Tra peones e nomi illustri è una carovana di parlamentari quella che sta come d’autunno sugli alberi le foglie. I generali sono tanti. C’è
Lamberto Dini e c’è
Beppe Pisanu, che da tempo guarda a Casini e Fini. Del resto entrambi lo scorso aprile promossero un documento, firmato da una trentina di senatori, in cui auspicavano la nascita di «un nuovo movimento liberaldemocratico». Saranno accontentati, ma il «nuovo movimento» farà a meno di loro. Un altro che ormai fa storia a sé è
Giulio Tremonti. L’ex ministro dell’Economia confida in questi giorni agli amici di non essere affatto sorpreso per la nuova “epifania” del Cavaliere.La considera «inevitabile» vista la «natura dominicale» del Pdl, il suo essere proprietà del signore.
E soprattutto considerata la necessità di Berlusconi di tutelare le sue aziende. Eppure Tremonti non sembra troppo convinto del successo dell’operazione.
Non ha fiducia nei sondaggi che individuano un bacino di potenziali elettori berlusconiani vicino al trenta per cento. «Ormai — l’hanno sentito dire a una cena — Berlusconi può raggiungere un massimo di 10-12 per cento di zoccolo “devozionale”. Anche perché gli imprenditori guardano tutti altrove». E dove guardano questi «imprenditori» orfani del centrodestra? Tremonti sta riflettendo, è pronto a mettersi in gioco di persona per costruire un approdo, «le risorse ci sono».
Se Giorgio
Stracquadanio è sceso dal predellino e si appresta a lanciare il movimento «Sedizione Liberale» («perché la rivoluzione liberale ormai è stata tradita da Berlusconi») insieme a
Oscar Giannino e
Marco Taradash, un altro nome storico forzista pronto a fare le valigie è
Gaetano Pecorella. Così come
Marcello Pera, da tempo in rotta con il suo partito d’origine. Al Senato i rapporti fra Pera e il gruppo Pdl sono ridotti a zero. Con Schifani ormai è ai minimi termini, tanto da averlo attaccato pubblicamente in aula per la conduzione «di parte» del dibattito sulle riforme costituzionali.
In molti si chiedono poi che fine farà
Guido Crosetto, uno che aveva creduto alla leadership di Alfano. Tra le file degli ex forzisti sono in molti i personaggi a rischio, da
Deborah Bergamini a
Paolo Amato, da
Isabella Bertolini allo stesso
Mario Valducci, considerato come la mente politica che ha sostenuto l’iniziativa dei giovani “formattatori” del Pdl. C’è poi
Frattini. L’ex ministro degli Esteri è più montiano di Monti. E se il Cavaliere sterzasse su una campagna elettorale troppo urlata, prenderebbe il largo a vele spiegate. Tanto per far capire come la pensa, ieri ha rilasciato un’intervista a Liberal senza citare nemmeno di striscio Berlusconi-candidato-premier e augurandosi, al contrario, il proseguimento di Monti oltre il 2013 «perché il bene dell’Italia non finisce a marzo». Un caso a parte è costituito da
Gianfranco Rotondi, furibondo per essere tenuto sistematicamente lontano dalla stanza delle decisioni.
L’ex ministro lo ha preannunciato in una telefonata ad Alfano: «È finita la fase dei parenti poveri. Se voi sciogliete il Pdl me lo prendo io e vado avanti. Siete voi e Berlusconi che ve ne andate». Rotondi è pronto a difendere i suoi diritti di “cofondatore” in tribunale.
Ma la minaccia più grave è quella che arriva da
gli ex An. Il passa parola tra i big è questo: «Berlusconi vuole chiamare il Pdl Forza Italia. Se lo fa ce ne andiamo tutti insieme». La decisione è presa, il nervosismo cresce. Tra i banchi della Camera gira anche un foglietto con un simbolo che lo stesso Ignazio
La Russa si sarebbe preso la briga di depositare. «Unione italiana», il nome ipotizzato. Pronti alla rottura anche
Gasparri e
Meloni.