Federico II: teocrazia e messianesimo
Nel testo del diploma in cui è motivata la concessione della Medaglia d’Oro della Resistenza al Comune di Parma si possono leggere le seguenti parole: “Fiere delle secolari tradizioni della vittoria sulle orde di Federico imperatore, le novelle schiere partigiane rinnovavano l’epopea vincendo per la seconda volta i barbari nepoti oppressori delle libere contrade d’Italia…” Testuale.
Ha un bel dire il buon Franco Cardini, in un suo scritto su Federico II, che bisogna tenersi lontano dalle sirene devianti dell’ “attualizzazione” e dell’ “inattualità”. Per circa due secoli una certa “storia patria” confezionata ad usum Delphini ha cercato di propinare a generazioni di Italiani una vera e propria falsificazione: quella secondo cui la ribellione antimperiale dei Comuni avrebbe rappresentato l’alba della coscienza nazionale e avrebbe costituito il primo tentativo dell’Italia per spezzare il giogo impostoci dal “secolare nemico” tedesco. Non c’è da stupirsi più di quel tanto, dunque, se colui che Dante chiamò “ultimo imperadore de li Romani” (Conv. IV, 3, 6) è diventato, per gli aedi dell’epos resistenziale, il capo di un’orda barbarica; così come non c’è da stupirsi più di quel tanto per la popolarità conosciuta negli ultimi anni dalla figura (più leggendaria che storica) di Alberto da Giussano.
Ma, al di là delle “attualizzazioni” propagandistiche e demagogiche, vogliamo chiederci quale sia la realtà di questo grande Inattuale, il cui ottavo centenario è venuto a coincidere, qualche anno fa, con il centocinquantenario di un altro Inattuale, un altro Federico: Friedrich Nietzsche, che in una sua celebre pagina definì Federico II “grande spirito libero, genio tra gl’imperatori”.
Cerchiamo allora di gettare un rapido sguardo sullo scenario storico e di delineare, sullo sfondo di esso, l’idea federiciana dell’Impero.
E’ stato detto che la prima delle guerre europee fu quella che scoppiò all’alba del XIII secolo tra il re di Francia Filippo Augusto, paladino del papa Innocenzo III, e il re d’Inghilterra, Giovanni Senza Terra, alleato con Ottone IV, l’Imperatore sconfessato dalla Cattedra di San Pietro. L’Europa era dunque scissa in due campi contrapposti e il conflitto si risolse il 27 luglio 1214, con la battaglia di Bouvines: questo evento consacrava il destino del regno di Francia, ne salvava l’unità consolidandone la frontiera orientale, sottraeva all’Inghilterra gran parte dei suoi domini nel continente, umiliava l’Imperatore Ottone IV e rappresentava un trionfo per il Papa.
Che cosa poteva concretamente significare l’idea di Impero in un’Europa divisa tra Francia e Germania, sottoposta all’arbitrio del Papa, esposta alle ingerenze inglesi? Un’Europa nella quale, non dimentichiamolo, il Sacro Romano Impero era venuto ad affiancarsi all’Impero Romano d’Oriente, che da parte sua poteva vantare una ininterrotta continuità con l’Impero fondato da Augusto, dunque una legittimità certamente non inferiore a quella dell’edificio fondato da Carlo Magno. Non solo: nel grande spazio imperiale, in Europa e in Africa, erano sorte altre realtà politiche e civili che non guardavano più a Roma. Roma restava sì un simbolo grandioso, ma nell’Europa del Duecento si poteva benissimo prescindere dall’ideale romano: così nella nuova monarchia unitaria francese, così nella Spagna musulmana, così negli stessi Comuni italiani o nella Repubblica di Venezia.
Eppure l’Impero, nella nuova forma che esso aveva storicamente assunta, significava qualcosa di più: certo nulla di più dell’altro edificio imperiale, ma sicuramente molto di più di ogni altra entità politica dell’Occidente cristiano. Di ciò, Federico II fu ben consapevole; anzi, tra tutti gl’imperatori medioevali il più lucidamente consapevole del significato dell’Impero fu proprio lui.
