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Discussione: Conservatori nel mondo

  1. #21
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Pio XII non si discosta dall'insegnamento di Leone XIII.
    L'autore dell'Enciclica 'Diuturnum Illud' insegnò infatti quanto segue:

    Quantunque l’uomo, spinto da una certa superbia e arroganza cerchi spesso di spezzare i freni del comando, tuttavia non arrivò mai a potere non obbedire a nessuno. Infatti, in qualunque società e comunità umana è necessario che alcuni comandino, affinché la società, priva del principio o del capo che la regge, non si sfasci e non sia impedita di conseguire quel fine per il quale si formò e si costituì. Però se non si poté arrivare ad eliminare il potere dal seno della società civile, furono certo adoperate tutte le arti per togliere ad esso forza e sminuirne la maestà, e ciò principalmente nel secolo XVI, quando una funesta novità di opinioni infatuò moltissimi. Da quel tempo, la moltitudine non solo volle dare a se stessa una libertà più ampia, che fosse di uguaglianza, ma sembrò anche voler foggiare a proprio talento l’origine e la costituzione della società civile. Anzi, moltissimi dei tempi nostri, camminando sulle orme di coloro che nel secolo passato si diedero il nome di filosofi, dicono che ogni potere viene dal popolo: per cui coloro che esercitano questo potere non lo esercitano come proprio, ma come dato a loro dal popolo, e altresì alla condizione che dalla volontà dello stesso popolo, da cui il potere fu dato, possa venire revocato. Da costoro però dissentono i cattolici, i quali fanno derivare da Dio il diritto di comandare come da naturale e necessario principio.

    Qui Papa Pecci ribadisce la dottrina paolina sull'origine divina della potestà civile, che si fonda sull'assunto: "Nulla potestas nisi a Deo".
    L'allora Santo Padre precisò:

    Importa però notare qui che coloro i quali saranno preposti alla pubblica cosa, in talune circostanze possono venire eletti per volontà e deliberazione della moltitudine, senza che a ciò sia contraria o ripugni la dottrina cattolica. Con tale scelta tuttavia si designa il principe, ma non si conferiscono i diritti del principato: non si dà l’imperio, ma si stabilisce da chi deve essere amministrato. Né qui si fa questione dei modi del pubblico reggimento, poiché non vi è alcuna ragione perché la Chiesa non approvi il principato d’uno o di molti, purché esso sia giusto e rivolto al comune vantaggio. Pertanto, salva la giustizia, non s’impedisce ai popoli di procurarsi quel genere di reggimento che meglio convenga alla loro indole, o alle istituzioni ed ai costumi dei loro maggiori.

    Pio XII non fa altro che ribadire la suddetta dottrina:

    Senza dubbio, ove vige una vera democrazia teorica e pratica, essa adempie quella esigenza vitale di ogni sana comunità, a cui abbiamo accennato. Ma ciò si avvera, o può a parità di condizioni avverarsi anche nelle altre legittime forme di governo.

    [...]

    Se, d'altra parte, si tiene presente la tesi preferita della democrazia - tesi che insigni pensatori cristiani hanno in ogni tempo propugnata -, vale a dire che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo (non già la «massa»), si fa sempre più chiara la distinzione fra la Chiesa e lo Stato anche democratico.

    Notare bene la distinzione di Papa Pacelli tra "popolo" e "massa", fatta nel Radiomessaggio di Natale del 24 dicembre 1944, che metteva in guardia dal "problema della democrazia":

    Popolo e moltitudine amorfa o, come suol dirsi, « massa » sono due concetti diversi. Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fuori. Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali — al proprio posto e nel proprio modo — è una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni. La massa, invece, aspetta l'impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl'istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell'altra bandiera. Dalla esuberanza di vita d'un vero popolo la vita si effonde, abbondante, ricca, nello Stato e in tutti i suoi organi, infondendo in essi, con vigore incessantemente rinnovato, la consapevolezza della propria responsabilità, il vero senso del bene comune. Della forza elementare della massa, abilmente maneggiata ed usata, può pure servirsi lo Stato: nelle mani ambiziose d'un solo o di più, che le tendenze egoistiche abbiano artificialmente raggruppati, lo Stato stesso può, con l'appoggio della massa, ridotta a non essere più che una semplice macchina, imporre il suo arbitrio alla parte migliore del vero popolo: l'interesse comune ne resta gravemente e per lungo tempo colpito e la ferita è bene spesso difficilmente guaribile.

    Il Pontefice proseguiva ammonendo i fedeli e gli uomini di tutto il mondo:

    Lo Stato democratico, sia esso monarchico o repubblicano, deve, come qualsiasi altra forma di governo, essere investito del potere di comandare con una autorità vera ed effettiva. Lo stesso ordine assoluto degli esseri e dei fini, che mostra l'uomo come persona autonoma, vale a dire soggetto di doveri e di diritti inviolabili, radice e termine della sua vita sociale, abbraccia anche lo Stato come società necessaria, rivestita dell'autorità, senza la quale non potrebbe né esistere né vivere. Che se gli uomini, prevalendosi della libertà personale, negassero ogni dipendenza da una superiore autorità munita del diritto di coazione, essi scalzerebbero con ciò stesso il fondamento della loro propria dignità e libertà, vale a dire quell'ordine assoluto degli esseri e dei fini.

    Stabiliti su questa medesima base, la persona, lo Stato, il pubblico potere, con i loro rispettivi diritti, sono stretti e connessi in tal modo che o stanno o rovinano insieme.

    E poiché quell'ordine assoluto, alla luce della sana ragione, e segnatamente della fede cristiana, non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore, consegue che la dignità dell'uomo è la dignità dell'immagine di Dio, la dignità dello Stato è la dignità della comunità morale voluta da Dio, la dignità dell'autorità politica la dignità della sua partecipazione all'autorità di Dio.

    Nessuna forma di Stato può non tener conto di questa intima e indissolubile connessione; meno di ogni altra la democrazia. Pertanto, se chi ha il pubblico potere non la vede o più o meno la trascura, scuote nelle sue basi la sua propria autorità. Parimente, se egli non terrà abbastanza in conto questa relazione, e non vedrà nella sua carica la missione di attuare l'ordine voluto da Dio, sorgerà il pericolo che l'egoismo del dominio o degli interessi prevalga sulle esigenze essenziali della morale politica e sociale, e che le vane apparenze di una democrazia di pura forma servano spesso come di maschera a quanto vi è in realtà di meno democratico.


    Tutto questo aveva un'intima coerenza con l'insegnamento di San Tommaso d'Aquino, il Dottore Angelico:

    La legge ha come suo fine primo e fondamentale il dirigere al bene comune. Ora, ordinare qualcosa in vista del bene comune è proprio dell'intera collettività o di chi fa le veci dell'intera collettività. Stabilire le leggi appartiene dunque all'intera collettività o alla persona pubblica che ha cura dell'intera collettività, giacché in tutte le cose può dirigere verso il fine solo colui al quale il fine stesso appartiene.

    (Summa theologiae , II, 1, q. 90, a. 3)

    Il Sommo Pontefice Pio XII insegnava, sempre nel discorso alla Sacra Rota del 1945, che la "democrazia senza l'unione degli spiriti, almeno nelle massime fondamentali della vita, soprattutto relativamente ai diritti di Dio e alla dignità della persona umana, al rispetto verso la onesta attività e libertà personale, anche nelle cose politiche" sarebbe "difettosa e malferma", in accordo col Radiomessaggio natalizio del 1944 e, soprattutto, con la dottrina costante tenuta dalla Chiesa sull'origine del potere e sulla legittimità delle forme di governo che abbiano in mira il bene comune.

    Memore della Lettera enciclica di Leone XIII, nel 1939 Pio XII, riguardo alla democrazia americana, annotava quanto segue (Enciclica Sertum Laetitiae):

    Il progresso dei beni esterni e materiali, quantunque sia da tenersi in non poco conto per le utilità molteplici e apprezzabili, che esso apporta alla vita, tuttavia non basta all'uomo, nato a più alti e fulgidi destini. Questi infatti, creato a immagine e somiglianza di Dio, cerca Dio con incoercibile aspirazione e si addolora e versa segreto pianto, se nella scelta del suo amore esclude la Somma Verità e il Bene infinito. Ma a Dio, dal quale chi si allontana muore, al quale chi si converte vive, nel quale chi si ferma s'illumina, non si accede superando spazi corporei, ma, guidati da Cristo, con la pienezza della fede sincera, con la coscienza intemerata di una volontà diritta, con la santità delle opere, con l'acquisto e l'uso di quella libertà genuina, le cui sacre norme si trovano promulgate nell'evangelo. Se invece si sprezzano i divini comandamenti, non solo non è conseguibile la felicità posta al di là del breve giro di tempo assegnato all'esistenza terrena, ma vacilla la stessa base della civiltà verace nel suo contenuto e non si possono attendere che rovine, su cui si dovranno spargere tardive lagrime. Come infatti possono avere garanzia di stabilità il pubblico bene e la gloria del vivere civile, quando sono sovvertiti i diritti e sono spregiate e derise le virtù? Ma Dio come è la sorgente del diritto, così è l'ispiratore e il premio delle virtù: nessuno è simile a lui tra i legislatori (cf. Gb 36,22). Questa - secondo la confessione di tutti coloro che hanno buon intendimento - è dappertutto la radice amara e fertile di mali: il disconoscimento della divina Maestà, la trascuratezza delle leggi morali di origine superna o una detestabile incostanza, che fa vacillare tra il lecito e l'illecito, tra la giustizia e l'iniquità. Da ciò lo smodato e cieco egoismo, la sete dei piaceri, l'alcoolismo, la moda impudica e dispendiosa, la criminalità non insolita neanche nei minorenni, la libidine del potere, l'incuria a riguardo dei poveri, la cupidigia di inique ricchezze, la diserzione dalle campagne, la leggerezza nel contrarre il matrimonio, i divorzi, la disgregazione delle famiglie, il raffreddamento del mutuo affetto tra genitori e figli, la denatalità, l'infiacchimento della stirpe, l'illanguidirsi del rispetto verso le autorità, il servilismo, la ribellione, l'abbandono dei doveri verso la patria e il genere umano.

    Sembra che, a distanza di 73 anni, nulla sia cambiato negli Stati Uniti d'America rispetto ad allora...

    Pio XII così proseguiva:

    Eleviamo inoltre il Nostro paterno lamento, perché costì in tante scuole spesso si sprezza o si ignora Cristo, si restringe la spiegazione dell'universo e del genere umano nella cerchia del naturalismo e del razionalismo, e si cercano nuovi sistemi educativi, i quali nella vita intellettuale e morale della nazione non potranno non recare tristi frutti. Del pari la vita domestica, come, osservata la legge di Cristo, fiorisce di vera felicità, così, ripudiato l'evangelo, miseramente perisce ed è devastata dai vizi: «Chi cerca la legge sarà colmato di beni: ma chi opera con finzione, troverà in essa occasione di inciampo» (Eccli 32,19).

    E al modello anticristiano di famiglia diffusosi negli USA Pio XII contrapponeva quello cattolico:

    Sorta presso l'altare del Signore, dove l'amore è stato proclamato santo vincolo indissolubile, nello stesso amore, che la grazia superna nutre, si solidifica e cresce. Ivi «onorato è il connubio presso tutti e il talamo è immacolato» (Eb 13,4); le pareti tranquille non risuonano di litigi, né sono testimoni di segreti martìri per la rivelazione di astuti sotterfugi di infedeltà; la solidissima fiducia allontana la spina del sospetto; nella vicendevole benevolenza si sopiscono i dolori, si accrescono le gioie. Ivi i figli non sono considerati gravi pesi, ma dolci pegni; né un vituperevole motivo utilitario o la ricerca di sterile voluttà fanno sì che sia impedito il dono della vita e venga in dissuetudine il soave nome di fratello e sorella. Con quale studio i genitori si dànno premura, perché i figli non soltanto crescano vigorosi fisicamente, ma perché seguendo le vie degli avi, che spesso loro sono ricordati, siano adorni della luce che deriva dalla professione della fede purissima e dall'onestà morale. Commossi per tanti benefici, i figli ritengono loro massimo dovere quello di onorare i genitori, di assecondare i loro desideri, di sostenerli nella vecchiaia con il loro fedele aiuto, di rendere lieta la loro canizie con un'affetto che, non spento dalla morte, nella reggia del cielo sarà reso più glorioso e più completo. I componenti la famiglia cristiana, non queruli nelle avversità, non ingrati nella prosperità, sono sempre pieni di confidenza in Dio, al cui impero obbediscono, nel cui volere s'acquietano e il cui soccorso non invano aspettano.

    Contro il divorzio, consentito negli USA e di fronte al quale Pio XII reagiva dicendo: "Oh, se la patria vostra avesse conosciuto per esperienza di altri e non già da domestici esempi il cumulo di danni che produce la licenza dei divorzi!", già Papa Leone XIII s'era espresso nella già citata Enciclica "Longinqua oceani":

    A causa dei divorzi il patto nuziale è soggetto a mutabilità; si indebolisce l'affetto; sono dati perniciosi incentivi all'infedeltà coniugale; ricevono danno la cura e l'educazione della prole; si offre facile occasione a scomporre la società domestica; si gettano semi di discordie tra le famiglie; è diminuita e depressa la dignità della donna la quale corre pericolo di essere abbandonata dopo che ha servito come strumento di piacere al marito. E poiché a rovinare la famiglia, a minare la potenza dei regni nulla tanto vale quanto la corruzione dei costumi, facilmente si intuisce che il divorzio è quanto mai nocivo alla prosperità delle famiglie e degli stati.

    Nemmeno la questione sociale in America trovava risoluzione soddisfacente:

    Vogliamo toccare un'altra questione di poderosa importanza: la questione sociale che, insoluta, da lungo tempo agita fortemente gli stati e sparge nelle classi dei cittadini semi di odio e di mutua ostilità. Quale aspetto essa assuma presso di voi, quali asprezze, quali torbidi produca, voi ben conoscete, e non occorre perciò diffonderci su tale argomento. Punto fondamentale della questione sociale è questo, che i beni da Dio creati per tutti gli uomini equamente affluiscano a tutti, secondo i principi della giustizia e della carità.
    Le memorie di ogni età testimoniano che vi sono sempre stati ricchi e poveri; e l'inflessibile condizione delle cose umane fa prevedere che così sempre sarà. Degni di onore sono i poveri che temono Dio, perché di loro è il regno dei cieli e perché facilmente abbondano di grazie spirituali. I ricchi poi, se sono retti e probi, assolvono l'ufficio di dispensatori e procuratori dei doni terrestri di Dio; essi in qualità di ministri della Provvidenza aiutano gli indigenti, a mezzo dei quali spesso ricevono i doni che riguardano lo spirito e la cui mano - così possono sperare - li condurrà negli eterni tabernacoli. Dio, che a tutto provvede con consigli di suprema bontà, ha stabilito che per l'esercizio delle virtù e a saggio dei meriti vi siano nel mondo ricchi e poveri; ma non vuole che alcuni abbiano ricchezze esagerate e altri si trovino in tali strettezze da mancare del necessario alla vita. Buona madre però e maestra di virtù è la onesta povertà, che campa col lavoro quotidiano, secondo il detto della Scrittura: «Non darmi (o Dio) né mendicità né opulenza: ma provvedimi soltanto del necessario al mio sostentamento» (Pro 30,8). Se quanti possiedono con larghezza fondi e mezzi pecuniari devono, mossi da facile misericordia, aiutare i bisognosi, per ragione ancor più grave devono agli stessi dare il giusto. Gli stipendi degli operai, come è conveniente, siano tali che bastino ad essi e alle loro famiglie. Gravi sono in proposito le parole del Nostro predecessore Pio XI: «Bisogna dunque fare di tutto perché i padri di famiglia percepiscano una mercede tale, che basti per provvedere convenientemente alle comuni necessità domestiche. Se nelle presenti circostanze della società ciò non sempre si potrà fare, la giustizia sociale richiede che s'introducano quanto prima mutamenti che assicurino ad ogni operaio adulto siffatti salari. Sono altresì meritevoli di lode tutti coloro che con saggio e utile atteggiamento hanno esperimentato e tentano vie, onde la mercede del lavoro si retribuisca con tale corrispondenza ai pesi della famiglia, che aumentando questi, anche quella si somministri più larga: e anzi, se occorra, si soddisfaccia alle necessità straordinarie».


    L'esortazione pacelliana era eloquente:

    Avvenga che ognuno il quale sia in forze ottenga l'equa possibilità di lavorare per guadagnare per sé e per i suoi il vitto quotidiano. Esprimiamo tutta la nostra compassione per la sorte di coloro, da voi molto numerosi, i quali, sebbene robusti, capaci e volenterosi, non possono avere occupazione pur cercandola affannosamente. La sapienza dei reggitori, una lungimirante larghezza da parte dei datori di lavoro, insieme con il ristabilimento di più favorevoli condizioni esterne, la cui effettuazione auguriamo sollecita, facciano sì che tali giusti desideri trovino compimento a vantaggio di tutti.

    Ben si applicava a tale situazione la frase di Pio XII, pronunciata nel già citato discorso al Tribunale della Sacra Rota nel 1945: "Quando dunque il popolo si allontana dalla fede cristiana o non la pone risolutamente come principio del vivere civile, allora anche la democrazia facilmente si altera e si deforma".

    Da notare come nell'Enciclica Sertum Laetitiae Pio XII citasse l'Enciclica del suo predecessore Pio XI, pubblicata in occasione del 40esimo anniversario della Rerum Novarum di Papa Leone XIII, "Quadragesimo anno", la quale non risparmiava elogi ad un determinato modello economico-sociale, che non era quello americano (e nemmeno quello sovietico) ma bensì quello italiano:

    Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale organizzazione sindacale e corporativa, la quale, data la materia di questa Nostra Lettera enciclica, richiede da Noi qualche cenno e anche qualche opportuna considerazione. Lo Stato riconosce giuridicamente il sindacato e non senza carattere monopolistico, in quanto che esso solo, così riconosciuto, può rappresentare rispettivamente gli operai e i padroni, esso solo concludere contratti e patti di lavoro. L'iscrizione al sindacato è facoltativa, ed è soltanto in questo senso che l'organizzazione sindacale può dirsi libera; giacché la quota sindacale e certe speciali tasse sono obbligatorie per tutti gli appartenenti a una data categoria, siano essi operai o padroni, come per tutti sono obbligatori i contratti di lavoro stipulati dal sindacato giuridico. Vero è che venne autorevolmente dichiarato che il sindacato giuridico non escluse l'esistenza di associazioni professionali di fatto. Le Corporazioni sono costituite dai rappresentanti dei sindacati degli operai e dei padroni della medesima arte e professione, e, come veri e propri organi ed istituzioni di Stato, dirigono e coordinano i sindacati nelle cose di interesse comune. Lo sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il Magistrato. Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura.

    I vantaggi di tale ordinamento erano evidenti, però - per obiettività - Pio XI non poteva tacere i (pochi) rilievi che venivano fatti ad esso, citandoli ma al tempo stesso "relativizzandoli" e non facendoli direttamente propri:

    Per non trascurare nulla in argomento di tanta importanza, ed in armonia con i principi generali qui sopra richiamati, e con quello che inibito aggiungeremo, dobbiamo pur dire che vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti politici piuttosto che all'avviamento ed inizio di un migliore assetto sociale.

    A tale problema però Pio XI indicava la seguente soluzione:

    Noi crediamo che a raggiungere quest'altro nobilissimo intento, con vero e stabile beneficio generale, sia necessaria innanzi e soprattutto la benedizione di Dio e poi la collaborazione di tutte le buone volontà.

    Evidenti ed abissali, in ogni caso, le differenze rispetto alla situazione americana, non certamente ottimale....così come non certamente ottimale era (ed è) la legislazione americana in materia di indissolubilità del matrimonio.
    Contrariamente, invece, a quanto già avveniva in Italia:

    Pertanto, vivamente esortiamo nel Signore quanti hanno la suprema potestà civile ad entrare in concorde amicizia, e sempre più rafforzarla, con questa Chiesa di Cristo, affinché mediante la collaborazione e la solerte opera della duplice potestà si allontanino i danni enormi che, per le irruenti e procaci libertà contro il matrimonio e la famiglia, minacciano non solo la Chiesa, ma la stessa civile società. A questo gravissimo compito della Chiesa possono infatti giovare assai le leggi civili, se nei loro ordinamenti terranno conto di ciò che prescrive la legge divina ed ecclesiastica, e stabiliranno pene contro i violatori. Non mancano infatti persone che stimano essere loro lecito, anche secondo la legge morale, quanto dalle leggi dello Stato è permesso o almeno non è punito; oppure, anche contro la voce della coscienza, compiono queste azioni poiché né temono Dio, né vedono esservi alcunché da temere dalle umane leggi; donde non di rado e a se stessi e a moltisimi altri sono causa di rovina. Né poi è da temere alcun pericolo o menomazione dei diritti e dell’integrità della società civile da questo accordo con la Chiesa. Sono insussistenti e del tutto vani siffatti sospetti e timori, come ebbe già a mostrare eloquentemente Leone XIII: «Non v’è dubbio — egli dice — che Gesù Cristo, fondatore della Chiesa, abbia voluto la potestà sacra distinta dalla civile, e che l’una e l’altra avessero nell’ordine proprio libero e spedito l’esercizio del proprio potere, ma con questa condizione tuttavia, che torna bene all’una ed all’altra e che è di molta importanza per tutti gli uomini, che cioè fossero tra loro unione e concordia… Se l’autorità civile va in pieno accordo con la sacra potestà della Chiesa, non può non derivarne grande utilità ad entrambe. Dell’una infatti si accresce la dignità, e sotto la guida della religione il suo governo non riuscirà mai ingiusto; all’altra poi si offrono aiuti di tutela e di difesa per il comune vantaggio dei fedeli ». E, per portare un esempio recente e illustre, così appunto è avvenuto, secondo il retto ordine e del tutto secondo la legge di Cristo, che nelle solenni convenzioni felicemente stipulate tra la Santa Sede e il Regno d’Italia, anche rispetto ai matrimoni fossero stabiliti un pacifico accordo ed una amichevole cooperazione, quali si addiceva alla gloriosa storia ed alle vetuste memorie sacre del popolo italiano. Così infatti si legge decretato nei Patti Lateranensi: « Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, ch’è base della famiglia, la dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al Sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili ». A tale norma fondamentale sono aggiunte ulteriori determinazioni del mutuo accordo. Questo può a tutti essere di esempio e di argomento, onde anche nella nostra età nella quale, purtroppo, così di frequente si va predicando una assoluta separazione dell’autorità civile dalla Chiesa, anzi da qualsiasi religione, possano le due supreme potestà, senza alcuno scambievole detrimento dei propri diritti e poteri sovrani, congiungersi ed associarsi con mutua concordia e patti amichevoli, per il bene comune dell’una e dell’altra società, e possa aversi dalle due potestà una comune cura per ciò che spetta al matrimonio, in modo che siano rimossi dalle unioni coniugali cristiane pericoli perniciosi, anzi la già imminente rovina.

    (Enciclica Casti connubii, dicembre 1930)

    Diciamo che il "meglio" era (ed è) ben altro che gli Stati Uniti d'America...
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #22
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Qui Papa Pecci ribadisce la dottrina paolina sull'origine divina della potestà civile, che si fonda sull'assunto: "Nulla potestas nisi a Deo".
    Ma ci fai o ci sei?
    A volte dài proprio l’impressione di non leggere i messaggi ai quali rispondi…
    Che ogni potestà civile venga ultimativamente da Dio è scontato: la questione è se tale potestà venga trasmessa direttamente da Dio ai regnanti e ai reggitori, o se venga trasmessa da Dio al popolo, e tramite esso ai regnanti e ai reggitori.
    Leone XIII scrive nell’Enciclica Diuturnum:
    “Del resto, per quel che riguarda la potestà di comandare, la Chiesa rettamente insegna che essa proviene da Dio; infatti essa trova apertamente attestato ciò nelle sacre Lettere e nei monumenti della cristiana antichità, né inoltre si può escogitare alcuna altra dottrina che sia più conveniente alla ragione e più consentanea alla salute dei principi e dei popoli.
    Infatti i libri del Vecchio Testamento in molti luoghi chiarissimamente confermano che in Dio è la fonte della umana potestà. "Per me i re regnano..., per me i principi comandano e i potenti amministrano la giustizia" (Pr 8,15-16). E altrove: "Date ascolto, voi che reggete le nazioni... poiché da Dio vi è data la potestà e dall’Altissimo la virtù" (Sap 6,3-4). Il che è contenuto anche nel libro dell’Ecclesiastico: "A ciascuna gente Iddio prepose il reggitore" (Sir 17,14).”
    “Ai Romani, sudditi di principi pagani, Paolo propone questa sublime e gravissima sentenza: "Non esiste potestà se non da Dio", e da tale principio conclude: "Il principe è ministro di Dio" (Rm 13,1.4).
    I Padri della Chiesa professarono e si sforzarono di diffondere tale dottrina, alla quale erano stati educati. "Non attribuiamo, dice Sant’Agostino, la potestà di dare regno ed impero se non al vero Dio" . In linea con lo stesso pensiero, San Giovanni Crisostomo dice: "Che vi siano i principati e che alcuni comandino ed altri siano soggetti, e che tutto non vada a caso e in disordine... dico essere opera della divina sapienza" . Questo stesso concetto attestò San Gregorio Magno dicendo: "Confessiamo che la potestà agl’imperatori ed ai re è data dal cielo" . “
    “Similmente la potestà dei padri di famiglia reca espressa in sé una certa effigie e forma dell’autorità di Dio "da cui ogni paternità prende nome in cielo e in terra" (Ef 3,15). In tal modo i diversi generi di potestà hanno tra loro mirabili somiglianze, in quanto qualsivoglia forma di comando e di autorità trae origine dall’unico e stesso autore e signore che è Dio.
    Non si può trovare nessuna affermazione che sia non solo più vera, ma anche più vantaggiosa. Infatti, la potestà dei reggitori civili, essendo quasi una comunicazione della potestà divina, acquista di continuo, per questo stesso motivo, una dignità maggiore della umana.
    Per cui sarà necessario che i cittadini siano soggetti ed obbedienti ai principi come a Dio, non tanto per timore delle pene quanto per ossequio alla maestà, non già per motivo di adulazione, ma per coscienza di dovere. Con che l’impero starà molto più stabilmente collocato nel suo grado. Infatti i cittadini, sentendo la forza di questo dovere, debbono necessariamente aborrire dalla nequizia e dall’arroganza, persuasi, come debbono essere, che chi resiste alla potestà politica, resiste alla volontà divina; che chi rifiuta onore ai principi, lo rifiuta a Dio stesso.”
    “I principi prendano esempio da Dio ottimo massimo, dal quale è concessa ad essi l’autorità.”
    Leone XIII accredita la tesi della trasmissione diretta della potestà civile a principi, re e reggitori, mentre Pio XII richiama la tesi, “tesi che insigni pensatori cristiani hanno in ogni tempo propugnata”, che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo.
    Semplificando molto, Leone XIII sceglie di accreditare la tesi della trasmissione diretta della potestà da Dio ai reggitori perché essa rafforza l’autorità dei reggitori, e corrispettivamente l’obbedienza dei sudditi.
    Perché allora Pio XII, più di mezzo secolo dopo, ripropone la tesi che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo? Perché nel frattempo si sono verificate due guerre mondiali, si sono potuti constatare gli effetti prodotti dal diffondersi delle autocrazie, degli autoritarismi e dei totalitarismi, cioè dei messianismi secolarizzati che, in forme diverse, hanno esaltato l’idolatria nei confronti dei reggitori, e la correlativa “obbedienza cieca, pronta e assoluta” dei sudditi, ed è quindi diventata evidente l’opportunità di manifestare il dovuto apprezzamento nei confronti della retta democrazia.
    Notare bene la distinzione di Papa Pacelli tra "popolo" e "massa", fatta nel Radiomessaggio di Natale del 24 dicembre 1944, che metteva in guardia dal "problema della democrazia"
    Notare bene che nel mio messaggio precedente avevo scritto che:

    Pio XII condanna il totalitarismo e l’autoritarismo, mentre valorizza, tra le altre legittime forme di governo, la RETTA democrazia (già fiorente nel medio evo cristiano, particolarmente informato dallo spirito della Chiesa) da lui stesso illustrata nel radiomessaggio natalizio del 1944.

