Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: L'ultima cena

  1. #1
    A raccattà i'cotone
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    2,904
     Likes dati
    17
     Like avuti
    444
    Mentioned
    33 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Post L'ultima cena

    Da oggi in questo 3d riporterò le mie impressioni, le mie idee, i miei commenti, con la stessa schiettezza e la medesima passione che avrei se si trattasse delle ultime mie parole proferite su questa terra.

    Eli, Eli, lama sabacthani?

    Credere che la prima cellula si sia formata per caso è come credere che un tornado, infuriando su un deposito di sfasciacarrozze, abbia messo insieme un boeing.

  2. #2
    A raccattà i'cotone
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    2,904
     Likes dati
    17
     Like avuti
    444
    Mentioned
    33 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: L'ultima cena

    No global in salsa austriaca



    Ho finito proprio oggi di leggere “Inflazione malattia primaria” di Andrea De Marchi, la seconda fatica targata Usemlab (www.usemlab.com), ed ho deciso di proporvene qua una piccola ma spero utile recensione.

    Trattasi di un testo abbastanza “abbordabile”, non un dotto trattato per economisti ma una sorta di introduzione all’economia austriaca per principianti...o quasi.
    Insomma, se le maggiori opere di Rothbard e Mises sono per voi come il Padre nostro, troverete poche novità nel testo di De marchi, che di quelle opere rappresenta, non me ne voglia l’autore, una copia per forza di cose sbiadita.

    Mises e Rothbard sono però particolarmente complessi per chi economista non è, e l’opera di De Marchi resta quindi meritoria, andando a coprire almeno in parte quel vuoto che ancora oggi si registra nelle librerie italiane alla voce “economia austriaca”: la recente crisi economica mondiale casca a pennello, e l'autore ci aiuta nella difficile impresa di districarci fra la marea di menzogne che ci attanagliano in questa buia epoca di statalismo selvaggio. Diffidate dalle imitazioni vendute a suon di copertine luccicanti, il cuore della Scuola Austriaca abita da queste parti.

    Una interessante ventata di novità il libro di De Marchi riesce ad apportarla comunque all’interno del panorama austriaco e del mondo dei free marketers in generale: la visione che traspare fra le righe di certi complessi fenomeni contemporanei, dalla globalizzazione al consumismo, ha infatti un qualcosa che potrebbe suonare sconvolgente agli occhi dei più.

    Il consumismo è qui visto come un prodotto di quella che De Marchi chiama sin dal titolo la malattia del secolo, l’Inflazionismo. I suoi fautori, nel tentativo di nascondere agli occhi di cittadini inebetiti le proprie malefatte, spingerebbero al massimo l’offerta di prodotti sul mercato muovendo così i prezzi verso il basso e mascherandone l’aumento dovuto all’incremento della massa monetaria. La pubblicità farebbe il resto, contribuendo giorno dopo giorno a inventare sempre nuovi bisogni per il soddisfacimento dei quali staremmo letteralmente bruciando tutti i nostri risparmi.

    E’ questa la visione di De Marchi, una visione che cozza con l’individualismo metodologico proprio degli austriaci (Loro, gli Inflazionisti, la Società…ma di chi parla l’autore?) e che sembra tristemente riporre poca fiducia nelle capacità degli individui, ma che ci aiuta a squarciare il velo di Maya che troppo spesso avvolge i loschi affari dei liberisti all’amatriciana, impegnati con una mano a mungere le mammelle della Microsoft di turno – collusi col potere come tutti gli altri - e con l’altra intenti invece a stringere la bacchetta per farci la lezione.

    L’impressione però è che De Marchi ecceda, e che finisca col gettare il bambino assieme all’acqua sporca: arrivare a difendere persino la scala mobile può starci nella battuta al bar, non in un testo che voglia presentarsi al pubblico seriamente.

    Anche la globalizzazione è vista come il fumo negli occhi dall’autore: non il magnifico avverarsi del sogno liberale di un unico grande mercato mondiale, bensì l’ennesimo trucco con cui gli Inflazionisti cercherebbero di tenere in piedi la baracca, infischiandosene degli squilibri che andrebbero ad ingenerare nei paesi “colonizzati”.

    L'impressione che si ricava dal testo è che qualcuno potrebbe uscirne disorientato, anche perchè la connessione esistente fra banche centrali - spesso percepite come banche private - e Stato non salta fuori con immediatezza e sufficiente chiarezza,
    e magari qualcuno potrebbe farsi “traviare” da alcuni toni eccessivamnte "travaglieschi" lanciandosi in un “tutto il potere allo Stato!” che suonerebbe tanto come un requiem per noi libertari.

