
Originariamente Scritto da
Platone
Questo è un luogo comune tanto fuorviante quanto è profonda e radicata l'incomprensione che gli orientalisti hanno nei confronti del cogito cartesiano: quando Parmenide e Aristotele parlano dell'Essere si riferiscono alla totalità di ciò che si oppone al nihil absolutum, il concetto di totalità essendo stato guadagnato ben prima dell'avvento dell'ontologia, già a partire dagli ionici.
Quando cioè l'ontologia greca inizia a parlare dell'Essere, inteso come l'opporsi al nihil negativum, intende l'Essere come la dimensione unificante di ogni positività (di ogni non-niente), comprensiva tanto del Non-Essere (che, da come lo descrivi, non ha proprio nulla di diverso dall'energheia aristotelica) quanto dell'Infinito, dal momento che anche l'Infinito a cui tu fai riferimento non è un nihil negativum. L'Essere è cioè la totalità dell'essente, essente essendo anche questo Infinito dunque, nella misura in cui gli si predica l'essere sé stesso (l'identificarsi con sé) e l'opporsi al nihil absolutum.
Da questo punto di vista le tue riflessioni sul "riduzionismo della realtà all'Essere" da parte del pensiero greco sono del tutto irrisorie e riecheggiano vagamente la polemica di Aristotele contro i primi filosofi, che secondo lui non si erano rivolti alla totalità in quanto interessati unicamente alla physis, cioè al mondo diveniente, non avvedendosi Aristotele che la physis di cui parlano è (nelle loro intenzioni) la stessa totalità, e in questo senso anch'essi erano metafisici.
Vale la pena spendere due parole anche relativamente a Cartesio, la si finirà forse di predicare fandonie comparativistiche con la convinzione di enunciare verità assolute.
Credere che il sum ergo cogito sia una replica adeguata al cogito ergo sum é erroneo nella misura in cui non ci si avveda del significato del cogito: quando cartesio parla dell'indubitabilità del pensiero non si riferisce banalmente al mentale, ma alla totalità di ciò che appare, cioè al manifestarsi del mondo nel senso più ampio e generico, di cui il pensiero è solo una parte. La totalità dell'apparire è indubitabile significa che è indubitabile la certezza della percezione del percepito (al di là che il percepito dipenda o meno da me). Quindi nell'espressione "manifestazione del mondo" (cioè manifestazione dell'essere, dove per essere si deve intendere la dimensione più ampia di cui si è prima accennato, e non la sua comprensione errata che genera fraintendimenti grossolani a destra e a manca) rientra anche il senso che un buddhista, un mistico, un iniziato, un realizzato conferisce alla "percezione di sé", alla "Coscienza", dal momento che anche in questi casi "percezione" e "Coscienza" non sono percezione e coscienza del nihil absolutum. Questo significa non solo che il sum ergo cogito non si distacca minimanente dalla linea cartesiana, ma che si pone addirittura ad un livello di comprensione più basso della medesima: da un lato perchè ritiene che il pensiero, in Cartesio, abbia una pretesa "saturante" dell'apparire del mondo (palesemente falso), dall'altro perchè la pretesa saturante è avanzata (arbitrariamente) nel caso simmetricamente opposto, da ciò che tu potresti intendere con "percezione", "consapevolezza" etc.