
Originariamente Scritto da
Giò
Il governo fascista offrì, all'epoca, benefici alle imprese, tentando di incoraggiare i profitti e la crescita di una grande industria pesante (ancora assente in Italia al tempo), facendo però in modo che tutte le attività economiche prestassero servizio per l'interesse nazionale. Non vedo cosa ci sia da lamentarsi dal momento che successivamente furono proprio gli operai e le categorie economicamente più deboli a godere dei favori del Fascismo tramite la previdenza sociale. Oltre tutto, la politica del Duce - determinata all'epoca soprattutto da De Stefani - portò nella prima metà degli anni venti ad un aumento della ricchezza e la produzione industriale superò le vette raggiunte durante il periodo bellico, nonostante l'aumento dell'inflazione.
Ricordiamoci poi che "la grande borghesia [...] dovette però fare i conti [...] con la logica della progressiva autonomizzazione del potere totalitario, sicché i cosiddetti 'padroni del vapore' videro lesi più volte alcuni dei loro interessi sino allora più gelosamente difesi" (De Felice).
I provvedimenti che il Fascismo-regime prese nell'arco del suo tempo comportarono "l'entusiasmo delle masse proletarie e piccolo-borghesi" (Staglieno).
Questo consenso, tra la fine degli anni '20 e la prima metà degli anni '30, secondo De Felice, riguardava un contesto "in parte di tipo economico, in parte di pace sociale, che va rapportata anche alla crisi ben più grave che attraversavano in quegli anni la Francia e l'Inghilterra, per non parlare della Germania e degli Stati Uniti. Il consenso derivava dal confronto tra diverse situazioni e diverse realtà".
Contro le tesi marxiste o filo-marxiste secondo cui la politica economica fascista, soprattutto dei primi anni di governo, “sarebbe stata praticamente dettata a Mussolini dalle forze del mondo economico e finanziario e dalla grande industria” prende posizione De Felice: “Queste interpretazioni sono a nostro avviso da respingere nettamente. La realtà è sempre più complessa (e al tempo stesso più semplice) di certe schematizzazioni. E la realtà del 1922-1924 […] era quella che per realizzare il pareggio del bilancio dello Stato e per aiutare lo sviluppo economico del paese in grado di fronteggiare il crescente squilibrio sia tra incremento demografico e risorse disponibili sia della bilancia commerciale con l’estero non vi era in quella situazione per Mussolini che puntare ad un’accelerazione del processo di accumulazione capitalistica, con tutto ciò che una simile politica comportava soprattutto in materia fiscale, liberando al tempo stesso lo Stato da tutta una serie di oneri. Questa politica corrispondeva in gran parte agli interessi della grande industria e in genere dei ceti “capitalistici”, che ne ricavarono non pochi vantaggi. Ciò non basta però a dire che era espressione diretta di essi. Non si spiegherebbe in tal caso il perché di tutta una serie di provvedimenti antiprotezionisti adottati da De Stefani. Non si spiegherebbero certe riserve del mondo economico e di alcuni suoi settori in particolare verso la politica dello stesso De Stefani, che – alla fine – concorsero alla sua sostituzione con Volpi. Non si spiegherebbero le diffidenze e l’ostilità di questo stesso mondo verso i sindacati fascisti prima e la politica corporativa poi”.
In pratica, “nonostante molte convergenze, l’appoggio del mondo economico al fascismo non differiva gran che da quello del mondo politico liberaldemocratico. Era un appoggio condizionato, strumentale e a termine”.
Peccato però che, purtroppo per il grande capitale, il regime fascista durò ben più di vent'anni...