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Discussione: le donne nel medioevo

  1. #11
    SOVRANISTA ISRAELIANO
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Polemiko Visualizza Messaggio
    ...interessante... in pratica, l’adulterio, se commesso dall’uomo comportava SOLO la confisca dei beni, se commesso dalla donna, quest’ultima era passibile del taglio del naso o della fustigazione...
    "solo"?praticamente rendeva un uomo un senzatetto , le donne era raro avessero proprietà e beni personali per cui quale punizione avrebbero potuto trovare?

    anyway...

    Il Medioevo non fu maschilista

    di Enrico Franceschini

    Donzelle di tutto il mondo, unitevi, perché la seguente notizia potrebbe farvi sobbalzare: il femminismo non sarebbe nato sulle barricate del 1968, bensì intorno al 1300, ben seicento anni prima. Sembra infatti che le donne del Medio Evo, contrariamente allo stereotipo che le vede schiave del marito, sguattere in cucina, impegnate a tirare su una famiglia tra stenti, miseria e malattie, non se la passassero poi tanto male.
    Vivevano più a lungo degli uomini, talvolta occupavano incarichi di responsabilità, sapevano come difendere i propri diritti, andavano perfino in vacanza tutte insieme, all´insegna di una neonata sorellanza. "Erano molto più autonome, sessualmente libere e independenti di quanto finora abbiamo immaginato", sostiene un nuovo studio condotto in Gran Bretagna. Che la Bbc riassume con un pizzico di ironia: "Il girl power dei secoli bui".
    A parlare di "ragazze al potere" nel Medio Evo è la dottoressa Sue Niebrzydowski, docente di storia alla Bangor University del Galles. Studiando documenti d´archivio, letteratura e canzoni originali, la stimata ricercatrice afferma di avere ricostruito un quadro più preciso della vita della donna media tra il dodicesimo e il quindicesimo secolo in Europa. Il risultato, secondo lei, è che le donne di quel tempo vissero "un´epoca d´oro", con un´aspettativa di vita media superiore a quella degli uomini, iniziative per difendere i propri diritti, posti di potere come badesse di conventi e monasteri. Facevano perfino l´equivalente dei viaggi "tutto compreso", solo per signore e signorine, in Terra Santa: naturalmente dopo che i cavalieri se ne erano assicurati per un po´ il controllo con una crociata.
    "Nel Medio Evo, le donne erano spesso già vedove a trent´anni e ciò conferiva loro maggiore libertà", dice la dottoressa Niebrzydowski, alla vigilia di un convegno in cui questa settimana presenterà il suo rapporto all´Istituto di Storia Antica e Moderna della Bangor University. Un convegno, vale la pena di sottolinearlo, tutto di donne, a cui parteciperanno alcune delle più illustri docenti universitarie del Regno Unito nel campo dell´archeologia, della storia, della legge e della linguistica.
    Qualche storico (di entrambi i sessi) è scettico, temendo un tentativo di revisionismo, un uso politico della storia per ribaltare convenzioni consolidate. "Quelle donne erano più libere sessualmente", replica l´autrice del rapporto. "Se benestanti, esse potevano entrare sul mercato del matrimonio alle proprie condizioni, che fossero economiche, d´amore o di puro piacere. È vero che molte delle informazioni che abbiamo dedotto dall´arte, dalla letteratura o dagli archivi storici del tempo, si riferiscono in particolare a donne abbienti, di classi medio-alte, ma la nostra ricerca suggerisce che in generale le donne di mezza età del Medio Evo, di qualunque categoria sociale, avevano molto più potere e indipendenza di quanto avessimo finora immaginato. Certo, l´opinione dominante è sempre stata che le donne nel passato avessero scarsa indipendenza economica o potere sociale, e che dovessero dipendere dai padri o dai mariti per la maggior parte delle loro vite. Ma dobbiamo andare cauti con questi giudizi, che possono essere influenzati da concezioni errate sulle donne dei secoli precedenti. Nuovi studi in materia possono riservarci delle sorprese".
    Insomma, revisionismo politico o girl-power dei secoli bui? "Le donne son venute a eccellenza / di ciascun'arte ove hanno posto cura", canta l'Ariosto. Ma l'autore dell'Orlando furioso era un poeta, non uno storico. A loro l'ardua sentenza.

