Riferimento: Perché vivere?
Citazione:
Originariamente Scritto da
Platone
@ testadiprazzo:
tu scrivi che:
Ma se è mesi che identifichi il Non Essere col nulla....perchè il Non Essere non è..
Comunque se affermi la realtà del Non Essere allora non vedo di cosa stiamo a discutere..
Se lo scomparire dell'ente è il suo passaggio nel Non Essere e il suo riapparire in nuova forma..non vedo di cosa discutiamo..
Vediamo di capirci: io non identifico affatto il non-essere con il nulla, se per non-essere tu (e io) intendi(amo) una dimensione ulteriore a quella dell'esperienza attuale. Se le cose del mondo si portano al di fuori dell'esperienza attuale e immediata è chiaro, anzi chiarissimo, lampante che debba sussistere questa dimensione: cioè non necessita nemmeno di una dimostrazione che l'apparire attuale non sia apparire totale (della totalità dell'essente, cioè della totalità di ciò che si oppone al non-essente), altrimenti ciò che si congeda diventerebbe nihil absolutum. Proprio perchè l'apertura (il manifestarsi) attuale mostra il sopraggiungere e il tramontare degli eventi, il loro essere accolti e congedati, cioè la loro non permanenza, è necessario (quantomeno) che si dia un'apparire differente da quello "mio", un'apparire cioè in cui essi se ne stanno in totalità.
Il problema è che tu ritieni che non sia l'ente come ente a salvarsi, nel congedarsi dall'apparire attuale, nella sua pienezza esaustiva, ma solo la sua potenzialità, il suo ordine concettuale.
Perchè sostieni questo? perchè, dici, l'ente partecipa dell'esistenza o della possibilità. Queste due dimensioni sono significanti (mi pare di aver capito, correggimi se sbaglio) a prescindere dall'ente.
Cioè l'esistenza e la possibilità (l'Essere e il Non-Essere) sono due dimensioni che prescindono dagli enti che vi partecipano: gli enti potrebbero cioè non parteciparvi ma tali rimarrebbero ugualmente.
Inoltre sostieni: se l'ente permanesse nella sua concretezza anche nel non-essere allora essere e non-essere verrebbero a identificarsi: perchè? perchè l'ente è tale solo partecipando dell'essere, quindi continuando ad essere ente anche nel non-essere finirebbe per identificare le due dimensioni: contraddizione analitica.
Ora, tutto ciò che vi è di errato in questo (tuo) ragionamento è la premessa, cioè che l'esistenza sia isolata dagli enti che vi partecipano (e solo essendo isolata gli enti possono o meno parteciparvi, cioè possono divincolarsi dal legame con essa).
Posta questa premessa allora certo la conclusione è coerente al ragionamento, ma è proprio la premessa che è contraddittoria perchè è prodotta da un isolamento semantico.
Ho cercato di leggere le considerazioni logiche..ma non posso ribatterle in quanto il problema non è di logica ma di applicazione della logica alla Metafisica o all'Ontologia..
E nasce in definitiva su cosa sia un ente..rispetto alla sua natura che non può diversificarsi da qui Principi su cui si fonda il Tutto..
La Conoscenza cioè si muove dall'intelligibile al sensibile e non viceversa..
Un ente non è qualcosa che esiste a prescindere dalle qualificazioni da cui è composto..e se ne togliamo qualcuna..l'ente cessa di essere tale e diventa qualche altra cosa..
L'Infinito da cui Tutto deriva ed è una sua illusoria specificazione..si divide alla nostra comprensione in due parti..e appunto perchè sono parti non hanno nessuna comune misura con Esso..
Posto cioè l'Essere come prima qualificazione e prima inteso in senso logico e non cronologico..ciò che non è Essere risulta Non Essere..
ma sia l'Essere che il Non Essere sono quella Possibilità Universale che è un altro nome dell'Infinito..
