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Discussione: Alberto De Stefani

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    Predefinito Alberto De Stefani

    DE STEFANI, Alberto

    di Franco Marcoaldi

    DE STEFANI, Alberto. - Nato il 6 ott. 1879 a Verona da Pietro e da Carolina Zamboni, studiò presso la scuola superiore di commercio a Ca' Foscari a Venezia e nella facoltà giuridica dell'università di Padova, dove si laureò nel 1903 con una importante tesi, poi pubblicata (Verona 1903), sulla Teoria del commercio internazionale. Malgrado pressanti inviti a restare nell'ambito universitario, preferì anteporre una lunga esperienza di viaggio in Germania e Inghilterra. Al ritorno (1905) si stabilì a Vicenza, dove insegnò nel locale istituto tecnico entrando in contatto con A. Fogazzaro e con il gruppo di giovani intellettuali attorno a lui raccoltisi: F. Sacchi, S. Darchini, G. Malvezzi, R. Piccoli. Nella città veneta conobbe pure F. Lampertico il cui pensiero, assieme a quello di G. Toniolo, lo condizionò per lungo tempo sino a quando egli non si avvicinò, per sposarne completamente le teorie, a M. Pantaleoni e V. Pareto.

    Sull'economista vicentino scrisse un saggio - ancora, malgrado le forzature e le enfatizzazioni, tra i più esaustivi -, Gliscritti economici di F. Lampertico (Vicenza 1907), nel quale, assieme ad un altro scritto dell'anno successivo, Gliscritti monetari di F. Ferrara e A. Messedaglia (Padova 1908), ne veniva messa a raffronto l'opera con quella della scuola liberista tradizionale, e più precisamente con quella del Ferrara, la cui filiazione culturale non fu peraltro mai dal D. rinnegata. Dal saggio è chiaramente desumibile la simpatia verso il Lampertico, del quale erano sottolineate la particolare concretezza operativa, la rara avvedutezza politica, e la tempestività nel rilevare i mutamenti intervenuti nel sistema economico-sociale a partire dalla stessa concezione dello Stato, visto non più quale istituzione esterna all'ordine economico - come era per la tradizionale scuola liberista - ma di questo parte integrante.

    Nel 1914 si avvicinò alla politica collaborando al periodico vicentino L'Intesa liberale, poi confluito ne L'Azione di A. Caroncini e P. Arcari, giornale del nazionalismo dissidente, e da questa esperienza emersero per il D. motivi di un particolare approccio al pensiero e al movimento nazionalista. Questa esperienza è anche un punto di partenza per poter valutare i motivi originari della sua lunga polemica contro lo statalismo integristico e protezionistico di Alfredo Rocco, e per poter cogliere come la sua adesione al nazionalismo in realtà non andasse più in là di una generica simpatia per gli originari contenuti etici della versione corradiniana, non a caso la sola a richiamarsi, a differenza di Rocco, a precedenti ascendenze moschiane e paretiane.

    Prese parte alla guerra mondiale combattendo sul fronte del Cadore come tenente e poi capitano. Finito il conflitto si ributtò a capofitto nella ricerca, e nel 1920 uscì un suo discusso e apprezzato pamphlet, Decadenza demografica e decadenza economica (Roma 1920), un netto atto d'accusa contro la scuola statistica padovana, Gini in testa, e la teoria demografica dell'evoluzione che aveva in Gobineau, e nel suo assunto di stretta correlazione tra espansione demografica e accrescimento della ricchezza nazionale, il suo primario punto di riferimento.

    Dell'anno successivo è lo studio Dinamica patrimoniale nell'odierna economia capitalistica (Roma-Padova 1921), in cui venivano analizzati i nessi esistenti tra la concentrazione e l'accumulazione della ricchezza, nell'intento di studiare la variazione di accrescimento del patrimonio in rapporto alla sua rilevanza, e che perveniva alla conclusione che la velocità di accrescimento della ricchezza successoria è massima dove prevalgono patrimoni successori di entità media.

    Sempre nello stesso anno il D. entrò nella politica militante, aderendo al movimento fascista e partecipando alle azioni squadriste di Fiume, Genova, Trento. Presentatosi alle elezioni politiche nel collegio elettorale Verona-Vicenza, risultò l'unico eletto in tutto il territorio nazionale di una lista esclusivamente fascista, finendo per assurgere in tempi rapidissimi a figura di primissimo piano del nuovo partito, e assumendone il ruolo di economista ufficiale dopo aver scalzato personalità certo meno forti della sua quali quelle di E. Rocca e A. Lanzillo. Gli articoli economici di sapore neomanchesteriano che proprio in quella veste venne poi scrivendo sul Popolod'Italia rivestirono un ruolo tutt'altro che secondario per l'apertura di una breccia nel muro di diffidenza che il demagogismo "follaiolo" del fascismo della prima ora aveva visto erigere contro di sé da parte del mondo industriale.

    Le posizioni del D. trovarono una prima organica formulazione nella relazione tenuta nell'ottobre del 1922 al convegno fascista di Napoli.

    In perfetta sintonia con l'analisi svolta dal suo maestro M. Pantaleoni, che tanta parte avrebbe dovuto svolgere nell'elaborazione della politica economica attuata dal D. nella sua gestione ministeriale, individuò la ragione prima della grave crisi economica del dopoguerra nel manifesto squilibrio tra mezzi di produzione e popolazione, determinato dalla crescente espansione demografica e dal corrispettivo rallentamento dell'incremento del capitale disponibile in dipendenza dagli eventi bellici e dalla successiva, dissennata, politica pansindacale. Ne discendeva l'esigenza della attuazione di una politica dichiaratamente produttivista tesa in primo luogo a garantire l'incremento della resa oraria ancora inferiore ai livelli prebellici. Più in generale, assumendo il sistema economico come sistema sorretto da leggi "naturali", si richiedeva allo Stato di scrollare di dosso ai "fattori produttivi" tutti quei vincoli che ne menomassero il loro "normale" funzionamento, individuando pertanto nel sindacato il primo soggetto sociale distruttore di ricchezza, arrogantesi per di più il diritto di considerarsi variabile indipendente di un sistema sociale di cui finiva in tal modo per impedire lo sviluppo armonico e preordinato.