    17/09/2007



    La realtà inglese, in epoca tardo medievale, è teoricamente di grande apertura: le donne
    potevano partecipare alle corporazioni insieme agli uomini e, se non esistevano, in
    quest’epoca, corporazioni esclusivamente femminili, le donne erano formalmente escluse
    solo da cinque, su cinquecento, corporazioni. Prendevano parte alla vita associativa,
    avevano il titolo di sisters, ed erano soggette alle stesse norme relative all’apprendistato, ma
    non potevano essere elette alle cariche.24 I diritti delle donne dipendevano dalla loro
    situazione familiare: una donna non sposata, femme sole, poteva acquisire proprietà e
    disporne, contrarre debiti, fare testamento e impegnarsi direttamente in attività
    economiche, tutti diritti che una donna sposata, femme coverte, non aveva, tranne a Londra,
    dove anche le donne sposate disponevano di diritti analoghi e, in particolare, potevano
    iscriversi alle corporazioni e esercitare delle attività economiche indipendenti da quelle del
    marito.25 Le lavoratrici della seta, un’attività in espansione nella Londra del Quattrocento,
    agivano come femme sole, anche nel caso in cui fossero sposate e mantennero fino alla fine
    del secolo il monopolio su tutte le fasi della lavorazione, forse proprio grazie al fatto che
    un’arte della seta non esisteva ancora,
    ...
    In Inghilterra, l’accesso all’apprendistato era il primo passo per l’acquisizione della
    cittadinanza, ovvero del titolo di freemen, che era la condizione indispensabile all’esercizio
    di attività economiche in città e dei diritti politici. Non esisteva, in epoca medievale e
    moderna, alcun ostacolo legale o teorico all’accesso delle donne alla cittadinanza e, molto
    tempo dopo, questo permise alle suffragette inglesi, “saccheggiando a tal fine gli archivi di
    città e tribunali”, di rivendicare il diritto di voto anche richiamandosi all’esistenza, nelle
    città che votavano per eleggere i membri del Parlamento, di donne con il titolo di freemen.29
    In realtà, era comunque raro, anche in epoca medievale, che una donna accedesse al titolo
    di freemen attraverso l’apprendistato, mentre accadeva che vi accedesse da vedova,
    subentrando al marito nella corporazione.30 Il diritto per una vedova di accedere alle
    corporazioni e in tal modo alla cittadinanza era ancora in vigore nel XVIII secolo, ma
    sembra che fossero in poche ad esercitarlo. 31
    ...
    Londra, con una popolazione di circa 70.000 abitanti nel XVI secolo, non era
    comparabile, come capitale, a Parigi, con i suoi 200.000 abitanti alla fine del Medioevo.
    Parigi, dove le corporazioni furono precocemente sottoposte al controllo della monarchia, e
    dove l’accesso alla corporazione non consentiva, di per sè, l’accesso alla cittadinanza,32 era
    anche la capitale in cui alcuni mestieri organizzati, e non dei meno importanti, erano
    interamente composti da donne. In epoca medievale, la filatura e la tessitura della seta
    erano monopolizzate da corporazioni esclusivamente femminili il cui governo era però
    condiviso con dei “maestri giurati” nominati dal sovrano: per le filatrici si trattava di due
    maestri e per le tessitrici di tre maestre e tre maestri. Gli statuti medievali dei mestieri
    parigini fanno riferimento a manodopera femminile e maschile e l’ordinamento reale del
    1350, successivo alla peste, apre l’accesso alle corporazioni a chiunque venga a stabilirsi
    in città, uomini e donne, regnicoli e forestieri. Se per alcuni mestieri, come i fabbricanti di
    cinture e corregge e i cristallai, si registra, nelle fonti normative, una certa “diffidenza” nei
    confronti delle lavoratrici, la situazione parigina appare, almeno nei testi normativi, di
    grande apertura.33 Alla fine dell’epoca moderna troviamo ancora delle corporazioni
    interamente femminili, alcune di poca importanza, come le bouquetières-chapelières en
    fleurs o le filassières, e altre che sono invece fra le più importanti nei mestieri tessili e della
    moda, come le lingères (all’origine, tessitura e vendita di tele di lino e cotone, e poi sempre
    più confezione di indumenti e biancheria per donne) e le couturières (sarte per donna),34
    attività in grande espansione nella nascente “società dei consumi” della capitale nel
    Settecento.35 Diversamente dall’epoca medievale, nel governo dei mestieri interamente
    femminili, né padri né mariti potevano intervenire e le donne non sposate, cosiddette filles
    majeures, arrivavano a circa il 40% degli effettivi tra le lingères e le couturières. Alcune
    corporazioni ammettevano un certo numero di donne come maestre, escludendole però
    dalle cariche di governo. Si trattava soprattutto di mogli e vedove di maestri, tranne per le
    “maestre pittrici” e per i negozianti di sementi, nella cui corporazione le donne oltre a
    poter essere maestre, potevano lasciare la maîtrise non solo alle loro figlie, il che era
    permesso anche nelle altre corporazioni miste oltre che in quelle femminili, ma anche ai
    loro figli maschi. Il governo di questo mestiere (grainiers-grainières) era affidato a due
    maestri e due maestre, che potevano essere nubili, sposate o vedove.

