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    Predefinito Comunicato sugli arresti del 10 Giugno.

    02/07/2009: COMUNICATO SUGLI ARRESTI DEL 10 GIUGNO



    Il 10 giugno scorso, intorno alle quattro del pomeriggio, sono venuti a prendere sei compagni milanesi. Alcuni erano al lavoro. Altri erano in casa. Oppure ci sono stati portati con l’inganno da false telefonate, che avvertivano di strane perdite d’acqua. Tutti, comunque, sono stati fermati dalla Digos con passamontagna e armi in pugno, davanti agli occhi increduli di colleghi, amici e vicini. Ad alcuni hanno addirittura sfondato la porta di casa, con un clamore immotivato. E hanno sequestrato telefoni, computer – personali e di lavoro – agende e altri effetti personali.
    Di qui, si è poi proceduto con le varie perquisizioni: dalle abitazioni ai luoghi di lavoro, dalla casa dei genitori fino alla casa di villeggiatura, messa letteralmente a soqquadro durante ore di ricerche con cani e metal-detector. I colleghi dei fermati, sul posto di lavoro, sono stati identificati dagli agenti senza troppe spiegazioni. Dalle abitazioni di ognuno – e dalle loro automobili – sono stati portati via volantini, manifesti, riviste, film, libri insospettabili e poesie. Anche le bollette della luce e del gas, sono state oggetto di interesse. Addirittura, lettere manoscritte indirizzate ai propri figli: tutto, incredibilmente, sotto sequestro.
    Dopo le interminabili perquisizioni, la questura. Dove ai fermati è stato fatto intendere, da agenti sempre incappucciati e poco inclini all’eufemismo, che di ognuno conoscevano a memoria anche la più piccola conversazione, spostamento o telefonata degli ultimi anni. Ogni fermato ha infatti ricevuto un trattamento psicologico “personalizzato”, studiato su debolezze e informazioni acquisite durante mesi di ascolti e pedinamenti. Alcuni sono stati trattati dagli agenti con distacco, lasciati per ore in stanza da soli, in attesa di chissà cosa. Altri sono stati oggetto della simpatia e del macabro senso dell’umorismo dei Digos, dichiaratisi “compagni” e comunisti. Questi stessi agenti, mossi da un irrefrenabile desiderio di comunicare, si sono sapientemente lasciati andare a considerazioni sulla vita privata dei fermati. Anche su quella più intima.
    Interessanti, poi, le opinioni sui dibattiti politici e sui documenti scritti dai compagni, che i Digos avevano seguito con evidente partecipazione. Alcuni agenti, sempre schermati dal passamontagna, hanno suggerito ai fermati di guardarsi intorno con “più attenzione”, all’interno dei centri sociali e dei luoghi di confronto abituali: “la prossima volta, in XXX, ti faccio l’occhiolino, così forse mi riconosci”, hanno sussurrato a un compagno.
    Tutti i fermati sono stati rilasciati fra la mezzanotte e la mattina del giorno dopo. Risultato: due di loro sono ufficialmente indagati per i reati previsti dall’articolo 270 bis, ovvero associazione con finalità di eversione e terrorismo, costituita in banda armata e operante – così specifica l’avviso di garanzia – “secondo le modalità proprie delle Brigate Rosse”. Le posizioni degli altri quattro, risultano invece “da approfondire”, anche se nei fatti sono coinvolti quanto gli altri.
    Cosa è accaduto? Semplicemente, è scattata l’ennesima, puntuale, strumentale stretta repressiva. Oltre ai fermi di Milano, tra Roma, Sassari e Genova sono stati arrestati sei compagni: il tutto, nell’ambito di una maxi-operazione “anti-terrorismo” partita dalla Procura della Repubblica di Roma, scattata dopo due anni di indagini condotte dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti e dal sostituto, Erminio Amelio. I reati contestati, a seconda delle posizioni, sono di associazione per delinquere finalizzata al terrorismo, banda armata e detenzione di armi. Sempre, naturalmente, sulla scia delle Brigate Rosse. Che addirittura – questo il teorema dei pm – rischiavano di essere “rifondate” dagli arrestati, come provato dalle intercettazioni e dalle dinamiche degli appuntamenti e degli incontri.