    Nonostante questo, il libro di De Marchi risulta particolarmente affascinante per la originale prospettiva offerta ai suoi lettori: se avete voglia di mettere in discussione principi che date oramai per scontati ed acquisiti, è De Marchi che deve farvi compagnia sotto l’ombrellone.
    Credere che la prima cellula si sia formata per caso è come credere che un tornado, infuriando su un deposito di sfasciacarrozze, abbia messo insieme un boeing.

  3. #3
    A raccattà i'cotone
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    2,904
     Likes dati
    17
     Like avuti
    444
    Mentioned
    33 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: L'ultima cena

    Flat tax, quando le tasse diventano...bellissime

    Di seguito il mio recente articolo, comparso su reportonline, relativo alla flat tax. Preciso che trattasi di un approccio "soft" con un sito che mi ha appena offerto una collaborazione e di cui devo ancora prendere le misure...ovviamente la flat tax sarebbe solo il male minore: le tasse, che siano piatte, al 70% o al 19% sono e restano sempre e comunque un FURTO.



    Parlare di flat tax in Italia è un pò come bestemmiare in pubblico: la progressività delle imposte è un mito duro da scalfire, e proporre un'aliquota unica per tutti fa gridare allo scandalo
    Chi guadagna di più sembra quasi meritarsi la punizione divina (dove Dio è ovviamente lo Stato), ed adagiarsi in una nicchia di mediocrità fiscalmente conveniente è opzione sempre più esercitata: perché dannarsi l'anima per poi vedersi derubare del 70% della ricchezza che produciamo?

    Ma se si analizzano le obiezioni mosse a questo sistema impositivo - nel quale ad ogni contribuente,che si tratti di una persona fisica o di un'azienda,viene applicata una sola aliquota d'imposta indipendentemente dal suo livello di reddito e dalla fonte di quest'ultimo - possiamo concludere abbastanza agevolmente che trattasi perlopiù di pregiudizi.

    Vi è innanzitutto chi si preoccupa delle entrate fiscali dello Stato che, si dice, sarebbero destinate a crollare: e poi chi li finanzia più i servizi? Ma ovunque nel mondo si siano tagliate in modo energico e concentrato nel tempo le aliquote ai più "ricchi" (le virgolette son d'obbligo, viste le mille possibili sfumature di una simile definizione) le entrate per le casse dell'Erario sono, ebbene si, aumentate.
    Evadere il fisco diventa infatti meno conveniente dinanzi ad una tassazione "soft", e pagar tasse, a dispetto di noi libertari che ne vorremmo comunque e ad ogni costo l'abolizione, diventa davvero una cosa, se non bellissima, quantomeno accettabile.

    Il contributo delle fasce più agiate della popolazione alle entrate fiscali finisce così col lievitare, mentre contestualmente diminuisce quello delle fasce più deboli. E' successo questo negli Usa di Reagan, in Svizzera, nei paesi dell'ex URSS oggi membri dell'Unione Europea, in Irlanda, ad Honk Kong…ovunque.

    Gli italiani però, si dice con solerte faciloneria, sono diversi: date loro un dito, e vi prenderanno anche il braccio! Ma anche laddove l'evasione fiscale era fenomeno addirittura più diffuso di quanto non lo sia nel nostro paese, ovvero in Russia, il risultato è sempre stato il medesimo: più entrate, meno tasse per i meno abbienti, maggiore contribuzione dei "ricchi".

    Chi si scaglia contro la flat tax dimentica poi che viviamo in un mondo globalizzato: piaccia o meno, oggi capitali e cervelli si muovono con un clic, ed è facile immaginare verso quali lidi si dirigano. I paesi caratterizzati da un fisco feroce finiscono, prima o poi, col soccombere, e proprio l'Italia ne è un luminoso esempio. Eppure c'è chi si ostina a preferire il bastone alla carota pur di portare innanzi quella che sembra più una battaglia ideologica che altro.

    Chi si preoccupa della progressività delle imposte dimentica inoltre di badare al sistema nel suo complesso, piuttosto che a singole fattispecie. Per usare le parole del dalemiano Rossi, «il principio di progressività affermato dalla Costituzione non lo si ritrova solo nelle aliquote ma nell’intero complesso delle entrate e delle uscite del bilancio dello Stato [...] Nella dottrina economica non c' è nessuno che, dal punto di vista teorico, collega le aliquote alla progressività.
    La sinistra italiana non ha mai compreso bene che la progressività deve essere una proprietà del sistema di entrate e di uscite. In altre parole si può avere, come è adesso, una imposta personale molto progressiva cui si affianca una struttura della spesa molto regressiva. Il risultato finale è che si trasferiscono soldi ai ricchi».

