Riferimento: Perché vivere?
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eq...
Non so se riusciresti a convincere un viaggiatore che si allontana dalla palla ad ammettere che il suo è un viaggio nel limitato.
Nessuno pensa che la Terra sia infinita..e neanche il mare..per cui nessuno pensa di veleggiare verso l'Infinito..se non come forma poetica..
e l'Universo è lo stesso..è limitato..limitato dall'essere spazio e pianeti..e non qualcosa d'altro..
Il viaggio verso l'Infinito è possibile..e la barchetta non è uno scafo di legno..ma la nostra consapevolezza..o Sé..che ben nutrita di attenzione ci profonda in luoghi che trascendono lo spazio e anche il tempo..
E' il viaggio interiore..non nel pensiero..ma nei vari gradi di essere che sono tappe di avvicinamento al Principio..quell'Infinito da cui solo illusoriamente eravamo usciti..e che in realtà non avevamo mai abbandonato ma solo dimenticato
Riferimento: Perché vivere?
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testadiprazzo
Peccato che poi poste queste premesse non si accettino le conseguenze..
ovverosia il divenire come passaggio dall'Essere al Non Essere..che viene negato perchè il Non Essere non è..
Questo discorso va proprio capovolto: il pensiero filosofico, dopo Parmenide, tenta in tutti i modi di giustificare la non contraddittorietà dell'esperienza, cercando di evitare di tirare in ballo il nihil absolutum.
Il problema casomai è che il tentativo non può risultare rigoroso, non può risultarlo nelle riflessioni ontologiche occidentali, figuriamoci se può farlo in forme di sapienza e di linguaggi (come quelle orientali) di tipo pre-ontologico.
Quindi altro è voler evitare di dare positiva significanza al niente (come dici tu a parole) e altro è farlo veramente, non basta certo dire di non volerlo fare perchè il niente non è positivamente significante per mostrare concretamente che non lo è effettivamente.
Se il divenire è il differenziarsi dell'identico allora è inevitabile che il problema permanga, lo si voglia o meno: proprio perchè diventando altro, per definizione, il cominciante, come cominciante, diventa un nihil absolutum: dire che in realtà non diventa nihil absolutum solo perchè diventa una "possibilità" non cambia nulla, dal momento che tu stesso (tu, come Aristotele) per "possibilità" non intendi certo la concretezza esaustiva di quel cominciante, ma una pura idealità spogliata della determinatezza..ma questo significa che la determinatezza è nihil absolutum, che fine avrebbe fatto altrimenti?
Se cioè nel divenire si perde qualche pezzo per strada (e dicendo che la pura "possibilità" dell'ente non è l'ente come tale, cioè prima che divenga) si deve capire dove vanno a finire i pezzi (la forma, gli accidenti..), proprio perchè questi pezzi sono dei positivi significanti, cioè dei non-nihil absolutum, e dicendo che tali non esistono più (nè come Essere, nè come Non Essere) tu ammetti, volente o nolente, quella dimensione (il nihil absolutum), a meno che tu non voglia tirarmi fuori una terza dimensione psoitivamente significante.
Se una positiva significanza si perde totalmente (basta una briciola) allora l'opposizione (tra il non niente assoluto e il niente assoluto) va a farsi benedire..e questa è Logica..
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e il soggetto il cogito..che è l'apparire..si identifichi con l'Essere..di cui è solo un aspetto calato nel mondo umano..
Insomma..a far giochi di parole si può dimostrare tutto..perchè in fondo ogni parola è infinita perchè figlia di cotanto padre....ma non avremo compreso nulla.. compreso cioè quello che è da millenni detto dall'Oriente..
dal Buddismo e dall'Induismo..nei suoi aspetti superiori ..quelli iniziatici o metafisici per intendersi..e non quelli popolari o teologici..
Anche qui: se pretendi di riassumere in due righe un problema di 500 anni di filosofia moderna, pretendendo pure di esprimere qualcosa di sensato, ancora una volta auguri.