    http://venus.unive.it/riccdst/sdv/sa...ti/pdf/sis.pdf
    CLAUDIA CONTE, TI AMO!

  2. #12
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Robert Visualizza Messaggio
    "solo"?praticamente rendeva un uomo un senzatetto , le donne era raro avessero proprietà e beni personali per cui quale punizione avrebbero potuto trovare?

    anyway...
    ... se proprio le si doveva "punire", sarebbe stato meno discriminatorio rendere anch'essa una senzatetto... oppure tagliare il naso o fustigare l'uomo reo di adulterio...hefico:

    “In amore non essere un mendicante, sii un imperatore. Dà e resta semplicemente a vedere che cosa accade...”

  3. #13
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Polemiko Visualizza Messaggio
    ... se proprio le si doveva "punire", sarebbe stato meno discriminatorio rendere anch'essa una senzatetto... oppure tagliare il naso o fustigare l'uomo reo di adulterio...hefico:
    E farle giocare nella nazionale di calcio...

  4. #14
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Johannitius Visualizza Messaggio
    E farle giocare nella nazionale di calcio...
    .. non vedo dove sia il problema, visto che ci sono uomini che girano in "gonnella"...hefico:

    “In amore non essere un mendicante, sii un imperatore. Dà e resta semplicemente a vedere che cosa accade...”

  5. #15
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Polemiko Visualizza Messaggio
    .. non vedo dove sia il problema, visto che ci sono uomini che girano in "gonnella"...hefico:
    E questo che attinenza avrebbe con l'argomento?
    Basta con le puttanate laiciste di rincalzo, ti prego.
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


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    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

  6. #16
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Cerchiamo di non dimenticare il fatto che nel medioevo sono esistite donne che hanno governato o detenuto come arbitre assolute il controllo dei destini di interi regni....come Eleonora (Alienor) d'Aquitania.
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"