    “Te l’aspettavi?”, ha chiesto la Digos ad uno dei compagni fermati a Milano. Il compagno ha risposto: “no”. Subito dopo, però, ha aggiunto: “anche se sono un comunista. E i comunisti queste cose dovrebbero sempre aspettarsele”.
    Vero. Proprio da qui, infatti, devono partire le nostre considerazioni politiche.
    Anzitutto, la molla della maxi-operazione non è certo scattata in un momento qualsiasi. Gli arresti e i fermi – con tutto il fragore mediatico di “veline” e conferenze stampa lanciate da questure e procura – sono partiti il giorno stesso in cui i giurati del processo “Operazione Tramonto” entravano in camera di consiglio. Mentre giornali e televisioni, con la solita servitù intellettuale, celebravano l’arresto di sei pericolosi terroristi e il fermo di brigatisti di seconda generazione, a Milano si stava decidendo della sorte di diciassette compagni. Di questi, quattordici – guarda caso – a distanza di appena due giorni hanno ricevuto una sentenza di condanna in primo grado, fino a quindici anni di carcere. Siamo noi ad essere maliziosi, oppure è stato creato, con gli arresti del 10 giugno, il terreno necessario a far scivolare dolcemente condanne così dure? E non solo le condanne. Perché – come sottolineano i familiari e tutta la rete di solidarietà strettasi intorno ai condannati – allo Stato non basta rapinare i comunisti di quindici anni di libertà. Bisogna isolarli. Allontanarli dagli affetti. Magari inviandoli in Calabria, dall’altra parte del Paese. E poi, bisogna rendere gli altri detenuti impermeabili ad ogni contagio “rivoluzionario”. Creando delle sezioni “speciali” in cui suddividere e sigillare i condannati per terrorismo ed eversione. Un inasprimento delle condizioni detentive che gli arresti del 10 giugno servono ad avallare e suggellare, secondo la logica emergenziale, punitiva e preventiva propria dello Stato borghese.
    Finito un processo, quindi, ne inizia un altro. Ed inizia ad un mese esatto dal G8 de L’Aquila. Il collegamento al summit non lo stiamo ipotizzando noi, ma gli stessi magistrati. Che contestano agli arrestati, fra le altre cose, di aver preparato un attentato dimostrativo proprio contro il G8 che, all’epoca delle intercettazioni, avrebbe dovuto svolgersi nell’isola della Maddalena, in Sardegna. L’obbiettivo è di intimidire e spaccare al tempo stesso il movimento, a trenta giorni dalle manifestazioni che si svolgeranno in Abruzzo. Il messaggio è chiaro: se vogliamo, quando vogliamo, possiamo venirvi a prendere e rovinare quel che ci riesce di rovinare. Il 10 giugno, infatti, l’operazione è scattata in pieno orario di lavoro. Gli arresti e i fermi sono stati effettuati in modo immotivatamente teatrale. Perché? Per mettere in pericolo i posti di ognuno. Magari non vi arrestiamo, ma quantomeno vi ritrovate disoccupati. Purtroppo, in alcuni casi ci sono riusciti.
    Inoltre, la Digos ha tentato – come consueto – di seminare sospetti e diffidenza tra le varie componenti del movimento: “la sera prima di ogni manifestazione, in questura si beve e si mangia assieme ai vostri leader”, hanno “confidato” gli agenti ai fermati. Come dire: non c’è manifesto o slogan che passi senza prima essere stato concordato con noi. Questa la consistenza attuale del movimento, vista con gli occhi della repressione. E proprio in quest’alveo a conflittualità “controllata”, deve essere ricondotta ogni frangia del movimento: soprattutto le più refrattarie – nella pratica – ad ogni possibilità di compromesso.
    Infine, l’operazione è servita anche da monito ad un certo modo di interpretare la storia del movimento e della lotta armata. In un Paese – l’Italia – in cui di lotta armata non si può parlare se non definendola “terrorismo”; in cui chi si azzarda a raccontare con onestà intellettuale la storia del movimento operaio viene boicottato e censurato; in cui nemmeno per fiction si può ipotizzare una lettura dello scontro di classe se non attraverso la lente della borghesia vincitrice, beh: in questo Paese, un libro come “La fuga in avanti”, scritto da uno dei fermati di Milano, non è altro che un’anomalia. Da occultare o, qualora ne risulti impossibile l’occultamento, da colpire senza indugio. Gli anni Settanta li può raccontare solo Mario Calabresi, insieme a tutti gli altri giornalisti e storici con la patente di legittimità rilasciata dalle istituzioni. Chi stava dall’altra parte, deve tacere. O, al massimo, parlare per chiedere scusa. Per questo “La fuga in avanti” non ha ricevuto altra pubblicità se non quella dell’11 giugno scorso, quando i principali quotidiani nazionali lo utilizzavano per parlare solo di eversione.

