L'INFALLIBILITÀ PONTIFICIA RAGIONAMENTI TRE
TENUTI IN ROMA IN OCCASIONE DEL GIUBILEO PONTIFICALE
E DEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA DOGMATICA DEFINIZIONE
dal Padre Alessandro Gallerani D. C. D. G.
Roma 1871 - Tipografia Editrice Romana
PIO . IX.
PONTIFICI . MAXIMO
SOCIETAS . ROMANA
REI . CATHOLICAE . PROVEHENDAE
X . KAL . SEPTEMBRES
A . MDCCCLXXI
Quando espongo il dottrinale concernente questa materia, ti riuscirò forse alquanto noioso; eppure quella è la parte più necessaria: leggila dunque senza stancarti:
Che se la voce mia sarà molesta
Nel primo gusto, vital nutrimento
Lascerà poi quando sarà digesta.
Se poi altrove ho sparso qua e colà un poco di vivezza e di sale, l'ho fatto appunto per tenerti desto nella lettura in mezzo a questi calori così noiosi e soffocanti: ma non credere che io abbia mal animo verso di te, qualunque sia il modo tuo di pensare. Io non riguardo nessuno come nemico: e se altri come tale riguarda me, la vendetta che bramo farne con questo Scritto non è di confonderlo e di atterrarlo, ma di dargli fraternamente la mano, per condurlo appiè dell'Altare. Quando finiranno queste divisioni di animi, e ci ricorderemo una volta che tutti siam figli di un solo Padre, tutti bagnati d'un Sangue solo ?.... Intanto ti raccomando di leggere posatamente, senza fretta, e non tutto in un fiato, perchè questo che ti offro non è un romanzo. Però appunto questi Ragionamenti ho voluto presentarteli come divisi in tanti brevi paragrafi, per darti più agio di respirare e di riflettere. Sai bene che:
Intervalla viae fessis praestare videtur
Qui notat inscriptus millia multa lapis.
Letto che avrai, se questo scritto non ti sembra del tutto inutile, procurane la diffusione, e avrai parte nel merito di questa piccola opera buona.
Vivi felice.
Roma, 1 Agosto, Festa di S. Pietro in Vincoli.
A. G. S. J.
1
RAGIONAMENTO PRIMO
SOGGETTO DELLA INFALLIBILITÀ
Exultate, Filii Sion, et laetamini
in Domino Deo vestro, quia dedit vobis
Doctorem iustitiae.
Joel 2, 26.
I.
Quegli anni fatali, che a tutti i Romani Pontefici pel corso di quasi diciannove secoli avevano sempre inesorabilmente segnato il limite estremo del loro pontificato; quegli anni che da Pietro presero il nome, come da quello che unico finora con franco piede e sicuro li avea varcati; quegli anni stessi furon testè per singolare provvidenza divina da un altro Pietro felicemente raggiunti, dall'immortale Pontefice Pio Nono. Al faustissimo avvenimento esulta la Chiesa, esulta il mondo, e dall'orto all'occaso i fedeli tutti gareggiano in mandare al longevo Pontefice, quai figli al Padre, le più giulive e cordiali felicitazioni. E in mezzo a tanta esultanza potre'io forse restarmene mutolo e neghittoso? Lo tolga il cielo! Il mio tributo ancor io al Venerando Padre colla lingua e col cuore pagare intendo: e il mio tributo questo sarà di prendere ad illustrare dinanzi a voi, o Romani, che formate la più eletta porzione de' figli suoi, quella che è per noi certamente la più importante e più cara fra tutte le sue gloriose prerogative.
Ormai volge un anno, voi lo sapete, dacché quella grande parola, che tutti i buoni bramavano e tutti i tristi temevano, dal Vaticano Concilio fu pronunziata. Il suono potente di quella parola echeggiò solenne per tutta intorno la terra, e fu tosto seguito da un doppio grido di ben diverso anzi contrario tenore. Un grido di gioia mandarono al cielo i fedeli, che videro alfine coronati i lor voti, e aggiunta al triregno del Padre loro la più fulgida gemma, che lo abbellisca. Un urlo di rabbia levò alle stelle la belva infernale dell'empietà moderna, che sentissi da quell'anatema, come da spada mortale, ferir nel cuore: e nei circoli privati, e nei pubblici convegni, e su per le colonne della stampa quotidiana avventossi rabbiosa a mordere colle cento sue bocche l'augusto Decreto, a spargervi sopra il veleno della sua bava, a stravolgerne il senso con mille satiriche interpretazioni, a farne insomma quello strazio crudele, che sanno tutti coloro, che delle attuali vicende non sono ignari. Ma sia che si vuole: passeranno i clamori di genti insane, e quel Decreto starà. Starà come una fiaccola innalzata sul Monte Santo di Dio a diradare le tenebre di Babilonia: starà come un faro luminosissimo, che mostra il porto ai naviganti nel mar tempestoso di questa vita: starà come un sicuro presidio per guarentirci dai colpi, che vengon vibrati dall'empietà moderna. L'ha detto il Signore: passerà il cielo e la terra, ma la mia parola non passerà.