Il primato del pensiero sui contenuti (primato metodologico, intendo, e utilizziamo per "pensiero" quanto di più ampio si possa intendere per riassumere l'apparire del mondo) è una questione innegabile, lo è anche quando la coscienza religiosa crede di opporre la "percezione dell'essere" o la "coscienza" o la "consapevolezza", visto che tutte queste espressioni non indicano altro che una specifica modalità del Pensiero (nell'accezione cartesiana). Parlare del mondo senza che il mondo sia mondo che appaia (nelle differenti e disparate modalità) è contraddittorio, su questa linea si mantengono tanto gli orientali quanto gli occidentali, anche quando credono di potersi rimproverare il contrario.
Il vero passo in avanti del pensiero filosofico occidentale (rispetto allo stesso cogito cartesiano) è compiuto dall'idealismo: Cartesio continua a pensare al cogito pur sempre come uno strumento d'indagine come altri, cioè una cosa tra le cose della realtà (cioè anch'esso spazio-tempo locato), ma non si rende conto che è proprio sul fondamento del pensiero che si dice che il pensiero è una cosa tra le cose, cioè uno dei tanti contenuti che rivela, il che è contraddittorio, cioè impossibile.
L'idealismo capisce cioè che il pensiero (l'appercezione del mondo) non è uno dei tanti contenuti del mondo, perchè ogni progetto di qualcosa che stia al di là del pensiero (nella sua accezione più vasta) è possibile solo sul fondamento del pensiero: cioè ogni posizione spazio-temporale è sempre e solo relativa all'apparire del mondo. Solo un'apparire può vedere nel veduto lo stesso vedere (cadendo così in errore). L'idealismo dice appunto che il pensiero è trascendentale, nel senso che non può esser posta alcuna realtà-orizzonte che gli stia alle spalle dell'apparire senza che sia a sua volta realtà-orizzonte che appare.
Il primato dell'apparire del mondo sul mondo non è cioè l'arbitrio di un letterato che aveva le idee poco chiare, ma la comprensione che la posizione di una dimensione che non sia dimensione che appare è una contraddizione di termini, in questo modo superando quella concezione strumentalistica, antropologico-naturalistica, realistica del pensiero che veniva concepito come uno strumento rispetto al quale la realtà se ne stava esterna e indipendente.
Questo è altro dal dire che il pensiero sia produttore della realtà piuttosto che semplicemente rivelatore intenzionale (qui l'idealismo si discosta dall'aristotelismo e sarebbe da discutere ulteriormente la legittimità di questa presa di posizione). Ma è indubitabile il guadagno di primo livello compiuto, quello cioè per cui non si da alcuna realtà che non sia realtà che appaia, né l'apparire del mondo è una delle tante cose appartenenti al mondo (che restano indipendenti rispetto ad esso), ma è l'apparire di queste cose, cioè l'orizzonte invalicabile che le abbraccia.
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Platone
Se non se n'era andato, banalmente non vi è alcun eterno ritorno: se non va per definizione resta, tertium non datur.
E' evidente che ne va' dallo sfondo dell'apparire... Altrimenti dovremmo trovarlo sempre lì...
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Platone
Cosa significa che la carne rimane carne? ma la carne scompare dall'orizzonte dell'apparire, come scompaiono i giorni e le notti, facendosi avanti le notti e i giorni. Il problema è proprio se si debba intendere l'apparire-scomparire come nullificazione.
Ma chi lo ha detto che lo scomparire equivale alla nullificazione... Ancora devo capirlo....
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silence
E' evidente che ne va' dallo sfondo dell'apparire... Altrimenti dovremmo trovarlo sempre lì...
Ma chi lo ha detto che lo scomparire equivale alla nullificazione... Ancora devo capirlo....
Credo di essere uno dei pochi malati a sostenere energicamente il contrario :D
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Platone
Se la contiene a maggior ragione non è in-finito, dal momento che contiene limiti immanenti: altro è l'infinito e altro è l'indefinito, entrambi sono indefinibili ma il secondo è una successione di limiti, l'infinito no, ne è l'assenza ab-soluta, per definizione.