    Compito del fascismo sarebbe stato quello di opporsi ad ogni tentativo di rimettere in moto, tanto peggio se dall'interno dello stesso fascismo, una medesima logica rivendicazionista non sottomessa rigidamente alle inderogabili esigenze nazionali e produttiviste. Questa fu la linea su cui il D. impostò la sua politica ministeriale quando, al momento della costituzione del primo governo Mussolini, venne chiamato a dirigere il dicastero delle Finanze (cui si sarebbe aggiunto il Tesoro, una volta morto nel dicembre dello stesso anno il suo originario titolare, il popolare V. Tangorra). Il D., portavoce del fascismo tecnocratico, uomo di punta della ala modernizzatrice della nuova classe di governo, mosso da concretezza operativa e da pragmatismo politico, divenne in breve una personalità di assoluta rilevanza nel mondo politico italiano non solo perché si accentravano nelle sue mani tutte le leve della politica economica, ma anche perché il suo industrialismo produttivista e il suo conservatorismo dinamico ne fecero la testa di ponte del fascismo verso la cultura liberale, alle cui fila appartenevano difatti i collaboratori più prestigiosi del D. al ministero (U. Ricci, P. Jannaccone, M. Pantaleoni, ecc.).

    Tre i punti fondamentali della politica destefaniana: raggiungimento del pareggio del bilancio (da perseguire attraverso tagli drastici sulla spesa pubblica, la ristrutturazione della pubblica amministrazione, l'abolizione di molte imposte del periodo di guerra, e l'introduzione di nuove imposte dirette che andassero a colpire i redditi più deboli allargando in tal modo la base di contribuzione); contenimento della dinamica salariale e accorta riapertura dei canali di credito; ripresa di un liberismo doganale controllato. La praticabilità di questo progetto era fondata sulla dinamicità di due fattori: la domanda di beni di investimento e lo sviluppo del settore delle esportazioni, il tutto garantito da un incremento della produttività media oraria superiore alla contemporanea crescita salariale con conseguente aumento della quota profitti. Il che certo non si sarebbe dato se, ad una fase di particolare dinamismo nel mercato mondiale e ad una iniziale favorevole collocazione del cambio, non fossero intervenute in appoggio le "possibilità" offerte dalle maglie legislative che il neonato Stato autoritario andava costituendo: e innanzitutto la assoluta elasticità del mercato del lavoro e una politica monetaria e di bilancio favorevole alle posizioni di profitto. Ma se fino a tutto il 1924 questo disegno dimostrò una dinamicità poi irripetuta per tutto il periodo fascista, purtuttavia esso comportava vincoli e percorsi molto rigidi che a lungo andare non potevano vedere consenzienti né larghi settori industriali e di proprietà terriera, né lo stesso Mussolini. Così, contro la politica di liberismo doganale si sollevarono subito i grandi proprietari terrieri e gli industriali del settore pesante, mentre al contrario la logica dei salvataggi bancari e industriali, tanto frequente in quello scorcio storico, non trovò alcun consenso nel D., che pure in un primo tempo vi si adeguò (sulla politica dei salvataggi e in particolare sulla vicenda del Banco di Roma, si veda il suo bilioso ma stimolante Baraonda bancaria, Roma 1960).

    Ma vi furono anche ragioni più squisitamente politiche (i tratti sempre più nettamente autoritari del regime, sino alla svolta impressa dal delitto Matteotti) che influenzarono negativamente il suo rapporto con Mussolini, al punto da indurlo a rassegnare per ben tre volte le dimissioni nel corso del mandato ministeriale. Beninteso, la sua battaglia non era certo tesa a preservare la democrazia come bene in sé; egli si schierava semmai, anticipando in questo posizioni che altri (si pensi a G. Bottai) faranno proprie in termini più organici nel corso degli anni Trenta, a favore di una democrazia "limitata" e "controllata" i cui margini non lievi di libera critica andavano assicurati proprio in quanto fattori di organicità e rafforzamento della unità statale.

    Si aggiunsero inoltre le difficoltà monetarie intervenute nel 1925 che chiamavano ad una direzione politica più salda e unitaria, priva di quelle sfasature e di quei contrasti sempre più manifesti all'interno della compagine governativa. Sia sul fronte dei prezzi, sin lì stabili e ora in rapida ascesa, sia su quello del deficit della bilancia dei pagamenti (aggravato dal pessimo raccolto del 1924 e dalle riduzioni delle rimesse degli emigrati) sia infine su quello del cambio, molteplici erano i motivi che facevano addensare ombre spesse e pesanti sulla politica economica del ministro delle Finanze e del Tesoro. Così, quando nella primavera del 1925, di fronte ad un rialzo dei valori azionari assolutamente sproporzionato, si intrapresero misure deflattive eccessivamente drastiche e affrettate che portarono da una tendenza rialzista artificiosa ad un altrettanto pericoloso crollo verticale del corso dei titoli, il D., su esplicito invito della Confindustria, venne allontanato; non senza aver lasciato, in articulo mortis, la prima bozza di un progetto legislativo di decisiva importanza: quello della unificazione dell'istituto di emissione di moneta.