    Ora. Dopo aver letto le nostre considerazioni, i più diranno: beh, non c’è niente di nuovo. Infatti: niente di nuovo. Quanto avvenuto è l’ennesima riconferma dei meccanismi con cui marcia la repressione. Dei gangli poliziesco-giudiziari all’interno dei quali tenta, da sempre, di incastrare e arrestare il movimento rivoluzionario. Con la collaborazione di stampa e tv. E dentro la brodaglia – indispensabile – di ignoranza e assoluta mancanza di consapevolezza in cui gran parte del proletariato galleggia. Perché il fatto che queste “maxi-operazioni” e queste sentenze politiche avvengano nel compiacimento, o – nel migliore dei casi – nell’indifferenza generale, è indicativo della quantità di passi indietro che sono stati fatti in questi anni. O di passi in avanti che bisogna fare, da oggi.
    Quindi, per prima cosa esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni arrestati il 10 giugno e ai condannati dalla sentenza di sabato 13. La stessa solidarietà che indirizziamo a tutti i detenuti – più e meno recenti – per reati associativi e politici. Fra questi, vogliamo ricordare in particolare gli arabi tacciati di “terrorismo” che vengono arrestati e incriminati – oggi – con le stesse modalità con cui – da sempre – lo Stato borghese arresta ed incrimina i comunisti.
    Poi, invitiamo tutti gli altri a non lasciarsi intimidire. A continuare nella lotta più e meglio di prima. Ricordando l’obiettivo – una società giusta, senza sfruttatori né sfruttati – e la dimensione che ogni singola esperienza di repressione vissuta, soprattutto oggi, assume al suo confronto.

    SOLIDARIETA’ A TUTTI I COMPAGNI COLPITI DALLA REPRESSIONE

    Collettivo San Siro

    da lombardia.indymedia.org/node/19614

    http://www.autprol.org/

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Comunicato sugli arresti del 10 Giugno.

    02/07/2009: OPERAZIONE STENTERELLO: CARABINIERI IN AZIONE A GAVINANA



    Nella notte tra il 30 giugno e il 1 luglio nel quartiere di Gavinana a Firenze sud i Carabinieri hanno svolto un'operazione militare nei confronti di due compagni del CPA, uno dei quali di origine basca.
    Verso 00.30 i due compagni, che si erano avviati verso le macchine dopo una birra in un bar, sono stati bloccati da diversi uomini in borghese che li hanno immobilizzati, perquisiti e minacciati con pistole puntate alla testa: "SE SI MUOVE SPARAGLI" ...LA DICE LUNGA SUL CLIMA CHE SI RESPIRAVA. Subito dopo due volanti appostate poco distante sono sopraggiunte: da queste sono scesi due uomini armati di mitraglietta. I due compagni, uno dei quali ammanettato, sono stati condotti in caserma.
    Il compagno basco è stato trattenuto perchè ritenuto un militante di ETA in possesso di documenti falsi, mentre la ricerca di armi eseguita sulla persona e nei veicoli ha dato esito negativo. L'altro è stato rilasciato dopo circa tre ore, senza nessun verbale.
    La situazione si è risolta verso le 17.00 del giorno seguente dopo l'intervento di un avvocato e dopo accurati controlli sulle impronte digitali e prove salivari che hanno dimostrato l'estraneità del compagno ai fatti che gli venivano contestati ...in due parole SCAMBIO di PERSONA come attestano anche i verbali.
    Conosciamo bene la situazione che si vive nel Paese Basco: partiti, organizzazioni e associazioni giovanili della sinistra indipendentista vengono illegalizzate, radio e giornali chiusi e i prigionieri torturati quotidianamente.
    Il teorema del “todo es ETA” arriva a colpire i compagni baschi che anche fuori da Euskal Herria lottano per il proprio popolo contribuendo a iniziative di lotta e solidarietà.
    Quello che è accaduto non è casuale ma l'ennesimo tentativo di criminalizzare e isolare i legami internazionali di lotta che si sviluppano in Europa.
    La solidarietà è un'arma ed è il meccanismo che la repressione vorrebbe stroncare.
    Questo è il livello che ci viene imposto e a cui abbiamo il dovere di continuare a rispondere così in Euskal Herria come a Firenze e in Italia.
    Da parte nostra non siamo più disposti ad accettare intimidazioni, provocazioni e criminalizzazioni di questo genere.
    Non è possibile che una nottata di mitra, manette, minacce e reclusione nelle gabbie della caserma si risolva con un "ci scusi, arrivederci può andare", che non può e non deve passare sotto silenzio.
    Il goffo tentativo di cercare l'operazione da sbandierare sulle pagine dei giornali, su cui costruirsi ulteriori teoremi aggiungendo lustro alle loro divise, non ha portato questa volta i risultati sperati.
    Oggi infatti non si vedono le foto delle conferenze stampa con il ridicolo materiale sequestrato, magari falsificato come le molotov della Diaz di Genova, o le foto dei mostri da sbattere in prima pagina, accanto ai ghigni soddisfatti di qualche milite che avrà anche le congratulazioni delle istituzioni "democratiche" e del loro "papi". Non si vorrebbe far vedere però neanche lo schifo di questa notte, le conseguenze che poteva avere, di quanti ogni giorno sono costretti a subire questi soprusi ed, in alcuni casi, percosse e torture. Non importare evocare il Cile per ricordarselo, Bolzaneto insegna. Sottovalutare situazioni come queste legittima chi le compie a fare ulteriori passi avvanti con conseguenze facilmente immaginabili.
    Ora più che mai è necessario rafforzare la solidarietà con il Paese Basco e con tutti quei compagni indagati, sotto inchiesta e rinchiusi in carcere perchè nei loro percorsi di lotta e nella loro crescita politica hanno scelto di alzare la testa e provare a decidere per il proprio futuro.