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  7. #17
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Bella. La si riesce ad immaginare solo così, Eleonora; e fa un po’ strano figurarsela, perché, chissà come mai, nel Medioevo si dà per scontato che siano stati tutti brutti, sporchi, sdentati ed anche un po’ deformi. Invece no, lei doveva essere bella, bellissima, di quella bellezza un po’ imperiosa ed inquietante, poi, che hanno solo le donne di carattere e di ingegno, quella che non passa con gli anni, insomma, ma semmai aumenta: la bellezza degli occhi vivaci che, quando ti guardano, ti scavano dentro fino all’anima, del sorriso accennato, a fior di labbra, che può essere dolce e divenire beffardo in un fiat: la bellezza enigmatica che non si lascia mai prendere del tutto, e mai conquistare da altri, ma si concede solo per suo capriccioso arbitrio, per univoca decisione.
    Altera, passionale, sottile, testarda, indomabile, Eleonora riuscì nel miracolo di essere compiutamente donna in un mondo di uomini, con cui battagliò, vinse e perse trattandoli alla pari: riesce difficile per noi femminucce anche oggi, immaginiamoci nel Medioevo.
    Nasce in Aquitania, tanto per cominciare, che è come nascere oggi nella Manhattam bene, e giocare fin da piccoli nell’atrio del Metropolitan Museum: una corte allegra e scapricciata, dove le dame ridevano liete e i poeti componevano strofe salaci; nasce da due genitori che si amano, e perciò hanno della vita una visione positiva ed entusiasta. Sono colti, giovani, intelligenti e vogliono che le figlie siano simili a loro. Un bagolo, per Eleonora, che ha gli occhi vivaci e la mente pronta, e cresce libera e fiera, alternando un torneo, una gita a cavallo e un ballo a corte, dove non si danza solo, ma si ascoltano bei versi d’amore. Si cresce convinti che la vita è bella, in un luogo così, e che tutto è possibile per chi, dalla vita, si lascia baciare.
    A otto anni, quando muore il fratello maggiore, è già destinata a diventare duchessa, e di un feudo tra i più ricchi del mondo; a quindici, il padre passa a miglior vita all’improvviso, e lei si ritrova capo di stato sul serio. È quasi una bimba, e per di più femmina. Il padre, che pure ne conosce il caratterino, prima di andarsene ha fatto in tempo a stipulare, per salvaguardarla, un matrimonio con Luigi VII, re di Francia.
    Sono giovani, belli, potenti, in un certo senso complementari: sulla carta dovrebbero essere la coppia del secolo. Provano ad esserlo, in effetti, per qualche anno. Se gli opposti si attraggono, questo è massimamente vero quando uno degli opposti è Eleonora. Luigi è un ragazzo pacato e un po’ grigio, cresciuto in un ambiente dove il peso della religione è grande: la corte è piena di chierici e di monaci, è tutta un sussurro da sacrestia interrotto, di tanto in tanto, dai cori per le funzioni, e il maestro dei canti è nientepopodimeno che Bernardo di Chiaravalle, monaco e teologo, dotato di uno di quei caratteri bruttissimi che aiutano a passare per santi già da vivi.
    Eleonora, invece, lo travolge e lo affascina, il suo giovane re: Eleonora che non accetta imposizioni, Eleonora che fa di testa sua, Eleonora che pretende di essere trattata non come una moglie, ma come una regina. Si porta i suoi poeti, e le sue dame; organizza i suoi divertimenti, e se ne strafrega delle chiacchiere alle spalle; tratta con gli uomini alla pari, con la differenza che è donna, e gli uomini, a trovarsela di fronte, non possono che rimanere imbambolati. E litiga, quando c’è da litigare, perché di tutte le doti che, da donna, può avere, la remissività è l’unica che le manca, anche se è quella che nel medioevo, dalle femmine, è la sola a essere pretesa. Oscura il re, anche se non fa nulla, perché il sole, senza far nulla, è più brillante della luna; a corte si sospettano dovute al suo influsso persino le decisioni che lui, magari, prende da solo, perché pare impossibile che Luigi riesca a decidere qualcosa, mentre lei sembra in grado di decidere tutto. Le chiacchiere la perseguitano, come l’invidia meschina: la chiamano non Eleonor, ma Alienor: l’Estranea, l’aliena. In effetti, rispetto a loro, viene proprio da un altro mondo.
    Con Bernardo ha un rapporto controverso: a pelle i due non si sopportano, ma sono entrambi due belle menti e due politici sottili, per cui non lo danno a vedere. Lei gli sorride, fingendo di cercarne i consigli e di venerarne la sapienza canuta, ma chissà perché ho l’impressione che, appena chiusa la porta dei suoi appartamenti, gli facesse in verso, replicandone per burla il religioso sussiego; lui, con tutto che è santo, la odia con l’odio feroce e segreto che i chierici hanno verso le donne belle e intelligenti: inviate del diavolo, seme perduto e pericoloso.