[...]Federico attribuiva all’Impero non soltanto un’origine divina, ma anche uno scopo supremo, che consiste nella salvezza stessa degli uomini. Nella concezione di Federico, infatti, la sovranità politica è stata istituita a rimedio della natura decaduta e corrotta del genere umano e svolge quindi una funzione analoga a quella della Chiesa nell’operare per la salvezza eterna dell’uomo. Ora, se questo vale per i singoli sovrani, a maggior ragione vale per quell’autorità nella quale culmina l’intera gerarchia dei poteri. Questa autorità è l’Imperatore, il capo di tutti i sovrani: al di sopra di lui c’è soltanto Dio, dal quale l’Imperatore riceve il potere e la missione di governare il mondo. Sulla scia delle rivendicazioni formulate a suo tempo dal Barbarossa, Federico II sostenne sempre, col massimo vigore, l’origine esclusivamente divina della sovranità imperiale.
Antonino De Stefano, uno studioso che ha messo in particolare risalto, contro certe diffuse distorsioni, il carattere eminentemente teocratico dell’idea imperiale di Federico II, pone in luce un aspetto interessante e significativo dell’analogia che intercorre tra l’elezione dell’Imperatore e quella del Papa: “Gli elettori, cui spetta l’alta responsabilità di eleggere il supremo esecutore della volontà divina nel dominio politico, ubbidiscono, secondo il concetto di Federico, nel momento dell’elezione, ad una ispirazione divina, paragonabile a quella che assiste i cardinali nell’elezione dei Papi”. Federico II ebbe perciò la convinzione profonda di essere l’eletto, l’unto del Signore, lo strumento della Provvidenza designato dallo Spirito. Si tratta, è superfluo rilevarlo, di una concezione inconciliabile con quel laicismo che molti hanno creduto di poter individuare nella visione politica federiciana. Inconciliabile perché, citiamo ancora il De Stefano, “la mentalità laica, che è la mentalità borghese, quale si esprime negli statuti comunali, nelle associazioni a base contrattuale e particolaristica (…) è come il terriccio in cui alligna ogni Stato democratico, costituito dall’accordo delle volontà individuali” .
Non solo religiosa e teocratica, la concezione federiciana dell’Impero “tradisce un carattere quasi profetico e messianico. L’elemento religioso e cristiano - secondo il De Stefano - è non meno essenziale all’Impero federiciano di quello che lo era stato per l’antico Impero Romano l’elemento religioso e pagano. Ma più adeguata sarebbe forse l’analogia con l’Impero bizantino, cui la secolare tradizione attribuiva un carattere di santità inerente per diritto divino alla dignità imperiale, tradizione sia pure derivata a sua volta da quella romana e particolarmente da Diocleziano e poi da Costantino (…)”.
Secondo il De Stefano, “è evidente, in questa concezione, l’influsso dell’Oriente che tende a divinizzare la persona del sovrano e a cui nessun conquistatore occidentale, da Alessandro Magno in poi, poté sottrarsi. Questo elemento orientale interviene a colorire la concezione imperiale di Federico, ma esso non è però così preponderante da tradursi in una divinizzazione della persona di Federico II”, sicché “bisogna escludere dalla mente di Federico ogni elemento idolatrico, (ma) non è men vero che egli si sente di essere più che ogni altro principe vicino al Signore, come il più alto e immediato esecutore della divina volontà”.