    La flat tax dà vita infine ad un sistema fiscale estremamente semplificato, che rende difficile per la classe politica utilizzare la tassazione al fine di manipolare le nostre vite. Quante volte ci siamo sentiti con l'acqua alla gola e il fucile puntato alla tempia, sommersi com'eravamo dalla carta straccia dell'agenzia delle entrate, disorientati fra i mille articoli e commi della legislazione tributaria?
    Tante, troppe volte.
    Trattasi del migliore sistema a disposizione degli sgherri statali in divisa grigia per controllarci e tenerci a bada, impauriti, docilmente asserviti, spiati in ogni ambito della nostra esistenza, derubati, umiliati, come quando ci fan credere di essere liberi perché possiamo scegliere la destinazione di un insignificante 5 per mille e possiamo cambiare padrone ogni cinque anni…è la democrazia, bellezza!

    Soprattutto in un periodo di depressione economica come l'attuale, una riforma fiscale che introducesse anche nel nostro paese una flat tax sarebbe più che mai di vitale importanza, per ridar fiato a imprese e consumatori. La strada intrapresa sembra però, come al solito, quella opposta, con lo Stato impegnato in salvataggi e aiuti ad imprese in difficoltà che peseranno ovviamente sulle tasche dei soliti noti…statalismo selvaggio, il Male del secolo!
    Credere che la prima cellula si sia formata per caso è come credere che un tornado, infuriando su un deposito di sfasciacarrozze, abbia messo insieme un boeing.

  4. #4
    A raccattà i'cotone
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    2,904
     Likes dati
    17
     Like avuti
    444
    Mentioned
    33 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: L'ultima cena

    Contro la guerra, per il libero mercato

    Mi inserisco nell'amabile dibattito su guerra e affini che si sta svolgendo in un altro 3d, con questa mia piccola ma spero interessante riflessione a margine.



    Negli ultimi anni, specie nel nostro paese, si è affermata la strana idea che libero mercato e guerra vadano in qualche modo d'accordo. Il tutto nasce, come accade spesso, da un'interpretazione alquanto bizzarra della realtà: gli Usa sono (o forse è meglio dire erano) la patria del liberismo, gli Usa muovono guerra al mondo intero, quindi il liberismo implica la guerra, è questo il demenziale "ragionamento" che ci viene propinato a ogni piè sospinto da chi, falce e martello alla mano, di vittime innocenti dovrebbe saperne qualcosa sul serio.

    Il ritornello però, ed è questo il dramma, sembra convincere anche molti fra coloro che si dichiarano liberali ad ogni occasione, ma poi son pronti a chiudere entrambi gli occhi dinanzi al Bush di turno e alle sue bombe "intelligenti". Per difendere i valori dell'Occidente, ivi compreso il free-market, ecco che bombardare civili inermi sembra diventare quasi indispensabile, e chi la pensa diversamente non osa metter fuori il naso per paura di alienarsi le simpatie di quei pochi che comunque riescono a dissertare di capitalismo senza avere Marx come punto di riferimento.

    Spesso inoltre prevale l'idea che la guerra serva da stimolo all'economia: dall'industria bellica alla ricostruzione, passando per il business delle risorse energetiche site sui territori dei paesi coinvolti, sono molti i motivi che parrebbero dover spingere i liberisti - sempre animalescamente volti, secondo la vulgata corrente, al profitto ad ogni costo- verso simili imprese. Parrebbero, perchè in realtà la guerra - se proprio vogliamo ignorarne i costi in termini di vite umane e libertà - altro non fa che "rompere una finestra", per dirla alla Bastiat, distraendo risorse preziose da altri settori. "Fermi lì! - avrebbe ammonito il liberale francese - La vostra teoria è limitata a ciò che si vede; non tiene conto di ciò che non si vede. Non si vede che, poiché il nostro commerciante - a cui per l'appunto un ragazzino aveva rotto una finestra - ha speso sei franchi per una cosa - ossia per ripararla - non può spenderli per altro. Non si vede che se non avesse avuto una finestra da riparare, forse avrebbe sostituito le sue vecchie scarpe, o aggiunto un altro libro alla sua biblioteca. In breve, avrebbe impiegato i suoi sei franchi in qualche modo, che questo incidente ha impedito". Altro che stimolo all'economia, la guerra è linfa vitale per lo Stato, che di violenza ed esproprio si nutre quotidianamente, in un continuo vilipendio dei diritti naturali dell'uomo alla vita, alla libertà e alla proprietà, e che l'economia deprime, come appare chiaro nel bel mezzo di questa crisi economica figlia del più bieco interventismo.