    Il matrimonio va presto a rotoli: Luigi si sente un re dimezzato e Eleonora una regina in catene; poi non ci sono figli maschi. Grazie agli appoggi ecclesiastici, il re riesce a far dichiarare lo sposalizio nullo, con la scusa che lui ed Eleonora sono lontani cugini: strano, nessuno s’era ricordato di guardare l’albero genealogico, prima di celebrare le nozze? Bernardo gongola, e così i cortigiani francesi: per quella puttana il destino è ritornare ad essere la feudataria delle sue terre o ritirarsi in convento, perché a trent’anni, con un matrimonio fallito alle spalle e la fama di essere una sgualdrina, per quanto regale, chi vuoi che se la prenda? E invece lei, non appena libera dal laccio di Luigi, manda un messaggio ad Enrico di Normandia, convocandolo. Enrico ha undici anni meno di lei, la fama di essere bello, colto e spregiudicato; è figlio di Goffredo, che qualcuno diceva essere stato amante in passato di Eleonora. Quando arriva gli dice: “Sposiamoci.” Enrico se la guarda, quella donna ancora bellissima, sempre intelligente, e, forse, ancora più sensuale. Si fa due conti, ma risponde, subito e semplicemente, sì. Entrambi stanno azzardando una scommessa, ma ad entrambi, in fin dei conti, piace rischiare.
    È come mischiare assieme due elementi che già da soli risultano esplosivi, devastanti. Lui ambizioso e sensuale, lei passionale e intelligente: passeranno la vita ad amarsi e a rendersi l’esistenza impossibile. Lui diventa pochi mesi dopo re di Inghilterra, e lei, di conseguenza, due volte regina. All’ex marito prende uno stranguglione a vederla di nuovo su un trono, e partorire uno in fila all’altro quattro maschi; gliene prende uno ancor più grande a vedersi sottratti i feudi di Eleonora, che restano però di lei possesso, perché lei è regina di Inghilterra, ma Enrico non è duca d’Aquitania: valgono con lui i patti che valevano con Luigi, per cui quello che è del marito è di Eleonora, ma quello che è di Eleonora resta suo.
    I figli entreranno non solo nella storia, ma nella leggenda: Riccardo cuor di Leone e Giovanni Senza Terra. Li ama, appassionatamente, più dei mariti che ha avuto, più degli amanti, ma non cesserà mai di considerarli, in fondo, cose sue. Li usa come pedine nelle lotte contro il padre, glieli rivolta contro, li manipola, ma anche, a suo modo, li protegge. Eleonora è una donna indomita, e perciò pericolosa. Lo sa bene Enrico, che finisce per imprigionarla per anni, temendo i suoi complotti, subodorando, forse a torto, il suo zampino dietro alla morte dell’amante di cui s’era invaghito. Si odiano perché si sono amati, non riescono a stare assieme perché a sposarsi possono essere un uomo ed una donna, ma due capi di stato no. Eppure, sotto sotto, la ammira, la sua Eleonora: può incarcerarla, ma non avrà mai il coraggio di farla uccidere; infatti gli sopravvive.
    Diventa reggente, in nome di quel Riccardo che è suo, suo, suo: lo ha creato e costruito per essere non solo re, ma eroe. Da eroe si comporta: parte infatti per la crociata e abbandona il regno, nelle mani di un fratello di cui non ci si doveva fidare. Eleonora non riesce a controllarlo del tutto, quel figlio minore che forse ha sempre sofferto di essere il secondo, e non solo per una questione di età. Quando Riccardo è catturato da un Asburgo, è Eleonora a muoversi per trovare il riscatto, e a portarlo di persona all’imperatore. Nelle leggende a conservare il regno a Riccardo è Robin hood, ma nella realtà a salvargli il collo ed il trono fu mamma. Quando anche Riccardo muore, appoggia Giovanni, perché è pur sempre suo figlio. Ma lei è pur sempre una sovrana, e difende, con le unghie e con i denti, le terre che sono sue, anche dalle pretese di figlioli e nipoti. A ottant’anni è ancora capace di dichiarar guerra ad un nipotino che la vorrebbe esautorare, e tenergli testa dall’alto delle mura, come una leonessa, anzi, come una regina. Persino la morte pare coglierla quando lo decide lei: entra in convento, prende il velo e spira: è lei che vuole abbandonare il mondo, non il mondo che la mette in un cantone e la abbandona. Perché Eleonora è Eleonora, e lo è stata e lo sarà per sempre, prima di tutto e più di ogni altra cosa.
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  8. #18
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