    I “problemi” possono riguardare tutte le forme di governo legittime, che rimangono però legittime in linea di principio, mentre non sono tali quelle autoritario-totalitarie indicate da Pio XII nel suo discorso alla Rota romana….
    Tutto questo aveva un'intima coerenza con l'insegnamento di San Tommaso d'Aquino, il Dottore Angelico:
    La legge ha come suo fine primo e fondamentale il dirigere al bene comune. Ora, ordinare qualcosa in vista del bene comune è proprio dell'intera collettività o di chi fa le veci dell'intera collettività. Stabilire le leggi appartiene dunque all'intera collettività o alla persona pubblica che ha cura dell'intera collettività, giacché in tutte le cose può dirigere verso il fine solo colui al quale il fine stesso appartiene.
    (Summa theologiae , II, 1, q. 90, a. 3)
    Bravo Giuanìn! E allora come ti spieghi il fatto che, sul tema che stiamo discutendo, Leone XIII, nella Diuturnum, non si rifà a san Tommaso?
    Cita sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, san Gregorio Magno, ma san Tommaso no. E non cita nemmeno Francisco de Vitoria, Francisco Suarez, o San Roberto Bellarmino….
    nel 1939 Pio XII, riguardo alla democrazia americana, annotava quanto segue (Enciclica Sertum Laetitiae):
    Giuanìn, tutte le società sono sempre segnate dal peccato, e quindi anche quella americana presenta e presentava delle imperfezioni, soprattutto in periodi, come quello oggetto dello scritto di Pio XII, segnati dalle conseguenze di una grande crisi economica. Il fatto è che, da un lato, il Papa non critica né le istituzioni politiche americane, né i “reggitori” americani di quel periodo (cosa che invece si verificò, in maniera evidente e eminente, nel caso di un’altra Enciclica che citerò più avanti….) dall’altra si mostra apertamente fiducioso e beneaugurante sul miglioramento delle difficili condizioni sociali e economiche:
    “Ci fa piacere conoscere che la citata enciclica Quadragesimo anno, come pure quella del sommo pontefìce Leone XIII Rerum novarum, dove si indica la soluzione della questione sociale secondo i postulati dell'evangelo e della filosofia perenne, sono presso di voi oggetto di attenta e prolungata considerazione da parte di persone di elevato ingegno, che generoso volere spinge alla restaurazione sociale e al rinvigorimento dei vincoli di amore tra gli uomini, e che alcuni datori di lavoro stessi hanno voluto comporre, secondo le norme di quelle, le controversie tendenti sempre a rinnovarsi con i loro operai, rispettando la comune utilità e la dignità della persona umana.”
    “La sapienza dei reggitori, una lungimirante larghezza da parte dei datori di lavoro, insieme con il ristabilimento di più favorevoli condizioni esterne, la cui effettuazione auguriamo sollecita, facciano sì che tali giusti desideri trovino compimento a vantaggio di tutti.”
    Fiducia nell’America, da parte del Papa, molto ben riposta, se pensiamo che pochi anni dopo la situazione socio-economica americana era floridissima, mentre l’Europa si ritrovò distrutta, devastata, sventrata e immiserita per colpa della follia dei regimi totalitario-autoritari, e si potè in seguito riprendere, e assurgere anzi a un benessere mai conosciuto prima, grazie alla generosità degli aiuti magnanimamente forniti dagli Stati Uniti d’America…

    Da notare come nell'Enciclica Sertum Laetitiae Pio XII citasse l'Enciclica del suo predecessore Pio XI, pubblicata in occasione del 40esimo anniversario della Rerum Novarum di Papa Leone XIII, "Quadragesimo anno", la quale non risparmiava elogi ad un determinato modello economico-sociale, che non era quello americano (e nemmeno quello sovietico) ma bensì quello italiano
    Giuanìn, non fare l’ingenuo: il “modello” corporativo fascista, nel momento in cui fu scritta l’enciclica, era appunto poco più di un modello teorico (basti pensare che le Corporazioni stesse furono istituite solo tre anni più tardi…) e che quando il meccanismo cominciò a “funzionare” si rivelò un baraccone burocratico-clientelare per certi aspetti pure pagliaccesco. Uno dei difetti più gravi era naturalmente la mancanza della libertà, e il rifiuto del fondamentale principio sussidiario, e la Chiesa lo aveva fatto notare prima dell’enciclica, e nella stessa enciclica (in modo sommesso e elegante, come noti, ma quando si ha a che fare con un regime autoritario aspirante totalitario si deve stare schisci più che si può, finchè si può….).
    La cosa divertente è che proprio nella Enciclica "Longinqua oceani" Pio XII, paratosi…..la schiena (il DVCE aveva detto che era pronto a spolverare i manganelli sulla groppa dei preti….) con la frasetta “per diversa indole dei popoli e per le diverse circostanze di tempo può variare” ribadì la dottrina tradizionale, secondo cui le corporazioni devono basarsi innanzitutto sul principio della sana libertà, e affermò che proprio grazie a tale principio nei secoli passati esse avevano procurato al cristianesimo gloria immortale, e alle arti inoffuscabile splendore:
    “Essendo poi la socievolezza bisogno naturale dell'uomo, ed essendo lecito con forze unite promuovere quanto è onestamente utile, non si può senza ingiustizia negare o diminuire come ai produttori, così alle classi operaie e agricole, la libertà di unirsi in associazioni le quali possano difendere i propri diritti e acquistare miglioramenti circa i beni dell'anima e del corpo, come pure circa gli onesti conforti della vita. Ma alle corporazioni di tal genere, che nei secoli passati hanno procurato al cristianesimo gloria immortale e alle arti inoffuscabile splendore, non si può imporre in ogni luogo una stessa disciplina e struttura, la quale perciò per diversa indole dei popoli e per le diverse circostanze di tempo può variare; però le corporazioni in parola traggano il loro moto vitale da principi di sana libertà, siano informate dalle eccelse norme della giustizia e dell'onestà e, ispirandosi a queste, agiscano in tal guisa che nella cura degli interessi di classe non ledano gli altrui diritti, conservino il proposito della concordia, rispettino il bene comune della società civile.”
    Il guaio peggiore di tutta la vicenda è stato che la appropriazione del corporativismo da parte del regime (il fascismo sosteneva praticamente l’identificazione tra sistema corporativo e sistema fascista…)

    L’Italia Corporativa di Mario Sironi


    ha portato a esiti nefasti: da allora il corporativismo è diventato sinonimo di “statalismo fascista”, e la dottrina sociale della Chiesa ha praticamente dovuto rinunciare a tale soluzione istituzionale. Il grande Luigi Gedda cercò di rilanciare nel dopoguerra il giusto concetto del corporativismo, scrivendo, insieme ad altri saggisti, il libro “Verso un corporativismo democratico”, ma tutto fu inutile. Al fascismo bisogna imputare…..pure l’assassinio del corporativismo!
    Detto questo, forse è bene ricordare che l’enciclica Sertum laetitiae affianca a qualche critica un gran numero di lodi per gli Stati Uniti d’America:
    “Ed eccoCi in spirito in mezzo a voi, che insieme con tutti i vostri fedeli celebrate il fausto compimento di un secolo e mezzo da quando è stata costituita la gerarchia ecclesiastica negli Stati Uniti. E facciamo questo molto volentieri, perché l'occasione che ora Ci si presenta di dimostrare con un pubblico documento la Nostra stima e il Nostro affetto verso il popolo americano, illustre e vigoroso di giovinezza, Ci è tanto più gradita quanto più è solenne, e perché essa viene a coincidere con i primordi del Nostro pontificato. A coloro che aprono gli annali della vostra storia e indagano le cause profonde degli avvenimenti di cui questa s'intesse, appare evidente che a portare la vostra patria alla gloria e alla prosperità che essa attualmente gode, non poco ha contribuito il trionfale sviluppo della divina religione. È ben vero che questa, nata dal cielo, con i suoi insegnamenti e con le sue leggi è destinata a condurre gli uomini all'eterna felicità; ma è pure incontestabile che essa ricolma la vita di quaggiù di tanti benefici, che non potrebbe largirne di più, se la principale ragione della sua esistenza fosse di rendere beati gli uomini durante la loro breve giornata terrena.
    Ci piace richiamare alla memoria fatti noti. Quando Pio VI diede ai vostri connazionali il primo vescovo nella persona del cittadino americano John Carrol, preponendolo alla sede di Baltimora, in quel luogo il numero dei cattolici era esiguo e insignificante e le condizioni degli Stati Uniti così pericolose, che la loro compagine e la loro stessa unità politica erano minacciate da grave crisi; a causa infatti della lunga ed estenuante guerra l'erario era oppresso da debiti, le industrie languivano e gli abitanti per l'esasperazione cagionata dalle calamità si erano scissi in opposti partiti.
    [Da notare come Pio XII parli di Washington, che pure fu massone...]
    A situazione così dolorosa, anzi rovinosa, pose rimedio il celeberrimo George Washington, uomo dal carattere fermo e di penetrante sagacia di mente. Egli era unito da salda amicizia con il menzionato presule di Baltimora. Così il padre della patria e il primo sacro pastore della chiesa in codesta terra, a Noi tanto diletta, avvinti da legami di benevolenza, a perpetuo esempio dei posteri e ad insegnamento delle età venture più lontane, quasi stringendosi le destre, indicavano che il popolo americano doveva ritenere sacra e solenne norma di vita il rispetto della fede cristiana, la quale, tutelando e avvalorando i supremi principi etici, è la salvaguardia del pubblico bene e contiene forze di vero progresso.
    Trascorsi cent'anni da quell'avvenimento che adesso vi riempie di legittima esultanza, papa Leone XIII di felice memoria con la sua lettera Longinqua oceani, volle misurare il cammino ivi percorso dalla chiesa dal suo inizio e alla sua rassegna aggiunse esortazioni e direttive nelle quali la sua benevolenza è pari alla saggezza. In questi cinquant'anni il progresso della chiesa non si è arrestato, ma ha avuto larghe espansioni e robusti accrescimenti.
    Rigogliosa è la vita che la grazia dello Spirito Santo fa fiorire nel sacrario del cuore; consolante la frequenza alle chiese; alla mensa dove si riceve il Pane degli angeli, cibo dei forti, si accostano numerosi i fedeli; con grande ardore si fanno gli esercizi spirituali ignaziani; molti, docili all'invito della voce divina che li chiama a ideali di vita più alta, ricevono il sacerdozio o abbracciano lo stato religioso. Attualmente diciannove sono le province ecclesiastiche, centoquindici le diocesi, quasi duecento i seminari, innumerevoli i templi, le scuole elementari, quelle superiori, i collegi, gli ospedali, i ricoveri per i poveri, i monasteri.
    A ragione gli stranieri ammirano il sistema organizzativo che presiede alle varie categorie delle vostre scuole, alla cui esistenza i fedeli provvedono generosamente, seguite con assidua attenzione dai presuli, perché da esse esce gran numero di cittadini morigerati e saggi, i quali, rispettosi delle leggi divine e umane, sono giustamente considerati la forza, il fiore e l'onore della chiesa e della vostra patria.
    Le opere missionarie, poi, specialmente la Pontificia Opera della propagazione della fede, bene stabilite e attive, con le preghiere, con le elemosine e con altri aiuti di vario genere esemplarmente collaborano con i predicatori dell'evangelo impegnati a far penetrare nelle terre degli infedeli il vessillo della croce, che redime e salva. Sentiamo il bisogno in questa circostanza di dare pubblico attestato di lode alle opere missionarie tipiche della vostra nazione, le quali con attivo interessamento si curano della diffusione del cattolicesimo. Esse si contrassegnano con questi nomi: Catholic Church Extension Society, società circondata di un'aureola di gloria per la sua pia beneficenza; Catholic Near East Welfare Association, che presta provvidenziali ausili agli interessi del cristianesimo in Oriente, dove i bisogni sono tanti; Indians and Nigroes Mission, opera sancita dal Terzo Concilio di Baltimora, che Noi confermiamo e avvaloriamo, perché la esige proprio una ragione di carità squisita verso i vostri concittadini. Vi confessiamo che Ci sentiamo penetrati da particolare affetto paterno, che certo Ci ispira il Cielo, verso i negri dimoranti tra voi perché, quanto ad assistenza spirituale e religiosa, sappiamo che sono bisognosi di speciali cure e di conforti: del resto, essi ne sono ben meritevoli. Invochiamo pertanto copiose le benedizioni divine e auguriamo fecondità di successi a coloro che, mossi da generosa virtù, si dimostrano solleciti dei negri stessi. Inoltre i vostri connazionali, per rendere in maniera opportuna ringraziamenti a Dio per il dono inestimabile della fede integra e vera, desiderosi di santi ardimenti inviano forti manipoli all'esercito formato dai missionari: essi con la tolleranza della fatica, con la pazienza invitta e con l'energia posta in nobili iniziative per il regno di Cristo raccolgono meriti, che la terra ammira e che il Cielo coronerà di adeguati premi.
    Né minore forza vitale hanno le opere, che sono di utilità ai figli della chiesa entro i confini della vostra patria; gli uffici diocesani di carità, organizzati con criteri di saggia praticità, per mezzo dei parroci e con il concorso delle famiglie religiose, portano ai poveri, ai bisognosi, agli infermi i doni della cristiana misericordia, sollevano le miserie: nell'assolvere tale ministero di così grande importanza con gli occhi della fede dolci e penetranti, si vede Cristo presente negli indigenti e negli afflitti, che del benignissimo Redentore sono le mistiche membra doloranti. Fra le associazioni laiche - enumerarle tutte sarebbe troppo lungo - si acquistarono corone di non caduca gloria l'Azione cattolica, le Congregazioni mariane, la Confraternita della dottrina cristiana, liete di frutti promettenti ancor più lieta messe nell'avvenire, e così pure l'Associazione del Santo Nome, che è eccellente guida nel promuovere il culto e la pietà cristiana. A tale molteplice operosità dei laici, che si spiega in vari settori secondo le esigenze dei tempi, è preposta la National Catholic Welfare Conference, la quale al vostro ministero episcopale procura mezzi pronti e adeguati. Le principali di tutte queste istituzioni potemmo vedere partitamente nell'ottobre del 1936, quando, intrapreso il viaggio attraverso l'Oceano, avemmo la gioia di conoscere personalmente voi e il campo della vostra attività. Incancellabile e giocondo rimarrà sempre nel Nostro cuore il ricordo di quanto ammirammo allora con i Nostri occhi.
    Augurando di cuore che voi e il gregge spirituale, al cui bene provvedete come solerti pastori, progrediate sempre verso mete migliori e più alte, e che anche dalla presente solenne celebrazione raccogliate fecondi proventi di virtù, vi impartiamo la benedizione apostolica, attestato della Nostra benevolenza.”

    Confrontiamo questa Enciclica con un’altra, scritta da Pio XI, e riguardante l’Italia fascista….

    “Già a più riprese, Venerabili Fratelli, nel modo più esplicito ed assumendo tutta la responsabilità di quanto dicevamo, Ci siamo Noi espressi ed abbiamo protestato contro la campagna di false ed ingiuste accuse, che precedette lo scioglimento delle Associazioni Giovanili ed Universitarie della Azione Cattolica. Scioglimento eseguito per vie di fatto e con procedimenti che dettero l’impressione che si procedesse contro una vasta e pericolosa associazione a delinquere…Quante durezze e violenze fino alle percosse ed al sangue, e irriverenze di stampa, di parola e di fatti, contro le cose e le persone, non esclusa la Nostra, precedettero, accompagnarono e susseguirono l’esecuzione dell’improvvisa poliziesca misura, che bene spesso ignoranza o malevolo zelo estendeva ad associazioni ed enti neanche colpiti dai superiori ordini, fino agli oratorii dei piccoli ed alle pie congregazioni di Figlie di Maria!
    E tutto questo triste contorno di irriverenze e di violenze doveva essere con tale intervento di elementi e di divise di partito, con tale unisono da un capo all’altro d’Italia, e con tale acquiescenza delle Autorità e forze di pubblica sicurezza da far necessariamente pensare a disposizioni venute dall’alto: ci è molto facile ammettere, ed era altrettanto facile prevedere, che queste potessero, anzi dovessero, quasi necessariamente venire oltrepassate. Abbiamo dovuto ricordare queste antipatiche e penose cose, perché non è mancato il tentativo di far credere al gran pubblico ed al mondo che il deplorato scioglimento delle Associazioni, a Noi tanto care, si era compiuto senza incidenti e quasi come una cosa normale.
    Ma si è in ben altra e più vasta misura attentato alla verità ed alla giustizia. Se non tutte, certamente le principali falsità e vere calunnie sparse dalla avversa stampa di partito — la sola libera, e spesso comandata, o quasi, a tutto dire ed osare — vennero raccolte in un messaggio, sia pure non ufficiale (cauta qualifica), e somministrate al gran pubblico coi più potenti mezzi di diffusione che l’ora presente conosce. La storia dei documenti redatti non in servizio, ma in offesa della verità e della giustizia, è una lunga e triste storia; ma dobbiamo dire con la più profonda amarezza che, pur nei molti anni di vita e di operosità bibliotecaria, raramente Ci siamo incontrati in un documento tanto tendenzioso e tanto contrario a verità e giustizia, in ordine a questa Santa Sede, alla Azione Cattolica Italiana e più particolarmente alle Associazioni così duramente colpite.”
    “Diceva il messaggio essere tentativo ridicolo quello di far passare la Santa Sede come vittima in un paese dove migliaia di viaggiatori possono rendere testimonianza al rispetto dimostrato verso Sacerdoti, Prelati, Chiesa e funzioni religiose. Sì, Venerabili Fratelli, purtroppo il tentativo sarebbe ridicolo, come quello di chi tentasse sfondare una porta aperta; perché purtroppo le migliaia di visitatori stranieri, che non mancano mai all’Italia ed a Roma, hanno potuto constatare di presenza le irriverenze spesso empie e blasfeme, le violenze, gli sfregi, i vandalismi commessi contro luoghi, cose e persone, in tutto il Paese ed in questa medesima Nostra Sede episcopale e da Noi ripetutamente deplorati dietro sicure e precise informazioni.
    Il messaggio denuncia la «nera ingratitudine» dei Sacerdoti, che si mettono contro il partito, che è stato (dice) per tutta l’Italia la garanzia della libertà religiosa. Il Clero, l’Episcopato, e questa medesima Santa Sede non hanno mai disconosciuto quanto in tutti questi anni è stato fatto con beneficio e vantaggio della Religione; ne hanno anzi spesse volte espresso viva riconoscenza. Ma e Noi e l’Episcopato e il Clero e tutti i buoni fedeli, anzi tutti i cittadini amanti dell’ordine e della pace si sono messi e si mettono in pena ed in preoccupazione di fronte ai troppo presto incominciati sistematici attentati contro le più sane e preziose libertà della Religione e delle coscienze, quanti furono gli attentati contro l’Azione Cattolica, le sue diverse Associazioni, massime le giovanili, attentati che culminavano nelle poliziesche misure contro di loro consumate e nei modi già accennati: attentati e misure che fanno seriamente dubitare se gli atteggiamenti prima benevoli e benèfici provenissero da sincero amore e zelo di Religione. Ché se di ingratitudine si vuol parlare, essa fu e rimane quella usata verso la Santa Sede da un partito e da un regime che, a giudizio del mondo intero, trasse dagli amichevoli rapporti con la Santa Sede, in paese e fuori, un aumento di prestigio e di credito, che ad alcuni in Italia ed all’estero parvero eccessivi, come troppo largo il favore e troppo larga la fiducia da parte Nostra.”
    “Sappiamo come le cose si svolsero dove le Nostre disposizioni non poterono arrivare in tempo, con intervento di autorità che il messaggio rileva, quelle stesse autorità di governo e di partito che già avevano o tra poco avrebbero assistito mute e inoperose al compimento di gesta prettamente anticattoliche e antireligiose; ciò che il messaggio non dice. Dice invece che vi furono autorità ecclesiastiche locali che si credettero in grado «di non prendere atto» del Nostro divieto. Noi non conosciamo una sola autorità ecclesiastica locale che siasi meritato l’affronto e l’offesa contenuta in tali parole. Sappiamo bensì e vivamente deploriamo le imposizioni, spesso minacciose e violente, fatte e lasciate fare alle locali autorità ecclesiastiche; sappiamo di empie parodie di cantici sacri e di sacri cortei, il tutto lasciato fare con profondo cordoglio di tutti i buoni fedeli e con vero sgomento di tutti i cittadini amanti di pace e di ordine, vedendo l’una e l’altro indifesi e peggio, proprio da quelli che di difenderli hanno e gravissimo dovere e insieme vitale interesse.”
    “È con dolore indicibile che vedemmo una vera e reale persecuzione scatenarsi in questa Nostra Italia ed in questa Nostra medesima Roma contro quello che la Chiesa ed il suo Capo hanno di più prezioso e più caro in fatto di libertà e diritti, libertà e diritti che sono pure quelli delle anime, e più particolarmente delle anime giovanili, a loro più particolarmente affidate dal divino Creatore e Redentore.”
    “Non possiamo Noi, Chiesa, Religione, fedeli cattolici (e non soltanto noi) essere grati a chi dopo aver messo fuori socialismo e massoneria, nemici nostri (e non nostri soltanto) dichiarati, li ha così largamente riammessi, come tutti vedono e deplorano, e fatti tanto più forti e pericolosi e nocivi quanto più dissimulati e insieme favoriti dalla nuova divisa.”
    “Però (continua il messaggio) l’argomento più forte che può essere adoperato come una giustificazione della distruzione dei circoli cattolici dei giovani è la difesa dello Stato, la quale è più di un semplice dovere di qualunque governo. Nessun dubbio sulla solennità e sulla importanza vitale di un tal dovere e di un tal diritto, aggiungiamo Noi, perché riteniamo e vogliamo ad ogni costo praticare, con tutti gli onesti e sensati, che il primo diritto è quello di fare il proprio dovere. Ma tutti i ricevitori e lettori del messaggio avrebbero sorriso di incredulità o fatte le alte meraviglie, se il messaggio avesse aggiunto che dei Circoli Cattolici giovanili colpiti 10.000 erano, anzi sono, di gioventù femminile, con un totale di quasi 500.000 giovani donne e fanciulle, dove, chi può vedere un serio pericolo e una minaccia reale per la sicurezza dello Stato? E devesi considerare che solo 220.000 sono iscritte « effettive », più di 100.000 piccole « aspiranti », più di 150.000 ancora più piccole « Beniamine ».
    Restano i circoli di gioventù cattolica maschile, quella stessa gioventù cattolica che nelle pubblicazioni giovanili del partito e nei discorsi e nelle circolari dei così detti gerarchi sono rappresentati ed indicati al vilipendio ed allo scherno (con qual senso di responsabilità pedagogica, per dir solo di questa, ognun lo vede) come una accozzaglia di conigli e di buoni soltanto a portar candele e recitar rosari nelle sacre processioni, e che forse per questo sono stati in questi ultimi tempi tante volte e con così poco nobile coraggio assaliti e maltrattati fino al sangue, lasciati indifesi da chi poteva e doveva proteggerli e difenderli, se non altro perché inermi e pacifici assaliti da violenti e spesso armati.
    Se qui sta l’argomento più forte della attentata « distruzione » (la parola non lascia davvero dubbi sulle intenzioni) delle nostre care ed eroiche associazioni giovanili di Azione Cattolica, voi vedete, Venerabili Fratelli, che Noi potremmo e dovremmo rallegrarCi, tanto chiaramente appare l’argomento di per se stesso incredibile ed insussistente. Ma purtroppo dobbiamo ripetere, che « mentita est iniquitas sibi », e che l’« argomento più forte » della voluta « distruzione » va cercato su altro terreno: la battaglia che ora si combatte non è politica, ma morale e religiosa: squisitamente morale e religiosa.”
    “Tutto questo non è che pretesto o un cumulo di pretesti: è un pretesto, osiamo dire, la stessa Azione Cattolica; ciò che si voleva e che si attentò di fare, fu strappare alla Azione Cattolica, e per essa alla Chiesa, la gioventù, tutta la gioventù. Tanto è ciò vero, che dopo aver tanto parlato di Azione Cattolica, si mirò alle Associazioni Giovanili, né si stette alle Associazioni Giovanili di Azione Cattolica, ma si allungò tumultuariamente la mano anche ad associazioni e ad opere di pura pietà e di prima istruzione religiosa, come le Congregazioni di Figlie di Maria e gli Oratorii; tanto tumultuariamente da dover spesso riconoscere il grossolano errore.
    Questo punto essenziale è largamente confermato anche d’altronde. È confermato innanzitutto dalle molte antecedenti affermazioni di elementi più o meno responsabili ed anche dagli elementi più rappresentativi del regime e del partito e che ebbero il loro pieno commentario e la definitiva conferma dagli ultimi avvenimenti.
    La conferma è stata anche più esplicita e categorica, stavamo per dire solenne insieme e violenta, da parte di chi non solo tutto rappresenta, ma tutto può, in pubblicazione ufficiale o quasi, dedicata alla gioventù, in colloqui destinati alla pubblicità, alla pubblicità estera prima ancora che a quella del paese, ed anche all’ultima ora in messaggi ed in comunicazioni a rappresentanti della stampa.”
    “Ora eccoci in presenza di tutto un insieme di autentiche affermazioni e di fatti non meno autentici, che mettono fuori di ogni dubbio il proposito — già in tanta parte eseguito — di monopolizzare interamente la gioventù, dalla primissima fanciullezza fino all’età adulta, a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime, sulla base di una ideologia che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana non meno in pieno contrasto coi diritti naturali della famiglia che coi diritti soprannaturali della Chiesa. Proporsi e promuovere un tale monopolio, perseguitare in tale intento, come si veniva facendo da qualche tempo più o meno palesemente o copertamente, l’Azione Cattolica; colpire a tale scopo, come ultimamente si è fatto, le sue Associazioni giovanili equivale ad un vero e proprio impedire che la gioventù vada a Gesù Cristo, dacché è impedire che vada alla Chiesa, perché dov’è la Chiesa ivi è Gesù Cristo. E si arrivò fino a strapparla, con gesto violento dal seno dell’una e dell’Altro.”
    “È per conseguenza pretesa ingiustificabile ed inconciliabile col nome e colla professione di cattolici quella di semplici fedeli che vengono ad insegnare alla Chiesa ed al suo Capo ciò che basta e che deve bastare per la educazione e formazione cristiana dello anime e per salvare, promuovere nella società, principalmente nella gioventù, i princìpi della Fede e la loro piena efficienza nella vita.
    Alla ingiustificabile pretesa si associa la chiarissima rivelazione della assoluta incompetenza e della completa ignoranza delle materie in questione. Gli ultimi avvenimenti devono aver aperto a tutti gli occhi, mentre hanno dimostrato fino all’evidenza quello che in pochi anni si è venuto, non già salvando, ma disfacendo e distruggendo in fatto di religiosità vera, di educazione cristiana e civile. Voi sapete, Venerabili Fratelli, Vescovi d’Italia, per vostra esperienza pastorale che gravissimo ed esiziale errore sia il credere e far credere che l’opera della Chiesa svolta nell’Azione Cattolica sia surrogata e resa superflua dall’istruzione religiosa nelle scuole e dalla ecclesiastica assistenza alle associazioni giovanili del partito e del regime. L’una e l’altra sono certissimamente necessarie; senza di esse la scuola e le dette associazioni diventerebbero inevitabilmente e ben presto, per fatale necessità logica e psicologica, cose pagane. Necessarie adunque, ma non sufficienti: infatti con quella istruzione religiosa e con quella assistenza ecclesiastica la Chiesa di Gesù Cristo non può esplicare che un minimum della sua efficienza spirituale e soprannaturale, e questo in un terreno e in un ambiente non da essa dipendenti, preoccupati da molte altre materie di insegnamento e da tutt’altri esercizi, soggetti ad immediate autorità spesso poco o punto favorevoli e non rare volte esercitanti contrarie influenze con la parola e con l’esempio della vita.
    Dicevamo che gli ultimi avvenimenti hanno finito di mostrare senza lasciare possibilità di dubbio quello che in pochi anni si è potuto non già salvare, ma perdere e distruggere in fatto di religiosità vera e di educazione, non diciamo cristiana, ma anche solo morale e civile.
    Abbiamo infatti vista in azione una religiosità che si ribella alle disposizioni della superiore Autorità Religiosa e ne impone o ne incoraggia la inosservanza; una religiosità che diventa persecuzione e tentata distruzione di quello che il Supremo Capo della Religione notoriamente più apprezza ed ha a cuore; una religiosità che trascende e lascia trascendere ad insulti di parola e di fatto contro la Persona del Padre di tutti i fedeli fino a gridarlo abbasso ed a morte; veri imparaticci di parricidio. Simigliante religiosità non può in nessun modo conciliarsi con la dottrina e con la pratica cattolica, ma è piuttosto quanto può pensarsi di più contrario all’una ed all’altra.
    Una concezione dello Stato che gli fa appartenere le giovani generazioni interamente e senza eccezione dalla prima età fino all’età adulta, non è conciliabile per un cattolico colla dottrina cattolica, e neanche è conciliabile col diritto naturale della famiglia. Non è per un cattolico conciliabile con la cattolica dottrina pretendere che la Chiesa, il Papa, devono limitarsi alle pratiche esterne di religione (Messa e Sacramenti), e che il resto della educazione appartiene totalmente allo Stato.”
    “Dobbiamo dire, diciamo che non si è cattolici se non per il battesimo e per il nome — in contraddizione con le esigenze del nome e con gli stessi impegni battesimali — adottando e svolgendo un programma che fa sue dottrine e massime tanto contrarie ai diritti della Chiesa di Gesù Cristo e delle anime, che misconosce, combatte e perseguita l’Azione Cattolica, che è dire quanto la Chiesa ed il suo Capo hanno notoriamente di più caro e prezioso. A questo punto Voi Ci richiedete, Venerabili Fratelli, che rimane a pensare ed a giudicare, alla luce di quanto precede, circa una formula di giuramento che anche a fanciulli e fanciulle impone di eseguire senza discutere ordini che, l’abbiamo veduto e vissuto, possono comandare contro ogni verità e giustizia la manomissione dei diritti della Chiesa e delle anime, già per se stessi sacri ed inviolabili; e di servire con tutte le forze, fino al sangue, la causa di una rivoluzione che strappa alla Chiesa e a Gesù Cristo la gioventù, e che educa le sue giovani forze all’odio, alla violenza, alla irriverenza, non esclusa la persona stessa del Papa, come gli ultimi fatti hanno più compiutamente dimostrato. Quando la domanda deve porsi in tali termini, la risposta dal punto di vista cattolico, ed anche puramente umano, è inevitabilmente una sola, e Noi, Venerabili Fratelli, non facciamo che confermare la risposta che già vi siete data: un tale giuramento, così come sta, non è lecito.”

    Ed è inutile attaccarsi al fatto che alla fine Pio XI debba dire di non aver VOLUTO condannare il regime in quanto tale: quando la Chiesa e i fedeli cattolici sono ostaggi di un regime autoritario-totalitario uso alla pratica delle soppressioni, delle vessazioni, delle umiliazioni, delle violenze, delle devastazioni, bisogna sempre cercare di addivenire a un accordo. Anche perché la Chiesa sa essere paziente, e sa che chi troppo in alto sal, poi cade sovente, precipitevolissimevolmente….
    Bisogna ascoltare i giudizi della Chiesa quando essa è libera, e fare la dovuta tara quando essa è accerchiata da falsi “protettori” interessati, che vogliono blandirla per strumentalizzarla, e poi sopprimerla lentamente.
    Ecco cosa scrive Pio XII, nella Roma finalmente liberata dagli eserciti Alleati, nella allocuzione “La devota presenza” del 18 marzo 1945, sferzando gli idolatri dei nazionalismi assoluti, degli orgogli di stirpe e di sangue:

    “Ascoltate dunque oggi la voce di Dio, non indurite il vostro cuore. Quella voce vi dice: «Che l’empio lasci la sua via e l’uomo iniquo i suoi propositi, e ritorni al Signore» .
    A chi vuol essere sordo agli inviti divini, a chi vuole irrigidirsi contro la voce persuasiva dei pastori delle anime, contro la voce severa e pungente della coscienza, un’altra voce, una voce selvaggia, quella degli avvenimenti crudeli, dell’atroce realtà, si leva ad annunziare e ad ammonire che la guerra è il frutto e il salario del peccato. Il peccatore può ben cercare di stordirsi, l’empio potrà ben ostinarsi a camminare nei sentieri del male, lontano da Dio; la voce tragica si farà sempre più sonora, sempre più terribile, e al di là delle cause e delle responsabilità immediate dell’immane conflitto, al di là degli atti esterni e delle parole sensibili, penetrerà nel fondo silenzioso dei cuori per scrutare e svelare la causa profonda che ha destato e alimentato l’orribile incendio, lo spirito che ha suscitato e inasprito la discordia, che è lo spirito di orgoglio, di ambizione e di cupidigia. È lo spirito del male che si erge contro lo spirito di Dio, che vuol bandire dalla terra il regno di Cristo per divinizzare la forza materiale, per abolire nella vita dei popoli, e ancor più nei rapporti internazionali, ogni distinzione essenziale tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto.
    A coloro che si sono lasciati sedurre dai fautori della violenza e che, dopo averli inconsideratamente seguiti, cominciano alfine a risvegliarsi dalla loro illusione, costernati nel vedere fin dove la loro docilità servile li ha condotti, non rimane altra via di salvezza che di ripudiare definitivamente la idolatria dei nazionalismi assoluti, gli orgogli di stirpe e di sangue, le brame di egemonia nel possesso dei beni terreni, e di volgersi risolutamente verso lo spirito di sincera fraternità, che è fondato nel culto del Padre divino di tutti gli uomini, e in cui le nozioni, da troppo lungo tempo opposte, di diritti e di doveri, di vantaggi e di pesi, si armonizzano nella giustizia e nella carità.”