II.
Or questa parola divina, che starà immobile e ferma per tutti i secoli, e che a noi venne communicata per l'organo del Vaticano Concilio, ho io creduto prezzo dell'opera il procurare di chiarirla, esporla, dilucidarla. Molte nubi intorno ad essa si sono accumulate, parte dalla malizia e parte dalla ignoranza; e fa d'uopo sgombrarle in guisa, che limpida e chiara ne emerga la luce della verità. Mio disegno dunque si è non tanto il farvi una piena dimostrazione della Infallibilità Pontificia, che ora è dogma di fede, quanto piuttosto il darvi di questo dogma un'idea netta e precisa, che ve ne faccia conoscere la natura, l'estensione, le conseguenze.
A tale effetto io considero che qualsiasi magistero sotto duplice aspetto può riguardarsi: o dal lato del soggetto in cui risiede, o dal lato dell'oggetto intorno a cui versa. Adunque il magistero infallibile del Romano Pontefice ancor esso potrà considerarsi sotto questo duplice punto di vista. Ma poichè troppo lungo sarebbe in un solo discorso abbracciarli ambedue, perciò stamane ci fermeremo intorno al soggetto, riservando l'oggetto ad un secondo ragionamento. Finalmente in un terzo faremo di vendicare questo dogma dalle principali accuse degli avversari.
Ecco, Signori, l'assunto dei tre Ragionamenti, dai quali io confido risulterà manifesto quanta ragione si abbiano i figli della Chiesa di rallegrarsi ed esultar nel Signore per la ottenuta dogmatica Definizione: exultate Filii Sion, et laetamini in Domino Deo vestro, quia dedit vobis Doctorem justitiae.
PRIMA PARTE
III.
E prima d'ogni altra cosa è necessario determinar nettamente quello che chiamasi stato della questione.
Or qui la prima nube, che offresi da dover dissipare, è quella che oscura l'infallibilità confondendola colla impeccabilità, quasicchè la prima s'identificasse colla seconda, o almeno la supponesse come fondamento. Ma nulla di più goffo e grossolano. Allorchè noi diciamo che il Papa è infallibile, non diciamo per questo che sia impeccabile, e che nella sua condotta personale non possa, come gli altri figli d'Adamo, risentire ancor egli le debolezze di questa povera natura umana. Imperocchè l'infallibilità è un privilegio dato da Dio a vantaggio della sua Chiesa, il quale non ha nessuna necessaria connessione colla santità. E quindi, quantunque il Signore abbia disposto che gli eletti al pontificio ministero fossero communemente adorni ancora delle più specchiate virtù; pur tuttavolta, per dimostrare la sua speciale provvidenza nel governo della Chiesa, ha permesso che talora alla testa di lei si trovassero uomini non del tutto irreprensibili nella condotta, eppure sanissimi nel magistero. La qual cosa è sì certa, che venne confessata perfino da quell'illustre Prelato, che prima della definizione fu forse il più acerbo avversario della pontificia inerranza, nella sua opera intitolata il Concilio e la Pace religiosa, colle seguenti parole. «Si è osservato con ragione che niuno dei Papi men buoni è mai caduto nella eresia, e non l'ha mai favorita: e questo fatto è una prova dell'assistenza, che il Signore accorda alla Chiesa ne' suoi più tristi giorni». Così il Vescovo di Sura. [Si tratta di Mons. Henri-Louis-Charles Maret (1805 - 1884). N.d.R.]
Eppure quanti si sono veduti in questi ultimi tempi andare a rivangar nelle storie i veri o falsi disordini di questo di quel Papa, e poi servirsene come di un'arma per combattere l'infallibilità. Ma questo non è altro che un batter l'aria, e dar prova solenne d'ignoranza, o piuttosto di mala fede. Chi ha mai sostenuto che i Pontefici siano impeccabili? Voi dunque vi foggiate colla fantasia nemici aerei, per aver poi la molto facil vittoria di sbaragliare ombre e fantasmi.
IV.
Un'altra nube da dileguarsi è pur quella frase usata da molti, che dissero infallibilità personale e separata; quasichè la fede del Supremo Pontefice potesse essere esclusivamente personale, e separata dalla fede della Chiesa. Ma la Chiesa è un corpo vivente: e perchè l'infallibilità del capo potesse dirsi separata, converrebbe che il capo stesso potesse separarsi dal corpo: ma allora avreste un cadavere, non un corpo. No, non è possibile che l'infallibilità del Papa sia mai solitaria ed isolata: non si vedrà mai da una parte il Papa solo insegnare una dottrina, e dall'altra tutti i Vescovi insegnare il contrario: sempre l'Episcopato, in parte almeno, aderirà al giudizio del Romano Pontefice. E perchè ciò? Perchè quel medesimo Spirito Santo, che prima assiste il Papa affinchè non erri nel pronunziare il giudizio, ha poi cura di assistere almeno un certo numero di Vescovi, perchè conformino la loro sentenza a quella uscita dal Romano Pontefice. Ora nel Papa e nei Vescovi che sono con lui sta la Chiesa: ubi Petrus, ibi Ecclesia: voi dunque non potete separare il giudizio del Papa da quello della Chiesa, perchè non formano che un solo e medesimo giudizio: a che dunque parlate d'infallibilità personale e separata, supponendo un'ipotesi, che è assurda ed impossibile?