    Sia chiaro, l'uso della forza è legittimo se lo scopo perseguito è meramente difensivo. Ma quando i soggetti coinvolti sono due o più Stati, dal momento che - citando il padre del libertarismo Rothbard - "gli stati esistono e si mantengono in vita con l'aggressione ai danni dei loro sudditi e con l'invasione del loro territorio, e poichè le guerre fra stati portano al massacro di civili innocenti, tali guerre sono sempre ingiuste - anche se alcune possono essere più ingiuste di altre".

    Lo Stato insomma nasce sempre da conquiste, confische ed usurpazioni, motivo per cui, prosegue Rothbard, "se Smith malmena o rapina Jones, Smith è considerato un aggressore della persona o della proprietà della sua vittima. Ma se Graustark invade Belgravia, non è assolutamente possibile chiamare anche tale azione un'"aggressione"; per il libertario, nessuno stato può legittimamente rivendicare il diritto alla proprietà o alla sovranità di un determinato territorio", proprio perchè tali diritti di proprietà sono illegittimi in quanto derivanti da aggressioni e violenze.

    Quella cui assistiamo è insomma una becera degenerazione della tradizione liberale e libertaria, che nulla ha a che spartire coi sordi e sciocchi "falchetti" di quest'oggi, una tradizione che negli Usa del 1936 portò alla presentazione del seguente emendamento costituzionale, purtroppo poi finito nel dimenticatoio:

    1 E' proibito lo spostamento dei membri delle forze armate di terra al di fuori dei confini continentali degli USA e della zona del Canale di Panama per qualsiasi motivo

    2 Alle flotte della marina degli USA e ad altri corpi del servizio armato è proibito allontanarsi oltre 500 miglia dalle coste,per qualsiasi motivo,eccezion fatta per operazioni di soccorso

    3 Ai velivoli dell'esercito,della marina,e del corpo dei marines è vietato volare,per qualsiasi ragione,oltre 750 miglia dalla costa degli USA.

    Sono in sostanza gli intenti del candidato repubblicano alle ultime presidenziali Ron Paul. Sono gli intenti che dovrebbero animare qualsiasi liberale degno di questo nome.
    Credere che la prima cellula si sia formata per caso è come credere che un tornado, infuriando su un deposito di sfasciacarrozze, abbia messo insieme un boeing.

  5. #5
    Iscritto
    Data Registrazione
    06 May 2009
    Messaggi
    44
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: L'ultima cena

    Bellissimo.

  6. #6
    A raccattà i'cotone
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    2,904
     Likes dati
    17
     Like avuti
    444
    Mentioned
    33 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: L'ultima cena

    Dialettanti allo sbaraglio



    I dialetti sono e restano al centro del dibattito di questa estate infuocata, un po’ per la classica carenza di argomenti tipica del periodo, un po’ perché la lingua è parte di noi, del nostro modo di essere e sentire, e quindi è normale che gli animi si surriscaldino quando se ne comincia a discutere. A tener banco è la proposta della Lega Nord di rendere obbligatorio nelle scuole l’insegnamento del dialetto a fianco di quello della lingua italiana, con l’intento di tutelare i nostri valori e le nostre tradizioni.

    La proposta, devo essere sincero, mi lascia decisamente perplesso. No, non fraintendetemi, non sono il classico sostenitore a priori dell’unità d’Italia, dell’Italia una e indivisibile ed altre terribili amenità, propinateci ogni giorno in tutti i campi, quello linguistico compreso. Trovo anzi che siano folli le idee di chi, in nome di un tricolore insanguinato, pretende di calpestare i diritti altrui costringendo milioni di individui ad una convivenza forzata, e quantomeno ingenui coloro che a sostegno di certe idee si schierano spesso senza nemmeno pensarci granchè, così, perché Cannavaro è forte e pure la maestra diceva che Garibaldi è un eroe, e se lo diceva lei deve pur esserci un fondo di verità.