    Si era conclusa così una precisa fase storica contrassegnata da una politica di neoliberismo autoritario che si fondava su una attrezzatura teorica nettamente distinta da quella ormai ossificata del liberismo accademico, e che ancorava la sua visione da un lato alla sola categoria della produzione, dall'altra all'intervento dello Stato quale fattore politico di modernizzazione. In questo contesto, l'avvento di uno Stato autoritario a superamento dello Stato agnostico liberale era stato salutato con favore proprio perché garante dello svuotamento dell'affollarsi delle domande dei diversi gruppi sociali e della loro possibilità di esprimersi sotto forme di fatto politiche, dell'annullamento delle crescenti rigidità nello sviluppo (sindacati e monopoli), e del ritorno al naturale meccanismo della concorrenza, garanzia indiscussa per il pieno sviluppo delle forze produttive ora paralizzate dai vincoli e dai parassitismi propri dell'"economia collettivista".

    Non si concludeva però, come invece qualcuno ha scritto, la partecipazione del D. alla vita pubblica, anche se gli anni immediatamente successivi alla sua destituzione non lo videro impegnato in attività direttamente politiche. Infatti, dopo aver insegnato nelle università di Ferrara, Padova e Venezia (dove a Ca' Foscari aveva vinto la cattedra di economia politica già di Ferrara, Pantaleoni, Martello), proprio nell'ottobre del 1925 egli coronava la sua attività accademica con la nomina a preside della neonata facoltà di scienze politiche di Roma. E furono il suo eclettismo e la sua indubbia apertura culturale a garantire per un lungo periodo all'interno della facoltà romana una non irrilevante libertà di ricerca. Altrettanto intensa fu la produzione scientifica dell'istituto di economia. Vennero curate le pubblicazioni delle opere di Pantaleoni, Ferrara e Barone. Il periodico dell'istituto, la Rivista italiana di statistica, economia e finanza, nata nel 1929 per iniziativa di F. Vinci con un programma di ricerca prevalentemente statistico, rappresentò subito un punto di raccolta importante per forze intellettuali giovani e vivaci. Dal 1931 poi ne venne ampliato progressivamente il campo di attività assumendo il nome di Rivista italiana di scienze economiche, diretta collegialmente dal D., F. Vinci e L. Amoroso. Nel frattempo il D. veniva nominato membro dell'Accademia d'Italia (1932), diventandone vicepresidente nel 1939, mentre nel 1935 era entrato a far parte anche dell'Accademia dei Lincei, poi sciolta. Fu inoltre direttore di sezione della Enciclopedia Italiana.

    A partire dal 1926 fu soprattutto una nuova attività a tenerlo impegnato, quella di notista economico del Corriere della sera, dove era stato chiamato dalla proprietà che aveva individuato in lui l'uomo più adatto a prendere il posto di L. Einaudi per assicurare continuità alla linea politico-culturale del giornale.

    La massa di articoli pubblicati nel corso del decennio di collaborazione (1926-36) fu vastissima e venne raccolta, assieme ad altri scritti e discorsi, in undici volumi apparsi tra il 1927 e il 1938: Vie maestre (Milano 1927), Colpi di vaglio (ibid. 1928), L'oro e l'aratro (ibid. 1929), Il Paese e lo Stato (ibid. 1930), La deflazione finanziaria nel mondo (ibid. 1931), L'illusione creditizia (ibid. 1932), La resa del liberalismo economico (ibid. 1933), Eventi economici (Bologna 1934), L'ordine economico nazionale (ibid. 1935), Garanzie di potenza (ibid. 1936), Commenti e discorsi (ibid. 1938).

    Ai vari direttori che si succedettero in quegli anni (Ojetti, Maffii, Borelli) il D. procurò parecchi fastidi e quando, caso tutt'altro che raro, i suoi articoli non furono censurati, fece sentire con veemenza la sua voce non sempre allineata alle posizioni ufficiali: dalla politica monetaria effettuata nel 1931 dopo la svalutazione della sterlina alla guerra d'Etiopia, da "quota 90" alle forme di applicazione della legge di bonifica integrale. Questione quest'ultima, che lo vide diretto protagonista. Dopo essere stato, infatti, a partire dal 1926 presidente dell'Associazione nazionale fra i Consorzi di bonifica e irrigazione, associazione sciolta per sua stessa iniziativa al momento dell'attuazione della legge di bonifica, nel dicembre del 1928, in occasione del suo ultimo discorso parlamentare, fu relatore della futura "legge fondamentale del regime".

    E proprio in questa occasione il suo liberismo intransigente subiva la prima grave scossa, propendendo egli in questo ambito per una politica di stretta integrazione tra attività privata e statale sino a prevedere i casi in cui l'iniziativa privata cessava di essere una facoltà e diveniva obbligatoria pena l'esproprio da parte dello Stato (L'oro e l'aratro, p. 231). Col che egli finiva per mettere in discussione uno dei "postulati" fondamentali dell'economia classica, quello dell'identità naturale tra interessi individuali e collettivi, anteponendo ora l'interesse della collettività a quello del singolo operatore economico. Ma questo non era che il momento d'avvio di una più profonda revisione teorica che la politica di rivalutazione prima, lo sconquasso della grande crisi poi e in mezzo la svolta corporativa avrebbero accelerato in lui come più in generale in una generazione intera di economisti.

    Momento centrale di questo ripensamento fu la relazione tenuta con L. Amoroso al Convegno internazionale per la cooperazione intellettuale (Lo Stato e la vita economica, Milano, 23 maggio 1932, in La resa del liberalismo economico). Vi si trova, è vero, un nuovo attacco contro il fordismo e la politica degli alti salari ("farneticazione predicata e attuata dal supercapitalismo nordamericano") a testimonianza di un incorreggibile provincialismo, ma nel contempo anche l'esposizione articolata e puntuale della fase di rapidissima e irreversibile trasformazione del sistema produttivo, contrassegnata principalmente dall'emergere di "grandi formazioni monopolistiche" che rendevano ormai improponibile l'idea di un "capitalismo fatto di numerose volontà autonome".