Essere e Non Essere sono Possibilità..cioè Infinito in atto..mentre in potenza l'Infinito è inqualificato e il rapporto tra l'Infinito e la Possibilità è solo di comprensione..non è una distinzione concreta ma solo percettiva..o funzionale alla nostra vita in questo grado dell'Essere che è limitato da quelle leggi che ci fanno apparire gli enti come aspetti di quella relazione tra le varie Possibilità..e nel nostro mondo l'Essere è la prima qualificazione che unifica tutto ciò di cui facciamo esperienza sotto il nome di Esistenza..unione di Essere e Possibilità che non hanno l'Essere danno luogo alla manifestazione universale
Ma l'Essere con le Possibilità che non hanno l'Essere non sono manifestate..e quando lo saranno il temine Esistenza significherà l'Essere identificato....nello spazio..nel tempo..e in tutto ciò che costituisce il nostro Mondo..
L'ente quindi fuori dall'Esistenza non esiste..e non passa nell'eternità una volta che scompare dal piano dell'Essere..perché l'ente ha una realtà molto più illusoria delle possibilità che ne determinano la natura e che eternamente sono poste nel Non Essere..
L'ente cioè è vuoto..impermanente..con la sua scomparsa rimane come idea sul piano sottile diventando possibilità mentale..ed è eterno solo come noema..pensiero..
Socrate non è eterno come relazione tra le varie qualificazioni da cui è composta la sua individualità..
eterno è l'Essere che ne costituisce l'Essenza immanifesta..e le possibilità vivificate da questo Essere..che determinano questa individualità..
La relazione tra Essere e possibilità ambedue eterne ..realizza l'Esistenza che è qualificata nel tempo e nello spazio..e individualizzata negli enti..perchè la possibilità spaziale e temporale per esistere ha bisogno dell'Essere e l'Essere ha bisogno di esse per rivestirsi di concretezza o individualizzarsi..
Quando l'ente esaurisce il suo tempo..che sarebbe l'intensità di Essere da cui è costituito e che determina la sua esistenza....le parti da cui è composto ritornano all'origine immanifesta....per poi ritornarci se le occasioni lo determineranno..
A questo punto ci si potrebbe domandare attraverso quale logica si afferma tutto ciò..
Se il principio d'identità è valido sempre e comunque..Socrate non può divenire differente da ciò che è..perchè ogni ente è uguale a se stesso..e allora se non può divenire altro da sé..e non può nullificarsi perchè il nulla non ha realtà..ne risulta che Socrate rimane perennemente uguale a se stesso nell'eternità..come tutti gli enti tra l'altro..
Un ente diviene nel suo apparire temporale e rimane identico nella sua radice eterna e intemporale ..
Ma così non è...
e la ragione è che la logica che sottende il pdncp è valida solo per l'Essere..che è pura qualità..ed è valida per i numeri che sono pura quantità..ambedue immanifesti..
Il principio di identità è valido solo per l'Essere ma non per l'Esistenza e gli enti che ad essa sono sottoposti..
Nel divenire della manifestazione niente è uguale a se stesso..perchè il tempo modifica perennemente tutte le cose..e solo nell'eternità..nell'attimo fuori dal tempo dove l'Esistenza si trasforma in Essere e gli enti in possibilità..il divenire cessa..e l'identità si afferma..
Gli enti sono ombre..create dalla luce dell'Essere che incontra le qualificazioni che riposano nell'ombra del Non Essere..e che vengono proiettate sullo schermo dell'Esistenza..
Se l'Essere o la luce si ritira o la possibilità viene meno..anche l'ente scompare..perchè non aveva nessuna realtà se non quella data dalla nostra mente..e finirà in quella memoria cosmica priva di Essere che vivrà fin tanto che tutte le cose saranno riassorbite dal Principio per dare poi vita ad un nuovo ciclo di esistenza..o un Nuovo Universo..
(zum zum)..:D
Rif: Riferimento: Perché vivere?
Citazione:
Originariamente Scritto da
testadiprazzo
Bene..l'Infinito per essere tale non può essere qualificato..che ciò sarebbe un limite..e tantomeno può essere regolato da qualsiasi logica..che sarebbe ancora mettere dei paletti a ciò che non può avere nessuna legge che altrimenti sarebbe determinato..