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  9. #19
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    ...............perché il sole, senza far nulla, è più brillante della luna...............
    Riproviamoci.
    La Repubblica l'ho rispettata, ma non sono stato rispettato.
    Restauriamo la Monarchia.
    Voglio tornare a casa e se non ci fosse più una casa, beh la ricostruiremo.

  10. #20
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Donne e scienza nell’Europa dei ''secoli bui''

    da Il Popolo settimanale della diocesi di Tortona del 7 gennaio 2004
    Il medioevo non fu poi così oscuro
    don Maurizio Ceriani


    La già citata rubrica telematica di Rino Cammilleri “Antidoti”, nel suo numero dello scorso 31 dicembre (rinocammilleri.it), ci offre lo spunto per affrontare un altro dei tanti pregiudizi storici, che spesso albergano anche in uomini di cultura: si tratta della presunta misoginia dei secoli medievali sempre addebitata alla Chiesa. Quante volte infatti le espressioni “oscurantismo medioevale” e “roba da medioevo” sono state attribuite a tutta una serie di odierne discriminazioni femminili, vere o presunte che siano, soprattutto nei numerosi dibattiti televisivi che prolificano sulle reti pubbliche e private in sempre crescente numero. Quante volte poi l’immancabile sacerdote o vescovo, ospite di turno, ha dovuto subirsi le conseguenti ire femministe, perché la Chiesa è immancabilmente ritenuta responsabile di ogni discriminazione femminile. Ma tutto questo è poi vero? Il medioevo fu veramente così oscuro? E la Chiesa così avversa alle donne?
    La risposta si può facilmente ricavare da una serie di dati che la “cultura” di oggi pare aver dimenticato. Cominciamo col ricordare che nel corso del medioevo si deve, almeno in parte, alle Dame di Salerno la rinascita del sapere medico. Verso la fine dell'XI secolo si riorganizzò l'università salernitana con un annesso centro di medicina, che fu tra i primi in Europa: le donne vi studiavano ed insegnavano. Una di esse era Trotula (Trota De Ruggiero per alcuni storici), che vi insegnò medicina, chirurgia ed ostetricia, insieme al marito Giovanni Plateo il Giovane e ai figli, stendendo con loro l’enciclopedia medica “Practica Brevis”. I consigli di Trotula sono straordinariamente moderni come ad esempio, l'importanza della pulizia, di una dieta bilanciata e dell'esercizio fisico, mentre le sue cure vi avvalevano raramente dell'astrologia o di evidenti superstizioni. Le teorie della Dama Salernitana smentiscono in parte ciò che pensiamo della ginecologia medioevale.
    Nel Medioevo le donne medico sono un dato di fatto; curano, dispensano rimedi, vegliano su feriti e malati tanto quanto gli uomini. Il re di Francia san Luigi IX, partendo per la sua spedizione in Terra santa condusse con sé come medico non un uomo, ma una donna di nome Hersent. Nelle campagne come nelle città, nei secoli XII e XIII, le donne medico sono presenti e arrivano persino a ricoprire cattedre universitarie, come avviene per esempio a Bologna con Dorotea Bucca (1360s – 1436) che occupò la cattedra di medicina ed ebbe studenti provenienti da ogni parte d’Europa.
    Tutto questo accadeva nel “buio” medioevo, mentre ben dopo, dalla fine del medioevo all’Illuminismo e nei secoli del “progresso”, registriamo altre tendenze. Dagli inizi del secolo XIV le donne che praticano la medicina saranno conosciute ormai soltanto per i processi che verranno intentati contro di loro dall’Università di Parigi, la quale esigerà un diploma che esse non potranno esibire. La conseguenza fu che per molti secoli le donne non potranno più esercitare l’arte medica nell’ufficialità e verranno relegate ad una illegalità, che nei paesi della Riforma protestante coinciderà spesso con l’accusa di stregoneria. Tra i molti è emblematico, in pieno secolo XIX nella massonica e liberale Inghilterra, il caso di Elisabeth Garrett Anderson, che ogni qualvolta superava con onore gli esami dei suoi corsi veniva consigliata di tenere segreti i suoi successi, finché nel giugno del 1861 quando un medico in visita alla classe pose agli studenti delle domande a cui solo Elisabeth fu in grado di rispondere, i maschi chiesero che abbandonasse il corso. Per nascondere quello che fu ritenuto il disonore dell’intera università fu bandita dalle altre lezioni e in seguito espulsa dall’ospedale di Londra; la Garrett non si arrese; sognava ancora una laurea universitaria, decise quindi di imparare il francese e si iscrisse all'Università di Parigi, che aveva iniziato ad ammettere le donne nel 1868, fu la prima a sostenervi gli esami e si laureò nel 1870 discutendo una tesi sull'emicrania. Contemporaneamente un gruppo di donne tentò di conquistare l'ammissione alla scuola di medicina di Edimburgo organizzandosi le classi per proprio conto; sfortunatamente le donne erano troppo brave e così gli studenti maschi insieme con alcuni insegnanti e medici non poterono che percepirle come una minaccia ed insorsero. Le donne portarono il loro caso in tribunale, ma persero.
