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Originariamente Scritto da
Melchisedec
Infatti il giudizio della Chiesa è evoluito: ha manifestato un certo interesse accompagnato da esplicite riserve, e poi, di fronte ai fatti, ha abbandonato la prospettiva di un corporativismo imposto dall’alto. Ha cercato inutilmente di rilanciare, nel dopoguerra, il glorioso corporativismo democratico e sussidiario, ma ha dovuto rinunciare perché ormai la parola “corporativismo” appariva legata alla negativa esperienza fascista.
Non esattamente: è vero che la Chiesa Cattolica inizialmente ebbe un atteggiamento in cui vi era sia un certo interesse che esplicite riserve, ma ciò era dettato soprattutto dal fatto che la legislazione italiana non regolava ancora i rapporti tra Chiesa e Stato e quindi restava ancora oscuro il destino che avrebbero avuto le associazioni e le organizzazioni cattoliche. Quando nel 1926 il ministro Alfredo Rocco diede le opportune garanzie di rispetto della coscienza e della religione cattolica, allora la Chiesa, nonostante mantenesse alcune riserve ed avesse determinate perplessità, diede il via libera affinché gli uomini dell'Azione Cattolica aderissero in massa ai sindacati fascisti. Questo fu dovuto anche ad un altro fatto: i sindacati fascisti giuridicamente riconosciuti erano sindacati di Stato e non di partito. Mussolini, saggiamente, non volle che i sindacati fossero organizzazioni di partito ed in questo scontentò il sindacalista fascista Rossoni, che invece si era speso molto per il mantenimento di un sindacato fascista politicizzato ed espressione del PNF. Venendo meno questo rischio, la Chiesa e soprattutto le organizzazioni cattoliche mutarono atteggiamento e mostrarono una sempre maggiore fiducia, sciogliendo - col passare del tempo - molte delle passate riserve.
Il Presidente generale dell'Azione Cattolica Luigi Colombo, accusato dai suoi detrattori di "tendenze clerico-fasciste", disse infatti: "Secondo le dichiarazioni del legislatore, non ci troveremo di fronte ad un sindacato regolarmente riconosciuto con esclusione degli altri sindacati, ma a un vero e proprio organo di diritto pubblico. Stando così le cose, occorre tener presente che il nuovo ordinamento del lavoro segna un notevole passo verso la collaborazione propugnata dalla scuola cattolica e che sarà efficace e vitale se alimentato dalla solidarietà cristiana".
Il Concordato del 1929, che regolò anche il rapporto tra organizzazioni cattoliche e regime fascista, contribuì ulteriormente a render chiaro il quadro. Il conflitto che andò a svilupparsi riguardo all'Azione Cattolica e all'educazione giovanile, che toccò anche le attività sociali delle organizzazioni cattoliche, venne poi risolto pacificamente con la soddisfazione di entrambe le parti in causa. Dopo il 1931 il mondo cattolico mostrò sempre più interesse verso il "corporativismo integrale fascista" e lo vide come un'occasione di "restaurazione" dell'ordine sociale cattolico, a cui tutti gli italiani cattolici (e gli italiani cattolici fascisti) avrebbero dovuto contribuire attivamente con un'apposita opera di apostolato.
Di questo si lamentarono molti "democristiani" e "popolari", che accusarono la Santa Sede di "servilismo" e di "arrendevolezza" nei confronti del regime: si pensi a certe invettive sturziane contro la Chiesa o alle accuse di Francesco Luigi Ferrari che giudicò molto negativamente l'atteggiamento dell'Azione Cattolica, della quale pure faceva parte, in materia in quanto teso alla collaborazione con il nascente regime autoritario fascista. Ma la Chiesa evidentemente se ne fregava...
In un articolo di A. De Stefani e L. Amoroso intitolato "La logica del sistema corporativo" si ammetteva che con la realizzazione dell'ordinamento corporativo veniva "restaurato il blocco dei principi morali, che per un millennio era stato il substrato profondo della civiltà europea, e che nel Seicento era stato squarciato dalla Riforma".
Anche Padre Gemelli vide nel corporativismo fascista un fatto positivo, in linea con il Magistero di Pio XI e la "Quadragesimo anno": "L'Italia è stata la prima che nel mondo contemporaneo ha segnato il nuovo orientamento anti-individualista. E furono, in principio, derisioni, incomprensioni, disprezzi. Ma a poco a poco il significato storico dell'opera di Benito Mussolini fu apprezzato e seguito" (tratto da "Il Protestantesimo e l'Italia", agosto 1934).
Su "Vita e Pensiero", in un articolo intitolato "La Nazione militare", pubblicato nel novembre 1934, veniva rincarata la dose, dicendo che quello fascista, nel suo complesso, era "un ordinamento non avente riscontro in nessun altro Stato d'Europa, e particolarmente adatto per il popolo italiano, il quale aveva smarrito sé stesso in un esagerato individualismo".
Questo spiega perché il corporativismo fascista avesse un carattere "statale": era necessario e fondamentale sradicare l'individualismo e la sostanziale anarchia sociale che l'Italietta liberale pre-fascista aveva largamente permesso. Infatti, prima dell'avvento del Fascismo i cosiddetti "corpi intermedi" esistevano ma erano tutti al di fuori dello Stato e non integrati in esso. C'era un evidente scollamento tra il popolo (o meglio, "la massa") e lo Stato. Questo comportava forti spinte centrifughe che favorivano l'individualismo, il particolarismo spinto e deleterio, l'egoismo di classe e di categoria, la corruzione, la disgregazione sociale, l'atomismo, il malaffare ed anche la violenza (si pensi alle agitazioni sindacali promosse da socialisti e bolscevichi).
