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    Predefinito La filosofia hegeliana tra idealismo e materialismo

    La filosofia hegeliana tra idealismo e materialismo


    Die theoretische Arbeit, überzeuge ich mich täglich mehr, bringt mehr zustande in der Welt als die praktische; ist erst das Reich der Vorstellung revolutioniert, so hält die Wirklichkeit nicht aus.

    (lettera di Hegel a Niethammer, 28.X.1808 – Briefe von und an Hegel, a cura di Johannes Hoffmeister, Hamburg: Felix Meiner Verlag, 1952 – vol. I, 253)

    Il lavoro teorico, me ne convinco ogni giorno di piu’, produce nel mondo di piu’ di quello pratico; non appena il regno della rappresentazione e’ rivoluzionato, la realta’ effettuale non regge piu’ (traduzione italiana in: Hegel, Epistolario, a cura di Paolo Manganaro, Napoli: Guida Editori, 1983 – vol. I, 375)
    Nel suo libro sulla brevissima esperienza giornalistica di Hegel a Bamberga, Wilhelm Raimund Beyer si sofferma ampiamente sulla citazione sopra riportata, tratta da una delle ultime lettere che il filosofo di Stoccarda scrisse al suo amico Niethammer dalla cittadina della Franconia settentrionale (Zwischen Phänomenologie und Logik, Frankfurt a. M.: G. Schulte-Bulmke Verlag, 1955). La considera come una delle sintesi meglio riuscite dell'intera filosofia hegeliana, un'espressione felice e ben trovata. D'accordo con lui, una lunghissima schiera di studiosi continua a fare riferimento a queste poche righe, servendosene di solito come ottima frase di chiusura a dotte - e spesso lunghe e convolute - dissertazioni sul rapporto idealismo/realismo in Hegel. L'ultimo in ordine di tempo (o piuttosto di mia lettura), Otto Pöggeler (Hegels Kritik der Romantik, München: Wilhelm Fink Verlag, 1998).

    Ed effettivamente, lo stile certo non lineare ed il piu' delle volte opaco ed oscuro di Hegel sembra aver trovato - nell'occasione informale costituita dalla stesura di una cordialissima lettera ad un amico e protettore - una leggerezza quasi sorprendente. E, grazie ad essa, ci ha lasciato una testimonianza inestimabile: un'interpretazione "autentica" del suo pensiero che ci accompagnera', quale chiave di lettura indispensabile, attraverso i testi piu' difficili, scritti cioe' in un registro linguistico meno accessibile.
    Il contesto dell'affermazione hegeliana - gia' lo abbiamo brevemente accennato - e' quello informale di una lettera a Niethammer. Si tratta di uno scritto carico di riconoscenza e di entusiasmo da parte di Hegel, che ha ricevuto dall'amico la conferma del suo [di Hegel] incarico quale rettore dell' Aegydiumgymnasium di Norimberga, incarico procuratogli dallo stesso Niethammer. Hegel, oltre a ringraziare implicitamente Niethammer per il prezioso interessamento, manifesta da subito alcune idee sulla sua futura attivita'. In questa cornice, egli inserisce la famosa riflessione sull'importanza del "lavoro teorico"; la lettera prosegue poi su un tono ancor piu' familiare: richiamandosi scherzosamente al lavoro pratico, Hegel loda la sensibilita' della moglie di Niethammer in termini di arredamento domestico, ricordando la sfacchinata che lo aspetta nel cercare di mettere su casa nella citta' in cui dovra' trasferirsi.
    La lettura del testo hegeliano puo' a prima vista incoraggiare il luogo comune di tanta deteriore letteratura marxista sull'inguaribile "idealismo" del filosofo di Stoccarda.
    Ma si tratterebbe di una interpretazione riduttiva. In realta' le poche righe citate contengono in nuce una chiara anticipazione della tesi gramsciana dell'egemonia, mettendo giustamente l'accento sul ruolo indispensabile della "presa di coscienza" per l'avvio e l'inevitabile concretizzazione del cambiamento sociale rivoluzionario.