    Non andò meglio neppure nelle altre branchie del sapere giacché si assiste dal secolo XVI in poi ad ogni sorta di limitazione imposta alle donne; Sophie Germain, una delle più brillanti matematiche francesi, fu costretta ad assumere furtivamente l'identità di monsieur Le Blanc per poter essere ammessa come maschio all'Ecole Polytechnique di Parigi (fondata nel 1794); Emmy Noether, “il più importante genio creativo della matematica sino ad oggi prodotto da quando l'istruzione superiore è aperta alle donne” secondo Einstein, rischiava di non conseguire la libera docenza a Gottingen perché la maggioranza della facoltà temeva questo: “Cosa penseranno i nostri soldati quando scopriranno di dover imparare da una donna?”.
    La stessa Marie Curie, in quanto donna, non potè essere professore alla Sorbona, ma le si concesse unicamente di dirigere il laboratorio del marito; solo dopo la morte di lui le venne affidata la cattedra, tuttavia, perchè donna, le fu negata l'ammissione all'Académie de France. Inoltre va qui ricordato quel decreto del Parlamento di Parigi del 1593 che vietava da quel momento alle donne l’esercizio di qualsiasi funzione nell’ambito dello stato. Provvedimenti civili, difficilmente riconducibili all’influenza ecclesiastica, in un epoca che, a differenza del medioevo, può vantare l’affrancamento dello Stato dalla Chiesa.
    Negli stessi secoli invece in Italia, dove più forte era l’influenza della Chiesa, e proprio negli Stati Pontifici, nelle facoltà universitarie del “retrogrado” dominio temporale del Papa, avveniva il contrario. Tarquinia Molza, una filosofa del Rinascimento, scrittrice, musicista, vissuta tra Modena e a Ferrara, ricevette nel 1601 a motivo della sua erudizione per sé e per tutti i suoi eredi per sempre. Nel 1700 operò a Bologna, insieme al marito Giovanni Manzolini, il medico anatomo ceroplasta Anna Morandi; a lei si devono numerose scoperte anatomiche. Cominciò a lavorare in casa propria per portare a termine gli impegni presi dal marito e salvarne così il nome. In seguito approfondì gli insegnamenti del marito studiando sui più moderni trattati di anatomia, di cui la loro biblioteca era ben fornita, ed eseguendo delle dissezioni sui cadaveri per poi indagare la funzionalità dei singoli particolari attraverso l'uso del microscopio.
    Presto fu in grado di plasmare delle opere che evidenziarono un assoluto rigore anatomico e una perfetta conoscenza della moderna anatomia funzionale, materia che iniziava solo allora ad evolversi dalla pura morfologia descrittiva. Divenuta esperta, insegnò ai giovani utilizzando i preparati da lei stessa eseguiti e puntualmente corredati da diligenti descrizioni. Alla morte prematura del marito nel 1755, l'attività di Anna Morandi venne pubblicamente riconosciuta anche nella sua città natale; fu infatti aggregata all'Accademia Clementina e all'Accademia delle Scienze di Bologna e le fu conferita dal Senato una cattedra di Anatomia con la possibilità di dare lezioni sia nel Pubblico Studio dell'Archiginnasio, sia in casa propria. Negli stessi anni sempre a Bologna brillava nel campo della fisica Laura Bassi; Bassi seppe guadagnarsi la stima della comunità scientifica con le lezioni di fisica sperimentale tenute per trent’anni in casa propria (ma ufficialmente riconosciute e ricompensate), e con le memorie presentate nell’Accademia delle scienze della città. Era stata ammessa a questo prestigioso consesso, come socia onoraria, fin dal 1732, e nel 1745 avrà un posto nella ristretta classe degli accademici Benedettini, istituita dal papa Benedetto XIV allo scopo di incrementarne la produttività scientifica. Le luci dell’illuminismo e le ombre del medioevo forse andrebbero riviste e forse anche ricollocate.

    http://rassegnastampa.totustuus.it/m...ticle&sid=1707

 

 
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