Lo Stato fascista invece cercò di integrarli in se stesso, indirizzandone gli sforzi verso il compimento dell'interesse nazionale e del bene comune. Non vi fu un assorbimento di essi per distruggerli, ma un'integrazione progressiva e graduale, come del resto postulava la "Carta del Lavoro" del 1927. Fatto che la Chiesa riconobbe come positivo proprio nell'Enciclica "Quadragesimo anno", da me già citata: "Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura".
Quello fascista fu un nobile tentativo che - cosa di cui lo stesso Mussolini s'era reso perfettamente conto e che molti fascisti (autorevoli e meno autorevoli, noti e meno noti) pubblicamente auspicavano - avrebbe necessitato di accorgimenti e di alcune modifiche, cioé avrebbe necessitato di una certa "evoluzione" - come del resto suggerì Pio XII in piena guerra mondiale - ma no di certo avrebbe dovuto essere ribaltato o addirittura sradicato. A riprova del fatto che il Fascismo fece opera benemerita sta il fatto che la Repubblichetta antifascista "nata dalla Resistenza", nonostante la sua retorica anti-mussoliniana e anti-fascista, accolse nella legislazione italiana moltissime delle istituzioni e delle leggi fatte dallo Stato fascista in materia economico-sociale. Purtroppo, la Repubblichetta, nata da un infausto compromesso catto-liberal-social-comunista repubblicano, col passare del tempo ha distorto la funzione positiva che ebbero le istituzioni sociali del Fascismo, contribuendo così alla loro stessa liquidazione e svendita (vedasi Prodi con l'IRI). Si pensi al fatto che la prima cosa che fece il CLN appena "insorse" il 25 Aprile (virgolette d'obbligo) fu abolire la legge che introduceva la cosiddetta "socializzazione", approvata dalla RSI.
La Chiesa non ha mai "ritrattato" il giudizio positivo che all'epoca diede. E' chiaro che, una volta caduto il Fascismo, la prospettiva fosse diversa e la nuova situazione richiedesse un altro tipo di atteggiamento e, soprattutto, un altro tipo di contributi e di riflessioni. Peccato però che, come tu stesso evidenzi, il clima di esagerato ed ossessivo antifascismo facesse mettere le fette di prosciutto sugli occhi di molti (nonostante, al tempo stesso, quasi in silenzio, si recepissero molte delle conquiste sociali del Fascismo).
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Pensa tu a quali assurdità concettuali erano costretti gli studiosi cattolici pur di vellicare il regime autoritario-totalitario!
Comunque Brucculeri, come avevo già spiegato, si esercitava sulla pura teoria: il sistema corporativo era stato appunto approntato proprio quell’anno, e l’articolo scritto nel marzo del 1934 su “La Civiltà Cattolica” si concludeva affermando che non era ancora possibile “dare un giudizio definitivo sul corporativismo fascista”.
In ogni caso, Brucculeri non aveva risparmiato critiche e distinzioni, come rileva Danilo Veneruso nel suo saggio “Il seme della pace”, edizioni Studium: “In primis, secondo padre Brucculeri “nella concezione che fu generalmente proposta dai cristiano-sociali, non era esclusa la pluralità sindacale”. Un’altra “notevole differenza” consisteva nel rapporto tra stato e corporazione. Nell’esperimento fascista la corporazione tendeva ad essere un organo dello stato, senza personalità sua propria, mentre “nell’indirizzo dei cristiano-sociali gli organi corporativi erano enti autarchici dotati di autonomie non semplicemente funzionali”. Lo statalismo eccessivo all’interno dell’organizzazione era stato esplicitamente condannato dalla Quadragesimo anno. Non vi era alcun dubbio, secondo padre Brucculeri, che doveva esserci “un limite oltre il quale l’autorità viola la libertà, un punto su cui deve arrestarsi l’azione della prima, perché non si traduca in una invasione del diritto della seconda”. Questo “punto” era di grande importanza in quanto sarebbe stato determinante per l’eventuale successo del nuovo sistema. Brucculeri ammoniva che “tutte le nostre conquiste più splendide, tutte le creazioni del genio politico possono essere poi lievito di egoismo e conseguentemente di regresso”. “
“Alla fine il bilancio complessivo risultava deludente. Agli inizi del 1939 il Brucculeri non poteva fare a meno di constatare come sul tema del corporativismo si discutesse assai meno di alcuni anni prima, in quanto l’interesse del regime si era orientato verso l’autarchia, abbandonando il campo del corporativismo.” “I grandi problemi erano rimasti insoluti, sia per il velleitarismo, sia per il provincialismo del regime, per il quale la crisi del capitalismo era occasione solo di evasioni verbali dalla realtà.” “Il Brucculeri notava che l’autarchia tendeva a “protrarsi agli estremi, in guisa da rassomigliare troppo all’isolamento, e da barricare così i popoli sino a renderli dei compartimenti stagni, il che repugna alla realtà economica, all’interdipendenza delle nazioni.”