V.
Un terzo punto da chiarire si è quando al R. Pontefice compete il privilegio della inerranza.
E la risposta l'abbiamo nella vaticana dogmatica Costituzione. Egli è infallibile quando definisce ex cathedra in materia di fede o di morale: e definisce ex cathedra «cum omnium Christianorum Pastoris et Doctoris munere fungens, pro suprema sua apostolica auctoritate, doctrinam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendam definit.» Dunque non quando parla come un altro uomo qualunque, non quando scrive come dottore privato, non quando spedisce una lettera di congratulazione a qualche individuo particolare: anche in questi casi la sua voce è molto autorevole, quindi degna di profondo rispetto, ma non può dirsi assolutamente infallibile. Infallibile egli è soltanto quando parla come Maestro universale di tutta la Chiesa, quando si innalza a tutta l'altezza della sua autorità, quando si erige a Giudice supremo nelle quistioni di fede e di morale; che questo appunto s'intende colla parola ex cathedra.
E qui pure molti derisero queste Definizione, come se avesse dichiarato infallibile ogni parola profferita dal Papa anche scherzando o conversando. Stolti! siete voi piuttosto i degni di derisione, o meglio di compassione, voi che entrate nel numero di coloro, di cui sta scritto: quaecumque ignorant, blasphemant. Iud. 10.
VI.
Dileguate così queste nubi, agevol cosa si rende tosto l'intendere che cosa sia propriamente questa infallibilità, che ci fu ora proposta a credere, siccome dogma di fede.
Dal fin qui detto si vede la infallibilità pontificia non esser altro che un privilegio concesso da Dio al R. Pontefice, in virtù del quale, quand'egli parla ex cathedra in materia di fede o di morale non può cadere in errore, indipendentemente dall'adesione dell'Episcopato. Le quali ultime parole costituiscono il perno intorno al quale aggiravasi la gran questione, che dal Vaticano Concilio fu sciolta perentoriamente. Vi era chi pensava che le decisioni del R. Pontefice, per potersi dire infallibili, abbisognassero dell'adesione espressa o tacita dell'Episcopato, raccolto in Concilio, o disperso nelle varie Diocesi dell'universo. No, ha definito il Concilio Vaticano: la parola del Pontefice è infallibile indipendentemente dalla adesione dell'Episcopato. Questa adesione vi sarà certamente, vi sarà sempre: ma non è questa adesione che determina il valore della parola del Pontefice; bensì è la parola del Pontefice che deve determinare questa adesione. Romani Pontificis definitiones ex sese, non autem ex consensu Ecclesiae, irreformabiles sunt.
VII.
Or tale dottrina, che il Sacrosanto Concilio ci ha proposto da credere sotto pena di anatema, dovrà dirsi un dogma nuovo?
Ecco un altro equivoco, che ha tratto in inganno più di un incauto e ha servito di arma a più d'un maligno. Miei Signori, la Chiesa non fa i dogmi, li definisce: non crea le verità, le tiene in deposito. Questo deposito l'ha ricevuto intero e perfetto dal suo Sposo Gesù, ed ella non deve far altro che custodirlo, e trarne fuori per metterle in maggior luce or l'una or l'altra cosa, secondo richieggono le circostanze. Il dogma dunque di cui parliamo non è, e non può essere nuovo: è antico quanto la Chiesa stessa, quanto le divine Scritture, su cui si fonda.
Aprite infatti il Vangelo: ed eccovi al capo 16 di S. Matteo quella solenne parola di Cristo a Pietro: io ti dico che tu sei Pietro, ed io su questa pietra edificherò la mia Chiesa: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. In questa parola, com'è chiaro, Gesù ci presenta la sua Chiesa sotto la forma di un edifizio, di cui Pietro è il fondamento: e siccome l'edifizio della Chiesa non doveva finire con Pietro, ma perpetuarsi in tutti i secoli; così neppure nella persona di Pietro doveva finire il fondamento, ma sempre sussistere nei suoi Successori, i Romani Pontefici. Adunque benchè il fondamento primario ed invisibile della Chiesa sia Cristo, petra autem erat Christus; è pur chiaro che Pietro fu costituito da Cristo a far le sue veci come fondamento secondario e visibile, su cui poggia la mole della sua Chiesa. Or dite a me: la fermezza donde vien ella? Dall'edifizio al fondamento, o non piuttosto dal fondamento all'edifizio? È l'edifizio che sostiene il fondamento, non piuttosto il fondamento che regge l'edifizio? Ma se i decreti del R. Pontefice abbisognassero della conferma della Chiesa, in tal caso si avrebbe appunto l'assurdo che la chiesa, ossia l'edifizio, sostenterebbe il fondamento, ossia il Pontefice, invece di esserne sostentata. È dunque evidente che la Chiesa bensì aderirà sempre al Papa, come edifizio a fondamento, ma vi aderirà ricevendone non communicandogli la stabilità e la fermezza.