L'Infinito non è uguale a se stesso..perchè altrimenti sarebbe determinato..e ciò che è indeterminato non ha nessun aspetto per reclamare uguaglianza con lo stesso..
Anche questa tua posizione è giustificabile unicamente a partire da quella concezione astratta dei distinti che ne rende impossibile la relazione: il pensiero isolante non riconosce la differenza dei distinti o, non limitandosi a riconoscerla, opera un isolamento semantico tra i medesimi assumendoli come positivi significanti a prescindere dal loro legame.
O, che è lo stesso, concepisce astrattamente l'identità, eguagliandola seguitamente alla sua valenza concreta, in questo modo identificando i diversi e diversificando gli identici, cioè contraddicendosi.
Nel caso in questione è l'isolamento, cioè la stessa concezione astratta (intellettualistica) dell'Infinito a generare l'impossibilità di predicargli sé medesimo, cioè di porre l'identità dell'identico, di affermare una tautologia: il chè (aggiungo) non dovrebbe felicitarti affatto, giacchè l'Infinito stesso, essendo un positivo significare, in questo modo non riuscirebbe ad escludere la possibilità di risultare identificato a un finito o al nulla medesimo.
Ma tale impossibilità, cioè la conseguenza aporetica che ne scaturisce è l'assurdo, e lo è coerentemente alla comprensione assurda che ne sta al fondamento: tu dici infatti che dell'Infinito non si può discutere e pensare, pena il determinarlo, il qualificarlo, cioè il contraddirsi.
Il che è certamente vero, ma solo nella misura in cui il contenuto è isolato dal suo positivo significare: l'aporetica del nulla ripropone il medesimo dilemma. Anche del nulla, infatti, apparentemente non si può discutere e pensare, pena il determinarlo, cioè il renderlo un essente, negando l'opposizione universale. D'altra parte, i principi della logica classica devono pur riferirsi al nihil absolutum, nel momento in cui escludono che l'Essere sia il nihil absolutum: ma se la relazione è posta la legge universale è negata, se non lo è non si vede per quale motivo non si possa progettare l'identificazione dell'Essere con il nulla, l'opposizione divenendo una semplice tesi aperta alla possibilità di essere smentita.
Il problema nasce proprio perchè non viene distinto il contenuto autocontraddittorio del nulla (n1) dal suo positivo significare come contenuto autocontraddittorio (n2), come totale negatività.
In quanto l'intero semantico è posto, è posto il nulla (stante la negazione della negazione che l'intero semantico sia e non sia sé medesimo): ma la posizione del nulla è posizione della sua totale assenza e della positiva significa della medesima (l'assenza E' l'assenza): non si giunge ad un'arbitraria identificazione dei non identici pur dicendo che il nulla E', proprio perchè non si giunge a porre in equazione positivo e negativo, ma a porre la positività stessa (la valenza) del negativo come negativo.
Il positivo significare essendo questo determinato e specifico positivo significa che non è quest'altro o quell'altro.
Sicchè il pensiero che pensa il nulla non è un pensiero che non pensa nulla , ma è il pensare il suo stesso (specifico, definito) positivo significare come nulla.
Lo stesso dicasi per quanto concerne l'Infinito: pensando l'Infinito non si opera la contraddittoria identificazione di indeterminatezza e determinatezza, ma si conviene che il positivo significare dell'Infinito è questo e determinato e non ulteriore positivo significare, che non è l'altro da sé.
Non avvedendosi della differenza e distinzione tra I1 e I2, il pensiero isolante li pone come identici, appiattendo la determinatezza della significanza sull'illimitatezza contenutistica, sicchè risulta coerentemente impossibile perfino predicare l'infinità all'infinito!
Mentre è palese che nel porre Infinito = Infinito, o, come si dovrebbe, (Infinito=Infinito)=(Infinito=Infinito), non si ottiene l'identificazione dei non identici (la determinazione dell'illimitato) solo qualora ci si avveda che il significare dell'Infinito come Infinito non è il determinarsi del contenuto, ma unicamente del suo significare come quel contenuto.