    Nessun cambiamento nella struttura della morta positivita' della realta' esistente sarebbe possibile senza una "rivoluzione" nella maniera di rappresentarsi tale realta' col pensiero. L'analisi storica puo' essere utilizzata per comprovare quanto affarmato da Hegel.

    Ad esempio: l'istituto della schiavitu' ereditato dal Mondo Antico e' scomparso man mano che nel corso dei secoli l'essere umano ha compreso che il concetto di umanita' in quanto tale include in se stesso la nozione di liberta'. La schiavitu' - che per ragioni di natura socio-economica o politiche continua a persistere nella realta' positiva - nel "regno della rappresentazione" che ogni uomo, per cultura ed educazione, si fa della realta' in cui vive, la schiavitu' si manifesta per cio' che e': un'insanabile contraddizione, che solo il mutamento rivoluzionario potra' spazzare via.

    Perche' cio' realmente avvenga, tuttavia, e' indispensabile che la maggior parte di coloro che partecipano a questo sistema socio-economico-culturale, nel ruolo di liberi ed anche in quello di schiavi, abbiano "rivoluzionato" il proprio modo di interpretare il reale, facendo si' propria la nozione di umanita' di cui prima si e' fatto cenno, ma non solo in maniera esterna, cosi' come si apprende a memoria un testo scolastico: bensi' acquisendo coscienza di se' (Selbstbewußtsein) in quanto uomini, partecipi del concetto di umanita' e pertanto necessariamente partecipi - soggettivamente ed oggettivamente - di quello di liberta'.
    In altri termini, nella mia rappresentazione della realta' avro' coscienza del fatto che solo se tutti gli altri uomini uomini saranno liberi, il concetto della mia stessa, personale umanita' sara' pienamente realizzato. Ed e' solo questa rappresentazione che assicurerebbe il successo dell'eventuale rivolta che dovesse scoppiare per liberare definitivamente coloro che sono schiavi.
    Un esempio storico concreto di quanto sopra descritto e' costituito dalla celebre rivolta di Spartaco, nella Roma antica: una rivolta che non poteva essere coronata dal successo, perche' l'obiettivo di Spartaco non era - e non poteva essere in quel periodo storico - l'abolizione dell'istituto della schiavitu' in quanto tale, in quanto insanabile contraddizione; bensi' la liberazione sua personale e del manipolo di schiavi che lo seguivano. Spartaco non contestava l'essere schiavo in se' e per se': contestava solo il suo particolare essere schiavo in quel determinato momento.

    La filosofia hegeliana diventa cosi' strumento al servizio del mutamento delle condizioni materiali della societa': del presunto "solipsismo panlogista", di cui Hegel e' stato piu' volte a torto accusato, rimane veramente ben poco.

    Se quest'accusa reggesse, peraltro, ci si dovrebbe chiedere come mai le dottrine cristiane reazionarie ed irrazionaliste (a cominciare da Kierkegaard e scendendo in basso fino a Rosmini) si siano a piu' riprese scagliata contro la filosofia hegeliana, da essa considerata la piu' grave forma di hybris antireligiosa che l'uomo abbia mai concepito. L'animosita' di questi bigotti contro il prometeismo hegeliano si giustifica solamente se esso viene interpretato per quello che realmente e': la formulazione piu' completa dell'unione dialettica fra teoria e prassi, Sein e Sollen, finito ed infinito; ed allo stesso tempo, corollario indispensabile, l'eliminazione di ogni orizzonte escatologico volgare, di ogni Aldila' o Terra Promessa.

    viva la comune

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: La filosofia hegeliana tra idealismo e materialismo

    Citazione Originariamente Scritto da Comunardo Visualizza Messaggio
    La filosofia hegeliana tra idealismo e materialismo


    Die theoretische Arbeit, überzeuge ich mich täglich mehr, bringt mehr zustande in der Welt als die praktische; ist erst das Reich der Vorstellung revolutioniert, so hält die Wirklichkeit nicht aus.

