Dopo ogni terremoto si fanno i bilanci dei disastri e delle perdite umane che questi provocano.
Ne abbiamo visti molti negli ultimi anni: L'Aquila, Irpinia, Belice, Umbria, Friuli.
Tutti spaventosi, tutti mortali.
Ci siamo abituati a quelle immagini di case sbriciolate, antiche chiese e campanili distrutti, castelli e rocche sventrate.
Danni enormi al patrimonio artistico e culturale.
Ma stavolta quello che impressiona sono i capannoni dove si svolgevano attività produttive con centinaia di operai esposti al pericolo, edifici che dovrebbero garantire sicurezza e che, invece, si accartocciano e si scioo come burro al sole.
I giornalai imbecilli come al solito puntano tutto sul sensazionalismo. C'è Mentina adesso in diretta che è già arrivato al suo 28° "clamoroso", c'è la sua collega che intervista il sismologo ma fa segno al cameraman di inquadrare il pennino del sismografo perché "c'è stata un'altra scossa in questo momento", ci sono le interviste ai terremotati del tipo "cos'ha provato in quel momento lì...", ecc.
Nessuno, finora, che si ponga il problema o si chieda come mai questi capannoni cadono come fuscelli.
Nessuno che, finora, abbia avviato qualche inchiesta su CHI siano i progettisti o i costruttori in quella terra di cooperative, o quanto vecchi siano tali fabbricati.
A vedere le immagini i capannoni non sembrano molto vecchi, anzi...
Ma come mai, allora, nessuno si pone domande?




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