Similmente noi leggiamo in S. Luca al capo 22. Ecco che Satana ha chiesto di vagliarvi come il grano sull'aia: ma io, o Pietro, ho pregato per te, acciocchè la tua fede non venga meno; e tu, convertito che sii, conferma i tuoi fratelli. Qui è promessa apertamente l'indefettibilità alla fede di Pietro: rogavi pro te ut non deficiat fides tua: ma se la fede di Pietro non può venir meno nella sua Cattedra, dunque ciò che procede da questa Cattedra non può non essere conforme alla fede, indipendentemente dall'adesione, che altri gli presti o gli ricusi. Qui inoltre è dato a Pietro l'uffizio di confermare nella fede i suoi fratelli, confirma fratres tuos: ma se i giudizi del Pontefice non fossero infallibili se non dopo l'assenso dei Vescovi, chi non vede che allora non Pietro confermerebbe nella fede i fratelli, ma piuttosto i fratelli confermerebbero Pietro?
Al modo stesso nel Vangelo di S. Giovanni il divin Redentore, dopo aver fatto che Pietro con una triplice protesta d'amore riparasse la triplice sua negazione, pasci, gli disse, i miei agnelli, pasci le mie pecorelle: pasce agnos meos, pasce oves meas: intendendo, come spiegano i Santi Padri, per gli agnelli i semplici fedeli, per le pecore madri loro i Vescovi, e così tutto l'ovile, tutta la Chiesa. Or di qual pascolo qui si ragiona? Certamente di un pascolo spirituale, cioè del cibo della verità. Ma se il Papa non è infallibile, invece della verità potrà insegnare l'errore, invece del cibo potrà dare il veleno: e allora tutta la Chiesa, che in lui venera il suo Maestro, il suo Pastore datole da Cristo stesso, verrà ad esserne avvelenata, e quindi uccisa e distrutta. Che se voi pretendete che i decreti emanati dal Papa per indirizzo del suo mistico gregge debbano essere esaminati ed approvati dai Vescovi; allora non è più il pastore che pasce le pecore, ma sono anzi le pecore che pascono il pastore, e se sviato lo riconducono sul retto calle.
A non voler dunque stravolgere affatto il senso dei testi biblici, fa d'uopo riconoscere nel Supremo Pontefice una infallibilità assoluta e indipendente. Romani Pontificis definitiones ex sese, non autem ex consensu Ecclesiae, irreformabiles sunt.
VIII.
E realmente una tale prerogativa i Romani Pontefici l'hanno in se medesimi sempre riconosciuta.
Difatti, come saviamente ragiona il dottissimo Teologo Muzzarelli [1], quegli vuol essere tenuto infallibile, che pronuncia decisioni dogmatiche assolute, e le indirizza a tutti i fedeli e a tutto l'Episcopato, senza cercarne il consenso espresso o tacito, ma comandando loro di pubblicare e di eseguire le sue decisioni, e vietando il violarle sotto pena di scommunica, e reprimendo i riottosi e i contumaci. Or questo è ciò che il Romano Pontefice ha fatto colle sue costituzioni dogmatiche in ogni secolo: dunque in ogni secolo il Romano Pontefice si è ritenuto infallibile, e per tale vuol essere riconosciuto. Ma se poi egli nol fosse in realtà, le sue costituzioni dogmatiche che altro sarebbero se non una usurpazione tirannica dei diritti dell'Episcopato, una presunzione sacrilega contro lo Spirito Santo, un dispotismo arbitrario e sovversivo della Chiesa universale? E la Chiesa avrebbe potuto per tanti secoli tollerare alla sua testa un sì temerario usurpatore? E tanti Concili Ecumenici non avrebbero protestato in contrario? E Gesù stesso con tutta l'assistenza promessa alla sua Chiesa l'avrebbe poi lasciata in balìa di un despota e di un tiranno, e non per un anno, non per un secolo, ma per tutta la quasi venti volte secolare sua vita?
IX.
Ma ho detto poco col dir che la Chiesa non ha mai reclamato contro il diritto di Magistero supremo, che si attribuiva il Pontefice: doveva aggiungere che lo ha sempre in mille maniere positivamente riconosciuto e venerato.
