano giuridico-amministrativo – sul punto qualche giorno fa era stato molto esplicito il Ministro dell’Interno Alfano – ma assai utili sul piano massmediatico e quindi ideologico. Uno spottone per le “nozze” gay ed un ulteriore invito al Parlamento a non insabbiare il disegno di legge sulle unioni civili omosessuali di marca Renzi.
    Al prefetto fanno eco le parole di Alfano che su Facebook così commenta: «Marino ha firmato trascrizioni per nozze gay. Ribadisco per l’attuale legge italiana ciò non è possibile. La firma di Marino non può sostituire la legge: ha fatto il proprio autografo a queste rispettabilissime coppie».
    Sulla stessa frequenza d’onda l’Ufficio per le comunicazioni sociali della CEI (ma forse non era meglio due parole da parte dell’Ufficio Famiglia?): «La notizia della trascrizione oggi, in Campidoglio, di matrimoni tra persone dello stesso sesso, avvenuti all’estero, sorprende perché oltre a non essere in linea con il nostro sistema giuridico, suggerisce una equivalenza tra il matrimonio ed altre forme che ad esso vengono impropriamente collegate. Una tale arbitraria presunzione, messa in scena proprio a Roma in questi giorni, non è accettabile».
    Dunque il succo delle critiche a Marino è il seguente: questi atti sono illegittimi perché il nostro ordinamento giuridico non prevede “matrimoni” tra persone dello stesso sesso. Critica sacrosanta. Ma a noi vengono da aggiungere due considerazioni. La prima: perché, come ha suggerito il consigliere Ncd Marco Polarici, non denunciamo il sindaco? Perché non chiediamo che venga commissariata la giunta? Se c’è una responsabilità civile per i magistrati c’è anche quella degli amministratori della cosa pubblica: facciamola valere allora. Una bella sanzione pecuniaria o una richiesta di risarcimento per aver danneggiato il buon senso di tutti. Marino è reo di giocare alla fantapolitica, di aver abusato della pazienza popolare, di tentata truffa alla ragionevolezza di Stato e civica. Se ci fosse il reato di “assurdo” il sindaco prenderebbe il massimo della pena senza attenuanti né sconti. Anzi ci sarebbero pure le aggravanti della “noia con recidiva”, perché – ammettiamolo – noi popolino siamo stufi di questa solfa delle “nozze” gay, anzi proprio lessi. Davvero abbiamo nella nostra testa etero altro a cui pensare.
    Secondo pensierino. Se il primo cittadino di Roma fa spallucce alla Costituzione, sì proprio alla Co-sti-tu-zione, perché noi ultimi cittadini non possiamo bellamente ignorare le normative di carattere amministrativo? Ad esempio le multe per divieto di sosta: non paghiamole più. E pure quelle sui rifiuti. È questione di logica giuridica elementare: se chi comanda considera legittimo trasgredire le norme di rango costituzionale, a maggior ragione sarà legittimato a fregarsene di codici e codicilli il comandato, cioè il cittadino comune. Marino non è d’accordo con noi? Ma così ci discrimina, non vi pare?
    Il sindaco di Roma parla di diritti civili e noi di disobbedienza civile. Se l’aggettivo “civile” magicamente serve per nobilitare ogni illecito, usiamolo anche noi, ma non a nostro vantaggio bensì a vantaggio della famiglia. È questa una proposta intollerante, poco democratica? Meglio essere poco o per nulla democratici che molto democretini.
    E allora non paghiamo le tasse al Comune di Roma

    Aborto, sodomia, eutanasia, burocrazia, politicheria
    La perfetta formula dell'amara, inarrestabile decrescita
    Piero Vassallo
    La crepuscolare Liguria. Negli anni Sessanta contava un milione e ottocentomila abitanti, i quali godevano di un apprezzato e dignitoso benessere. Era appena iniziato il cammino della Dc in direzione della catastrofe progressista, l'involuzione profeticamente annunciata dal cardinale arcivescovo Giuseppe Siri. Politici, sociologi e tuttologi prevedevano, tuttavia, una naturale crescita della popolazione e un conseguente felice sviluppo dell'economia.