Data questa concezione radicalmente religiosa del potere e data d’altra parte la necessità di superare quella dicotomia tra autorità spirituale e potere temporale che tendeva sempre più a diventare antagonismo tra Papato ed Impero, Federico II non poteva non guardare, come ad un modello ideale, all’istituzione islamica del Califfato. Ciò, oltre ad essere determinante ai fini della comprensione della concezione imperiale di Federico, dimostra ancora una volta quanto poco fondate siano le formule dell’”assolutismo laico” o addirittura del machiavellismo ante litteram, che spesso sono state applicate alla visione politica federiciana. In relazione a ciò, Raffaello Morghen ha svolto considerazioni che colgono nel segno. “Non si può parlare - egli scrive - di assolutismo illuminato, né tanto meno di paternalismo. L’assolutismo di Federico II era un assolutismo teocratico, attuato con criteri funzionali quanto si voglia, per quel che concerne l’amministrazione, ma di carattere prevalentemente orientale per quel che riguarda la sua prima ispirazione. A questo proposito è significativa l’invidia che egli portava ai sovrani orientali che dominavano senza contrasto nei loro Stati, senza l’incomodo controllo del potere sacerdotale. E difatti lo Stato maomettano era essenzialmente uno Stato assoluto teocratico senza sacerdozio quale, senza dubbio, vagheggiava anche Federico II, non del tutto a torto detto dai suoi nemici ’sultano battezzato’ ”.
Indubbiamente vanno respinti alcuni concetti e certa terminologia: assolutismo (perché l’assolutismo vero è quello che ripone nella stessa volontà del sovrano, anziché in Dio, la fonte della legge), orientale (perché l’Islam corrisponde, secondo le parole del Corano stesso, ad una “comunità mediana, centrale” e ad un Albero simbolico che non è “né orientale né occidentale”), maomettano (perché nella concezione islamica non è il Profeta Muhammad, ma Dio stesso, a disegnare le linee dell’organizzazione politica, così come d’ogni altro settore dell’esistenza umana). Nella sostanza, comunque, le osservazioni di questo storico sembrano costituire, nel panorama della storiografia federiciana, una delle poche eccezioni alla regola. Lo stesso Ernst Kantorowicz, che pure con un certo pathos romantico evocò “l’aura fatale dei califfi” in rapporto all’autoincoronazione di Federico a Gerusalemme, non è stato altrettanto esplicito nel porre in risalto la connessione ideale individuata dal Morghen.
Il Kantorowicz si sofferma invece sull’interesse suscitato in Federico dal principio ereditario che veniva osservato nella successione califfale e riferisce a sua volta quello che lo storico arabo Ibn Wasil aveva narrato nei termini seguenti: “Mi è stato raccontato che l’Imperatore, stando in Acri, disse all’emiro Fakhr ed-Din ibn ash-Shaykh di felice memoria: ‘Spiegami cos’è questo vostro califfo’. Fakhr ed-Din disse: ‘E’ il discendente dello zio del nostro Profeta (che Dio lo benedica e lo salvi), il quale ha avuto la dignità califfale da suo padre e suo padre dal proprio padre e per questo il califfato rimane nella casa del Profeta e non esce dai suoi membri’. ‘Com’è bello questo!’ rispose l’Imperatore; ‘Ma questi uomini di poco senno - e intendeva i Franchi - prendono un uomo dalla fogna, senza alcun vincolo di parentela e rapporto con il Messia, ignorante e incapace di spiccar parola, e lo fanno loro califfo, vicario tra loro del Messia, quando non meriterebbe assolutamente tale dignità. Mentre il vostro califfo, pronipote del vostro Profeta, è davvero il più degno fra tutti nella dignità da lui rivestita!” .
“Come sarebbe bello - disse una volta Federico - governare uno Stato islamico, senza papi e senza frati!” [...]
Tale “inclinazione all’islamismo”, la quale anche in seguito fece sì che la corte sveva d’Italia sembrasse musulmana “a tutti i buoni Cristiani dell’Occidente, secondo l’attestato di Carlo di Angiò, che appellava Manfredi il Sultano di Lucera” (ivi, p. 731) - tale “inclinazione all’islamismo” traspare ancora più chiaramente dalle lettere arabe della corrispondenza di Federico, che iniziano con la basmalah e terminano con il saluto islamico “wa as-salâm calaykum wa rahmat Allâh wa barakâtuhu“; ed è pure attestata dalle calligrafie che adornano la tunica indossata dall’Imperatore per il suo viaggio oltre la morte.