    Ed è bene rileggere pure gli insegnamenti di Pio XII nel discorso alla Sacra Rota romana:
    “È incontestabile che una delle esigenze vitali di ogni umana comunanza, quindi anche della Chiesa e dello Stato, consiste nell'assicurare durevolmente la unità nella diversità dei suoi membri.
    Ora il «totalitarismo» non è mai che possa provvedere a quella esigenza, perchè esso dà al potere civile una estensione indebita, determina e fissa nel contenuto e nella forma tutti i campi di attività, e in tal modo comprime ogni legittima vita propria - personale, locale e professionale - in una unità o collettività meccanica, sotto l'impronta della nazione, della razza o della classe.
    Noi abbiamo già nel Nostro Radiomessaggio del Natale 1942 additato particolarmente le tristi conseguenze per il potere giudiziario di quella concezione e di quella prassi, che sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge e lascia le decisioni giudiziarie in balìa di un mutevole istinto collettivo.
    Ma a quella esigenza fondamentale è ben lungi dal soddisfare anche l'altra concezione del potere civile, che può essere designata col nome di «autoritarismo», perchè esclude i cittadini da qualsiasi efficace partecipazione od influsso nella formazione della volontà sociale. Esso scinde per conseguenza la nazione in due categorie, quella dei dominatori e quella dei dominati, i cui reciproci rapporti vengono ad essere puramente meccanici, sotto l'impero della forza, ovvero hanno un fondamento meramente biologico.
    Ora chi non vede come in tal guisa la vera natura del potere statale rimane profondamente sconvolta? Questo infatti, e per se stesso e mediante l'esercizio delle sue funzioni, deve tendere a ciò che lo Stato sia una vera comunità, intimamente unita nello scopo ultimo, che è il bene comune. Ma in quel sistema il concetto del bene comune diviene così labile e si palesa così chiaramente come un ingannevole manto dell'unilaterale interesse del dominatore, che uno sfrenato «dinamismo»legislativo esclude ogni sicurezza giuridica, e quindi sopprime un elemento fondamentale di ogni vero ordine giudiziario.”

    Diciamo che il "meglio" era (ed è) ben altro che gli Stati Uniti d'America...
    Diciamo che gli Stati Uniti d’America, pur con i loro limiti e i loro difetti, sono e sono sempre stati meglio, soprattutto negli esiti finali, di qualunque regime autoritario-totalitario…
    Comunque, non preoccuparti, l’antiamericanismo viscerale e infantile di solito con il tempo passa, come passano i ciucciotti, le pappine, la pipì a letto, il morbillo, il complesso di Edipo, i pantaloni dello sviluppo, l’acne, le seghette, ecc.
    Certo che il tuo Beato preferito, nel suo discorso alla GMG di Roma, è stato proprio geniale nel parlare allusivamente delle “adunate oceaniche”…


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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Il gesuita Taparelli d'Azeglio scrisse che "l'autorità è nella moltitudine giacché ove non è moltitudine non è autorità; è per la moltitudine, giacché è principio di sua unità; ma non è dalla moltitudine, giacché essa non può crearla né abolirla; non è della moltitudine, giacché essa non governa, ma è governata" (Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato sul fatto, 1850).

    Nell'Enciclica "Immortale Dei" (1885), Leone XIII precisò ulteriormente i termini della questione rispetto all'Enciclica "Diuturnum Illud" (1881):

    La sovranità popolare che si afferma insita per natura nella moltitudine indipendentemente da Dio, se serve ottimamente ad offrire lusinghe e ad infiammare grandi passioni, non ha in realtà alcun plausibile fondamento, né possiede abbastanza forza per assicurare uno stabile e tranquillo ordine sociale […] È forte infatti la convinzione che i Principi non siano nulla più che semplici delegati ad eseguire la volontà popolare: ne consegue necessariamente che tutti gli ordinamenti sono ugualmente mutabili a discrezione del popolo, e incombe il continuo timore di disordini.

    Questo non significava negare la possibilità di forme di governo a partecipazione popolare o che comunque contemplassero il popolo, rettamente organizzato gerarchicamente in ordini, ceti, corporazioni, ecc., come "soggetto originario" della potestà civile, ma che tale potestà, eventualmente esercitata, attraverso varie forme, dal popolo, non avesse origine divina e fosse indipendente da Dio, da Nostro Signore Gesù Cristo e quindi dalla Chiesa e dal Papa. Nelle tre encicliche sul potere politico e sul suo esercizio, inclusa la "Diuturnum Illud", Papa Pecci contestò la dottrina a sfondo liberale ed illuminista secondo cui esso era puramente di origine popolare. Nella visione politica di Leone XIII, che è la visione politica cattolica tradizionale, lo Stato [cristiano-cattolico] a partecipazione popolare aveva certamente nel popolo il soggetto originario del potere civile, ma era rettamente ordinato, gerarchicamente, ed in esso "ciascuno [...] — al proprio posto e nel proprio modo — [era] una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni" (Pio XII, Radiomessaggio natalizio 1944). Quel che veniva condannato nel Magistero di Leone XIII non era il fatto che i reggitori del popolo fossero tali in quanto rappresentanti di esso, ma in quanto si ritenessero vincolati esclusivamente da esso e vedessero nel popolo - o peggio nella massa - la sola fonte del loro potere. Al contrario, anche i reggitori di una nazione organizzata "democraticamente" (nel senso di "retta democrazia cattolica", corrispondente ad una versione cristiana della cosiddetta "politeia" aristotelica) sono "ministri di Dio", al pari dei principi e dei re, perché la loro potestà ha in Dio la sua fonte ed origine, nonostante sia il popolo ad eleggerli liberamente.

    Per tagliare la testa al toro, è sufficiente leggere quanto scrisse Leone XIII nella Lettera enciclica "Libertas" (1888):

    [...]

    non è vietato preferire un tipo di Stato regolato dalla partecipazione popolare, fatta salva la dottrina cattolica circa l’origine e l’esercizio del pubblico potere. Tra i vari tipi di Stato, purché siano di per se stessi in grado di provvedere al benessere dei cittadini, nessuno è riprovato dalla Chiesa; essa pretende tuttavia ciò che anche la natura comanda: che i singoli Stati si reggano senza recare danno ad alcuno, e soprattutto rispettino i diritti della Chiesa. È onesto partecipare alla pubblica amministrazione, a meno che in qualche luogo, per eccezionali circostanze di tempo e di cose, non venga disposto diversamente; anzi la Chiesa approva che ognuno dedichi l’opera sua al comune vantaggio e che con ogni sua iniziativa – nei limiti del possibile – difenda, consolidi, renda prospero lo Stato. La Chiesa non condanna una nazione che voglia essere indipendente dallo straniero o da un tiranno, purché sia salva la giustizia. Infine non rimprovera neppure coloro che propugnano uno Stato retto da proprie leggi, e una cittadinanza dotata della più ampia facoltà di accrescere il proprio benessere.

    Non vi è vero contrasto e nemmeno alcun discostamento fra il Magistero di Leone XIII e quello di Pio XII riguardo all'origine del potere o alla sua trasmissione ed al suo esercizio.
    Nell'Enciclica "Diuturnum Illud", Papa Pecci si sofferma principalmente sulla questione dell'origine e della fonte del potere, contrastando la tesi liberale laicista dell'origine esclusivamente ed essenzialmente popolare dell'autorità politica, ma trova ulteriore chiarimento e completezza in quelle successive che non vanno lette separatamente ma unitamente, essendo il Magistero pontificio un corpus unitario. Nella "Diuturnum Illud" infatti vi sono le premesse dei contenuti delle due encicliche successive, ossia la già citata "Immortale Dei" e la "Libertas".
    Non è quindi nemmeno corretto vedere una differenza fra i Santi Padri della Chiesa e San Tommaso d'Aquino: le frasi citati da Leone XIII nella "Diuturnum Illud", infatti, riguardano essenzialmente il problema dell'origine del potere politico - risolto riaffermandone la fonte divina -, non se sia lecito o meno ammettere che il soggetto originario del potere civile possa anch'essere il popolo (termine che comunque non va inteso nell'accezione generica odierna, cioé come sinonimo di massa, ma nel senso di moltitudine organizzata e gerarchicamente ordinata).

    Leone XIII, inoltre, sin dall'inizio, sottolineò come l'obbedienza e l'ossequio verso le autorità costituite fossero leciti nella misura in cui le leggi si fossero conformate alla religione cattolica e ai suoi principi morali di ordine politico e sociale, ammettendo che nei casi più gravi fosse giusto che si richiedesse un radicale mutamento del governo, rimandando neanche tanto implicitamente alla dottrina del tirannicidio.
    Pertanto, nemmeno le esperienze dei diversi regimi autoritari e totalitari - molto diverse le une dalle altre, a dir la verità - costrinsero la Chiesa a modificare la sua dottrina politica e sociale tradizionale. Fu sufficiente rapportare quei principi al nuovo contesto sorto dall'ultimo scorcio della seconda guerra mondiale.

    Però, riguardo alla condanna del totalitarismo e dell'autoritarismo, vanno fatte alcune precisazioni.
    La liceità o meno del "totalitarismo" e la compatibilità di tale concetto con il Cattolicesimo Romano venne trattata con clamore nella lettera pubblica di Pio XI al cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, tesa a confutare un discorso che era stato pronunciato da Giovanni Giuriati, all'epoca segretario del Partito Nazionale Fascista.
    In tale lettera (1931) il Pontefice scrisse:

    Regime e Stato totalitario? Crediamo di bene intenderlo nel senso che per tutto quello che è di competenza dello Stato, secondo il suo proprio fine, la totalità dei soggetti dello Stato, dei cittadini, deve far capo allo Stato, al Regime e da esso dipendere: dunque una totalitarietà, che diremo soggettiva, può certamente attribuirsi allo Stato, al Regime. Non altrettanto può dirsi di una totalitarietà oggettiva, nel senso cioè che la totalità dei cittadini debba far capo allo Stato e da esso (peggio poi nel senso, che da esso solo o principalmente) dipendere per la totalità di quello che è o può divenire necessario per tutta la loro vita anche individuale, domestica, spirituale, soprannaturale. Per non parlare se non di quello che presentemente ci occupa, è troppo evidente che una totalitarietà di Regime e di Stato che voglia comprendere anche la vita soprannaturale, è una manifesta assurdità nell’ordine delle idee e sarebbe una vera mostruosità quando volesse portarsi nell’ordine pratico. La vita soprannaturale e tutto quanto ad essa appartiene (come già sopra abbiamo accennato), a cominciare dal giudizio su ciò che essa è e su ciò che le appartiene, venne da Gesù Cristo Redentore e Signore dell’umanità affidato alla sua Chiesa e ad essa sola.

    La Chiesa, quindi, ammetteva una "totalitarietà soggettiva", concernente lo Stato, ma non una "totalitarietà oggettiva", appartenente di fatto e di diritto alla Chiesa stessa in quanto istituzione divina ed al tempo stesso umana. Fu contro questo secondo tipo di totalitarismo che Pio XI, nel 1938, decise di prendere (nuovamente) le distanze in una lettera agli iscritti alla Federazione francese dei sindacati cristiani:

    Così si dice un po' dappertutto: tutto deve essere dello Stato, ed ecco lo Stato totalitario, come lo si chiama: nulla senza lo Stato, tutto allo Stato. Ma in ciò vi è una falsità evidente, che fa meraviglia che uomini, del resto seri e dotati di talento, lo dicano e l’insegnino alle folle. Infatti, come lo Stato potrebbe essere veramente totalitario, dare tutto all’individuo e chiedergli tutto; come potrebbe dare tutto all’individuo per la sua perfezione interiore – poiché si tratta di cristiani – per la santificazione e la glorificazione delle anime? Perciò quante cose sfuggono alla possibilità dello Stato, nella vita presente e in vista della vita futura, eterna! E in questo caso, ci sarebbe una grande usurpazione, perché se c’è un regime totalitario – totalitario di fatto e di diritto – è il regime della Chiesa, perché l’uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle, dato che l’uomo è la creatura del buon Dio, egli è il prezzo della Redenzione divina, è il servitore di Dio, destinato a vivere per Dio quaggiù, e con Dio in cielo. E il rappresentante delle idee, dei pensieri e dei diritti di Dio non è che la Chiesa. Allora la Chiesa ha veramente il diritto e il dovere di reclamare la totalità del suo potere sugli individui: ogni uomo, tutto intero, appartiene alla Chiesa, perché tutto intero appartiene a Dio. Non c’è dubbio che su questo punto, per chi non voglia negare tutto.

    Pio XI non si rimangiava le parole espresse in precedenza. Ribadiva il fatto che se lo Stato avesse rivendicato una vera totalità, cioé una "totalità oggettiva", e non esclusivamente una "totalità soggettiva", vi sarebbe stata un'evidente usurpazione; lo Stato, indipendentemente dalle forme di governo, non doveva rivendicare per se stesso un'autorità su ciò che di diritto e di fatto apparteneva alla Chiesa: la vita soprannaturale e spirituale, ossia la vita religiosa.
    E' in questo senso che vanno inquadrati i pronunciamenti successivi di Pio XII sulla questione. Papa Pacelli non abolì la distinzione originaria fatta da Papa Ratti; ma di fronte alla catastrofe della guerra (dovuta a vari fattori), al crollo del totalitarismo nazionalsocialista e al persistere del totalitarismo comunista (con l'aiuto delle cosiddette "democrazie occidentali"), cioé di due totalitarismi che per davvero non solo avevano rivendicato per se stessi il giudizio anche su ciò che era di pertinenza della Chiesa, ma avevano prodotto leggi che si discostavano, seppur in maniere e gradazioni diverse, dai principi della legge divina e della legge naturale, Pacelli si soffermava su ogni totalitarismo di Stato che fosse consistito, sia nella teoria che nella pratica, in un "assolutismo di Stato", anticlericale e anticristiano, teso ad assoggettare la sfera religiosa alla competenza dello Stato o per controllarla o per annichilirla progressivamente. A conferma di ciò il fatto che nell'allocuzione del 2 novemebre 1954 Pio XII ponesse la questione dello Stato totalitario ancora in termini problematici, a prescindere dalle sue origini e dai contenuti, riservando su di esso il giudizio alla Chiesa:

    Vi sono in sociologia, non una, ma molte e gravi questioni, sia puramente sociali, sia Politico-sociali, che toccano l'ordine etico, le coscienze, la salvezza delle anime. Non si può assolutamente dire che tali questioni si trovino sottratte all'autorità e alle cure della Chiesa. Anzi, anche fuori dell'ordine sociale vi sono questioni, non strettamente religiose o di politica, sia nazionale che internazionale, le quali toccano l'ordine etico, premono sulle coscienze, possono esporre e difatti spessissimo espongono, a non leggero pericolo il conseguimento dell'ultimo fine. Così il problema del fine e dei limiti del potere civile; le relazioni dei singoli uomini e la società; i cosiddetti «Stati totalitari» qualunque sia la loro origine e derivazione; la «totale laicizzazione dello Stato» e della vita pubblica; l'aperta laicizzazione della scuola; la natura etica della guerra, la liceità o illiceità delle guerra moderna: la cooperazione ad essa o il rifiuto da parte di un uomo di timorata coscienza; i vincoli e le relazioni etiche tra le Nazioni.
    Ora andrebbe contro la verità, anzi contro la stessa retta ragione, chi asserisse che questi punti accennati, e tanti altri del medesimo genere, trascendono l'ordine etico, e perciò oltrepassano, o almeno possono oltrepassare la competenza dell'Autorità stabilita da Dio, per la cura dell'ordine giuridico, la guida e la direzione delle coscienze e delle azioni degli uomini per il retto sentiero al loro ultimo fine.
    E tutto questo non in modo nascosto soltanto, tra le pareti del tempio e delle sagrestie, ma anche e molto più parlando all'aperto; «sopra i tetti» come disse Nostro Signore, sullo stesso campo di battaglia, in mezzo all'infuriare della lotta tra la verità e l'errore, tra la virtù e il vizio, tra il mondo e il regno di Dio, tra il principe di questo mondo e Cristo Salvatore del mondo.


    Altra questione è quella dell'autoritarismo (o meglio, per citare Pacelli, del "cosiddetto autoritarismo").

    Pio XII nel discorso alla Sacra Rota del 1945 espresse parole di condanna anche per quella concezione che "può" (possibilità, non necessità) "essere designata col nome di autoritarismo".
    Ne precisò meglio il contenuto nel seguito del discorso: "esclude i cittadini da qualsiasi efficace partecipazione od influsso nella formazione della volontà sociale"; "scinde per conseguenza la nazione in due categorie, quella dei dominatori e quella dei dominati, i cui reciproci rapporti vengono ad essere puramente meccanici, sotto l'impero della forza, ovvero hanno un fondamento meramente biologico"; "il concetto del bene comune diviene così labile e si palesa così chiaramente come un ingannevole manto dell'unilaterale interesse del dominatore che uno sfrenato dinamismo legislativo esclude ogni sicurezza giuridica, e quindi sopprime un elemento fondamentale di ogni vero ordine giudiziario".
    Non contestò il concetto di autorità e nemmeno il principio autoritario, ma una sua degenerazione dagli aspetti evidentemente oligarchici ("esclude i cittadini da qualsiasi efficace partecipazione od influsso nella formazione della volontà sociale"; "scinde per conseguenza la nazione in due categorie, quella dei dominatori e quella dei dominati") e tendenti alla tirannia ("il concetto del bene comune diviene così labile e si palesa così chiaramente come un ingannevole manto dell'unilaterale interesse del dominatore").

    Nelle parole di Pio XII sul "cosiddetto totalitarismo" e sul "cosiddetto autoritarismo" si rileggono, mutatis mutandis, le parole di condanna della Chiesa per la statolatria, per la tirannia e per l'oligarchia.

    Viene da chiedersi se tali parole si riferissero o meno al Fascismo italiano.

    In prima istanza, se la scusa è quella che la Chiesa non volle condannare definitivamente ed integralmente il Fascismo nella sua essenza, ma solo "per accidens", nel caso particolare sorto a causa del conflitto di competenze sull'Azione Cattolica e sull'educazione della gioventù perché non era fondamentalmente libera, si commette palesemente un errore.
    La Chiesa Cattolica, infatti, a seguito di varie vicende, sottoscrisse, seppur con innumerevoli sospetti, un Concordato con il Terzo Reich germanico, precisando che ciò, a differenza di quanto propaganderà il regime hitleriano in un primo momento, non avrebbe automaticamente comportato una garanzia totale della compatibilità delle concezioni politiche e religiose del nazionalsocialismo con la religione cattolica.
    Nel 1937 vi fu la ben nota Lettera enciclica "Mit Brennender Sorge" in cui il nazionalsocialismo non veniva condannato direttamente ed esplicitamente in quanto tale, né tale sorte subivano contemporaneamente il regime e il partito NS (vedasi la nota Pacelli), ma veniva duramente criticato e condannato nella misura in cui esso promuoveva ed assecondava dottrine neo-pagane e anticristiane e consentiva a determinati suoi esponenti di perseguitare, direttamente o indirettamente, dichiaratamente o subdolamente, le organizzazioni cattoliche e la Chiesa.
    Nel 1945, a guerra terminata, Pio XII, riprendendo l'Enciclica del suo predecessore Pio XI, si espresse nuovamente sulla natura e sui fini del nazionalsocialismo:

    Niuno oserebbe di dare un sicuro giudizio. Ad ogni modo, però, niuno potrebbe rimproverare la Chiesa di non avere denunziato e additato a tempo il vero carattere del movimento nazionalsocialista e il pericolo a cui esso esponeva la civiltà cristiana.
    «Chi eleva la razza, o il popolo, o lo Stato o una sua determinata forma, i rappresentanti del potere statale o altri elementi fondamentali della società umana … a suprema norma di tutto, anche dei valori religiosi, e li divinizza con culto idolatrico, perverte e falsa l’ordine delle cose create e voluto da Dio».
    In questa proposizione dell’Enciclica si assomma la radicale opposizione tra lo Stato nazionalsocialista e la Chiesa cattolica.


    Parole del genere, di esplicita dura condanna, senza distinguo, non vennero pronunciate nel dopoguerra riguardo al Fascismo italiano e al regime o partito fascista. Eppure, secondo la visione espressa sopra, la Chiesa sarebbe stata libera dalla "tirannia" (virgolette d'obbligo, essendo il regima fascista tutt'altro che una tirannia) del Fascismo e libera di esercitare la sua missione pastorale e dottrinale. Libera quindi, eventualmente, di criticare o addirittura di condannare il Fascismo e Mussolini.
    Al contrario, ciò non avvenne. Esiste, inoltre, un aneddoto curioso, riportato da Antonio Carioti ne "I ragazzi della Fiamma":

    [...] il vice-assistente generale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, don Arturo Paoli, che ai primi del 1952 conduce in udienza da Pio XII una delegazione di ragazzi provenienti dalle regioni meridionali. Di fronte al pontefice il reverendo, futuro teologo della liberazione in America Latina, afferma che nel Sud "il pericolo numero uno" per la Chiesa non è il comunismo, bensì il MSI. Al che papa Eugenio Pacelli, sbalordito, ribatte che il neofascismo "se mai è il minor male".

    Nota bene: Pacelli non disse che il neofascismo era il minore dei mali, ma che se mai, cioé al limite, proprio a voler concedere qualcosa a quanto espresso da don Paoli, poteva esser considerato il minore dei mali.

    Un altro aneddoto interessante fu la "benedizione" pacelliana alla "Rivista Romana", di carattere cattolico e fascista, o la frase, pronunciata secondo alcuni da Pacelli nel 1952 e riportata da Arrigo Petacco nel libro "L'uomo della provvidenza: Mussolini, ascesa e caduta di un mito", in cui il Papa sosteneva che Mussolini fosse stato "il più grande uomo" da lui "conosciuto" e "tra i più profondamenti buoni". Più controverso il caso dell'augurio di Pio XII, mandato in occasione del suo primo congresso nazionale, alla Giovane Italia, che "L'Osservatore Romano" cercò di giustificare dicendo che il Papa credesse che si trattasse di un'organizzazione legata all'Azione Cattolica, nonostante i più tutt'oggi garantiscano che Pacelli sapesse perfettamente cosa fosse la Giovane Italia.

    Al di là di questi aneddoti interessanti, ma che possono lasciare indifferenti alcuni e che comunque, effettivamente, non sono certamente probanti riguardo al rapporto tra Magistero pontificio ed ecclesiastico e Fascismo, va pur detto che l'Italia fascista non trovò elogi - diretti o indiretti, espliciti o impliciti - solamente da parte di Pio XI, il cui Pontificato occupò gran parte del Ventennio, ma anche di Pio XII.
    Significativamente, nella sua prima Lettera Enciclica (la "Summi Pontificatus"), datata 1939, il Pontefice descrisse in tali termini l'Italia fascista:

    Ma in singolar modo Ci sentiamo mossi dall'animo Nostro a far palese l'intima Nostra gratitudine per i segni di riverente omaggio pervenutiCi da sovrani, da capi di stato e da pubbliche autorità di quelle nazioni, con le quali la Santa Sede si trova in amichevoli rapporti. E a particolare letizia si eleva il Nostro cuore nel potere, in questa prima enciclica indirizzata a tutto il popolo cristiano sparso nel mondo, porre in tal novero la diletta Italia, fecondo giardino della fede piantata dai prìncipi degli apostoli, la quale, mercè la provvidenziale opera dei Patti Lateranensi, occupa ora un posto d'onore tra gli stati ufficialmente rappresentati presso la sede apostolica. Da quei Patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la «pace di Cristo restituita all'Italia»; pace, per il cui sereno cielo supplichiamo il Signore che pervada, avvivi, dilati e corrobori fortemente e profondamente l'anima del popolo italiano, a Noi tanto vicino, in mezzo al quale respiriamo il medesimo alito di vita, invocando e augurandoci che questo popolo, così caro ai Nostri predecessori e a Noi, fedele alle sue gloriose tradizioni cattoliche, senta sempre più nell'alta protezione divina la verità delle parole del Salmista: «Beato il popolo, che per suo Dio ha il Signore» (Sal 143,15).

    Questa auspicata nuova situazione giuridica e spirituale, che quell'opera, destinata a lasciare una impronta indelebile nella storia, ha creato e suggellato per l'Italia e per tutto l'Orbe cattolico, non Ci apparve mai così grandiosa e unificatrice, come quando dall'eccelsa loggia della Basilica Vaticana Noi aprimmo e levammo per la prima volta le Nostre braccia e la Nostra mano benedicente su Roma, sede del papato e Nostra amatissima città natale, sull'Italia riconciliata con la chiesa, e sui popoli del mondo intero.


    Non sono le uniche parole favorevoli di Pio XII all'Italia fascista.
    Possiamo citare anche il Radiomessaggio ai cattolici di Spagna (16 aprile 1939), nel quale si diceva quanto segue:

    Esprimiamo inoltre la Nostra doverosa gratitudine verso quanti hanno saputo sacrificarsi fino all’eroismo in difesa dei diritti inalienabili di Dio e della religione, sia nei campi di battaglia, sia ancora, consacrati alle opere sublimi di carità cristiana, nelle carceri e negli ospedali.

    Tra coloro che si erano sacrificati per la "diletta Spagna" vi erano pure i militi (fascisti, ovviamente) dell'Italia fascista.

    Significativo che nel discorso in occasione della visita dei sovrani italiani al Papa (21 dicembre 1939) definisse "chiaroveggente" la "guida" dei "Governanti" italiani, che all'epoca erano il Duce e i suoi ministri, e che l'Italia fascista "posa[sse] pacifica nel vivere civile, nella concordia degli spiriti, nel culto delle lettere, delle scienze e delle arti, nelle opere dei campi e delle industrie, nelle vie del cielo e dei mari, nei solenni riti della religione cattolica".
    Nel discorso in occasione della visita ai sovrani d’Italia (28 dicembre 1939), Papa Pacelli invocò la protezione divina per "l'illustre Capo" (cioé Mussolini) e per i "Membri del Governo" (cioé i ministri di Mussolini).
    Lo scoppio della guerra, nonostante Pio XII non condividisse la decisione di Mussolini di entrare in guerra, non fece cambiare rotta in Vaticano riguardo al rapporto che avrebbero dovuto avere i cattolici, ed in particolare i membri dell'Azione Cattolica, col regime fascista (4 settembre 1940):

    [...] siccome « non è potestà se non da Dio, e quelle che sono, sono da Dio ordinate », rendano gli iscritti all’Azione Cattolica il debito rispetto e prestino la leale e coscienziosa obbedienza alle Autorità civili e alle loro legittime prescrizioni; « perché dice il Principe degli Apostoli, tale è la volontà di Dio, che facendo il bene chiudiate la bocca alla ignoranza degli uomini stolti; come liberi, e non quasi tenendo la libertà per velame di malizia, ma come servi di Dio. Onorate tutti; amate i fratelli; temete Dio; rendete onore al re ». Per tal modo i soci della Azione Cattolica, la quale non è e non vuol essere un’associazione di partito, bensì un’eletta di esempio e fervore religioso, dimostreranno di essere non solo ferventissimi cristiani, ma anche perfetti cittadini, non estranei agli alti compiti della convivenza nazionale e sociale, amanti della patria e pronti a dare per essa anche la vita, ogni qualvolta il legittimo bene del Paese richiegga questo supremo sacrificio.

    Nel medesimo discorso, pur esortando ad una maggiore vigilanza sulla gioventù che "nel suo talento e fervore giovanile" andava "soggetta all’incontro di tanti e così gravi pericoli da aver bisogno di vigile cura sempre più assidua e profonda", sottolineava altrisì come, ciò nonostante, "in Italia saggezza di governanti" avesse "riconosciuto l’insegnamento religioso nelle scuole elementari e medie come fondamento e coronamento della istruzione pubblica".

    Nel Radiomessaggio natalizio del 1941 il Pontefice, pur rammaricandosi fortemente per la guerra intestina fra le nazioni e per l'allontanamento dell'umanità dal Cattolicesimo, non poté far a meno di riconoscere i meriti che l'Italia, assieme ad altri, aveva in senso contrario a questa tendenza:

    Scaviamo in fondo alla coscienza della società moderna, ricerchiamo la radice del male: dove essa alligna? Senza dubbio anche qui non vogliamo tacere la lode dovuta alla saggezza di quei Governanti, che o sempre favorirono o vollero e seppero rimettere in onore, con vantaggio del popolo, i valori della civiltà cristiana nei felici rapporti fra Chiesa e Stato, nella tutela della santità del matrimonio, nella educazione religiosa della gioventù.

    Nel discorso ai congressisti della Società italiana per il progresso delle scienze (2 ottobre 1942), quando una vera e propria disaffezione verso il Fascismo si faceva largo, il Pontefice fece un esplicito riconoscimento ai traguardi che l'Italia fascista aveva raggiunto in ambito culturale e scientifico, rendendo onore all'Italia stessa:

    I pensatori e gl'indagatori, gl'inventori e i costruttori, i letterati e i filosofi, i giuristi e gli storici italiani, avanzando con intelletto e animo ardimentoso, e gareggiando con altre Nazioni nel multiforme arringo della ricerca scientifica, hanno scritto a caratteri d'oro i loro nomi nella storia della umanità. Noi abbiamo piena fiducia che alla presente generazione di cultori delle scienze, oggi qui dinanzi a Noi così degnamente rappresentati, sia dato in un avvenire non lontano di dedicare tutta la forza del loro intelletto, tutto l'idealismo della loro volontà, a ciò che, dopo la più formidabile delle guerre, in feconda unione con gli onesti di tutti i Paesi, sorga nel mondo un nuovo ordine di giustizia e di pace, alieno da tutto ciò che è eccessivo, iniquo ed ingiusto; ordine che anche il popolo italiano possa salutare con letizia dal profondo della sua fede, del suo pensiero e del suo sentimento, come rispondente alle sue più gloriose tradizioni religiose e civili.

    In seconda istanza, va detto che ogni volta che si ricorda il conflitto sorto tra regime fascista e Chiesa Cattolica riguardo all'Azione Cattolica e all'educazione della gioventù si dovrebbe pure ricordare che tale scontro si risolse pacificamente, sostanzialmente senza né vincitori né vinti ed anzi con un rafforzamento di entrambi: infatti, il regime proseguì la sua azione di fascistizzazione della società e l'Azione Cattolica vide crescere il numero dei suoi iscritti e senza particolari fastidi da parte del regime.

    Il 3 settembre 1931, dopo meticolose trattative, "L'Osservatore Romano" pubblicò un comunicato stampa ufficiale della Segreteria di Stato:

    In seguito alle conversazioni svoltesi fra la Santa Sede e il Governo italiano concernenti l'avvenuto scioglimento dei circoli giovanili facenti capo all'Azione Cattolica Italiana e in genere l'attività della medesima, si è addivenuti ad un accordo nei termini seguenti:
    1) l'Azione Cattolica Italiana è essenzialmente diocesana e dipende direttamente dai vescovi i quali ne scelgono i dirigenti ecclesiastici e laici. Non potranno essere scelti a dirigere coloro che appartengono a partiti avversi al regime. Conformemente ai suoi fini di ordine religioso e soprannaturale l'Azione Cattolica non si occupa affatto di politica e nelle sue forme esteriori organizzative si astiene da tutto quanto è proprio e tradizionale di partiti politici. La bandiera delle associazioni locali dell'Azione Cattolica sarà la nazionale;
    2) l'Azione Cattolica non ha nel suo programma la costituzione di associazioni professionali e sindacati di mestiere; non si propone quindi compiti di ordine sindacale. Le sue sezioni interne e professionali attualmente esistenti, e contemplate nella legge 3 aprile 1926, sono formate ai fini esclusivamente spirituali e religiosi, e si propongono inoltre di contribuire acché il sindacato giuridicamente riconosciuto risponda sempre meglio ai principi di collaborazione fra le classi e alle finalità sociali e nazionali che, in Paese cattolico, lo Stato coll'attuale ordinamento si propone di raggiungere;
    3) i circoli giovanili facenti capo all'Azione Cattolica si chiameranno Associazioni giovanili di Azione Cattolica. Dette associazioni potranno avere tessere e distintivi strettamente corrispondenti alla loro finalità religiosa; né avranno per le diverse Associazioni altra bandiera all'infuori della nazionale e dei propri stendardi religiosi. Le Associazioni locali si asterranno dallo svolgimento di qualsiasi attività di tipo atletico e sportivo limitandosi soltanto a trattenimenti d'indole ricreativa ed educativa con finalità religiose.