E qui mi sarebbe assai facile con largo sfoggio di erudizione il venirvi sponendo di secolo in secolo le sentenze dei Padri, le decisioni dei Concili, la pratica costante di tutta la Chiesa, che mostrano la perpetua e universale credenza nella infallibilità pontificia. Ma per risparmio di tempo amo piuttosto rimettervi alla erudita operetta dell'egregio Arcivescovo di Westminster, dove la tradizione della Chiesa intorno a questa materia viene lucidamente e sodamente esposta e dichiarata. Solo aggiungerò che una tale credenza non esisteva soltanto nelle persone di Chiesa o di Chiostro, ma in quelle pure del mondo. Certo la professava altamente nel terzodecimo secolo il gran Poeta Teologo, quando usciva in quegli splendidi versi:
Avete il Vecchio e il Nuovo Testamento,
E il Pastor della Chiesa, che vi guida:
Questo vi basti a vostro salvamento.
E a questa grave sentenza aggiungeva un ammonimento, che merita anch'esso di venire ricordato:
Se mala cupidigia altro vi grida,
Uomini siate, non pecore matte,
Si che il Giudeo tra voi di voi non rida.
E poco prima aveva detto:
Non siate come penna ad ogni vento.
Adunque coloro ai quali, oltre la divina Scrittura, non basta la parola del Pastor della Chiesa che li guida costoro per sentenza dell'Alighieri sono guidati da mala cupidigia, sono pecore matte, sono penne ad ogni vento, e non fanno altro che dare occasione ai Giudei ed agli increduli di farsi beffe di noi.
X.
Che più? La stessa condotta tenuta dagli Eretici conferma l'universale tradizione.
Imperocché tutti costoro si sono sempre studiati a tutto potere di tirare i Pontefici alla lor parte, di procacciarsi la loro approvazione, o almeno di conservare un'apparenza d'unione con esso loro. Quanti sforzi non fecero prima gli Ariani con Papa Liberio, poscia i Pelagiani con Celestino, quindi gli Eutichiani con Leone Magno, e i Monoteliti con Onorio, e gl'Iconoclasti coi due Gregori secondo e terzo? Anche i Capi più celebri della Protestante Riforma giunsero fino a riconoscere apertamente il supremo magistero del Pontefice: e Lutero così scriveva al Papa Leone X. «Eccomi, Santo Padre, prostrato ai vostri piedi, approvate o riprovate, come vi gradirà: io ascolterò la vostra voce come quella di Gesù Cristo, che ci governa e ci parla per bocca vostra.» E Calvino «Iddio ha collocato il trono della sua religione nel centro del mondo, e vi ha collocato un Pontefice unico, verso il quale tutti sono obbligati a rivolgere gli sguardi, per mantenersi nella unità.» E Melantone «La Monarchia suprema del Papa vale assai per conservare tra i diversi popoli l'unità della dottrina.» In tal modo parlavano i medesimi Capisetta sia per l'intimo convincimento, sia per guadagnarsi l'animo dei Pontefici, e tirarli ai loro intendimenti: nè mai alzavano la bandiera di ribellione al Papato, se non dopo perduta ogni speranza d'averlo favorevole ai loro disegni, o almeno connivente. E tuttociò non dimostra che vigeva universalmente nella Chiesa la persuasione del risedere presso i Romani Pontefici il tribunale supremo e inappellabile? Di qui quella sentenza di S. Agostino ormai passata in proverbio: Roma locuta est, caussa finita est.
Adunque l'infallibilità pontificia non è un dogma nuovo, ma un'antica credenza novellamente confermata, un'antica dottrina a cui fa posto solamente un nuovo sigillo inviolabile colla dogmatica definizione; sigillo di cui direbbe il dianzi citato Poeta:
E questo fia suggel ch'ogni uomo sganni.
XI.
Ma s'è così, voi direte, come dunque vi furono in ogni secolo tanti impugnatori?
Falso, Signori, che vi fossero in ogni secolo, e falso che fosser molti. Il primo a proporre con efficacia di risultato l'opposta dottrina, che va sotto il nome di Gallicanismo fu Giovanni Gersone Cancelliere della Sorbona non prima del secolo XV. Poi l'abbracciarono vari altri Teologi, fintantochè nel 1682 fu proclamata solennemente non da tutta la Chiesa Cattolica, non da tutta la nobile Chiesa di Francia, ma da un pugno di Prelati Francesi, nella famosa Assemblea Gallicana.
Or io non mi fermerò a mostrarvi che quella famosa Dichiarazione gallicana fu un garbuglio prodotto da una parte dalla prepotenza del Re Luigi XIV., che volle stender lo scettro sopra l'altare, e dall'altra dalla servilità cortigianesca di alcuni Prelati, ì quali codardamente abbassarono la mitra dinanzi alla corona. Per voi basti il sapere che quell'atto fu formalmente condannato da quattro successivi Pontefici, che fu ritrattato da quei Prelati medesimi che n'erano stati gli autori e che lo stesso Luigi XIV se ne scusò col Pontefice. Che valore adunque poteva avere un tal atto? Nondimeno quel triste seme non restò senza frutti, massime quando concorsero a svilupparlo in Francia il Giansenismo e il Cesarismo, in Germania il Protestantismo e il Febbronianismo, e nell'un paese e nell'altro quell'ibrido Cattolicismo liberale, che vorrebbe portare ancor nella Chiesa il sistema parlamentare, e fare così anche del Papa un re che regna, ma non governa. E non rifletton costoro che le forme dei governi civili, essendo cose puramente umane, possono esser libere e quindi ancora variabili: ma la costituzione della Chiesa non possiamo foggiarcela a modo nostro, sì dobbiamo pigliarla dalle mani di Gesù Cristo, quale egli l'ha fatta, nè più nè meno. Se a taluno non piace, tal sia di lui: il Signore è forse obbligato a fare il piacer nostro, o non più tosto noi quello di Dio?
