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    Predefinito L'infallibilità pontificia

    L'INFALLIBILITÀ PONTIFICIA RAGIONAMENTI TRE
    TENUTI IN ROMA IN OCCASIONE DEL GIUBILEO PONTIFICALE
    E DEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA DOGMATICA DEFINIZIONE
    dal Padre Alessandro Gallerani D. C. D. G.
    Roma 1871 - Tipografia Editrice Romana
    PIO . IX.
    PONTIFICI . MAXIMO
    SOCIETAS . ROMANA
    REI . CATHOLICAE . PROVEHENDAE
    X . KAL . SEPTEMBRES
    A . MDCCCLXXI

    Quando espongo il dottrinale concernente questa materia, ti riuscirò forse alquanto noioso; eppure quella è la parte più necessaria: leggila dunque senza stancarti:
    Che se la voce mia sarà molesta
    Nel primo gusto, vital nutrimento
    Lascerà poi quando sarà digesta.

    Se poi altrove ho sparso qua e colà un poco di vivezza e di sale, l'ho fatto appunto per tenerti desto nella lettura in mezzo a questi calori così noiosi e soffocanti: ma non credere che io abbia mal animo verso di te, qualunque sia il modo tuo di pensare. Io non riguardo nessuno come nemico: e se altri come tale riguarda me, la vendetta che bramo farne con questo Scritto non è di confonderlo e di atterrarlo, ma di dargli fraternamente la mano, per condurlo appiè dell'Altare. Quando finiranno queste divisioni di animi, e ci ricorderemo una volta che tutti siam figli di un solo Padre, tutti bagnati d'un Sangue solo ?.... Intanto ti raccomando di leggere posatamente, senza fretta, e non tutto in un fiato, perchè questo che ti offro non è un romanzo. Però appunto questi Ragionamenti ho voluto presentarteli come divisi in tanti brevi paragrafi, per darti più agio di respirare e di riflettere. Sai bene che:
    Intervalla viae fessis praestare videtur
    Qui notat inscriptus millia multa lapis.

    Letto che avrai, se questo scritto non ti sembra del tutto inutile, procurane la diffusione, e avrai parte nel merito di questa piccola opera buona.

    Vivi felice.

    Roma, 1 Agosto, Festa di S. Pietro in Vincoli.

    A. G. S. J.

    1
    RAGIONAMENTO PRIMO
    SOGGETTO DELLA INFALLIBILITÀ
    Exultate, Filii Sion, et laetamini
    in Domino Deo vestro, quia dedit vobis
    Doctorem iustitiae.
    Joel 2, 26.
    I.

    Quegli anni fatali, che a tutti i Romani Pontefici pel corso di quasi diciannove secoli avevano sempre inesorabilmente segnato il limite estremo del loro pontificato; quegli anni che da Pietro presero il nome, come da quello che unico finora con franco piede e sicuro li avea varcati; quegli anni stessi furon testè per singolare provvidenza divina da un altro Pietro felicemente raggiunti, dall'immortale Pontefice Pio Nono. Al faustissimo avvenimento esulta la Chiesa, esulta il mondo, e dall'orto all'occaso i fedeli tutti gareggiano in mandare al longevo Pontefice, quai figli al Padre, le più giulive e cordiali felicitazioni. E in mezzo a tanta esultanza potre'io forse restarmene mutolo e neghittoso? Lo tolga il cielo! Il mio tributo ancor io al Venerando Padre colla lingua e col cuore pagare intendo: e il mio tributo questo sarà di prendere ad illustrare dinanzi a voi, o Romani, che formate la più eletta porzione de' figli suoi, quella che è per noi certamente la più importante e più cara fra tutte le sue gloriose prerogative.

    Ormai volge un anno, voi lo sapete, dacché quella grande parola, che tutti i buoni bramavano e tutti i tristi temevano, dal Vaticano Concilio fu pronunziata. Il suono potente di quella parola echeggiò solenne per tutta intorno la terra, e fu tosto seguito da un doppio grido di ben diverso anzi contrario tenore. Un grido di gioia mandarono al cielo i fedeli, che videro alfine coronati i lor voti, e aggiunta al triregno del Padre loro la più fulgida gemma, che lo abbellisca. Un urlo di rabbia levò alle stelle la belva infernale dell'empietà moderna, che sentissi da quell'anatema, come da spada mortale, ferir nel cuore: e nei circoli privati, e nei pubblici convegni, e su per le colonne della stampa quotidiana avventossi rabbiosa a mordere colle cento sue bocche l'augusto Decreto, a spargervi sopra il veleno della sua bava, a stravolgerne il senso con mille satiriche interpretazioni, a farne insomma quello strazio crudele, che sanno tutti coloro, che delle attuali vicende non sono ignari. Ma sia che si vuole: passeranno i clamori di genti insane, e quel Decreto starà. Starà come una fiaccola innalzata sul Monte Santo di Dio a diradare le tenebre di Babilonia: starà come un faro luminosissimo, che mostra il porto ai naviganti nel mar tempestoso di questa vita: starà come un sicuro presidio per guarentirci dai colpi, che vengon vibrati dall'empietà moderna. L'ha detto il Signore: passerà il cielo e la terra, ma la mia parola non passerà.
    II.

    Or questa parola divina, che starà immobile e ferma per tutti i secoli, e che a noi venne communicata per l'organo del Vaticano Concilio, ho io creduto prezzo dell'opera il procurare di chiarirla, esporla, dilucidarla. Molte nubi intorno ad essa si sono accumulate, parte dalla malizia e parte dalla ignoranza; e fa d'uopo sgombrarle in guisa, che limpida e chiara ne emerga la luce della verità. Mio disegno dunque si è non tanto il farvi una piena dimostrazione della Infallibilità Pontificia, che ora è dogma di fede, quanto piuttosto il darvi di questo dogma un'idea netta e precisa, che ve ne faccia conoscere la natura, l'estensione, le conseguenze.

    A tale effetto io considero che qualsiasi magistero sotto duplice aspetto può riguardarsi: o dal lato del soggetto in cui risiede, o dal lato dell'oggetto intorno a cui versa. Adunque il magistero infallibile del Romano Pontefice ancor esso potrà considerarsi sotto questo duplice punto di vista. Ma poichè troppo lungo sarebbe in un solo discorso abbracciarli ambedue, perciò stamane ci fermeremo intorno al soggetto, riservando l'oggetto ad un secondo ragionamento. Finalmente in un terzo faremo di vendicare questo dogma dalle principali accuse degli avversari.

    Ecco, Signori, l'assunto dei tre Ragionamenti, dai quali io confido risulterà manifesto quanta ragione si abbiano i figli della Chiesa di rallegrarsi ed esultar nel Signore per la ottenuta dogmatica Definizione: exultate Filii Sion, et laetamini in Domino Deo vestro, quia dedit vobis Doctorem justitiae.
    PRIMA PARTE
    III.

    E prima d'ogni altra cosa è necessario determinar nettamente quello che chiamasi stato della questione.

    Or qui la prima nube, che offresi da dover dissipare, è quella che oscura l'infallibilità confondendola colla impeccabilità, quasicchè la prima s'identificasse colla seconda, o almeno la supponesse come fondamento. Ma nulla di più goffo e grossolano. Allorchè noi diciamo che il Papa è infallibile, non diciamo per questo che sia impeccabile, e che nella sua condotta personale non possa, come gli altri figli d'Adamo, risentire ancor egli le debolezze di questa povera natura umana. Imperocchè l'infallibilità è un privilegio dato da Dio a vantaggio della sua Chiesa, il quale non ha nessuna necessaria connessione colla santità. E quindi, quantunque il Signore abbia disposto che gli eletti al pontificio ministero fossero communemente adorni ancora delle più specchiate virtù; pur tuttavolta, per dimostrare la sua speciale provvidenza nel governo della Chiesa, ha permesso che talora alla testa di lei si trovassero uomini non del tutto irreprensibili nella condotta, eppure sanissimi nel magistero. La qual cosa è sì certa, che venne confessata perfino da quell'illustre Prelato, che prima della definizione fu forse il più acerbo avversario della pontificia inerranza, nella sua opera intitolata il Concilio e la Pace religiosa, colle seguenti parole. «Si è osservato con ragione che niuno dei Papi men buoni è mai caduto nella eresia, e non l'ha mai favorita: e questo fatto è una prova dell'assistenza, che il Signore accorda alla Chiesa ne' suoi più tristi giorni». Così il Vescovo di Sura. [Si tratta di Mons. Henri-Louis-Charles Maret (1805 - 1884). N.d.R.]

    Eppure quanti si sono veduti in questi ultimi tempi andare a rivangar nelle storie i veri o falsi disordini di questo di quel Papa, e poi servirsene come di un'arma per combattere l'infallibilità. Ma questo non è altro che un batter l'aria, e dar prova solenne d'ignoranza, o piuttosto di mala fede. Chi ha mai sostenuto che i Pontefici siano impeccabili? Voi dunque vi foggiate colla fantasia nemici aerei, per aver poi la molto facil vittoria di sbaragliare ombre e fantasmi.
    IV.

    Un'altra nube da dileguarsi è pur quella frase usata da molti, che dissero infallibilità personale e separata; quasichè la fede del Supremo Pontefice potesse essere esclusivamente personale, e separata dalla fede della Chiesa. Ma la Chiesa è un corpo vivente: e perchè l'infallibilità del capo potesse dirsi separata, converrebbe che il capo stesso potesse separarsi dal corpo: ma allora avreste un cadavere, non un corpo. No, non è possibile che l'infallibilità del Papa sia mai solitaria ed isolata: non si vedrà mai da una parte il Papa solo insegnare una dottrina, e dall'altra tutti i Vescovi insegnare il contrario: sempre l'Episcopato, in parte almeno, aderirà al giudizio del Romano Pontefice. E perchè ciò? Perchè quel medesimo Spirito Santo, che prima assiste il Papa affinchè non erri nel pronunziare il giudizio, ha poi cura di assistere almeno un certo numero di Vescovi, perchè conformino la loro sentenza a quella uscita dal Romano Pontefice. Ora nel Papa e nei Vescovi che sono con lui sta la Chiesa: ubi Petrus, ibi Ecclesia: voi dunque non potete separare il giudizio del Papa da quello della Chiesa, perchè non formano che un solo e medesimo giudizio: a che dunque parlate d'infallibilità personale e separata, supponendo un'ipotesi, che è assurda ed impossibile?
    V.

    Un terzo punto da chiarire si è quando al R. Pontefice compete il privilegio della inerranza.

    E la risposta l'abbiamo nella vaticana dogmatica Costituzione. Egli è infallibile quando definisce ex cathedra in materia di fede o di morale: e definisce ex cathedra «cum omnium Christianorum Pastoris et Doctoris munere fungens, pro suprema sua apostolica auctoritate, doctrinam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendam definit.» Dunque non quando parla come un altro uomo qualunque, non quando scrive come dottore privato, non quando spedisce una lettera di congratulazione a qualche individuo particolare: anche in questi casi la sua voce è molto autorevole, quindi degna di profondo rispetto, ma non può dirsi assolutamente infallibile. Infallibile egli è soltanto quando parla come Maestro universale di tutta la Chiesa, quando si innalza a tutta l'altezza della sua autorità, quando si erige a Giudice supremo nelle quistioni di fede e di morale; che questo appunto s'intende colla parola ex cathedra.

    E qui pure molti derisero queste Definizione, come se avesse dichiarato infallibile ogni parola profferita dal Papa anche scherzando o conversando. Stolti! siete voi piuttosto i degni di derisione, o meglio di compassione, voi che entrate nel numero di coloro, di cui sta scritto: quaecumque ignorant, blasphemant. Iud. 10.
    VI.

    Dileguate così queste nubi, agevol cosa si rende tosto l'intendere che cosa sia propriamente questa infallibilità, che ci fu ora proposta a credere, siccome dogma di fede.

    Dal fin qui detto si vede la infallibilità pontificia non esser altro che un privilegio concesso da Dio al R. Pontefice, in virtù del quale, quand'egli parla ex cathedra in materia di fede o di morale non può cadere in errore, indipendentemente dall'adesione dell'Episcopato. Le quali ultime parole costituiscono il perno intorno al quale aggiravasi la gran questione, che dal Vaticano Concilio fu sciolta perentoriamente. Vi era chi pensava che le decisioni del R. Pontefice, per potersi dire infallibili, abbisognassero dell'adesione espressa o tacita dell'Episcopato, raccolto in Concilio, o disperso nelle varie Diocesi dell'universo. No, ha definito il Concilio Vaticano: la parola del Pontefice è infallibile indipendentemente dalla adesione dell'Episcopato. Questa adesione vi sarà certamente, vi sarà sempre: ma non è questa adesione che determina il valore della parola del Pontefice; bensì è la parola del Pontefice che deve determinare questa adesione. Romani Pontificis definitiones ex sese, non autem ex consensu Ecclesiae, irreformabiles sunt.
    VII.