    EUSKAL HERRIA NON CAMMINA DA SOLA!
    NOI NON SAREMO MAI SOLI!
    CONTRO LA REPRESSIONE NON UN PASSO INDIETRO!

    Centro Popolare Autogestito fi-sud
    EHL Firenze

    http://www.autprol.org/

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Comunicato sugli arresti del 10 Giugno.

    http://www.globalproject.info/it/in_...ta-Italia/1216

    L'operazione eseguita dalla Polizia su mandato della Procura di Torino


    Perquisizioni e mandati di arresto in tutta Italia

    ==================================================

    Da questa mattina la Polizia sta eseguendo numerosissime perquisizioni ai
    danni di attivisti, alcuni dei quali sono stati tradotti in stato
    d'arresto (in carcere ed ai domiciliari).

    L'inchiesta è coordinata dalla Procura di Torino ed afferisce alle
    dimostrazioni dell'Onda contro il G8 dell'Università.

    Ad ora sappiamo di due arresti a Padova, quattro a Bologna, 12 a Torino
    di cui 5 ai domiciliari, 1 ai danni di un napoletano avvenuto a L'Aquila
    durante l'iniziativa 3e32. Molte le perquisizioni, irruzione al Festival
    di Radio Sherwood ed al CS Askatasuna.

    A tutt* i/le compagn* va la solidarietà della nostra redazione e l'invito
    di contattarci per condividere informazioni ed aggiornamenti

    Tpo
    Via Casarini 17/4
    Info: tpo@mail.com

    Verso la Comunità Umana
    Muntzer il Sopravvissuto

  4. #4
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    Predefinito Solidarietà e libertà per mauro, paolo e i compagni arrestati e fermati

    Solidarietà e libertà per mauro, paolo e i compagni arrestati e fermati per gli scontri del g8 dell'università.

    Apprendiamo con preoccupazione dell'operazione repressiva che ha visto la scorsa mattina 21 fermi, tra cui 12 arresti,di compagni provenienti da varie parti dello stato italiano,coinvolti negli scontri dello scorso 19 Maggio a Torino in occasione delle mobilitazioni contro il cosiddetto G8 dell'università.
    Tra loro ci sono anche Mauro Aresu, attualmente in stato di arresto, e Paolo Meloni, compagni dei circoli degli emigrati sardi contro il G8 e il colonialismo che abbiamo avuto al nostro fianco in varie lotte in Sardinnya.
    Denunciamo fermamente la faziosità delle accuse, la responsabilità nei suddetti scontri delle forze dell'ordine capaci di rispondere solo con manganelli e lacrimogeni alle rivendicazioni e mobilitazioni studentesche per una istruzione pubblica, gratuita e di massa, e infine la strategia della tensione messa in pratica dallo stato italiano che a distanza di 2 mesi e a pochi giorni prima del G8 all'Aquila, mettono in atto questa campagna di repressione e criminalizzazione del dissenso politico globale.
    Esprimiamo pertanto solidarietà e vicinanza a Mauro e Paolo , e con loro a i circoli degli immigrati sardi controil G8 e il colonialismo e a tutte le vittime di questa ennesima operazione di repressione poliziesca dello stato italiano.

    Unidadi de sa giuventudi indipendentista sarda
    Unidade de sa giuventude indipendentista sarda

    Casteddu, 06/07/09



    giassu: www.giuventudi.org - www.giuventude.org
    cuntatu: giuventudi@giuventude.org
    Our revenge will be the laughter of our children
    Robert Gerard "Bobby" Sands

 

 

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