“Dopo il 1936 l’interesse per il corporativismo che aveva animato La Civiltà Cattolica e, in genere, la cultura cattolica italiana, scemò rapidamente. Il corporativismo fascista era, del resto, finito. Mussolini lo aveva abbandonato fidando nel nuovo verso dell’autarchia, con la quale la dottrina sociale crisitana non intendeva neppure misurarsi, sia per i suoi presupposti guerreschi, sia per il nazionalismo arbitrario che la inficiava. Ciò significava che il pensiero sociale cattolico rifiutava ormai ogni vero dialogo con la parallela cultura fascista. Rispuntavano così i prediletti testi francesi e anglosassoni, cioè i testi delle democrazie. Il quadro, ormai, era chiaro. La scelta dei testi rifletteva una precisa opzione culturale, politica e sociale. Questa scelta significava anche un avvicinamento del pensiero cattolico all’antifascismo. Nel considerare gli elementi moderni del lavoro Brucculeri indagava soprattutto gli aspetti internazionali, con l’ausilio di autori come Goetz Briefs, Etienne Burne e Francois Henry, Victor Serge, Marcel Malcor, Jacques Leclerq, Joannes Messner. Naturalmente non poteva mancare l’inquadramento del sistema economico nella cosiddetta “questione sociale”. Gli autori che fornivano la base della sua posizione erano sempre quelli in qualche modo legati alla causa della democrazia: Antonio Ciampi, don Sturzo, Kleinhappl, Veermesch, Portal, P.Gillet, Ch. Antoine.”
Nessuna assurdità concettuale: padre Brucculeri, in armonia con i principi della "Quadragesimo anno" e con le direttive del Pontefice in materia, si rendeva perfettamente conto che per restaurare un ordine economico-sociale sano e giusto fosse necessario affrontare prima determinate incombenze che non permettevano una piena e totale applicazione dei principi della dottrina sociale della Chiesa in tutta la loro portata. D'altronde, un conto è la formulazione di un modello teorico ed ideale ed un conto è la sua applicazione. La politica economico-sociale fascista, che ovviamente non si limitava al solo corporativismo ma anche a tanti altri provvedimenti che aiutavano e favorivano le categorie meno abbienti e la famiglia, per quanto collegati ad esso, trovava un'applicazione positiva e non contrastava coi principi della dottrina sociale della Chiesa. Anzi, spesso, al contrario, tali realizzazioni erano in armonia con questi principi e trovavano elogio da parte della Chiesa e degli studiosi del mondo cattolico.
Va fatta un'ulteriore precisazione: la "libertà sindacale", così come intesa dalla Chiesa Cattolica, non andava certamente assimilata alla "libertà sindacale" così come intesa dai democratici (nota bene: la Chiesa ammette la democrazia come una delle forme legittime di governo se retta da principi cattolici nel vivere civile, non se invece non accoglie adeguatamente nel suo seno tali principi...motivo per cui Pio XII si scornò spesso e volentieri con la Democrazia Cristiana nel dopoguerra e motivo per cui prima ancora tra il PPI e la Chiesa non vi fosse esattamente un rapporto idilliaco....va distinto insomma il "democraticismo", che vede nella democrazia la sola legittima forma di governo, dalla democrazia, che però per com'è intesa dalla dottrina sociale della Chiesa va considerata come la "politeia" aristotelica, non come la moderna democrazia liberale). Infatti, la "libertà sindacale" indicata dalla riflessione cattolica avrebbe riguardato esclusivamente organizzazioni, associazioni e sindacati cattolici e non organizzazioni, associazioni e sindacati socialisti, liberali, repubblicani, comunisti, socialdemocratici, ecc.
Il Fascismo però rispettava la coscienza religiosa cattolica del popolo italiano anche nell'ambito sindacale-corporativo e questo rendeva l'esigenza della libertà sindacale cattolica, in quel contesto storico-politico e culturale, superflua (almeno per quel momento).
Insomma, gli studiosi cattolici chiaramente e giustamente indicavano l'optimum, che però per realizzarsi ha sempre bisogno di un terreno favorevole e questo terreno fertile lo stava preparando con pazienza il Fascismo tramite la sua benemerita politica economico-sociale, lavorativa e corporativa. E' assai probabile (ma ametto che questa trattasi di pura supposizione) che se la cattolicizzazione del Fascismo si fosse spinta ancora più in là di quanto si spinse effettivamente sarebbe venuta meno del tutto la rivendicazione della libertà sindacale propriamente e precipuamente cattolica. Rivendicazione, ripetiamolo, che però la Chiesa non aveva fatto più come propria in quanto la riteneva non essenziale e superflua.
Dulcis in fundo: nemmeno l'autarchia fascista, in realtà, trovò sfavorevole il mondo cattolico.
Nel 1939, in occasione del decennale dei Patti Lateranensi, "L'Osservatore Romano", fra le tante benemerenze del Fascismo, faceva notare soprattutto questo: "Dall'ambito strettamente religioso passando ad altri settori a questo vicini, troviamo che l'opera dei dieci anni ha espresso numerose sagge e proficue innovazioni nel campo morale e sociale".