    Or tale dottrina, che il Sacrosanto Concilio ci ha proposto da credere sotto pena di anatema, dovrà dirsi un dogma nuovo?

    Ecco un altro equivoco, che ha tratto in inganno più di un incauto e ha servito di arma a più d'un maligno. Miei Signori, la Chiesa non fa i dogmi, li definisce: non crea le verità, le tiene in deposito. Questo deposito l'ha ricevuto intero e perfetto dal suo Sposo Gesù, ed ella non deve far altro che custodirlo, e trarne fuori per metterle in maggior luce or l'una or l'altra cosa, secondo richieggono le circostanze. Il dogma dunque di cui parliamo non è, e non può essere nuovo: è antico quanto la Chiesa stessa, quanto le divine Scritture, su cui si fonda.

    Aprite infatti il Vangelo: ed eccovi al capo 16 di S. Matteo quella solenne parola di Cristo a Pietro: io ti dico che tu sei Pietro, ed io su questa pietra edificherò la mia Chiesa: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. In questa parola, com'è chiaro, Gesù ci presenta la sua Chiesa sotto la forma di un edifizio, di cui Pietro è il fondamento: e siccome l'edifizio della Chiesa non doveva finire con Pietro, ma perpetuarsi in tutti i secoli; così neppure nella persona di Pietro doveva finire il fondamento, ma sempre sussistere nei suoi Successori, i Romani Pontefici. Adunque benchè il fondamento primario ed invisibile della Chiesa sia Cristo, petra autem erat Christus; è pur chiaro che Pietro fu costituito da Cristo a far le sue veci come fondamento secondario e visibile, su cui poggia la mole della sua Chiesa. Or dite a me: la fermezza donde vien ella? Dall'edifizio al fondamento, o non piuttosto dal fondamento all'edifizio? È l'edifizio che sostiene il fondamento, non piuttosto il fondamento che regge l'edifizio? Ma se i decreti del R. Pontefice abbisognassero della conferma della Chiesa, in tal caso si avrebbe appunto l'assurdo che la chiesa, ossia l'edifizio, sostenterebbe il fondamento, ossia il Pontefice, invece di esserne sostentata. È dunque evidente che la Chiesa bensì aderirà sempre al Papa, come edifizio a fondamento, ma vi aderirà ricevendone non communicandogli la stabilità e la fermezza.

    Similmente noi leggiamo in S. Luca al capo 22. Ecco che Satana ha chiesto di vagliarvi come il grano sull'aia: ma io, o Pietro, ho pregato per te, acciocchè la tua fede non venga meno; e tu, convertito che sii, conferma i tuoi fratelli. Qui è promessa apertamente l'indefettibilità alla fede di Pietro: rogavi pro te ut non deficiat fides tua: ma se la fede di Pietro non può venir meno nella sua Cattedra, dunque ciò che procede da questa Cattedra non può non essere conforme alla fede, indipendentemente dall'adesione, che altri gli presti o gli ricusi. Qui inoltre è dato a Pietro l'uffizio di confermare nella fede i suoi fratelli, confirma fratres tuos: ma se i giudizi del Pontefice non fossero infallibili se non dopo l'assenso dei Vescovi, chi non vede che allora non Pietro confermerebbe nella fede i fratelli, ma piuttosto i fratelli confermerebbero Pietro?

    Al modo stesso nel Vangelo di S. Giovanni il divin Redentore, dopo aver fatto che Pietro con una triplice protesta d'amore riparasse la triplice sua negazione, pasci, gli disse, i miei agnelli, pasci le mie pecorelle: pasce agnos meos, pasce oves meas: intendendo, come spiegano i Santi Padri, per gli agnelli i semplici fedeli, per le pecore madri loro i Vescovi, e così tutto l'ovile, tutta la Chiesa. Or di qual pascolo qui si ragiona? Certamente di un pascolo spirituale, cioè del cibo della verità. Ma se il Papa non è infallibile, invece della verità potrà insegnare l'errore, invece del cibo potrà dare il veleno: e allora tutta la Chiesa, che in lui venera il suo Maestro, il suo Pastore datole da Cristo stesso, verrà ad esserne avvelenata, e quindi uccisa e distrutta. Che se voi pretendete che i decreti emanati dal Papa per indirizzo del suo mistico gregge debbano essere esaminati ed approvati dai Vescovi; allora non è più il pastore che pasce le pecore, ma sono anzi le pecore che pascono il pastore, e se sviato lo riconducono sul retto calle.

    A non voler dunque stravolgere affatto il senso dei testi biblici, fa d'uopo riconoscere nel Supremo Pontefice una infallibilità assoluta e indipendente. Romani Pontificis definitiones ex sese, non autem ex consensu Ecclesiae, irreformabiles sunt.
    VIII.

    E realmente una tale prerogativa i Romani Pontefici l'hanno in se medesimi sempre riconosciuta.

    Difatti, come saviamente ragiona il dottissimo Teologo Muzzarelli [1], quegli vuol essere tenuto infallibile, che pronuncia decisioni dogmatiche assolute, e le indirizza a tutti i fedeli e a tutto l'Episcopato, senza cercarne il consenso espresso o tacito, ma comandando loro di pubblicare e di eseguire le sue decisioni, e vietando il violarle sotto pena di scommunica, e reprimendo i riottosi e i contumaci. Or questo è ciò che il Romano Pontefice ha fatto colle sue costituzioni dogmatiche in ogni secolo: dunque in ogni secolo il Romano Pontefice si è ritenuto infallibile, e per tale vuol essere riconosciuto. Ma se poi egli nol fosse in realtà, le sue costituzioni dogmatiche che altro sarebbero se non una usurpazione tirannica dei diritti dell'Episcopato, una presunzione sacrilega contro lo Spirito Santo, un dispotismo arbitrario e sovversivo della Chiesa universale? E la Chiesa avrebbe potuto per tanti secoli tollerare alla sua testa un sì temerario usurpatore? E tanti Concili Ecumenici non avrebbero protestato in contrario? E Gesù stesso con tutta l'assistenza promessa alla sua Chiesa l'avrebbe poi lasciata in balìa di un despota e di un tiranno, e non per un anno, non per un secolo, ma per tutta la quasi venti volte secolare sua vita?
    IX.

    Ma ho detto poco col dir che la Chiesa non ha mai reclamato contro il diritto di Magistero supremo, che si attribuiva il Pontefice: doveva aggiungere che lo ha sempre in mille maniere positivamente riconosciuto e venerato.

    E qui mi sarebbe assai facile con largo sfoggio di erudizione il venirvi sponendo di secolo in secolo le sentenze dei Padri, le decisioni dei Concili, la pratica costante di tutta la Chiesa, che mostrano la perpetua e universale credenza nella infallibilità pontificia. Ma per risparmio di tempo amo piuttosto rimettervi alla erudita operetta dell'egregio Arcivescovo di Westminster, dove la tradizione della Chiesa intorno a questa materia viene lucidamente e sodamente esposta e dichiarata. Solo aggiungerò che una tale credenza non esisteva soltanto nelle persone di Chiesa o di Chiostro, ma in quelle pure del mondo. Certo la professava altamente nel terzodecimo secolo il gran Poeta Teologo, quando usciva in quegli splendidi versi:
    Avete il Vecchio e il Nuovo Testamento,
    E il Pastor della Chiesa, che vi guida:
    Questo vi basti a vostro salvamento.

    E a questa grave sentenza aggiungeva un ammonimento, che merita anch'esso di venire ricordato:
    Se mala cupidigia altro vi grida,
    Uomini siate, non pecore matte,
    Si che il Giudeo tra voi di voi non rida.

    E poco prima aveva detto:
    Non siate come penna ad ogni vento.

    Adunque coloro ai quali, oltre la divina Scrittura, non basta la parola del Pastor della Chiesa che li guida costoro per sentenza dell'Alighieri sono guidati da mala cupidigia, sono pecore matte, sono penne ad ogni vento, e non fanno altro che dare occasione ai Giudei ed agli increduli di farsi beffe di noi.
    X.

    Che più? La stessa condotta tenuta dagli Eretici conferma l'universale tradizione.

    Imperocché tutti costoro si sono sempre studiati a tutto potere di tirare i Pontefici alla lor parte, di procacciarsi la loro approvazione, o almeno di conservare un'apparenza d'unione con esso loro. Quanti sforzi non fecero prima gli Ariani con Papa Liberio, poscia i Pelagiani con Celestino, quindi gli Eutichiani con Leone Magno, e i Monoteliti con Onorio, e gl'Iconoclasti coi due Gregori secondo e terzo? Anche i Capi più celebri della Protestante Riforma giunsero fino a riconoscere apertamente il supremo magistero del Pontefice: e Lutero così scriveva al Papa Leone X. «Eccomi, Santo Padre, prostrato ai vostri piedi, approvate o riprovate, come vi gradirà: io ascolterò la vostra voce come quella di Gesù Cristo, che ci governa e ci parla per bocca vostra.» E Calvino «Iddio ha collocato il trono della sua religione nel centro del mondo, e vi ha collocato un Pontefice unico, verso il quale tutti sono obbligati a rivolgere gli sguardi, per mantenersi nella unità.» E Melantone «La Monarchia suprema del Papa vale assai per conservare tra i diversi popoli l'unità della dottrina.» In tal modo parlavano i medesimi Capisetta sia per l'intimo convincimento, sia per guadagnarsi l'animo dei Pontefici, e tirarli ai loro intendimenti: nè mai alzavano la bandiera di ribellione al Papato, se non dopo perduta ogni speranza d'averlo favorevole ai loro disegni, o almeno connivente. E tuttociò non dimostra che vigeva universalmente nella Chiesa la persuasione del risedere presso i Romani Pontefici il tribunale supremo e inappellabile? Di qui quella sentenza di S. Agostino ormai passata in proverbio: Roma locuta est, caussa finita est.

    Adunque l'infallibilità pontificia non è un dogma nuovo, ma un'antica credenza novellamente confermata, un'antica dottrina a cui fa posto solamente un nuovo sigillo inviolabile colla dogmatica definizione; sigillo di cui direbbe il dianzi citato Poeta:
    E questo fia suggel ch'ogni uomo sganni.
    XI.

    Ma s'è così, voi direte, come dunque vi furono in ogni secolo tanti impugnatori?

    Falso, Signori, che vi fossero in ogni secolo, e falso che fosser molti. Il primo a proporre con efficacia di risultato l'opposta dottrina, che va sotto il nome di Gallicanismo fu Giovanni Gersone Cancelliere della Sorbona non prima del secolo XV. Poi l'abbracciarono vari altri Teologi, fintantochè nel 1682 fu proclamata solennemente non da tutta la Chiesa Cattolica, non da tutta la nobile Chiesa di Francia, ma da un pugno di Prelati Francesi, nella famosa Assemblea Gallicana.

    Or io non mi fermerò a mostrarvi che quella famosa Dichiarazione gallicana fu un garbuglio prodotto da una parte dalla prepotenza del Re Luigi XIV., che volle stender lo scettro sopra l'altare, e dall'altra dalla servilità cortigianesca di alcuni Prelati, ì quali codardamente abbassarono la mitra dinanzi alla corona. Per voi basti il sapere che quell'atto fu formalmente condannato da quattro successivi Pontefici, che fu ritrattato da quei Prelati medesimi che n'erano stati gli autori e che lo stesso Luigi XIV se ne scusò col Pontefice. Che valore adunque poteva avere un tal atto? Nondimeno quel triste seme non restò senza frutti, massime quando concorsero a svilupparlo in Francia il Giansenismo e il Cesarismo, in Germania il Protestantismo e il Febbronianismo, e nell'un paese e nell'altro quell'ibrido Cattolicismo liberale, che vorrebbe portare ancor nella Chiesa il sistema parlamentare, e fare così anche del Papa un re che regna, ma non governa. E non rifletton costoro che le forme dei governi civili, essendo cose puramente umane, possono esser libere e quindi ancora variabili: ma la costituzione della Chiesa non possiamo foggiarcela a modo nostro, sì dobbiamo pigliarla dalle mani di Gesù Cristo, quale egli l'ha fatta, nè più nè meno. Se a taluno non piace, tal sia di lui: il Signore è forse obbligato a fare il piacer nostro, o non più tosto noi quello di Dio?

    Ecco in breve l'origine e le vicende di una opposizione più romorosa che numerosa: ecco il processo di quel Gallicanismo, che ebbe la culla a Parigi, e nell'Aula Vaticana trovò la tomba. Scrivete su quella tomba: Nacque illegittimo, visse fraudolento, morì scommunicato!
    XII

    Ma se l'infallibilità pontificia fu nella Chiesa sempre creduta, perchè dunque non si venne gran tempo innanzi ad una dogmatica definizione?