    Pur riconoscendo ancora la naturalità dell'economia liberista, essa era da considerarsi irreversibilmente superata dagli eventi intervenuti; e se il sistema economico vigente era fondato artificialmente, purtuttavia era quella la realtà con cui confrontarsi. La libera concorrenza era niente più che una chimera. Ora era lo Stato ad assumere una posizione di crescente centralità poiché solo esso poteva assicurare una visione sintetica, unitaria ed armoniosa dello sviluppo in grado di contrastare lo strapotere dei grandi gruppi monopolistici.

    Nel D. degli anni Trenta si assiste insomma ad una marcata autocritica per la passata adesione al liberalismo, ma non per questo si può parlare di messa al bando dell'iniziativa privata o tanto meno di adesione ad una astratta terza via socializzatrice. Altro era attaccare quanti restavano nostalgicamente aggrappati al passato (ricadute da cui egli stesso non era immune ogni qualvolta riaffermava i valori dell'economia mutualistica e familiare), alla ricerca di un mondo scomparso. Ciò che al contrario si richiedeva, egli affermava, era la formulazione di un piano, prodotto da un comando politico centralizzato capace di esercitare quella forza coercitiva che sola avrebbe garantito la collettività dall'azione altrimenti anarchica dei grandi centri di potere economico. Ma il concetto di piano in lui così ricorrente tra gli anni Trenta e Quaranta non è assolutamente assimilabile a quello di gestione diretta e generalizzata dello sviluppo economico da parte dello Stato attraverso una qualche forma di programmazione, né tanto meno preludeva ad una massiccia nazionalizzazione industriale. Per il D. l'esigenza dell'approntamento di una Planwirtschaft restava un richiamo ideologico fermo alle soglie dell'economia per restare tutto racchiuso dentro alla dimensione ora da lui privilegiata, quella della politica. Piano stava quindi per piano politico dello Stato, inteso, quest'ultimo, non come entità regolatrice dello sviluppo, ma come forza mediatrice tra le diverse parti sociali, sintesi unitaria di queste e collettore delle diverse istanze. Pertanto a fronte della fallimentare pretesa di neutralismo etico-religioso e giuridico dello Stato liberale, la prima peculiarità del sistema corporativo sarebbe stata proprio di natura politico-statuale. Esso solo, infatti, avrebbe potuto assicurare la formazione di un piano indicativo della produzione e dei consumi, esplicitato appieno in regime autarchico, la cui superiorità era facilmente rintracciabile nella sua capacità di risolvere il problema di più difficile soluzione per le società industrializzate: quello dell'attivizzazione massima della forza lavoro.

    Sono questi i temi, in piena battaglia per l'espansione demografica, del saggio dagli orecchiamenti keynesiani Per il migliore impiego della potenza di lavoro del popolo italiano (1939), raccolta di scritti apparsi prima su La Stampa e poi in volume (Bologna 1939).

    In esso si riconfermava la natura dell'intervento dello Stato che non si caratterizzava né per una politica di lavori pubblici né per una non meglio specificata assunzione dell'inversione di priorita tra disponibilità finanziarie e lavoro. "È la disponibilità del lavoro che deve determinare i piani di produzione e non viceversa" (Lamobilitazione integrale del lavoro e le pubbliche entrate, in Per il migliore impiego). Ora, malgrado gli espliciti richiami al Keynes (peraltro subito dopo rinnegati), sintetizzabili in sostanza nell'intuizione della inversione della relazione risparmi-investimenti (da cui del resto non discendeva poi alcuna pratica e organica proposta), il D. in realtà non andava più in là di un keynesismo tutto ideologico. Non v'era difatti alcun richiamo alla necessità d'incremento dei livelli occupazionali attraverso una politica di sostegno della domanda effettiva (problema a suo giudizio marginale nel contesto più ampio dell'"impiego ottimale del potenziale di lavoro"), alcun riconoscimento della disoccupazione quale fenomeno patologico, endogeno e organico dello sviluppo (riaffermando anzi il D. la "naturalità" di questo fenomeno e sottolineando al contempo l'elemento di volontarietà del singolo disoccupato sino a sostenere che l'esigenza di un miglior uso del potenziale di lavoro non era incompatibile con un certo tasso di disoccupazione, appunto naturale), né infine alcuna reale disponibilità a prendere in considerazione una politica di alti salari e di deficit spending programmato.

    Il fatto è che mentre in Keynes si attua, a partire dalla grande crisi, il tentativo più organico e maturo di riformulazione di un nuovo paradigma scientifico a superamento dell'economia liberale classica, qui, al di là delle roboanti e rivoluzionarie affermazioni di facciata, si marciava in direzione assolutamente opposta, tendendo, attraverso uno scivolamento dei problemi economici nella sfera della politica prima e dell'etica poi, di rioperare un ritorno alla presunta naturalità economica.

    Ed è proprio quanto il D. si impegnò a fare, recuperando a tal fine consistenti spezzoni della tradizione tonioliana del cattolicesimo sociale, superandone però le venature antindustriali delle origini, con lo scritto del 1941 Confidenze e convinzioni in cui non si nascondeva l'esplicito tentativo di fornire una risposta sia alla crisi dell'Economics liberista che a quella dello Stato fascista. I motivi di insoddisfazione verso il regime erano di lunga data, e da tempo la sua ortodossia fascista era stata messa in discussione. Già il suo rientro in Gran Consiglio (1932) era stato operato contro lo stesso volere di Mussolini. Nel 1935 poiegli si era schierato a favore dell'accettazione del piano Laval-Hoare per la risoluzione del conflitto etiopico, e nel 1938aveva apertamente avversato la politica razziale. Ma il motivo di un nuovo, più grave contrasto si era determinato nel 1937 quando il D. fu chiamato da Chiang Kai-shek, su indicazione del suo amico H. Schacht, alla ristrutturazione dell'apparato amministrativo e finanziario della Cina proprio in coincidenza con il conflitto cino-giapponese (sull'esperienza cinese, Commenti e discorsi, cit., pp. 219-64). Se infatti al momento della sua partenza l'atteggiamento del governo italiano verso la Cina era ancora di benevola simpatia, proprio nel corso della sua permanenza in Oriente le posizioni mutarono radicalmente a favore del Giappone, ponendo il D., all'oscuro di tutto, in una posizione di grande difficoltà essendosi egli nel frattempo impegnato con il generalissimo a farsi latore presso Mussolini dell'invito rivolto all'Italia di svolgere assieme all'Inghilterra la funzione di mediatrice nel conflitto.

    Si aggiunga infine la poca simpatia del D. verso la politica dell'Asse (pur essendo egli un grande estimatore dei risultati raggiunti dalla politica economica nazista), e si capirà bene in quale scenario si collocasse Confidenze e convinzioni. Il saggio, uscito prima autonomamente e poi come prefazione al libro Sopravvivenze e programmi (Roma 1942), suscitò soprattutto negli ambienti cattolici vivissimo apprezzamento. Nel partito fascista invece, ben comprendendosi per tempo la sua pericolosità (un sunto venne letto a Radio Londra e salutato quale primo importante sintomo di incrinatura interna al regime), si reagì subito duramente e fu lo stesso Mussolini a ordinarne il ritiro dalla circolazione e a proporre al segretario del partito un deferimento disciplinare per il De Stefani.

    Nello scritto si sosteneva l'avvenuta affermazione nella società italiana di una cultura materialistica ed edonista che aveva costretto lo Stato a semplice ordine giuridico con conseguente amplificazione della potestà amministrativa. Di fronte allo strapotere della burocrazia, enfatizzato dal sistema corporativo, il fascismo dimostrava così di aver fallito nel suo disegno totalizzante e perciò stesso etico-politico. Per uscire da quella fase d'impasse era necessario che il partito, immanenza dello Stato totalitario, si appoggiasse, proprio perché il suo potere era assoluto, ad un principio pure esso assoluto, sussistendo una palese contraddizione tra Stato totalitario e morale storicista e relativizzante; più precisamente ad una fede dogmatica che non si prestasse ad elastiche interpretazioni: quella cattolica.

    L'aspetto più cruciale della sua proposta finiva per essere la rifondazione dell'assetto sociale secondo valori religiosi; e l'istituzione Chiesa, chiamata ad una politica dichiaratamente ierocratica, finiva per essere la destinataria di questo appello. Le conseguenze erano duplici: da un lato, una volta verificata l'impossibilità di scaricare sulla sfera politica tutte le difficoltà di una economia non riformata, le si negava per intero qualunque effettualità, essendo essa rimasta intrappolata in una visione positivista, scientista ed edonista che la rendeva ormai palesemente inetta a rimuovere gli ostacoli che le si paravano dinanzi sul percorso. Dall'altra si riaffermava una visione organicista e neogiobertiana dello Stato e si evocava la rinascita dello Stato cattolico, compiendo al contempo un ulteriore passo verso la definitiva rottura con il regime. In questo senso il voto favorevole all'ordine del giorno Grandi nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 non fu altro che l'ultimo, conclusivo atto di una crisi cominciata molto addietro.

    Dopo la caduta di Mussolini ed il collasso del regime fascista, il D. si rifugiò in un monastero di Roma (dall'inizio del 1944 al luglio del 1947) per sfuggire prima alla esecuzione capitale cui era stato condannato per tradimento dal tribunale di Verona della Repubblica sociale italiana, poi per proteggere ancora la sua contumacia nell'Italia repubblicana davanti alla Alta Corte, che lo assolse. Furono questi gli anni del misticismo e della vena pittorica e letteraria. Scrisse i Racconti del risveglio e in successive stesure, a partire dal 1942, il più importante Fuga dal tempo (Perugia 1948; Bologna 1959), romanzo pieno di reminiscenze orientaleggianti, traboccante immagini bucoliche e consolatorie, libro che ebbe un non indifferente successo di critica e di pubblico.

    Ma le sue doti di acuto osservatore politico e di economista di vaglia vennero ugualmente messe a frutto. Sia dalla Repubblica nazionale cinese che gli richiedeva periodici rapporti sulla situazione politica europea, sia soprattutto dal Vaticano, dove le sue osservazioni trovavano sempre un attento auditorio. Come quando il D., rilanciando l'idea del radiomessaggio pontificio natalizio del 1942, si fece propugnatore di "una grande crociata veramente verificatrice per un ordine sociale e politico cristiano" da parte della Chiesa, invitata ad aggregare attorno al "comune principio cristiano" i diversi popoli "pronti a difenderlo e vederlo attuato nella vita politica e sociale del mondo" (lettera a don Rivolta, 1ºgenn. 1945, in Arch. della famiglia De Stefani). La parabola del suo pensiero, profondamente integralista e totalizzante, sembrava aver raggiunto il suo più naturale approdo.

    In questo quadro la Chiesa veniva a rappresentare l'istituzione totale, guida della società, sintesi definitiva e inappellabile delle diverse istanze politiche, sociali ed economiche, tanto da indurlo ad affacciare l'ipotesi di una sorta di "internazionalizzazione" del governo ecclesiale, quasi con questo a voler ricalcare le orme dell'amato maestro G. Toniolo, incaricato da Benedetto XV, nel corso della prima guerra mondiale, di formulare un progetto politico cristiano capace di assicurare la pace e l'ordine internazionale.

    Al contempo, la convinzione dell'ormai manifesta impossibilità di sciogliere i nodi economici se non in chiave etico-politica diventò per tutto il secondo dopoguerra un punto di non ritorno nella elaborazione teorica destefaniana, incentrandosi tutta la sua, produzione scientifica di quel periodo su queste tematiche. Più precisamente, al centro dell'indagine del D., novello Perroux di provincia, stava ora il problema della quantificazione della civiltà. Riprendendo idee già espresse in La ricchezza dell'aspetto energetico e le condizioni di realtà nella dinamica dei fenomenieconomici (Vicenza 1921), nella Dinamica patrimoniale (cit.) e in Confidenze e convinzioni (cit.), ed arricchendole ora con annotazioni sulle "malattie spirituali e fisiche del supersviluppo", tentò di disegnare una dottrina generale delle propensioni e un bilancio dell'incivilimento, per dirla con un suo scritto del 1962 (Per un bilancio della vita civile del popolo italiano, Roma).

    Il 15 giugno del 1948 venne riabilitato all'insegnamento universitario che lasciò nel novembre dell'anno successivo per raggiunti limiti d'età, pur conservando l'incarico di direttore dell'istituto fino all'anno accademico 1953-54, anno in cui la facoltà gli conferì il titolo di professore emerito. Seppur ritirato dalla politica attiva, fu ancora ascoltato consigliere del nuovo personale politico democristiano che additò ad esempio i risultati da lui raggiunti in campo finanziario nel primo dopoguerra (e su quelle posizioni liberiste egli stesso tornò lasciando completamente alle spalle i trascorsi furori corporativi).

    Nel 1953 aderì assieme a Bottai alla costituenda Associazione nazionale combattenti d'Italia che si sciolse nel 1958. Dal 1948 al 1955 collaborò quale notista economico a Il Tempo, dal 1956 al 1959 al Giornale d'Italia, e poi di nuovo a Il Tempo dal 1960 fino alla morte.

    Il D. morì a Roma il 15 genn. 1969.

    Fonti e Bibl.: Necrol. di L. Gangemi, In mem. di A. D., in Atti d. Decima Riunione della Società degli economisti, Roma 1969, pp. 1-7; E. D'Albergo, in Riv. bancaria, XXIV (1969), I, pp. 7-11. Riferimenti o solo accenni alla figura del D. sono rintracciabili, oltre che nei giornali o nelle riviste dell'epoca, in M. Pantaleoni, Finanza fascista, in Politica, V (1923), pp. 159-87; L. Gangemi, La politica econom. e finanziaria d. governo fascista nel periodo dei pieni poteri, Bologna 1924, pp. 1-274; M. Rocca, Fascismo e finanza, Napoli 1925, pp. 11-34; Economia fascista, Firenze 1935, pp. 131-237; F. Guarneri, Battaglie econ., I, Milano 1935, pp. 85-91; L. Einaudi, Cronache econom. e pol. di un trentennio (1893-1925), Torino 1959, ad Ind.; A. Lisdero, A. D. 1879-1969, in Annuario d. Univers. di Roma, 1969-1970, pp. 5-13; A. Macchioro, Studi di storia d. pensiero econom. e altri saggi, Milano 1970, ad Ind.; P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Torino 1971, pp. 44-55; S. Lanaro, Pluralismo e società di massa nel dibattito del primo dopoguerra (1918-1925), in L. Sturzo nella storia d'Italia. Atti d. Convegno internaz. di studi promosso dall'Assemblea regionale siciliana, Roma 1973, ad Ind.; A. Lyttleton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Bari 1974, ad Ind.; V. Castronovo, La Storia d'Italia (Einaudi), IV, 1, Torino 1975, ad Ind.; G. Gualerni, Industria e fascismo, Milano 1976, ad Ind.; L'economia ital. nel periodo fascista, a cura di P. Ciocca-G. Toniolo, Bologna 1976, ad Ind.; Gli apparati statali dall'Unità al fascismo, a cura di I. Zanni Rosiello, Bologna 1976, ad Ind.; Industria e banca nella grande crisi, a cura di G. Toniolo, Milano 1978 pp. 355-65; S. Lanaro, Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia, Venezia 1979, ad Ind.; G. Toniolo, L'economia ital. durante il fascismo, Bari 1980, ad Ind.; G. Migone, GliStati Uniti e il fascismo, Milano 1980, ad Ind.; Banca e industria in Italia tra le due guerre, I-III, Bologna 1981, ad Ind.; F. Marcoaldi, M. Pantaleoni, la riforma finanziaria e il governo fascista nel periodo dei pieni poteri, in Annali d. Fondazione L. Einaudi, Torino 1982, pp. 609-65; Id., Corporativismo "keynesiano" e statalismo cattolico: A. D., in Gli italiani e Bentham. Dalla "felicità pubblica" all'economia del benessere, a cura di R. Faucci, II, Milano 1982, pp. 285-301; Id., Liberismo autoritario tra Stato liberale e regimefascista (1922-1925), in Il pensiero reazionario. La politica e la cultura dei fascismi, a cura di B. Bandini, Ravenna 1982, pp. 149-62; Id., Vent'anni di politica e di economia (1922-1941). Le carte di A.D., Milano 1986.


    Alberto De Stefani in Dizionario Biografico
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Alberto De Stefani

    Economia, morale e fascismo nelle confidenze di Alberto De’ Stefani - di Carmelo Ferlito

    L’accento sui rapporti di scambio permise, secondo de’ Stefani, l’accentuarsi della dialettica classista, polarizzando gli interessi. Secondo l’autore, i teorici del corporativismo non riuscirono a creare uno schema concettuale alternativo, rimanendo impantanati in categorie tipiche dell’elaborazione liberale e marxista.
    Il presente contributo non intende delineare in alcun modo le vicende biografiche dell’economista veronese Alberto de’ Stefani, ma intende soffermarsi su un suo contributo marginale, ma estremamente significativo, intitolato Confidenze e convinzioni. Le considerazioni di questo saggio prendono le mosse dalla sua analisi circa lo stato della scienza economica e l’approccio metodologico seguito dagli economisti della sua epoca. Dove stava andando, infatti, l’economia politica? Da tempo era iniziata quella sua trasformazione in terz’ordine della matematica, i cui risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti: la folgorante sterilità dell’analisi economica si traduce in una incapacità di interpretare i fenomeni reali, che tendono ad essere ingabbiati in schemi rigorosi, divenuti fine e non strumento della ricerca. La svolta marginalista iniziata nella seconda metà del XIX secolo per opera di Jevons, Menger e Walras si era sviluppata lungo due direttrici che diventavano sempre più inconciliabili: da un lato, pur con variegate sfaccettature, dai Principi di Menger (1871) prendeva vita la Scuola Austriaca di Economia, fondata sull’aristotelismo (centralità della realtà e subordinazione dello schema alla natura del soggetto indagato) e attenta ai distinguo metodologici; dall’altro, gli Elementi di Walras (1889) genereranno un formicaio di economisti imprigionati in formalismi matematici: una scuola di successo nel Novecento, cui aderirono, anche se non senza importanti distinguo, autori italiani come Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni, quest’ultimo, lo ricordiamo, titolare dei dicasteri economici nella reggenza d’annunziana di Fiume. La guerra tra i due indirizzi è ancora in corso: oggi, dopo un periodo di dominio del fusionismo tra l’equilibrio economico generale di Walras ed il dogma keynesiano, si assiste ad un risveglio del paradigma austriaco, grazie soprattutto alla riscoperta del pensiero di Hayek. Ma veniamo ora al Nostro, le cui pagine in esame sarebbero poi divenute l’introduzione di Sopravvivenze e programmi nell’ordine economico. L’Autore prende le mosse dalla domanda circa l’opportunità o meno di scrivere un manuale di economia politica destinato agli studenti; de’ Stefani, come vent’anni prima, è scettico, sempre più scettico, sullo stato dell’arte. Perché?
    E’ probabile che tale stato d’animo dipenda dalla prevalsa tendenza ufficiale e universitaria, non soltanto nostra, a disumanare, a smoralizzare l’economia, dall’averle tolto il vitale respiro costringendola in dottrine astratte e meccaniche e dall’aver fatto diventare ipoteticamente gli uomini dei punti mobili moventisi, secondo certe leggi di gravitazione degli interessi, in un geometrico spazio economico.
    Tale critica è affiancata a quella contro l’applicazione del paradigma meccanicistico, ritenuto fondamentale per la descrizione e la conoscenza dell’ordine fisico, allo studio degli uomini e dei loro rapporti, per i quali è assolutamente inadeguato. In fondo, l’economia si occupa proprio di relazioni umane e sociali. De’ Stefani, quindi, vuole rimettere l’uomo al centro dell’analisi economica, scienza che quindi dovrebbe tornare, a detta dell’Autore, in grembo alla politica e soprattutto alla morale.
    Ecco perché il non più Ministro delle Finanze del duce intende tornare a scrivere: per compiere un dovere, nonostante l’isolamento nell’ambiente scientifico. Così si fa serrata la critica alla direzione presa dall’utilitarismo accademico degli economisti.
    L’olio della lampada della vita è l’utilità delle azioni e delle cose per l’uomo qualunque sia il posto che a ciascuna di esse compete nella gerarchia dei valori e cioè il bene che egli può ricavarne: il loro valore di uso concepito in tutta la sua dignità e universalità. Soltanto a questo proposito si può parlare propriamente di valore; nel caso dello scambio invece solo di rapporti. Gli economisti hanno l’aria di parlare del valore d’uso quasi con degnazione e col dispiacere di non potersene esimere e ne parlano quanto meno essi possono, disumanandolo, generalizzandolo, svuotandolo dalla sua concreta umanità, impoverendolo al massimo per adattarlo, sfigurato e irriconoscibile, alle esigenze della dialettica formale e quantitativa.
    Così è accaduto che la gerarchia dei valori di uso è stata oscurata da quella dei rapporti di scambio e che l’intrinseca importanza umana di una attività e di un bene venne commisurata all’altezza del prezzo. Avendo pertanto gli economisti concentrata la loro attenzione e attratta l’altrui sui rapporti di scambio e sulla loro interdipendenza, essi hanno inconsapevolmente concorso a creare e a rafforzare il presupposto dottrinale del capitalismo il quale si fonda appunto sulla prepotenza, anche politica, di rapporti estrinseci alla vera utilità dei beni e dei servigi nonchè al contributo del lavoro dell’uomo alla produzione.
    L’accento sui rapporti di scambio ha permesso, secondo de’ Stefani, l’accentuarsi della dialettica classista, polarizzando gli interessi; a questo proposito, i teorici del corporativismo non sono riusciti a creare uno schema concettuale alternativo, ma sono rimasti impantanati in categorie tipiche dell’elaborazione liberale e marxista. Quindi, avverte l’Autore, è tempo di assumersi le proprie responsabilità e di non far perdere la battaglia corporativa.
    Tuttavia, il tempo non è favorevole. De’ Stefani critica duramente la prospettiva morale e filosofica del secolo, incentrata sull’esistenzialismo, sulle soddisfazioni mondane, sull’allontanamento dalla ricerca della Verità; il tutto accompagnato dall’estendersi della disciplina giuridica su ogni aspetto della vita: il diritto sostituisce la morale, la previdenza sociale la carità.