    "L'Osservatore Romano" aggiungeva con soddisfazione: "Ora abbiamo la grande consolazione di pubblicare l'avvenuto accordo che rallegrerà tutti i cattolici del mondo e che, stante la dichiarata soddisfazione dell'una e dell'altra parte, assicura che non si rinnoveranno le cause di dolore per il cuore paterno del Santo Padre. Non fa bisogno di aggiungere che in forza dell'accordo viene ristabilita la compatibilità dell'appartenenza all'Azione Cattolica Italiana e al Partito Nazionale Fascista".
    L'ufficio stampa del PNF rendeva pubblico il seguente comunicato: "Il Direttorio del Partito Nazionale Fascista, convocato d'urgenza a Palazzo Littorio, accoglie con profonda soddisfazione l'accordo intervenuto fra la Santa Sede e lo Stato Italiano per l'Azione Cattolica; esprime al Duce la sua devota riconoscenza e promette di applicare il patto con perfetta lealtà e con animo di fascisti e di credenti".
    Il comunicato venne pubblicato il 4 settembre 1931 da "L'Osservatore Romano".

    Anni dopo Mussolini ebbe così a commentare, chiarendo anche la questione che aveva fatto sorgere una poco nota querelle sulla pubblicazione de "La Dottrina del Fascismo" (1932) e il vero senso dell'affermazione "tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato", nel dicembre 1934, in occasione di un intervista pubblicata dal quotidiano francese "Le Figaro":

    Tutta la storia della civiltà occidentale, dall'Impero romano ai tempi moderni, da Diocleziano a Bismarck, insegna che quando uno Stato impegna una lotta contro una religione, è lo Stato che ne uscirà, alla fine, sconfitto. La lotta contro la religione è la lotta contro l'inafferrabile e l'irraggiungibile, è la lotta contro lo spirito in ciò che ha di più intimo e di più profondo ed è ormai provato che in questa lotta le armi dello Stato, anche le più aguzze, non riescono a inferire colpi mortali alla Chiesa, la quale, specialmente la cattolica, esce trionfalmente dalle più dure.


    [...]

    Uno Stato può essere vittorioso solo nella lotta contro un altro Stato [...] Quando si lotta contro uno Stato, si è di fronte a una realtà materiale, che può essere afferrata, colpita, mutilata, trasformata; ma quando si lotta contro una religione, non si riesce a individuare un particolare bersaglio: basta la semplice resistenza passiva dei sacerdoti o dei credenti per rendere inefficiente l'attacco allo Stato [...] Nel concetto fascista di Stato totalitario, la religione è assolutamente libera e, nel suo ambito, indipendente [...] Il compito dello Stato non consiste nel tentare di creare nuovi vangeli o altri dogmi, di rovesciare vecchie divinità per sostituirle con altre, che si chiamano sangue, razza, nordismo e simili. Lo Stato fascista non trova che sia suo dovere intervenire nella materia religiosa, o se ciò accade è solo nel caso in cui il fatto religioso tocchi l'ordine politico e morale dello Stato [...] Dall'11 febbraio 1929 sono passati [quasi] sei anni. All'indomani degli accordi non mancarono le voci scettiche o le catastrofiche. Tali voci salirono al cielo quando nell'estate 1931 i patti furono sottoposti all'usura di un conflitto in cui era in gioco la questione dell'educazione giovanile. Il conflitto ebbe diverse fasi, talune delle quali molto acute e durò alcuni mesi. Ma ai primi di settembre fu regolato con reciproca soddisfazione. Quella controversia può essere considerata come la prima prova del fuoco per i Patti Lateranensi. Da allora, niente è venuto a turbare la pace religiosa e civile di cui gode il popolo italiano e si può aggiungere che una collaborazione cordiale si è sviluppata fra i due poteri, i quali si riferiscono allo stesso oggetto: l'uomo. La dottrina fascista sulla materia è chiara: lo Stato è sovrano e niente può essere fuori o contro lo Stato, nemmeno la religione nelle sue pratiche estrinsecazioni, e ciò spiega come i vescovi italiani prestino giuramento di fedeltà allo Stato; d'altra parte la Chiesa è sovrana in quello che è il suo specifico campo di attività: la cura e la salvezza delle anime.

    Sembrava una postuma accoglienza del rimprovero papale che Achille Ratti aveva espresso nella lettera pubblica al vescovo di Milano I. Schuster all'on. Giovanni Giuriati!

    Qualche mese prima il Duce aveva affermato solennemente: "L'unità religiosa è una delle grandi forze di un popolo. Comprometterla od anche soltanto incrinarla è commettere un delitto di lesa-nazione" (4 marzo 1934).

    Per concludere, ecco quanto scrisse lo storico De Felice sul carattere "totalitario" del Fascismo: "In realtà al regime fascista per essere veramente totalitario non solo mancava il ricorso sistematico al terrore di massa e, quindi, al sistema concentrazionario, ma esso – un po’ per motivi oggettivi, che discendevano dal modo compromissorio con cui era giunto al potere, un po’ per il pragmatismo di fondo di Mussolini, un po’ coerentemente alla sua particolare concezione del totalitarismo – non mirò mai o non riuscì a realizzare compiutamente nessuno degli aspetti caratterizzanti un regime totalitario vero e proprio. […] non mirò mai né ad una compiuta transizione dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, né tanto meno a realizzare il controllo totalitario del partito sullo Stato. Esso operò – è vero – nel senso di una compiuta concentrazione del potere nello Stato e di una totale politicizzazione della società sino a tendere alla eliminazione della distinzione tra Stato e società civile, ma anche qui in una prospettiva che poco o nulla aveva a che fare con quella del nazismo o con quella dello stalinismo".

    Lo storico reatino riconobbe quindi che sì era accettabile l'aggettivo "totalitario" per descrivere il Fascismo, ma non nell'accezione con cui lo si poteva riferire al nazionalsocialismo e al comunismo, in quanto il significato differente che Mussolini dava al totalitarismo rispetto a quello che gli davano nazionalsocialismo e comunismo evitò che il regime fascista si conformasse ad un modello totalitario, da intendersi nell'accezione descritta dalla Arendt, la quale non a caso sosteneva che quello fascista fosse un regime semplicemente autoritario e non veramente totalitario.
    Del resto, come si può considerare ‘assoluto’, cioè totalitario nel senso sopradetto, uno Stato che riconosceva la libertà associativa in ambito professionale o sindacale, la libertà d’impresa e l’iniziativa privata, la libertà religiosa per i cattolici e una tolleranza (forse anche eccessiva, per la dottrina cattolica tradizionale) religiosa per gli acattolici, i diritti dei lavoratori e dove un dichiarato antifascista come Benedetto Croce, che si era rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al Duce, poteva circolare liberamente e continuare a far parte del Senato regio? Uno Stato totalitario e assoluto sarebbe uno Stato il cui monopolio educativo consisterebbe nel riconoscimento delle scuole private e nell’iscrizione non obbligatoria all’ONB?

    Non è quindi un caso se né Pio XI né Pio XII giunsero mai, nel corso dei loro pontificati, ad una condanna netta, definitiva ed integrale del regime fascista, del partito fascista (PNF prima e PFR poi) e della loro "dottrina politica" e se addirittura non risparmiarono lodi pubbliche al Duce e all'opera del Fascismo.
    Così come non è un caso se, nel loro Magistero, Pio XI e Pio XII non attribuirono mai al Fascismo, in definitiva, la colpa di voler essere totalitario non solo in senso soggettivo, ma anche oggettivo; non solo "per accidens" ma anche "per se" (cioé per sua stessa natura).

    Non si può affermare, pertanto, che Pio XII con quelle parole, in particolare con quelle espresse in occasione del discorso alla Sacra Rota nel 1945, volesse condannare allusivamente il Fascismo e il regime fascista. Quello che Pio XII depreca, evidentemente, è l’assolutismo di Stato, ossia un’autorità dello Stato che non riconosce la Chiesa e le sue leggi religiose e morali. È in tal senso che vanno interpretati i discorsi di Pio XII in cui si accenna al problema del totalitarismo e dell’autoritarismo, fermo restando che il Pontefice, pur parlando in termini generali, ha spesso usato espressioni come ‘siffatto totalitarismo’ (il cui senso è ‘questo totalitarismo’ o ‘il totalitarismo descritto’) o ‘questo autoritarismo’, non inglobando direttamente il Fascismo (o il suo omologo spagnolo, il Falangismo) in tali categorie. Totalitarismo e autoritarismo sono anticristiani nella misura in cui appunto si pongo fattualmente, oltre che dottrinalmente, sulla via dell’oppressione e del mancato rispetto dei diritti naturali e soprannaturali, e quindi della Chiesa e della religione cattolica, dei popoli, delle famiglie, degli individui, dei ceti e delle classi sociali; in una parola nella misura in cui essi vanno a coincidere con un assolutismo di Stato, che è idolatria. Al Fascismo italiano in quanto tale non sono state attribuite, definitivamente, queste caratteristiche, sia in termini teorici che pratico-effettuali. Questo è un fatto e non è possibile negarlo.

    Quindi, in definitiva, va anche respinta la tesi secondo cui Pio XII volesse includere nel "cosiddetto autoritarismo" il Fascismo, che tutto fu eccetto che un'oligarchia tirannica.
    Ultima modifica di Giò; 15-03-12 alle 22:42
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    La Chiesa vedeva realmente nel modello economico-sociale corporativo fascista che si stava imponendo, progressivamente, in Italia un miglioramento rispetto alla situazione precedente e, soprattutto, un sistema migliore di quello "plutocratico" liberal-capitalista - vigente, per esempio, negli Stati Uniti d'America - e di quello collettivista sovietico (altrimenti non l'avrebbe autorevolmente citato in senso positivo in un'Enciclica importante come la "Quadragesimo anno" e nonostante già allora vi fossero le fibrillazioni e le polemiche che sfociarono nella pubblicazione della Lettera enciclica "Non abbiamo bisogno").
    Chiaramente, il giudizio della Chiesa ebbe una sua evoluzione, così come obiettivamente ebbe una sua evoluzione il regime corporativo fascista e a molto contribuì anche la sistemazione, con il Concordato del 1929, dei rapporti tra Stato, PNF e organizzazioni cattoliche.
    Inizialmente, nel 1925, la Giunta centrale dell’Azione Cattolica dichiarò: "La Giunta centrale riafferma che l’ordinamento corporativo che si vuole instaurare con la nuova legge non è conforme ai principii della scuola sociale cattolica sulla costituzione cristiana degli Stati".
    Poco dopo però aggiungeva: "Preso atto tuttavia che il progetto sta per essere approvato dal parlamento, la Giunta per quanto concerne le categorie per le quali è previsto il sindacato unico giuridicamente riconosciuto, ritiene che essa potrà consigliare ai suoi organizzati ad entrare o permanere in detto sindacato, se, in conformità alle dichiarazioni contenute nella relazione ministeriale al progetto di legge, risulterà che: 1) che tale sindacato sia esclusivamente di attività economica per il raggiungimento degli scopi professionali in armonia ai principii di bene nazionale e di collaborazione di classe, e non si tramuti, né in diritto né in fatto, in organo di attività di un qualsiasi partito politico e che conseguentemente il sindacato riconosciuto di ciascuna categoria non porti nella sua denominazione e nel suo statuto nessuna indicazione di partito politico; 2) che sia nella vita del sindacato, sia nelle modalità relative ai concordati di lavoro, venga rispettata la coscienza religiosa e morale dei soci; 3) che le Associazioni professionali cattoliche le quali funzioneranno come associazioni di fatto, previste e disciplinate dalla legge, possano liberamente svolgere la loro attività, dovendo esse considerarsi come presupposto logico del contributo di pensiero e di opere che i cattolici possono e devono dare alla risoluzione della questione sociale".
    Un anno dopo, venutesi a precisare le posizioni e i provvedimenti in materia, la Giunta centrale dell’Azione Cattolica poté affermare: "L’Azione Cattolica, che è tranquilla dopo le dichiarazioni pubbliche e la relazione di S.E. il Ministro Rocco che i sindacati di Stato non saranno organismi di partito, confida di trovare in essi un ambiente favorevole allo sviluppo della dottrina sociale cattolica e appunto per questo essa crede che i datori di lavoro e i lavoratori cattolici compiranno opera utile al bene della società ed all’armonia delle classi, in seno a tali sindacati. Tale opera dei sindacati stessi, una volta che saranno costituiti e funzioneranno, ci dimostra che tale fiducia è ben riposta".
    Di fronte a chi criticava la scelta dell’Azione Cattolica di invitare ad aderire i propri associati ai sindacati dello Stato fascista, intervenne "L’Osservatore Romano" affermando: "La legge ha disciplinato il regime del lavoro, ha promosso istituti di lavoratori per il lavoro, li ha muniti di tutte le cautele perché nulla contro la Nazione e lo Stato e l’autorità e l’ordine si potesse ordire. Ma non inibisce all’operaio come al professionista di sentire la propria responsabilità di propugnare gli interessi di classe e di categoria, secondo la propria coscienza e la propria opinione, di valersi dei suoi diritti di cittadino e di lavoratore; di pensare insomma e di esprimere il proprio pensiero quale esso sia nella interpretazione delle idee e nella soluzione dei problemi sociali" (18 marzo 1926). Appositamente l’Azione Cattolica Italiana istituì l’ICAS, cioè l’Istituto Cattolico di Attività Sociale, il 19 marzo 1926. E riguardo alle restanti organizzazioni sindacali cattoliche, il cui passato spesso era legato eminentemente a quello del defunto Partito Popolare Italiano, l’Azione Cattolica dichiarò: "La deliberazione della Giunta Centrale di raggruppare tutte le categorie professionali dei propri organizzati in speciali sezioni, in seno alle associazioni cattoliche, si disinteressa di ogni movimento che si svolge all’infuori dei suoi quadri e della sua disciplina". L’ovvio riferimento era alla Confederazione Italiana dei Lavoratori, che si auto-sciolse in quello stesso anno e la cui stessa esistenza era ormai considerata dall’Azione Cattolica "superflua" (sic). Padre Angelo Brucculeri, anni dopo, nel 1934, su "La Civiltà Cattolica" nell’articolo "La concezione corporativa", arrivò a scrivere che la libertà sindacale, pur essendo una componente del diritto naturale, non rivestiva un ruolo "essenziale". Quando fu pubblicata nel 1927 "La Carta del Lavoro", il giudizio espresso da "La Civiltà Cattolica", tramite il già citato padre Angelo Brucculeri, fu sostanzialmente positivo. E anche negli anni successivi – di fronte alle numerose critiche straniere al sistema economico-sociale fascista – "La Civiltà Cattolica" rispondeva sempre che i limiti di quella legislazione (riconosciuti dai fascisti, oltre tutto, seppur anche – ma non esclusivamente - per ragioni e motivi diversi) non potevano cancellarne i molti vantaggi e progressi rispetto alla situazione predente: in merito, si veda sempre p. Brucculeri con gli articoli "Studi corporativi" e "Dal corporativismo dei cristiano sociali al corporativismo integrale fascista" (entrambi del 1934), in risposta alle obiezioni dello studioso francese Louis Rosenstock Franck.
    Il riconoscimento della "Quadragesimo anno" influenzò fortemente la riflessione dei cattolici sul corporativismo e, soprattutto, sul rapporto tra corporativismo cattolico e corporativismo fascista.
    D'altronde, a fronte di chi rimprovera al Fascismo una concezione troppo burocratico-statalista del corporativismo (ma forse sarebbe più pertinente parlare di applicazione da parte di questi critici, visto che gli intenti del Fascismo non erano certo quelli di un'elefantizzazione della macchina burocratica statale) e, al tempo medesimo, critica il riconoscimento che Pio XI diede a Mussolini e al regime in materia, andrebbe ricordato che il Papa si rendeva perfettamente conto che se, da un lato, era doveroso ribadire il cosiddetto "principio di sussidiarietà", dall’altro lato, era del tutto inutile criticare l’intervento dello Stato fascista nell’economia – totalmente lontano da qualsiasi forma di collettivismo - visto che la situazione concreta della nazione italiana non solo era pessima, ma risentiva anche di due crisi: la crisi dell’immediato dopoguerra – che politicamente aveva portato la nazione nel caos da cui solo il Fascismo italiano, nel bene e nel male, più nel bene che nel male, era riuscito a salvarla grazie a Mussolini – e la crisi del ’29, che ebbe sull’Italia effetti molto meno devastanti che nelle democrazie grazie al sistema economico-sociale fascista, come dimostrano i dati sulle variazioni del PIL pro capite e del reddito nazionale negli anni ‘30. Il pieno sviluppo dell’ordinamento corporativo purtroppo fu sempre fermato dagli interessi degli industriali e di quei poteri forti con i quali il Fascismo era dovuto scendere a compromessi. Questo comunque non toglie nulla ai meriti del Fascismo italiano in tale ambito. Se poi si vuol affermare, come faceva il Papa, che l’optimum era rappresentato dall’esperienza corporativa del Medioevo cristiano cattolico – del miglior Medioevo cristiano cattolico – non si può far altro che concordare con il Santo Padre. Ma Pio XI si rendeva perfettamente anche che quell’ordinamento era già stato smantellato e devastato dall’egoismo del capitalismo apolide e plutocratico. Al Fascismo va riconosciuto, storicamente, di aver tentato di porre rimedio ad una situazione di disagio economico e sociale, non senza pecche, ma tuttavia non senza grandi, innegabili, meriti, proponendo un modello alternativo sia al liberalcapitalismo che al socialismo marxista (o alla socialdemocrazia), con numerosi punti di convergenza col corporativismo cattolico. L'assassinio del corporativismo va imputato agli antifascisti che hanno governato tutta l’Italia dal 1945, e buona parte di essa dal 1944, i quali hanno – nel giro di mezzo secolo – distrutto progressivamente le conquiste in campo economico e sociale del Fascismo. Ciò che vi era di positivo fu peggiorato o distrutto. Ciò che poteva esser migliorato non migliorò. Ciò che non andava continuò a non andare ed anzi peggiorò. Tutti gli aspetti deleteri di quel sistema non solo rimasero ma peggiorarono. Dal corporativismo all’assistenzialismo…e meno male che al governo c’era la Demo(nio)crazia Cristiana (cristiana di nome, ma non di fatto)!

    In ogni caso, al di là delle considerazioni che si possono fare sul corporativismo fascista o sul regime fascista, va rimarcato che la Chiesa non criticava tanto questa o quell'azione politica dei governanti americani, ma criticava - duramente, nonostante il tono cordiale delle lettere encicliche "Longinqua oceani" e "Sertum Laetitiae" - il modello di società americano, cioé la cosiddetta "american way of life", essa sì parte integrante di una vera e propria "religione civile", unico possibile fattore di unità in una società multirazziale e multireligiosa, composta da persone dalle origini culturali ed etniche disparate.

    Quest'orientamento venne seguito da Pio XII anche durante il periodo della cosiddetta "guerra fredda", nonostante l'America si contrapponesse al modello sovietico comunista.
    I Radiomessaggi natalizi successivi a quello del 1945 e i discorsi successivi ad esso non fanno altro che esprimere amarezza, tristezza e sconcerto per la gestione del dopoguerra, giudicata negativamente dall'allora Sommo Pontefice ("O se si potesse ottenere la pace solamente gridando: «pace ! pace !» Ma ci vuole ben altro. Quanto il gigante intellettuale e maestro di psicologia, S. Agostino, ha detto dell’individuo è vero anche per la nazione: «Ci hai fatti per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto, finché non si adagia in Te». Dio è pronto, anzi ansioso di dare la pace e l’accordo al mondo; ma gli uomini devono essere umili abbastanza per accettarli dalle sue mani, andando a Lui per la via della verità, della giustizia e della carità. I veri amici della pace hanno un compito molto chiaro", discorso ad un gruppo di senatori americani, 23 gennaio 1946).
    Pio XII rimproverava agli americani e ai loro alleati la disattesa di molte delle illusioni che in alcuni avevano suscitato e le concessioni che venivano fatte all'URSS in ossequio a quella logica di spartizione che era stata sancita a Yalta: "Allorché la Carta atlantica venne per la prima volta annunziata, i popoli furono tutti in ascolto; finalmente si respirava. Che cosa è ora rimasto di quel messaggio e delle sue disposizioni? Anche in alcuni di quegli Stati che — o per propria elezione, o sotto l’egida di altre e più grandi Potenze — amano presentarsi alla umanità di oggi come antesignani di nuovo e vero progresso, le « quattro libertà », dianzi salutate con entusiasmo da molti, non sembrano quasi più che un’ombra o una contraffazione di quel che erano nel pensiero e nelle intenzioni dei più leali fra i loro promulgatori" (24 dicembre 1946).
    Ma accanto a questa critica stava una sostanziale condanna dei due modelli egemoni dell'epoca: quello dell'Occidente liberaldemocratico capitalista, incarnato principalmente dagli Stati Uniti ma non solo, e quello dell'Unione Sovietica atea e comunista.

    Nel Radiomessaggio natalizio del 1949 Pio XII disse:

    Nel campo sociale il travisamento dei disegni di Dio si è operato alla radice stessa, deformando la divina immagine dell'uomo. Alla sua reale fisionomia di creatura, avente origine e destino in Dio, è stato sostituito il falso ritratto di un uomo autonomo nella coscienza, legislatore insindacabile di se stesso, irresponsabile verso i suoi simili e verso la compagine sociale, senz'altro destino fuori della terra, senz'altro scopo che il godimento dei beni finiti, senz'altra norma se non quella del fatto compiuto e dell'appagamento indisciplinato delle sue cupidigie. Di qui è sorto e si è consolidato per interi lustri nelle più svariate applicazioni della vita pubblica e privata quell'ordine soverchiamente individualistico, che è oggi quasi dappertutto in grave crisi. Ma nulla di meglio vi hanno apportato i successivi innovatori, i quali, movendo dalle stesse errate premesse e per altra via declinando, hanno condotto a conseguenze non meno funeste, fino al totale sovvertimento dell'ordine divino, al disprezzo della dignità della persona umana, alla negazione delle più sacre e fondamentali libertà, al predominio di una sola classe sulle altre, all'asservimento di ogni persona e cosa allo Stato totalitario, alla legittimazione della violenza e all'ateismo militante [qua il riferimento è chiaramente al comunismo]. Ai sostenitori dell'uno e dell'altro sistema sociale, ambedue lontani e contrari ai disegni di Dio, suoni persuasivo l'invito a tornare ai princìpi naturali e cristiani, che fondano la effettiva giustizia nel rispetto delle legittime libertà; di guisa che con la riconosciuta eguaglianza di tutti nella inviolabilità dei propri diritti si spenga l'inutile lotta che esaspera gli animi nell'odio fraterno.

    Nel Radiomessaggio natalizio del 1952 additava, non casualmente, "due false vie":

    Si direbbe pur troppo che la umanità moderna non è più capace, specialmente nel caso di miserie assai estese, di attuare questa dualità nella unità, questo necessario adattamento dell'ordinamento generale alle condizioni concrete e sempre diverse, non solo dei singoli individui, ma anche dei popoli che si vogliono soccorrere. O si assegna la salvezza a qualche ordinamento rigorosamente uniforme ed inflessibile, abbracciante tutto il mondo, ad un sistema che dovrebbe agire con la sicurezza di una esperimentata medicina, ad una nuova formula sociale redatta in freddi articoli teorici; ovvero, respingendo tali ricette generali, la si affida alle forze spontanee dell'istinto vitale e, nella migliore ipotesi, agl'impulsi affettivi degl'individui e dei popoli, senza curarsi se poi ne derivi lo sconvolgimento dell'ordine esistente, e quantunque sia chiaro che la salvezza non può nascere dal caos. Ambedue queste vie sono false, e tanto meno rispecchiano la sapienza di Dio, primo ed esemplare soccorritore della miseria. Attendere la salute da rigide formule, materialmente applicate all'ordine sociale, è superstizione, perchè attribuisce ad esse un potere quasi prodigioso che non possono avere; mentre il riporre la speranza esclusivamente sulle forze creatrici della azione vitale di ogni singolo individuo, è contrario ai disegni di Dio, che è il Signore dell'ordine.
    Sull'una e sull'altra deformazione desideriamo di attirare l'attenzione di coloro che si offrono a soccorritori dei popoli; ma particolarmente sulla superstizione, seconde la quale si terrebbe per certo che la salvezza debba scaturire dall'organizzazione di uomini e di cose in una stretta unità capace del più alto potere produttivo.
    Se si riesce — essi pensano — a coordinare le forze degli uomini e le disponibilità della natura in un solo complesso organico, proteso ad assicurare la massima e sempre crescente capacità di produzione, mediante una organizzazione studiata e mandata ad effetto con le cure più minuziose nelle grandi linee come nei minimi particolari, ne scaturirà ogni sorta di beni desiderabili: l'agiatezza, la sicurezza dei singoli, la pace.


    Papa Pacelli nel Radiomessaggio natalizio del 1954 parlò del rapporto fra paesi sotto l'ombrello NATO, a guida statunitense, e paesi del Patto di Varsavia, a guida sovietica, come un rapporto di "coesistenza nell'errore":

    Quantunque la «guerra fredda » — e lo stesso vale per la « pace fredda » — mantenga il mondo in una dannosa scissione, non impedisce però fino a questo momento che pulsi in esso un intenso ritmo di vita. In verità si tratta di una vita che si svolge quasi esclusivamente nel campo economico. Ma è innegabile che l’economia, avvalendosi dell’incalzante progresso della tecnica moderna, ha raggiunto con attività febbrile sorprendenti risultati, tali da far prevedere una trasformazione profonda della vita dei popoli, anche di quelli creduti finora alquanto arretrati. Senza dubbio non si può negarle ammirazione per quanto ha effettuato e per ciò che promette. Tuttavia l’economia, con la sua capacità apparentemente illimitata di produrre beni senza numero, e con la molteplicità delle sue relazioni, esercita presso molti contemporanei un fascino superiore alle sue possibilità e su terreni ad essa estranei. L’errore di una simile fiducia riposta nella moderna economia accomuna ancora una volta le due parti, in cui il mondo d’oggi è smembrato. In una di esse s’insegna che, se l’uomo ha dimostrato tanto potere da creare il meraviglioso complesso tecnico-economico di cui oggi si vanta, avrà anche la capacità di organizzare la liberazione della vita umana da tutte le privazioni e tutti i mali di cui soffre, e di operare in tal modo una sorta di autoredenzione. D’altra parte, invece, guadagna terreno, la concezione che dalla economia, ed in particolare da una sua forma specifica, qual è il libero scambio, si deve attendere la soluzione del problema della pace. Abbiamo avuto già altre volte occasione di esporre la infondatezza di tali dottrine. Or sono circa cento anni i seguaci del sistema del libero commercio ne aspettavano mirabili cose, ravvisando in esso un potere quasi magico. Uno dei suoi più ardenti proseliti non dubitava di paragonare il principio del libero scambio, quanto ad ampiezza di effetti nel mondo morale, al principio di gravità che regge il mondo fisico, assegnandogli, come effetti propri, il ravvicinamento degli uomini la scomparsa degli antagonismi di razza, di fede, di lingua, e la unità di tutti gli esseri umani in una pace inalterabile.
    Il corso degli avvenimenti ha dimostrato quanto sia ingannevole l’illusione di confidare la pace al solo libero scambio. Non avverrebbe diversamente in futuro, qualora s’insistesse in questa fede cieca che conferisce all’economia una immaginaria forza mistica. Al presente, del resto, mancano i fondamenti di fatto che potrebbero garantire in qualche modo le troppo rosee speranze, nutrite anche oggi dai successori di quella dottrina. Infatti, mentre, in una delle parti coesistenti nella pace fredda, la libertà economica, tanto esaltata, in realtà ancora non esiste; nell’altra è addirittura rigettata come principio assurdo. Vi è fra ambedue un diametrale contrasto nel concepire i fondamenti stessi della vita; contrasto che non può essere superato con forze puramente economiche. Anzi, se esistono, come è vero, rapporti di causa, e di effetto tra il mondo morale e il mondo economico, essi debbono essere ordinati in modo che si assegni a quello il primato; spetta cioè al mondo morale compenetrare autorevolmente del suo spirito anche l’economia sociale. Stabilita questa gerarchia, e permettendo che venga realmente esercitata, l’economia stessa consoliderà, in quanto può, il mondo morale, raffermando i presupposti spirituali e le forze della pace.


    Quel che il Pontefice demoliva, soprattutto, era quell'illusoria fiducia ottimistica degli americani nel libero mercato, nelle sole forze dell'individuo e nel conseguimento di un mero benessere economico.
    Cosa che faceva inutire allusivamente anche in discorsi in cui apparentemente sembrava incoraggiare l'opera di ricostruzione materiale degli Stati Uniti (dopo aver bombardato indiscriminatamente): "Mentre voi vi date pensiero per la riabilitazione materiale, molto lodevole certamente, impegnate le vostre mani e il vostro cuore per assicurare definitivamente questa ricostruzione spirituale, molto più necessaria. In tal modo voi avrete sapientemente costruito per il futuro e sopra solidi fondamenti" (discorso ad alcuni politici americani, 20 luglio 1946).