    No; sono un secessionista convinto, talmente convinto da spingermi ad immaginare una secessione individuale: figuratevi se mi spaventano lo spezzatino linguistico ed il dialetto! Dialetto, già…ma qual è il dialetto che dovrebbe essere insegnato, che so, in Toscana? Io, originario di ‘olle Var d’Ersa, mastio per esempio un dialetto dimorto strano: un terribile micse fra colligiano, certardino, poggibonsese e senese, un idioma legao ai luoghi in cui ho vissuo, alle persone che ho freuentao…alla mi’ vita, pe’ dillo ‘o una parola sola. Qual è il dialetto che dovrei studiare? Il senese? O i’ fiorentino? O forse, oimmena, il pisano, o meglio ancora, boia dé, il livornese? O forse, per l’appunto, uno dei tanti mix possibili ed immaginabili fra questi? Qual è questo fantomatico dialetto toscano che le maestre dovrebbero insegnare a me e a mio figlio? Il bello della lingua è che nasce spontaneamente fra la gente, per la strada o davanti ad un pc, senza bisogno ke nessun professorone ci faccia la lezione o ke qualke politicante cialtrone si prenda la briga di indicarci la via per decreto. La lingua, il dialetto, sono un esempio da manuale di come la collaborazione spontanea fra individui lasciati liberi di interagire tra loro sia in grado di condurre a risultati eccezionali, un mirabile esempio di come, in sostanza, il libero mercato non abbia bisogno di un’autorità centrale che impartisca ordini a destra e manca per produrre risultati di spessore. La lingua, la moneta, il web, sono tutti “mondi” splendidamente anarchici e proprio per questo meravigliosamente funzionanti, efficienti ed imperituri.

    I tentativi di imporre dall’alto una lingua sono sempre miseramente falliti, ultimo e forse più eclatante il caso del tragicomico esperanto, che qualcuno continua a proporre nell’ indifferenza generale. C’è stato forse bisogno di Borghezio perché l’inglese divenisse la “lingua universale”?

    Il tentativo della Lega Nord appare decisamente misero: non si recuperano la lingua, gli usi e le tradizioni smarrite a suon di obblighi impartiti tramite la scuola pubblica, bensì facendo cultura alternativa a quella proposta dalla scuola pubblica stessa, che è scuola statale e quindi statalista e centralista per definizione, intrinsecamente poco adatta ad un’operazione del genere. Erigere il dialetto a materia scolastica significherebbe decretarne la fine una volta per tutte: avete presente l’italiano che si insegna e si impara alle elementari nel XXI secolo? E’ ad un apprendimento di quel tipo e di quella qualità che si mira? Non è certo attraverso la scuola di Stato, ça va sans dire, che si può sperare di mettere in discussione… lo Stato assieme ai suoi caratteri fondanti.

    Certo, fare cultura, specie se “alternativa”, è difficile, richiede tempo, denaro e fatica, ed è decisamente meno redditizio in termini di visibilità elettorale, tant’è che gli unici leghisti che ci han provato – vedi ad esempio il mitico professor Miglio – sono stati regolarmente fatti fuori. Ma è quella l’unica soluzione sensata se si vuole imboccare davvero la strada che ci conduca finalmente a quelle che Murray Rothbard chiamava “nazioni per consenso”: ognuno non è ciò che altri hanno scritto, ma è ciò che ritiene di essere.

    Fare cultura significa tentare di far capire ai nostri ragazzi, con pubblicazioni, convegni e quant’altro, che l’unità d’Italia e l’italiano non sono un mantra intoccabile, e che parlare in dialetto non è indice di provincialismo, ma uno splendido e pacifico modo di “fare società”. Riusciranno i nostri eroi in camicia verde a capirlo? Il dubbio è che, se anche capissero, la prospettiva di una poltrona romana ottenuta a suon di proclami padani rimarrebbe assai più allettante di uno stuolo di ragazzini finalmente restituiti alla libertà.

    LINK
    Credere che la prima cellula si sia formata per caso è come credere che un tornado, infuriando su un deposito di sfasciacarrozze, abbia messo insieme un boeing.

 

 

Discussioni Simili

  1. L'ultima cena
    Di Marximiliano nel forum Fondoscala
    Risposte: 21
    Ultimo Messaggio: 09-04-13, 14:10
  2. La vostra 'ultima cena'
    Di Atlantideo nel forum Il Seggio Elettorale
    Risposte: 42
    Ultimo Messaggio: 09-01-11, 20:23
  3. L'ultima cena
    Di [Assalto] nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 05-02-08, 02:09
  4. Ultima cena?...nessun mistero.
    Di tnt74 nel forum Esoterismo e Tradizione
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 02-02-08, 19:46
  5. L'ultima cena di Gesù
    Di Thomas Aquinas nel forum Cattolici
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 18-02-05, 21:09

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito