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    Predefinito Articolo 8: Credo nello Spirito Santo

    96 Significato dell'articolo
    Sono state fin qui esposti, per il nostro programma, gli articoli relativi alla prima e alla seconda Persona della santissima Trinità; restano ora da spiegare quelli che si riferiscono alla terza Persona, cioè allo Spirito Santo. Nel chiarire questa parte, i parroci dovranno impiegare tutto il loro zelo e la loro diligenza, non essendo lecito al cristiano ignorare o fraintendere questo articolo al pari di quelli precedenti. Perciò l'Apostolo non permise che alcuni cristiani di Efeso ignorassero la Persona dello Spirito Santo. Avendoli interrogati se avessero ricevuto lo Spirito Santo e avendo essi risposto di non saper nemmeno se esistesse lo Spirito Santo, egli soggiunse subito: "Con quale battesimo dunque siete stati battezzati?" (At 19,1.2). Con queste parole volle significare che è necessarissima ai fedeli la conoscenza ben particolare di questo articolo. Da esso, come frutto principale, riceveranno la convinzione che, a ben riflettere, devono ascrivere tutto quanto hanno, a dono e beneficio dello Spirito Santo. Ciò li farà sentire più modestamente e umilmente di sé e li inciterà a porre ogni loro speranza nell'aiuto di Dio. Questo appunto deve essere il primo gradino del cristiano verso la somma sapienza e felicità.




    97 Significato proprio del termine "Spirito Santo"
    Si comincerà a spiegare l'articolo partendo dal valore e significato che assume qui la parola "Spirito Santo". Essa si applica ugualmente bene al Padre e al Figliolo, poiché ciascuno dei due è spirito ed è santo; infatti noi crediamo che Dio è spirito. Inoltre designa anche gli angeli e le anime dei buoni; bisogna quindi badare che il popolo non sia indotto in errore dall'ambiguità del vocabolo. Dovrà pertanto insegnarsi in questo articolo che con il nome di "Spirito Santo" s'intende la terza Persona della santissima Trinità; senso che s'incontra nella Sacra Scrittura del Vecchio e più frequentemente del Nuovo Testamento. David infatti implora: "Non mi levare il tuo Santo Spirito" (Sal 50,13). Nel Libro della Sapienza si legge: "Chi ha conosciuto la tua volontà, se tu non gli hai dato la sapienza e non gli hai inviato dal cielo il tuo Spirito Santo?" (Sap 9,17). E altrove: "II Signore ha creato la sapienza nello Spirito Santo" (Sir 1,9).

    Nel Nuovo Testamento si legge che dobbiamo esser battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28,19); che la santissima Vergine ha concepito per virtù di Spirito Santo (Mt 1,20; Le 1,35) e che san Giovanni ci rinvia a Gesù Cristo, perché ci battezzi nello Spirito Santo (Gv 1,33). Così si dica di molti altri testi.




    98 Perché la terza Persona della santissima Trinità manca di nome proprio
    Nessuno si meravigli che la terza Persona non abbia, come la prima e la seconda, un nome proprio. La seconda Persona ha un nome proprio e si chiama Figlio, in quanto il suo eterno procedere dal Padre si chiama propriamente "generazione", come è stato spiegato negli articoli antecedenti. Come, dunque, quel procedere viene chiamato generazione, così la Persona procedente vien detta propriamente Figlio e quella da cui procede, Padre. Ora, non essendo stato dato un nome proprio alla emanazione della terza Persona, chiamata genericamente "spirazione" e "processione", ne segue che anche la Persona prodotta manchi di nome proprio. Non lo ha, perché noi siamo costretti ad attingere i nomi, che attribuiamo a Dio, dalle cose create e come tra queste non troviamo altro modo di comunicare la natura e l'essenza all'infuori della virtù generativa, ne segue che non possiamo esprimere con vocabolo proprio la maniera con la quale Dio comunica tutto se stesso per forza di amore. Perciò la terza Persona è stata chiamata con il nome generico di Spirito Santo: nome che le conviene a perfezione, perché egli infonde in noi la vita spirituale e senza il soffio della sua santissima ispirazione non possiamo far nulla che sia degno della vita eterna.




    99 Lo Spirito Santo è uguale in tutto al Padre e al Figliolo
    Spiegato il senso del vocabolo, s'insegnerà anzitutto al popolo che lo Spirito Santo è Dio, come il Padre e il Figliolo, uguale a essi, com'essi onnipotente ed eterno, infinitamente perfetto, buono e sapiente, identico in natura al Padre e al Figlio. Tutto questo è bene espresso dalla preposizione "in", dicendo: "Credo nello Spirito Santo". Essa è stata preposta a tutte le singole Persone della santissima Trinità, appunto per esprimere la forza della nostra fede. Ed è anche confermato da aperte testimonianze della Scrittura. San Pietro, negli Atti degli Apostoli, dopo aver detto: "Anania, come mai Satana tentò il cuor tuo da mentire allo Spirito Santo?", soggiunse: "Non hai mentito a uomini, ma a Dio" (At 5,3). Egli cioè chiama Dio colui che poco prima aveva chiamato Spirito Santo. Inoltre san Paolo spiega ai Corinzi che il Dio di cui aveva parlato era lo Spirito Santo: "Vi sono distinzioni di operazioni, ma è lo stesso Dio colui che opera in tutti tutte le cose"; e più oltre: "Ma tutte queste cose le opera quell'uno identico Spirito, il quale distribuisce a ciascuno secondo il suo beneplacito" (1 Cor 12,6.11). E negli Atti attribuisce allo Spirito Santo quello che i Profeti ascrivono unicamente a Dio. Isaia infatti aveva scritto: "Ho udito la voce del Signore che diceva: "Chi manderò?"... E mi disse: "Va' a questo popolo e di' loro:... Aggrava il cuore di questo popolo, indura le sue orecchie, chiudi i suoi occhi di guisa che non veda con gli occhi e non oda con le orecchie" (Is 6,8). E l'Apostolo, citando queste parole, osserva: "Lo Spirito Santo ha ben parlato per mezzo del Profeta Isaia" (At 28,25).

    Di più, la Scrittura congiungendo la Persona dello Spirito Santo con il Padre e con il Figlio, per esempio là dove ordina di adoperare nel Battesimo il nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, toglie ogni motivo di dubbio circa la verità di questo mistero; perché se il Padre è Dio e il Figlio è Dio, è forza confessare che anche lo Spirito Santo, congiunto a essi da pari grado di onore, sia Dio. Inoltre chi si battezza in nome di qualsiasi creatura non può trame alcun frutto. "Forse siete stati battezzati nel nome di Paolo?" (1 Cor 1,13), domanda l'Apostolo per mostrare che questo non gioverebbe alla loro salute. Venendo dunque battezzati nel nome dello Spirito Santo, bisogna ammettere che egli è Dio. Questo medesimo ordine delle tre divine Persone, con il quale si prova la divinità dello Spirito Santo, si ritrova sia nella prima lettera di Giovanni: "Tre sono che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo; e questi tre sono una cosa sola" (1 Gv 5,7), sia nella celebre dossologia trinitaria, con cui si concludono le laudi e i salmi: "Gloria al Padre, al Figliolo e allo Spirito Santo".

    Da ultimo, a preziosa conferma di questa verità, tutte quelle cose che crediamo essere proprie di Dio, per attestazione della Sacra Scrittura, convengono allo Spirito Santo. A lui viene attribuito l'onore dei templi, dicendo l'Apostolo: "Non sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo?" (1 Cor 6,19); a lui vengono attribuite la santificazione (2 Ts 2,12) e la vivificazione (Gv 6,64; 2 Cor 3,6), lo scrutare i misteri di Dio (1 Cor 2,10), il parlare per bocca dei Profeti (2 Pt 1,21), l'esser dappertutto (Sap 1,7): cose che si possono attribuire solo alla divinità.




    100 Lo Spirito Santo è Persona distinta dal Padre e dal Figlio
    Bisogna ancora spiegare accuratamente ai fedeli che lo Spirito Santo è Dio nel senso che costituisce una terza Persona nella natura divina, distinta dal Padre e dal Figlio e prodotta per via di volontà. Tralasciando gli altri testi scritturali, la forma del Battesimo insegnataci dal Salvatore chiaramente mostra che lo Spirito Santo è una terza Persona, per sé sussistente nella natura divina e distinta dalle altre (Mt 28,19). Anche le parole dell'Apostolo sono chiare in proposito: "La grazia del nostro Signore Gesù Cristo, la carità di Dio e la partecipazione dello Spirito siano con tutti voi. Così sia" (2 Cor 13,13).

    Il medesimo è mostrato molto più apertamente dall'aggiunta che i Padri del primo Concilio di Costantinopoli fecero a questo punto, per confutare l'empio errore di Macedonio: "[Credo] nello Spirito Santo, che è signore ed è vivificatore; e procede dal Padre e dal Figlio; che è adorato e glorificato insieme con il Padre e con il Figlio; che parlò per mezzo dei Profeti". Chiamando lo Spirito Santo "signore", i Padri fanno rilevare quanto sia superiore agli angeli. Essi furono, sì, creati da Dio spiriti nobilissimi; ma, come attesta san Paolo, sono tutti spiriti amministratori, mandati in ministero per coloro che acquisteranno l'eredità della salute (Eb 1,14). Lo dicono poi "vivificante", perché l'anima ha più vita nell'unirsi a Dio che il corpo, il quale si alimenti e sostenga per l'unione con l'anima. E poiché la Sacra Scrittura attribuisce allo Spirito Santo questa unione dell'anima con Dio, giustamente lo Spirito Santo viene detto vivificante.




    101 La processione dello Spirito Santo
    Circa le parole "Che procede dal Padre e dal Figlio" si deve insegnare ai fedeli che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come da un unico principio, per via di eterna processione. Tanto ci è proposto a credere dalla regola ecclesiastica, da cui non è lecito al cristiano dipartirsi, ed è confermato dall'autorità della Scrittura e dei concili. Infatti Cristo nostro Signore, parlando dello Spirito Santo, disse: "Egli mi glorificherà perché riceverà del mio" (Gv 16,14). Il medesimo si ricava dal fatto che nella Sacra Scrittura lo Spirito Santo è talora detto "Spirito di Cristo", talora "Spirito del Padre"; ora è detto "mandato dal Padre", ora "dal Figlio", per significare con chiarezza che procede ugualmente e dal Padre e dal Figlio.

    "Se uno non ha lo Spirito di Cristo" disse san Paolo "questi non è di lui" (Rm 8,9); e scrivendo ai Galati: "Ha mandato Dio lo Spirito del Figlio suo nei vostri cuori, il quale grida: "Abbà, Padre" (Gal 4,6). San Matteo lo chiama Spirito del Padre: "Non siete voi che parlate, ma lo Spirito del Padre vostro" (Mt 10,20); e il Signore nella Cena dice: "II Consolatore che io vi manderò, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli attesterà di me" (Gv 15,26). E altrove così afferma che lo Spirito Santo deve esser mandato dal Padre: "II Padre lo manderà nel nome mio" (Gv 14,26). Siccome tutte queste espressioni dobbiamo intenderle della processione dello Spirito Santo, ne segue che questi procede dal Padre e dal Figlio. Tale è l'insegnamento da impartire, intorno alla Persona dello Spirito Santo.




    102 Doni ed effetti dello Spirito Santo
    Bisognerà inoltre insegnare che vi sono alcuni effetti mirabili e doni grandissimi dello Spirito Santo, che diciamo scaturiti ed emanati da lui, come da fonte inesauribile di bontà. Sebbene le opere esterne della santissima Trinità siano comuni a tutte le tre Persone, pure molte di esse si attribuiscono in particolare allo Spirito Santo, per farci intendere che esse provengono dall'amore immenso di Dio verso di noi. Infatti, poiché lo Spirito Santo procede dalla divina volontà quasi infiammata d'amore, si capisce che gli effetti attribuiti come propri allo Spirito Santo derivano dall'amore immenso di Dio verso di noi. Ne segue che lo Spirito Santo è detto "dono", significandosi con questa parola ciò che si dona benignamente e gratuitamente, senza speranza di ricompensa. Perciò tutti i doni e benefici conferitici da Dio - "E che cosa abbiamo noi", come dice l'Apostolo, "che non l'abbiamo ricevuto da Dio?" (1 Cor 4,7) - dobbiamo riconoscerli con animo pio e grato come elargiti per concessione e grazia dello Spirito Santo.

    Molteplici poi sono i suoi effetti. Omettendo la creazione del mondo, la propagazione e il governo delle cose create, di cui abbiamo parlato nel primo articolo, abbiamo mostrato or ora che si attribuisce in modo proprio allo Spirito Santo il dare la vita, come conferma il passo d'Ezechiele: "Vi darò lo Spirito e vivrete" (Ez 37,6). Ma è il Profeta Isaia (11,2) che enumera gli effetti principali e più propri dello Spirito Santo: spirito di sapienza e d'intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, spirito di timor di Dio, i quali tutti si chiamano "doni dello Spirito Santo" e talora semplicemente "Spirito Santo".

    Perciò sagacemente sant'Agostino (De Trinit., 15,19) ci avverte di badare quando nella Sacra Scrittura occorre la parola "Spirito Santo", per assicurarci se si tratti della terza Persona della santissima Trinità, oppure dei suoi effetti e operazioni. Le due cose sono differenti tra loro, come il creatore differisce dalle creature. E con tanto maggior diligenza si dovrà sviluppare questo argomento, in quanto appunto da questi doni dello Spirito attingiamo i precetti della vita cristiana e possiamo giudicare se lo Spirito Santo sia veramente in noi.

    Tra tutti i suoi munifici doni è da esaltare quella grazia che ci fa giusti e ci suggella con il promesso Spirito Santo, pegno della nostra eredità (Ef 1,13). Essa unisce la nostra mente a Dio con il vincolo strettissimo dell'amore, perciò avviene che, accesi da ardente desiderio di pietà, iniziamo una nuova vita (2 Pt 1,4) e fatti partecipi della natura divina, ci diciamo e siamo in realtà figlioli di Dio (1 Gv 3,1).

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    Predefinito Articolo 9: Credo la Santa Chiesa Cattolica, la comunione dei Santi

    103 Senso dell'articolo
    Facilmente s'intenderà la diligenza che i parroci devono mettere nello spiegare ai fedeli la verità di questo nono articolo, considerando principalmente due cose: anzitutto che i Profeti, come nota sant'Agostino (In Psalmos, 30, 2 e 8), hanno più chiaramente e apertamente parlato della Chiesa che di nostro Signore Gesù Cristo prevedendo che molti più potevano errare ed esser ingannati su questo punto che sul mistero dell'incarnazione. Infatti non sarebbero mancati uomini empi, i quali, a somiglianza della scimmia che si finge uomo, avrebbero dichiarato di esser essi soli cattolici, affermando, con non minore empietà che superbia, che la Chiesa cattolica si trova solo presso di loro. Qualora si abbia bene impressa nell'animo questa verità, facilmente si potrà evitare il terribile scoglio dell'eresia. Poiché non si deve chiamare subito eretico uno che abbia peccato contro la fede, ma se, disprezzata l'autorità della Chiesa, difende pertinacemente le sue empie opinioni. E poiché non può macchiarsi di eresia se presterà fede a quanto in questo articolo gli vien proposto di credere, adoperino ogni cura i pastori affinché i fedeli, premuniti, grazie alla cognizione di questo articolo, contro le arti del nemico, perseverino nella verità. Questo articolo dipende dal precedente: ivi infatti abbiamo dimostrato che lo Spirito Santo è fonte munifica di ogni santità; qui professiamo che Egli ha donato la santità alla Chiesa.




    104 Significato generico del termine "chiesa"
    II termine "chiesa" viene dal greco ed è stato dai latini applicato alla religione dopo la divulgazione del Vangelo; importa quindi conoscerne il significato. Chiesa significa "convocazione"; ma gli scrittori hanno poi usato il vocabolo nel senso di "assemblea" o "riunione", senza badare se vi si adorasse il vero Dio o le false divinità. Leggiamo invero negli Atti, a proposito degli Efesini, che un funzionario, quietata la folla, disse: "Se poi chiedete qualche cosa d'altro, si risolverà in una chiesa [adunanza] legittima" (At 19,39). E si trattava del popolo efesino, votato al culto di Diana. E non soltanto i popoli che non conoscono Dio, ma anche le congreghe di uomini empi sono a volte chiamate chiesa: "Io ho in odio" dice David "la chiesa [compagnia] dei malvagi e non mi metto a sedere accanto agli empi" (Sal 25,5).




    105 Significato speciale del termine "chiesa"
    L'uso ordinario della Sacra Scrittura volse poi questa parola a significare soltanto la "società cristiana" e le "assemblee dei fedeli", di coloro cioè che per mezzo della fede sono chiamati alla luce della verità e alla cognizione di Dio, per adorare lui, vivo e vero, con pia e santa mente, e servirlo di tutto cuore. La Chiesa dunque, per dir tutto con una frase di sant'Agostino, è il popolo fedele sparso per l'universo intero (In Psalmos, 149, 2 e 10).

    Grandi misteri sono compresi in questo vocabolo. Nel senso di "convocazione" infatti vi rifulgono la benignità e lo splendore della grazia divina e si rileva la differenza grande che corre tra la Chiesa e le altre pubbliche società. Queste si basano sulla ragione e la prudenza umana; quella è fondata sulla sapienza e il consiglio di Dio. Egli ci ha chiamato internamente con il soffio dello Spirito Santo, che schiude il cuore degli uomini, ed esternamente con l'opera e il ministero dei pastori e dei predicatori. Quale sia il fine a noi proposto da questa chiamata, cioè la cognizione e il possesso dei beni eterni, s'intenderà bene da chi noterà la ragione per cui in antico il popolo fedele, posto sotto la Legge, si chiamava "sinagoga" o "congrega". Codesto nome gli fu imposto, secondo sant'Agostino, perché a modo di gregge, cui si addice esser congregato, era rivolto solo ai beni terreni e caduchi. Ma il popolo cristiano giustamente è detto Chiesa e non sinagoga, perché, disprezzate le cose terrene e mortali, aspira solo a quelle celesti ed eterne.




    106 Altri nomi della Chiesa
    Vi sono molti altri nomi, pieni di significato, che servono a designare la società cristiana. L'Apostolo la chiama "casa" e "edificio di Dio": "Qualora io tardassi, sappi come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità" (1 Tm 3,15). La Chiesa vien detta "casa" in quanto è come una famiglia retta da un solo capo, in cui v'è comunione di tutti i beni spirituali. È anche chiamata "gregge delle pecorelle" di Cristo, di cui Cristo è porta e pastore (Gv 10,1.2).

    E` detta anche "sposa di Cristo". Così l'Apostolo ai Corinzi: "Vi ho sposati per presentarvi, qual pura vergine, a un sol uomo, a Cristo" (2 Cor 11,2); e agli Efesini: "Uomini, amate le vostre mogli, come Cristo amò la Chiesa"; e più sotto, parlando del matrimonio: "Questo sacramento è grande; lo dico in rapporto a Cristo e alla Chiesa" (Ef 5,25.32). Infine la Chiesa è detta anche "corpo di Cristo", nelle lettere a quelli di Efeso (1,23) e di Colossi (1,24). Il che deve validamente stimolare i fedeli a mostrarsi degni dell'immensa clemenza e bontà di Dio, che li ha eletti a essere suo popolo.




    107 La Chiesa militante e quella trionfante
    Dopo questo, è necessario enumerare le singole parti della Chiesa e far rilevare le reciproche differenze, affinché il popolo intenda meglio la natura, le proprietà, i doni e le grazie della Chiesa a Dio diletta e mai cessi di lodare il suo nome santissimo.

    Due sono le parti principali della Chiesa: la "trionfante" e la "militante". La prima è l'assemblea illustre e felice degli spiriti beati e di coloro che hanno trionfato del mondo, della carne e del perfido demonio. Liberi e sicuri dalle molestie di questa vita, essi godono la beatitudine eterna. La seconda è l'insieme di tutti i fedeli che ancora vivono sulla terra. Si chiama militante, perché i suoi mèmbri devono sempre combattere con quei terribili nemici che sono il mondo, la carne e il demonio. Ma non si deve per questo ritenere che siano due chiese; bensì, come abbiamo detto, due parti della medesima Chiesa, una delle quali ha preceduto ed è già in possesso della patria celeste; l'altra segue sulla terra fino al giorno in cui, ricongiunta al Salvatore, si riposerà nella felicità eterna.




    108 Chi è compreso nella Chiesa
    Nella Chiesa militante vi sono due specie di uomini: i buoni e i cattivi. I cattivi partecipano dei medesimi sacramenti e professano la stessa fede dei buoni, ma ne differiscono per la vita e i costumi. Buoni sono quelli i quali sono congiunti e stretti tra loro non solo dalla professione della fede e dalla comunione dei sacramenti, ma anche dal soffio della grazia e dal vincolo della carità. Di essi è scritto: "II Signore conosce quelli che sono i suoi" (2 Tm 2,19). Gli uomini possono congetturare chi siano gli appartenenti a questa schiera di buoni, non già saperlo con sicurezza. Quindi non si deve credere che Cristo abbia voluto alludere a questa parte della Chiesa quando ci ha rimesso alla Chiesa, ordinandoci di ubbidire alla medesima (Mt 18,17). Essendo sconosciuta, come potrebbe uno esser certo a qual giudice debba ricorrere e a quale autorità debba ubbidire? La Chiesa abbraccia i buoni e i cattivi, come attestano la Sacra Scrittura e gli scritti dei santi Padri. Questo volle intendere l'Apostolo scrivendo: "Un solo corpo, un solo spirito" (Ef 4,4).

    Questa Chiesa è manifesta e visibile e viene paragonata a una città posta sopra un monte, che si vede dappertutto; poiché, dovendo tutti ubbidirle, è necessario conoscerla. E abbraccia non solo i buoni ma anche i cattivi, come molte parabole del Vangelo c'insegnano; per esempio là dove il regno dei cicli, cioè la Chiesa militante, è paragonato alla rete che si getta nel mare o al campo in cui viene soprasseminato il loglio (Mt 13,47.24); o all'aia in cui si ammucchiano frumento e pula (Le 3,17); o alle dieci vergini, metà fatue e metà savie (Mt 15,1.2). Si deve vedere una figura e un'immagine della Chiesa anche nell'antica arca di Noè (Gn 7), dov'erano chiusi non solo gli animali mondi, ma anche gli immondi. E sebbene la fede cattolica affermi con verità e costanza che alla Chiesa appartengono i buoni e i cattivi, bisogna tuttavia spiegare ai fedeli che, secondo le medesime norme di fede, è ben diversa la condizione di entrambi. I cattivi sono compresi nella Chiesa come la pula sta insieme con il frumento sull'aia o come le membra guaste restano congiunte al corpo vivo.




    109 Chi è escluso dalla Chiesa
    Segue da ciò che solo tre categorie di uomini sono escluse dalla Chiesa: gli infedeli, gli eretici e scismatici, gli scomunicati. Gli infedeli, perché non sono mai entrati nella Chiesa, mai l'hanno conosciuta, ne mai sono stati fatti partecipi dei sacramenti nella comunione del popolo cristiano. Gli eretici e gli scismatici, perché si sono separati dalla Chiesa e non appartengono più alla medesima, come i disertori non appartengono più all'esercito da cui sono fuggiti. Non si deve però ritenere che essi non soggiacciano alla potestà della Chiesa, che li chiama in giudizio, li punisce e li anatematizza. Gli scomunicati, infine, perché, essendo stati esclusi dalla Chiesa in seguito a un giudizio della medesima, non appartengono più a essa, fino a resipiscenza. Quanto agli altri uomini, pur peccatori e scellerati, è certo che essi continuano a essere nella Chiesa. E questo lo si deve ricordare spesso ai fedeli, affinché essi siano ben persuasi che anche quando la vita di certi prelati della Chiesa fosse viziosa, costoro sono sempre nella Chiesa, ne resta diminuita la loro potestà.




    110 Vari significati del termine "chiesa"
    Con il nome di chiesa si sogliono anche designare le varie parti della Chiesa universale, come fa l'Apostolo quando nomina le chiese di Corinto (1 Cor 1,2), della Galazia (Gal 1,2), di Laodicea (Col 4,16), di Tessalonica (1 Ts 1,1). Talora chiama chiesa anche le private famiglie dei fedeli, come quando dice di salutare la chiesa domestica di Prisca e di Aquila (Rm 16,4): "Vi salutano nel Signore grandemente Aquila e Priscilla con la loro chiesa domestica" (1 Cor 16,19); e la stessa parola adopera scrivendo a Filemone (Fm 1,2).

    Talora il vocabolo chiesa designa i suoi capi e pastori: "Se non ti ascolta, dillo alla Chiesa" (Mt 18,17); volendo intendere qui i capi della Chiesa. Si dice chiesa anche il luogo ove il popolo si aduna per la predica o altra funzione religiosa (1 Cor 11,18). Ma in questo articolo per Chiesa s'intende principalmente il popolo cristiano composto di buoni e di cattivi e non solo coloro che sono a capo, ma anche quelli che devono ubbidire.




    111 Note caratteristiche della Chiesa
    SANTA, CATTOLICA. Si spieghino ai fedeli le proprietà di questa Chiesa, dalle quali si rileva quanto sia grande il beneficio di Dio verso coloro che in essa nascono e sono educati.




    112 Unità della Chiesa
    La prima proprietà ricordata nel Simbolo dei Padri [niceni] è l'unità. Sta scritto: "Una è la mia colomba, una è la mia bella" (Ct 6,8). Una così grande moltitudine di uomini, diffusa per ogni dove, è detta una per i motivi elencati dall'Apostolo agli Efesini: "Uno è il Signore, una la fede, uno il Battesimo" (Ef 4,5). Uno è anche il suo capo e moderatore: quello invisibile è Cristo nostro Signore che l'eterno Padre ha costituito capo di tutta la Chiesa, suo mistico corpo (Ef 1,22), e quello visibile che siede sulla cattedra di Roma, quale successore legittimo di Pietro, principe degli Apostoli.

    Unanime fu il consenso dei Padri nel ritenere necessario questo capo visibile, per costituire e conservare l'unità della Chiesa. San Girolamo lo vide chiaramente e ne scrisse in questi termini contro Gioviniano: "Uno solo viene eletto affinchè, costituito il capo, sia tolta ogni occasione di scisma" (1 Adv. lovin., 1, 26). E a Damaso: "Taccia l'invidia, receda l'ambizione della romana dignità; io parlo con il successore del Pescatore, con il discepolo della croce. Io non seguo altri che Cristo come primo duce: ma mi unisco in comunione con la tua Beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro, sapendo che su questa pietra è stata edificata la Chiesa. Chiunque mangerà l'agnello fuori di questa casa è un estraneo; chiunque non starà nell'arca di Noè, perirà nelle acque del diluvio" (Epist., 15, 2). Molto tempo prima avevano detto la stessa cosa Ireneo (Adv. haereses, 3, 3) e Cipriano, il quale ultimo, parlando dell'unità della Chiesa, scrive: "II Signore dice a Pietro: "Io, o Pietro, dico a tè che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa". Edifica la Chiesa sopra uno solo e, sebbene attribuisca a tutti gli Apostoli, dopo la risurrezione, uguale potestà e dica: "Come il Padre ha mandato me, cosi io mando voi; ricevete lo Spirito Santo", pure, volendo far manifesta l'unità, dispose con la sua autorità che l'origine di detta unità derivasse da uno solo" (Cipriano, De cath. Eccl. unitate, 4).

    Ottato di Milevi scrive: "Non ti può scusar l'ignoranza, sapendo bene che in Roma, a Pietro per primo, fu data la cattedra episcopale sulla quale sedette il capo di tutti gli Apostoli, affinché tutti conservassero in lui solo l'unità della sede e i singoli Apostoli non estollessero ciascuno la propria. Perciò è scismatico e prevaricatore chi contro quest'unica cattedra ne colloca un'altra" (Ottato, Contro Parmen., 2, 2). Anche san Basilio scrive: "Pietro è stato collocato nel fondamento. Egli aveva detto: "Tu sei il Cristo figlio del Dio vivente" e in cambio aveva udito di dover essere la pietra; non però nella stessa maniera di Cristo. Cristo è la pietra veramente immobile; Pietro è immobile per virtù di quella. Gesù elargisce agli altri le sue dignità; è sacerdote e fa i sacerdoti; è pietra e costituisce la pietra: così elargisce ai suoi servi le cose sue" (Basilio, Hom. [falsamente ascritta] De paenit., 4). Infine sant'Ambrogio afferma: "Pietro è anteposto a tutti, perché solo fra tutti confessa [la divinità di Cristo]" (sant'Ambrogio, Exp. evang. sec. Lucam, 10, 175). Se uno obietta che la Chiesa, paga dell'unico capo e sposo Gesù Cristo, non ne debba cercare un altro, la risposta è pronta. Gesù Cristo è non solo l'autore, ma ancora l'interiore ministro dei singoli sacramenti; perché è lui che battezza e che assolve; eppure ha istituito degli uomini come ministri esteriori dei sacramenti. Perciò ha preposto alla Chiesa, che egli regge con il suo intimo soffio, un uomo quale vicario e ministro della sua potestà. Una Chiesa visibile ha bisogno di un capo visibile: quindi il nostro Salvatore, dando a Pietro con solenni parole l'incarico di pascolare le sue pecore, lo ha costituito capo e pastore della grande famiglia dei fedeli, nel senso che il suo successore avesse la medesima potestà di reggere e governare tutta la Chiesa.

    Del resto, scrive l'Apostolo ai Corinzi, "Uno e identico è lo spirito che infonde la grazia ai fedeli, come l'anima da vita alle membra del corpo" (1 Cor 12,11). E invitando quelli di Efeso a mantenere questa unità scrive: "Siate solleciti nel conservare l'unità dello spirito mediante il vincolo della pace: un solo corpo e un solo spirito" (Ef 4,3.4). Come il corpo umano si compone di molte membra, tutte avvivate da una sola anima che da vista agli occhi, udito alle orecchie e agli altri sensi le rispettive virtù, così il corpo mistico di Cristo, la Chiesa, si compone di molti fedeli. Unica è anche la speranza, come ivi l'Apostolo testifica, alla quale siamo stati chiamati, poiché tutti speriamo la medesima cosa: la vita eterna e beata. Una è infine la fede che tutti devono ricevere e professare. "Non ci siano scismi tra voi" dice l'Apostolo (1 Cor 1,10), e uno pure è il Battesimo, che è il sacramento della fede cristiana.




    113 Santità della Chiesa
    La seconda proprietà della Chiesa è la santità, come insegna il principe degli Apostoli scrivendo: "Ma voi, stirpe eletta, gente santa" (1 Pt 2,9). È detta "santa", perché consacrata e dedicata a Dio, com'è consuetudine chiamare sante tutte le cose di questo genere, anche materiali, purché ordinate e destinate al culto divino, come per esempio, nell'antica Legge, i vasi sacri, le vesti, gli altari e anche i primogeniti che venivano dedicati all'Altissimo. Né deve recare meraviglia che la Chiesa sia detta santa, sebbene contenga molti peccatori, giacché i fedeli si chiamano santi, in quanto sono divenuti popolo di Dio e, mediante la fede e il Battesimo, si sono consacrati a Cristo, anche se poi peccano e non mantengono le promesse fatte. Allo stesso modo chi esercita un'arte è sempre chiamato artefice, anche se non osserva i precetti dell'arte sua. Perciò san Paolo chiama i fedeli di Corinto "santificati" e "santi" (1 Cor 1,2), sebbene sia noto che ve ne fossero taluni che egli acerbamente rimprovera come carnali e peggio (ibid. 3,1).

    Santa è la Chiesa, perché congiunta come corpo al suo santissimo capo, che è Cristo nostro Signore, fonte di ogni santità, dal quale ci vengono i carismi dello Spirito Santo e le ricchezze della divina bontà. Molto efficacemente sant'Agostino, interpretando quelle parole del Profeta: "Proteggi l'anima mia perché sono santo", dice: "Osi pure il corpo mistico di Cristo, osi, come un solo uomo, gridare dagli estremi confini della terra e dire con il suo Capo e sotto il suo Capo: "Io sono santo" poiché ha ricevuto la grazia di santità, la grazia del Battesimo e della remissione dei peccati" (In Psalmos, 85, 2). E dopo poco aggiunge: "Se è vero che tutti i cristiani e i fedeli, battezzati in Cristo, hanno rivestito Cristo, come dice l'Apostolo: "Tutti voi che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27); se è vero che son divenuti membra del suo corpo, eppure dicono di non esser santi, allora fanno ingiuria al Capo le cui membra sono sante".

    Infine si aggiunga che solo la Chiesa possiede il culto legittimo del sacrificio e l'uso salutare dei sacramenti. Per essi, come per efficaci strumenti della grazia divina, Dio produce la vera santità, di guisa tale che i veramente santi non possono essere fuori di questa Chiesa. È chiaro dunque che la Chiesa è santa; e santa perché è il corpo di Cristo, da cui viene santificata e dal cui sangue viene lavata.




    114 Cattolicità della Chiesa
    Terza proprietà della Chiesa è il dirsi "cattolica" ossia "universale", epiteto che le conviene a buon diritto perché, come attesta sant'Agostino: "Da Oriente a Occidente si diffonde con lo splendore di un'unica fede" (Sermo, 242, 4). Essa non è, come le nazioni civili o le conventicole eretiche, ristretta nei confini di un regno o nell'ambito di una razza; ma abbraccia nel seno della sua carità tutti gli uomini: barbari o sciti, schiavi o liberi, maschi o femmine (Gai 3,28). Perciò sta scritto: "Ci hai ricomperati per Dio con il tuo sangue, da tutte le tribù e lingue e popoli e nazioni; e ci hai fatti regno per il nostro Dio" (Ap 5,9). David dice della Chiesa: "Chiedimi e ti darò in retaggio i popoli, in possesso le più lontane regioni" (Sai 2,8); e altrove: "Porrò Rahab e Babilonia tra coloro che mi han conosciuto" e "Ogni uomo è nato in essa" (Sai 86,4.5).

    Del resto tutti i fedeli, da Adamo a oggi e da oggi alla fine del mondo, i quali professano la vera fede, appartengono alla medesima Chiesa, che è stata edificata sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti. Tutti questi sono stati costituiti e fondati su quella pietra angolare che è Cristo, il quale delle due cose ne ha fatta una e ha annunciato la pace ai vicini e ai lontani (Ef 2,14-20). Si dice universale anche perché quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell'arca.




    115 Apostolicità della Chiesa
    Questa pertanto è la norma più sicura per distinguere la vera Chiesa dalla falsa. Ma la verità della Chiesa si può riconoscere anche dall'origine che, per una grazia evidente, deriva dagli Apostoli. La verità della sua dottrina non è recente ne nata ora, ma trasmessa un tempo dagli Apostoli e disseminata poi per tutto il mondo. Segue da ciò che nessuno deve dubitare che le empie teorie degli eretici, contrarie alla dottrina della Chiesa predicata dal tempo degli Apostoli fino a oggi, si allontanano dalla fede della vera Chiesa.

    Perciò, affinché tutti capissero quale fosse la Chiesa cattolica, per divina ispirazione i Padri aggiunsero nel Simbolo l'epiteto di "apostolica". Infatti lo Spirito Santo che presiede alla Chiesa non la governa con altra sorta di ministri all'infuori di quelli apostolici. Questo Spirito fu prima donato agli Apostoli ed è poi sempre rimasto nella Chiesa, grazie all'infinita benignità di Dio. Ma come soltanto questa Chiesa non può errare nell'insegnare la disciplina della fede e dei costumi, perché governata dallo Spirito Santo, così tutte le altre, che si arrogano il nome di chiese, essendo guidate dallo spirito del demonio, devono necessariamente cadere in perniciosissimi errori di fede e di costumi.




    116 Figure della Chiesa nel Vecchio Testamento
    Le figure del Vecchio Testamento sono efficacissime per eccitare l'animo dei fedeli e per richiamare alla memoria bellissimi insegnamenti; per questo soprattutto gli Apostoli le hanno adoperate. I parroci non trascurino questa parte dell'insegnamento, che offre molte utilità. Un chiaro significato ha l'arca di Noè, che fu costruita per divino comando, solo perché nessun dubbio rimanesse circa il suo significato relativo alla Chiesa. Questa infatti Dio l'ha costituita in guisa tale che chiunque entra in essa attraverso il Battesimo rimane salvo da ogni pericolo di morte eterna; mentre quelli che ne sono fuori rimangono sommersi dai loro delitti: appunto come avvenne a quelli che non entrarono nell'arca. Altra figura è quella della grande città di Gerusalemme, il cui nome nella Scrittura designa spesso la Chiesa. In essa soltanto era lecito offrire sacrifici a Dio, perché nella sola Chiesa, e non fuori, si trova il vero culto e il vero sacrificio accetto a Dio.




    117 La Chiesa stessa è oggetto di fede
    Da ultimo bisogna insegnare in quale senso sia articolo di fede il credere la Chiesa. Certo, ognuno con l'intelligenza e con i sensi percepisce l'esistenza terrena della Chiesa, cioè l'esistenza di un'assemblea di uomini, addetti e consacrati a Gesù Cristo; né sembra vi sia bisogno della fede a capirlo, poiché nemmeno i Giudei o i Turchi lo pongono in dubbio. Ma soltanto la mente illuminata dalla fede, e non dietro considerazioni umane, può comprendere i misteri contenuti nella santa Chiesa di Dio, parte dei quali abbiamo già spiegato, parte vedremo poi, spiegando il sacramento dell'Ordine. Dunque se anche questo articolo, come gli altri, supera la facoltà e le forze della nostra intelligenza, a buon diritto professiamo di considerare la fondazione, gli uffici e la dignità della Chiesa, non con gli occhi dell'umana ragione, ma anche con quelli della fede.

    Infatti non furono gli uomini i fondatori di questa Chiesa, ma lo stesso Dio immortale, che l'ha edificata sopra saldissima roccia, come disse il Profeta: "Lo stesso Altissimo l'ha fondata" (Sal 86,5). Perciò si chiama "eredità di Dio" (Sai 27,9), "popolo di Dio" (Os 2,1). La potestà che ha ricevuta non è umana, ma di attribuzione divina. E come non si può acquistare con le forze umane, così solo la fede ci fa intendere che nella Chiesa vi sono le chiavi del regno dei cieli (Mt 16,19); che essa ha ricevuto il potere di rimettere i peccati (Gv 20,23), di scomunicare (Mt 16,19), di consacrare il vero corpo di Cristo (Lc 22,19) e che i cittadini in essa dimoranti non hanno qui dimora stabile, ma ne vanno cercando una futura (Eb 13,14).

    Bisogna pertanto credere necessariamente la Chiesa una, santa e cattolica. Noi crediamo nelle tre Persone della Trinità, Padre, Figliolo e Spirito Santo, in guisa tale da collocare in essi tutta la nostra fede. Ma qui, mutando il modo di dire, professiamo di credere "la santa Chiesa", e non "nella santa Chiesa"; questo per distinguere, anche con la diversità della frase, Dio creatore dell'universo dalle cose create e per attribuire a un dono della sua bontà gli immensi benefici che sono stati conferiti alla Chiesa.




    118 In che consista la "comunione dei santi"
    LA COMUNIONE DEI SANTI. San Giovanni Evangelista, scrivendo ai fedeli intorno ai misteri divini, da questa ragione del suo insegnamento: "Affinché voi pure abbiate società con noi e la nostra società sia con il Padre e con il Figliolo di lui, Gesù Cristo" (1 Gv 1,3). Questa società consiste nella comunione dei santi, oggetto del presente articolo. Sarebbe davvero desiderabile che i responsabili delle chiese imitassero la diligenza di Paolo e degli altri Apostoli nello spiegare questo articolo, che non solo è come un'interpretazione del precedente ed è fecondo di frutti assai ubertosi, ma anche chiarisce qual uso debba farsi dei misteri contenuti nel Simbolo. Noi dobbiamo investigarli e accettarli appunto per esser ammessi nella grandiosa e beata società dei santi e una volta ammessi perseverarvi costantemente, rendendo grazie con gaudio a Dio Padre, che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce (Col 1,12).

    Anzitutto si dovrà insegnare ai fedeli che il presente articolo è come una spiegazione di quello precedente intorno alla Chiesa, una, santa e cattolica; poiché l'unità di spirito da cui è retta fa sì che sia comune tutto quanto essa possiede. Il frutto di tutti i sacramenti appartiene a tutti i fedeli, i quali con essi, come per mezzo di catene, vengono legati e uniti a Cristo: soprattutto con il Battesimo, per il quale, come attraverso una porta, entrano nella Chiesa.

    Che questa comunione dei santi indichi quella dei sacramenti, è manifesto dalle parole del Simbolo: "Confesso un solo Battesimo". Seguono a questo, prima l'Eucaristia, poi tutti gli altri sacramenti. Infatti sebbene il nome di "comunione" convenga a tutti i sacramenti, in quanto ci congiungono a Dio e ci fanno partecipi di lui, la cui grazia riceviamo, pure si appropria meglio all'Eucaristia, la quale attua questa comunione.




    119 La comunione dei santi illustrata dall'esempio del corpo umano
    Nella Chiesa c'è da considerare anche un'altra comunione. Tutto quanto viene praticato con devota e santa mente da uno, appartiene a tutti e a tutti giova, in virtù della carità, che non cerca il proprio vantaggio (1 Cor 13,5). Lo prova la testimonianza di sant'Ambrogio, il quale commentando quel passo del salmo: "Io sono il compagno di quelli che ti temono", osserva: "Come diciamo che un membro è partecipe di tutto il corpo, così diciamo che ciascuno è unito a tutti gli altri che temono il Signore. Perciò Gesù Cristo prescrivendo la formula di preghiera ci fece dire: "il nostro pane" e non "il mio pane" e così via; affinché considerassimo non soltanto il nostro bene individuale, ma quello di tutti" (Exp. de Psalmo, 118, 8, 54).

    La comunione dei beni viene spesso illustrata nella Sacra Scrittura con l'appropriata similitudine delle membra del corpo umano. Nel corpo vi son molte membra, che tuttavia formano un solo corpo, nel quale ciascuno compie l'ufficio proprio, non tutti il medesimo. Dette membra non hanno uguale dignità ne compiono funzioni ugualmente utili e decorose, e ciascuna bada non al comodo proprio ma all'utilità di tutto il corpo. E sono congiunte così bene tra loro che, se ne duole una, soffrono anche le altre, per una certa affinità e consenso di natura; mentre se gode, provano anche le altre membra un senso di benessere. Il medesimo si verifica nella Chiesa. Anche in lei vi sono membra diverse, cioè le varie nazioni di giudei e di gentili, liberi e schiavi, poveri e ricchi; ma, una volta ricevuto il Battesimo, diventano un solo corpo, con Cristo per capo. Inoltre a ognuno nella Chiesa è assegnato il suo ufficio. Vi sono alcuni Apostoli, altri Dottori, costituiti tali per la pubblica utilità; ad alcuni spetta il governare e l'insegnare, ad altri l'obbedire e l'essere soggetti.




    120 Quali membri della Chiesa godono dei suoi beni spirituali
    Coloro che vivono una vita cristiana nella carità godono tanti e preziosi doni e benefici divini e sono giusti e cari a Dio. Mentre le membra morte, cioè gli uomini peccatori e lontani dalla grazia di Dio, pur non venendo privati del beneficio di essere membra del corpo della Chiesa, non percepiscono, perché morti, quel frutto spirituale di cui godono gli uomini giusti e pii. Nondimeno, restando sempre nella Chiesa, vengono aiutati da coloro che vivono secondo lo spirito, perché possano ricuperare la grazia e la vita perduta, cogliendo quei frutti di cui restano privi coloro che sono del tutto separati dalla Chiesa.

    E sono comuni non soltanto quei doni che rendono gli uomini cari a Dio e giusti, ma anche le grazie cosiddette gratis date, tra cui si annoverano la scienza, la profezia, il dono delle lingue e dei miracoli e simili: doni che sono concessi anche ai cattivi per motivo non di utilità privata ma pubblica, a edificazione della Chiesa. Infatti la virtù delle guarigioni è concessa non a beneficio di chi la possiede, ma per chi è malato. Del resto l'individuo veramente cristiano nulla possiede di così strettamente suo che non lo debba ritenere in comune con gli altri. Quindi deve essere pronto a sollevare la miseria dei poveri, essendo chiaro che non possiede la carità di Dio chi, fornito di sostanze, non aiuta il fratello che vede nel bisogno (1 Gv 3,17). Così stando le cose, è evidente che quelli i quali vivono in questa santa comunione sono in certo modo felici e possono a buon diritto esclamare: "Quanto sono amabili le tue tende, o Signore degli eserciti! L'anima mia sospira e sviene negli atri del Signore" e ancora: "Beati coloro che abitano nella tua casa, o Signore" (Sal 83, 2.3.5).

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    Predefinito Articolo 10: La remissione dei peccati

    121 Significato dell'articolo
    Nessuno che veda questo articolo sulla remissione dei peccati annoverato tra gli altri articoli di fede può dubitare che esso contenga un mistero divino e per giunta necessarissimo a conseguire la salvezza. Come infatti abbiamo già spiegato, senza la ferma fede di tutto quello che il Simbolo ci propone di credere, non si apre la porta della misericordia di Cristo. Se fosse necessario confermare con qualche testimonianza ciò che deve esser noto a tutti, basterà ricordare quanto attestò ai discepoli il Salvatore poco prima dell'ascensione, quando apri loro la mente a intendere le Scritture e disse che Cristo doveva patire e il terzo giorno risorgere dai morti e che sarebbe stata predicata nel nome di lui la penitenza per la remissione dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme (Lc 24,46.47). I parroci, riflettendo bene a queste parole, facilmente intenderanno che, se è necessario esporre ai fedeli le altre verità della religione, è necessarissimo, per obbligo loro fatto da Dio, spiegare con diligenza il presente articolo.




    122 Il potere di rimettere i peccati nella Chiesa
    Dovere del parroco su questo punto è di insegnare che nella Chiesa cattolica si trova non solo la remissione dei peccati, di cui Isaia aveva predetto: "II popolo che abita [in Sion] riceverà il perdono della sua iniquità" (Is 33,24), ma anche la potestà di rimettere i peccati. Per essa, ove i sacerdoti ne facciano uso secondo le leggi prescritte da Gesù Cristo nostro Signore, si deve credere che i peccati vengono veramente rimessi e perdonati.

    Questo perdono ci viene donato così abbondantemente, professando per la prima volta la fede, con l'acqua del Battesimo, che non vi rimane più né colpa da cancellare (sia quella contratta per origine, sia quella commessa per propria opera o omissione), né pena da scontare. Ma la grazia del Battesimo non libera da ogni infermità della natura; che anzi non si trova quasi nessuno che nella lotta contro i moti della concupiscenza, perenne incitatrice al peccato, resista con tanta energia e difenda con tanta vigilanza la sua integrità da evitare ogni ferita. Essendo pertanto necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche per una via diversa dal sacramento del Battesimo, a essa furono consegnate le chiavi del regno dei cieli, in virtù delle quali fossero perdonati a qualsiasi penitente i peccati commessi anche fino all'ultimo giorno della vita.

    La Scrittura ne contiene chiarissima testimonianza in san Matteo, dove il Signore così parla a san Pietro: "Darò a te le chiavi del regno dei cieli; qualunque cosa avrai legato sulla terra sarà legata anche nei cieli e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli" (Mt 16,19). E altrove: "Quanto legherete sulla terra, sarà legato nel cielo e quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo" (ibid. 18,18). San Giovanni attesta che il Signore, dopo aver alitato sugli Apostoli, disse: "Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).




    123 Nessun peccato è irremissibile nella Chiesa
    Questa potestà della Chiesa non è ristretta a certe specie di peccati e non si può ammettere o pensare delitto così enorme che la Chiesa non abbia potestà di rimetterlo, come non c'è uomo così infame e scellerato che, qualora si penta davvero dei suoi misfatti, non debba avere speranza certa di perdono. E nemmeno tale potestà è circoscritta a un dato tempo. A qualunque ora il peccatore vorrà tornare alla salvezza, non dovrà essere respinto, come ha insegnato il nostro Salvatore quando rispose al principe degli Apostoli, che lo interrogava su quante volte (sette forse?) si dovesse perdonare ai peccatori: "Non sette, ma settanta volte sette" (Mt 18,22).




    124 A chi è riservata la potestà di rimettere i peccati
    Se consideriamo i ministri di questo potere, lo vedremo restringersi, perché il Signore non lo concesse a tutti, ma soltanto ai vescovi e ai sacerdoti. Lo stesso si dica sul modo di esercitarlo, giacché solo mediante i sacramenti e osservandone la forma si possono rimettere i peccati. Non è stato dato alla Chiesa il diritto di sciogliere dai peccati in altra maniera. Ne segue che i sacerdoti e i sacramenti servono come strumenti per perdonare i peccati: sono strumenti con i quali Cristo nostro Signore, autore e donatore della salute, opera in noi la remissione dei peccati e la giustizia.




    125 La remissione dei peccati avviene solo per autorità divina
    Affinché i fedeli meglio apprezzino questo dono celeste, elargito alla Chiesa per la singolare misericordia di Dio verso di noi, e lo usino con più ardente slancio di pietà, curi il parroco di dimostrare la dignità e l'ampiezza di questa grazia, che si rileva soprattutto esponendo con diligenza quanto grande sia la virtù di rimettere i peccati e fare gli uomini da ingiusti giusti. E noto che ciò avviene per l'infinita e immensa potenza di Dio; quella medesima che crediamo necessaria per risuscitare dai morti e creare il mondo. E se, come vuole sant'Agostino (In evang. loh., 72, 3), deve considerarsi maggiore opera render giusto un uomo che creare dal nulla il ciclo e la terra, essendo la creazione opera solo di infinita virtù, ne segue a maggior ragione che la remissione dei peccati sia da attribuire alla potenza infinita.

    Verissime sono pertanto le parole degli antichi Padri, con cui professano che solo Dio perdona agli uomini i peccati, né si può riferire ad altri che alla sua somma bontà e potenza un'opera così mirabile. "Io sono" dice il Signore stesso per bocca del profeta, "quegli che cancella le tue iniquità" (Is 43,25). Come, dunque, nessuno può rimettere il debito, se non il creditore, così essendo noi obbligati a Dio per i nostri peccati – e perciò preghiamo ogni giorno: "rimetti a noi i nostri debiti" (Mt 6,12) - è evidente che nessuno, tranne lui, può perdonare i nostri peccati.

    Questo dono mirabile e divino non fu concesso a nessuna creatura umana prima che Dio si facesse uomo. Primo di tutti, Gesù Cristo salvatore nostro, come uomo, essendo ugualmente vero Dio, ricevette questo dono dal Padre celeste: "Affinché sappiate" disse "che il Figlio dell'uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati, levati su" disse al paralitico "piglia il tuo letto e vattene a casa" (Mt 9,6; Mc 2,9).

    Fattosi uomo per elargire agli uomini il perdono dei peccati, il Redentore, prima di salire al cielo e sedervi in perpetuo alla destra del Padre, concesse questa potestà ai vescovi e ai sacerdoti nella Chiesa. Non dimentichiamo però, come abbiamo già detto, che Cristo perdona i peccati di propria autorità, mentre i sacerdoti solo in quanto sono suoi ministri. Perciò, se è vero che noi dobbiamo ammirare e considerare profondamente le cose operate dalla Potenza infinita, è chiaro che dovremo ammirare questo preziosissimo dono che, per benignità di Cristo, è stato elargito alla Chiesa.




    126 Benignità di Dio nel modo di rimettere i peccati
    Ma il modo stesso che Dio, Padre clementissimo, ha stabilito per cancellare i peccati del mondo, deve efficacemente eccitare l'animo dei fedeli a contemplare la grandezza di questo beneficio. Egli infatti volle che i nostri peccati venissero espiati con il sangue del suo Figlio unigenito, affinché questi pagasse la pena da noi meritata per i nostri peccati ed egli, giusto, fosse condannato per i peccatori, innocente, subisse una acerbissima morte per i colpevoli. Quante volte perciò ricorderemo che noi non fummo già riscattati con vile moneta, ma con il prezioso sangue di Cristo, agnello incontaminato e senza macchia (1 Pt 1,18.19), ci sarà facile dedurre che nulla di più salutare ci poteva essere concesso da Dio di questa facoltà di rimettere i peccati, dono che mostra tutta la misteriosa provvidenza di Dio e il suo immenso amore per noi.

    E` altresì necessario che ciascuno ritragga da questa meditazione il maggior frutto possibile, poiché chi offende Dio con il peccato mortale perde i meriti che gli venivano dalla passione e morte di Cristo; così gli è negato l'accesso a quel paradiso che il Redentore gli aveva aperto a prezzo del suo preziosissimo sangue. Perciò ogni volta che pensiamo a questo, non possiamo non pensare seriamente alla profonda miseria nostra.

    Ma se consideriamo quale ammirabile potere fu da Dio concesso alla sua Chiesa e se, fermi in questo articolo di fede, crediamo che a ognuno è dato, con l'aiuto divino, di ritornare al primitivo stato di grazia e dignità, allora con il cuore pieno di esultanza ci sentiamo spinti a rivolgere a Dio le più vive grazie. Se quando siamo gravemente malati, ci sembrano buoni e gradevoli perfino i tarmaci che la scienza medica ci somministra, quanto più soavi dovranno essere per noi quei rimedi che la, sapienza di Dio istituì a cura delle anime e quindi a restaurazione della vita? Soprattutto perché portano con sé non già una dubbia speranza di salvezza, come le medicine che si prendono per il corpo, ma una sicura salvezza a coloro che bramano di essere sanati.




    127 Con quanto impegno deve essere accolto il beneficio del perdono
    I fedeli, dopo aver conosciuto la preziosità di così insigne beneficio, saranno esortati a sforzarsi di usarne religiosamente. Poiché è impossibile evitare che chi rifiuta uno strumento utile, anzi necessario, non ne risulti suo spregiatore. Tanto più che il Signore affidò alla Chiesa questa potestà di rimettere i peccati, appunto perché tutti facessero ricorso al salutifero rimedio. Come infatti senza il Battesimo nessuno può riacquistare l'innocenza, così chiunque voglia ricuperare la grazia del Battesimo, perduta con colpe mortali, dovrà ricorrere a un altro genere di espiazione e precisamente al sacramento della Penitenza.

    Però si devono ammonire i fedeli perché, essendo stata prospettata una possibilità di perdono così ampia da non essere circoscritta da alcun limite di tempo, non si sentano più proclivi al peccato o più pigri alla resipiscenza. Nel primo caso, evidentemente irrispettosi e sprezzanti verso tale divina potestà, sarebbero indegni della misericordia di Dio; nel secondo, dovrebbero vivamente paventare che, colti dalla morte, non si trovino ad avere inutilmente creduto in un perdono dei peccati, che il continuo procrastinare ha fatto loro perdere per sempre.

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    Predefinito Articolo 11: La Risurrezione della carne

    128 Significato dell'articolo
    Che questo articolo abbia molto valore per rafforzare la verità della nostra fede è ben chiaro dal fatto che è non solo proposto ai fedeli dalle Sacre Scritture perché lo credano, ma viene anche confermato con molti argomenti. Questo raramente accade per gli altri articoli del Simbolo; si può quindi comprendere come su di esso poggi la speranza della nostra salvezza, come su solidissimo fondamento. Infatti, argomenta l'Apostolo, "Se non vi è la risurrezione dei morti, neppure Cristo è risorto e se Cristo non è risorto, è inutile la nostra predicazione, come inutile è la vostra fede" (1 Cor 15,14).

    Nello spiegarlo dunque il parroco non porrà minore impegno di quanto si affaticarono molti empi nel distruggerlo. Sarà dimostrato fra poco come dalla sua conoscenza ridondino a vantaggio dei fedeli grandi e segnalate utilità.




    129 Perché si dice: "la risurrezione della carne"
    Si dovrà osservare anzitutto che la risurrezione degli uomini in questo articolo è detta "risurrezione della carne". Ciò non è stato fatto senza ragione; poiché gli Apostoli vollero insegnare così una verità che è necessario ammettere: l'immortalità dell'anima. E, perché nessuno credesse che l'anima muore con il corpo e fossero poi entrambi richiamati alla vita, mentre da moltissimi luoghi delle Sacre Scritture l'anima risulta certamente immortale, nell'articolo si fa menzione solamente della risurrezione della carne. E sebbene spesso, anche nelle Sacre Scritture, la parola carne significhi tutto l'uomo, come per esempio in Isaia: "Ogni carne è come fieno" (40,6) e in san Giovanni: "II Verbo si fece carne" (1,14), tuttavia in questo luogo essa significa il corpo, per farci comprendere che delle due parti, anima e corpo, di cui è composto l'uomo, la seconda sola, cioè il corpo, si corrompe e ritorna nella polvere della terra, dalla quale fu tratto, mentre l'anima rimane incorrotta. Ma poiché nessuno è richiamato alla vita, se prima non sia morto, dell'anima non si può dire propriamente che risorge.

    Si fa menzione della carne anche per confutare l'eresia propagata da Imeneo e Fileto (2 Tm 2,17), mentre ancora viveva l'Apostolo. Costoro asserivano che la risurrezione menzionata nelle Sacre Scritture non è la corporea, ma la spirituale, per la quale si risorge dalla morte del peccato alla vita della grazia. Con le parole dell'articolo evidentemente si esclude quell'errore e si conferma la risurrezione del corpo.




    130 La risurrezione della carne si deve illustrare con le Scritture
    Sarà cura del parroco illustrare questa verità con esempi tolti dal Vecchio e dal Nuovo Testamento e da tutta la storia ecclesiastica. Vi furono infatti dei richiamati a vita da Elia (1 Re 17,22) e da Eliseo (2 Re 4,34) nell'Antico Testamento; oltre quelli che risuscitò da morte nostro Signore Gesù Cristo (Mt 9,25), alcuni furono risuscitati dai santi Apostoli (At 9,40) e da altri moltissimi. Ora queste risurrezioni confermano l'insegnamento dell'articolo. Come infatti crediamo che molti furono risuscitati da morte, così deve credersi che tutti saremo richiamati alla vita. Anzi il miglior frutto che dobbiamo ricavare da questi miracoli è appunto di credere con la fede più grande questo articolo.

    Sono molti i testi di cui i parroci che posseggano una conoscenza pur mediocre delle Sacre Scritture potranno servirsi. 1 più notevoli sono nel Vecchio Testamento e si possono leggere: in Giobbe, dove dice che egli, nella sua carne, vedrà il suo Dio (19,26); in Daniele, dove parla di quelli che dormono nella polvere della terra, per svegliarsi, altri alla vita eterna, altri all'eterno obbrobrio (12,2). Nel Nuovo Testamento poi abbiamo quel che san Matteo riferisce circa la disputa che ebbe il Signore con i Sadducei (Mt 22,23) e quello che narrano gli Evangelisti intorno all'ultimo giudizio (Mt 25,31). Si aggiunga anche quel che espone con tanta acutezza l'Apostolo, scrivendo ai fedeli di Corinto e di Tessalonica (1 Cor 15,12; 1 Ts 4,13).




    131 Utilità degli esempi
    Ma sebbene questa verità sia certissima per fede, gioverà molto mostrare, con esempi e con ragionamenti, che quanto la fede propone di credere, non è contrario alla natura e alla ragione umana. Difatti l'Apostolo così risponde a chi domandi come possano risorgere i morti: "O sciocco, quel che tu stesso semini, non nasce se prima non muore. E seminandolo, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, per esempio di grano o di altro genere. Dio poi gli da il corpo come vuole". E poco dopo dice: "Si semina nella corruzione, risorgerà nella incorruzione" (1 Cor 15,36.38.42). A questa similitudine san Gregorio mostra che se ne possono aggiungere molte altre. "La luce" egli scrisse "ogni giorno sparisce dai nostri occhi come se morisse e ritorna di nuovo come se risorgesse; gli alberi perdono il verde e di nuovo lo riacquistano, come se risorgessero; i semi muoiono imputridendo e risorgono di nuovo germinando" (Gregorio, Moralia, 14, 55).




    132 Si deve dimostrare con argomenti
    Anche le ragioni che vengono addotte dagli scrittori ecclesiastici possono essere adatte a provare questa verità. In primo luogo, essendo l'anima immortale e avendo una propensione naturale, come parte dell'uomo, al corpo umano, si dovrà ritenere che non sia naturale per essa restare sempre divisa dal corpo. E poiché ciò che è contrario alla natura ed è violento non può durare a lungo, sembra ragionevole che si ricongiunga al corpo; ne segue che vi sarà la risurrezione dei corpi. Di questo argomento il nostro Salvatore si servì quando, disputando con i Sadducei, dall'immortalità delle anime dedusse la risurrezione dei corpi (Mt 22,32). Secondo, Dio, che è sommamente giusto, ha apparecchiato supplizi per i cattivi e premi per i buoni. Moltissimi però muoiono senza aver scontato la pena e più ancora senza aver ricevuto il premio delle loro virtù. Dunque le anime dovranno ricongiungersi necessariamente ai loro corpi, perché questi, di cui gli uomini si servono per peccare, ricevano il castigo o il premio delle loro azioni. Questo argomento è stato trattato con molta cura da san Giovanni Crisostomo in un'omelia al popolo di Antiochia (Hom. Ad pop. Ant., 1, 9).

    Ecco perché l'Apostolo, parlando della risurrezione, dice: "Se per questa vita sola speriamo in Cristo, siamo i più miserabili degli uomini" (1 Cor 15,19). Tali parole nessuno vorrà riferirle alla miseria dell'anima, che è immortale e, se anche i corpi non risorgessero, pure nella vita futura potrebbe godere la beatitudine, ma bisogna intenderle come riferite a tutto l'uomo. Se infatti al corpo non fossero dati i premi condegni per le sue pene, ne seguirebbe che coloro i quali, come gli Apostoli, hanno sopportato nella vita tante disgrazie e travagli sarebbero i più miseri dei mortali. La stessa cosa, ma molto più chiaramente, è insegnata da san Paolo con queste parole ai Tessalonicesi: "Noi stessi ci gloriarne di voi nelle chiese di Dio, della vostra pazienza e fede in mezzo a tutte le persecuzioni e tribolazioni da voi sopportate: indizio del giusto giudizio di Dio, perché siate ritenuti degni del regno di Dio, per cui anche patite. E giusto che Dio renda tribolazioni a coloro che vi affliggono; e a voi tribolati dia riposo con noi, all'apparire che farà dal cielo il Signore Gesù coi potenti suoi angeli, in un incendio di fiamme, per fare vendetta di coloro che non han riconosciuto Dio e non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù Cristo" (2 Ts 1,4-8).

    Inoltre gli uomini, fintantoché l'anima è separata dal corpo, non possono raggiungere la felicità piena, ricolma di ogni bene. Infatti, come ogni parte separata dal tutto è imperfetta, così è anche l'anima che non sia unita al corpo. Perciò ne segue che è necessaria la risurrezione dei corpi perché nulla manchi alla completa felicità dell'anima. Con queste ragioni e con altre simili il parroco potrà istruire i fedeli su questo articolo.




    133 Tutti gli uomini risorgeranno
    Sarà inoltre necessario spiegare, secondo la dottrina dell'Apostolo, quali debbano essere i risuscitati alla vita; poiché, scrivendo ai Corinzi, egli dice: "Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati" (1 Cor 15,22). Prescindendo dunque da qualsiasi differenza di buoni e cattivi, tutti, pur non avendo la stessa sorte, risorgeranno da morte: quanti fecero il bene, in risurrezione di vita; quanti fecero il male, in risurrezione di condanna (Gv 5,29).

    Quando diciamo tutti vogliamo indicare tanto quelli che al momento del giudizio saranno già morti, quanto quelli che moriranno. San Girolamo infatti scrive che la Chiesa ammette l'opinione che tutti dovranno morire, nessuno eccettuato, e che questa è più vicina al vero (Epist. ad Minerv., 119); la stessa opinione è anche quella di sant'Agostino (De civit. Dei, 20, 20). Né a essa contraddice quel che l'Apostolo scrive ai Tessalonicesi: "Quelli che morirono in Cristo, risorgeranno i primi; in seguito, noi che viviamo, che siamo rimasti, verremo rapiti nell'aria, insieme con quelli, incontro a Cristo" (1 Ts 4,16). Sant'Ambrogio infatti spiegando questo passo, dice: "Nello stesso rapimento verrà prima la morte come in un sopore, di modo che l'anima uscita ritorna in un attimo. Nell'essere sollevati moriranno, affinché giungendo presso il Signore ricevano la vita per la presenza del Signore; perché con il Signore non possono esserci morti" (Comm. in 1 epist. ad Thes., 4, 16). Tale opinione viene approvata dall'autorità di sant'Agostino nella Città di Dio (ibid.).




    134 Risorgerà il corpo di ciascuno
    Ma poiché è molto importante la certezza che sia lo stesso e identico corpo di ciascuno di noi, quantunque corrotto e ridotto in polvere, a risuscitare alla vita, il parroco deve accuratamente spiegarlo. Tale è il pensiero dell'Apostolo quando dice: "Quest'essere corruttibile deve rivestirsi di incorruzione" (1 Cor 15,53), volendo manifestamente indicare con il termine questo, il proprio corpo. Anche Giobbe profetizzò di esso in modo chiarissimo dicendo: "E nella carne mia vedrò il mio Dio; lo vedrò io stesso, i miei occhi lo mireranno e non un altro" (19,26). Ciò risulta dalla stessa definizione della risurrezione; infatti essa, secondo il Damasceno, è un richiamo a quello stato dal quale sei caduto (Exp. fidei, 4, 27).

    Finalmente, se consideriamo la ragione già sopra indicata per cui avverrà la risurrezione, non ci può essere alcun dubbio in proposito. Dicemmo infatti che i corpi saranno resuscitati, affinchè abbia ciascuno quel che è dovuto al suo corpo, secondo quel che operò, sia di bene, sia di male (2 Cor 5,10). L'uomo deve dunque necessariamente risorgere nello stesso corpo, con cui servì a Dio o al demonio, per ricevere con il medesimo corpo le corone del trionfo e i premi o per soffrire le pene e i supplizi.




    135 Il corpo risorgerà integro
    E non risorgerà solo il corpo; ma anche tutto ciò che è parte della sua vera natura, del decoro e ornamento dell'uomo, deve ritornare a lui. Abbiamo uno splendido argomento di sant'Agostino: "Non vi sarà allora nei corpi ombra di difetto; se alcuni furono troppo obesi e grassi per la pinguedine, non prenderanno tutta la massa del corpo; ma quel che supererà la misura normale, sarà considerato superfluo. Al contrario, tutto quello che nel corpo sarà consumato da malattia o vecchiaia, sarà ridonato da Cristo per virtù divina, come a coloro che furono gracili per magrezza Cristo riparerà non solo il corpo, ma tutto quello che fu tolto dalla miseria di questa vita" (De civit. Dei, 22,19). Così in un altro luogo: "Non riprenderà l'uomo i capelli che aveva, ma quelli che gli stavano bene, secondo il passo: "Tutti i capelli del vostro capo sono numerati"; essi devono ripararsi secondo la divina sapienza" (ibid.). Anzitutto ci saranno ridonate tutte le membra che fanno parte della completa natura umana. Chi dalla nascita sia stato privo degli occhi o li abbia perduti per qualche malattia, gli zoppi, gli storpi e i minorati risorgeranno con il corpo intero e perfetto; altrimenti non sarebbe soddisfatto il desiderio dell'anima, la quale tende all'unione con il corpo. Tale desiderio tutti crediamo con certezza che debba essere appagato.

    Inoltre è certo che la risurrezione, appunto come la creazione, va annoverata fra le migliori opere di Dio. Come dunque tutte le cose dal principio della creazione uscirono perfette dalle mani di Dio, così dovrà avvenire anche nella risurrezione. Né ciò si deve dire solo dei martiri, dei quali sant'Agostino afferma: "Non saranno senza quelle membra: poiché la mutilazione non potrebbe non essere un difetto del corpo; altrimenti quelli che furono decapitati, dovrebbero risorgere senza la testa. Però rimarranno nelle loro membra le cicatrici della spada, più risplendenti dell'oro e di qualsiasi pietra preziosa, come le cicatrici delle piaghe di Cristo" (ibid.). Ciò si afferma con verità anche dei cattivi, anche se le loro membra siano state amputate per una colpa personale; poiché l'acutezza del dolore sarà in ragione delle membra che essi avranno.

    Perciò una tale restituzione delle membra non ridonderà a loro felicità, ma disgrazia e miseria, poiché i meriti non vengono attribuiti alle membra, bensì alla persona alla quale sono unite. A quelli che fecero penitenza saranno restituite per premio; a quelli invece che aborrirono la penitenza, per supplizio.

    Se i parroci considereranno attentamente tutto questo, non mancheranno loro i fatti e i pensieri per muovere e infiammare all'amore della religione gli animi dei fedeli, affinché considerando i fastidi e le afflizioni di quaggiù, dirigano i loro ardenti desideri verso la gloria beata della risurrezione, preparata per i giusti e per i pii.




    136 Immortalità dei corpi risorti
    Rimane ora da far comprendere ai fedeli che, sebbene per quanto ne costituisce la sostanza debba resuscitare l'identico corpo che ha subito la morte, il suo stato però sarà molto differente. A parte infatti le altre circostanze in questo sta la differenza dei corpi risuscitati da quel che erano prima: mentre allora erano soggetti alle leggi della morte, dopo richiamati a vita, a prescindere dalle differenze tra buoni e cattivi, tutti saranno immortali. Questa meravigliosa reintegrazione della natura fu meritata dalla grande vittoria che Cristo riportò sulla morte, come ci insegnano le Sacre Scritture. Sta scritto infatti: "Egli precipiterà la morte in sempiterno" (Is 25,8); e altrove: "Sarò la tua morte, o morte" (Os 13,14). Spiegando tali parole, l'Apostolo dice: "La morte, l'ultima nemica, sarà distrutta" (1 Cor 15,26). E in san Giovanni leggiamo: "D'ora in poi non vi sarà più la morte" (Ap 21,4).

    Era molto conveniente che il peccato di Adamo fosse del tutto vinto per merito di Cristo nostro Signore, il quale distrusse l'impero della morte. E questo è anche conforme alla divina giustizia, perché i buoni potessero godere per sempre una vita beata; i cattivi invece, dovendo scontare pene eterne, pur cercando la morte, non la potessero trovare; desiderassero di morire, e la morte ostinatamente fuggisse loro (Ap 9,6). Questa immortalità sarà comune ai buoni e ai cattivi.




    137 Doti dei corpi risorti
    I corpi redivivi dei santi avranno fulgide e meravigliose facoltà, per le quali diverranno molto più nobili di quello che furono. Le più notevoli sono quelle quattro, che son dette "doti", e sono rilevate dai Padri, sulle orme dell'Apostolo.

    La prima è l'"impassibilità"; dono e dote, la quale farà sì che essi non possano soffrire niente di molesto o essere colpiti da dolori o incomodi. Infatti non potranno a essi nuocere né la violenza del freddo, né l'ardore del fuoco, né l'impeto delle acque. "Viene seminato" dice l'Apostolo "nella corruzione; risorgerà nella incorruzione" (1 Cor 15,42). Gli Scolastici la chiamarono impassibilità invece che "incorruzione", per esprimere quel che è proprio del corpo glorioso; poiché i beati non hanno l'impassibilità in comune coi dannati, perché i corpi di questi, sebbene incorruttibili, possono patire caldo, freddo e ogni dolore.

    Viene poi lo "splendore", per il quale i corpi dei santi rifulgeranno come il sole. Lo attesta, in san Matteo, il nostro Salvatore: "I giusti risplenderanno come il sole nel regno del loro Padre" (13,43). E perché nessuno dubitasse di questa promessa, la confermò con l'esempio della sua trasfigurazione (Mt 17,2). Questa dote l'Apostolo la chiama ora "gloria", ora splendore. "Riformerà" dice "il corpo nostro umile, rassomigliandolo al corpo del suo splendore" (Fil 3,21 ); e di nuovo: "È seminato nella miseria, sorgerà nella gloria" (1 Cor 15,43). Di questa gloria vide un'immagine il popolo d'Israele nel deserto, quando la faccia di Mosè, di ritorno dal colloquio avuto con Dio sul Sinai, risplendeva talmente che i figli d'Israele non vi potevano fissare gli occhi (Es 34,29). Questo splendore è un fulgore speciale che viene al corpo dalla somma felicità dell'anima ed è come un riflesso della beatitudine di cui gode l'anima: come la stessa anima diventa beata, in quanto su di essa si posa una parte della felicità divina. Non si creda però che tutti si abbelliscano di tal privilegio in ugual misura, come del primo; saranno, si, tutti egualmente impassibili i corpi dei santi, ma non avranno un uguale splendore; poiché, come assicura l'Apostolo, altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle. Una stella infatti differisce dall'altra per lo splendore; così nella risurrezione dei morti (1 Cor 15,41).

    A questa dote va congiunta quella che chiamano "agilità", per cui il corpo sarà liberato dal peso, che ora l'affatica e con grandissima facilità potrà muoversi verso quella parte dove l'anima vorrà, così che nulla potrà esservi di più celere di quel movimento, come insegnano apertamente sant'Agostino nella Città di Dio (13,18 e 20) e san Girolamo nel commento a Isaia (cap. 40). Perciò l'Apostolo dice: "Viene seminato nella debolezza, risorgerà nella forza" (1 Cor 15,43).

    A queste doti va aggiunta la sottilità o "sottigliezza", la quale pone il corpo completamente sotto l'impero dell'anima così da servirla con immediatezza, come mostrano le parole dell'Apostolo: "Si semina un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale" (1 Cor 15,44). Questi sono quasi tutti i punti principali da illustrare nella spiegazione dell'articolo.




    138 Frutti salutari dell'articolo
    Ma perché i fedeli sappiano quale frutto possono ricavare dalla conoscenza di sì numerosi e grandi misteri, si dovrà prima inculcare che dobbiamo ringraziare Dio, il quale ha nascosto queste cose ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli. Quanti uomini infatti, illustri per prudenza o per singolare dottrina, non furono completamente all'oscuro di questa verità così certa? L'averla dunque Dio manifestata a noi, che non potevamo aspirare a comprenderla, ci deve fare eternamente lodare la sua benignità e clemenza.

    Con il meditare quest'articolo, coglieremo anche il grande frutto che, nella morte di quanti per natura o benevolenza furono a noi congiunti, potremo facilmente consolare sia gli altri che noi stessi; consolazione di cui si servì l'Apostolo scrivendo ai Tessalonicesi intorno ai defunti (1 Ts 4,13). Ma anche in tutti gli altri affanni e disgrazie, il pensiero della futura risurrezione ci darà gran sollievo nel dolore. Ricordiamo il santo Giobbe, il quale sollevava l'animo afflitto e addolorato con questa sola speranza, che avrebbe finalmente potuto contemplare nella risurrezione Iddio suo signore (Gb 19,26s).

    Oltre a ciò, questo pensiero sarà molto efficace nel persuadere i fedeli a mettere ogni diligenza nel menare una vita retta, integra, pura da ogni macchia di peccato. Se infatti penseranno che le immense ricchezze, successive alla risurrezione, sono preparate per loro, facilmente s'innamoreranno della virtù e della pietà. D'altro canto nessuna cosa potrà avere maggiore efficacia a sedare le passioni dell'animo e a ritrarre gli uomini dal peccato, che ammonirli spesso di quali mali e dolori saranno colpiti i cattivi che nell'ultimo giorno andranno alla risurrezione del giudizio (Gv 5,29).

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    Predefinito Articolo 12: La vita eterna

    139 Significato dell'articolo
    I santi Apostoli, nostre guide, vollero chiudere il Simbolo, compendio della nostra fede, con l'articolo riguardante la "vita eterna", sia perché dopo la risurrezione della carne i fedeli non devono aspettare che il premio della vita eterna; sia perché la felicità perfetta e piena di ogni bene deve essere sempre dinanzi ai nostri occhi e apprendessimo che la mente e i pensieri nostri devono essere tutti fissi in essa. Perciò i parroci, istruendo i fedeli, non lasceranno mai di accenderne gli animi con il proporre loro i premi della vita eterna. Così tutto quello che essi avranno insegnato, anche se sommamente grave a sopportare per il nome cristiano, lo crederanno leggero e giocondo e diverranno più pronti e alacri nell'obbedire a Dio.




    140 La vita eterna è una beatitudine perpetua
    Sotto queste parole, che qui servono a spiegare la nostra beatitudine, sono nascosti molti misteri. E perciò necessario spiegarli in modo che siano a tutti noti, secondo la capacità di ciascuno. Si deve dunque far notare ai fedeli che la vita eterna significa non tanto la perpetuità della vita, alla quale partecipano anche i demoni e gli uomini cattivi, quanto la perpetuità della beatitudine, capace di soddisfare appieno il desiderio dei beati. Così la intendeva quel dottore della Legge, che nel Vangelo chiese al Signore nostro salvatore che cosa dovesse fare per possedere la vita eterna (Mt 19,16; Mc 10,17; Lc 18,18), ossia: "Che cosa devo fare per poter giungere a quel luogo dove è dato godere della felicità perfetta?". In questo senso le Sacre Scritture intendono tali parole, come si può osservare in molti luoghi (Mt 25,46; Gv 3,15; Rm 6,23).




    141 Natura della beatitudine eterna
    È stato dato appunto questo appellativo a tale beatitudine, perché non la si credesse consistere in cose materiali e caduche, le quali non possono essere eterne. Infatti questa stessa parola "beatitudine" non poteva bene esprimere quel che si voleva indicare, soprattutto perché vi sono stati certuni che, gonfi di fatua sapienza, han posto il sommo bene in quelle cose che si percepiscono coi sensi. Mentre queste periscono e invecchiano, la beatitudine non si può circoscrivere con limiti di tempo; che anzi le cose terrene sono del tutto aliene dalla vera felicità, dalla quale si allontana moltissimo chi è trasportato dall'amore e dal desiderio del mondo. Sta scritto infatti: "Non amate il mondo, ne quel che è nel mondo. Se qualcuno ama il mondo, in lui non è la carità del Padre". E poco appresso: "II mondo passa e insieme con esso la sua concupiscenza" (1 Gv 2,15.17). Questo dunque avranno cura i parroci di fissare nella mente dei fedeli, per persuaderli a disprezzare le cose del mondo e a non credere che si possa ottenere felicità quaggiù, dove non siamo cittadini, ma ospiti (1 Pt 2,11).

    Tuttavia anche in questa vita potremo ben dirci beati per la virtù della speranza, purché, rigettando l'empietà e i desideri mondani, viviamo con sobrietà, con giustizia e con pietà, aspettando che si realizzi la speranza beata e la venuta della gloria del grande Dio e di Gesù Cristo nostro salvatore (Tt 2,13).

    Moltissimi però, i quali credevano di esser sapienti, non avendo compreso queste cose, credettero doversi cercare la felicità in questa vita; divennero stolti e caddero nelle miserie più gravi (Rm 1,22). Ma dal significato dell'espressione "vita eterna" impariamo anche che questa felicità, una volta raggiunta, non può più perdersi, come erroneamente alcuni supposero. Infatti la felicità risulta dall'unione di tutti i beni, senza mescolanza di alcun male: la quale felicità per appagare il desiderio dell'uomo, deve consistere necessariamente nella vita eterna. Non potrebbe infatti il beato non volere che gli sia dato di godere per sempre di quei beni che ha ottenuto. Se dunque tale possesso non fosse stabile e certo, sarebbe tormentato dall'angoscia del timore.




    142 Ineffabilità della beatitudine eterna
    Queste stesse parole però, "vita beata", mostrano a sufficienza che la grandezza della felicità dei beati nella patria celeste da essi solamente e da nessun altro può esser compresa. Infatti se noi, per significare una cosa, facciamo uso di un nome comune anche a molte altre, è chiaro che per esprimere esattamente quella cosa manca la parola propria. Poiché dunque la felicità viene espressa con voci tali che convengono egualmente ai beati e a tutti coloro che vivono una vita eterna, si può allora capire che essa è una realtà troppo alta e preclara, per poterne esprimere perfettamente la sostanza con una parola propria. Infatti nelle Sacre Scritture si danno a questa beatitudine celeste moltissimi altri nomi, come per esempio: "regno di Dio", "di Cristo", "dei cieli", "Paradiso", "Città santa", "nuova Gerusalemme", "casa del Padre" (Mc 9,46; At 14,21; 1 Cor 6,9; Ef5,5; 2 Pt 1,11; Mt 7,21; Le 23,43; Ap 3,12; 21,2.10). Tuttavia è chiaro che nessuno di essi vale a esprimerne la grandezza.




    143 La fede nella beatitudine promuove la pietà
    I parroci non si lascino qui sfuggire l'occasione di richiamare i fedeli, con la visuale dei premi tanto grandi racchiusi nel nome di vita eterna, alla pietà, alla giustizia e a tutti i doveri della religione cristiana. È noto infatti che si suole valutare la vita tra i beni più grandi cui si tende per natura. A ragione quindi la suprema felicità è stata significata mediante l'idea di vita eterna. Che se nulla è più amato, nulla può esservi di più caro o di più giocondo di questa piccola nostra vita piena di affanni, la quale va soggetta a sì numerose e varie miserie, che si dovrebbe con più verità chiamare morte; con quale ardore dell'animo, con quale impegno non dovremo desiderare la vita eterna che, distrutti tutti i mali, contiene la ragione perfetta e assoluta di tutti i beni? Poiché, come tramandarono i santi Padri, la felicità della vita eterna si deve definire come liberazione da tutti i mali e acquisto di tutti i beni. Circa i mali vi sono chiarissime testimonianze nelle Sacre Scritture. E detto infatti nell'Apocalisse: "Non avranno più né fame, né sete; né cadrà sopra essi il caldo del sole, né altro ardore" (7,16). E di nuovo: "Asciugherà Iddio dai loro occhi ogni lacrima e non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le vecchie cose sparirono" (ibid. 21,4). Invece si avrà per i beati un'immensa gloria, con infinite specie di stabile letizia e di godimento. Ma la grandezza di questa gloria non può essere compresa dall'animo nostro, né può penetrare nel nostro spirito; sicché dovremo necessariamente penetrare in essa, cioè nel gaudio del Signore, affinché da esso circonfusi, sia soddisfatto perfettamente il desiderio del nostro cuore.




    144 Duplice beatitudine: "essenziale" e "accessoria"
    Quantunque, come scrive sant'Agostino, sembri che possano essere enumerati più facilmente i mali di cui mancheremo, che i beni e i piaceri che godremo (Sermo, 127, 2, 3), pure si dovrà spiegare brevemente e con chiarezza quanto varrà a infiammare i fedeli alla brama di conseguire quell'immensa felicità. Ma prima si dovrà notare la distinzione, insegnata dai più autorevoli scrittori di argomenti soprannaturali. Essi infatti stabiliscono che vi sono due generi di beni, di cui uno spetta alla natura della beatitudine, l'altro ne discende. Per ragioni pedagogiche, chiamarono i primi "beni essenziali", gli altri "accessori".




    145 Beatitudine essenziale
    La beatitudine sostanziale, che con un termine comune può dirsi "essenziale", consiste nel vedere Dio e godere della sua bellezza; perché qui è la fonte e il principio di ogni bontà. "Questa è la vita eterna" dice Cristo nostro Signore "che conoscano te, solo vero Dio, e Gesù Cristo, che tu hai mandato" (Gv 17,3). San Giovanni sembra voglia spiegare codesta frase quando dice: "Carissimi, ora siamo figli di Dio; ma ancora non è manifesto quel che saremo; sappiamo però che quando lo sarà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo quale è" (1 Gv 3,2). Il che vuoi dire che la beatitudine consiste in queste due cose: che vedremo Dio come è nella sua natura e nella sua sostanza e che diverremo come dei. Infatti chi gode di lui, sebbene ritenga la propria sostanza, riveste tuttavia una forma mirabile e quasi divina, in modo che sembri più un dio che un uomo.

    Come poi questo possa avvenire si spiega dal fatto che ciascuna cosa è conosciuta o per la sua essenza o per una sua immagine che la rappresenti. Ma poiché non vi è nessuna cosa simile a Dio, per la cui sola somiglianza si possa giungere alla perfetta conoscenza di lui, ne segue che nessuno può vedere la natura ed essenza di lui, se la stessa essenza divina non si congiunge a noi. Questo vogliono significare le parole dell'Apostolo: "Ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma; allora invece, faccia a faccia" (1 Cor 13,12). Quando dice in enigma, come spiega sant'Agostino, intende un'idea o immagine adatta a far conoscere Dio (De Trinit, 15, 9). Lo stesso mostra chiaramente san Dionigi, quando dice che per nessuna sembianza di cose inferiori si possono conoscere quelle superiori (De div. nomin., cap. 1). Infatti con la sembianza di nessuna cosa corporea si può conoscere l'essenza e la sostanza di ciò che non ha corpo, specialmente se consideriamo che le idee o immagini delle cose devono essere meno materiali e più spirituali delle cose stesse, che rappresentano. Lo possiamo facilmente constatare nella conoscenza di tutte le cose. Ma poiché è impossibile che di una cosa creata esista un'idea così pura e spirituale, quale è Dio stesso, da una tale immagine non potremo mai conoscere perfettamente l'essenza divina. Si aggiunga che tutte le cose sono circoscritte da determinati limiti di perfezione, mentre Dio è infinito e nessuna somiglianza di cosa creata può racchiudere la sua immensità.

    Non rimane dunque altro modo per conoscere l'essenza divina che essa stessa si congiunga a noi, innalzando in una maniera meravigliosa più in alto la nostra intelligenza; cosi diveniamo idonei a contemplare la bellezza della sua natura. Questo lo otterremo con il lume della gloria, quando, illuminati dal suo splendore, vedremo nel suo lume il vero lume di Dio; poiché i beati sempre intuiranno Dio presente. Con questo dono, il più grande e il migliore di tutti, fatti partecipi i beati dell'essenza divina, godono la vera e permanente beatitudine (2 Pt 1,4). E noi dobbiamo crederlo con tanta certezza, che è perfino definito nel Simbolo dei Padri (niceni), doverla noi per benignità divina aspettare con sicura speranza. Vi si dice infatti: "Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà ".

    Queste cose sono del tutto divine, né possono essere spiegate a parole o comprese con il pensiero. Nondimeno possiamo scorgere un'immagine di questa beatitudine anche nelle cose percepite dai sensi. Come il ferro, se accostato al fuoco, assimila il fuoco e, sebbene la sua sostanza non muti, tuttavia sembra qualche cosa di differente, cioè fuoco, allo stesso modo quelli che sono ammessi alla gloria celeste, infiammati dall'amore di Dio, vengono così trasformati, pur non cessando di essere ciò che sono, da poter dire che differiscono da quelli che sono in questa vita, molto più che il ferro incandescente dal ferro normale (Anselmo, Lib. de simil., cap. 56). Per dirla in breve: la somma e assoluta beatitudine che diciamo essenziale deve porsi nel possesso di Dio. Infatti cosa può mancare per la felicità perfetta a chi possiede Dio ottimo e perfettissimo?




    146 Beatitudine accidentale
    Alla beatitudine essenziale s'aggiungono degli abbellimenti comuni a tutti i beati che, essendo meno lontani dalla ragione umana, sogliono commuovere ed eccitare con maggior forza gli animi nostri. A questo genere appartengono quelli a cui sembra alludere l'Apostolo scrivendo ai Romani: "Gloria e onore e pace a ognuno che fa il bene (Rm 2,10). Infatti i beati non godono solo di quella gloria, che mostrammo essere in fondo la beatitudine essenziale di Dio, ovvero congiunta strettissimamente con la sua natura; ma anche di quella che risulta dalla conoscenza chiara e precisa che ciascuno dei beati avrà dell'eccellente e splendida dignità degli altri. Ma pure quanto grande non si dovrà stimare l'onore che Dio loro concede, essendo essi chiamati non più servi, ma amici, fratelli e figli di Dio? Perciò con queste amorosissime e onorevolissime parole il nostro Salvatore inviterà i suoi eletti: "Venite benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi" (Mt 25,34). Cosicché a buon diritto si può esclamare: "I tuoi amici, o Dio, sono stati troppo onorificati" (Sal 138,17). Ma saranno lodati anche da Cristo signore dinanzi al Padre celeste e ai suoi angeli.

    Inoltre, se è vero che la natura ingenerò in tutti gli uomini il desiderio di essere onorati da quelli che sono illustri per sapienza, ritenendosi che tali attestati di considerazione siano le più efficaci prove del merito, quanto non dovrà credersi grande la gloria dei beati, professando l'uno verso l'altro la stima più profonda.

    Sarebbe infinita l'enumerazione di tutti i godimenti di cui sarà ripiena la gloria dei beati e non possiamo immaginarceli neppure. Tuttavia i fedeli devono persuadersi che di tutto quel che di giocondo può toccarci o desiderarsi in questa vita, sia che si riferisca alla conoscenza dell'intelletto, sia alla perfezione del corpo, di tutto la vita beata dei celesti ridonderà, sebbene in un modo più alto di quel che l'occhio possa vedere, l'orecchio possa udire o che comunque possa penetrare nel cuore dell'uomo, come afferma l'Apostolo (2 Cor 2,9). Il corpo, che prima era grossolano e materiale, quando nel cielo, tolta la mortalità, sarà diventato tenue e spirituale, non avrà più bisogno di alimenti; l'anima poi si satollerà di quel pascolo eterno di gloria, che sarà offerto a tutti dall'Autore di quel grande convito (Lc 12,37).

    Chi mai potrà desiderare preziose vesti ovvero ornamenti regali per il corpo lassù dove non si avrà bisogno di tali cose e tutti saranno coperti di immortalità e di splendore, insigniti della corona della gloria eterna? Ma se è parte della felicità umana anche il possesso di una casa vasta e sontuosa, che cosa si può concepire di più vasto e sontuoso dello stesso cielo, che è illuminato in ogni parte dallo splendore divino? Perciò il profeta, ponendosi dinanzi agli occhi la bellezza di tale dimora e ardendo della brama di giungere a quella beata sede, dice: "Come sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore delle virtù! Anela e si strugge l'anima mia per il desiderio degli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente" (Sal 83,2s).




    147 Come si acquista sicuramente la beatitudine
    I parroci devono ardentemente desiderare e cercare con ogni studio che questo sia il volere di tutti i fedeli, questa la voce comune di tutti, "Poiché nella casa del Padre mio" dice il Signore "vi sono molte dimore (Gv 14,2) nelle quali saranno dati premi maggiori e minori, secondo che ognuno avrà meritato. Infatti chi semina con parsimonia, mieterà con parsimonia (2 Cor 9,6) e chi semina largamente mieterà pure largamente". Perciò non solo spingeranno i fedeli verso la beatitudine, ma li avvertiranno spesso che il modo certo per ottenerla è di istruirsi nella fede e nella carità, perseverando nella preghiera e nella salutare frequenza dei sacramenti, esercitandosi in tutte le opere caritatevoli verso il prossimo. Allora la misericordia di Dio, il quale preparò quella gloria beata a chi lo ama, farà sì che si avveri un giorno il detto del profeta: "Starà il mio popolo nella bellezza della pace, nei tabernacoli della fiducia e nella quiete opulenta" (Is 32,18).

  6. #16
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    Predefinito Riferimento: Il Catechismo Tridentino

    La seconda parte la posto più tardi o domani.

  7. #17
    anarchico
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    Predefinito Riferimento: Il Catechismo Tridentino

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    La seconda parte la posto più tardi o domani.
    Giò, non ti facevo così religioso

  8. #18
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Re: Riferimento: Il Catechismo Tridentino

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    La seconda parte la posto più tardi o domani.
    Stiamo ancora aspettando , eh.
    Preferisco di no.

 

 
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