    Per una ragione ben semplice, Signori miei, perchè prima non v'erano oppositori. La S. Chiesa non usa mai definire alcun dogma se non quando vede che esso è impugnato: appunto come voi non pensate a mettere in campo i diritti che avete sopra un podere o una casa, se non quando sorge qualcuno a contrastarveli, disturbando il pacifico vostro possesso. Così la Chiesa ha ben definito a Nicea la divinità del verbo contro di Ario, e a Costantinopoli la divinità dello Spirito Santo contro Macedonio: ma la divinità del Padre non l'ha, ch'io sappia, formalmente definita mai, perchè nessuno ha mai pensato ad impugnarla: Il Padre Eterno l'ammettono anche gli Ebrei. Il non aver dunque definito prima l'infallibilità pontificia non è un'obbiezione contro di essa, è anzi una prova in favore, perchè significa che era da tutti spontaneamente riconosciuta. Appena il Gallicanismo si levò a combatterla, ed ella surse a difenderla per la voce dei quattro Pontefici sopraccennati; e poi da ultimo la formolò solennemente nel primo Concilio in cui radunossi. Imperocchè conviene osservare che dopo l'Assemblea gallicana non si era ancor tenuto nessun Concilio Ecumenico; il Tridentino che è stato l'ultimo, è anteriore al Gallicanismo di più d'un secolo. Come dunque stupire che il Gallicanismo non fosse stato ancor condannato da niun Concilio, se niun Concilio dopo quell'epoca non v'era stato?
    XIII.

    Ma d'ora innanzi, voi ripigliate, i Concili Ecumenici saran del tutto superflui? A che pro un Concilio, se già la voce del Papa è infallibile?

    Gli è vero, o Signori, che la voce del Papa è già infallibile: ma, lasciando stare che il Concilio gli può servire di grande aiuto a preparare la sua decisione colla debita maturità; chi non vede che quando egli emana il suo giudizio col concorso e colla approvazione di tutto un Concilio, quel giudizio assume estrinsecamente uno splendore più vivo, una maestà più solenne, e però è più acconcio a riscuoter dai popoli venerazione ed ubbidienza? Ammessa dunque l'infallibilità pontificia, non ne segue che i Concili siano inutili, segue soltanto che non sono assolutamente necessari: e questo di buon grado io l'accordo, questo anzi mi somministra un'ultima prova di quel che andiamo ragionando.
    XIV.

    Supponete un istante che la voce del Papa non fosse per se stessa infallibile, ma solo quando è unita a quella di un Concilio Ecumenico: io tosto ne deduco che il Signore non avrebbe allora provveduto abbastanza ai bisogni della sua Chiesa.

    Imperocchè è forse cosa sì facile radunare un Concilio? Radunato che sia, è forse agevol cosa condurlo prestamente a termine? Dal Concilio Tridentino all'attuale Vaticano passarono trecento anni: e dall'attuale al futuro (se pur verrà) Dio sa quanti altri ne passeranno. E se in questo frattempo sorgessero quistioni sostanziali intorno alla fede o alla morale, non avranno dunque i fedeli a chi ricorrere per saper con certezza la verità? Ovvero, emessa dal Vaticano una parola non infallibile, dovranno essi aspettare dall'uno all'altro polo per l'Agenzia Havas e Stefani la novella dell'adesione dei Vescovi alla sentenza papale, come si aspetta la ratifica dei contraenti in un trattato di commercio? Queste son baie indegne dell'argomento. Se dunque nella Chiesa vi fosse soltanto il magistero intermittente dei Concili, il magistero più o meno incerto e difficile a verificarsi di tutta la Chiesa dispersa, e non anche il magistero vivo, continuo, evidentissimo della Sede Romana, che sarebbe del mondo?

    La quale ragione se vale in ogni tempo, ai giorni nostri, come fu da altri giudiziosamente osservato, ha un valore tutto speciale. Noi viviamo in un secolo il quale da una parte si gloria di professare tra le altre libertà anche quella dell'errore: dall'altra ha pronti alla mano mille mezzi facilissimi per propagarlo. La stampa, il vapore, il telegrafo fanno sì, che un errore profferito oggi a Parigi o a Firenze sia domani diffuso per tutto il mondo. Or pare a voi che la divina provvidenza abbia potuto permettere all'errore tanta facilità di propagarsi, senza opporvi almeno un rimedio di repressione altrettanto facile e pronto? Vorrà il Signore lasciare qui in terra i suoi figli ad esser fatti zimbello di chi sa meglio aggirarli, ad essere piegati siccome canne ad ogni vento che spira? Tutto l'ordine religioso e morale viene gagliardamente assalito, vacillano le basi della vita sociale, un sotterraneo vulcano minaccia di aprirsi sotto ì nostri piedi: e il Signore potrà lasciarci qui al buio, senza schermo e difesa, senza un punto d'appoggio per sostenerci, ut simus sicut parvuli fluctuantes, et circumferamur omni vento doctrinae? Eph. 4. Ah! no no, viva Dio, questo non è possibile. È libero l'errore di levar oggi la testa? Vi sia dunque una voce, che lo condanni domani con una autorità suprema e irrefragabile. È libero l'errore d'ingannar oggi le menti deboli? Vi sia dunque un magistero infallibile, che disinganni domani le intelligenze: domani, dico, non dopo gli anni ed i secoli, come farebbe un Concilio, chè allora il rimedio sarebbe tardo.

    Ma questo magistero sempre vigile e pronto dove trovarlo? Da questa Babilonia di confusione io levo in alto lo sguardo, e là sul Monte Santo veggo innalzarsi una Cattedra la più sublime ed augusta che sia sulla terra. Sola fra tutti i troni del mondo, ad onta degli sforzi che fe' la terra e l'inferno per atterrarla, la veggo durare immobile da più di mille ottocento anni con la più manifesta protezione del cielo: sola in sì lungo spazio di tempo la trovo sempre immune da errori, e coerente a se stessa nelle dottrine: sola la sento chiamare a pieno coro da tutti i fedeli di diciannove secoli colonna e fondamento di verità, e tale infatti mostrarsi in ogni occasione. Su questa Cattedra anche al dì d'oggi io veggo assiso Pietro nel suo Successore, quel Pietro a cui voi, Signore, diceste di pascere la vostra greggia, di confermare i suoi fratelli, di guidarli pel retto calle: all'infuori di lui io non trovo per tutto il mondo che incertezza delirio confusione vertigine: a lui dunque guidatovi dal mio bisogno e dalla vostra mano, o Signore, a lui mi volgo per avere una norma di sicurezza: se in questo modo io m'inganno. Signore, Signore, l'inganno è vostro: Domine, si error est, a te decepti sumus. Ma egli è impossibile che voi ci tessiate un inganno; parli pur dunque il vostro augusto Vicario, e noi crederemo che ci parliate voi stesso per bocca sua: la sua parola sarà per noi un oracolo, e con un misto di riverenza e di giubilo esclameremo: silenzio o popoli, che parla Iddio.
    SECONDA PARTE
    XV.

    E qui sarebbe a dirsi una parola di quel vano terrore sparso da molti, che in quella dogmatica definizione volean vedere un pericolo, un danno, e quasi una calamità generale: mentre essa non fu, e non poteva essere altro che una sorgente di beni inestimabili.

    Imperocché quel grande atto primieramente fu di vantaggio alla Chiesa, in cui fu tolta di mezzo quella scandalosa distinzione di gallicani e oltramontani, che divideva gli animi, ed impediva che l'unità cattolica si addimostrasse in tutto lo splendore di sua bellezza. Fu di vantaggio all'Episcopato e a tutta la Gerarchia ecclesiastica, che ne vide ridondare in se stessa un accrescimento di forza, per la maggiore vigorìa del principio da cui sgorga la sua giurisdizione. Fu di vantaggio, e insieme di lustro e di consolazione ai fedeli, che con un grido di giubbilo salutarono nelle glorie del loro Padre le glorie loro. E di vantaggio fu pure alla società tutta intera, in cui fu medicata la piaga più profonda del nostro secolo, rimettendo in onore il principio di autorità ai giorni nostri sì conculcato.
    XVI.

    Ma i Protestanti non troveranno un impedimento di più per convertirsi al Cattolicismo.

    Senza citare il giudizio ormai troppo noto dell'Arcivescovo di Westminster e del Vescovo di Ginevra, che vivendo tra i Protestanti sono in tal materia i giudici più competenti; un celebre Pubblicista anglicano anche prima della definizione osservava che «il dogma della infallibilità pontificia faciliterebbe le conversioni, anzichè crear loro nuove difficoltà». E l'esperienza già da più anni ci sta mostrando che i Protestanti, che si convertono sinceramente, non si arrestano alla metà del cammino.

    I nomi illustri degli Stolberg, degli Schlegel, degli Haller, degli Hurter, degli Werner, dei Manning, e di tanti altri, ne sono una prova chiara e lampante.
    XVII.

    Ma gl'Increduli? Anche per gl'Increduli risponda uno dei loro organi principali (il Sièclé) il quale dice. «Una posizione netta e precisa val molto meglio che uno stato di cose confuso ed imbrogliato. Forsechè l'infallibilità del Papa pei Cattolici non esisteva di fatto? Or non è meglio che ciò che esiste di fatto sia raffermato ancora dal diritto?». Così egli.

    Ma sia pure che questa definizione strappi dalla bocca dell'incredulo una bestemmia di più: dunque per risparmiare all'incredulo una bestemmia, si dovrà chiudere a Gesù Cristo la bocca, e seppellir sotto il moggio la luce del suo Vangelo? Con questa regola, o Signori, noi saremmo ancora fra le tenebre del paganesimo; perchè il Vangelo non si è fatto altrimenti strada nel mondo, che passando fra le bestemmie de' suoi contradditori. Ma come allora, così pur oggi, alle bestemmie della terra non trema il cielo.
    XVIII

    Ma fra i Cattolici stessi molti, anche dopo la definizione l'impugnano, o per lo meno stanno esitanti: questa definizione ha gettato lo scompiglio nelle coscienze.

    Ah! qui appunto io vi aspettava, perchè dove voi mi vorreste opporre un grande scandalo, io voglio invece mostrare a voi un grande vantaggio. Sì, è vantaggio per la Chiesa che si sieno manifestati certi morbi latenti, e che gli umori peccanti che prima nel corpo di Lei occultamente stagnavano, siano venuti finalmente alla cute: con questa crisi la sua salute non potrà altro che migliorare. Fuor di metafora, è un bene per la Chiesa che i falsi nemici si sieno mostrati veri nemici, che i traditori domestici abbian gittato la maschera, che sieno usciti apertamente di casa, e l'abbian così liberata da un tristo ingombro. Tal sia di tutti costoro, dicea S. Paolo: utinam abscindantur qui vos conturbant. Gal. 5, 12. Nè già vi crediate che sia cominciata ora la lor defezione; ora si è soltanto manifestata. Stavano in mezzo a noi, ma non eran dei nostri, come disse già S. Giovanni: ex nobis prodierunt, sed non erant ex nobis. Jo. 2. 19. Ora si mostrano per quel che sono, meglio così: meglio mille nemici, che un falso amico.

    Simeone Profeta disse già di Gesù Cristo ch'egli era posto in ruina e risurrezione di molti: positus est hic in ruinam et resurrectionem multorum in Israel, ut revelentur ex multis cordibus cogitationes. Luc. 2. 34. Ed altrettanto è pure avvenuto del suo Vicario, massime in questa grande occasione, in cui fu dichiarato infallibile.

    Egli è di salute e di risurrezione, positus est in resurrectionem a quei buoni fedeli, che avevano sempre creduto la pontificia inerranza, e ne accolsero il gran decreto con tanto giubilo. In resurrectionem a quegl'illusi, che in buona fede avevano prima altre massime, ma poi piegarono sì docilmente la fronte. In resurrectionem principalmente a quei Venerandi Prelati, che dopo aver fatto quella opposizione, che era pienamente nei lor diritti, definito che fu il dogma cattolico, l'accettarono anch'essi, mostrando così la sovrumana potenza di nostra fede, che sa soggiogare gl'intelletti anche più forti e più riottosi. A tutti costoro il Vicario di Cristo definito infallibile positus est in resurrectionem.