Partendo dal presupposto che l'infinito è qualcosa, noi non sappiamo questo qualcosa che cos'è e in cosa è illimitato... E finchè noi non lo sappiamo è legittimo pensare all'infinito come qualcosa che possiede determinate carattestiche: I numeri per esempio...
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silence
Partendo dal presupposto che l'infinito è qualcosa, noi non sappiamo questo qualcosa che cos'è e in cosa è illimitato... E finchè noi non lo sappiamo è legittimo pensare all'infinito come qualcosa che possiede determinate carattestiche: I numeri per esempio...
Il presupposto è che l'infinito sia una dimensione priva di limiti di qualunque tipo, questa è la premessa, il postulato, la definizione. Poi puoi anche cambiare la definizione, ma posta tale definizione in relazione a questa espressione (infinito), allora finito è ciò che non corrisponde a tale descrizione.
Come in un sillogismo tu assumi arbitrariamente due premesse e trai la conclusioni, chi lo dice che le premesse siano tali? ma poste quelle la conseguenza è incontrovertibile, così come è incontrovertibile che posta una dimensione siffatta (che puoi chiamare infinito o tizio o caio, poco importa) ne consegue che una dimensione che non rispecchi i criteri richiesti non corrisponda a questa. Poi puoi decidere di non considerare una dimensione siffatta (priva di limiti) ma ciò non cambia la sostanza del discorso.
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Platone
Credo di essere uno dei pochi malati a sostenere energicamente il contrario :D
E allora che parli a fare di nulla... Comunque sia, secondo me un ipotesi plausibile è quella che ho avanzato io: Quel qualcosa che scompare dall'apparire è possibile ritrovarlo o in un altra dimensione spazio temporale o tornando indietro nel tempo... L'ipotesi dell'essere eterno e immobile mi convince poco perchè è autoevidente che siamo in movimento e mutiamo,,,
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silence
E allora che parli a fare di nulla... Comunque sia, secondo me un ipotesi plausibile è quella che ho avanzato io: Quel qualcosa che scompare dall'apparire è possibile ritrovarlo o in un altra dimensione spazio temporale o tornando indietro nel tempo... L'ipotesi dell'essere eterno e immobile mi convince poco perchè è autoevidente che siamo in movimento e mutiamo,,,
Si,ma, caro mio, ci rendiamo conto si o no che se diciamo che ogni ente è eterno pur apparendo e scomparendo deve esistere una dimensione che contiene la totalità degli enti immutabilmente? altrimenti non potrebbero portarsi e congedarsi in e da questa dimensione in cui li esperiamo.
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Platone
Si,ma, caro mio, ci rendiamo conto si o no che se diciamo che ogni ente è eterno pur apparendo e scomparendo deve esistere una dimensione che contiene la totalità degli enti immutabilmente? altrimenti non potrebbero portarsi e congedarsi in e da questa dimensione in cui li esperiamo.
Materia e antimateria, particella e antiparticella dicono qualcosa sulla mia ipotesi? :mmm:
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Platone
Il presupposto è che l'infinito sia una dimensione priva di limiti di qualunque tipo, questa è la premessa, il postulato, la definizione. Poi puoi anche cambiare la definizione, ma posta tale definizione in relazione a questa espressione (infinito), allora finito è ciò che non corrisponde a tale descrizione.
Come in un sillogismo tu assumi arbitrariamente due premesse e trai la conclusioni, chi lo dice che le premesse siano tali? ma poste quelle la conseguenza è incontrovertibile, così come è incontrovertibile che posta una dimensione siffatta (che puoi chiamare infinito o tizio o caio, poco importa) ne consegue che una dimensione che non rispecchi i criteri richiesti non corrisponda a questa. Poi puoi decidere di non considerare una dimensione siffatta (priva di limiti) ma ciò non cambia la sostanza del discorso.
Ma la nostra mente non riesce a concepire una dimensione del genere...