E il pensare l'infinito non è il contraddirsi, ma il determinarne l'adeguata e definita significanza, che non è la significanza in cui consiste il nihil negativum o alcuno degli enti.
Al fondamento dell'errare, l'isolamento: sul fondamento dell'astrazione del concreto si viene poi a conseguire la possibilità che vi sia una regione dell'essente, cioè dell'opporsi al niente, del non-niente, che sfugga a comprensione, quando nell'opporre l'essente al non essente per altro la compresione (e la definizione) è già posta, pur basilarmente.
In questo senso, se L'infinito è assunto arbitrariamente, esso non è il luogo del risolvimento delle contraddizioni, ma la dimensione in cui esse non possono che venire alimentate
Rif: Riferimento: Perché vivere?
Parto da qui:
Citazione:
A questo punto ci si potrebbe domandare attraverso quale logica si afferma tutto ciò..
E' esattamente quanto mi sono domandato finora, leggendo le tue disquisizioni: proprio perchè non pretendono affatto di replicare all'incontrovertibile con l'incontrovertibilità, cioè mostrando le aporie da cui esso risulterebbe eventualmente avvolto.
L'incontrovertibile è tale nella misura in cui ogni sua negazione è autonegazione, lo è perchè per vivere deve ammetterlo: mi aspettavo che tu mostrassi la possibilità che una negazione si abbattesse su di esso senza presupporlo nel suo costituirsi, ed è questo che continuo ad attendere.
Dopodichè posso anche controbattere a qualcosa che hai scritto qua e là, volendo..per esempio:
Citazione:
Un ente non è qualcosa che esiste a prescindere dalle qualificazioni da cui è composto..e se ne togliamo qualcuna..l'ente cessa di essere tale e diventa qualche altra cosa..
Verissimo, ma dove nasce la legittimità di tale toglimento? La risposta che mi dai dovrebbe essere contenuto nello spezzone sottostante:
Citazione:
L'Infinito da cui Tutto deriva ed è una sua illusoria specificazione..si divide alla nostra comprensione in due parti..e appunto perchè sono parti non hanno nessuna comune misura con Esso..
Posto cioè l'Essere come prima qualificazione e prima inteso in senso logico e non cronologico..ciò che non è Essere risulta Non Essere..
ma sia l'Essere che il Non Essere sono quella Possibilità Universale che è un altro nome dell'Infinito..
Essere e Non Essere sono Possibilità..cioè Infinito in atto..mentre in potenza l'Infinito è inqualificato e il rapporto tra l'Infinito e la Possibilità è solo di comprensione..non è una distinzione concreta ma solo percettiva..o funzionale alla nostra vita in questo grado dell'Essere che è limitato da quelle leggi che ci fanno apparire gli enti come aspetti di quella relazione tra le varie Possibilità..e nel nostro mondo l'Essere è la prima qualificazione che unifica tutto ciò di cui facciamo esperienza sotto il nome di Esistenza..unione di Essere e Possibilità che non hanno l'Essere danno luogo alla manifestazione universale
Ma l'Essere con le Possibilità che non hanno l'Essere non sono manifestate..e quando lo saranno il temine Esistenza significherà l'Essere identificato....nello spazio..nel tempo..e in tutto ciò che costituisce il nostro Mondo..
L'ente quindi fuori dall'Esistenza non esiste..e non passa nell'eternità una volta che scompare dal piano dell'Essere..perché l'ente ha una realtà molto più illusoria delle possibilità che ne determinano la natura e che eternamente sono poste nel Non Essere..
L'ente cioè è vuoto..impermanente..con la sua scomparsa rimane come idea sul piano sottile diventando possibilità mentale..ed è eterno solo come noema..pensiero..
Socrate non è eterno come relazione tra le varie qualificazioni da cui è composta la sua individualità..
eterno è l'Essere che ne costituisce l'Essenza immanifesta..e le possibilità vivificate da questo Essere..che determinano questa individualità..
La relazione tra Essere e possibilità ambedue eterne ..realizza l'Esistenza che è qualificata nel tempo e nello spazio..e individualizzata negli enti..perchè la possibilità spaziale e temporale per esistere ha bisogno dell'Essere e l'Essere ha bisogno di esse per rivestirsi di concretezza o individualizzarsi..