    Mezzo secolo è trascorso. La Liguria, rotti i freni della morale cattolica, che fu difesa dal compianto cardinale Siri, conta un milione e duecentomila abitanti, afflitti da una vertiginosa decrescita e da una triste e desolata prevalenza di anziani seminfermi e badati. All'appello mancano i seicentomila giovani, i concepiti che l'egoismo folle ha gettato nella pattumiera delle cliniche abortiste. Seicentomila scommesse sul futuro, seicentomila produttori di beni. Seicentomila ragioni di speranza sono state sacrificate al più abbietto e demenziale egoismo.
    La medicina abortista trionfa mentre la cinofilia sostituisce l'amore materno: i marciapiedi delle città liguri - normalmente sporchi e sconnessi - sono frequentati da giovani donne accompagnate da cani anziché da bambini. Su tutti i liguri, vecchi e giovani, intanto grava il peso di una burocrazia tronfia, gonfia e famelica. Imperterrite la burocrazia e la fiscalità avanzano: negli anni dello spopolamento i dipendenti pubblici si sono moltiplicati come i funghi sotto la pioggia agostana. La decrescita e l'angosciante incremento dell'età media della popolazione, fattori di regresso associati alla spaventosa estensione del tumore oscurantista e sprecone/forchettone a sinistra, hanno causato il brusco abbassamento del tenore di vita e l'annebbiamento della speranza nel futuro. Decrescita felice, sussurrano i pensatori rannicchiati nelle grotte della sinistra gongolante, mangiona e jettatoria. Le statistiche e la memoria storica, invece, annunciano un doloroso e umiliante cammino, indirizzato alla scomparsa della popolazione ligure (e italiana, del resto) e il sopravvento di stranieri più o meno civilizzati, più o meno sani, più o meno intenzionati a faticare onestamente
    Un tempo gli storici insegnavano un'ovvia verità: il controllo delle nascite, sempre associato a vizi ripugnanti e a turpi delitti, produce la degradazione e l'estinzione dei popoli. Il compianto dai fedeli (ma censurato dai teologi aggiornati), don Dario Composta, ha scritto un magistrale saggio sulla pederastia quale causa della fine ingloriosa dell'antica e già illustre Sparta. Oggi don Dario potrebbe scrivere un saggio sulla finalità thanatofilo della politica intesa ad affermare e festeggiare l'orgoglioso primato del piacere contro natura.
    Contravveleni e Antidoti: La perfetta formula dell'amara, inarrestabile decrescita

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    A parte il Sinodo, altro segno pre-apocalittico è la distribuzione a Parma di sacchetti per l’immondizia chippati. Apocalisse sarà quando nessuno potrà comprare e vendere se non marchiato (l’obiettivo di Milena Gabanelli che vuole abolire il contante e renderci schiavi dei bancomat e delle banche), pre-apocalisse è quando nessuno può smaltire i propri rifiuti se non marchiato, e questo è l’obiettivo di Federico Pizzarotti, il caporalmaggiore della Caserma Parma. L’altra mattina mi hanno suonato il campanello, al portone c’era un tizio che mi ha messo in mano dei sacchetti chippati. Benvenuto dentro un incubo Stasi, una sceneggiatura simil-Ddr da intitolarsi “I rifiuti degli altri” e da riempirsi di delazioni, telecamere, multe, interrogatori: come mai produce così tanti rifiuti? Come mai ne produce così pochi? Come mai ha inserito nel sacchetto rifiuti non contemplati dal regolamento? Dovranno giustificarsi per aver mangiato spesso al ristorante, o dall’amante, per aver fatto lunghe vacanze o subito ricoveri ospedalieri, i parmigiani che adesso si ritrovano chippati come i cani, come certi detenuti in libertà vigilata.