    E' evidente come il modello americano di società non sia fondamentalmente compatibile con il modello indicato dalla dottrina della Chiesa ed in particolar modo con quello trasmessoci della dottrina sociale della Chiesa, mentre invece, in altri tempi, meno funesti di quelli attuali, l'Italia, anziché essere lacché di oscuri banchieri e massoni, di "abbronzati" e "culone inchiavabili", sapeva esprimere un modello economico-sociale di tutto rispetto che, pur non essendo il migliore possibile, certamente fu di gran lunga migliore di quelli ad esso precedenti e di quelli ad esso successivi.
    Ultima modifica di Giò; 16-03-12 alle 00:09
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Chiaramente, il giudizio della Chiesa ebbe una sua evoluzione, così come obiettivamente ebbe una sua evoluzione il regime corporativo fascista
    Infatti il giudizio della Chiesa è evoluito: ha manifestato un certo interesse accompagnato da esplicite riserve, e poi, di fronte ai fatti, ha abbandonato la prospettiva di un corporativismo imposto dall’alto. Ha cercato inutilmente di rilanciare, nel dopoguerra, il glorioso corporativismo democratico e sussidiario, ma ha dovuto rinunciare perché ormai la parola “corporativismo” appariva legata alla negativa esperienza fascista.
    Padre Angelo Brucculeri, anni dopo, nel 1934, su "La Civiltà Cattolica" nell’articolo "La concezione corporativa", arrivò a scrivere che la libertà sindacale, pur essendo una componente del diritto naturale, non rivestiva un ruolo "essenziale".
    Pensa tu a quali assurdità concettuali erano costretti gli studiosi cattolici pur di vellicare il regime autoritario-totalitario!
    Comunque Brucculeri, come avevo già spiegato, si esercitava sulla pura teoria: il sistema corporativo era stato appunto approntato proprio quell’anno, e l’articolo scritto nel marzo del 1934 su “La Civiltà Cattolica” si concludeva affermando che non era ancora possibile “dare un giudizio definitivo sul corporativismo fascista”.
    In ogni caso, Brucculeri non aveva risparmiato critiche e distinzioni, come rileva Danilo Veneruso nel suo saggio “Il seme della pace”, edizioni Studium: “In primis, secondo padre Brucculeri “nella concezione che fu generalmente proposta dai cristiano-sociali, non era esclusa la pluralità sindacale”. Un’altra “notevole differenza” consisteva nel rapporto tra stato e corporazione. Nell’esperimento fascista la corporazione tendeva ad essere un organo dello stato, senza personalità sua propria, mentre “nell’indirizzo dei cristiano-sociali gli organi corporativi erano enti autarchici dotati di autonomie non semplicemente funzionali”. Lo statalismo eccessivo all’interno dell’organizzazione era stato esplicitamente condannato dalla Quadragesimo anno. Non vi era alcun dubbio, secondo padre Brucculeri, che doveva esserci “un limite oltre il quale l’autorità viola la libertà, un punto su cui deve arrestarsi l’azione della prima, perché non si traduca in una invasione del diritto della seconda”. Questo “punto” era di grande importanza in quanto sarebbe stato determinante per l’eventuale successo del nuovo sistema. Brucculeri ammoniva che “tutte le nostre conquiste più splendide, tutte le creazioni del genio politico possono essere poi lievito di egoismo e conseguentemente di regresso”. “
    “Alla fine il bilancio complessivo risultava deludente. Agli inizi del 1939 il Brucculeri non poteva fare a meno di constatare come sul tema del corporativismo si discutesse assai meno di alcuni anni prima, in quanto l’interesse del regime si era orientato verso l’autarchia, abbandonando il campo del corporativismo.” “I grandi problemi erano rimasti insoluti, sia per il velleitarismo, sia per il provincialismo del regime, per il quale la crisi del capitalismo era occasione solo di evasioni verbali dalla realtà.” “Il Brucculeri notava che l’autarchia tendeva a “protrarsi agli estremi, in guisa da rassomigliare troppo all’isolamento, e da barricare così i popoli sino a renderli dei compartimenti stagni, il che repugna alla realtà economica, all’interdipendenza delle nazioni.”
    “Dopo il 1936 l’interesse per il corporativismo che aveva animato La Civiltà Cattolica e, in genere, la cultura cattolica italiana, scemò rapidamente. Il corporativismo fascista era, del resto, finito. Mussolini lo aveva abbandonato fidando nel nuovo verso dell’autarchia, con la quale la dottrina sociale crisitana non intendeva neppure misurarsi, sia per i suoi presupposti guerreschi, sia per il nazionalismo arbitrario che la inficiava. Ciò significava che il pensiero sociale cattolico rifiutava ormai ogni vero dialogo con la parallela cultura fascista. Rispuntavano così i prediletti testi francesi e anglosassoni, cioè i testi delle democrazie. Il quadro, ormai, era chiaro. La scelta dei testi rifletteva una precisa opzione culturale, politica e sociale. Questa scelta significava anche un avvicinamento del pensiero cattolico all’antifascismo. Nel considerare gli elementi moderni del lavoro Brucculeri indagava soprattutto gli aspetti internazionali, con l’ausilio di autori come Goetz Briefs, Etienne Burne e Francois Henry, Victor Serge, Marcel Malcor, Jacques Leclerq, Joannes Messner. Naturalmente non poteva mancare l’inquadramento del sistema economico nella cosiddetta “questione sociale”. Gli autori che fornivano la base della sua posizione erano sempre quelli in qualche modo legati alla causa della democrazia: Antonio Ciampi, don Sturzo, Kleinhappl, Veermesch, Portal, P.Gillet, Ch. Antoine.”
    Quando fu pubblicata nel 1927 "La Carta del Lavoro"
    La Carta del lavoro era una collezione di formule astratte le quali, o non avevano un significato giuridico certo, o potevano essere applicate in mille maniere diverse, e di fatto venivano spesso smentite dalla pratica delle istituzioni fasciste. Salvemini poteva così facilmente ironizzare sulla dichiarazione “Il lavoro è un dovere sociale”: “Nessuna legge fascista ha obbligato sinora le principesse romane a guadagnarsi la vita altrimenti che giocando a bridge e andando alla caccia alla volpe; mentre i molti disoccupati non hanno potuto in alcun modo compiere quel proclamato “dovere sociale” per quanta volontà avessero di adempierlo.”
    Il pieno sviluppo dell’ordinamento corporativo purtroppo fu sempre fermato dagli interessi degli industriali e di quei poteri forti con i quali il Fascismo era dovuto scendere a compromessi.
    Questa è una barzelletta: i grandi industriali (e sottolineo i grandi…) si trovarono come i topi nel formaggio nell’ambito di tutte le istituzioni economiche proprie del regime fascista: le Corporazioni, i consorzi, i concorsi pubblici e l’autarchia.
    L'assassinio del corporativismo va imputato agli antifascisti
    Ripeto: l’assassinio del corporativismo fu dovuto al fascismo. Pio XII era convinto della validità del corporativismo democratico e sussidiario, ma non ci fu nulla da fare. Nel dopoguerra inviò un messaggio favorevole al corporativismo alle Settimane sociali dei cattolici francesi: i cattolici francesi protestarono dicendo che voleva reintrodurre una istituzione legata al fascismo. Fece scrivere un articolo apposito sulla Civiltà Cattolica, e furono i cattolici italiani a protestare, per le stesse ragioni dei francesi. Fece scrivere un apposito saggio, “Verso un corporativismo democratico”, cui collaborarono pure Gedda, don Sturzo, Carnelutti, e Brucculeri, ma tutto fu inutile: tutti ormai identificavano il corporativismo con il regime fascista…
    discorso ad un gruppo di senatori americani, 23 gennaio 1946
    Embè? Pio XII rileva che le responsabilità sono passate dai capi militari a quelli politici, ed auspica che gli uomini perseguano fattivamente la pace.
    Pio XII rimproverava agli americani e ai loro alleati la disattesa di molte delle illusioni che in alcuni avevano suscitato e le concessioni che venivano fatte all'URSS in ossequio a quella logica di spartizione che era stata sancita a Yalta
    La disillusone era legata al comportamento della Russia comunista, e al fatto concreto che avesse occupato militarmente, in modo autonomo, parte dell’Europa, e che avesse un peso politico e militare tale da rimanerne in possesso. Nel discorso che richiami non vedo nessuna critica agli americani e ai loro alleati in relazione a Yalta, anche perché il Papa avrebbe dovuto esplicitare la relativa alternativa: proseguire la guerra contro la Russia? Usare la bomba atomica contro i sovietici?
    Il Papa dice esplicitamente: “Non intendiamo di criticare, ma di stimolare. Non di accusare, ma di soccorrere.” E dice chiaramente di apprezzare l’opera degli “Uomini di Stato chiusi alle voci ingannevoli della vendetta e dell’odio”, anche se l’obiettivo della pacificazione non è stato ancora raggiunto, nonostante i loro “sforzi generosi”.
    Piuttosto, appare durissima la condanna di coloro che hanno scatenato la funesta guerra tramite una ingiusta aggressione, e che l’hanno voluta continuare anche quando essa appariva ormai perduta:
    “Senza dubbio, una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione, e continuata oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta, non potrebbe terminare semplicemente in una pace priva di garanzie, che impediscano il ripetersi di simili violenze.”
    E’ evidente il riferimento a Hitler e a Mussolini, e alla loro volontà di non far cessare la guerra, anche nell’illusione di poter approntare all’ultimo momento delle fantomatiche “armi segrete”, prolungando la scia delle distruzioni e delle sofferenze.
    Pio XII si era rivolto anche a loro nella allocuzione “La devota presenza” del 18 marzo 1945, sferzando gli idolatri dei nazionalismi assoluti, degli orgogli di stirpe e di sangue:
    “Ascoltate dunque oggi la voce di Dio, non indurite il vostro cuore. Quella voce vi dice: «Che l’empio lasci la sua via e l’uomo iniquo i suoi propositi, e ritorni al Signore» .
    A chi vuol essere sordo agli inviti divini, a chi vuole irrigidirsi contro la voce persuasiva dei pastori delle anime, contro la voce severa e pungente della coscienza, un’altra voce, una voce selvaggia, quella degli avvenimenti crudeli, dell’atroce realtà, si leva ad annunziare e ad ammonire che la guerra è il frutto e il salario del peccato. Il peccatore può ben cercare di stordirsi, l’empio potrà ben ostinarsi a camminare nei sentieri del male, lontano da Dio; la voce tragica si farà sempre più sonora, sempre più terribile, e al di là delle cause e delle responsabilità immediate dell’immane conflitto, al di là degli atti esterni e delle parole sensibili, penetrerà nel fondo silenzioso dei cuori per scrutare e svelare la causa profonda che ha destato e alimentato l’orribile incendio, lo spirito che ha suscitato e inasprito la discordia, che è lo spirito di orgoglio, di ambizione e di cupidigia. È lo spirito del male che si erge contro lo spirito di Dio, che vuol bandire dalla terra il regno di Cristo per divinizzare la forza materiale, per abolire nella vita dei popoli, e ancor più nei rapporti internazionali, ogni distinzione essenziale tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto.
    A coloro che si sono lasciati sedurre dai fautori della violenza e che, dopo averli inconsideratamente seguiti, cominciano alfine a risvegliarsi dalla loro illusione, costernati nel vedere fin dove la loro docilità servile li ha condotti, non rimane altra via di salvezza che di ripudiare definitivamente la idolatria dei nazionalismi assoluti, gli orgogli di stirpe e di sangue, le brame di egemonia nel possesso dei beni terreni, e di volgersi risolutamente verso lo spirito di sincera fraternità, che è fondato nel culto del Padre divino di tutti gli uomini, e in cui le nozioni, da troppo lungo tempo opposte, di diritti e di doveri, di vantaggi e di pesi, si armonizzano nella giustizia e nella carità.”
    Quando Junio Valerio Borghese, nel dopoguerra, fece delle dichiarazioni saggiamente filoatlantiche, un ex ufficiale della RSI, Ferrini, scrisse in un articolo: “Ho sempre creduto che la nostra adesione alla RSI volesse dire rottura definitiva con le caste monarchiche, vaticanesche e capitaliste, ma, soprattutto, ho sempre creduto che la nostra adesione alla RSI volesse dire affermazione del principio storico per l’Italia di combattere contro le plutocrazie occidentali. Quando ho letto le dichiarazioni atlantiche di Borghese è sorto in me un interrogativo: ma come? E la nostra guerra del “sangue contro l’oro”, dei poveri contro i ricchi? Era necessario, per arrivare a vestirsi da inglesi e da americani, prolungare di venti mesi la guerra, sacrificando centinaia di migliaia di italiani?”
    Di questa folle prosecuzione della guerra per venti mesi, sacrificando centinaia di migliaia di italiani, chiedeva conto Pio XII. Doppimente folle, se la ragione era stata quella di scatenare una guerra “dei poveri contro i ricchi”, visto che gli italiani diventarono veramente ricchi come non lo erano mai stati solo nel dopoguerra, e anche grazie a quelle “plutocrazie occidentali”, e agli Stati Uniti in particolare, che erano state le vittime della fascistica “ingiusta aggressione”, per usare le parole del Papa.
    Quel che il Pontefice demoliva, soprattutto, era quell'illusoria fiducia ottimistica degli americani nel libero mercato, nelle sole forze dell'individuo e nel conseguimento di un mero benessere economico.
    Cosa che faceva inutire allusivamente anche in discorsi in cui apparentemente sembrava incoraggiare l'opera di ricostruzione materiale degli Stati Uniti (dopo aver bombardato indiscriminatamente): "Mentre voi vi date pensiero per la riabilitazione materiale, molto lodevole certamente, impegnate le vostre mani e il vostro cuore per assicurare definitivamente questa ricostruzione spirituale, molto più necessaria. In tal modo voi avrete sapientemente costruito per il futuro e sopra solidi fondamenti" (discorso ad alcuni politici americani, 20 luglio 1946).
    Certo che hai una bella faccia di tolla!
    Come sarebbe a dire “apparentemente sembrava incoraggiare l'opera di ricostruzione materiale degli Stati Uniti”?
    “Apparentemente” un tubo!
    Certamente esortava a contribuire pure alla ricostruzione spirituale, ma affermava in modo chiaro e esplicito, e niente affatto apparente, che l’opera di ricostruzione materiale operata dagli Stati Uniti d’America non era solo positiva, ma “molto lodevole”!
    E anche per questo, ad un altro gruppo di americani diceva:
    “Su di voi e su tutti coloro che portate sempre nel pensiero, e su tutti quelli che aiutano i loro fratelli a risollevarsi da questo disastro, Noi invochiamo la benedizione dell’onnipotente Dio del cielo.”
    E' evidente come il modello americano di società non sia fondamentalmente compatibile con il modello indicato dalla dottrina della Chiesa
    E’ evidente che, come non esiste un’unica “american way of life” (o meglio, ne esiste una che viene propagandata tramite certi film di Hollywood, e anche per questo i non-americani pensano che sia l’unica, mentre i modi di vivere degli americani concreti, soprattutto in certe zone degli USA, sono molto differenti…) non esiste neppure un unico modello socio-economico americano. Ad esempio, nell’America degli anni ’40 e ’50 il modello che prevaleva era ancora quello rooseveltiano, tendenzialmente statalistico, burocraticistico e tecnocratico (che taluni studiosi ritengono pure ispirato al fascismo…) al quale Pio XII allude criticamente in alcuni suoi discorsi dell’epoca.
    Riguardo poi alle dottrine del libero scambio, anche esse diversificate e mutevoli nel tempo, Pio XII scrive significativamente: “AL PRESENTE, del resto, mancano i fondamenti di fatto che potrebbero garantire in qualche modo le troppo rosee speranze, nutrite anche oggi dai successori di quella dottrina.” Pio XII si trovava un pò nella stessa situazione di Leone XIII quando scrisse l’enciclica Diuturnum: egli si pronunciava su fenomeni politici, sociali e economici suscettibili di evoluzione, ma era più consapevole, rispetto al suo predecessore, della loro evoluibilità.
    Pio XII scriveva avendo davanti ai suoi occhi una situazione politica che sembrava irrevocabilmente stabilizzata su due blocchi contrapposti, e non poteva conoscere come si sarebbe evoluta tale situazione. Non poteva sapere cioè che una trentina di anni dopo sarebbe arrivato alla presidenza degli Stati Uniti Ronald Reagan, che Ronald Reagan era “follemente” convinto che si potesse sbloccare definitivamente una situazione bloccata da quasi mezzo secolo, e che Reagan avrebbe annientato la Russia sovietica, e conseguentemente fatto crollare l’ideologia comunista in tutto il mondo, senza scatenare alcuna guerra guerreggiata, ma semplicemente costringendo il sistema economico-tecnologico comunista a confrontarsi direttamente con il sistema economico-tecnologico Occidentale.
    Di conseguenza, è cambiato pure l’atteggiamento del magistero cattolico nei confronti di tale sistema. Non sono venute meno certe critiche e certe perplessità che sussistevano già ai tempi di Pio XII, o la convinzione che lo stato debba intervenire per garantire interventi sociali almeno minimali (e però pure per tutelare la libertà individuale e la proprietà privata…) ma si è dovuto riconoscere che tale sistema (e le istituzioni politiche che ad esso dovrebbero essere collegate) non è perfetto, ma è senz’altro il meno peggiore in ordine al conseguire il proprio scopo, e cioè la diffusione di un maggiore benessere generale (che poi sarà ripartito sulla base di decisioni contingenti assunte dai vari governi).
    mentre invece in altri tempi, meno funesti di quelli attuali, l'Italia
    ….veniva trascinata da un regime autoritario-totalitario in una guerra disastrosa, dalla quale si riprendeva anche grazie ai generosi aiuti economici magnanimamente offerti dagli Stati Uniti d’America.


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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Non vi è vero contrasto e nemmeno alcun discostamento fra il Magistero di Leone XIII e quello di Pio XII
    Pio XII “segna un certo distacco dalla dottrina sull’origine del potere insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum” rileva don Antonio Acerbi, studioso specializzato in questo campo, nel suo saggio “Chiesa e democrazia” ed. Vita e pensiero. Acerbi cita esplicitamente il discorso alla Rota romana del 1945, e sottolinea che, con la riproposizione, da parte di Pio XII, della tesi che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo, “cadeva la pregiudiziale contraria, basata sul magistero di Leone XIII.” Leone XIII, tra l’altro, aveva assimilato la potestà dei reggitori alla potestà dei padri di famiglia, la quale appunto non ha origine né deriva dal consenso “democratico” della moglie e dei figli.
    Ripeto quanto già detto: semplificando molto, Leone XIII sceglie di accreditare la tesi della trasmissione diretta della potestà da Dio ai reggitori perché essa rafforza l’autorità dei reggitori, e corrispettivamente l’obbedienza dei sudditi. Perché allora Pio XII, più di mezzo secolo dopo, ripropone la tesi che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo? Perché nel frattempo si sono verificate due guerre mondiali, si sono potuti constatare gli effetti prodotti dal diffondersi delle autocrazie, degli autoritarismi e dei totalitarismi, cioè dei messianismi secolarizzati che, in forme diverse, hanno esaltato l’idolatria nei confronti dei reggitori, e la correlativa “obbedienza cieca, pronta e assoluta” dei sudditi, ed è quindi diventata evidente l’opportunità di manifestare il dovuto apprezzamento nei confronti della retta democrazia.
    Non è quindi nemmeno corretto vedere una differenza fra i Santi Padri della Chiesa e San Tommaso d'Aquino
    La differenza c’è, su questo specifico tema, tra alcuni Padri e teologi da una parte, e san Tommaso e altri autorevoli teologi dall’altra. Come esistevano differenze tra teologi “labisti” e “sinelabisti”, che disputarono lecitamente riguardo alla immacolata concezione della Madonna, sino a quando il Magistero si pronunciò a discapito dei “labisti”(tra i quali vi era pure san Tommaso d’Aquino, il quale sosteneva che Maria fosse stata concepita nel peccato originale, e poi redenta). Non riesco a capire perché tu ti inquieti tanto riguardo a un tema molto meno importante, e non sancito dogmaticamente, quale quello del soggetto originario del potere civile.
    La liceità o meno del "totalitarismo" e la compatibilità di tale concetto con il Cattolicesimo Romano venne trattata con clamore nella lettera pubblica di Pio XI al cardinale Schuster
    Giuanìn, è appunto una semplice lettera, relativa a una polemica politica contingente, indirizzata a Schuster e poi resa pubblica secondo la tattica “parlo a suocera perché nuora intenda”.
    A parte questo, la lettera da te riportata è dell’aprile del 1931, quando il regime doveva ancora sviluppare pienamente la sua aspirazione al totalitarismo; non aveva ancora sciolto i circoli giovanili di Azione Cattolica, compiendo pure azioni di devastazione e atti sacrileghi; non aveva ancora manifestato segni chiari di razzismo e antisemitismo; non era ancora entrato in guerra portando l’Italia alla catastrofe.
    La parola “totalitarismo” era un nome vuoto, un concetto astratto privo di un referente concreto: Hitler non era ancora giunto al potere in Germania, e in Russia Stalin non aveva ancora attuato le purghe e gli stermini di massa. Ciò che scrive Pio XI in quella lettera riguardo al totalitarismo non ha proprio nessun valore. Un magistero credibile e autorevole sul tema comincerà solo alla fine della seconda guerra mondiale, appunto con Pio XII.
    Ma lo stesso Pio XI aveva già bollato come inumano il fascismo nel 1938, quando, in relazione all’introduzione delle leggi razziali, aveva detto:
    “Non è pienamente umano se non ciò che è cristiano, mentre invece è inumano ciò che è anticristiano, o riguardi o tocchi la dignità, la libertà, l’integrità dell’individuo”.
    di fronte alla catastrofe della guerra (dovuta a vari fattori)
    Fattori fondamentalmente autoritario-totalitari….
    al crollo del totalitarismo nazionalsocialista e al persistere del totalitarismo comunista (con l'aiuto delle cosiddette "democrazie occidentali")
    Se sei qui a ticchettare tranquillamente sulla tastiera, anche per il venir meno del pericolo del totalitarismo comunista, devi ringraziare le cosiddette “democrazie occidentali”, anzi, in particolare una democrazia occidentale, gli Stati Uniti d’America, e particolarissimamente un Presidente degli Stati Uniti d’America, il conservatore Ronald Reagan.
    cioé di due totalitarismi che per davvero non solo avevano rivendicato per se stessi il giudizio anche su ciò che era di pertinenza della Chiesa, ma avevano prodotto leggi che si discostavano, seppur in maniere e gradazioni diverse, dai principi della legge divina e della legge naturale
    Quali erano le leggi naziste che si discostavano dai principi della legge divina e della legge naturale?
    Pacelli si soffermava su ogni totalitarismo di Stato che fosse consistito, sia nella teoria che nella pratica, in un "assolutismo di Stato", anticlericale e anticristiano, teso ad assoggettare la sfera religiosa alla competenza dello Stato o per controllarla o per annichilirla progressivamente
    Giuanìn, guarda che Pio XII, nel condannare il totalitarismo (e pure l’autoritarismo) non ha bisogno di alcun riferimento all’alticlericalismo, all’anticristianesimo o in qualsivoglia maniera alla religione.
    Dice semplicemente che il totalitarismo non provvede a una delle esigenze vitali di ogni umana comunanza, la quale esigenza consiste nell'assicurare durevolmente la unità nella diversità dei suoi membri, e che il totalitarismo sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge.
    Ummmhhh…..sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge…..ad esempio…..ad esempio……introduce delle leggi di discriminazione razziale…
    Ho l’impressione che la condanna del fascismo da parte di Pio XII vada incasellata nella categoria del totalitarismo, ancor più che in quella dell’autoritarismo…
    D’altronde già Pio XI aveva affermato disgiuntivamente che “Non è pienamente umano se non ciò che è cristiano, mentre invece è inumano ciò che è anticristiano, O riguardi o tocchi la dignità, la libertà, l’integrità dell’individuo”.
    A conferma di ciò il fatto che nell'allocuzione del 2 novemebre 1954 Pio XII ponesse la questione dello Stato totalitario ancora in termini problematici, a prescindere dalle sue origini e dai contenuti, riservando su di esso il giudizio alla Chiesa
    Per me è sempre problematico capire se ci fai o ci sei: nel passo che riporti Pio XII non esprime nessunissima problematicità riguardo ai suoi precedenti pronunciamenti sugli Stati totalitari, anzi, rivendica il fatto che quel tema, come molti altri che egli indica, sono di piena competenza del magistero della Chiesa!
    Altra questione è quella dell'autoritarismo (o meglio, per citare Pacelli, del "cosiddetto autoritarismo").
    O meglio ancora, per citare Pacelli, l’”autoritarismo di un solo partito”: Pio XII conosceva i suoi polli, e ha specificato….ciò che era già evidente…
    D’altronde Mussolini ha detto “siamo e ci vantiamo di essere un regime autoritario”. Ipse dixit!
    Però diceva pure che il regime era totalitario…
    Non contestò il concetto di autorità e nemmeno il principio autoritario, ma una sua degenerazione dagli aspetti evidentemente oligarchici ("esclude i cittadini da qualsiasi efficace partecipazione od influsso nella formazione della volontà sociale"; "scinde per conseguenza la nazione in due categorie, quella dei dominatori e quella dei dominati")

    e tendenti alla tirannia ("il concetto del bene comune diviene così labile e si palesa così chiaramente come un ingannevole manto dell'unilaterale interesse del dominatore").

    Nelle parole di Pio XII sul "cosiddetto totalitarismo" e sul "cosiddetto autoritarismo" si rileggono, mutatis mutandis, le parole di condanna della Chiesa per la statolatria, per la tirannia e per l'oligarchia.

    Viene da chiedersi se tali parole si riferissero o meno al Fascismo italiano.
    Viene da chiedersi di nuovo se ci fai o ci sei.
    Pio XII, in un discorso del 2 ottobre 1945, a guerra disastrosamente appena finita, parla dell’autoritarismo di un solo partito, e tu fai il finto tonto…
    Piuttosto c’è da chiedersi se Pio XII condannasse il fascismo sotto la categoria dell’autoritarismo, o sotto quella del totalitarismo…
    Esiste, inoltre, un aneddoto curioso, riportato da Antonio Carioti ne "I ragazzi della Fiamma":
    [...] il vice-assistente generale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, don Arturo Paoli, che ai primi del 1952 conduce in udienza da Pio XII una delegazione di ragazzi provenienti dalle regioni meridionali. Di fronte al pontefice il reverendo, futuro teologo della liberazione in America Latina, afferma che nel Sud "il pericolo numero uno" per la Chiesa non è il comunismo, bensì il MSI. Al che papa Eugenio Pacelli, sbalordito, ribatte che il neofascismo "se mai è il minor male".
    “Se mai” significa piuttosto: quindi il comunismo male maggiore, il neofascismo male minore. Se Pio XII avesse avuto una concezione positiva del neofascismo lo avrebbe detto, affermando per esempio “no, il MSI ha un ruolo positivo” oppure”l’MSI può essere utile”, ecc.
    Invece lo ha considerato un male minore, ma pur sempre male. E il male è il contrario del bene, e va condannato e combattuto. Questo giudizio è molto significativo perché, se il neofascismo è un male minore, il fascismo ne risulta inevitabilmente come un male maggiore, e come tale è stato giustamente condannato dal magistero, sotto la categoria dell’autoritarismo (o del totalitarismo…).
    Detto fra noi, io non sarei stato così severo nel giudizio nei confronti del neofascismo: in fondo si trattava di un partito minoritario e sostanzialmente inoffensivo, i cui richiami al fascismo e alla RSI apparivano patetici, ormai inserito nel regime democratico e destinato, col tempo, a farsi assorbire in esso. Io ho una buona opinione del MSI di Michelini, filocattolico, conservatore, i cui militanti erano utili negli scontri di piazza contro i comunisti, che cercava di influenzare la DC da destra, e arrivò vicino a inserirsi utilmente nella dinamica parlamentare. Sarebbe stato meglio, per la storia italiana, se, al posto del centro-sinistra, all’inizio degli anni ’60, avesse prevalso un centro-destra con la DC appoggiata da missini e monarchici.
    In questo senso trovo interessantissimo “a contrario”, il libro di Vincenzo Vinciguerra “Camerati, addio”, edizioni di Avanguardia. L’autore, che si riconosce nel fascismo estremista di Pavolini, Vezzalini, Ricci, Giani (secondo me sbagliando: il cattolico Giani si sarebbe ravveduto, se fosse stato vivo nel dopoguerra) Koch (!); nelle Brigate Nere e non nella Decima Mas; nelle SS e non nelle Waffen SS, ha il dente avvelenato con i dirigenti neofascisti, (non solo quelli missini, ma pure quelli che fuoriuscirono dal MSI) e con tutti quei militanti che, secondo il suo punto di vista, tradirono l’Ideale nazionalrivoluzionario, richiamandosi al fascismo e alla RSI solo a parole, per poi assumere un atteggiamento parlamentarista, e collaborare con lo Stato antifascista, con i partiti conservatori, atlantisti e anticomunisti, e con i servizi segreti italiani e americani.
    Vinciguerra ricorda come Pino Romualdi, protagonista della creazione del MSI, nell’immediato dopoguerra ottene l’assoluzione da parte del Tribunale di Macerata grazie alle testimonianze di Gianni Madotti, agente del SIM, e di don Giulio Anelli, agente dell’OSS, l’antesignana della CIA.
    Ricorda acrimoniosamente che Junio Valerio Borghese, nell’estate del 1945, aveva sottoscritto l’impegno di schierare la Decima Mas a fianco dell’esercito americano in un eventuale conflitto con l’Unione Sovietica, che aveva stretti legami con “il padre della CIA” James Angleton, e che il suo famoso golpe poi non realizzato era volto “semplicemente” a creare una repubblica presidenziale anticomunista, appoggiata dalla destra della DC e dagli altri partiti conservatori.
    Io, naturalmente, la penso in maniera diametralmente opposta a Vinciguerra, e giudico positivamente tutte le giuste azioni messe in opera dai missini per favorire l’Occidente, l’America, l’Alleanza Atlantica, la CIA, e in generale la lotta anticomunista. In questo senso penso che l’immagine di copertina del libro sia bellissima…

    la frase, pronunciata secondo alcuni da Pacelli nel 1952 e riportata da Arrigo Petacco nel libro "L'uomo della provvidenza: Mussolini, ascesa e caduta di un mito", in cui il Papa sosteneva che Mussolini fosse stato "il più grande uomo" da lui "conosciuto" e "tra i più profondamenti buoni".
    Giudico questa frase una amena leggenda metropolitana: l’ho trovata in innumerevoli siti internet neofascisti, ma sempre priva della fonte. Anche Petacco non cita alcuna fonte, e fa precedere la fantomatica citazione di Pio XII dalla falsa citazione di Pio XI, secondo cui Massolini sarebbe stato “l’uomo della Provvidenza”. Insomma, Petacco allinea un falso della propaganda fascista a un falso della propaganda neofascista…
    Più controverso il caso dell'augurio di Pio XII, mandato in occasione del suo primo congresso nazionale, alla Giovane Italia, che "L'Osservatore Romano" cercò di giustificare dicendo che il Papa credesse che si trattasse di un'organizzazione legata all'Azione Cattolica, nonostante i più tutt'oggi garantiscano che Pacelli sapesse perfettamente cosa fosse la Giovane Italia.
    E’ una questione fondamentale: auspico tu scriva riguardo alla stessa un saggio di almeno 300 pagine…
    Significativamente, nella sua prima Lettera Enciclica (la "Summi Pontificatus")
    Significativamente Pio XII era stato appena eletto, e da diplomatico che era sempre stato, cercò di stemperare le forti tensioni che avevano caratterizzato il rapporto tra Pio XI e il regime fascista; in seguito vide in che modo Mussolini aveva ridotto il simbolico “giardino” italiano, decidendo di entrare in guerra, nonostante egli lo avesse anche personalmente sconsigliato di prendere quella decisione…
    Tra coloro che si erano sacrificati per la "diletta Spagna" vi erano pure i militi (fascisti, ovviamente)
    Fascisti un par di balle: in Spagna, nelle truppe fasciste, ci finirono pure afascisti e antifascisti. Alcuni “precettati”, altri solo per la paga, altri per filocattolicesimo, altri per anticomunismo.
    Un esempio illustre è quello di Edgardo Sogno, che poi combattè eroicamente, come monarchico anticomunista, nella resistenza. Appena terminata la guerra partigiana si offrì di partire volontario con un corpo di spedizione verso il Giappone (“trovavo giusto che gli italiani combattessero a fianco degli americani, che avevano fatto la guerra per noi”). In seguito lavorò anche per la CIA e organizzò un golpe anticomunista, poi non attuato, con fini simili a quelli attribuiti da Vinciguerra a Borghese.