Ecco in breve l'origine e le vicende di una opposizione più romorosa che numerosa: ecco il processo di quel Gallicanismo, che ebbe la culla a Parigi, e nell'Aula Vaticana trovò la tomba. Scrivete su quella tomba: Nacque illegittimo, visse fraudolento, morì scommunicato!
XII
Ma se l'infallibilità pontificia fu nella Chiesa sempre creduta, perchè dunque non si venne gran tempo innanzi ad una dogmatica definizione?
Per una ragione ben semplice, Signori miei, perchè prima non v'erano oppositori. La S. Chiesa non usa mai definire alcun dogma se non quando vede che esso è impugnato: appunto come voi non pensate a mettere in campo i diritti che avete sopra un podere o una casa, se non quando sorge qualcuno a contrastarveli, disturbando il pacifico vostro possesso. Così la Chiesa ha ben definito a Nicea la divinità del verbo contro di Ario, e a Costantinopoli la divinità dello Spirito Santo contro Macedonio: ma la divinità del Padre non l'ha, ch'io sappia, formalmente definita mai, perchè nessuno ha mai pensato ad impugnarla: Il Padre Eterno l'ammettono anche gli Ebrei. Il non aver dunque definito prima l'infallibilità pontificia non è un'obbiezione contro di essa, è anzi una prova in favore, perchè significa che era da tutti spontaneamente riconosciuta. Appena il Gallicanismo si levò a combatterla, ed ella surse a difenderla per la voce dei quattro Pontefici sopraccennati; e poi da ultimo la formolò solennemente nel primo Concilio in cui radunossi. Imperocchè conviene osservare che dopo l'Assemblea gallicana non si era ancor tenuto nessun Concilio Ecumenico; il Tridentino che è stato l'ultimo, è anteriore al Gallicanismo di più d'un secolo. Come dunque stupire che il Gallicanismo non fosse stato ancor condannato da niun Concilio, se niun Concilio dopo quell'epoca non v'era stato?
XIII.
Ma d'ora innanzi, voi ripigliate, i Concili Ecumenici saran del tutto superflui? A che pro un Concilio, se già la voce del Papa è infallibile?
Gli è vero, o Signori, che la voce del Papa è già infallibile: ma, lasciando stare che il Concilio gli può servire di grande aiuto a preparare la sua decisione colla debita maturità; chi non vede che quando egli emana il suo giudizio col concorso e colla approvazione di tutto un Concilio, quel giudizio assume estrinsecamente uno splendore più vivo, una maestà più solenne, e però è più acconcio a riscuoter dai popoli venerazione ed ubbidienza? Ammessa dunque l'infallibilità pontificia, non ne segue che i Concili siano inutili, segue soltanto che non sono assolutamente necessari: e questo di buon grado io l'accordo, questo anzi mi somministra un'ultima prova di quel che andiamo ragionando.
XIV.
Supponete un istante che la voce del Papa non fosse per se stessa infallibile, ma solo quando è unita a quella di un Concilio Ecumenico: io tosto ne deduco che il Signore non avrebbe allora provveduto abbastanza ai bisogni della sua Chiesa.
Imperocchè è forse cosa sì facile radunare un Concilio? Radunato che sia, è forse agevol cosa condurlo prestamente a termine? Dal Concilio Tridentino all'attuale Vaticano passarono trecento anni: e dall'attuale al futuro (se pur verrà) Dio sa quanti altri ne passeranno. E se in questo frattempo sorgessero quistioni sostanziali intorno alla fede o alla morale, non avranno dunque i fedeli a chi ricorrere per saper con certezza la verità? Ovvero, emessa dal Vaticano una parola non infallibile, dovranno essi aspettare dall'uno all'altro polo per l'Agenzia Havas e Stefani la novella dell'adesione dei Vescovi alla sentenza papale, come si aspetta la ratifica dei contraenti in un trattato di commercio? Queste son baie indegne dell'argomento. Se dunque nella Chiesa vi fosse soltanto il magistero intermittente dei Concili, il magistero più o meno incerto e difficile a verificarsi di tutta la Chiesa dispersa, e non anche il magistero vivo, continuo, evidentissimo della Sede Romana, che sarebbe del mondo?