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La Carta del lavoro era una collezione di formule astratte le quali, o non avevano un significato giuridico certo, o potevano essere applicate in mille maniere diverse, e di fatto venivano spesso smentite dalla pratica delle istituzioni fasciste. Salvemini poteva così facilmente ironizzare sulla dichiarazione “Il lavoro è un dovere sociale”: “Nessuna legge fascista ha obbligato sinora le principesse romane a guadagnarsi la vita altrimenti che giocando a bridge e andando alla caccia alla volpe; mentre i molti disoccupati non hanno potuto in alcun modo compiere quel proclamato “dovere sociale” per quanta volontà avessero di adempierlo.”
Non di questo parere era padre Brucculeri, il quale in occasione del decennale della pubblicazione della "Carta del Lavoro" scriveva in un articolo su "La Civiltà Cattolica": "Il Fascismo ha, in pochi anni, creato un ordine nuovo, che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. La Carta del Lavoro ha spazzato via dalla nostra palestra economico-sociale i segni malefici che portano i nomi ben noti: lotta di classe, leggi inflessibili della natura, serrata, sciopero, concorrenza sfrenata, individualismo utilitario, anarchia economica. Un ordine nuovo è ormai sorto, che lascia dietro a sé, e a ben lunga distanza, i programmi ventilati dal socialismo riformista" (7 agosto 1937).
Lo vedi? Il Fascismo aveva creato un "ordine nuovo" ispirato a principi convergenti, del tutto o in parte, con la dottrina sociale della Chiesa e, soprattutto, se non coincidenti, comunque non incompatibili con il Magistero della Chiesa e dei Papi in materia economico-sociale.
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Questa è una barzelletta: i grandi industriali (e sottolineo i grandi…) si trovarono come i topi nel formaggio nell’ambito di tutte le istituzioni economiche proprie del regime fascista: le Corporazioni, i consorzi, i concorsi pubblici e l’autarchia.
Sicuramente i grandi industriali trassero non pochi benefici dall'emerita politica economico-sociale mussoliniana. Purtuttavia, essi mal sopportarono molte delle innovazioni fasciste e, soprattutto, mai videro di buon occhio l'attenzione - quasi spasmodica - del Duce verso i più deboli, i più poveri e i lavoratori più umili.
Significativo il fatto che Mussolini una volta (16 luglio 1937) avesse telegrafato quanto segue riguardo al trattamento che l'industriale Agnelli riservava ai suoi operai: "Comunichi al Senatore Agnelli che nei nuovi stabilimenti Fiat devono esserci comodi e decorosi refettori per gli operai. Gli dica che l’operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina non è di questo tempo fascista. Aggiunga che l’uomo non è una macchina adibito ad un’altra macchina".
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Ripeto: l’assassinio del corporativismo fu dovuto al fascismo. Pio XII era convinto della validità del corporativismo democratico e sussidiario, ma non ci fu nulla da fare. Nel dopoguerra inviò un messaggio favorevole al corporativismo alle Settimane sociali dei cattolici francesi: i cattolici francesi protestarono dicendo che voleva reintrodurre una istituzione legata al fascismo. Fece scrivere un articolo apposito sulla Civiltà Cattolica, e furono i cattolici italiani a protestare, per le stesse ragioni dei francesi. Fece scrivere un apposito saggio, “Verso un corporativismo democratico”, cui collaborarono pure Gedda, don Sturzo, Carnelutti, e Brucculeri, ma tutto fu inutile: tutti ormai identificavano il corporativismo con il regime fascista…
Chi fattivamente smantellò lo Stato corporativo e sociale fascista fu la Repubblichetta antifascista ed il fatto che nel dopoguerra Pio XII riproponesse la tematica corporativa significava che continuava a riconoscere, seppur solo implicitamente a causa del clima antifascista dell'epoca, quanto avesse fatto di buono il Fascismo in precedenza, pur volendo riadattare il corporativismo alle nuove esigenze poste dal rinnovato contesto storico-politico e culturale.
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Embè? Pio XII rileva che le responsabilità sono passate dai capi militari a quelli politici, ed auspica che gli uomini perseguano fattivamente la pace.
Pio XII rilevava che non bastava gridare "pace! pace!" per ottenere la pace e soprattutto una pace giusta ed equa, non una "pace fredda", fondamentalmente ingiusta ed iniqua, come invece poi, negli anni successivi, andò a verificarsi.
Il Sommo Pontefice esortava gli uomini all'umiltà e a seguire la dottrina cattolica in tutti i suoi principi, senza i quali nessuna vera pace sarebbe stata possibile. Purtroppo, gli americani non ascoltarono Pio XII e preferirono affidarsi alla loro solita bieca retorica umanitarista, che utilizza parole apparentemente appartenenti al vocabolario "cristiano" per veicolare concetti che, in ultima istanza, non risultano assolutamente "cristiani" e "cattolici", fottendo amabilmente i popoli destinati a ricadere sotto la loro sfera di influenza.
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La disillusone era legata al comportamento della Russia comunista, e al fatto concreto che avesse occupato militarmente, in modo autonomo, parte dell’Europa, e che avesse un peso politico e militare tale da rimanerne in possesso. Nel discorso che richiami non vedo nessuna critica agli americani e ai loro alleati in relazione a Yalta, anche perché il Papa avrebbe dovuto esplicitare la relativa alternativa: proseguire la guerra contro la Russia? Usare la bomba atomica contro i sovietici?