Federico II Hohenstaufen, è stato detto da un suo biografo, “riuniva in sé i caratteri dei diversi sovrani della terra; era il più grande principe tedesco, l’imperatore latino, il re normanno, il basileus, il sultano”.
Ma è appunto quest’ultimo titolo a far risaltare quanto vi è di specifico nella sua idea imperiale: l’aspirazione all’unità di autorità spirituale e di potere temporale. Ed è proprio questa sua qualità di “sultano” a rendere possibile l’affermazione secondo cui “il coranico Re dei re, più che il Dio cristiano, (lo) aveva esaltato miracolosamente sopra tutti i prìncipi della terra”.
Più in generale, l’Islam influì sull’orientamento spirituale di Federico, sulla sua formazione culturale, sui suoi interessi filosofici e scientifici. Anche se non si vuole ammettere, con il Niese, che lo Staufen abbia derivato da Avicenna la propria concezione della realtà, bisogna pur sempre riconoscere che il Maestro di Bukhara esercitò su di lui un influsso enorme. Negli scritti di Avicenna i fenomeni naturali acquistano trasparenza simbolica, rivestendosi di un significato spirituale per il soggetto che entra in contatto con loro nel viaggio spirituale verso la Luce divina. Nei suoi Racconti visionari “Avicenna, il naturalista, scienziato e filosofo, diventa il navigatore e guida attraverso l’intero cosmo, dal mondo delle forme più grossolane al Principio divino. Tutta questa vasta conoscenza, qui illuminata dalla visione intellettuale, gli serve da base su cui costruire con grande bellezza il panorama dell’universo su cui l’iniziato deve compiere il suo viaggio".
Ecco come le scienze della natura possono trasformarsi in strumenti per la conoscenza metafisica. La molteplicità degli interessi scientifici e la funzione che questa molteplicità viene ad avere ricollega dunque Federico ad Avicenna. Tra l’altro, per redigere il suo trattato di falconeria De arte venandi cum avibus Federico si avvalse, oltre che della sua personale esperienza in materia, proprio del compendio di zoologia di Avicenna, il De animalibus, resogli accessibile da Michele Scoto; e quest’ultimo, che fu il più celebre dotto della corte palermitana, non solo tradusse Avicenna, Averroè e Alpetragio, ma si giovò delle fonti musulmane per i suoi numerosi studi di filosofia, astrologia, alchimia, matematica, fisiognomica, mantica.
Ma gl’interessi di Federico non si limitavano alle scienze: altrettanto la sua attenzione fu attratta dalle questioni filosofiche. A tale proposito, leggiamo nell’opera monumentale dell’Amari osservazioni che mostrano ancora una volta quale importanza ebbe l’Islam nella formazione di Federico: “Il genio dunque dei tempi, l’adolescenza passata alla corte di Palermo, la quotidiana provocazione di papi ambiziosi e tracotanti, ed anco la sottigliezza del cervello germanico, disponean Federico alla metafisica. Si potrebbe supporre a priori ch’ei fosse stato educato alla scuola peripatetica degli Arabi, poiché l’Europa cristiana in quel tempo non soleva attingere ad altra fonte che quella. Cresce l’argomento col noto fatto ch’ei menò seco alla Crociata un musulmano di Sicilia, col quale aveva studiato già la dialettica”.