    Da giovane aveva frequentato la scuola dei gesuiti per evitare uniformi nere, canti, adunate, ecc., ma non potè sfuggire all’esame di cultura politica obbligatorio per tutti. Alla domanda sulla natura dello Stato fascista rispose con la formuletta d’obbligo: “E’ uno Stato etico, totalitario e corporativo”. Con i compagni di studio del collegio dei gesuiti, però, storpiava la formuletta in “Stato etico, diuretico e lassativo”. In quell’ambiente era diffusa questa battuta: “Se sei fascista e intelligente non sei in buona fede, se sei intelligente e in buona fede non sei sei fascista, se sei in buona fede e fascista sei un fesso.”
    Comunque alla guerra di Spagna parteciparono molti fascisti convinti. Tra questi ricordo il tenente colonnello di Stato Maggiore Giorgio Morpurgo. Benché battezzato, era figlio di israeliti e a causa delle leggi razziali fu dichiarato ebreo e richiamato in patria per il congedo. Prima di partire chiese di partecipare a un ultimo attacco in zona nemica, e si lanciò verso le linee avversarie in una missione suicida, cercando e trovando la morte.
    Significativo che nel discorso in occasione della visita dei sovrani italiani al Papa (21 dicembre 1939) definisse "chiaroveggente" la "guida" dei "Governanti" italiani, che all'epoca erano il Duce e i suoi ministri
    Chiaroveggente perché l’Italia non era entrata in guerra. Poi il DVCE divenne scuroveggente, nonostante il Papa gli avesse scritto personalmente nel tentativo di distoglierlo dal precipitare l’Italia in guerra…
    Nel discorso in occasione della visita ai sovrani d’Italia (28 dicembre 1939), Papa Pacelli invocò la protezione divina per "l'illustre Capo" (cioé Mussolini)
    Non è servita all’”illustre Capo”, né ai 400.000 italiani crepati per colpa della dissennata scelta dell’”illustre”.
    Lo scoppio della guerra, nonostante Pio XII non condividisse la decisione di Mussolini di entrare in guerra, non fece cambiare rotta in Vaticano riguardo al rapporto che avrebbero dovuto avere i cattolici, ed in particolare i membri dell'Azione Cattolica, col regime fascista
    L’Azione Cattolica formalmente doveva tenere un atteggiamento di deferenza e obbedienza nei confronti dell’autorità fascista, anche perché aveva provato sulla propria pelle cosa significava “irritare” il regime autoritario-totalitario. Sostanzialmente, avversava il fascismo sin dagli anni ’30, e col procedere della guerra preparava i quadri e i dirigenti per il post-fascismo, e forniva gli uomini alla resistenza cattolica…
    ogni volta che si ricorda il conflitto sorto tra regime fascista e Chiesa Cattolica riguardo all'Azione Cattolica e all'educazione della gioventù si dovrebbe pure ricordare che tale scontro si risolse pacificamente
    Pacificamente…..dopo il fascismo nel 1931 mostrò tutta la propria violenza contro l’Azione Cattolica (basta rileggere i brani dell’enciclica “Non abbiamo bisogno” che ho riportato nel mio precedente messaggio); per questo in seguito la Chiesa cercò sempre di addivenire a composizioni con il regime anche per evitare il ripetersi di tali violenze contro i fedeli cattolici.
    Non si può affermare, pertanto, che Pio XII con quelle parole, in particolare con quelle espresse in occasione del discorso alla Sacra Rota nel 1945, volesse condannare allusivamente il Fascismo e il regime fascista. Quello che Pio XII depreca, evidentemente, è l’assolutismo di Stato, ossia un’autorità dello Stato che non riconosce la Chiesa e le sue leggi religiose e morali.
    Ma cosa stai dicendo? Tu quel discorso sembri non averlo nemmeno letto!
    Come già evidenziato sopra, Pio XII nel condannare il totalitarismo (e pure l’autoritarismo) non fa alcun riferimento alla Chiesa, all’alticlericalismo, all’anticristianesimo o in qualsivoglia maniera alla religione.
    Può solo venire il dubbio se Pio XII condannasse il fascismo sotto la categoria dell’autoritarismo, o sotto quella del totalitarismo…
    Certo che il tuo Beato preferito, nel suo discorso alla GMG di Roma, è stato proprio geniale nel riferirsi ai giovani ai quali si insegnava a odiare….




    Benito Mussolini proclamò nel dicembre del 1942, in un discorso tenuto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni: “Non si vince la guerra senza odiare il nemico, senza odiarlo la mattina prima di alzarsi e la sera prima di andare a dormire, odiarlo cioè tutte le ore del giorno e della notte, e fare di quest’odio l’ultima essenza di noi stessi”.
    L’odio come l’ultima essenza di noi stessi….il fascismo come l’ultima essenza del satanismo!


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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec Visualizza Messaggio
    Infatti il giudizio della Chiesa è evoluito: ha manifestato un certo interesse accompagnato da esplicite riserve, e poi, di fronte ai fatti, ha abbandonato la prospettiva di un corporativismo imposto dall’alto. Ha cercato inutilmente di rilanciare, nel dopoguerra, il glorioso corporativismo democratico e sussidiario, ma ha dovuto rinunciare perché ormai la parola “corporativismo” appariva legata alla negativa esperienza fascista.
    Non esattamente: è vero che la Chiesa Cattolica inizialmente ebbe un atteggiamento in cui vi era sia un certo interesse che esplicite riserve, ma ciò era dettato soprattutto dal fatto che la legislazione italiana non regolava ancora i rapporti tra Chiesa e Stato e quindi restava ancora oscuro il destino che avrebbero avuto le associazioni e le organizzazioni cattoliche. Quando nel 1926 il ministro Alfredo Rocco diede le opportune garanzie di rispetto della coscienza e della religione cattolica, allora la Chiesa, nonostante mantenesse alcune riserve ed avesse determinate perplessità, diede il via libera affinché gli uomini dell'Azione Cattolica aderissero in massa ai sindacati fascisti. Questo fu dovuto anche ad un altro fatto: i sindacati fascisti giuridicamente riconosciuti erano sindacati di Stato e non di partito. Mussolini, saggiamente, non volle che i sindacati fossero organizzazioni di partito ed in questo scontentò il sindacalista fascista Rossoni, che invece si era speso molto per il mantenimento di un sindacato fascista politicizzato ed espressione del PNF. Venendo meno questo rischio, la Chiesa e soprattutto le organizzazioni cattoliche mutarono atteggiamento e mostrarono una sempre maggiore fiducia, sciogliendo - col passare del tempo - molte delle passate riserve.
    Il Presidente generale dell'Azione Cattolica Luigi Colombo, accusato dai suoi detrattori di "tendenze clerico-fasciste", disse infatti: "Secondo le dichiarazioni del legislatore, non ci troveremo di fronte ad un sindacato regolarmente riconosciuto con esclusione degli altri sindacati, ma a un vero e proprio organo di diritto pubblico. Stando così le cose, occorre tener presente che il nuovo ordinamento del lavoro segna un notevole passo verso la collaborazione propugnata dalla scuola cattolica e che sarà efficace e vitale se alimentato dalla solidarietà cristiana".
    Il Concordato del 1929, che regolò anche il rapporto tra organizzazioni cattoliche e regime fascista, contribuì ulteriormente a render chiaro il quadro. Il conflitto che andò a svilupparsi riguardo all'Azione Cattolica e all'educazione giovanile, che toccò anche le attività sociali delle organizzazioni cattoliche, venne poi risolto pacificamente con la soddisfazione di entrambe le parti in causa. Dopo il 1931 il mondo cattolico mostrò sempre più interesse verso il "corporativismo integrale fascista" e lo vide come un'occasione di "restaurazione" dell'ordine sociale cattolico, a cui tutti gli italiani cattolici (e gli italiani cattolici fascisti) avrebbero dovuto contribuire attivamente con un'apposita opera di apostolato.
    Di questo si lamentarono molti "democristiani" e "popolari", che accusarono la Santa Sede di "servilismo" e di "arrendevolezza" nei confronti del regime: si pensi a certe invettive sturziane contro la Chiesa o alle accuse di Francesco Luigi Ferrari che giudicò molto negativamente l'atteggiamento dell'Azione Cattolica, della quale pure faceva parte, in materia in quanto teso alla collaborazione con il nascente regime autoritario fascista. Ma la Chiesa evidentemente se ne fregava...
    In un articolo di A. De Stefani e L. Amoroso intitolato "La logica del sistema corporativo" si ammetteva che con la realizzazione dell'ordinamento corporativo veniva "restaurato il blocco dei principi morali, che per un millennio era stato il substrato profondo della civiltà europea, e che nel Seicento era stato squarciato dalla Riforma".
    Anche Padre Gemelli vide nel corporativismo fascista un fatto positivo, in linea con il Magistero di Pio XI e la "Quadragesimo anno": "L'Italia è stata la prima che nel mondo contemporaneo ha segnato il nuovo orientamento anti-individualista. E furono, in principio, derisioni, incomprensioni, disprezzi. Ma a poco a poco il significato storico dell'opera di Benito Mussolini fu apprezzato e seguito" (tratto da "Il Protestantesimo e l'Italia", agosto 1934).
    Su "Vita e Pensiero", in un articolo intitolato "La Nazione militare", pubblicato nel novembre 1934, veniva rincarata la dose, dicendo che quello fascista, nel suo complesso, era "un ordinamento non avente riscontro in nessun altro Stato d'Europa, e particolarmente adatto per il popolo italiano, il quale aveva smarrito sé stesso in un esagerato individualismo".
    Questo spiega perché il corporativismo fascista avesse un carattere "statale": era necessario e fondamentale sradicare l'individualismo e la sostanziale anarchia sociale che l'Italietta liberale pre-fascista aveva largamente permesso. Infatti, prima dell'avvento del Fascismo i cosiddetti "corpi intermedi" esistevano ma erano tutti al di fuori dello Stato e non integrati in esso. C'era un evidente scollamento tra il popolo (o meglio, "la massa") e lo Stato. Questo comportava forti spinte centrifughe che favorivano l'individualismo, il particolarismo spinto e deleterio, l'egoismo di classe e di categoria, la corruzione, la disgregazione sociale, l'atomismo, il malaffare ed anche la violenza (si pensi alle agitazioni sindacali promosse da socialisti e bolscevichi).
    Lo Stato fascista invece cercò di integrarli in se stesso, indirizzandone gli sforzi verso il compimento dell'interesse nazionale e del bene comune. Non vi fu un assorbimento di essi per distruggerli, ma un'integrazione progressiva e graduale, come del resto postulava la "Carta del Lavoro" del 1927. Fatto che la Chiesa riconobbe come positivo proprio nell'Enciclica "Quadragesimo anno", da me già citata: "Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura".
    Quello fascista fu un nobile tentativo che - cosa di cui lo stesso Mussolini s'era reso perfettamente conto e che molti fascisti (autorevoli e meno autorevoli, noti e meno noti) pubblicamente auspicavano - avrebbe necessitato di accorgimenti e di alcune modifiche, cioé avrebbe necessitato di una certa "evoluzione" - come del resto suggerì Pio XII in piena guerra mondiale - ma no di certo avrebbe dovuto essere ribaltato o addirittura sradicato. A riprova del fatto che il Fascismo fece opera benemerita sta il fatto che la Repubblichetta antifascista "nata dalla Resistenza", nonostante la sua retorica anti-mussoliniana e anti-fascista, accolse nella legislazione italiana moltissime delle istituzioni e delle leggi fatte dallo Stato fascista in materia economico-sociale. Purtroppo, la Repubblichetta, nata da un infausto compromesso catto-liberal-social-comunista repubblicano, col passare del tempo ha distorto la funzione positiva che ebbero le istituzioni sociali del Fascismo, contribuendo così alla loro stessa liquidazione e svendita (vedasi Prodi con l'IRI). Si pensi al fatto che la prima cosa che fece il CLN appena "insorse" il 25 Aprile (virgolette d'obbligo) fu abolire la legge che introduceva la cosiddetta "socializzazione", approvata dalla RSI.
    La Chiesa non ha mai "ritrattato" il giudizio positivo che all'epoca diede. E' chiaro che, una volta caduto il Fascismo, la prospettiva fosse diversa e la nuova situazione richiedesse un altro tipo di atteggiamento e, soprattutto, un altro tipo di contributi e di riflessioni. Peccato però che, come tu stesso evidenzi, il clima di esagerato ed ossessivo antifascismo facesse mettere le fette di prosciutto sugli occhi di molti (nonostante, al tempo stesso, quasi in silenzio, si recepissero molte delle conquiste sociali del Fascismo).

    Pensa tu a quali assurdità concettuali erano costretti gli studiosi cattolici pur di vellicare il regime autoritario-totalitario!
    Comunque Brucculeri, come avevo già spiegato, si esercitava sulla pura teoria: il sistema corporativo era stato appunto approntato proprio quell’anno, e l’articolo scritto nel marzo del 1934 su “La Civiltà Cattolica” si concludeva affermando che non era ancora possibile “dare un giudizio definitivo sul corporativismo fascista”.
    In ogni caso, Brucculeri non aveva risparmiato critiche e distinzioni, come rileva Danilo Veneruso nel suo saggio “Il seme della pace”, edizioni Studium: “In primis, secondo padre Brucculeri “nella concezione che fu generalmente proposta dai cristiano-sociali, non era esclusa la pluralità sindacale”. Un’altra “notevole differenza” consisteva nel rapporto tra stato e corporazione. Nell’esperimento fascista la corporazione tendeva ad essere un organo dello stato, senza personalità sua propria, mentre “nell’indirizzo dei cristiano-sociali gli organi corporativi erano enti autarchici dotati di autonomie non semplicemente funzionali”. Lo statalismo eccessivo all’interno dell’organizzazione era stato esplicitamente condannato dalla Quadragesimo anno. Non vi era alcun dubbio, secondo padre Brucculeri, che doveva esserci “un limite oltre il quale l’autorità viola la libertà, un punto su cui deve arrestarsi l’azione della prima, perché non si traduca in una invasione del diritto della seconda”. Questo “punto” era di grande importanza in quanto sarebbe stato determinante per l’eventuale successo del nuovo sistema. Brucculeri ammoniva che “tutte le nostre conquiste più splendide, tutte le creazioni del genio politico possono essere poi lievito di egoismo e conseguentemente di regresso”. “
    “Alla fine il bilancio complessivo risultava deludente. Agli inizi del 1939 il Brucculeri non poteva fare a meno di constatare come sul tema del corporativismo si discutesse assai meno di alcuni anni prima, in quanto l’interesse del regime si era orientato verso l’autarchia, abbandonando il campo del corporativismo.” “I grandi problemi erano rimasti insoluti, sia per il velleitarismo, sia per il provincialismo del regime, per il quale la crisi del capitalismo era occasione solo di evasioni verbali dalla realtà.” “Il Brucculeri notava che l’autarchia tendeva a “protrarsi agli estremi, in guisa da rassomigliare troppo all’isolamento, e da barricare così i popoli sino a renderli dei compartimenti stagni, il che repugna alla realtà economica, all’interdipendenza delle nazioni.”
    “Dopo il 1936 l’interesse per il corporativismo che aveva animato La Civiltà Cattolica e, in genere, la cultura cattolica italiana, scemò rapidamente. Il corporativismo fascista era, del resto, finito. Mussolini lo aveva abbandonato fidando nel nuovo verso dell’autarchia, con la quale la dottrina sociale crisitana non intendeva neppure misurarsi, sia per i suoi presupposti guerreschi, sia per il nazionalismo arbitrario che la inficiava. Ciò significava che il pensiero sociale cattolico rifiutava ormai ogni vero dialogo con la parallela cultura fascista. Rispuntavano così i prediletti testi francesi e anglosassoni, cioè i testi delle democrazie. Il quadro, ormai, era chiaro. La scelta dei testi rifletteva una precisa opzione culturale, politica e sociale. Questa scelta significava anche un avvicinamento del pensiero cattolico all’antifascismo. Nel considerare gli elementi moderni del lavoro Brucculeri indagava soprattutto gli aspetti internazionali, con l’ausilio di autori come Goetz Briefs, Etienne Burne e Francois Henry, Victor Serge, Marcel Malcor, Jacques Leclerq, Joannes Messner. Naturalmente non poteva mancare l’inquadramento del sistema economico nella cosiddetta “questione sociale”. Gli autori che fornivano la base della sua posizione erano sempre quelli in qualche modo legati alla causa della democrazia: Antonio Ciampi, don Sturzo, Kleinhappl, Veermesch, Portal, P.Gillet, Ch. Antoine.”
    Nessuna assurdità concettuale: padre Brucculeri, in armonia con i principi della "Quadragesimo anno" e con le direttive del Pontefice in materia, si rendeva perfettamente conto che per restaurare un ordine economico-sociale sano e giusto fosse necessario affrontare prima determinate incombenze che non permettevano una piena e totale applicazione dei principi della dottrina sociale della Chiesa in tutta la loro portata. D'altronde, un conto è la formulazione di un modello teorico ed ideale ed un conto è la sua applicazione. La politica economico-sociale fascista, che ovviamente non si limitava al solo corporativismo ma anche a tanti altri provvedimenti che aiutavano e favorivano le categorie meno abbienti e la famiglia, per quanto collegati ad esso, trovava un'applicazione positiva e non contrastava coi principi della dottrina sociale della Chiesa. Anzi, spesso, al contrario, tali realizzazioni erano in armonia con questi principi e trovavano elogio da parte della Chiesa e degli studiosi del mondo cattolico.
    Va fatta un'ulteriore precisazione: la "libertà sindacale", così come intesa dalla Chiesa Cattolica, non andava certamente assimilata alla "libertà sindacale" così come intesa dai democratici (nota bene: la Chiesa ammette la democrazia come una delle forme legittime di governo se retta da principi cattolici nel vivere civile, non se invece non accoglie adeguatamente nel suo seno tali principi...motivo per cui Pio XII si scornò spesso e volentieri con la Democrazia Cristiana nel dopoguerra e motivo per cui prima ancora tra il PPI e la Chiesa non vi fosse esattamente un rapporto idilliaco....va distinto insomma il "democraticismo", che vede nella democrazia la sola legittima forma di governo, dalla democrazia, che però per com'è intesa dalla dottrina sociale della Chiesa va considerata come la "politeia" aristotelica, non come la moderna democrazia liberale). Infatti, la "libertà sindacale" indicata dalla riflessione cattolica avrebbe riguardato esclusivamente organizzazioni, associazioni e sindacati cattolici e non organizzazioni, associazioni e sindacati socialisti, liberali, repubblicani, comunisti, socialdemocratici, ecc.
    Il Fascismo però rispettava la coscienza religiosa cattolica del popolo italiano anche nell'ambito sindacale-corporativo e questo rendeva l'esigenza della libertà sindacale cattolica, in quel contesto storico-politico e culturale, superflua (almeno per quel momento).
    Insomma, gli studiosi cattolici chiaramente e giustamente indicavano l'optimum, che però per realizzarsi ha sempre bisogno di un terreno favorevole e questo terreno fertile lo stava preparando con pazienza il Fascismo tramite la sua benemerita politica economico-sociale, lavorativa e corporativa. E' assai probabile (ma ametto che questa trattasi di pura supposizione) che se la cattolicizzazione del Fascismo si fosse spinta ancora più in là di quanto si spinse effettivamente sarebbe venuta meno del tutto la rivendicazione della libertà sindacale propriamente e precipuamente cattolica. Rivendicazione, ripetiamolo, che però la Chiesa non aveva fatto più come propria in quanto la riteneva non essenziale e superflua.
    Dulcis in fundo: nemmeno l'autarchia fascista, in realtà, trovò sfavorevole il mondo cattolico.
    Nel 1939, in occasione del decennale dei Patti Lateranensi, "L'Osservatore Romano", fra le tante benemerenze del Fascismo, faceva notare soprattutto questo: "Dall'ambito strettamente religioso passando ad altri settori a questo vicini, troviamo che l'opera dei dieci anni ha espresso numerose sagge e proficue innovazioni nel campo morale e sociale".

    La Carta del lavoro era una collezione di formule astratte le quali, o non avevano un significato giuridico certo, o potevano essere applicate in mille maniere diverse, e di fatto venivano spesso smentite dalla pratica delle istituzioni fasciste. Salvemini poteva così facilmente ironizzare sulla dichiarazione “Il lavoro è un dovere sociale”: “Nessuna legge fascista ha obbligato sinora le principesse romane a guadagnarsi la vita altrimenti che giocando a bridge e andando alla caccia alla volpe; mentre i molti disoccupati non hanno potuto in alcun modo compiere quel proclamato “dovere sociale” per quanta volontà avessero di adempierlo.”
    Non di questo parere era padre Brucculeri, il quale in occasione del decennale della pubblicazione della "Carta del Lavoro" scriveva in un articolo su "La Civiltà Cattolica": "Il Fascismo ha, in pochi anni, creato un ordine nuovo, che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. La Carta del Lavoro ha spazzato via dalla nostra palestra economico-sociale i segni malefici che portano i nomi ben noti: lotta di classe, leggi inflessibili della natura, serrata, sciopero, concorrenza sfrenata, individualismo utilitario, anarchia economica. Un ordine nuovo è ormai sorto, che lascia dietro a sé, e a ben lunga distanza, i programmi ventilati dal socialismo riformista" (7 agosto 1937).
    Lo vedi? Il Fascismo aveva creato un "ordine nuovo" ispirato a principi convergenti, del tutto o in parte, con la dottrina sociale della Chiesa e, soprattutto, se non coincidenti, comunque non incompatibili con il Magistero della Chiesa e dei Papi in materia economico-sociale.

    Questa è una barzelletta: i grandi industriali (e sottolineo i grandi…) si trovarono come i topi nel formaggio nell’ambito di tutte le istituzioni economiche proprie del regime fascista: le Corporazioni, i consorzi, i concorsi pubblici e l’autarchia.
    Sicuramente i grandi industriali trassero non pochi benefici dall'emerita politica economico-sociale mussoliniana. Purtuttavia, essi mal sopportarono molte delle innovazioni fasciste e, soprattutto, mai videro di buon occhio l'attenzione - quasi spasmodica - del Duce verso i più deboli, i più poveri e i lavoratori più umili.
    Significativo il fatto che Mussolini una volta (16 luglio 1937) avesse telegrafato quanto segue riguardo al trattamento che l'industriale Agnelli riservava ai suoi operai: "Comunichi al Senatore Agnelli che nei nuovi stabilimenti Fiat devono esserci comodi e decorosi refettori per gli operai. Gli dica che l’operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina non è di questo tempo fascista. Aggiunga che l’uomo non è una macchina adibito ad un’altra macchina".

    Ripeto: l’assassinio del corporativismo fu dovuto al fascismo. Pio XII era convinto della validità del corporativismo democratico e sussidiario, ma non ci fu nulla da fare. Nel dopoguerra inviò un messaggio favorevole al corporativismo alle Settimane sociali dei cattolici francesi: i cattolici francesi protestarono dicendo che voleva reintrodurre una istituzione legata al fascismo. Fece scrivere un articolo apposito sulla Civiltà Cattolica, e furono i cattolici italiani a protestare, per le stesse ragioni dei francesi. Fece scrivere un apposito saggio, “Verso un corporativismo democratico”, cui collaborarono pure Gedda, don Sturzo, Carnelutti, e Brucculeri, ma tutto fu inutile: tutti ormai identificavano il corporativismo con il regime fascista…
    Chi fattivamente smantellò lo Stato corporativo e sociale fascista fu la Repubblichetta antifascista ed il fatto che nel dopoguerra Pio XII riproponesse la tematica corporativa significava che continuava a riconoscere, seppur solo implicitamente a causa del clima antifascista dell'epoca, quanto avesse fatto di buono il Fascismo in precedenza, pur volendo riadattare il corporativismo alle nuove esigenze poste dal rinnovato contesto storico-politico e culturale.

    Embè? Pio XII rileva che le responsabilità sono passate dai capi militari a quelli politici, ed auspica che gli uomini perseguano fattivamente la pace.
    Pio XII rilevava che non bastava gridare "pace! pace!" per ottenere la pace e soprattutto una pace giusta ed equa, non una "pace fredda", fondamentalmente ingiusta ed iniqua, come invece poi, negli anni successivi, andò a verificarsi.
    Il Sommo Pontefice esortava gli uomini all'umiltà e a seguire la dottrina cattolica in tutti i suoi principi, senza i quali nessuna vera pace sarebbe stata possibile. Purtroppo, gli americani non ascoltarono Pio XII e preferirono affidarsi alla loro solita bieca retorica umanitarista, che utilizza parole apparentemente appartenenti al vocabolario "cristiano" per veicolare concetti che, in ultima istanza, non risultano assolutamente "cristiani" e "cattolici", fottendo amabilmente i popoli destinati a ricadere sotto la loro sfera di influenza.

    La disillusone era legata al comportamento della Russia comunista, e al fatto concreto che avesse occupato militarmente, in modo autonomo, parte dell’Europa, e che avesse un peso politico e militare tale da rimanerne in possesso. Nel discorso che richiami non vedo nessuna critica agli americani e ai loro alleati in relazione a Yalta, anche perché il Papa avrebbe dovuto esplicitare la relativa alternativa: proseguire la guerra contro la Russia? Usare la bomba atomica contro i sovietici?
    Il Papa dice esplicitamente: “Non intendiamo di criticare, ma di stimolare. Non di accusare, ma di soccorrere.” E dice chiaramente di apprezzare l’opera degli “Uomini di Stato chiusi alle voci ingannevoli della vendetta e dell’odio”, anche se l’obiettivo della pacificazione non è stato ancora raggiunto, nonostante i loro “sforzi generosi”.
    Il riferimento invece era del tutto evidente, visto che si citava la "Carta atlantica", che era stata promossa da Churchill e Roosevelt, esportatori di democrazia a suon di bombe e di stupri (Bush jr. in effetti non s'è inventato nulla di nuovo quando decise di aggredire l'Iraq), e che in seguito era stata sottoscritta da altri paesi che erano in guerra contro le potenze dell'Asse, fra cui l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, guidata dal famigerato Josif Stalin, il quale, senza il considerevole aiuto economico-finanziario e militare americano, non sarebbe mai riuscito a vincere contro le forze dell'Asse sul fronte dell'Est.
    La "Carta atlantica" assicurava che i paesi che l'avevano sottoscritta "non aspira[ssero] a ingrandimenti territoriali o d’altro genere"; "non desider[assero] mutamenti territoriali che non [fossero] conformi al desiderio, liberamente espresso, dei popoli interessati"; "rispetta[ssero] il diritto di tutti i popoli a scegliersi la forma di governo sotto la quale intend[essero] vivere" e "desidera[ssero] vedere restituiti i diritti sovrani di autogoverno a coloro che ne [erano] stati privati con la forza".
    Peccato che, grazie allo spartizione del bottino di guerra attuata da Yalta, l'Unione Sovietica ottenesse ingrandimenti territoriali (le repubbliche baltiche finirono sotto l'imperio della tirannia sovietica, che Pio XII in un noto discorso definì peggiore di quella nazionalsocialista) ed estendesse la sua sfera di influenza su moltissime nazioni europee. Ciò era appunto avvenuto con la complicità americana ed inglese (Churchill, di fronte alla tracotanza sovietica, arrivò a dire riguardo ad Hitler e a Stalin anni dopo quegli infausti eventi: "Forse abbiamo ammazzato il maiale sbagliato"....peccato che ormai la frittata fosse fatta! E quanti danni per le anime dei credenti cattolici che finirono sotto il giogo comunista nell'Est Europa!) perché, come già ricordato, grazie al loro aiuto economico-finanziario, avevano dato all'URSS la forza di battere e travolgere le armate dell'Asse, che non erano composte esclusivamente da soldati indottrinati dal nazionalsocialismo, ma anche da tantissimi cattolici - fra cui il noto Leon Degrelle, ma anche i volontari falangisti spagnoli e tantissimi altri ancora - che giunsero in Russia non per allargare il "Lebensraum" germanico, di cui non gliene fregava una mazza, ma per combattere il comunismo ateo e materialista, che si era coalizzato con le plutocrazie laiciste liberali.
    Finita la guerra, oltre il danno la beffa: quei principi che, formalmente, avevano sottoscritto anche i sovietici, divennero carta straccia e gli americani consentirono che avvenisse la spartizione del mondo sostanzialmente in due sfere di influenza, ossia quella americana e quella sovietica. In quel momento si rivelò il vero volto della democrazia americana, ossia il volto di un "imperialismo moderno" che nulla aveva a che fare con l'impero spirituale della Chiesa Cattolica, e che solo apparentemente si contrapponeva all'imperialismo comunista sovietico, in quanto - alla resa dei conti - le due potenze esprimevano concezioni politiche ed economiche entrambe, seppur in diverso modo, "materialiste". Certo, Pio XII si rendeva perfettamente conto che, se nell'URSS la Fede veniva apertamente perseguitata, almeno nell'Occidente liberaldemocratico a guida statunitense la Chiesa Cattolica e le sue associazioni avevano libertà d'azione. Ciò però non toglieva che la società occidentale, fondata sul materialismo, il consumismo, l'edonismo, il laicismo e il secolarismo, risultasse incompatibile coi principi della dottrina cattolica ed in particolar modo con i principi della dottrina sociale della Chiesa. Non solo: la libertà d'azione accordata alla Chiesa non corrispondeva però ad un'altrettanto necessaria protezione e difesa della religione e della Chiesa stessa, che invece il bene comune sia spirituale che terreno richiederebbe.
    Quindi, in soldoni, la disillusione non era solamente dovuta al comportamento sovietico, ma anche a quello anglo-americano, che aveva consentito all'URSS di fare il bello e cattivo tempo e questo concetto emergeva chiaramente nelle parole di Pio XII, nonostante la sua proverbiale e notoria prudenza e diplomazia di fondo.


    Piuttosto, appare durissima la condanna di coloro che hanno scatenato la funesta guerra tramite una ingiusta aggressione, e che l’hanno voluta continuare anche quando essa appariva ormai perduta:
    “Senza dubbio, una così funesta guerra, scatenata da una ingiusta aggressione, e continuata oltre i limiti del lecito, quando cioè essa appariva irreparabilmente perduta, non potrebbe terminare semplicemente in una pace priva di garanzie, che impediscano il ripetersi di simili violenze.”
    E’ evidente il riferimento a Hitler e a Mussolini, e alla loro volontà di non far cessare la guerra, anche nell’illusione di poter approntare all’ultimo momento delle fantomatiche “armi segrete”, prolungando la scia delle distruzioni e delle sofferenze.
    Guarda che Pio XII non dava solamente la colpa dello scatenarsi della guerra ad Hitler, ma anche alle potenze occidentali che non avevano adeguatamente corretto le ingiustizie e le storture del Trattato di Versailles e che non avevano fatto nulla per salvaguardare la pace, salvo eccezioni (ad esempio: Laval). Basterebbe leggere con attenzione gli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la période de la Seconde Guerre Mondiale (disponibili su internet a questo indirizzo: Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale), soprattutto laddove la Santa Sede suggeriva alla Polonia di accettare le rivendicazioni tedesche - ritenute legittime - su Danzica.
    Del resto, la Germania hitleriana decise di continuare la guerra ad oltranza per una semplice ragione: gli Alleati chiedevano alle potenze dell'Asse una inaccettabile e disumana "resa incondizionata", che Pio XII, proprio nel corso della guerra, seppur con la dovuta diplomazia e prudenza, condannò.
    Non di questo parere era Mussolini che, al contrario, come la ricerca storica più recente sta dimostrando, facendo giustizia di tante falsità e calunnie, cercò di salvare il salvabile, tentando uno sganciamento dell'Italia dal conflitto mondiale nel rispetto però dei patti sottoscritti con la Germania. Purtroppo, questo tentativo non andò a buon fine perché vi fu il tradimento del 25 Luglio 1943. Pio XII comunque sapeva che da tempo negli ambienti diplomatici italiani qualcosa si stava muovendo, così come era pienamente informato - come tu stesso ammetti - dei tentativi mussoliniani, anche dell'ultimo minuto, per scongiurare lo scoppio del secondo conflitto mondiale e del suo estendersi poi.