    (lettera di Hegel a Niethammer, 28.X.1808 – Briefe von und an Hegel, a cura di Johannes Hoffmeister, Hamburg: Felix Meiner Verlag, 1952 – vol. I, 253)

    Il lavoro teorico, me ne convinco ogni giorno di piu’, produce nel mondo di piu’ di quello pratico; non appena il regno della rappresentazione e’ rivoluzionato, la realta’ effettuale non regge piu’ (traduzione italiana in: Hegel, Epistolario, a cura di Paolo Manganaro, Napoli: Guida Editori, 1983 – vol. I, 375)
    Nel suo libro sulla brevissima esperienza giornalistica di Hegel a Bamberga, Wilhelm Raimund Beyer si sofferma ampiamente sulla citazione sopra riportata, tratta da una delle ultime lettere che il filosofo di Stoccarda scrisse al suo amico Niethammer dalla cittadina della Franconia settentrionale (Zwischen Phänomenologie und Logik, Frankfurt a. M.: G. Schulte-Bulmke Verlag, 1955). La considera come una delle sintesi meglio riuscite dell'intera filosofia hegeliana, un'espressione felice e ben trovata. D'accordo con lui, una lunghissima schiera di studiosi continua a fare riferimento a queste poche righe, servendosene di solito come ottima frase di chiusura a dotte - e spesso lunghe e convolute - dissertazioni sul rapporto idealismo/realismo in Hegel. L'ultimo in ordine di tempo (o piuttosto di mia lettura), Otto Pöggeler (Hegels Kritik der Romantik, München: Wilhelm Fink Verlag, 1998).

    Ed effettivamente, lo stile certo non lineare ed il piu' delle volte opaco ed oscuro di Hegel sembra aver trovato - nell'occasione informale costituita dalla stesura di una cordialissima lettera ad un amico e protettore - una leggerezza quasi sorprendente. E, grazie ad essa, ci ha lasciato una testimonianza inestimabile: un'interpretazione "autentica" del suo pensiero che ci accompagnera', quale chiave di lettura indispensabile, attraverso i testi piu' difficili, scritti cioe' in un registro linguistico meno accessibile.
    Il contesto dell'affermazione hegeliana - gia' lo abbiamo brevemente accennato - e' quello informale di una lettera a Niethammer. Si tratta di uno scritto carico di riconoscenza e di entusiasmo da parte di Hegel, che ha ricevuto dall'amico la conferma del suo [di Hegel] incarico quale rettore dell' Aegydiumgymnasium di Norimberga, incarico procuratogli dallo stesso Niethammer. Hegel, oltre a ringraziare implicitamente Niethammer per il prezioso interessamento, manifesta da subito alcune idee sulla sua futura attivita'. In questa cornice, egli inserisce la famosa riflessione sull'importanza del "lavoro teorico"; la lettera prosegue poi su un tono ancor piu' familiare: richiamandosi scherzosamente al lavoro pratico, Hegel loda la sensibilita' della moglie di Niethammer in termini di arredamento domestico, ricordando la sfacchinata che lo aspetta nel cercare di mettere su casa nella citta' in cui dovra' trasferirsi.
    La lettura del testo hegeliano puo' a prima vista incoraggiare il luogo comune di tanta deteriore letteratura marxista sull'inguaribile "idealismo" del filosofo di Stoccarda.
    Ma si tratterebbe di una interpretazione riduttiva. In realta' le poche righe citate contengono in nuce una chiara anticipazione della tesi gramsciana dell'egemonia, mettendo giustamente l'accento sul ruolo indispensabile della "presa di coscienza" per l'avvio e l'inevitabile concretizzazione del cambiamento sociale rivoluzionario.