    L’ordine giuridico crea però ed avvalora l’illusione di un ordine delle anime. Non si può negare invece che ci sia un certo sincronismo tra lo sviluppo del tessuto giuridico e lo smagliarsi del tessuto morale. Il diritto riduce l’importanza politica della morale, donde la crisi morale del diritto, che è in atto e che conferisce al diritto stesso il carattere prevalente di una tecnica normativa ed organizzativa senza un effettivo valore intrinseco.
    A questo processo se ne accompagna uno analogo nella pratica economica: la spersonalizzazione societaria. Come l’anno seguente avrebbe scritto anche il grande Schumpeter, la fine del ruolo dell’imprenditore in ambito industriale, sostituito da manager e consigli di amministrazione impersonali, avrebbe portato una socialistizzazione del sistema.
    L’indifferentismo etico delle soluzioni tipiche della scienza economica (equilibrio economico generale di Walras) e della realtà aziendale (pareggio dei bilancio come riflesso dell’equilibrio) produce, secondo de’ Stefani, una generale irrequietezza negli uomini, che li spinge ad un moto continuo e fine a se stesso, nella ricerca esasperata di nuove soddisfazioni a piccoli bisogni. Spenta la sete di Verità, si sono create piccole necessità, che hanno drogato la naturale inquietudine umana, che è anelito di infinito e non di gioie momentanee.
    L’altra faccia di questa medaglia è la psicologia storicistica, figlia del materialismo e sorella dell’esistenzialismo, accompagnata alla decadenza della concezione dell’uomo come creatura divina. Infine, Dio è stato tolto dalla politica, venendo ripescato solo quando gli statisti impegnano in alternative mortali il destino dei popoli.
    Oppure, l’uomo se ne ricorda quando non trova altro conforto. Per questo, ribadisce de’ Stefani, l’economia politica deve affondare le proprie ragioni nell’etica: per non diventare uno strumento dialettico del materialismo. Il far rientrare l’economia tra le scienze morali (non meccaniche, non sociali, ma morali) appartiene per l’Autore al più grandioso progetto di creazione di un nuovo ordine politico europeo, perché è sulla morale che si può costruire un’unità, non sulle strutture giuridiche: come dovrebbero ricordarlo anche gli amministratori europei contemporanei! […] nella nuova forma di convivenza delle genti europee diversi regimi possono coesistere purchè servano la stessa idea madre e le loro regole non vi contraddicano. Una ragionevole varietà negli ordini giuridici ed economici, aderente all’indole e alle condizioni di vita dei popoli, non pregiudica l’unità europea; ma quel che è uno [Dio], uno deve rimanere ed essere capace di ispirare questa o quella regola e di farle convergere tutte verso la propria unità.
    L’affermazione dell’Uno è fondamentale, perché la fiducia nei miti diversificati dell’oggi produce relativismo e caducità, uomini scontenti nonostante gli affanni incessanti della frenesia quotidiana. Per questo la formula della laicità dello stato diventa retorica ed astratta, inaccettabile soprattutto nei regimi totalitari: l’economia ed il diritto non bastano a creare un nuovo ordine, una superiore unità politica. Non c’è impero senza una mistica, come scriveva Braudel: l’uomo economico va sostituito con l’uomo morale!
    Il nuovo ordine europeo sarà un fatto politico d’importanza trascendente e non un semplice spostamento nei rapporti di forza, frutto di un diverso raggruppamento politico, soltanto se contribuirà al risanamento delle gerarchi materialistiche e ad una sostituzione dei valori ai pseudo-valori. Questo processo rigenerativo estende ed eleva l’ufficio della nuova politica europea anche nei confronti degli altri popoli del mondo e dovrebbe avere un contenuto profondamente revisionistico.
    La politica pura considerata come maneggio delle forze politiche e cioè nel suo aspetto tipicamente meccanico e come tecnica del loro equilibrio, si trova di fronte al problema della propria integrazione spirituale e religiosa.
    Sembrerà strano all’economista contemporaneo questo argomentare. De’ Stefani, in buona sostanza, è partito da un’analisi sullo stato della scienza economica per perorarne un rinnovamento, ma non si è limitato al “proprio orticello”. Attraverso considerazioni metodologiche, e quindi filosofiche, ha preso il volo per sottolineare come il mutamento del registro gnoseologico dell’economia non sia che uno degli aspetti necessari ad un cambiamento più ampio, che riguarda l’intera concezione della vita personale e sociale, cioè della politica, chiamata al compito di edificazione di un nuovo, glorioso, ordine.
    A tal fine diviene necessario l’abbraccio con il cristianesimo perché esso costituisce l’atmosfera in cui vive l’anima delle genti ed è questa l’atmosfera che costituisce il presupposto di vita implicito nell’ordine sociale e nei suoi istituti. L’economia divide, l’etica unisce. Questo è il senso della lotta e non si può utilmente dipartirsi da esso.
    Nell’opera di rinnovamento necessaria il ruolo del Partito, del Partito fascista in questo caso, è cruciale, perché è esso che deve sapere interpretare e rappresentare il travaglio degli spiriti del tempo. Il Partito, dunque, non può limitarsi alla gestione amministrativa della cosa pubblica; non manca, in questa riflessione, una critica dell’Autore proprio al suo Partito, che pare non essere stato in grado di cogliere la debolezza di una concezione dello Stato quale Stato-amminsitrazione. Invece, lo Stato, che è espressione di una comune sensibilità e volontà etica, si riassume nell’ordine politico. L’organo che attua quest’ordine, traendo l’alimento dal popolo, è, in regime unitario e totalitario, il Partito. Il quale appunto in virtù della sua funzione universale e della sua composizione è anche regime. Il Partito è una realtà etico-politica; è l’organo che la rappresenta, ne attua i propositi e ne assicura le finalità.
    Proprio a causa di questa missione assoluta, il Partito non può appoggiarsi ad una logica relativista, ma necessita del supporto di un principio assoluto esso stesso. Per il popolo italiano, a detta di de’ Stefani, questo principio non può che essere quello cattolico, grazie ai pregi della sua universalità. Ogni altro appiglio religioso sarebbe destinato al tramonto tipico dei fatti di moda, intellettualistici, salottieri, illusori.

    Economia, morale e fascismo nelle confidenze di Alberto De
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 

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