    Ma in pari tempo positus est in ruinam a quei Giani bifronti, a quei nuovi Luteri dell'Allemagna, che si credono i candelabri viventi della teologia, e sono invece le fiaccole mortuarie della eresia. In ruinam a quei Pseudoprofeti della Senna, che combattendo le dottrine romane dissero d'averne ricevuto l'ordine da Dio, e dovean dire da Satana. In ruinam a quegli Apostati che disertarono prima dal Chiostro, poi dalla Chiesa, e con rara modestia le dissero: tu hai cinque piaghe nel corpo ormai cancrenose, io solamente ho il segreto di guarirti: o lasciati da me curare, o io t'abbandono, e tu morrai. Per tutti questi, ripeto, positus est in ruinam, se i pubblici scandali dati alla Chiesa non si affrettano a riparare con una pubblica ritrattazione. Voglia il Signore nella sua misericordia toccarne i cuori!

    Ma checchè sia di loro, noi frattanto procuriamo di stringerci attorno a Pietro con una fermezza ognora più salda: procuriamo che Cristo nel suo Vicario non sia per noi di rovina, ma di salute: e a tale effetto ricordiamoci sempre che la parola di vita e di salute, la parola veramente infallibile, non viene nè da Monaco, nè da Parigi, nè da Firenze: viene... dal Vaticano.

    R.P. A. Gallerani: L'infallibilit pontificia (ragionamento primo)
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: L'infallibilità pontificia

    L'INFALLIBILITÀ PONTIFICIA RAGIONAMENTI TRE
    TENUTI IN ROMA IN OCCASIONE DEL GIUBILEO PONTIFICALE
    E DEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA DOGMATICA DEFINIZIONE
    dal Padre Alessandro Gallerani D. C. D. G.
    Roma 1871 - Tipografia Editrice Romana1
    __________________
    RAGIONAMENTO SECONDO
    OGGETTO DELLA INFALLIBILITÀ
    Esultate, Filii Sion,
    et laetamini ìn Domino Deo vestro,
    quia dedit vobis Doctorem iustitiae. Ioel 2, 23
    I.

    Strana contraddizione dell'umana natura! L'uomo è nato per la verità, il suo intelletto ne ha un immenso bisogno, il suo cuore ne ha una brama vivissima, e come a dire una fame insaziabile; e frattanto nulla per lui più frequente che scambiare la verità coll'errore, e invece di cibo pigliar veleno. Nè questo solo: ma se intorno alla stessa materia si presentano innanzi al pensiero la verità da una parte, e il sofisma dall'altra; questo sofisma col suo falso bagliore talmente affascina e tira a se l'intelletto, che quasi non gli lascia più agio di fissar l'occhio sopra la luce serena sì, ma cheta e modesta, che circonda la fronte della verità. Intorno alla esistenza di Dio, alla spiritualità dell'anima, alla vita avvenire, ed altre siffatte verità gravissime, e incontrastabili anche a giudizio della filosofia naturale, proponete un sofisma a cento persone: tutte ne sentiranno la forza, ma quanto al rintuzzarla, quanto allo sciogliersi da quella specie di fascino e d'incantesimo, sarà molto se fra le cento le dieci sapranno farlo. Or come va egli che mentre l'uomo è per natura inclinato alla verità, in pratica poi sembra invece più portato verso l'errore? Questa contraddizione, questo disordine, come tanti altri che nell'uomo si veggono, non trova spiegazione adequata che in quel primo disordine, da cui gli altri tutti emanarono; voglio dire in quella ribellione dell'uomo a Dio, che trasse poi seco, come giustissima pena, la ribellione e il disordine della stessa natura umana.

    Non sarebbe egli dunque da dover rendere infinite grazie al Signore, se in tanta corruttela dell'umana natura, in tanta cecità e debolezza del nostro intelletto, ci avesse fornito un mezzo sicuro per distinguere almeno nelle cose di maggiore rilievo, quali son quelle dell'ordine religioso e morale, il vero dal falso? Or ecco ciò che realmente egli ha fatto colla istituzione del Romano Pontificato; ha stabilito un magistero infallibile, che non può insegnare altro che il vero, ha acceso una fiaccola in mezzo alle tenebre, ha detto all'uomo: segui questa luce, e non temere di mai smarrirti. Exultate, Filii Sion, et laetamini in Domino Deo vestro, quia dedit vobis Doctorem iustitiae.
    II.

    Questo è il grande benefizio di cui nel precedente Ragionamento vi spiegai la natura, e di cui oggi mi accingo a mostrarvi eziandio l'estensione. Non basta, o Signori, il determinare in che consista il gran privilegio della pontificia inerranza, e come non sia questo un dogma nuovo, ma fondato nelle divine Scrittore e nella Tradizione, e dalla pratica costante di tutti i secoli riconosciuto. Oltre a ciò che riguarda il soggetto in cui risiede questa inerranza, uopo è dichiarare accuratamente l'oggetto intorno a cui ella versa, cioè stabilire quali sieno le materie, che appartengono al pontificio magistero immune da errore. A che gioverebbe infatti il sapere che il Pontefice è infallibile, se poi non sapessimo in quali cose egli lo sia ? Di più, egli è chiaro che il diritto in lui di insegnare, e il dovere in noi di aderire essendo due cose correlative; noi non potremo mai sapere fin dove si estenda il nostro dovere di aderire, se non sappiamo fin dove si estenda il suo diritto, l'autorità sua d'insegnare. Adunque sia per conoscere l'ampiezza del benefizio divino, sia per intendere l'estensione del nostro dovere, necessario si rende l'esaminare posatamente la sfera, a cui si estende il pontificio infallibile insegnamento.

    Seguitemi dunque con attenzione, e intanto stampatevi ben bene in mente, ciò che forse in appresso mi tornerà in acconcio di rammentarvi, che io, favellando della infallibilità pontificia, non parlo di un peso, parlo di un benefizio.
    PRIMA PARTE
    III.

    Qual è dunque la sfera in cui si aggira l'infallibilità pontificia nel suo insegnamento?

    Il Vaticano Concilio ha definito che il Romano Pontefice è infallibile cum pro suprema sua apostolica auctoritate doctrinam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendum definit. Sentenza breve, o Signori, ma assai sugosa e feconda di molte applicazioni. Le quali a bene intendere fa d'uopo presupporre due principi fondamentali e incontrastabili.

    L'uno si è che l'oggetto della infallibilità pontificia è identico a quello della infallibilità della Chiesa. Imperocchè essendo di fede che quanto v'ha nella Chiesa di luce, di vita, di verità, tutto procede dal Romano Pontefice, che è il capo di questo mistico corpo; ne segue che la Chiesa e il Romano Pontefice non formano già due distinti magisteri o tribunali, ma un tribunale e magistero unico, che ha una doppia maniera di emettere le sue sentenze, ora per l'organo del solo capo, ora per l'organo dei precipui membri congiunti al capo. Dunque noi potremo d'ora innanzi usare promiscuamente queste due frasi, infallibilità pontificia, e infallibilità della Chiesa, perchè tanto si estende la prima, quanto la seconda. Questo pure fu dal Concilio espressamente definito. Definimus Romanum Pontificem... ea infallibilitate pollere, qua divinus Redemptor Ecclesiam suam... instructam esse voluit.
    IV.

    L'altro principio si è che per sapere fin dove si estenda questa infallibilità, non vi è mezzo migliore che il consultare lo stesso Pontefice, la Chiesa stessa.

    Difatti, ammesso una volta che il Pontefice è il Vicario di Cristo, stabilito da lui come Maestro infallibile e Giudice inappellabile; riconosciute una volta le sue credenziali, colle quali a noi si presenta come Ambasciatore di Dio; ragion vuole che noi crediamo alla sua parola quand'egli ci espone l'oggetto e lo scopo della sua missione; ragion vuole che quando egli dichiara una data materia esser compresa nella sfera del suo magistero, noi la riteniamo realmente come compresa. E per verità che sorta di Giudice e di Maestro sarebbe egli, se non sapesse nemmeno quali sono le materie di sua competenza e quali non sono, ovvero sapendolo si arrogasse un'autorità, che egli medesimo conosce di non avere? Nel primo caso sarebbe un ignorante, nel secondo sarebbe un arrogante, e nell'uno e nell'altro il suo tribunale sarebbe inutile, perchè contro qualunque delle sue decisioni potrebbe muoversi l'eccezione o almeno il dubbio: chi sa che egli non abbia travalicato i confini delle sue attribuzioni? Se dunque vuolsi che il suo Tribunale possa servire a qualche cosa, è necessario tener per fermo non solamente che egli non può errare nella sua sfera, ma di più che spetta a lui il conoscere e dichiarare la sfera, che gli fu assegnata da Gesù Cristo. Altrimenti chi dovrà determinarla? Un altro tribunale? Ma allora il tribunale pontificio, se dee subire una revisione o un controllo, non è più supremo e inappellabile. Per conseguenza il solo vedere che il Pontefice pronunzia qualche sentenza sopra di un dato oggetto, e la pronunzia ex Cathedra come Vicario di Cristo e Maestro dei Fedeli, dev'essere per noi un argomento a conchiudere che quell'oggetto realmente appartiene alla sua giurisdizione: nè possiamo cercare migliore dichiarazione della sua potestà, che l'osservare come egli la esercita.
    V.

    Ciò stabilito, entriamo dunque a vedere come la Chiesa abbia inteso ed esercitato questo divino magistero affidatole dal Redentore.

    Ogni potere, le aveva egli detto, a me fu dato in cielo ed in terra: andate dunque e istruite tutte le genti, insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato. Data est mihi omnes potestas a Deo in coelo et in terra: euntes ergo docete omnes gentes... docentes eos servare omnia quaecumque mandavi vobis. Matth. 28. E di nuovo: il Paracleto, che il Padre vi manderà nel mio nome v'insegnerà ogni cosa, e venuto che sia quello Spirito di verità, insegnerà a voi ogni verità. Paraclitus autem Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia... Cum autem venerit ille Spiritus veritatis, docebit vos omnem veritatem. Io. 14-16. In queste parole così ampie e universali si vede chiaramente espressa tutta la estensione della Chiesa nel suo insegnamento. Si vede cioè che tutta l'economia dell'umana salute, tutto ciò che gli uomini debbono credere ed operare per giungere a salvamento, cade tutto sotto l'autorità della Chiesa insegnante, e quindi sotto la sua infallibilità. La quale estensione fu saviamente abbracciata dal Vaticano Concilio con quelle parole: cum doctrinam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendam definit. Doctrinam de fide, ecco le cose da credersi; doctrinam de moribus, ecco le cose da operarsi per conseguire la vita eterna.
    VI.

    Niuno creda però doversi queste parole intendere in senso esclusivo, come se si restringessero alle sole verità esplicitamente rivelate: mentre è certissimo che l'infallibilità pontificia abbraccia ancora quegli altri rami di verità speculative o pratiche, che colle rivelate s'intrecciano, cioè tutte quelle verità che sono connesse necessariamente colla fede e colla morale, e in conseguenza colla eterna felicità.

    Udite infatti con quanta chiarezza ed energia anche prima della Definizione dogmatica si spiegava a questo proposito l'immortale nostro Pontefice nella famosa sua Enciclica Quanta cura, diretta a tutti i Vescovi dell'universo. «Non possiamo passare sotto silenzio la temerità di coloro, che intolleranti della sana dottrina pretendono che senza peccato e senza scapito della professione cattolica si possa ricusare l'ubbidienza e l'assenso a quei giudizi e decreti dell'apostolica Sede, l'oggetto dei quali si dichiara che riguarda il bene generale della Chiesa, i suoi diritti, e la sua disciplina, purchè non tocchino i dogmi della fede e dei costumi. La quale dottrina quanto sia contraria al cattolico dogma della piena potestà del Romano Pontefice conferitagli dallo stesso Cristo Signore, in ordine a pascere, reggere e governare l'intera Chiesa, agli occhi di tutti è manifesto.»

    Fin qui il Supremo Gerarca: dalle parole del quale, deriva spontaneo questo argomento. Per sentenza del Pontefice Pio IX non si può senza peccato e senza scapito della professione cattolica negare l'ubbidienza e l'assenso a quei giudizi e decreti dell'Apostolica Sede, che riguardano il bene generale della Chiesa, i suoi diritti e la sua disciplina, ancorchè non tocchino i dogmi della fede e dei costumi: e quelli che affermano il contrario sono temerari, sono intolleranti della sana dottrina, sostengono una dottrina contraria ad un dogma cattolico. Ora tutto ciò non potrebbe dirsi se il Papa in tali giudizi e decreti non fosse infallibile, perchè altrimenti noi saremmo obbligati sotto peccato e sotto scapito della professione cattolica a credere vero ciò che potrebbe esser falso. Dunque il Papa anche in tali giudizi gode il privilegio della inerranza: dunque questa inerranza non si restringe a quei punti, che appartengono immediatamente alla fede e alla morale, ma si estende a tuttociò che riguarda il bene generale, i diritti, e la disciplina della Chiesa affidatagli dal Redentore.
    VII.