Quando l'ente esaurisce il suo tempo..che sarebbe l'intensità di Essere da cui è costituito e che determina la sua esistenza....le parti da cui è composto ritornano all'origine immanifesta....per poi ritornarci se le occasioni lo determineranno..
..purtroppo però esso esprime la riedizione di molti altri spezzoni che periodicamente riproponi: c'è tutta la tua teoria, ma qualcuno si potrebbe chiedere:
1) che ne è del fondamento di questa teoria?
2) donde starebbe il fondamento della negazione della mia?
Le risposte sono avvolte dalla nebbia, ma è proprio la nebbia che va tolta, per comprendere adeugatamente il senso e la consistenza di tali risposte.
Infine scrivi:
Citazione:
Se il principio d'identità è valido sempre e comunque..Socrate non può divenire differente da ciò che è..perchè ogni ente è uguale a se stesso..e allora se non può divenire altro da sé..e non può nullificarsi perchè il nulla non ha realtà..ne risulta che Socrate rimane perennemente uguale a se stesso nell'eternità..come tutti gli enti tra l'altro..
Un ente diviene nel suo apparire temporale e rimane identico nella sua radice eterna e intemporale ..
Ma così non è...
e la ragione è che la logica che sottende il pdncp è valida solo per l'Essere..che è pura qualità..ed è valida per i numeri che sono pura quantità..ambedue immanifesti..
Il principio di identità è valido solo per l'Essere ma non per l'Esistenza e gli enti che ad essa sono sottoposti..
Nel divenire della manifestazione niente è uguale a se stesso..perchè il tempo modifica perennemente tutte le cose..e solo nell'eternità..nell'attimo fuori dal tempo dove l'Esistenza si trasforma in Essere e gli enti in possibilità..il divenire cessa..e l'identità si afferma..
Gli enti sono ombre..create dalla luce dell'Essere che incontra le qualificazioni che riposano nell'ombra del Non Essere..e che vengono proiettate sullo schermo dell'Esistenza..
Se l'Essere o la luce si ritira o la possibilità viene meno..anche l'ente scompare..perchè non aveva nessuna realtà se non quella data dalla nostra mente..e finirà in quella memoria cosmica priva di Essere che vivrà fin tanto che tutte le cose saranno riassorbite dal Principio per dare poi vita ad un nuovo ciclo di esistenza..o un Nuovo Universo..
(zum zum)..:D
Ancora una volta riesumi le mie considerazioni, ma il problema è capire quale sensatezza possano avere le tue di repliche: cosa vorrà mai dire che il pdnc vale per l'Essere ma non per l'Esistenza?
Ti informo poi che nessuno sta negando che l'esperienza mostri la variazione degli eventi, ma che la variazione, come scrivi, implichi il divenire medesimo è un'interpretazione, e ogni interpretazione deve dar conto anzitutto a ciò che appare (e l'apparire mostra l'alternarsi di eventi, non il loro perire) tantomeno al logo (e sappiamo benissimo che non si esce dal problema negando valore ontologico al pdnc).
Quindi se dicendo che nella manifestazione nulla permane uguale a sé medesimo intendi dire che ciò comporti la diversificazione dell'identico e l'identificazione del diverso siamo daccapo: neghi al pdnc quella stessa valenza di cui ti avvali per dedurre l'infinito (deduzione gratuita per altro, anche perchè ci si potrebbe benissimo chiedere il motivo per cui non si debba parlare semplicemente di indefinito, visto che il problema è unicamente quello di non limitare il tutto dal nihil).
Oltretutto, questa tua affermazione che l'identico sia diverso e il diverso sia identico è presto tolta: da un lato perchè la diversificazione, come detto, scaturisce dall'isolamento, che è la stessa condizione di impossibilità di ogni sopraggiungente apparizione di relazioni. Dall'altro perchè ogni diversificazione dell'identico presuppone l'identità dell'identico, cioè è autonegazione elenctica. A queste considerazioni io attendo risposte, risposte per altro pertinenti.