Il Papa dice esplicitamente: “Non intendiamo di criticare, ma di stimolare. Non di accusare, ma di soccorrere.” E dice chiaramente di apprezzare l’opera degli “Uomini di Stato chiusi alle voci ingannevoli della vendetta e dell’odio”, anche se l’obiettivo della pacificazione non è stato ancora raggiunto, nonostante i loro “sforzi generosi”.
Il riferimento invece era del tutto evidente, visto che si citava la "Carta atlantica", che era stata promossa da Churchill e Roosevelt, esportatori di democrazia a suon di bombe e di stupri (Bush jr. in effetti non s'è inventato nulla di nuovo quando decise di aggredire l'Iraq), e che in seguito era stata sottoscritta da altri paesi che erano in guerra contro le potenze dell'Asse, fra cui l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, guidata dal famigerato Josif Stalin, il quale, senza il considerevole aiuto economico-finanziario e militare americano, non sarebbe mai riuscito a vincere contro le forze dell'Asse sul fronte dell'Est.
La "Carta atlantica" assicurava che i paesi che l'avevano sottoscritta "non aspira[ssero] a ingrandimenti territoriali o d’altro genere"; "non desider[assero] mutamenti territoriali che non [fossero] conformi al desiderio, liberamente espresso, dei popoli interessati"; "rispetta[ssero] il diritto di tutti i popoli a scegliersi la forma di governo sotto la quale intend[essero] vivere" e "desidera[ssero] vedere restituiti i diritti sovrani di autogoverno a coloro che ne [erano] stati privati con la forza".
Peccato che, grazie allo spartizione del bottino di guerra attuata da Yalta, l'Unione Sovietica ottenesse ingrandimenti territoriali (le repubbliche baltiche finirono sotto l'imperio della tirannia sovietica, che Pio XII in un noto discorso definì peggiore di quella nazionalsocialista) ed estendesse la sua sfera di influenza su moltissime nazioni europee. Ciò era appunto avvenuto con la complicità americana ed inglese (Churchill, di fronte alla tracotanza sovietica, arrivò a dire riguardo ad Hitler e a Stalin anni dopo quegli infausti eventi: "Forse abbiamo ammazzato il maiale sbagliato"....peccato che ormai la frittata fosse fatta! E quanti danni per le anime dei credenti cattolici che finirono sotto il giogo comunista nell'Est Europa!) perché, come già ricordato, grazie al loro aiuto economico-finanziario, avevano dato all'URSS la forza di battere e travolgere le armate dell'Asse, che non erano composte esclusivamente da soldati indottrinati dal nazionalsocialismo, ma anche da tantissimi cattolici - fra cui il noto Leon Degrelle, ma anche i volontari falangisti spagnoli e tantissimi altri ancora - che giunsero in Russia non per allargare il "Lebensraum" germanico, di cui non gliene fregava una mazza, ma per combattere il comunismo ateo e materialista, che si era coalizzato con le plutocrazie laiciste liberali.
Finita la guerra, oltre il danno la beffa: quei principi che, formalmente, avevano sottoscritto anche i sovietici, divennero carta straccia e gli americani consentirono che avvenisse la spartizione del mondo sostanzialmente in due sfere di influenza, ossia quella americana e quella sovietica. In quel momento si rivelò il vero volto della democrazia americana, ossia il volto di un "imperialismo moderno" che nulla aveva a che fare con l'impero spirituale della Chiesa Cattolica, e che solo apparentemente si contrapponeva all'imperialismo comunista sovietico, in quanto - alla resa dei conti - le due potenze esprimevano concezioni politiche ed economiche entrambe, seppur in diverso modo, "materialiste". Certo, Pio XII si rendeva perfettamente conto che, se nell'URSS la Fede veniva apertamente perseguitata, almeno nell'Occidente liberaldemocratico a guida statunitense la Chiesa Cattolica e le sue associazioni avevano libertà d'azione. Ciò però non toglieva che la società occidentale, fondata sul materialismo, il consumismo, l'edonismo, il laicismo e il secolarismo, risultasse incompatibile coi principi della dottrina cattolica ed in particolar modo con i principi della dottrina sociale della Chiesa. Non solo: la libertà d'azione accordata alla Chiesa non corrispondeva però ad un'altrettanto necessaria protezione e difesa della religione e della Chiesa stessa, che invece il bene comune sia spirituale che terreno richiederebbe.
Quindi, in soldoni, la disillusione non era solamente dovuta al comportamento sovietico, ma anche a quello anglo-americano, che aveva consentito all'URSS di fare il bello e cattivo tempo e questo concetto emergeva chiaramente nelle parole di Pio XII, nonostante la sua proverbiale e notoria prudenza e diplomazia di fondo.
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Piuttosto, appare durissima la condanna di coloro che hanno scatenato la funesta guerra tramite una ingiusta aggressione, e che l’hanno voluta continuare anche quando essa appariva ormai perduta:
“Senza dubbio, una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione, e continuata oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta, non potrebbe terminare semplicemente in una pace priva di garanzie, che impediscano il ripetersi di simili violenze.”
E’ evidente il riferimento a Hitler e a Mussolini, e alla loro volontà di non far cessare la guerra, anche nell’illusione di poter approntare all’ultimo momento delle fantomatiche “armi segrete”, prolungando la scia delle distruzioni e delle sofferenze.