    E per venire più al pratico, e conoscere più partitamente nei casi particolari la materia della infallibilità pontificia, dietro la scorta d'un illustre Teologo (Knocs) ragioniamo così.

    È indubitato che tutto il deposito della divina rivelazione è affidato alla Chiesa e al Venerando suo Capo, il R. Pontefice, il quale ha diritto di cavar fuori da quel deposito quelle verità che crede più opportune per metterle in maggior luce, se sia mestieri, come fece recentemente col dogma della Immacolata. Dunque le verità di tal genere, quelle cioè che apertamente sono contenute nel deposito della rivelazione, sono l'oggetto immediato e primario della inerranza.

    Ma queste verità rivelate trovano sempre contradditori, che coi loro scritti le impugnano. Ora non e egli ufficio del gran Pastore il dire alla greggia: non t'accostare a quei pascoli, che son velenosi? Ma d'altra parte, come potrà egli dir questo con sicurezza, se non sente di poter portare su quegli scritti, in quanto hanno relazione col dogma, un giudizio sicuro ed infallibile? Dunque egli è realmente infallibile nel giudicare i fatti dogmatici, e i libri imbevuti di eresia. E così nel Concilio di Nicea fu condannata la Talia di Ario, nei Concilî di Efeso e di Calcedonia gli scritti di Nestorio, e nelle Costituzioni di Alessandro VII. e di Innocenzo XI. le cinque famose proposizioni di Giansenio fedelmente estratte dal suo Augustinus.

    Simili ai fatti dogmatici sono i fatti morali, come quando il Pontefice nella Canonizzazione dei Santi dichiara solennemente che quella tal anima ha posseduta in vita le virtù in grado eroico, ed ora ne gode il premio nel cielo eternamente beata, e come tale comanda (nella Beatificazione permette, ma nella Canonizzazione comanda) che sia da tutti riconosciuta e venerata. Ora può egli ammettersi che i fedeli possano venire obbligati a venerare come santa un'anima, che forse è dannata, come amica di Dio un'anima, che gli è forse eternamente nemica, e che noi Sacerdoti dobbiamo recitare l'Uffizio e celebrare la S. Messa ad onore di un reprobo? Dunque il Pontefice non può cadere in errore, quando nella Canonizzazione dei Santi proclama che sono in gloria.

    Inoltre i Pontefici lungo il corso da secoli hanno dato la loro approvazione agli Ordini religiosi di Benedetto, di Francesco, di Domenico, d'Ignazio, e simili, dichiarando non già che tutti quei religiosi son buoni, ma che son buone tutte quelle religioni: cioè che lo scopo le regole le costituzioni di quegli Ordini sono moralmente buone, in armonia coi consigli evangelici, e conducenti alla perfezione cristiana. Ora può darsi che abbiano tratto in inganno tutti i fedeli col far loro credere buona e conducente a perfezione una maniera di vita, che fosse invece viziosa e riprovevole? Dunque i Pontefici non van soggetti ad errore nella solenne approvazione, che danno agli Ordini Religiosi.

    Per converso i Pontefici hanno riprovato condannato scommunicato altre Società d'altro genere, come le Società degl'Illuminati, dei Carbonari, dei Framassoni, denunziandole al mondo intero come empie ed immorali. Or come mai il Supremo Maestro della fede e della morale potrebbe ingannare i fedeli, e spaurirli con falsi allarmi, gridando all'empietà ed al vizio dove tutto invece fosse pio, santo, degno di lode? Dunque l'infallibilità pontificia si estende ancora alla solenne condanna delle Società Segrete.
    VIII.

    Ma due capi sopratutto voglionsi segnalare, come soggetti per lor natura alla sorveglianza ed influenza della Chiesa insegnante, dico l'Educazione, e la Filosofia, in quanto si legano colla fede e colla morale.

    E per ciò che riguarda la Educazione, chiara cosa è che per la spirituale prosperità del gregge di Gesù Cristo è di sommo momento che i figli dei fedeli siano educati secondo la retta fede e la sana morale. E perciò chi non vede che la Chiesa ha diritto d'invigilare sul genere di educazione, che loro si porge, e di portarne giudizio, mentre tali sistemi d'educazione in quel che hanno di religioso o d'irreligioso sono senza dubbio come altrettanti fatti dogmatici e morali, cioè connessi col dogma e colla morale?

    Ascoltiamo con riverenza come parla su tal proposito il Santo Padre Pio IX. nel suo Breve Quum non del 1864 diretto all'Arcivescovo di Friburgo. «Certamente l'umana società va soggetta a gravissimi mali, quando l'autorità moderatrice e l'influenza salutare della Chiesa sono escluse dalla educazione della gioventù..... Una educazione che senza il soccorso della dottrina cristiana e della disciplina morale informa le tenere menti dei giovanetti, e i loro cuori facili a piegarsi al vizio, non può che produrre una generazione perniciosissima alle famiglie private, ed allo Stato. E se questo metodo di educazione separato dalla fede cattolica e dalla potestà della Chiesa è di gran nocumento agli uomini ed alla società, quando si tratta della istruzione nelle lettere e negli studi severi, e della educazione che si dà alle classi più elette della società; chi non comprende che mali maggiori verranno da questo metodo, qualora s'introduca nelle scuole popolari? In queste l'educazione religiosa deve occupare il primo luogo: il resto è da riputarsi come accessorio.» Fin qui il Santo Padre.

    Che dovrà dunque dirsi di certi metodi d'educazione, che ai giorni nostri sono in vigore? Forse ne diremo più tardi una parola.
    IX.

    La stessa dottrina vuole applicarsi ancora alla Filosofia, ed alle scienze naturali.

    Non già, vedete, che la Chiesa si voglia ingerire nelle scienze, siccome tali: ella non s'intromette nelle loro premesse, non esamina il corso dei loro raziocini, non discute nemmeno le loro conclusioni, se queste sono di un carattere puramente profano. Ma se poi il risultato di queste ricerche scientifiche (per colpa di checchessia) dovesse riuscire contrario a qualche verità rivelata, egli è ben chiaro che allora quel risultato non ha più un carattere solamente profano, e quindi la Chiesa non può più rimanervi indifferente. Che fa ella dunque in tal caso? Senza punto occuparsi del processo tenuto in quelle ricerche scientifiche, ella prende per così dire in mano quel risultato, lo confronta colla verità rivelata di cui essa è custode, e con questa pietra di paragone ne dà giudizio.

    Ascoltiamo anche qui il sullodato Pontefice in un altro Breve dottrinale (Gravissimas inter) diretto all'Arcivescovo di Monaco, per condannare alcuni scritti di Froschammer, e d'altri Autori. «La Chiesa in virtù della sua divina istituzione è tenuta a conservare il deposito della fede illeso ed inviolato, e allontanarne tuttociò che può opporsi alla fede, e porre a cimento la salute delle anime..... La Filosofia ha bensì libertà di servirsi de' suoi principi, del suo metodo, delle sue conclusioni, come tutte le altre scienze... ma questa libertà deve conoscere e rispettare i suoi confini.... e ad ogni filosofo che voglia essere figlio della Chiesa non sarà mai lecito insegnare cose contrarie a quelle che insegna la Chiesa stessa. Quindi dichiariamo che la sentenza affermante il contrario è al tutto erronea, ed altamente ingiuriosa alla fede ed autorità della Chiesa.»

    Ecco dunque, o Signori, le principali materie intorno a cui versa la pontificia inerranza, la quale può dirsi in generale che abbraccia tuttociò che appartiene alla fede e alla morale, tuttociò che serve direttamente di ajuto o d'ostacolo a conseguire l'eterna beatitudine.
    X.

    Ma voi, sento qualcuno che ormai impaziente di pigliar la parola così m'interrompe: voi avete troppo allargato il campo della infallibilità pontificia: l'estenderla a tante materie è per lo meno una esorbitanza.

    Una esorbitanza? Avete dunque dimenticato sì presto che l'infallibilità pontificia è un benefizio? E trattandosi di un benefizio avete coraggio di lamentarvi e dire che è troppo? Dio buono! Siamo circondati da tenebre d'ignoranza e d'errori d'ogni maniera: abbiamo un bisogno sì grande di una scorta di una guida di un maestro infallibile, che dove non esistesse, converrebbe crearlo: e voi vi lamentate che il Signore ve l'abbia dato? In mezzo a questo caos di confusione e d'oscurità la provvidenza di Dio ha eretto un faro di luce risplendentissima, e voi gli dite: è troppa, Signore, cotesta luce: lasciatemi un poco brancolar nelle tenebre, incespicar negli errori, cadere nei precipizi: è tanto dolce l'andare così errando a tentone! lasciatemi fare. Ma quel che parla in tal modo è egli un uomo, ovvero un animale notturno, una nottola che fugge il sole? Ah! certamente è di coloro di cui disse l'Apostolo S. Giovanni che più della luce si ebber care le tenebre: dilexerunt magis tenebras, quam lucem. Jo. 3. 19. È di coloro che l'italiano Poeta chiamava
    Gente cui si fa notte innanzi sera.

    Ma per rispondere più direttamente, è vero o no che la Chiesa ha sempre mostrato col fatto di ritenersi autorizzata a dare su tali materie un giudizio sicuro, una sentenza definitiva? È vero o no che il sommo Pontefice Pio IX. nella Enciclica Quanta cura diretta a tutti i Vescovi insegna solennemente che intorno a simili cose non si può rifiutare l'ubbidienza e l'assenso senza scapito della professione cattolica? assensus et obedientia detrectari non potest absque peccato, et absque catholicae professionis iactura. È vero o no finalmente che ne dà anche la ragione, soggiungendo che la dottrina opposta è contraria al dogma cattolico della piena potestà pontificia? adversatur catholico dogmati plenae potestatis Romano Pontifici ab ipso Christo Domino divinitus collatae. Se tutto questo è vero, come è indubitato, dunque qui non vi è esorbitanza nessuna, vi è soltanto l'attuazione pratica dell'autorità conferita da Gesù Cristo al suo Vicario.

    Imperocchè giova sempre tener dinanzi quel gran principio, che quando si tratta di qualche insegnamento emanato dal Sommo Pontefice, tutta la quistione si riduce qui: quell'insegnamento fu emanato dal Papa come persona privata, o come Maestro di tutta la Chiesa? Se fu emanato da lui come persona privata, v. g. in un privato colloquio o in una lettera confidenziale, è soggetto ad errore come qualunque giudizio umano. Ma se fu emanato da esso quale maestro universale della Chiesa, dunque il Papa ha parlato coll'assistenza speciale dello Spirito Santo: dunque non ha ecceduto i confini della sua autorità: dunque le cose di cui ha parlato hanno tutte attinenza colla religione: e se alcuno non la vede questa attinenza, che pure è tanto visibile, ne incolpi la sua corta veduta, ma non il Papa; perchè altrimenti l'affronto verrebbe a ricadere sullo Spirito Santo, che non lo avrebbe assistito quanto era d'uopo.
    XI.

    Del resto a me non fa maraviglia che le dottrine ora esposte per taluni abbiano vista d'esorbitanze.

    In questi ultimi tempi, tutti, e persino le donne, hanno voluto dottoreggiare in Teologia. L'antico proverbio: sutor ne ultra crepidam: viene bensì ascoltato nelle cose umane e terrene, e chi non è medico si guarda dal parlare delle cose più recondite della medicina, chi non è matematico si astiene dal metter bocca nei problemi più ardui della matematica: ma per la teologia non così. Non solo il medico e il matematico, ma anche il pescivendolo, il fruttaiuolo, il facchino di piazza si crede in diritto di sedere a scranna, e sputar tondo, e trinciare reciso le sue sentenze su quelle materie gravissime, su cui tanto sudarono ed impallidirono le dotte fronti dei Tommasi e dei Bellarmini. Se voi gl'interrogate sui misteri principali di nostra fede, li troverete non poco imbarazzati a rispondervi: ma sulle quistioni più alte della teologia son tutti Dottori e Professori da disgradarne Sorbona e Salamanca. E tutti questi tesori di scienza sacra donde li hanno cavati? Li hanno cavati in massima parte da quelle arche di teologia che sono le gazzette scritte da Ebrei, o da Cristiani più o meno rinnegati e peggiori degli Ebrei. Questi sono stati i Santi Padri della teologia popolare, questi hanno formato l'opinione pubblica, questi colla loro irrefragabile autorità hanno dato alle dottrine cattoliche il nome d'esorbitanze; e il gregge degli stupidi pecorilmente ha detto amen. Ma a questi ultimi l'Alighieri ripete:
    Uomini siate, non pecore matte.

    E ai barbassori che si son fatti loro maestri rivolge accigliato quella severa domanda :
    Or chi se' tu, che vuoi sedere a scranna
    Per giudicar da lunge mille miglia
    Colla veduta corta d'una spanna?
    XII.