La quale ragione se vale in ogni tempo, ai giorni nostri, come fu da altri giudiziosamente osservato, ha un valore tutto speciale. Noi viviamo in un secolo il quale da una parte si gloria di professare tra le altre libertà anche quella dell'errore: dall'altra ha pronti alla mano mille mezzi facilissimi per propagarlo. La stampa, il vapore, il telegrafo fanno sì, che un errore profferito oggi a Parigi o a Firenze sia domani diffuso per tutto il mondo. Or pare a voi che la divina provvidenza abbia potuto permettere all'errore tanta facilità di propagarsi, senza opporvi almeno un rimedio di repressione altrettanto facile e pronto? Vorrà il Signore lasciare qui in terra i suoi figli ad esser fatti zimbello di chi sa meglio aggirarli, ad essere piegati siccome canne ad ogni vento che spira? Tutto l'ordine religioso e morale viene gagliardamente assalito, vacillano le basi della vita sociale, un sotterraneo vulcano minaccia di aprirsi sotto ì nostri piedi: e il Signore potrà lasciarci qui al buio, senza schermo e difesa, senza un punto d'appoggio per sostenerci, ut simus sicut parvuli fluctuantes, et circumferamur omni vento doctrinae? Eph. 4. Ah! no no, viva Dio, questo non è possibile. È libero l'errore di levar oggi la testa? Vi sia dunque una voce, che lo condanni domani con una autorità suprema e irrefragabile. È libero l'errore d'ingannar oggi le menti deboli? Vi sia dunque un magistero infallibile, che disinganni domani le intelligenze: domani, dico, non dopo gli anni ed i secoli, come farebbe un Concilio, chè allora il rimedio sarebbe tardo.
Ma questo magistero sempre vigile e pronto dove trovarlo? Da questa Babilonia di confusione io levo in alto lo sguardo, e là sul Monte Santo veggo innalzarsi una Cattedra la più sublime ed augusta che sia sulla terra. Sola fra tutti i troni del mondo, ad onta degli sforzi che fe' la terra e l'inferno per atterrarla, la veggo durare immobile da più di mille ottocento anni con la più manifesta protezione del cielo: sola in sì lungo spazio di tempo la trovo sempre immune da errori, e coerente a se stessa nelle dottrine: sola la sento chiamare a pieno coro da tutti i fedeli di diciannove secoli colonna e fondamento di verità, e tale infatti mostrarsi in ogni occasione. Su questa Cattedra anche al dì d'oggi io veggo assiso Pietro nel suo Successore, quel Pietro a cui voi, Signore, diceste di pascere la vostra greggia, di confermare i suoi fratelli, di guidarli pel retto calle: all'infuori di lui io non trovo per tutto il mondo che incertezza delirio confusione vertigine: a lui dunque guidatovi dal mio bisogno e dalla vostra mano, o Signore, a lui mi volgo per avere una norma di sicurezza: se in questo modo io m'inganno. Signore, Signore, l'inganno è vostro: Domine, si error est, a te decepti sumus. Ma egli è impossibile che voi ci tessiate un inganno; parli pur dunque il vostro augusto Vicario, e noi crederemo che ci parliate voi stesso per bocca sua: la sua parola sarà per noi un oracolo, e con un misto di riverenza e di giubilo esclameremo: silenzio o popoli, che parla Iddio.
SECONDA PARTE
XV.
E qui sarebbe a dirsi una parola di quel vano terrore sparso da molti, che in quella dogmatica definizione volean vedere un pericolo, un danno, e quasi una calamità generale: mentre essa non fu, e non poteva essere altro che una sorgente di beni inestimabili.
Imperocché quel grande atto primieramente fu di vantaggio alla Chiesa, in cui fu tolta di mezzo quella scandalosa distinzione di gallicani e oltramontani, che divideva gli animi, ed impediva che l'unità cattolica si addimostrasse in tutto lo splendore di sua bellezza. Fu di vantaggio all'Episcopato e a tutta la Gerarchia ecclesiastica, che ne vide ridondare in se stessa un accrescimento di forza, per la maggiore vigorìa del principio da cui sgorga la sua giurisdizione. Fu di vantaggio, e insieme di lustro e di consolazione ai fedeli, che con un grido di giubbilo salutarono nelle glorie del loro Padre le glorie loro. E di vantaggio fu pure alla società tutta intera, in cui fu medicata la piaga più profonda del nostro secolo, rimettendo in onore il principio di autorità ai giorni nostri sì conculcato.
XVI.
Ma i Protestanti non troveranno un impedimento di più per convertirsi al Cattolicismo.
Senza citare il giudizio ormai troppo noto dell'Arcivescovo di Westminster e del Vescovo di Ginevra, che vivendo tra i Protestanti sono in tal materia i giudici più competenti; un celebre Pubblicista anglicano anche prima della definizione osservava che «il dogma della infallibilità pontificia faciliterebbe le conversioni, anzichè crear loro nuove difficoltà». E l'esperienza già da più anni ci sta mostrando che i Protestanti, che si convertono sinceramente, non si arrestano alla metà del cammino.