    Pio XII si era rivolto anche a loro nella allocuzione “La devota presenza” del 18 marzo 1945, sferzando gli idolatri dei nazionalismi assoluti, degli orgogli di stirpe e di sangue:
    “Ascoltate dunque oggi la voce di Dio, non indurite il vostro cuore. Quella voce vi dice: «Che l’empio lasci la sua via e l’uomo iniquo i suoi propositi, e ritorni al Signore» .
    A chi vuol essere sordo agli inviti divini, a chi vuole irrigidirsi contro la voce persuasiva dei pastori delle anime, contro la voce severa e pungente della coscienza, un’altra voce, una voce selvaggia, quella degli avvenimenti crudeli, dell’atroce realtà, si leva ad annunziare e ad ammonire che la guerra è il frutto e il salario del peccato. Il peccatore può ben cercare di stordirsi, l’empio potrà ben ostinarsi a camminare nei sentieri del male, lontano da Dio; la voce tragica si farà sempre più sonora, sempre più terribile, e al di là delle cause e delle responsabilità immediate dell’immane conflitto, al di là degli atti esterni e delle parole sensibili, penetrerà nel fondo silenzioso dei cuori per scrutare e svelare la causa profonda che ha destato e alimentato l’orribile incendio, lo spirito che ha suscitato e inasprito la discordia, che è lo spirito di orgoglio, di ambizione e di cupidigia. È lo spirito del male che si erge contro lo spirito di Dio, che vuol bandire dalla terra il regno di Cristo per divinizzare la forza materiale, per abolire nella vita dei popoli, e ancor più nei rapporti internazionali, ogni distinzione essenziale tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto.
    A coloro che si sono lasciati sedurre dai fautori della violenza e che, dopo averli inconsideratamente seguiti, cominciano alfine a risvegliarsi dalla loro illusione, costernati nel vedere fin dove la loro docilità servile li ha condotti, non rimane altra via di salvezza che di ripudiare definitivamente la idolatria dei nazionalismi assoluti, gli orgogli di stirpe e di sangue, le brame di egemonia nel possesso dei beni terreni, e di volgersi risolutamente verso lo spirito di sincera fraternità, che è fondato nel culto del Padre divino di tutti gli uomini, e in cui le nozioni, da troppo lungo tempo opposte, di diritti e di doveri, di vantaggi e di pesi, si armonizzano nella giustizia e nella carità.”
    Quando Junio Valerio Borghese, nel dopoguerra, fece delle dichiarazioni saggiamente filoatlantiche, un ex ufficiale della RSI, Ferrini, scrisse in un articolo: “Ho sempre creduto che la nostra adesione alla RSI volesse dire rottura definitiva con le caste monarchiche, vaticanesche e capitaliste, ma, soprattutto, ho sempre creduto che la nostra adesione alla RSI volesse dire affermazione del principio storico per l’Italia di combattere contro le plutocrazie occidentali. Quando ho letto le dichiarazioni atlantiche di Borghese è sorto in me un interrogativo: ma come? E la nostra guerra del “sangue contro l’oro”, dei poveri contro i ricchi? Era necessario, per arrivare a vestirsi da inglesi e da americani, prolungare di venti mesi la guerra, sacrificando centinaia di migliaia di italiani?”
    Di questa folle prosecuzione della guerra per venti mesi, sacrificando centinaia di migliaia di italiani, chiedeva conto Pio XII. Doppimente folle, se la ragione era stata quella di scatenare una guerra “dei poveri contro i ricchi”, visto che gli italiani diventarono veramente ricchi come non lo erano mai stati solo nel dopoguerra, e anche grazie a quelle “plutocrazie occidentali”, e agli Stati Uniti in particolare, che erano state le vittime della fascistica “ingiusta aggressione”, per usare le parole del Papa.
    Evidentemente, non era detto che intendesse riferirsi a Mussolini e alla totalità del Fascismo italiano, visto che successivamente Pio XII dichiarò, alludendo sì effettivamente in maniera diretta ai fascisti e all'episodio di Piazzale Loreto, quanto segue: "Con sì larghe promesse da parte di Dio, forse non mai Anno Santo venne più opportunamente a consigliare mitezza, indulgenza e perdono tra uomo ed uomo. Quando in tempi recenti, prendendo a motivo una guerra sfortunata o colpe politiche, si scatenarono ondate di rappresaglie, sconosciute finora nella storia almeno per il numero delle vittime, il Nostro cuore fu invaso da acerbo dolore, non solo per la sventura che moltiplicava le sventure e gettava nel lutto migliaia di famiglie spesso innocenti, ma perché con sommo rammarico vi vedevamo la tragica testimonianza dell'apostasia dallo spirito cristiano. Chi vuol essere sinceramente cristiano deve saper perdonare. «Servo iniquo ... - ammonisce la parabola evangelica (Mt 18, 33) -, non dovevi anche tu aver pietà di un tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?». La carità e la misericordia, allorché soccorrono equi motivi, non contrastano col dovere della retta amministrazione della giustizia, bensì l'imprudente intolleranza e lo spirito di rappresaglia, soprattutto quando la vendetta sia esercitata dal pubblico potere contro chi ha piuttosto errato che peccato, o quando la stessa pena meritamente inflitta si prolunghi oltre ogni limite ragionevole. Ispiri il Signore consigli di riconciliazione e di concordia a quanti sono investiti di pubbliche responsabilità, e, senza pregiudizio del bene comune, si ponga fine a quei residui di leggi straordinarie, che non riguardano i delitti comuni meritevoli di giusta punizione, e che, dopo lunghi anni dalla cessazione del conflitto armato, provocano in tante famiglie e in tanti individui sensi di esasperazione contro la società in cui sono costretti a soffrire" (Radiomessaggio natalizio 1949).

    "Guerra sfortunata", "colpe politiche", "chi ha piuttosto errato che peccato".
    Insomma, nuovamente Pio XII non intendeva minimamente condannare né il Fascismo né chi aveva seguito il Fascismo né tanto meno Mussolini e quanto di positivo egli aveva fatto. Anzi, al contrario, considerava quella condotta dal Fascismo una "guerra sfortunata" (non ingiusta), parlava di "colpe politiche" (e non di peccati mortali) e diceva che ai fascisti, salvo quelli che effettivamente s'erano macchiati di delitti comuni, tutt'al più si potevano rimproverare degli errori (commessi in buona fede) piuttosto che dei veri e propri peccati.
    D'altronde, se il Radiomessaggio natalizio del 1949 si riferiva indubbiamente alla situazione italiana, il discorso del marzo 1945, pur effettivamente volgendo lo sguardo in particolare sull'Italia, in realtà aveva un più ampio respiro e osservava la situazione internazionale, che vedeva ancora in lotta non pochi paesi.
    Non vi è nessuna attribuzione esplicita dell'idolatria dei "nazionalismi assoluti" al Fascismo, fondamentale perché si possa parlare di una condanna dell'idea politica fascista e della sua opera, anche perché nella gamma dei "nazionalismi assoluti" la Chiesa non ha mai indicato una sola specifica ideologia ma differenti tendenze che non si possono ricondurre certamente al Fascismo italiano nella sua interezza.
    Sicuramente, si poteva ricondurre ad essi il nazionalsocialismo oppure alcune delle correnti più fanatiche ed intolleranti del Fascismo, ma anche il "patriottismo sovietico" stalinista (che univa perniciosamente il comunismo ad un nazionalismo aggressivo ed eccessivo, spinto a tal punto che si esortavano i soldati sovietici a stuprare le donne tedesche per "umiliare il loro orgoglio razziale"), l'etnicismo jugoslavo titino, lo sciovinismo francese, l'imperialismo britannico, il messianesimo americano, lo pseudo-patriottismo a sfondo giacobino dei repubblicani e degli azionisti italiani, ecc.


    Certo che hai una bella faccia di tolla!
    Come sarebbe a dire “apparentemente sembrava incoraggiare l'opera di ricostruzione materiale degli Stati Uniti”?
    “Apparentemente” un tubo!
    Certamente esortava a contribuire pure alla ricostruzione spirituale, ma affermava in modo chiaro e esplicito, e niente affatto apparente, che l’opera di ricostruzione materiale operata dagli Stati Uniti d’America non era solo positiva, ma “molto lodevole”!
    E anche per questo, ad un altro gruppo di americani diceva:
    “Su di voi e su tutti coloro che portate sempre nel pensiero, e su tutti quelli che aiutano i loro fratelli a risollevarsi da questo disastro, Noi invochiamo la benedizione dell’onnipotente Dio del cielo.”
    La faccia di tolla è solamente quella di chi non capisce che se, da un lato, Pio XII apparentemente elogiò gli USA per il loro aiuto materiale alle popolazioni europee, dopo che le aveva bombardate senza ritegno, dall'altro lato ammonì gli stessi americani a non pensare di risolvere tutto in questo modo. Purtroppo, gli americani non gli diedero ascolto.

    E’ evidente che, come non esiste un’unica “american way of life” (o meglio, ne esiste una che viene propagandata tramite certi film di Hollywood, e anche per questo i non-americani pensano che sia l’unica, mentre i modi di vivere degli americani concreti, soprattutto in certe zone degli USA, sono molto differenti…) non esiste neppure un unico modello socio-economico americano. Ad esempio, nell’America degli anni ’40 e ’50 il modello che prevaleva era ancora quello rooseveltiano, tendenzialmente statalistico, burocraticistico e tecnocratico (che taluni studiosi ritengono pure ispirato al fascismo…) al quale Pio XII allude criticamente in alcuni suoi discorsi dell’epoca.
    Riguardo poi alle dottrine del libero scambio, anche esse diversificate e mutevoli nel tempo, Pio XII scrive significativamente: “AL PRESENTE, del resto, mancano i fondamenti di fatto che potrebbero garantire in qualche modo le troppo rosee speranze, nutrite anche oggi dai successori di quella dottrina.” Pio XII si trovava un pò nella stessa situazione di Leone XIII quando scrisse l’enciclica Diuturnum: egli si pronunciava su fenomeni politici, sociali e economici suscettibili di evoluzione, ma era più consapevole, rispetto al suo predecessore, della loro evoluibilità.
    Pio XII scriveva avendo davanti ai suoi occhi una situazione politica che sembrava irrevocabilmente stabilizzata su due blocchi contrapposti, e non poteva conoscere come si sarebbe evoluta tale situazione. Non poteva sapere cioè che una trentina di anni dopo sarebbe arrivato alla presidenza degli Stati Uniti Ronald Reagan, che Ronald Reagan era “follemente” convinto che si potesse sbloccare definitivamente una situazione bloccata da quasi mezzo secolo, e che Reagan avrebbe annientato la Russia sovietica, e conseguentemente fatto crollare l’ideologia comunista in tutto il mondo, senza scatenare alcuna guerra guerreggiata, ma semplicemente costringendo il sistema economico-tecnologico comunista a confrontarsi direttamente con il sistema economico-tecnologico Occidentale.
    Di conseguenza, è cambiato pure l’atteggiamento del magistero cattolico nei confronti di tale sistema. Non sono venute meno certe critiche e certe perplessità che sussistevano già ai tempi di Pio XII, o la convinzione che lo stato debba intervenire per garantire interventi sociali almeno minimali (e però pure per tutelare la libertà individuale e la proprietà privata…) ma si è dovuto riconoscere che tale sistema (e le istituzioni politiche che ad esso dovrebbero essere collegate) non è perfetto, ma è senz’altro il meno peggiore in ordine al conseguire il proprio scopo, e cioè la diffusione di un maggiore benessere generale (che poi sarà ripartito sulla base di decisioni contingenti assunte dai vari governi).
    Mi dispiace, ma non è così. Sicuramente l'America, essendo un paese vasto e plurale, presentava e presenta innumerevoli contraddizioni interne e notevoli differenze - basti pensare al fatto che vi siano stati in cui è considerato del tutto legittimo abortire o il cosiddetto "matrimonio omosessuale" (io per scherno lo chiamerei "frocimonio") mentre altri in cui vige ancora la pena di morte o dove accanto ad un libertinismo radicale vi è un altrettanto radicale puritanesimo, ai limiti dell'ossessione - ma la cosiddetta "american way of life" si fonda essenzialmente su una fiducia eccessiva nelle sole forze dell'individuo e tende inevitabilmente ad un estremo particolarismo egotico ed individualista, che la Chiesa non poteva certamente approvare né ha mai approvato.
    Tanto meno la approvarono Leone XIII prima e Pio XII poi. Pio XII certamente non si faceva grandi illusioni sull'avvenire perché si rendeva perfettamente conto che il mondo procedeva, salvo eccezioni, sulla via della secolarizzazione e della scristianizzazione. Questo però non gli impediva di riprovare l'ideologia liberal-liberista e la concezione individualista dell'uomo che presuppone.
    Anche più recentemente il cosiddetto "mondo cattolico" ha espresso molte riserve e fortissime perplessità, per non parlare di condanne, sul modello americano e, soprattutto, sulla politica estera attuata dagli ultimi presidenti americani: Vaticano contro America, la guerra delle parole
    In un articolo relativamente recente de "La Civiltà Cattolica" (2008) intitolato "Il nazionalismo americano" si arriva a descrivere in questi termini il "patriottismo americano": "Il nazionalismo americano è diverso da tutti gli altri, perché è di matrice ideologica. La sua è una storia separata, che non accetta paragoni con altri, e per questo è stata la più nazionalista tra le nazioni importanti [...] ribadisce costantemente la sua superiorità su tutti gli altri". E le radici di tale "nazionalismo" stanno nella Rivoluzione americana, riguardo alla quale il gesuita (americano, oltre tutto) estensore dell'articolo scrive che "la rivoluzione americana ebbe un notevole influenza sulla successiva rivoluzione francese" e ti lascio immaginare quanto tale fatto fosse citato positivamente.
    E dire che "La Civiltà Cattolica" di oggi non può certamente esser accusata di pregiudizi reazionari e oscurantisti....


    ….veniva trascinata da un regime autoritario-totalitario in una guerra disastrosa, dalla quale si riprendeva anche grazie ai generosi aiuti economici magnanimamente offerti dagli Stati Uniti d’America.

    A dire il vero, non c'era questa visione così idilliaca...
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 20-03-12 alle 11:36
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  8. #28
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec Visualizza Messaggio
    Giuanìn, è appunto una semplice lettera, relativa a una polemica politica contingente, indirizzata a Schuster e poi resa pubblica secondo la tattica “parlo a suocera perché nuora intenda”.
    La lettera fu pubblica e quindi rientrava nell'esercizio del Magistero di Sua Santità Pio XI per i concetti espressi in essa, pur non avendo certamente la solennità o l'autorevolezza di un'Enciclica (ma tale discorso può valere anche per le allocuzioni e i Radiomessaggi). La lettera serviva certamente da avvertimento al Fascismo, ma al tempo stesso esprimeva un distinguo fondamentale (ed ovviamente non intendeva suonare come una condanna al Fascismo).

    A parte questo, la lettera da te riportata è dell’aprile del 1931, quando il regime doveva ancora sviluppare pienamente la sua aspirazione al totalitarismo;
    Lo Stato fascista rivendicava per sé l’aggettivo “totalitario” (inizialmente come risposta ‘polemica’ alle accuse proveniente da parte liberale) e che non vi dovesse essere alcunché di umano o spirituale al di fuori o contro di esso, ma ciò in primo luogo si riferiva ad un piano temporale, cioè al suo essere l’incarnazione giuridica della nazione, intesa come organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti ed espressione dei valori materiali e immateriali della stirpe; in secondo luogo, si riferiva alla volontà di integrare in sé tutti gli elementi della vita nazionale, senza annullarli, e risolvere il problema dello scollamento tra il popolo e lo Stato, tipico del periodo liberale; in terzo luogo, al voler considerare qualsiasi elemento spirituale e morale come facente parte del patrimonio spirituale ed etico dello Stato fascista – fra di essi andava annoverata la religione cristiana cattolica, che lo Stato fascista non solo rispettava, ma riconosceva, difendeva e proteggeva.

    non aveva ancora sciolto i circoli giovanili di Azione Cattolica
    ...che però poi, dopo franche ed opportune spiegazioni reciproche tra Chiesa e regime fascista, vennero reintegrati e riammessi e poterono prosperare liberamente.

    compiendo pure azioni di devastazione e atti sacrileghi;
    Deprecabili eccessi che non si possono attribuire ad una sistematica azione del regime.

    non aveva ancora manifestato segni chiari di razzismo e antisemitismo;
    La questione non si può liquidare in maniera così semplicista.
    Mussolini era un uomo politico pragmatico e realista. La presenza ebraica in Italia non era numerosa (anche se ciò non toglie che essa fosse significativa per i ruoli che gli ebrei ricoprivano nella società) e il Duce considerò più opportuno cercare di integrare gli ebrei italiani nella vita politica del regime piuttosto che essere ad essi apertamente ostile. In realtà, accenni “anti-giudaici” in Mussolini si ebbero sin dal 1919. In un articolo su “Il Popolo d’Italia” del 4 giugno 1919, riguardante la rivoluzione bolscevica, intitolato “I complici”, il futuro Duce denunciò il bolscevismo come “la rivincita contro la razza ariana” e “la vendetta del giudaismo contro il cristianesimo”. Ammoniva i proletari a non dar corda ad una rivoluzione condotta con l’ausilio della finanza ebraica e che annoverava fra i suoi esponenti moltissimi ebrei.
    In un articolo successivo, del 19 ottobre 1920, affermava che non c’era da stupirsi se in Ungheria erano state prese “misure draconiane” contro gli ebrei, vista la loro adesione al bolscevismo. L’articolo si concludeva con un avvertimento significativo: “Speriamo che gli ebrei italiani continueranno ad essere abbastanza intelligenti per non suscitare l’antisemitismo nell’unico paese dove non c’è mai stato”. Della serie: “Cari ebrei che vivete in Italia, noi vi trattiamo e vi tratteremo bene, ma evitate di rompere i coglioni…altrimenti finirete nel burrone”. Spesso si cita la presenza di molti ebrei nelle fila del Fascismo italiano come segno di contraddizione tra l’atteggiamento fascista precedente al 1938 e quello successivo. La verità è molto più complessa: se molti ebrei aderirono al fascismo, altrettanti – se non di più – aderirono a partiti ed organizzazioni antifasciste. Lo stesso Renzo De Felice, sostenitore della tesi di un Mussolini “antisemita” per “opportunismo” e non per convinzione, ammette che i rapporti fra ebraismo, sionismo e Fascismo ebbero un difficile inizio, fatto di diffidenza, timori, caute e timide aperture, nonché reciproci (e mai sopiti) sospetti. L’azione anti-massonica del Fascismo non poteva del resto lasciare indifferenti gli ebrei. “La Civiltà Cattolica”, commentando la decisione del Gran Consiglio del Fascismo di rendere incompatibile l’appartenenza alla massoneria con l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista, scrisse nell’articolo “Cose italiane” del 1923: “Abbiamo il diritto di dire che in uno Stato nazionale, quali che possano essere i pericoli [come per esempio una congiura ebraico-massonica internazionale organizzata contro il governo italiano], la massoneria non ha luogo, e l’ebraismo non deve esercitare maggiore influenza di quello che comporti la sua proporzione numerica. Ecco perché, a nostro parere, non è il solo fascismo che deve espellere la massoneria, ma lo Stato, se lo Stato è nazionale”. Di fatto, la rivista dei gesuiti denunciava la possibilità di una congiura “ebraico-massonica internazionale” contro il Fascismo. Due anni dopo, con la legge sulle associazioni segrete del 20 novembre 1925, il regime fascista metterà fuorilegge la massoneria, tra il plauso generale non solo dei fascisti ma anche della Chiesa e dei cattolici.
    Un sentimento di sostanziale diffidenza, se non addirittura di aperta ostilità, verso il popolo ebraico – spesso ereditato dagli ambienti del nazionalismo italiano anti-massonico, anti-liberale e anti-democratico – nelle fila del Fascismo non venne mai del tutto meno, come dimostrarono gli scontri di Tripoli dell’agosto 1923. Mussolini cercava di tenere a bada questi atteggiamenti (vedasi il caso dell’articolo di Boesmi su “Il Fascio”) perché li giudicava controproducenti. Tuttavia, la prudenza del Duce non va confusa con un suo “abbassare la guardia”.
    È attribuito allo stesso Mussolini un anonimo articolo pubblicato su “Il Popolo di Roma” il 29 novembre 1928, a commento del congresso sionista italiana tenutosi a Milano, in cui si diceva: “Gli italiani cristiani saranno forse un poco stupiti e turbati di constatare che in Italia c’è un altro popolo, il quale si dichiara perfettamente estraneo non solo alla nostra fede religiosa ma alla nostra nazione, al nostro popolo, alla nostra storia, ai nostri ideali. Un popolo ospite, infine, che sta tra noi come l’olio sta con l’acqua, insieme ma senza confondersi, per usare l’espressione del defunto rabbino fiorentino Marguiles. La constatazione è grave…Domandiamo allora agli ebrei italiani: siete una religione o siete una nazione? Questo interrogativo non ha lo scopo di suscitare un movimento antisemita, ma quello di togliere da una zona d’ombra, un problema che esiste e che è perfettamente inutile ignorare più oltre. Dalla risposta trarremo le conclusioni necessarie”.
    La risposta del mondo ebraico e sionista non si fece attendere, fra dimostrazioni di lealismo verso il Duce, il Fascismo e la nazione italiana e rettifiche doverose da parte degli interessati, ma la controreplica dell’anonimo articolista, cioè Mussolini, nemmeno (“Replica ai sionisti”): “Finché il sionismo palestinico è nello stadio che chiamerò di preparazione nazionale, si può con molta buona volontà ammettere che ciò non turbi i rapporti giuridici e sentimentali fra gli ebrei e i loro concittadini di altri paesi, ma il giorno in cui il sionismo passerà alla sua fase di realizzazione dello Stato nazionale, tali rapporti saranno radicalmente riveduti dai governi, poiché non si può simultaneamente appartenere a due Patrie, essere contemporaneamente cittadini di due Stati”.
    Ardengo Soffici, dalle colonne de “Il Selvaggio” (rivista letteraria espressione del Fascismo “strapaesano”, ruralista e persino cattolico), tuonò: “A proposito del Congresso sionistico tenutosi recentemente a Milano, e dove dagli intervenuti si è parlato, più che di religione, di popolo ebraico e di nazione ebraica, giornali fascisti sono usciti fuori, stupiti, a domandare che cosa significhi questa storia, e se gli ebrei che vivono nei differenti paesi, e dunque anche in Italia, siano da considerarsi come cittadini di altra religione oppure come stranieri, cittadini cioè della nazione ebraica. Lo stupore di questi giornalisti fascisti stupisce invece noi, e non poco. Ma come? C’è ancora della gente tra noi la quale ancora ignora così innocentemente che non solo gli ebrei sono prima di tutto ebrei, che la nazione ebraica è sempre esistita ed esiste, ma che questa nazione è la nazione imperialista per eccellenza poiché lavora da secoli al fine di un Impero universale? E ci sono fascisti che ignorano questo e che dunque ignorano anche come la massoneria, il protestantesimo, la democrazia, l’anarchia, il rivoluzioniamo di ogni genere, da quello politico a quello filosofico, letterario, artistico, non siano altro che pedine mosse abilissimamente dalla nazione ebraica per raggiungere lo scopo suddetto? Il quale scopo è in grande parte raggiunto del resto, come potrebbe dimostrare anche il fatto che nel congresso di Milano e altrove si ha ormai poca più paura di buttar giù buffa, come suol dirsi, e di giuocare a carte abbastanza scoperte. L’alta banca e la finanza internazionale sono infatti in mano degli ebrei, o dei massoni loro lunga mano, che è tutt’uno; lo stesso si dica della stampa di quasi tutta l’Europa e d’America, nonché di più di un governo, dove bolscevichi, massoni, socialisti, radicali, repubblicani, democratici, liberali, ecc. fanno la pioggia e il bel tempo e si danno la mano per servire il Re d’Israele. Con questo po’ po’ di leve nelle mani è facile figurarsi quante belle cose si possono fare: e noi stiamo vedendolo”.
    Mussolini era contrario al fatto che il sionismo ponesse le sue radici in Italia e divenisse un fattore della vita politica nazionale. Motivo per il quale preferiva piuttosto favorire l’espatrio di ebrei verso la Palestina (si vedano, in tal senso, i rapporti con Jabotinsky) che permettere agli ebrei italiani una sorta di “doppia fedeltà”. Va detto però che le ragioni principali per cui Mussolini non tenne un atteggiamento ostile verso il sionismo (precisiamo: verso il sionismo non italiano, perché verso il sionismo italiano l’atteggiamento fu sostanzialmente ostile, come dimostra la polemica sopracitata sul congresso della FSI a Milano) all’epoca risiedono nel tentativo di ottenere la revoca del mandato inglese in Palestina e un’influenza nel Mediterraneo sempre più forte. Il Duce aspirava ad un mandato italiano per la Palestina (o al limite ad una rinegoziazione del mandato inglese, da allargarsi anche all’Italia e alla Francia), a tutela anche dei cattolici presenti in Terra Santa e degli interessi italiani nel Mediterraneo. Questa ipotesi veniva caldeggiata soprattutto negli ambienti cattolici, che denunciavano l’incapacità inglese e l’“imperialismo sionista”.
    Per Mussolini diventava utile guadagnarsi la non ostilità del fronte ebraico-sionista ad un’ipotesi del genere. Ciò diventava doppiamente utile se al tempo stesso favoriva l’ascesa di componenti revisioniste, che esprimevano una certa affinità ideologica col Fascismo, a tal punto da compromettere la condotta politica unitaria del movimento sionista. Che cosa portò all’approvazione di leggi di discriminazione razziale nei confronti degli ebrei, quindi? La conquista dell’Impero, per due ragioni: in primis, perché ad essa si opposero gli ambienti dell’ebraismo e del sionismo internazionali, soprattutto di provenienza anglosassone, (e un antifascismo latente negli ambienti ebraici non venne mai meno anche nei momenti di maggior affinità e consenso), in secundis perché la conquista dell’Impero propose il problema del meticciato. È ormai storicamente superato, e non veritiero, affermare che le leggi razziali italiane e tutta la politica della razza del Fascismo fossero un’opportunistica imitazione della politica hitleriana antisemita. Del resto, non esistono prove di pressioni da parte di Hitler in tal senso su Mussolini (il “Patto d’Acciaio” non era ancora stato stipulato) e se è innegabilmente vero che l’approvazione di una legislazione razzista avvicinò ulteriormente l’Italia fascista alla Germania nazionalsocialista ciò non cancella l’originalità del “razzismo italiano” e – più precisamente – del “razzismo fascista”. Il Duce non aveva torto quando rivendicava la peculiarità del razzismo fascista: leggasi in merito “Il Fascismo e la razza” di Giorgio Israel.
    La questione della razza, soprattutto della sanità della razza, aveva sempre interessato Mussolini, tant’è che anche nel programma fascista del 1921 vi erano chiare indicazioni in tal senso. Curiosamente, già in un discorso pronunciato a Bologna nel novembre 1921, il Duce affermò: “Come è nato questo fascismo, attorno al quale è così vasto strepito di passioni, di simpatie, di odi, di rancori e di incomprensione? Non è nato soltanto dalla mia mente o dal mio cuore: non è nato soltanto da quella riunione che nel 1919 noi tenemmo in una piccola sala di Milano. E' nato da un profondo, perenne bisogno di questa nostra stirpe ariana e mediterranea che ad un dato momento si è sentita minacciata nelle ragioni essenziali della esistenza di una tragica follia e da una favola mitica che oggi crolla a pezzi nel luogo stesso ove è nata”.
    Pensa un po’: il Duce già nel ’21 diceva che l’italiano era un popolo di “stirpe ariana e mediterranea”…e di Hitler in Italia non si sapeva proprio un bel niente allora!
    Non sono pochi i successivi discorsi, anche da capo del governo, in cui Mussolini sottolineò la necessità, da parte del regime, di occuparsi della razza e della difesa della razza, soprattutto in termini demografici. Ad esempio, nel discorso del 26 maggio 1927 il Duce disse: “Bisogna quindi vigilare il destino della razza, bisogna curare la razza, a cominciare dalla maternità e dall'infanzia”.
    Tornando al rapporto fra ebrei e Fascismo, persino Bruno Vespa (sic!!!) arriva a scrivere, riprendendo De Felice, quanto segue: “Secondo De Felice, ‘galeotte’ furono le guerre d’Etiopia e di Spagna. Molti ebrei influenti e alcune organizzazioni ebraiche si opposero apertamente alle due campagne, che provocarono l’isolamento morale dell’Italia. Mussolini incaricò alcune personalità ebraiche di farsi mediatrici a Ginevra, Parigi e Londra, e poiché la loro missione fallì, si convinse che l’Internazionale ebraica tramava contro il fascismo” (Vincitori e vinti, p. 34).
    Una conferma di ciò ci arriva anche dal colloquio che Italo Balbo, contrario alle leggi razziali, ebbe con re Vittorio Emanuele III, nel tentativo di convincere il sovrano a fermare Mussolini: “Senta Balbo, io ho la consuetudine di non metter mai carne al fuoco prima del tempo, ma per questa storia ho prevenuto Mussolini e gli ho detto un paio di volte: Presidente, gli ebrei sono un vespaio, non mettiamoci le mani dentro. Lui mi ha dato ragione ed è andato anche più in là: li ha fatti entrare in Italia a frotte. Non dico le lagnanze dei professionisti e dei commercianti nostri nel vedere arrivare questi ebrei tedeschi, austriaci… anche un po' arroganti e invadenti, mi dicono. E Mussolini zitto e tollerante. Ora lo so, li vuole fuori, perché durante la guerra d'Africa - e qui non gli si può dar torto - si sono schierati in America, in Inghilterra, in Francia, contro di noi con un'acredine da non dire. Lei lo conosce quanto me e meglio; Mussolini se l'è legato al dito questo atteggiamento ostile… e poi è geloso - credo - che l'antisemitismo tedesco sia tanto piaciuto alle nazioni arabe del levante mediterraneo”.
    Non si può certo tacciare Vittorio Emanuele II di “antisemitismo”. Ad eccezione di Balbo, gli altri gerarchi che si opposero alle leggi razziali lo fecero più per questioni di opportunità politica che per convinzione “anti-razzista” o “filo-giudaica”: è il caso di Emilio De Bono, ma anche di Galeazzo Ciano.