Che anche per le questioni filosofiche Federico cercasse le soluzioni presso i dotti dell’Islam, lo testimonia il codice arabo custodito ad Oxford e intitolato Quaestiones Sicilianae. Questo testo, del quale, dopo alcuni compendi e traduzioni parziali, ancora si attende una traduzione integrale in una lingua europea, contiene le risposte fornite da cAbd al-Haqq ibn Sabcîn, un filosofo musulmano d’origine visigota nativo di Murcia, ai quesiti rivoltigli dall’Imperatore circa la durata del mondo, lo scopo e i presupposti della teologia, il numero reale delle categorie (i dieci concetti fondamentali dell’essere enumerati nella Logica aristotelica: sostanza, qualità, quantità, relazione ecc.), la possibilità di dimostrare l’immortalità dell’anima e, infine, il significato esoterico del hadîth secondo cui “il cuore del credente sta tra due dita del Misericordioso”. In un primo momento, Federico si era rivolto ai filosofi del Sultanato di Konya, poi a quelli dell’Iraq, della Siria, dell’Egitto e dell’Arabia; ma, essendo rimasto poco soddisfatto delle risposte che gli erano state date, si rivolse al califfo almohade Rashîd cAbd el Wâhid, che regnava sul Maghreb, e questi mise l’Imperatore in contatto con Ibn Sabcîn.
La familiarità di Federico II con l’Islam non si spiega soltanto coi rapporti privilegiati che egli intrattenne con il mondo arabo e turco-selgiukide, ma è dovuta anche al fatto che l’Islam non era una realtà estranea all’Impero. Consistenti comunità musulmane vivevano infatti su alcuni dei territori soggetti all’autorità imperiale: non solo nel regno di Gerusalemme, ma anche in alcune zone dell’Italia meridionale, dove l’Islam era ormai presente da quattro secoli; nella stessa corte di Palermo c’era un gruppo di arabi che svolgeva attività amministrativa ed esclusivamente di musulmani era costituita la guardia del corpo di Federico.
Siamo dunque di fronte a quella che potremmo chiamare una realtà multiculturale, se il termine non richiamasse inevitabilmente “attualizzazioni” indebite ed ambigue. Forse possiamo riuscire a capire qualcosa di più, se cerchiamo di vedere quale fosse il rapporto dell’Impero con le culture e con le nazioni.
E’ sempre Franco Cardini a osservare come costituisca un falso problema, in rapporto al tema dell’unità nazionale italiana, la discussione circa il ruolo svolto da Federico II nell’accelerarla o ritardarla. Infatti nella prospettiva di Federico, come più tardi in quella di Dante, l’Italia esisteva, indubbiamente; ma per loro non era certo una “nazione” nel senso moderno del termine. L’Italia, per gli uomini del Duecento, era una realtà storico-geografica: per dirla con Dante, era “il giardin dell’imperio”, la “serva Italia” trascurata dall’imperatore Alberto d’Absburgo, era quella stessa terra che al tempo di Roma fu “donna di province”. Ed era anche una realtà linguistica, l’Italia, perché sul suo territorio si parlava (a prescindere dalla frammentazione dialettale) quel volgare italico che Dante individuava come una filiazione unitaria della lingua latina - volgare italico che la scuola siciliana fiorita alla corte di Federico tenne per così dire a battesimo sotto il profilo letterario.
Ma né nella coscienza di Federico né in quella di Dante esisteva l’idea di uno Stato nazionale italiano. Il regnum Italiae sottoposto alla sovranità di Federico coincideva all’incirca con quei territori della nostra penisola che, arrivando a comprendere Emilia e Toscana, confinavano a est e a sud-est con il cosiddetto Patrimonio di San Pietro; coincideva cioè, il regnum Italiae, con quel regno longobardo che nel 774 era passato sotto i Franchi e che nel 952 era stato aggregato, da Ottone I, ai territori germanici. Quanto al regnum Siciliae, che dai confini meridionali del Patrimonio di San Pietro si estendeva fino alla Sicilia propriamente detta, Federico II cercò sì di unirlo al regnum Italiae, tentando di realizzare quella che Cardini chiama “una politica di personale Anschluss” tra questi due regni, dei quali egli cingeva ambedue le corone; ma un tale progetto non aveva niente di “nazionale” nel senso moderno del termine.