I nomi illustri degli Stolberg, degli Schlegel, degli Haller, degli Hurter, degli Werner, dei Manning, e di tanti altri, ne sono una prova chiara e lampante.
XVII.
Ma gl'Increduli? Anche per gl'Increduli risponda uno dei loro organi principali (il Sièclé) il quale dice. «Una posizione netta e precisa val molto meglio che uno stato di cose confuso ed imbrogliato. Forsechè l'infallibilità del Papa pei Cattolici non esisteva di fatto? Or non è meglio che ciò che esiste di fatto sia raffermato ancora dal diritto?». Così egli.
Ma sia pure che questa definizione strappi dalla bocca dell'incredulo una bestemmia di più: dunque per risparmiare all'incredulo una bestemmia, si dovrà chiudere a Gesù Cristo la bocca, e seppellir sotto il moggio la luce del suo Vangelo? Con questa regola, o Signori, noi saremmo ancora fra le tenebre del paganesimo; perchè il Vangelo non si è fatto altrimenti strada nel mondo, che passando fra le bestemmie de' suoi contradditori. Ma come allora, così pur oggi, alle bestemmie della terra non trema il cielo.
XVIII
Ma fra i Cattolici stessi molti, anche dopo la definizione l'impugnano, o per lo meno stanno esitanti: questa definizione ha gettato lo scompiglio nelle coscienze.
Ah! qui appunto io vi aspettava, perchè dove voi mi vorreste opporre un grande scandalo, io voglio invece mostrare a voi un grande vantaggio. Sì, è vantaggio per la Chiesa che si sieno manifestati certi morbi latenti, e che gli umori peccanti che prima nel corpo di Lei occultamente stagnavano, siano venuti finalmente alla cute: con questa crisi la sua salute non potrà altro che migliorare. Fuor di metafora, è un bene per la Chiesa che i falsi nemici si sieno mostrati veri nemici, che i traditori domestici abbian gittato la maschera, che sieno usciti apertamente di casa, e l'abbian così liberata da un tristo ingombro. Tal sia di tutti costoro, dicea S. Paolo: utinam abscindantur qui vos conturbant. Gal. 5, 12. Nè già vi crediate che sia cominciata ora la lor defezione; ora si è soltanto manifestata. Stavano in mezzo a noi, ma non eran dei nostri, come disse già S. Giovanni: ex nobis prodierunt, sed non erant ex nobis. Jo. 2. 19. Ora si mostrano per quel che sono, meglio così: meglio mille nemici, che un falso amico.
Simeone Profeta disse già di Gesù Cristo ch'egli era posto in ruina e risurrezione di molti: positus est hic in ruinam et resurrectionem multorum in Israel, ut revelentur ex multis cordibus cogitationes. Luc. 2. 34. Ed altrettanto è pure avvenuto del suo Vicario, massime in questa grande occasione, in cui fu dichiarato infallibile.
Egli è di salute e di risurrezione, positus est in resurrectionem a quei buoni fedeli, che avevano sempre creduto la pontificia inerranza, e ne accolsero il gran decreto con tanto giubilo. In resurrectionem a quegl'illusi, che in buona fede avevano prima altre massime, ma poi piegarono sì docilmente la fronte. In resurrectionem principalmente a quei Venerandi Prelati, che dopo aver fatto quella opposizione, che era pienamente nei lor diritti, definito che fu il dogma cattolico, l'accettarono anch'essi, mostrando così la sovrumana potenza di nostra fede, che sa soggiogare gl'intelletti anche più forti e più riottosi. A tutti costoro il Vicario di Cristo definito infallibile positus est in resurrectionem.
Ma in pari tempo positus est in ruinam a quei Giani bifronti, a quei nuovi Luteri dell'Allemagna, che si credono i candelabri viventi della teologia, e sono invece le fiaccole mortuarie della eresia. In ruinam a quei Pseudoprofeti della Senna, che combattendo le dottrine romane dissero d'averne ricevuto l'ordine da Dio, e dovean dire da Satana. In ruinam a quegli Apostati che disertarono prima dal Chiostro, poi dalla Chiesa, e con rara modestia le dissero: tu hai cinque piaghe nel corpo ormai cancrenose, io solamente ho il segreto di guarirti: o lasciati da me curare, o io t'abbandono, e tu morrai. Per tutti questi, ripeto, positus est in ruinam, se i pubblici scandali dati alla Chiesa non si affrettano a riparare con una pubblica ritrattazione. Voglia il Signore nella sua misericordia toccarne i cuori!
Ma checchè sia di loro, noi frattanto procuriamo di stringerci attorno a Pietro con una fermezza ognora più salda: procuriamo che Cristo nel suo Vicario non sia per noi di rovina, ma di salute: e a tale effetto ricordiamoci sempre che la parola di vita e di salute, la parola veramente infallibile, non viene nè da Monaco, nè da Parigi, nè da Firenze: viene... dal Vaticano.
R.P. A. Gallerani: L'infallibilit pontificia (ragionamento primo)




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