    non era ancora entrato in guerra portando l’Italia alla catastrofe.
    Mussolini, purtroppo, fu costretto dalle contingenze all'ingresso in guerra e tentò fino all'ultimo di evitare per l'Italia questo doloroso passo...
    Il Santo Padre mandò una lettera a Mussolini nella quale scriveva: “Fedeli alla missione pacificatrice, che è tra i principali doveri del nostro pastorale ministero, stimiamo opportuno, mentre crescono i timori di un più esteso conflitto, aprirTi il fiducioso animo Nostro. Conosciamo, infatti, per averli attentamente seguiti raccomandandoli a Dio, i nobili sforzi, coi quali Tu volesti da prima evitare e quindi localizzare la guerra; e pur dolenti che alle Tue sollecitudini non arridesse intero il successo, fummo lieti che si riconoscesse anche a Te l’alto merito di aver trattenuto il flagello in determinati confini. Se non che, divampato l’incendio e oggi vieppiù attivo nel suo tragico sviluppo, sono giustificati quei timori, mentre sui popoli ancora immuni i fantasmi della guerra sembrano addensarsi più minacciosi e vicini. Non dubitando del Tuo perseverante lavoro sulla linea che Ti eri prescritta, Noi supplichiamo il Signore di assisterTi in un’ora di tanta gravità per i popoli e di tanta responsabilità per chi tiene le redini del governo. E per la paternità universale, che è propria del Nostro ufficio, formiamo dall’intimo del cuore il voto ardente che siano risparmiati all’Europa, grazie alle Tue iniziative, alla Tua fermezza, al Tuo animo d’Italiano, più vaste rovine e più numerosi lutti; e in particolar modo sia risparmiato al Nostro e al Tuo diletto Paese una così grave calamità. Nella piena fiducia che l’Onnipotente continuerà con divina larghezza a darTi lume e forza in così trepide ore per il bene e per la salvezza del popolo italiano, a Lui con caldo animo Ti raccomandiamo, e intanto, in auspicio dei divini favori, T’impartiamo l’Apostolica Benedizione”.
    Questa fu la risposta di Mussolini al Papa, in data 30 aprile 1940: “Beatissimo Padre, vogliate, anzitutto, accogliere il mio profondo ringraziamento per la lettera che Vi siete degnato indirizzarmi e per le espressioni a mio riguardo in essa contenute. Il riconoscimento Vostro, Beatissimo Padre, del fatto che io ho tentato tutte le vie per evitare una conflagrazione europea, mi è causa di legittima soddisfazione. È mia convinzione che senza l’assurda pretesa franco-inglese di esigere il ritiro ai punti di partenza degli eserciti germanici già in marcia, la conferenza da me prospettata avrebbe potuto convocarsi per affrontare e risolvere non solo il problema polacco, ma anche gli altri che attendono di essere risolti. Comprendo, Beatissimo Padre, il Vostro desiderio che sia dato all’Italia di evitare la guerra. Questo è accaduto fino ad oggi, ma non potrei in alcun modo garantire che ciò possa durare sino alla fine. Bisogna tener conto anche dalla volontà e degli intendimenti dei terzi. La Storia della Chiesa, e Voi me lo insegnate, Beatissimo Padre, non ha mai accettato la formula della pace per la pace, della pace “ad ogni costo”, della “pace senza giustizia”, di una “pace” cioè che in date circostanze potrebbe compromettere irreparabilmente per il presente e per il futuro le sorti del popolo italiano. Desidero aggiungere che è nell’ambito della vigente alleanza italo-germanica che è stato possibile per l’Italia di adottare l’atteggiamento di non-belligeranza.
    Di una cosa sola desidero assicurarVi, o Beatissimo Padre, e cioè che se domani l’Italia dovrà scendere in campo, ciò vorrà dire in maniera di solare evidenza per tutti che onore, interessi, avvenire imporranno in maniera assoluta di farlo. Mi è consolante pensare che Dio vorrà proteggere e nell’una e nell’altra eventualità, gli sforzi di un popolo credente quale l’Italiano. Vogliate, Beatissimo Padre, accogliere l’espressione del mio devoto ossequio”.
    La risposta del Duce fu corretta, riverente ed ossequiosa. Ma soprattutto sincera.
    E' tipico di una faziosità idiota ed ignorante attribuire a Mussolini la responsabilità dell'estendersi del conflitto.
    E' infatti noto che il "nuovo ordine nazista" lo avevano apertamente favorito Inghilterra e Francia, spingendo Mussolini nelle braccia di Hitler votando a favore delle inique sanzioni in occasione della guerra d’Etiopia, nonché finanziando e armando il regno abissino contro l’Italia fascista.
    E' infatti noto che il "nuovo ordine nazista" lo avevano apertamente favorito Inghilterra e Francia, nonché gli Stati Uniti, con il loro atteggiamento avido e vorace prima a Versailles. Senza l’enormità del Trattato di Versailles Hitler non avrebbe mai trovato il consenso popolare necessario per giungere al potere. E negli anni fra il 1938 e il 1939 non sarebbe mai scoppiato il conflitto mondiale se Polonia, Francia e Inghilterra avessero riconosciuto legittimamente i diritti tedeschi.
    Mussolini – come riconosciuto solennemente dal Papa – desiderava la pace e si era sempre adoperato in favore della pace. Ma Mussolini voleva una pace giusta ed equa, non il mantenimento dello status quo: anche Pio XI, predecessore di Pacelli, era della medesima opinione.
    Il Duce e il Papa (Pacelli) però divergevano sui mezzi con cui conseguire un ordine più giusto ed equo: il primo considerava la guerra l’unica soluzione ormai rimasta, dopo averle tentate tutte (non ultima la conferenza proposta da Mussolini a conflitto già iniziato), il secondo invece riteneva che sarebbe stato meglio mantenere l’Italia al di fuori del conflitto mondiale. Entrambe le opzioni, all’epoca, comportavano dei seri rischi. Solo a posteriori possiamo dire che sarebbe stato meglio seguire il Papa. Ma è – appunto – una considerazione a posteriori, che non tiene conto delle contingenze dell’epoca, che videro anche un iniquo blocco navale inglese all’Italia fascista, nonostante essa fosse ancora al di fuori del conflitto, ed un’acredine fortissima da parte delle democrazie occidentali nei confronti del Reich nazionalsocialista e dell’Italia fascista.


    La parola “totalitarismo” era un nome vuoto, un concetto astratto privo di un referente concreto: Hitler non era ancora giunto al potere in Germania, e in Russia Stalin non aveva ancora attuato le purghe e gli stermini di massa.
    Proprio per questa ragione si dovrebbe evitare di fare deduzioni arbitrarie laddove certe cose non sono nominate esplicitamente.

    Ciò che scrive Pio XI in quella lettera riguardo al totalitarismo non ha proprio nessun valore. Un magistero credibile e autorevole sul tema comincerà solo alla fine della seconda guerra mondiale, appunto con Pio XII.
    Siccome stiamo parlando del Fascismo, è credibile ed autorevole citare ciò che insegnava il Papa proprio nei riguardi di esso.

    Ma lo stesso Pio XI aveva già bollato come inumano il fascismo nel 1938, quando, in relazione all’introduzione delle leggi razziali, aveva detto:
    “Non è pienamente umano se non ciò che è cristiano, mentre invece è inumano ciò che è anticristiano, o riguardi o tocchi la dignità, la libertà, l’integrità dell’individuo”.
    Sbagliato. In questa frase non si nomina esplicitamente né si fa riferimento implicitamente al Fascismo (regime e partito) in quanto tale. Se mai, può essere considerata un'ammonizione, ma non una condanna, che del resto mai vi fu.

    Fattori fondamentalmente autoritario-totalitari….
    Non così era la visione della Chiesa della questione.
    A guerra finita, in un emblematico articolo sul Processo di Norimberga, su "La Civiltà Cattolica" del 20 luglio 1946 così si commentava: "Tutte le violazioni di trattati addebitate alla Germania fino all’aggressione della Polonia, gli Stati che vogliono ora condannarne gli autori le hanno sopportate, ratificate, legittimate. Si pensi all’accordo anglo-germanico per la limitazione degli armamenti navali; si ricordi il convegno di Monaco…L’argomento usato dagli inglesi contro gli italiani può facilmente ritorcersi contro i vincitori: voi, si potrebbe dire, non siete responsabili della guerra, voluta da Hitler; ma siete responsabili di aver permesso a Hitler fin dal 1921 di bandire propositi di rivincita, e poi di riarmarsi, di prepararsi alle aggressioni, di annettersi l’Austria, parte della Cecoslovacchia ecc. Di più: ad aggredire la Polonia non è stata solo la Germania, ma anche la Russia, la quale aveva già compiuto una simile prodezza contro la Finlandia. Eppure a Norimberga, la Russia non siede fra gli accusati, ma fra i giudici! Ancora: mentre Francia e Inghilterra sono entrate in guerra per la libertà della Polonia, le Nazioni Unite han detto di combattere pei principii della Carta Atlantica. A guerra vinta, la Polonia non è libera e la Carta è sepolta in un abisso di nuove ingiustizie internazionali. Politica? Benissimo, ovverosia malissimo! Ma la politica non è diritto. Nei rapporti internazionali, anzi, essa è spesso notoriamente la negazione del diritto e, quel che è peggio, della giustizia [...] Il mondo è stato bensì inorridito dai molteplici crimini perpetrati dalle armate naziste; ma lo è stato anche da quelli commessi o comunque addebitati all’altra parte. Già, di delitti contro l’umanità in epoca moderna si è cominciato a parlare precisamente in seguito ai massacri, alle persecuzioni politiche e religiose, alle riduzioni in schiavitù di lavoro verificatesi in uno degli Stati, che ora fa da giudice in Norimberga. Ancora durante la guerra, maltrattamenti di prigionieri si sono avuti dappertutto. In Russia e in Algeria specialmente, la fame ha fatto stragi; e non solo la fame. In certi domini inglesi, l’onore dei prigionieri è stato vilipeso oltre ogni limite umano. E le fosse di Katin? Qui l’accusa era precisa e documentata. E gli stessi bombardamenti aerei anglo-americani non hanno superato evidentemente ogni limite di rappresaglie? Si pensi alle innumeri città italiane semidistrutte in pretesa rappresaglia dei duecento in efficientissimi apparecchi, che avrebbero dovuto bombardare Londra. Si ricordino i mitragliamenti a bassa quota di civili e persino di fanciulli intenti a giochi innocenti (chi può dimenticare la “giostra” di Grosseto?) e gli aviatori ubriachi e l’ignominia delittuosa di certe truppe di colore (marocchini), e le ruberie e le violenze dei singoli… Ma il colmo atroce dell’inumanità resta fissato nei secoli dalle bombe atomiche lanciate su città popolarissime e civili, quali Nagasaki e Hiroshima (secondo certa stampa, già dopo l’offerta di resa incondizionata e non solo per ragioni militari). Altro che “terra bruciata”, altro che “distruzioni indiscriminate” (capi di accusa contro i tedeschi), altro che mezzi di offesa sproporzionati, non limitabili e perciò vietati dal diritto internazionale bellico e da quello naturale!"
    Si dice che l'articolo fosse stato ispirato da Pio XII....

    Se sei qui a ticchettare tranquillamente sulla tastiera, anche per il venir meno del pericolo del totalitarismo comunista, devi ringraziare le cosiddette “democrazie occidentali”, anzi, in particolare una democrazia occidentale, gli Stati Uniti d’America, e particolarissimamente un Presidente degli Stati Uniti d’America, il conservatore Ronald Reagan.
    Tipico regionamento degno della mentalità consumistica, materialistica ed edonista americana e americanofila, fondamentalmente ed essenzialmente anti-cristiana...

    Giuanìn, guarda che Pio XII, nel condannare il totalitarismo (e pure l’autoritarismo) non ha bisogno di alcun riferimento all’alticlericalismo, all’anticristianesimo o in qualsivoglia maniera alla religione.
    Dice semplicemente che il totalitarismo non provvede a una delle esigenze vitali di ogni umana comunanza, la quale esigenza consiste nell'assicurare durevolmente la unità nella diversità dei suoi membri, e che il totalitarismo sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge.
    Ummmhhh…..sopprime la eguaglianza di tutti dinanzi alla legge…..ad esempio…..ad esempio……introduce delle leggi di discriminazione razziale…
    Ho l’impressione che la condanna del fascismo da parte di Pio XII vada incasellata nella categoria del totalitarismo, ancor più che in quella dell’autoritarismo…
    D’altronde già Pio XI aveva affermato disgiuntivamente che “Non è pienamente umano se non ciò che è cristiano, mentre invece è inumano ciò che è anticristiano, O riguardi o tocchi la dignità, la libertà, l’integrità dell’individuo”.
    Sbagliato. L'estensione indebita si riferisce anche a quanto da me detto e viene segnalata come contraria ai dettami della Chiesa. Per capirlo pienamente basterebbe leggersi i testi dei discorsi del '47 e del '49 ("Questo pensiero Ci riporta naturalmente al terzo punto del tema da Noi proposto negli ultimi due anni alla vostra considerazione. Perciò, avendo Noi già trattato delle differenze fra l'ordinamento giudiziario ecclesiastico e il civile per ciò che riguarda così l'origine e la natura, come l'oggetto dell'uno e dell'altro, Ci resta oggi da parlare del fine essenzialmente diverso delle due società. Questa ultima differenza fondata sul fine esclude senza dubbio quella forzata sottomissione e quasi inserzione della Chiesa nello Stato, contraria alla natura stessa di ambedue, che ogni totalitarismo tende, almeno sul principio, a conseguire. Essa tuttavia non nega certamente qualsiasi unione fra le due società, e ancor meno viene a determinare fra loro una fredda e dissociante aura di agnosticismo e d'indifferenza").
    Al Fascismo italiano in quanto tale non sono state attribuite, definitivamente, queste caratteristiche, sia in termini teorici che pratico-effettuali. Anzi, al Fascismo italiano venivano attribuite queste benemerite opere: "rimettere in onore, con vantaggio del popolo, i valori della civiltà cristiana nei felici rapporti fra Chiesa e Stato, nella tutela della santità del matrimonio, nella educazione religiosa della gioventù".
    Del resto, anche Pio XII, come il suo predecessore Pio XI, non si risparmiò in elogi e degne parole per l'Italia fascista e per il suo "Eccellentissimo Capo del Governo", anche dopo l'ingresso in guerra dell'Italia fascista.


    Per me è sempre problematico capire se ci fai o ci sei: nel passo che riporti Pio XII non esprime nessunissima problematicità riguardo ai suoi precedenti pronunciamenti sugli Stati totalitari, anzi, rivendica il fatto che quel tema, come molti altri che egli indica, sono di piena competenza del magistero della Chiesa!
    Non ho parlato di problematicità dei suoi precedenti pronunciamenti sul totalitarismo. Ho detto che la questione viene posta ancora in termini problematici e proprio per questo è di piena competenza del Magistero della Chiesa.

    O meglio ancora, per citare Pacelli, l’”autoritarismo di un solo partito”: Pio XII conosceva i suoi polli, e ha specificato….ciò che era già evidente…
    D’altronde Mussolini ha detto “siamo e ci vantiamo di essere un regime autoritario”. Ipse dixit!
    Però diceva pure che il regime era totalitario…
    Autoritarismo non indica necessariamente autoritario e per "totalitarismo e autoritarismo di un solo partito" può benissimo far riferimento o al NSDAP o al PCUS (o anche ad altri regimi che all'epoca stavano sorgendo e stavano assoggettando lo Stato al dominio di un solo partito, soprattutto ad Est, e con conseguenze evidentemente nefaste per la Chiesa Cattolica e per qualsiasi classe sociale).
    Del resto, un regime autoritario a partito unico vi era anche nella Spagna franchista...eppure non si possono certamente riferire ad essa tali parole.







    Viene da chiedersi di nuovo se ci fai o ci sei.
    Pio XII, in un discorso del 2 ottobre 1945, a guerra disastrosamente appena finita, parla dell’autoritarismo di un solo partito, e tu fai il finto tonto…
    Piuttosto c’è da chiedersi se Pio XII condannasse il fascismo sotto la categoria dell’autoritarismo, o sotto quella del totalitarismo…
    Io sono ancora in attesa che tu mi dimostri come Pio XI o Pio XII abbiano condannato il Fascismo italiano, come regime e come partito, integralmente, nella sua stessa natura, definitivamente e nettamente, attribuendo ad esso le caratteristiche del "cosiddetto totalitarismo" e del "cosiddetto autoritarismo" (come se l'Italia fascista fosse stata l'unica nazione con un regime a partito unico....). Soprattutto, sono in attesa di sapere una cosa del genere da parte di Pio XII, che pure, come il suo predecessore, non risparmiò parole di elogio per Mussolini e l'Italia fascista, anche nel corso del conflitto mondiale. Al contrario, Pio XII attribuiva al Fascismo la benemerita opera di aver rimesso "in onore, con vantaggio del popolo, i valori della civiltà cristiana nei felici rapporti fra Chiesa e Stato, nella tutela della santità del matrimonio, nella educazione religiosa della gioventù" e di aver "riconosciuto l’insegnamento religioso nelle scuole elementari e medie come fondamento e coronamento della istruzione pubblica".

    “Se mai” significa piuttosto: quindi il comunismo male maggiore, il neofascismo male minore. Se Pio XII avesse avuto una concezione positiva del neofascismo lo avrebbe detto, affermando per esempio “no, il MSI ha un ruolo positivo” oppure”l’MSI può essere utile”, ecc.
    Sbagliato. Quel "se mai" stava proprio ad indicare una benevola concessione al ragionamento del sacerdote. Lo si evince chiaramente ed in maniera indubbia.

    Per il resto, le fantasticherie vinciguerriane meritano una sonora pernacchia.

    Giudico questa frase una amena leggenda metropolitana: l’ho trovata in innumerevoli siti internet neofascisti, ma sempre priva della fonte. Anche Petacco non cita alcuna fonte, e fa precedere la fantomatica citazione di Pio XII dalla falsa citazione di Pio XI, secondo cui Massolini sarebbe stato “l’uomo della Provvidenza”. Insomma, Petacco allinea un falso della propaganda fascista a un falso della propaganda neofascista…
    Il giudizio di Pio XII su Mussolini venne riportato nel 1958 sulla rivista "Orizzonti", edita dalla Pia Società San Paolo, in un numero speciale dedicato alla morte di Papa Pacelli.

    E’ una questione fondamentale: auspico tu scriva riguardo alla stessa un saggio di almeno 300 pagine…
    Sono sufficienti le testimonianza raccolte da Carioti e riportate anche da Piero Vassallo.

    Significativamente Pio XII era stato appena eletto, e da diplomatico che era sempre stato, cercò di stemperare le forti tensioni che avevano caratterizzato il rapporto tra Pio XI e il regime fascista; in seguito vide in che modo Mussolini aveva ridotto il simbolico “giardino” italiano, decidendo di entrare in guerra, nonostante egli lo avesse anche personalmente sconsigliato di prendere quella decisione…
    Mi dispiace, ma caschi male. Il 1 marzo 1943, in un discorso rivolto al nuovo ambasciatore italiano in Vaticano, definì Benito Mussolini "l'Eccellentissimo Capo del Governo" e pregava il Signore che gli sforzi e i sacrifici del popolo italiano in guerra venissero adeguatamente premiati: "Si degni l'Onnipotente benignamente guidare le sorti del popolo italiano e concedergli di veder presto spuntare l'aurora del giorno, in cui una pace di giustizia, di equità, di umanità e di onore dia ai figli e alle figlie d'Italia la certezza e il conforto di avere coi loro sacrifici servito all'avvento di un mondo più ordinato e tranquillo".
    Non dimentichiamo che il motto dei cattolici italiani durante la seconda guerra mondiale era: "Credere, pregare, obbedire, vincere".

    Comunque alla guerra di Spagna parteciparono molti fascisti convinti.
    Ecco, appunto. E la Chiesa li elogiò in maniera particolare e li premiò per questa benemerita azione.
    Pensa che Mussolini, a guerra civile conclusa, mandò tramite Galeazzo Ciano, a Toledo, una croce opera del Beato Angelico, molto bella. Ricevendola, il cardinale Goma y Tomas dichiarò: "Bacio questa Croce perché è il segno della fraternità spirituale dei due grandi popoli latini, Italia e Spagna, che sono grandi precisamente per aver posto la Croce a fondamento della loro grandezza, forma della loro vita, scopo delle loro gesta".

    Chiaroveggente perché l’Italia non era entrata in guerra. Poi il DVCE divenne scuroveggente, nonostante il Papa gli avesse scritto personalmente nel tentativo di distoglierlo dal precipitare l’Italia in guerra…
    E pensa che, nonostante Pio XII non condividesse la scelta di Mussolini di entrare in guerra, il Pontefice non evitava di riferirsi a Mussolini nel 1943 (proprio quell'anno Mussolini venne tradito), definendolo "Eccellentissimo Capo del Governo".

    Non è servita all’”illustre Capo”, né ai 400.000 italiani crepati per colpa della dissennata scelta dell’”illustre”.
    Benedizione che veniva ripetuta anche durante il secondo conflitto mondiale, auspicando quanto segue: "Si degni l'Onnipotente benignamente guidare le sorti del popolo italiano e concedergli di veder presto spuntare l'aurora del giorno, in cui una pace di giustizia, di equità, di umanità e di onore dia ai figli e alle figlie d'Italia la certezza e il conforto di avere coi loro sacrifici servito all'avvento di un mondo più ordinato e tranquillo".

    L’Azione Cattolica formalmente doveva tenere un atteggiamento di deferenza e obbedienza nei confronti dell’autorità fascista, anche perché aveva provato sulla propria pelle cosa significava “irritare” il regime autoritario-totalitario. Sostanzialmente, avversava il fascismo sin dagli anni ’30, e col procedere della guerra preparava i quadri e i dirigenti per il post-fascismo, e forniva gli uomini alla resistenza cattolica…
    Lo avversò talmente che non pochi furono i membri dell'A.C.I. che morirono durante la guerra e si sacrificarono per il bene dell'Italia cattolica e fascista, in ossequio alle sue autorità legittime la cui potestà era, come tutte, di derivazione divina.

    Pacificamente…..dopo il fascismo nel 1931 mostrò tutta la propria violenza contro l’Azione Cattolica (basta rileggere i brani dell’enciclica “Non abbiamo bisogno” che ho riportato nel mio precedente messaggio); per questo in seguito la Chiesa cercò sempre di addivenire a composizioni con il regime anche per evitare il ripetersi di tali violenze contro i fedeli cattolici.
    Pacificamente perché l'Azione Cattolica, da quel momento in poi, salvo qualche episodio, venne riammessa e reintegrata e poté prosperare liberamente. I dissensi si riacutizzarono nel 1938, a causa di un imprudente cambiamento interno alla struttura dell'Azione Cattolica. L'accordo Starace-Vignoli segnò una tregua nel nuovo conflitto che stava per risorgere e placò la tentazione del Papa di arrivare alla scomunica per dissuadere Mussolini da una rottura. Ciò nonostante, alcuni problemi, nonostante la tregua, rimasero, come evidenzia anche il discorso di Pio XI. La riforma dell'Azione Cattolica e una nuova sottomissione della stessa alle diocesi fece cessare i problemi che erano emersi.

    Ma cosa stai dicendo? Tu quel discorso sembri non averlo nemmeno letto!
    Come già evidenziato sopra, Pio XII nel condannare il totalitarismo (e pure l’autoritarismo) non fa alcun riferimento alla Chiesa, all’alticlericalismo, all’anticristianesimo o in qualsivoglia maniera alla religione.
    Può solo venire il dubbio se Pio XII condannasse il fascismo sotto la categoria dell’autoritarismo, o sotto quella del totalitarismo…
    Certo che il tuo Beato preferito, nel suo discorso alla GMG di Roma, è stato proprio geniale nel riferirsi ai giovani ai quali si insegnava a odiare….

    E tu mi sa che non hai letto attentamente cosa diceva Pio XII dell'Italia Fascista e di Benito Mussolini:

    "Ma in singolar modo Ci sentiamo mossi dall'animo Nostro a far palese l'intima Nostra gratitudine per i segni di riverente omaggio pervenutiCi da sovrani, da capi di stato e da pubbliche autorità di quelle nazioni, con le quali la Santa Sede si trova in amichevoli rapporti. E a particolare letizia si eleva il Nostro cuore nel potere, in questa prima enciclica indirizzata a tutto il popolo cristiano sparso nel mondo, porre in tal novero la diletta Italia, fecondo giardino della fede piantata dai prìncipi degli apostoli, la quale, mercè la provvidenziale opera dei Patti Lateranensi, occupa ora un posto d'onore tra gli stati ufficialmente rappresentati presso la sede apostolica. Da quei Patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la «pace di Cristo restituita all'Italia»; pace, per il cui sereno cielo supplichiamo il Signore che pervada, avvivi, dilati e corrobori fortemente e profondamente l'anima del popolo italiano, a Noi tanto vicino, in mezzo al quale respiriamo il medesimo alito di vita, invocando e augurandoci che questo popolo, così caro ai Nostri predecessori e a Noi, fedele alle sue gloriose tradizioni cattoliche, senta sempre più nell'alta protezione divina la verità delle parole del Salmista: «Beato il popolo, che per suo Dio ha il Signore» (Sal 143,15). Questa auspicata nuova situazione giuridica e spirituale, che quell'opera, destinata a lasciare una impronta indelebile nella storia, ha creato e suggellato per l'Italia e per tutto l'Orbe cattolico, non Ci apparve mai così grandiosa e unificatrice, come quando dall'eccelsa loggia della Basilica Vaticana Noi aprimmo e levammo per la prima volta le Nostre braccia e la Nostra mano benedicente su Roma, sede del papato e Nostra amatissima città natale, sull'Italia riconciliata con la chiesa, e sui popoli del mondo intero" (Summi Pontificatus, 1939).

    "L'Italia invece, pur sempre vigile e forte, sotto la augusta e saggia mano del Suo Re Imperatore, e per la chiaroveggente guida dei suoi Governanti, posa pacifica nel vivere civile, nella concordia degli spiriti, nel culto delle lettere, delle scienze e delle arti, nelle opere dei campi e delle industrie, nelle vie del cielo e dei mari, nei solenni riti della religione cattolica" (Discorso in occasione della visita dei sovrani d’Italia, 21 dicembre 1939).

    "Scaviamo in fondo alla coscienza della società moderna, ricerchiamo la radice del male: dove essa alligna? Senza dubbio anche qui non vogliamo tacere la lode dovuta alla saggezza di quei Governanti, che o sempre favorirono o vollero e seppero rimettere in onore, con vantaggio del popolo, i valori della civiltà cristiana nei felici rapporti fra Chiesa e Stato, nella tutela della santità del matrimonio, nella educazione religiosa della gioventù" (Radiomessaggio natalizio 1941).

    "Vogliate pertanto rendervi interprete dei Nostri intimi e paterni sentimenti verso il vostro Augusto Sovrano, la intera Famiglia Reale, e l'Eccellentissimo Capo del Governo, insieme col Nostro fervido voto delle più abbondanti benedizioni del Cielo, da voi implorate. Si degni l'Onnipotente benignamente guidare le sorti del popolo italiano e concedergli di veder presto spuntare l'aurora del giorno, in cui una pace di giustizia, di equità, di umanità e di onore dia ai figli e alle figlie d'Italia la certezza e il conforto di avere coi loro sacrifici servito all'avvento di un mondo più ordinato e tranquillo" (Discorso al nuovo ambasciatore italiano, 1 marzo 1943).


    Benito Mussolini proclamò nel dicembre del 1942, in un discorso tenuto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni: “Non si vince la guerra senza odiare il nemico, senza odiarlo la mattina prima di alzarsi e la sera prima di andare a dormire, odiarlo cioè tutte le ore del giorno e della notte, e fare di quest’odio l’ultima essenza di noi stessi”.
    L’odio come l’ultima essenza di noi stessi….il fascismo come l’ultima essenza del satanismo!

    "Se si tengono presenti la personalità di Mussolini e l'umoralità di certe sue reazioni [...] Più che di odio, ci pare si debba parlare di una sorta di delusione per l'incomprensione che - a suo avviso - Londra aveva mostrato verso la sua situazione e i suoi veri propositi".

    R. De Felice "Mussolini l'alleato" p. 173.
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 20-03-12 alle 11:38
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  9. #29
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec Visualizza Messaggio
    Pio XII “segna un certo distacco dalla dottrina sull’origine del potere insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum” rileva don Antonio Acerbi, studioso specializzato in questo campo, nel suo saggio “Chiesa e democrazia” ed. Vita e pensiero. Acerbi cita esplicitamente il discorso alla Rota romana del 1945, e sottolinea che, con la riproposizione, da parte di Pio XII, della tesi che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo, “cadeva la pregiudiziale contraria, basata sul magistero di Leone XIII.” Leone XIII, tra l’altro, aveva assimilato la potestà dei reggitori alla potestà dei padri di famiglia, la quale appunto non ha origine né deriva dal consenso “democratico” della moglie e dei figli.
    Ripeto quanto già detto: semplificando molto, Leone XIII sceglie di accreditare la tesi della trasmissione diretta della potestà da Dio ai reggitori perché essa rafforza l’autorità dei reggitori, e corrispettivamente l’obbedienza dei sudditi. Perché allora Pio XII, più di mezzo secolo dopo, ripropone la tesi che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo? Perché nel frattempo si sono verificate due guerre mondiali, si sono potuti constatare gli effetti prodotti dal diffondersi delle autocrazie, degli autoritarismi e dei totalitarismi, cioè dei messianismi secolarizzati che, in forme diverse, hanno esaltato l’idolatria nei confronti dei reggitori, e la correlativa “obbedienza cieca, pronta e assoluta” dei sudditi, ed è quindi diventata evidente l’opportunità di manifestare il dovuto apprezzamento nei confronti della retta democrazia.
    Non sono affatto d'accordo con questa interpretazione, che non tiene minimamente conto del fatto che Pio XII proprio in quei discorsi e in quelle circostanze si richiamasse a Leone XIII e del fatto che quest'ultimo non si riferisse affatto a quale fosse il soggetto originario del potere civile. E' un'interpretazione che tende ad avallare una sorta di discontinuità nel Magistero dei Papi.

    La differenza c’è, su questo specifico tema, tra alcuni Padri e teologi da una parte, e san Tommaso e altri autorevoli teologi dall’altra. Come esistevano differenze tra teologi “labisti” e “sinelabisti”, che disputarono lecitamente riguardo alla immacolata concezione della Madonna, sino a quando il Magistero si pronunciò a discapito dei “labisti”(tra i quali vi era pure san Tommaso d’Aquino, il quale sosteneva che Maria fosse stata concepita nel peccato originale, e poi redenta). Non riesco a capire perché tu ti inquieti tanto riguardo a un tema molto meno importante, e non sancito dogmaticamente, quale quello del soggetto originario del potere civile.
    Non mi inquieto, ma molto semplicemente non rilevo questo discostamento, anzi, non mi sembra comprovato dai fatti.
    Diverso è invece se parlassimo dello sviluppo successivo al Magistero di Pio XII, che effettivamente vede una certa predilezione per la democrazia.
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 20-03-12 alle 10:08
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Scusate, sono costretto a correggermi:

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Basterebbe leggere con attenzione gli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la période de la Seconde Guerre Mondiale (disponibili su internet a questo indirizzo: Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale), soprattutto laddove la Santa Sede suggeriva alla Polonia di accettare le rivendicazioni tedesche - ritenute legittime - su Danzica.
    Se possibile, i moderatori correggano il post adeguatamente.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 
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