    Ma insomma, gridano altri a squarciagola, Dio solo è infallibile, e nessun uomo può pretendere a tanto.

    Dio solo è infallibile! Ecco la grande obbiezione, che abbiamo appunto letta sulle gazzette, e udita più volte fin sulle pubbliche piazze; ma è proprio, scusate, è una obbiezione da piazza.

    E per atterrarla basta riflettere che parimente Dio solo può far miracoli: eppure nelle divine Scritture troviamo tanti miracoli operati da un Mosè, da un Giosuè e da altri insigni taumaturghi. Dio solo vede il futuro: eppure nell'antico e nel nuovo Testamento troviamo tanti Profeti e tante Profezie. Dio solo legge nei cuori: eppure gli arcani dei cuori furono più volte da uomini santi conosciuti e manifestati. Come si combinano queste cose in apparenza sì opposte? In una maniera ben semplice: riflettendo cioè che alcune di quelle prerogative che sono proprie di Dio, Dio medesimo le può communicare e le communica infatti ad alcune sue creature, in quel grado e misura che più gli piace. Or dite altrettanto nel caso nostro. Dio solo è infallibile: per natura ve lo concedo, ma per partecipazione lo è anche il suo Vicario in quel grado e in quel modo che abbiamo già divisato; in quanto cioè è il Signore medesimo, che parla per bocca sua. Adunque l'infallibilità del Pontefice si risolve nella stessa infallibilità di Dio, in quel modo che la potenza e la prescienza spiegata dai Taumaturghi e dai Profeti non era altro che la potenza e scienza di Dio manifestata per mezzo loro.

    Sapete voi donde nasce questa sì decantata obbiezione? Nasce dal non capirsi o non volersi capire la vera radice, la cagione formale della infallibilità pontificia. Si vede che nessun uomo, per quanto dotto e savio e prudente si voglia, va mai del tutto esente da errori, e se ne conchiude: dunque neppure il Papa può andarne esente. Ma questo è un partire da un falso supposto. Si suppone cioè che l'inerranza venga da noi attribuita al Pontefice per le sue qualità personali, e questo è falsissimo. Noi non diciamo: il Papa è infallibile perchè è dotto, è infallibile perchè è santo, è infallibile perchè è molto prudente; nulla di tutto questo: diciamo invece: il Papa è infallibile quando parla ex cathedra, perchè allora ha un'assistenza soprannaturale e speciale dello Spirito Santo, che non lo lascia cadere in errore. Quindi ecco in due parole la risposta alla vostra obbiezione. Ogni uomo può errare; ve lo concedo: dunque anche il Papa può errare; quando parla come uomo, l'ammetto; quando parla come organo di Dio, lo nego. Intesa una volta questa cagione formale della inerranza è inteso tutto, ed è svanita ogni obiezione. Ma è inutile mostrar la luce a chi chiude gli occhi per non vederla: e assicuratevi pure che all'uscire di Chiesa sentirete di nuovo qualche valentuomo ripetervi con magistrale sussiego: Dio solo è infallibile. Egli crederà di aver detto una grande sentenza, e avrà invece mostrato una grande insipienza. Bisogna compatirlo.
    XIII.

    Intanto da quest'ultimo pensiero raccogliamo una conclusione pratica molto importante.

    Se quando parla solennemente il Vicario di Cristo, non è l'uomo che parla, ma Dio per bocca sua; dunque chi ricusa d'ascoltare il Pontefice, ricusa d'ascoltare Dio medesimo. Qui vos audit, me audit; qui vos spernit, me spernit Luc. 10. Costui rassomiglia all'indurato Faraone, il quale, quando Mosè gli parlava a nome di Dio e gl'intimava i suoi ordini, chi è questo Dio, soleva rispondere, perchè io debba ascoltar la sua voce? Quis et Dominus, ut audiam vocem eius? Nescio Dominum. Ex. 5. Al modo stesso costoro soglion dire col fatto al novello Mosè che loro parla del Vaticano: noi non vogliamo ascoltare che noi medesimi: che ha da far con noi il Signore? Quis est Dominus ut audiam vocem eius? Non vogliamo saper nulla di lui: nescio Dominum. Ma il sacro Testo ci dice che quel Faraone, che disprezzò la voce di Dio parlante per Mosè, poco dopo finì con tutti i suoi sommerso nei flutti del mare rosso: submersi sunt in mari rubro. Ex. 15. E gli odierni disprezzatori della parola di Dio, che parte dal Vaticano, dove finiranno? Quei che proclamano che l'educazione non si mescoli di catechismo, che la morale si emancipi dalla religione, che la filosofia tenga alta contro la Chiesa la bandiera del libero pensiero, qual sorte preparano ai figli vostri, Signori, e alla società tutta intera? Ah! forse.... forse un altro mar rosso!!

    L'oracolo del Vaticano aveva già proclamato, come vedemmo testè, che tali sistemi, oltre ad essere irreligiosi, sarebbero tornati alla società perniciosissimi ed esiziali. La società moderna al Vaticano nol volle credere: lo creda dunque alla dolorosa esperienza dei fatti. Lo creda alle Comuni, che impiantano audacemente il regno del terrore: lo creda alle Internazionali, che da un capo all'altro del mondo fanno tremar sui suoi cardini la terra tutta: lo creda alle Megère, che con in mano l'incendiario liquore scorrono inferocite di casa in casa: lo creda a quei monti di rovine, a quei fiumi di sangue, a quei laghi di fuoco, che minacciano di assorbire altre Parigi. Ecco gli effetti della Educazione atea, della Morale indipendente, della Filosofia emancipata: ecco i vantaggi d'aver detto al Signore nel suo Vicario: nescio Dominum, nescio Dominum.

    Da queste fonti nascon torrenti d'iniquità, questi torrenti mettono capo nel mare, e questo mare è il mar rosso, dove i Faraoni trascinano seco a trovarvi la tomba popoli interi!

    O buon Signore, non permettete che il vostro popolo cada in mano a costoro: Ne tradas bestiis animas confitentes tibi. Ps. 73.
    SECONDA PARTE
    XIV.

    Dichiarato così l'oggetto su cui versa l'infallibilità del R. Pontefice, rimane ancora chiarito l'oggetto della nostra sottomissione: poichè, come accennai da principio, il diritto in lui d'insegnare con autorità infallibile, e il dovere in noi di ubbidire con docilità assoluta, essendo due termini correlativi; quanta è l'estensione dell'uno, altrettanta dev'essere quella dell'altro.

    Io peraltro vorrei che la nostra ubbidienza verso la Chiesa e il Pontefice non fosse misurata, stentata, compassata, ma piena spontanea volonterosa, e per dir tutto in una sola parola, una ubbidienza tutta figliale.

    Or tale non è certamente l'ubbidienza di coloro, che prima di chinare la fronte alla parola della Chiesa o del Pontefice, istituiscono sulla medesima quasi fiscaleggiando un sottilissimo esame, non forse manchi di qualche formalità per essere proprio definitiva, non forse ecceda quei limiti fra cui si dee contenere. Poi, quando pure si piegano ad accettarla, vi appongono tante condizioni, tante clausole, tante riserve, che al tutto la snervano, e ne riducono al niente l'esecuzione. Parvi ella questa l'obbedienza di un discepolo docile, o non piuttosto il fare di un maestro, che rivede al discepolo il suo dettato, e a suo senno lo modifica e lo corregge, e qualche parte ancor ne cancella? È questa la sommissione di un figlio amoroso; o non piuttosto la resa di un nemico, che prima di cedere al nemico una piazza, viene con lui a severa capitolazione? Oh! guai a quel Cattolico, che sta sempre in sospetto che la Chiesa non si arroghi sopra di lui troppa autorità, che la guarda con occhio bieco e con un sentimento generale di diffidenza, che cova in cuore contro di lei una segreta amarezza, come se lo trattasse con soverchia durezza e a modo di matrigna più che di madre: guai a questo Cattolico! tra lui e il Protestante non v'è che un passo!
    XV.

    Chi è cattolico vero, cioè sinceramente affezionato alla Chiesa e al Pontefice, gode anzi d'esaltarne l'autorità, e in se stesso e negli altri, e colla parola e coll'opera, e in privato ed in pubblico, con tutti infine quei mezzi che sono in suo potere. E se in qualche materia si solleva un dubbio, una quistione, una disputa, egli si sente tosto inclinato a risolverla in senso favorevole alla Chiesa e al Pontefice, come figlio che cura gl'interessi del padre e della madre. Che cattolici sono dunque coloro, i quali provano un istinto tutto contrario, un istinto cioè d'opposizione sistematica e permanente alla Chiesa, un istinto di propensione alle persone e alle cose che la travagliano? Si fanno da tutte le parti del mondo indirizzi di gratulazione all'autorità pontificia? Non se ne curano, anzi li hanno a schifo. Si leva in qualche luogo uno stendardo di ribellione più o meno aperta e violenta? Ne menan festa, e corrono ad arruolarvisi. Si dichiara contro il Pontefice un qualche Teologo? Forse prima non l'avevano sentito mai nominare, forse il suo nome non lo sanno nemmeno pronunciare, forse i suoi scritti non li hanno mai letti, certamente poi non sono in grado di giudicarne, ma tuttocciò non importa. Appena han saputo che cerca di sminuire l'autorità pontificia, quello è un Teologo, quello è un'Aquila, quello è un Ingegno superlativo. E gli altri? Gli altri son tanti ciuchi, che non intendono nulla. Anche S. Tommaso? Anche lui, se bisogna. Ma e voi dunque che sarete allora voi? Figlio della Chiesa Cattolica, donde vi viene tutta questa antipatia per vostra madre, e questa simpatia pe' suoi nemici? Io non so se m'inganni: ma agli occhi miei un figlio che simpatizza pei nemici di sua madre, che si accorda con loro, che non finisce mai d'applaudirli e d'esaltarli, questo figlio ai miei occhi ha qualche cosa di mostruoso!
    XVI.

    Eppure di questi tali ne abbiano non pochi nel mezzo nostro: parecchi tra il volgo, e parecchi ancora tra quelli che per qualche prerogativa dal volgo pur si sollevano. Sono i discendenti dei Giannoni, dei Febroni, dei Tanucci, dei Tamburini. Sono gli allievi di quella scuola, che nel secolo scorso e nella prima metà del nostro regalò alla Chiesa le squisite delizie del Regalismo, del Giuseppismo, del Leopoldismo. Sono gli avanzi di quello sciame di cortigiani, che ronzavano intorno ai troni d'allora, e mai non finivano di susurrare ai regnanti che si guardassero bene dal Vaticano: che guai se l'Altare prevalesse sul Trono! guai se il Triregno splendesse più della Corona! bisognava dunque abbassar quell'Altare, oscurar quel Triregno, incatenare al muro quel Pastorale: bisognava tenersi in guardia severa non dalle società segrete, non dalle rivoluzioni latenti, non da nemici interni od esterni: il Vaticano, il Vaticano, quello era il grande nemico da tener d'occhio!... E i perfidi consigli furono ascoltati, e quei troni temettero l'ombra dell'altare, e da se la rimossero più che poterono: ma poi qual sorte ebber quei troni? Dove son ora?... Et nunc reges intelligite, erudimini qui iudicatis terram. Ps. 2.

    Oh! sì, lo intendano i grandi del secolo, e coi grandi anche i piccoli si persuadano che gli oracoli del Vaticano si voglion ricevere non con paura o sospetto, ma con amore e con giubilo; non a modo di una condanna, ma anzi di un benefizio; non come la voce di un odioso rivale, ma di un padre amoroso, che cerca il bene dei figli, e però dice a tutti: Venite, filii, audite me, timorem Domini docebo vos Ps. 33.

    R.P. A. Gallerani: L'infallibilit pontificia (ragionamento secondo)
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: L'infallibilità pontificia

    L'INFALLIBILITÀ PONTIFICIA RAGIONAMENTI TRE
    TENUTI IN ROMA IN OCCASIONE DEL GIUBILEO PONTIFICALE
    E DEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA DOGMATICA DEFINIZIONE
    dal Padre Alessandro Gallerani D. C. D. G.
    Roma 1871 - Tipografia Editrice Romana1
    __________________
    RAGIONAMENTO TERZO
    ACCUSE E DIFESE
    Esultate, Filii Sion,
    et laetamini in Domino Deo vestro,
    quia dedit vobis Doctorem iustitiae. Ioel 2, 23
    I.