L’ideale politico medioevale, infatti, era l’Impero universale: la comunità dei re e dei principi, dei popoli e dei paesi sotto la guida dell’Imperatore romano, il quale non apparteneva a nessuna nazione, ma troneggiava su tutte. Secondo Ernst Kantorowicz, questa grande idea di un Impero romano che raccoglie in un’unica comunità tutti i popoli e tutte le stirpi, aveva la sua immagine storica, il suo riflesso, nella Germania, perché in Germania “si trovava quella molteplicità di stirpi e di principi, la quale sola corrispondeva a quella ideale comunità europea di re e di popoli” , tant’è vero che la Germania rimase sempre das Reich, l’Impero.
Forse sarebbe più corretto dire che la Germania fu una, ma non certo l’unica, delle immagini storico-geografiche nelle quali si rifletté l’idea dell’Impero inteso quale comunità di stirpi. Non bisogna infatti dimenticare che con Federico II la corte dell’Impero si sposta sul Mediterraneo e che l’Imperatore, nel 1229, estende la sua autorità effettiva su Gerusalemme e altri luoghi della Palestina. L’Impero federiciano sembra dunque recuperare, anche se in una misura poco più che simbolica, quella dimensione mediterranea ed euroasiatica che caratterizzò le grandi sintesi imperiali a partire dall’epoca di Alessandro Magno.
In quanto sovrano dei regni di Sicilia e di Gerusalemme in un’epoca in cui l’Impero bizantino era crollato sotto i colpi della IV Crociata e i poli politici del Mediterraneo erano il Califfato di Baghdad e il Sultanato d’Egitto, Federico II fu araldo di una politica di pace e di convivenza, mediatore fra culture e fedi religiose diverse, interprete di una realtà che aveva il suo centro nel Mediterraneo.
Dunque, se il Regno di Germania era un’immagine dell’Impero in quanto, dalle Fiandre alla Pomerania e dalla Borgogna e dal Regno di Arles fino a Vienna, offriva lo spettacolo di una comunità di stirpi diverse (Sassoni, Franchi, Svevi), il versante mediterraneo dell’Impero federiciano presentava un quadro di differenze molto più profonde di quelle che caratterizzavano il panorama germanico.
Per quanto concerne il panorama etnico, nell’Italia meridionale e insulare troviamo popolazioni di origine latina, greca, longobarda, araba e berbera, normanna, sveva, ebraica. La situazione linguistica è ben rappresentata da quella celebre miniatura che si trova nel Cod. Bern 120 (riprodotta sulla copertina del libro di A. de Stefano Federico II e le correnti spirituali del suo tempo, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1981): le immagini dei notarii Greci, notarii Saraceni, notarii Latini ci rappresentano il trilinguismo della cancelleria imperiale. Lo stesso Federico II, d’altronde, era un poliglotta, che, oltre a parlare latino e volgare, tedesco e greco, arabo e provenzale, scrisse poesie in italiano, recando un contributo anche personale alla nascita della letteratura italiana, mentre suo padre Enrico e suo figlio Corradino poetarono in lingua tedesca.