    Nel suo “Il fanatismo dell’apocalisse” (Guanda), Pascal Bruckner scrive che quello ecologista è “un immaginario scatologico della decomposizione”, intravedendo inoltre un nesso “fra passione per i rifiuti e ritenzione anale”. Io non so come sia messo quel fanatico di Pizzarotti con Freud, problemi suoi: problema mio è questa decomposizione della libertà che avanza ovunque, non solo a Parma, e che sta bene a tutti visto che nessuno dice bau.
    PREGHIERA - 17 Ottobre 2014

    L'altro vizietto dei gay: taroccare le statistiche
    di Rino Cammilleri
    Gabriele Mangiarotti su queste stesse pagine ha riferito dell’avanzata della “cultura” Lgbt pure nella romita rocca di San Marino (della serie: non si butta via nulla) e del politico locale che ha affermato, in un inciso: «considerando il dato Istat secondo cui in Italia la popolazione omosessuale è attorno al 7%». Chissà dove l’ha visto questo «dato Istat». E va già bene, perché la fola ripetuta fino allo sfinimento è anche superiore: il 10% della popolazione mondiale di ieri, oggi e domani è stata, è e sarà costituita da omo. Ma davvero gli omosessuali sono il dieci per cento della popolazione mondiale?
    Com’è noto, a furia di sentire sparare una cifra si può finire per crederci. Anche il britannico Cameron prese per buoni i numeri forniti dalle associazioni Lgbt, secondo cui gli omosex inglesi erano tre milioni, il 6%, e finì con lo spaccare il suo stesso partito. Solo che, a cose fatte, il 3 ottobre 2013 l’Office of National Statistics gli fece sapere che la cifra giusta era 545 mila, l’1,1%. Poiché molti conservatori avevano sbattuto la porta, Cameron ammise alla Bbc di essersi sbagliato in buona fede.
    La guerra delle cifre, in tema, parte dai soliti Usa, dove il movimento dell’orgoglio gay aveva addirittura una rivista «Ten percent». Si era sbagliato pure lui, perché si era fidato del famigerato Rapporto Kinsey del 1948. Era stato Kinsey a sparare il «dieci per cento circa degli americani». E subito si erano levate grida di trionfo, continuamente ripetute e rimbalzate fino a diventare verità inconcussa. Studi specifici successivi (specialmente quelli commissionati da Clinton quando si accorse di non poter mantenere le promesse fatte alle lobby di settore che lo avevano sostenuto) chiarirono che, sì, Kinsey aveva intervistato 5.300 individui, ma il 25% erano detenuti. Per giunta, non aveva chiesto loro se erano omosessuali ma se avevano avuto esperienze omo. Il che in carcere era molto più probabile che altrove. Da questa ricerca farlocca Kinsey estrapolò il dato del dieci per cento. Anche se, esattamente, disse che il dieci per cento dei maschi bianchi americani tra i 16 e i 65 anni erano stati omosessuali per almeno tre anni della loro vita.
    Uno studio più accurato condotto dal 1984 al 1987 dallo specialista David Forman del Radcliffe Infirmary di Oxford trovò che solo l’1,7% del campione studiato aveva avuto rapporti omosessuali. E nel 1990 l’Università di Chicago riportò una cifra inferiore all’1% per quanto riguardava le persone esclusivamente omosessuali. Finale: ormai il Rapporto Kinsey è così screditato in campo scientifico da non meritare attenzione.
    Noi italiani non siamo nuovi a cifre-slogan che non molti sono in grado di verificare. I più anziani tra noi forse ricordano le famose «ventimila» vittime annuali di aborto clandestino, negli stessi anni in cui l’Istat certificava solo qualcosa di più di 11.500 italiane in età fertile morte per ogni causa, dal decesso naturale all’incidente stradale.
    Ognuno, si sa, porta l’acqua al suo mulino come può, ed è normale che sia così. Ma spesso chi grida di più finisce per far ritenere un’emergenza nazionale (o mondiale) quella che è solo un’esigenza di parte. Così, l’opinione pubblica, ma anche i politici e i giornalisti che non hanno tempo di compulsare statistiche, non viene informata ma solo tirata per la giacchetta.