Guarda che Pio XII non dava solamente la colpa dello scatenarsi della guerra ad Hitler, ma anche alle potenze occidentali che non avevano adeguatamente corretto le ingiustizie e le storture del Trattato di Versailles e che non avevano fatto nulla per salvaguardare la pace, salvo eccezioni (ad esempio: Laval). Basterebbe leggere con attenzione gli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la période de la Seconde Guerre Mondiale (disponibili su internet a questo indirizzo: Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale), soprattutto laddove la Santa Sede suggeriva alla Polonia di accettare le rivendicazioni tedesche - ritenute legittime - su Danzica.
Del resto, la Germania hitleriana decise di continuare la guerra ad oltranza per una semplice ragione: gli Alleati chiedevano alle potenze dell'Asse una inaccettabile e disumana "resa incondizionata", che Pio XII, proprio nel corso della guerra, seppur con la dovuta diplomazia e prudenza, condannò.
Non di questo parere era Mussolini che, al contrario, come la ricerca storica più recente sta dimostrando, facendo giustizia di tante falsità e calunnie, cercò di salvare il salvabile, tentando uno sganciamento dell'Italia dal conflitto mondiale nel rispetto però dei patti sottoscritti con la Germania. Purtroppo, questo tentativo non andò a buon fine perché vi fu il tradimento del 25 Luglio 1943. Pio XII comunque sapeva che da tempo negli ambienti diplomatici italiani qualcosa si stava muovendo, così come era pienamente informato - come tu stesso ammetti - dei tentativi mussoliniani, anche dell'ultimo minuto, per scongiurare lo scoppio del secondo conflitto mondiale e del suo estendersi poi.
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Pio XII si era rivolto anche a loro nella allocuzione “La devota presenza” del 18 marzo 1945, sferzando gli idolatri dei nazionalismi assoluti, degli orgogli di stirpe e di sangue:
“Ascoltate dunque oggi la voce di Dio, non indurite il vostro cuore. Quella voce vi dice: «Che l’empio lasci la sua via e l’uomo iniquo i suoi propositi, e ritorni al Signore» .
A chi vuol essere sordo agli inviti divini, a chi vuole irrigidirsi contro la voce persuasiva dei pastori delle anime, contro la voce severa e pungente della coscienza, un’altra voce, una voce selvaggia, quella degli avvenimenti crudeli, dell’atroce realtà, si leva ad annunziare e ad ammonire che la guerra è il frutto e il salario del peccato. Il peccatore può ben cercare di stordirsi, l’empio potrà ben ostinarsi a camminare nei sentieri del male, lontano da Dio; la voce tragica si farà sempre più sonora, sempre più terribile, e al di là delle cause e delle responsabilità immediate dell’immane conflitto, al di là degli atti esterni e delle parole sensibili, penetrerà nel fondo silenzioso dei cuori per scrutare e svelare la causa profonda che ha destato e alimentato l’orribile incendio, lo spirito che ha suscitato e inasprito la discordia, che è lo spirito di orgoglio, di ambizione e di cupidigia. È lo spirito del male che si erge contro lo spirito di Dio, che vuol bandire dalla terra il regno di Cristo per divinizzare la forza materiale, per abolire nella vita dei popoli, e ancor più nei rapporti internazionali, ogni distinzione essenziale tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto.
A coloro che si sono lasciati sedurre dai fautori della violenza e che, dopo averli inconsideratamente seguiti, cominciano alfine a risvegliarsi dalla loro illusione, costernati nel vedere fin dove la loro docilità servile li ha condotti, non rimane altra via di salvezza che di ripudiare definitivamente la idolatria dei nazionalismi assoluti, gli orgogli di stirpe e di sangue, le brame di egemonia nel possesso dei beni terreni, e di volgersi risolutamente verso lo spirito di sincera fraternità, che è fondato nel culto del Padre divino di tutti gli uomini, e in cui le nozioni, da troppo lungo tempo opposte, di diritti e di doveri, di vantaggi e di pesi, si armonizzano nella giustizia e nella carità.”
Quando Junio Valerio Borghese, nel dopoguerra, fece delle dichiarazioni saggiamente filoatlantiche, un ex ufficiale della RSI, Ferrini, scrisse in un articolo: “Ho sempre creduto che la nostra adesione alla RSI volesse dire rottura definitiva con le caste monarchiche, vaticanesche e capitaliste, ma, soprattutto, ho sempre creduto che la nostra adesione alla RSI volesse dire affermazione del principio storico per l’Italia di combattere contro le plutocrazie occidentali. Quando ho letto le dichiarazioni atlantiche di Borghese è sorto in me un interrogativo: ma come? E la nostra guerra del “sangue contro l’oro”, dei poveri contro i ricchi? Era necessario, per arrivare a vestirsi da inglesi e da americani, prolungare di venti mesi la guerra, sacrificando centinaia di migliaia di italiani?”
Di questa folle prosecuzione della guerra per venti mesi, sacrificando centinaia di migliaia di italiani, chiedeva conto Pio XII. Doppimente folle, se la ragione era stata quella di scatenare una guerra “dei poveri contro i ricchi”, visto che gli italiani diventarono veramente ricchi come non lo erano mai stati solo nel dopoguerra, e anche grazie a quelle “plutocrazie occidentali”, e agli Stati Uniti in particolare, che erano state le vittime della fascistica “ingiusta aggressione”, per usare le parole del Papa.