    Dote propria ed intrinseca della verità è l'esser ferma ed immutabile, come quel Dio dalla cui mente si origina, e poi riverbera nell'intelletto umano. E per contrario qualità dell'errore suol essere la mobilità, l'incostanza, ed una perpetua oscillazione. Per la qual cosa con molto accorgimento un gran Genio volendo dimostrare coi fatti che la Protestante Riforma era opera dello spirito dell'errore, intitolò il suo scritto Storia delle variazioni, compendiando cosi nel solo titolo un'intera confutazione. E certamente non è chi non guardi senza un sospiro di compassione quel progresso d'errori sempre crescenti, che dopo trecento e più anni di svariati deliri, finalmente ai dì nostri (come fu da altri giustamente osservato) ha trascinato il protestantismo dottrinale germanico nel baratro di una quasi assoluta incredulità. Non è chi non pianga al vedere d'altra parte i figli di quella, che un giorno fu giustamente appellata l'Isola dei Santi, ripudiata la veste immacolata e inconsutile di Gesù Cristo, convulsamente contendersi gli uni agli altri gli ultimi avanzi della logora gonna di Elisabetta.

    Ma se questo non avviene tra noi; se la nostra credenza nel lungo corso dei secoli si mantien sempre una, e con ciò stesso si mostra vera; se quel che in Roma credevasi al tempo del Principe degli Apostoli è quel medesimo che si crede anche oggi sotto il ducentesimo cinquantesimo sesto suo Successore; a chi dobbiamo saperne grado? A quel Faro luminoso, che in mezzo alle burrasche del secolo mostra maisempre la retta via; a quella Cattedra sublime, da cui parte una voce infallibile a sfolgorare gli errori, e mantenere i diritti della verità; dico al Romano Pontificato. Senza di esso, la misera sorte toccata agli altri sarebbe toccata a noi pure: saremmo anche noi al pari di loro trastullo di furbi aggiratori, canne mobili ad ogni vento, pecore erranti senza pastore. Exultate, Filii Sion, et laetamini in Domino Deo vestro, quia dedit vobis Doctorem iustitiae.

    Eppure vi sono parecchi, che invece d'essere grati al benefizio par se ne adontino, e al tutto lo negano e disconoscono. Che hanno dunque trovato da apporgli contro? Sentiamo pure le loro ragioni, ascoltiamo le loro difficoltà, e lo snodarle servirà io confido di ulteriore schiarimento alle dottrine esposte nei due passati Ragionamenti.

    Queste difficoltà son molte e varie, ma io farò di richiamarle come a tre capi, il primo dei quali vien tratto dalla ragione, il secondo dalla storia, il terzo da un altro fonte, che poi diremo. Così avverrà che tra quelle che abbiamo sciolte nei giorni scorsi incontrandole per così dire nel nostro cammino, e quelle che ora affronteremo di proposito per dissiparle, tutte le obbiezioni restino annientate, tutte le ombre fugate, e agli occhi di chi la cerca con buona fede chiara risplenda la verità.
    PRIMA PARTE
    II.

    Fin dal primo Ragionamento, se vi ricorda, noi abbiamo procurato di nettamente distinguere l'infallibilità pontificia dalla impeccabilità, dichiarando come la prima è ben diversa dalla seconda, anzi concedendo apertamente che nei Pontefici si possono trovare le debolezze e i difetti di questa povera natura umana. Or di questa concessione si abusano gli avversari, argomentando contro di noi in questa forma.

    Voi, dicon essi, ci avete accordato che il Pontefice non è impeccabile, nè va esente dagli umani difetti. Non potrebbe dunque accadere che egli nell'emanare qualche definizione ex cathedra si lasciasse condurre da qualche passione o pregiudizio, o almeno operasse con leggerezza e con imprudenza? Ed in tal caso quale autorità potrebbe avere la sua parola?

    Questa obbiezione, o Signori, nasce dal non avere ancora ben chiaro in mente il genuino concetto della inerranza. Qui si suppone che ella sia come una conseguenza delle altre doti che trovansi nel Pontefice, che sia come una qualità sua personale risultante dagli altri suoi pregi parimente personali; ma non è così. Quante volte dobbiamo ripetere che l'infallibilità non è una dote personale, ma un privilegio concesso da Dio al Pontefice, non a pro del Pontefice stesso ma a pro della Chiesa, e annesso unicamente all'esercizio supremo dell'autorità pontificia? Che importa dunque nel caso nostro che il Pontefice patisca difetto o di santità, o di dottrina, o di prudenza, o d'altra simile dote? Che monta che il canale sia di legno o di oro, quando l'acqua che mena siamo certi che è sempre pura e salubre, perchè celeste? Quel Dio che parlò per la bocca di Balaam, Profeta certamente nè santo nè savio, non può parlare ugualmente per bocca di un altro suo Ministro, ancorchè in qualche parte sia difettoso?

    Ma costui, se è capriccioso, potrà definire ex cathedra un qualche articolo temerariamente e all'impazzata.

    Falso, perchè quella stessa Provvidenza che ha promesso l'infallibilità al Pontefice parlante ex cathedra, quella stessa farà sì che il Pontefice non parli ex cathedra senza la conveniente maturità. Altrimenti qual pro del sapersi che la parola del Pontefice è infallibile quando fu emessa con la debita prudenza, se poi nei casi pratici potessimo dubitare se siasi adoperata questa prudenza? Dunque o la divina assistenza promessa al Pontefice impedirà in lui ogni imprudenza nell'esercizio del supremo suo magistero; ovvero, se qualche imprudenza siavi occorsa, la sanerà di maniera, che non possa produrre niun tristo effetto, e che resti sempre vero per la bocca del Pontefice esser passata la parola di Dio.

    Brevemente: a quel modo che una Messa è sempre valida, sia qualunque la disposizione del Sacerdote che la celebra; così una Definizione ex Cathedra è sempre infallibile, qualunque sia la qualità del Pontefice che la emana; perchè nell'un caso e nell'altro non è l'uomo che opera, ma la virtù di Dio.
    III.

    Sia pure, ripigliano, fin che si tratta di religione; ma con che diritto venire ad invadere il libero campo della ragione? L'infallibilità pontificia coll'arrogarsi autorità sulle scienze tarpa le ali dell'ingegno umano.

    Ma chi vi ha detto che ella invade il dominio della ragione e delle scienze? Come ho spiegato nel precedente Ragionamento, ella non fa altro che star ferma al suo posto, e custodire gelosamente il deposito della fede che da Dio le venne affidato, e poi dice alle scienze: giratemi intorno fin che volete, solo badate di non urtarmi. Non è dunque la fede che invade i domini della ragione, è piuttosto la ragione che talvolta invade quei della fede urtandone un qualche dogma; e allora la Chiesa le intima: addietro, temeraria! E questo è un tarpare le ali dell'ingegno umano? Ah! ben diceste. Dunque secondo voi il volo dell'ingegno umano consiste nel potere aggirarsi nei campi aerei senza guida nè freno, a guisa di un globo areostatico, alla mercè d'ogni vento? Avete dunque dimenticato
    ... che ai voli troppo alti e repentini
    Sogliono i precipizi esser vicini ?

    Avete dimenticato qual termine avesse lo sfrenato volo di un Icaro e di un Fetonte? Voli pur dunque l'ingegno umano nelle vaste regioni della scienza, ma non vada a dar di cozzo contro la fede. Spazî pure liberamente cercando la verità, ma si ricordi che verità non può essere quello che è contrario alla fede; perchè l'autore della ragione essendo il medesimo che l'autore della rivelazione non può trovarsi in contraddizione con se medesimo. Indaghi pure col sussidio della Chimica, della Fisica, della Storia Naturale, indaghi sottilmente le proprietà del corpo umano; ma se poi sia tentato di conchiuderne che tutto l'uomo non è altro che una grande Scimmia, sopporti in pace che un Dedalo amoroso lo avverta per tempo che le sue ali si sfasciano, che il suo volo convertesi in precipizio, e gli gridi ben alto:
    Icaro, ohimè! troppo alto Icaro sali,
    Ferma Icaro il tuo volo, e abbassa l'ali.

    E la voce patema che così parla, voi l'accusaste di despotismo? E la mano che vi ferma per aria, affinchè non cadiate, voi vi volgete a morderla rabbiosamente? Ma questo è un imitare quell'infermo furente, che si rivolta contro il suo medico: questo è l'ultimo eccesso della stoltezza e del delirio.
    IV.

    Aggiungete che l'umano intelletto, quantunque sia libero, sente così bene il bisogno di una guida che lo dirigga, di un duce che lo preceda, che se non l'ha, ne va in traccia, e se gli si offre, l'accoglie avidamente.

    Osservate. Quasi tutti i sistemi scientifici prendono il nome dal capo che gl'inventò: ed anche gli odierni impugnatori della infallibilità pontificia che cosa hanno fatto? si son ribellati all'autorità del Pontefice, ma poi.... han chinato la fronte ad un'altra autorità. Sentirono parlare di un tal Candelabro, che mandava non so qual luce tra le nebbie della Germania: e tanto bastò per inchinarvisi profondamente. Certo non era a questo che Bonifazio l'Apostolo aveva indirizzato lo sguardo germanico, sì a quello che è situato nel mezzo della casa di Dio. Ma costoro non poser mente dove fosse locato quel Candelabro, se sull'altare o sulla mobile sabbia, se la luce che mandava fosse limpida ovvero torbida, se più ne uscissero raggi o vortici di fumo: nulla di tutto questo. Sentirono di aver bisogno di una stella qualunque, che li guidasse, e si rivolsero a questa, senza riflettere che era una nebulosa. Sentirono di avere necessità di una guida, e pecorilmente si attergarono a questa, senza badare che conducevali al precipizio.
    E quel che fa la prima e l'altre fanno,
    Addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
    Semplici e quiete, e lo perchè non sanno.

    Ma se una guida era necessaria, perchè dunque non cercarla in Vaticano? Perchè quella del Vaticano è data da Dio, e l'orgoglio umano da Dio non la vuol prendere: piuttosto ne fa senza. Sì, fin che può, vuol far da se, camminar co' suoi piedi, guardar co' suoi occhi, lusingandosi di poter sapere da se ogni cosa, secondo la bugiarda promessa dell'antico suo seduttore: eritis sicut dii, scientes bonum et malum. Gen. 2. Poi quando sente a prova che da sè solo non basta, che ha bisogno di una guida, allora egli dice superbamente al Signore: una guida mi è indispensabile? Bene, la prenderò: ma non isperate d'esser voi la mia guida: nè voi nè il vostro Vicario non lo sarete mai. Fra le file dei vostri avversari saprò ben io trovarne uno al bisogno: a lui crederò tutto, a voi niente: ritiratevi.

    Così un giorno gli Ebrei del deserto piuttosto che il Dio d'Israele si volsero ad adorare il vitello d'oro fabbricatosi colle lor mani: così più tardi gli Ebrei di Gerosolima piuttosto che Cristo acclamarono Barabba: così ai giorni nostri gli eredi della giudaica perfidia piuttosto che il Vicario di Cristo mettono sull'altare qualunque Anticristo lor si presenti: et nunc Antichristi multi facti sunt. Ep. Jo. 2. 18.
    V.

    Il secondo fonte di obbiezioni contro l'infallibilità pontificia è l'ecclesiastica istoria, di cui si è fatto da molti uno strazio crudele.

    Che venite voi, hanno detto, che venite a parlarci d'infallibilità pontificia, mentre è un fatto incontrastabile che alcuni Papi son caduti in errore? La Storia è là, e contro la storia si spuntano tutti i vostri sofismi.

    È vero, Signori, la Storia è la: ma il male si è che si lascia là senza leggerla, oppur si legge con occhi annebbiati da pregiudizi.

    Intendiamoci dunque chiaramente una volta. Nella persona del R. Pontefice si debbon distinguere due personaggi, l'uomo, ed il Papa. L'uomo può errare come un altro uomo, e quindi tutte le azioni che egli fa semplicemente come uomo, sono al tutto estranee al nostro argomento. Il Papa poi ancor egli può commettere un qualche errore nell'esercizio d'alcuno degli infiniti atti della sua ecclesiastica amministrazione: ma non mai quando insegna, non mai quando pronunzia ex cathedra qualche dottrina. Cum doctrinam aliquam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendam definit.... infallibilitate pollet. Queste cose abbiamo già chiarite e dimostrate. Or dunque ammassate pure finchè vi piace l'uno sull'altro i fatti dei Liberî, dei Zosimi, dei Vigilî, degli Onorî, degli Innocenzi, degli Adriani, di quanti altri vorrete: contro di noi non proverete mai nulla, finchè non avrete ad evidenza provato: 1.° che quel detto o quel fatto fu un vero errore, 2.° che quell'errore versava in materia di religione, 3.° che quell'errore fu insegnato ex cathedra, cioè dal Pontefice in quanto Maestro universale. Una sola che manchi di queste tre condizioni basta ad atterrare tutto il sofisma. Ora fra tanti errori che gli avversari attribuiscono ai Romani Pontefici non ve n'è alcuno in cui non manchi or l'una or l'altra di queste tre condizioni: dunque quei fatti si citano tutti fuor di proposito.