    L'altro vizietto dei gay: taroccare le statistiche

    Houston. Il sindaco ultrà Lgbt ordina ai pastori cristiani di consegnare i loro sermoni su omosessualità e gender
    Atto inaudito di Annise Parker, lesbica dichiarata e paladina dei diritti gay, nella causa in tribunale contro la Equal Rights Ordinance, la sua legge bandiera
    Redazione
    Con una decisione senza precedenti noti, il Comune di Houston, Texas, minaccia di utilizzare i sermoni di alcuni religiosi locali in tribunale contro di loro. Il municipio infatti ha citato in giudizio diversi pastori di varie denominazioni cristiane per costringerli a consegnare e a fare esaminare dagli avvocati del Comune tutte le prediche (e le comunicazioni rivolte ai membri delle rispettive chiese) in cui si siano occupati di omosessualità, di identità di genere o di Annise Parker, il sindaco della città, apertamente lesbica e ultrà dell’agenda Lgbt (foto a destra). I ministri che non osserveranno il mandato di comparizione potranno essere processati per oltraggio alla corte.
    IL GENDER ALLA TOILETTE. “Nuove leggi danno ai rappresentanti della città di Houston il diritto di esaminare i sermoni religiosi in cerca di discriminazioni verso le persone Lgbt”, titola un po’ sconcertato perfino il britannico The Independent. In effetti questo atto clamoroso è solo l’ultimo affondo di un tremendo duello iniziato qualche mese fa tra il sindaco arcobaleno e gli oppositori della sua legge bandiera, la Houston Equal Rights Ordinance (Hero), approvata a giugno e aspramente contestata per l’estremismo delle misure rivolte all’appiattimento delle differenze di “gender”. Tra le altre cose, spiega efficacemente il Washington Times, l’ordinanza «proibisce alle aziende aperte al pubblico di impedire alle persone di utilizzare i bagni del sesso opposto qualora la loro identità di genere non corrisponda al loro sesso biologico».
    LA RAPPRESAGLIA. Già in agosto gli oppositori del cosiddetto “bathroom bill” avevano tentato di vanificare gli sforzi del sindaco Parker con una petizione che le avrebbe imposto di ritirare la norma o di sottoporla al giudizio degli elettori. Però le 50 mila firme raccolte (ben più delle 17 mila richieste) sono state invalidate dal Comune per presunte irregolarità, così i promotori della petizione hanno deciso di fare causa contro la legge. È a questo punto che la città di Houston ha deciso di trascinare in tribunale anche i pastori perché consegnassero le loro prediche, sebbene non fossero in alcun modo coinvolti nel processo. La loro “colpa”? Avere aderito a un’associazione che raggruppa circa 400 chiese contrarie all’ordinanza egualitaria della Parker.
    GRANDE FRATELLO. Gli avvocati di Alliance Defending Freedom (Adf), una rete legale no profit specializzata in cause riguardanti la libertà religiosa, hanno preso le difese di quattro religiosi in questa vicenda, rivolgendosi alla Contea di Harris (dove si trova anche Houston) per chiedere che il mandato di comparizione sia annullato. Si tratta, secondo Adf, di un atto «tanto inutile quanto inaudito»: gli amministratori di Houston «dovrebbero comportarsi come “civil servant”, non come i sovrani del Grande Fratello», stanno «illegittimamente pretendendo che i pastori, che non sono parte in causa nel processo, consegnino i loro sermoni protetti dalla costituzione e altre comunicazioni con l’obiettivo di controllare se essi si siano mai opposti o abbiano criticato il Comune». Sembra, insistono i legali di Adf, «un’inquisizione studiata apposta per soffocare ogni critica». Peccato che «il commento politico e sociale non è un crimine: è protetto dal Primo emendamento».