    Nessun cambiamento nella struttura della morta positivita' della realta' esistente sarebbe possibile senza una "rivoluzione" nella maniera di rappresentarsi tale realta' col pensiero. L'analisi storica puo' essere utilizzata per comprovare quanto affarmato da Hegel.

    Ad esempio: l'istituto della schiavitu' ereditato dal Mondo Antico e' scomparso man mano che nel corso dei secoli l'essere umano ha compreso che il concetto di umanita' in quanto tale include in se stesso la nozione di liberta'. La schiavitu' - che per ragioni di natura socio-economica o politiche continua a persistere nella realta' positiva - nel "regno della rappresentazione" che ogni uomo, per cultura ed educazione, si fa della realta' in cui vive, la schiavitu' si manifesta per cio' che e': un'insanabile contraddizione, che solo il mutamento rivoluzionario potra' spazzare via.

    Perche' cio' realmente avvenga, tuttavia, e' indispensabile che la maggior parte di coloro che partecipano a questo sistema socio-economico-culturale, nel ruolo di liberi ed anche in quello di schiavi, abbiano "rivoluzionato" il proprio modo di interpretare il reale, facendo si' propria la nozione di umanita' di cui prima si e' fatto cenno, ma non solo in maniera esterna, cosi' come si apprende a memoria un testo scolastico: bensi' acquisendo coscienza di se' (Selbstbewußtsein) in quanto uomini, partecipi del concetto di umanita' e pertanto necessariamente partecipi - soggettivamente ed oggettivamente - di quello di liberta'.
    In altri termini, nella mia rappresentazione della realta' avro' coscienza del fatto che solo se tutti gli altri uomini uomini saranno liberi, il concetto della mia stessa, personale umanita' sara' pienamente realizzato. Ed e' solo questa rappresentazione che assicurerebbe il successo dell'eventuale rivolta che dovesse scoppiare per liberare definitivamente coloro che sono schiavi.
    Un esempio storico concreto di quanto sopra descritto e' costituito dalla celebre rivolta di Spartaco, nella Roma antica: una rivolta che non poteva essere coronata dal successo, perche' l'obiettivo di Spartaco non era - e non poteva essere in quel periodo storico - l'abolizione dell'istituto della schiavitu' in quanto tale, in quanto insanabile contraddizione; bensi' la liberazione sua personale e del manipolo di schiavi che lo seguivano. Spartaco non contestava l'essere schiavo in se' e per se': contestava solo il suo particolare essere schiavo in quel determinato momento.

    La filosofia hegeliana diventa cosi' strumento al servizio del mutamento delle condizioni materiali della societa': del presunto "solipsismo panlogista", di cui Hegel e' stato piu' volte a torto accusato, rimane veramente ben poco.

    Se quest'accusa reggesse, peraltro, ci si dovrebbe chiedere come mai le dottrine cristiane reazionarie ed irrazionaliste (a cominciare da Kierkegaard e scendendo in basso fino a Rosmini) si siano a piu' riprese scagliata contro la filosofia hegeliana, da essa considerata la piu' grave forma di hybris antireligiosa che l'uomo abbia mai concepito. L'animosita' di questi bigotti contro il prometeismo hegeliano si giustifica solamente se esso viene interpretato per quello che realmente e': la formulazione piu' completa dell'unione dialettica fra teoria e prassi, Sein e Sollen, finito ed infinito; ed allo stesso tempo, corollario indispensabile, l'eliminazione di ogni orizzonte escatologico volgare, di ogni Aldila' o Terra Promessa.

    viva la comune

    Molto interessante. Non sono di certo un gran conoscitore di Hegel, ma soprattutto grazie agli scritti di Preve mi ci sono avvicinato e vi ho tratto alcuni spunti molto importanti.
    Non condivido la riduzione a "bigotti" dei cosiddetti pensatori irrazionalisti cristiani quali Kirkegaard (è una riduzione ideologica che non fa giustizia di un pensiero che si può non condividere affatto, ma non si può incastonare nella facile categoria di "bigottismo").

 

 

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