Dal punto di vista religioso, abbiamo visto come nell’Impero di Federico II convivessero Cristiani (non solo cattolici, ma anche greco-ortodossi) e Musulmani. Ma c’erano anche, sui territori dell’Impero, molte comunità ebraiche. Nelle leggi da lui promulgate, Federico escluse gli ebrei da tutti gli uffici pubblici e dalle professioni liberali (il che non impedì che alla corte di Palermo fossero presenti alcuni dotti ebrei, come ad esempio Jacob ben Abbamari, traduttore dell’Almagesto di Tolomeo e del commento di Averroè ad Aristotele); impose loro tasse particolari come la jocularia (sulle feste di nozze allietate dai giullari) e la gabella fumi (su ogni capo di bestiame macellato); combatté l’usura limitando il tasso di interesse sui prestiti concessi dagli ebrei; stabilì che gli ebrei dovessero essere riconoscibili dall’abito, pena la confisca dei beni o l’impressione a fuoco di un marchio sopra la fronte. “Non per odio religioso, assolutamente, ma per necessità che l’ordine dello stato fosse mantenuto (…). Del resto, gli ebrei potevano, anzi dovevano vivere secondo i loro costumi, purché questi non venissero a detrimento dello stato”. Così scrive Ernst Kantorowicz, lui stesso di origini ebraiche. (Lasciando l’Università di Francoforte nel 1933, il prof. Kantorowicz rivendicò orgogliosamente di essersi arruolato volontario nel 1914, di aver continuato a combattere contro i Polacchi, contro gli spartachisti di Berlino e contro la Repubblica dei Consigli di Monaco e, infine, di aver pubblicato un’opera che attestava i suoi “sentimenti per una Germania orientata in senso nazionale”, cioè la monumentale biografia Kaiser Friedrich der Zweite, che “raccolse le lodi entusiastiche di Hitler, Goering e Mussolini (…) le numerose riedizioni, fino al 1936, recavano in copertina la svastica che ornava la collana animata dal poeta Stefan George” (A. Boureau, Introduzione a: E. Kantorowicz, I due corpi del Re, Einaudi 1989, p. xiv).
Siamo molto lontani, evidentemente, da quel moderno e laico concetto di tolleranza che nasconde spesso un atteggiamento di indifferenza e si traduce talvolta in insofferenza, soprattutto nei confronti delle identità culturali di natura religiosa e tradizionale. Federico II invece ordina agli ebrei di vivere secondo i loro costumi e vuole che i musulmani vivano in maniera conforme alla propria tradizione in comunità cittadine governate da organismi autonomi: a Lucera, ad Acerenza, a Girifalco e altrove.
Un cronista siriano, Sibt Ibn al-Giaî, racconta un episodio significativo, che illustra molto bene questo radicato amore di Federico per la molteplicità delle manifestazioni tradizionali. Il cadì che aveva consegnato Gerusalemme all’Imperatore temette che quest’ultimo potesse ritenersi offeso o infastidito udendo cinque volte al giorno l’adhân (l’appello alla preghiera rituale) dal minareto della moschea vicina alla sua residenza; ordinò dunque al muezzin di sospendere l’adhân per un riguardo all’illustre ospite. Federico se ne accorse e, quando seppe che il muezzin aveva taciuto perché si temeva di dispiacergli, disse al cadì: “Avete fatto male, o cadì; volete voi alterare il vostro rito e la vostra Legge e fede per causa mia? Se voi foste presso di me, nel mio paese, sospenderei forse il suono delle campane per causa vostra? Perdio, non lo fate; questa è la prima volta che vi troviamo in difetto” (Storici arabi delle Crociate, cit., p. 271).
Questa è la storia. Ma la figura di Federico non si esaurisce nella dimensione storica. Date le leggende che fiorirono intorno alla sua vita e alla sua morte, dato il ruolo quasi messianico ed escatologico che gli venne assegnato, date le connessioni coi centri spirituali che gli furono attribuite, Federico II è uno di quei personaggi storici che sono entrati nel mito.




î, racconta un episodio significativo, che illustra molto bene questo radicato amore di Federico per la molteplicità delle manifestazioni tradizionali. Il cadì che aveva consegnato Gerusalemme all’Imperatore temette che quest’ultimo potesse ritenersi offeso o infastidito udendo cinque volte al giorno l’adhân (l’appello alla preghiera rituale) dal minareto della moschea vicina alla sua residenza; ordinò dunque al muezzin di sospendere l’adhân per un riguardo all’illustre ospite. Federico se ne accorse e, quando seppe che il muezzin aveva taciuto perché si temeva di dispiacergli, disse al cadì: “Avete fatto male, o cadì; volete voi alterare il vostro rito e la vostra Legge e fede per causa mia? Se voi foste presso di me, nel mio paese, sospenderei forse il suono delle campane per causa vostra? Perdio, non lo fate; questa è la prima volta che vi troviamo in difetto” (Storici arabi delle Crociate, cit., p. 271).
Rispondi Citando