    LA GOGNA. Nella cronaca scritta per Fox News Todd Starnes riferisce di aver contattato il Comune di Houston per farsi spiegare perché il sindaco Parker voglia «ispezionare i sermoni», ma invano. «Non rilasciamo dichiarazioni riguardo alle cause legali», gli ha risposto un portavoce. «Tuttavia – scrive Starnes – l’avvocato di Adf Erik Stanley sospetta che il sindaco voglia svergognare pubblicamente i religiosi. Prevede che utilizzeranno i loro sermoni per un esame pubblico. In altre parole, la città sta rovistando in cerca di prove per mettere alla gogna i pastori come anti-gay».
    Houston, sindaco si fa consegnare i sermoni sul gender | Tempi.it

    Quando l'eutanasia non è nemmeno richiesta
    di Tommaso Scandroglio
    I favori non richiesti spesso sono sgraditi. Figuriamoci se per farti un favore ti ammazzano. Questa è la bella pensata della Società belga di terapia intensiva la quale, in documento dal titolo Piece of mind: end of life in the intensive care unit statement del febbraio scorso, propone l’eutanasia del paziente anche senza consenso di questi. L’idea nasce dal fatto che – secondo questi sedicenti dottori – sono poche le persone che chiedono di morire in Belgio, meno dell’1%, anche se sono ormai moribonde. Richiamando un loro precedente documento dichiarano che "non è solo accettabile, ma necessario interrompere il trattamento attivo in alcuni pazienti che arrivano, irreversibilmente, alla fine della loro vita". Perché dunque temporeggiare e non anticipare un evento che è inevitabile? Immemori che “quell’evento” è per noi tutti inevitabile, la Società in prima battuta chiarisce un criterio “etico” che deve guidare l’operato del discepolo di Ippocrate: “terapie che agiscono esclusivamente per prolungare artificialmente la vita non devono essere iniziate o devono essere interrotte”. A rigore tutte le terapie salvavita – chemioterapia, bypass cardiaci etc. – prolungano artificialmente la vita. Ma forse sono solo sottigliezze linguistiche.
    Il documento prosegue evidenziando un fastidioso ostacolo che intralcia il lavoro degli specialisti dei reparti di terapia intensiva: “i pazienti in stato critico che muoiono in terapia intensiva di solito non sono in grado di chiedere l’eutanasia”. E poi indica la cura: “non si tratta di dare analgesici o sedativi per combattere il dolore o l’agitazione, o il cosiddetto ‘doppio effetto’ in cui gli analgesici somministrati per alleviare il dolore possono comportare l’effetto avverso di accelerare la morte. Qui è in discussione la somministrazione di sedativi con l’intenzione esplicita di abbreviare il processo di cure palliative terminali nei pazienti senza alcuna prospettiva di ripresa significativa” ed anche nel caso in cui il paziente non stia soffrendo perché tale pratica eutanasica “può effettivamente migliorare la qualità del morire” e dunque è pratica “non solo accettabile, ma in molti casi auspicabile”.
    Non solo, ma i redattori del documento non si nascondono dietro ad un dito e affermano a chiare lettere che opporsi all’eutanasia non volontaria sarebbe davvero strano dato che in Belgio tali pratiche assassine sono all’ordine del giorno: “è importante sottolineare che molte delle questioni qui discusse possono sembrare ovvie e altresì riflettono la prassi attuale”. Inoltre il documento spiega che spetta solo al medico la parola finale sull’eutanasia non richiesta, seppur si debbano ascoltare i pareri di parenti e amici: “deve essere chiaro che la decisione finale viene presa dal team di assistenza e non dai parenti”. Infine “Il presente documento si applica ai bambini e agli adulti”. Più chiari di così – è proprio il caso di dirlo – si muore.
    Questo lugubre parere della Società belga, pur nella sua lucida follia, è interessante almeno per tre motivi. Innanzitutto dalla qualità della vita siamo passati alla “qualità del morire”. Fino a ieri si chiedeva di morire perché la vita non era più degna di essere vissuta, ora si pensa di staccare un biglietto per un viaggio senza ritorno perché farsi ammazzare con un cocktail di sedativi è il modo migliore per tirare le cuoia. Lo scarto è impercettibile, ma significativo. La Società belga non getta nella fossa i suoi pazienti perché la vita in quelle condizioni è insopportabile, bensì per il motivo opposto: perché morire con l’ausilio della medicina è davvero bello. E’ l’elegia della morte in camice bianco.