Evidentemente, non era detto che intendesse riferirsi a Mussolini e alla totalità del Fascismo italiano, visto che successivamente Pio XII dichiarò, alludendo sì effettivamente in maniera diretta ai fascisti e all'episodio di Piazzale Loreto, quanto segue: "Con sì larghe promesse da parte di Dio, forse non mai Anno Santo venne più opportunamente a consigliare mitezza, indulgenza e perdono tra uomo ed uomo. Quando in tempi recenti, prendendo a motivo una guerra sfortunata o colpe politiche, si scatenarono ondate di rappresaglie, sconosciute finora nella storia almeno per il numero delle vittime, il Nostro cuore fu invaso da acerbo dolore, non solo per la sventura che moltiplicava le sventure e gettava nel lutto migliaia di famiglie spesso innocenti, ma perché con sommo rammarico vi vedevamo la tragica testimonianza dell'apostasia dallo spirito cristiano. Chi vuol essere sinceramente cristiano deve saper perdonare. «Servo iniquo ... - ammonisce la parabola evangelica (Mt 18, 33) -, non dovevi anche tu aver pietà di un tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?». La carità e la misericordia, allorché soccorrono equi motivi, non contrastano col dovere della retta amministrazione della giustizia, bensì l'imprudente intolleranza e lo spirito di rappresaglia, soprattutto quando la vendetta sia esercitata dal pubblico potere contro chi ha piuttosto errato che peccato, o quando la stessa pena meritamente inflitta si prolunghi oltre ogni limite ragionevole. Ispiri il Signore consigli di riconciliazione e di concordia a quanti sono investiti di pubbliche responsabilità, e, senza pregiudizio del bene comune, si ponga fine a quei residui di leggi straordinarie, che non riguardano i delitti comuni meritevoli di giusta punizione, e che, dopo lunghi anni dalla cessazione del conflitto armato, provocano in tante famiglie e in tanti individui sensi di esasperazione contro la società in cui sono costretti a soffrire" (Radiomessaggio natalizio 1949).
"Guerra sfortunata", "colpe politiche", "chi ha piuttosto errato che peccato".
Insomma, nuovamente Pio XII non intendeva minimamente condannare né il Fascismo né chi aveva seguito il Fascismo né tanto meno Mussolini e quanto di positivo egli aveva fatto. Anzi, al contrario, considerava quella condotta dal Fascismo una "guerra sfortunata" (non ingiusta), parlava di "colpe politiche" (e non di peccati mortali) e diceva che ai fascisti, salvo quelli che effettivamente s'erano macchiati di delitti comuni, tutt'al più si potevano rimproverare degli errori (commessi in buona fede) piuttosto che dei veri e propri peccati.
D'altronde, se il Radiomessaggio natalizio del 1949 si riferiva indubbiamente alla situazione italiana, il discorso del marzo 1945, pur effettivamente volgendo lo sguardo in particolare sull'Italia, in realtà aveva un più ampio respiro e osservava la situazione internazionale, che vedeva ancora in lotta non pochi paesi.
Non vi è nessuna attribuzione esplicita dell'idolatria dei "nazionalismi assoluti" al Fascismo, fondamentale perché si possa parlare di una condanna dell'idea politica fascista e della sua opera, anche perché nella gamma dei "nazionalismi assoluti" la Chiesa non ha mai indicato una sola specifica ideologia ma differenti tendenze che non si possono ricondurre certamente al Fascismo italiano nella sua interezza.
Sicuramente, si poteva ricondurre ad essi il nazionalsocialismo oppure alcune delle correnti più fanatiche ed intolleranti del Fascismo, ma anche il "patriottismo sovietico" stalinista (che univa perniciosamente il comunismo ad un nazionalismo aggressivo ed eccessivo, spinto a tal punto che si esortavano i soldati sovietici a stuprare le donne tedesche per "umiliare il loro orgoglio razziale"), l'etnicismo jugoslavo titino, lo sciovinismo francese, l'imperialismo britannico, il messianesimo americano, lo pseudo-patriottismo a sfondo giacobino dei repubblicani e degli azionisti italiani, ecc.
Citazione:
Certo che hai una bella faccia di tolla!
Come sarebbe a dire “apparentemente sembrava incoraggiare l'opera di ricostruzione materiale degli Stati Uniti”?
“Apparentemente” un tubo!
Certamente esortava a contribuire pure alla ricostruzione spirituale, ma affermava in modo chiaro e esplicito, e niente affatto apparente, che l’opera di ricostruzione materiale operata dagli Stati Uniti d’America non era solo positiva, ma “molto lodevole”!
E anche per questo, ad un altro gruppo di americani diceva:
“Su di voi e su tutti coloro che portate sempre nel pensiero, e su tutti quelli che aiutano i loro fratelli a risollevarsi da questo disastro, Noi invochiamo la benedizione dell’onnipotente Dio del cielo.”
La faccia di tolla è solamente quella di chi non capisce che se, da un lato, Pio XII apparentemente elogiò gli USA per il loro aiuto materiale alle popolazioni europee, dopo che le aveva bombardate senza ritegno, dall'altro lato ammonì gli stessi americani a non pensare di risolvere tutto in questo modo. Purtroppo, gli americani non gli diedero ascolto.