    In secondo luogo la trasmutazione della professione medica è ormai completa. Qualche anno fa l’eutanasia era il vessillo dell’autodeterminazione del paziente, lo strumento che ci avrebbe affrancato da quella medicina paternalistica che tanto ci faceva soffrire. Passato in Belgio come nei Paesi Bassi questo breve interregno dell’autonomia del malato dove lo specialista era stato ridotto sostanzialmente ad un erogatore di servizi su richiesta, eccoci che siamo ripiombati nell’era della medicina onnisciente che si sostituisce alla volontà del paziente. E dunque semaforo verde all’eutanasia non richiesta qualora –ad insindacabile giudizio del medico – questa venga prestata nel miglior interesse del paziente stesso (“principio di beneficialità” lo definiscono questi medici belgi). Dall’autodeterminazione nel morire all’eterodeterminazione: in diritto penale si chiama omicidio.
    In terzo luogo il Belgio in campo bioetico si segnala perché gioca a carte scoperte. Solo pochi mesi fa è stata introdotta l’eutanasia infantile (che per sua natura è facilmente praticabile senza consenso del piccolo paziente) ed ora si alza la posta: eutanasia imposta anche senza autorizzazione del malato e ascoltando il parere di parenti e amici con un solo orecchio. La novità non risiede solo nella mancanza di consenso del paziente, ma nel fatto che tale proposta, come quella della “dolce morte” infantile, non mira ad ulteriori obiettivi nascosti come ad esempio avviene qui in Italia. Tempo fa infatti si discuteva nel nostro Parlamento di varare una legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento. Ma era solo una testa di ponte per avere l’eutanasia. Cambiando tema, ma non cambiando musica, anche il Ddl Scalfarotto – per stessa ammissione del suo primo firmatario – non persegue tanto l’obiettivo di eliminare le discriminazioni a sfondo “omofobico”, bensì vuole sdoganare le “nozze” gay. In Belgio invece questa fase di mascheramento è ormai abbondantemente superata. Non si hanno peli sulla lingua e non si hanno remore a sostenere che l’eutanasia è cosa buona e dunque perché non elargirla a tutti, volenti o nolenti? Non si usano più cavalli di Troia per vincere le battaglie, ma a viso aperto si chiede quello che si ritiene un diritto sacrosanto. Senza troppi infingimenti.
    Quando l'eutanasia non è nemmeno richiesta

    Sorgerà a Detroit il primo tempio dedicato a Satana
    Dalla setta spiegano: "Celebreremo funzioni, matrimoni e funerali. Non sono previsti sacrifici di animali"
    Giovanni Masini -
    A Detroit sorgerà un tempio dedicato a Satana: a tanto si è arrivati nel centro più importante del Michigan, un tempo capitale mondiale dell'auto e recentemente tornata al centro delle cronache per un maxi-deficit che ha portato al default dell'intera città.
    Il gruppo di satanisti newyorkesi "The Satanic Temple" ha annunciato l'intenzione di costruire un proprio tempio, dove verranno officiate funzioni, matrimoni (anche tra persone dello stesso sesso) e funerali. Inoltre sarà presente una piccola biblioteca e uno spazio per incontri e conferenze. La scelta della città è caduta proprio su Detroit per la sua reputazione di città degradata e per la storia che la lega a diversi esponenti del satanismo internazionale.
    Il progetto del tempio prevede una statua di Satana con la testa di capra, corni, ali e due bambini adoranti ai lati del soggetto principali. Dalla setta fanno inoltre sapere che le pratiche religiose non dovrebbero comprendere la possibilità di sacrifici animali. Fonti di "The Satanic Temple" spiegano che altre comunità dovrebbero sorgere a breve.
    Sorgerà a Detroit il primo tempio dedicato a Satana - IlGiornale.it


 

 
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