Citazione:
E’ evidente che, come non esiste un’unica “american way of life” (o meglio, ne esiste una che viene propagandata tramite certi film di Hollywood, e anche per questo i non-americani pensano che sia l’unica, mentre i modi di vivere degli americani concreti, soprattutto in certe zone degli USA, sono molto differenti…) non esiste neppure un unico modello socio-economico americano. Ad esempio, nell’America degli anni ’40 e ’50 il modello che prevaleva era ancora quello rooseveltiano, tendenzialmente statalistico, burocraticistico e tecnocratico (che taluni studiosi ritengono pure ispirato al fascismo…) al quale Pio XII allude criticamente in alcuni suoi discorsi dell’epoca.
Riguardo poi alle dottrine del libero scambio, anche esse diversificate e mutevoli nel tempo, Pio XII scrive significativamente: “AL PRESENTE, del resto, mancano i fondamenti di fatto che potrebbero garantire in qualche modo le troppo rosee speranze, nutrite anche oggi dai successori di quella dottrina.” Pio XII si trovava un pò nella stessa situazione di Leone XIII quando scrisse l’enciclica Diuturnum: egli si pronunciava su fenomeni politici, sociali e economici suscettibili di evoluzione, ma era più consapevole, rispetto al suo predecessore, della loro evoluibilità.
Pio XII scriveva avendo davanti ai suoi occhi una situazione politica che sembrava irrevocabilmente stabilizzata su due blocchi contrapposti, e non poteva conoscere come si sarebbe evoluta tale situazione. Non poteva sapere cioè che una trentina di anni dopo sarebbe arrivato alla presidenza degli Stati Uniti Ronald Reagan, che Ronald Reagan era “follemente” convinto che si potesse sbloccare definitivamente una situazione bloccata da quasi mezzo secolo, e che Reagan avrebbe annientato la Russia sovietica, e conseguentemente fatto crollare l’ideologia comunista in tutto il mondo, senza scatenare alcuna guerra guerreggiata, ma semplicemente costringendo il sistema economico-tecnologico comunista a confrontarsi direttamente con il sistema economico-tecnologico Occidentale.
Di conseguenza, è cambiato pure l’atteggiamento del magistero cattolico nei confronti di tale sistema. Non sono venute meno certe critiche e certe perplessità che sussistevano già ai tempi di Pio XII, o la convinzione che lo stato debba intervenire per garantire interventi sociali almeno minimali (e però pure per tutelare la libertà individuale e la proprietà privata…) ma si è dovuto riconoscere che tale sistema (e le istituzioni politiche che ad esso dovrebbero essere collegate) non è perfetto, ma è senz’altro il meno peggiore in ordine al conseguire il proprio scopo, e cioè la diffusione di un maggiore benessere generale (che poi sarà ripartito sulla base di decisioni contingenti assunte dai vari governi).
Mi dispiace, ma non è così. Sicuramente l'America, essendo un paese vasto e plurale, presentava e presenta innumerevoli contraddizioni interne e notevoli differenze - basti pensare al fatto che vi siano stati in cui è considerato del tutto legittimo abortire o il cosiddetto "matrimonio omosessuale" (io per scherno lo chiamerei "frocimonio") mentre altri in cui vige ancora la pena di morte o dove accanto ad un libertinismo radicale vi è un altrettanto radicale puritanesimo, ai limiti dell'ossessione - ma la cosiddetta "american way of life" si fonda essenzialmente su una fiducia eccessiva nelle sole forze dell'individuo e tende inevitabilmente ad un estremo particolarismo egotico ed individualista, che la Chiesa non poteva certamente approvare né ha mai approvato.
Tanto meno la approvarono Leone XIII prima e Pio XII poi. Pio XII certamente non si faceva grandi illusioni sull'avvenire perché si rendeva perfettamente conto che il mondo procedeva, salvo eccezioni, sulla via della secolarizzazione e della scristianizzazione. Questo però non gli impediva di riprovare l'ideologia liberal-liberista e la concezione individualista dell'uomo che presuppone.
Anche più recentemente il cosiddetto "mondo cattolico" ha espresso molte riserve e fortissime perplessità, per non parlare di condanne, sul modello americano e, soprattutto, sulla politica estera attuata dagli ultimi presidenti americani: Vaticano contro America, la guerra delle parole
In un articolo relativamente recente de "La Civiltà Cattolica" (2008) intitolato "Il nazionalismo americano" si arriva a descrivere in questi termini il "patriottismo americano": "Il nazionalismo americano è diverso da tutti gli altri, perché è di matrice ideologica. La sua è una storia separata, che non accetta paragoni con altri, e per questo è stata la più nazionalista tra le nazioni importanti [...] ribadisce costantemente la sua superiorità su tutti gli altri". E le radici di tale "nazionalismo" stanno nella Rivoluzione americana, riguardo alla quale il gesuita (americano, oltre tutto) estensore dell'articolo scrive che "la rivoluzione americana ebbe un notevole influenza sulla successiva rivoluzione francese" e ti lascio immaginare quanto tale fatto fosse citato positivamente.
E dire che "La Civiltà Cattolica" di oggi non può certamente esser accusata di pregiudizi reazionari e oscurantisti....
A dire il vero, non c'era questa visione così idilliaca...