    Non vi aspettate, o Signori, che io voglia stamane rimescolare le ceneri di quei Venerandi Pontefici, omai stanche, cred'io, dell'indiscreto agitarle che si è fatto per lungo tempo. Per chi li brami non mancano nè grandi volumi, nè piccoli opuscoli a cui ricorrere. A me basterà fra gli accusati Pontefici sceglierne due a saggio degli altri, il più antico, ed uno dei più recenti, perchè d'ambedue in particolare si è fatto strazio nei giornali, che sono i libri del popolo: e al popolo, non ai teologi, io qui favello.
    VI.

    Il primo tra gli accusati Pontefici è lo stesso S. Pietro. Guardate, essi dicono, S. Pietro è giunto fino a rinegare Gesù Cristo: e voi sostenete che i Papi sono infallibili?

    Sì, lo sosteniamo, e la caduta di S. Pietro non ci smove punto, perchè non ha nulla da fare col caso nostro.

    Fu essa certamente un fallo gravissimo: ma in primo luogo non fu una mancanza di fede, fu piuttosto una mancanza di coraggio e di fortezza nel professarla. Anche là in quell'atrio malaugurato Pietro credeva benissimo nel suo Maestro: ma la paura gli chiuse dentro al cuore la fede, e gli strappò dal labbro una menzogna.

    Di più, questa stessa menzogna non riguardava la divinità di Gesù Cristo, nè altro dogma di fede, ma solo il fatto materiale del conoscere o non conoscere la sua persona. Non disse: costui non è figlio di Dio, come si spaccia: ma solamente: io non lo conosco, non ho che fare con lui, non novi hominem. Qui dunque Pietro disse un errore contro una verità di fatto, non contro una verità di fede: disse una bugìa, non un'eresia.

    Finalmente, sia che si vuole di quel suo fallo: che monta? Quando Pietro lo commise, non era ancora Pontefice e Capo della Chiesa. Imperocchè chi non sa che il primato fu bensì promesso da Cristo a Pietro prima della sua passione, ma non gli fu poi conferito se non dopo la sua risurrezione, allorchè gli fu detto: pasce agnos meos.... pasce oves meas? Fintanto che Cristo visse, fu egli il Capo visibile della sua Chiesa, egli il Pontefice: solamente quando fu risuscitato da morte, quando stava per lasciare la terra e salirne al cielo, allora solo lasciò in sua vece S. Pietro, che governasse la Chiesa sua. A che pro ci ricordate voi dunque un fallo commesso da Pietro, quando non era ancora investito dell'autorità pontificia? Noi sosteniamo che quando il Pontefice insegna ex cathedra non può insegnare nessun errore: e voi ci opponete un fatto di Pietro in cui egli non insegnò nulla, e quando pure alcuna cosa avesse insegnata, a quel tempo non era ancora Sommo Pontefice? Noi parliamo di Papi, e voi ci opponete un semplice Apostolo?

    Per verità, a me non fa maraviglia che di quest'arma si siano valsi gazzettieri ignoranti: ma mi stupisco al vederla in mano del primo Campione del Gallicanismo, cui nessuno può negare scienza eminente. Quando i pregiudizi e le passioni mettono agli occhi la benda, parlano da sconsigliati anche i Bossuet!
    VII.

    Nè con migliore successo allegossi recentemente un altro fatto tolto dalla storia del nostro secolo, e del quale i più vecchi tra voi, o Signori, forse conservano la rimembranza.

    Nel principio del secol nostro il Santo Pontefice Pio VII strappato dal Vaticano e da Roma, tradotto violentemente in Francia, satollato d'obbrobri e d'amarezze, si trovava rinchiuso nel Castello di Fontainebleau, tenutovi prigioniero da quel Gigante, che nella sua mano di ferro stringeva allora le redini di tutta Europa. Costui adunque un bel giorno presenta al suo Prigioniero da sottoscrivere un foglio, in cui era steso un Concordato fra la Chiesa e l'Impero, grandemente nocivo alla Chiesa stessa, e tutto conforme alle mire ambiziose del fiero despota. Il Pontefice legge e si ricusa: l'altro insiste, ed egli fermo: per più giorni colui promette, minaccia, strepita, ma sempre indarno. Ma il Pontefice era vecchio, ed affranto dagli anni, dai dolori, dalle malattie, dai patimenti incredibili, che da più anni già tollerava. In quella prigione gli erano stati tolti dal fianco i suoi più fidi: non aveva dintorno che falsi amici e consiglieri malvagi: non uno che venisse a sostenere quell'animo oramai avvilito e prostrato dal lungo patire, e che già cominciava a barcollare riputando minor male una pace qualunque data alla Chiesa, che uno stato di cose sì violento e pernicioso. In una parola al buon Pio VII snervato di corpo e di spirito non era rimasta, come dice il Rohrbacher, che la facoltà di quel movimento della mano, che ancora può scrivere materialmente un nome... e quel nome fu scritto appiè del Concordato.

    Ma che? Nel tempo stesso che per comando dell'Imperatore esultante si cantavano in tutte le Chiese solenni Te Deum, il buon Pio nella sua stanza appiè d'un Crocifisso amaramente piangeva, recitando il Miserere. Trafitto dal più acerbo rimorso, caduto in una profonda tristezza, riputavasi indegno d'accostarsi all'Altare, e per più giorni s'astenne dal celebrare la S. Messa. Nè il suo cuore racquistò la pace perduta, finchè non prese un altro foglio, scrivendo dalla stessa prigione al suo oppressore una lettera, in cui fra le altre si leggono queste parole. «Il timore dei giudizi di Dio ci deve rendere superiori ad ogni considerazione umana... Noi dunque alla presenza di Dio riconosciamo con dolore e confusione che la nostra coscienza non può eseguire quello che abbiamo imprudentemente promesso, non già per alcuna malizia (come Dio ci è testimonio) ma per pura debolezza, e come cenere e polvere. Riconoscendo la nostra coscienza cattivo il nostro scritto, noi pubblicamente lo confessiamo cattivo, e vogliamo che interamente sia cancellato». Così egli.

    Ecco il fatto di cui certi maligni hanno abusato volgendolo in arme a combattere l'infallibilità pontificia: ma questa pure è un'arma di vetro. Nel sottoscrivere quel Concordato è fuor d'ogni dubbio che il Papa sbagliò, perchè lo confessa egli medesimo; ma che sbaglio fu quello? Lascio che quell'atto non era valido perchè operato sotto la pressione di una violenza: e questa offese sì altamente il Signore, ch'egli dispose che in quello stesso Castello in cui quel prepotente Monarca avea strappato di mano al Pontefice quella sottoscrizione, in quel Castello medesimo fosse anch'egli costretto l'anno seguente a sottoscrivere la sua abdicazione all'impero. Il che diè motivo ad un poeta di que' giorni di lasciarci in una sua celebre Cantica questa terzina, che forse a qualche altro poeta ne ispirerà più tardi una simile:
    E scrisse sul fatal Fontaneblèo:
    Qui contro Cristo Bonaparte strinse
    La sacrilega spada, e qui cadèo.

    Lascio che quello fu un errore momentaneo immantinente seguito da una piena riparazione. Lascio che questa riparazione fu per lui più gloriosa che umiliante non era stato l'errore; perchè se lo sbagliare è di tutti, il riconoscer lo sbaglio, e confessarlo pubblicamente, e confessarlo prevedendo da ciò gravi sevizie, è proprio soltanto dei generosi. Lascio tutto questo, e domando: in che consisteva quell'errore? Consisteva nell'aver troppo ceduto alle esigenze di un prepotente, nell'avergli concesso delle facoltà eccessive, nel non aver saputo tenersi fermo più a lungo nel suo Non possumus. Consisteva cioè nell'aver fatto come un vecchio padre, che non potendo più frenare un figlio arrogante, in un momento di debolezza si lascia andare a concedergli quello che vuole. Ecco tutto. Ma ivi non era nessuno insegnamento, nè intorno la fede, nè intorno la morale, nè vero, nè falso, nè buono, nè cattivo.

    Adunque che cosa prova questo fatto? Prova che il Pontefice ancor egli è figlio di Adamo, è cenere e polvere come disse sì bene l'umile Pio VII, e che quindi può errare nelle sue azioni: ma non prova ch'ei possa errare nei suoi insegnamenti, perché d'insegnamento in quello scritto non v'è pur sillaba.

    Quello dunque che dovrebbero fare gli avversari sarebbe di citare di mezzo a tante Costituzioni Apostoliche, che furono emanate in quasi venti secoli, citarne una, almeno una, che abbia proposto alla Chiesa una qualche dottrina da credere, e che poi abbia avuto mestieri di essere riformata. Questo dovrebbe farsi, ma questo si aspetta ancora.
    VIII.

    Questo anzi si è fatto, entra qui un cotale che non è degno di essere nominato da questo luogo. Ecco qua due Bolle di diversi Pontefici, Clemente XIV e Pio VII: il primo sopprime la Compagnia di Gesù, il secondo la rimette in vigore: dunque l'uno dei due ha certamente sbagliato.

    Signori, io mi sarei volentieri passato di questa obbiezione, e ben capite il perchè. Ma siccome uno dei più tristi e più divulgati giornali l'ha imbandita per più giorni ai suoi lettori come una ghiotta vivanda, cuocendola e ricuocendola in più maniere; così a pubblica dicerìa pubblica risposta, affinchè se a tutti fu propinato il veleno, a tutti si porga anche l'antidoto.

    Adunque qual è il fallo in cui gli avversari pretendono di aver colto l'un dei due Papi? Noi abbiamo detto le mille volte che il Papa è infallibile, quando pronunzia ex Cathedra qualche insegnamento: or quale insegnamento fu qui pronunziato? Forse l'uno dei due Papi insegnò che quell'Istituto era cattivo, e l'altro insegnò al contrario che era buono? Non punto: qui non vi fu nessuno insegnamento, nessuna dottrina: vi fu soltanto un semplice atto d'amministrazione, un provvedimento di circostanza, una misura (come oggi dicono) più o meno prudente. Clemente XIV reggeva la Chiesa in tempi assai torbidi e burrascosi, quando i governi d'Europa erano per la più parte in mano di filosofastri, o giansenisti, o scredenti d'ogni maniera. Da questi Gabinetti insieme congiurati gli fioccavano addosso l'una dopo l'altra lettere incessanti, che coi più neri colori gli dipingevano quel pugno d'uomini come il flagello, il malanno, l'orco, la versiera, il pandemonio dei loro Stati: si disfacesse una volta di quella peste, e subito allora tornerebbe al mondo come per incanto l'età dell'oro, e i fiumi correrebbero latte, e le querce stillerebbero miele: ma se ancora li sostenesse, guai a lui!.... guai alla Chiesa!.... a cui sovrastava uno scisma, un rovinìo, un precipizio, un visibilio, un finimondo. Povero Papa, che potea fare?..... Resistè, protestò, trasse in lungo le cose: poi vedendo che la tempesta si addensava sempre più minacciosa, diè un gran sospiro, e fece, o credette di fare, come il nocchiero, che getta in mare la merce quantunque cara, per salvare, se è possibile, la nave intera. L'intenzione fu ottima: l'atto poi fu prudente? Fu savio? Fu opportuno? Noi dobbiamo rispettarlo, non giudicarlo, chè ce lo vieta
    La riverenza delle Sante Chiavi.

    Ma qual ch'ei si fosse, non fu atto di magistero dottrinale, e per noi basta. Pio VII invece dopo attraversate ancor egli burrasche orribili, trovossi in tempi più placidi e più sereni, e sollecitato (come egli disse nella sua Bolla) dalle preghiere di molti e Vescovi e Principi e fedeli di ogni condizione, credette opportuno di dare a quell'Istituto novella vita. Or dove sta qui la contraddizione? Può essere che dei due Papi nè l'uno nè l'altro abbia sbagliato: ma quando pure vogliate voi che da qualche parte vi sia stato un errore, sarebbe sempre errore di governo, non di insegnamento, e quindi estraneo all'argomento.

    Gran cosa! Noi abbiamo fin da principio presentato agli avversari un bersaglio chiaro, fisso, e ben determinato nel pontificio insegnamento cattedratico: ed essi tirano le loro freccie a modo dei ciechi, cosicchè van tutte a perdersi a destra o a sinistra, e neppur una di esse viene a ferire nel segno.
    IX.

    Il terzo e più delicato capo d'accusa viene sollevato da certi moderni Pubblicisti per ciò che riguarda le materie politico-religiose.

    Io so bene che questa parola politica usata qui sembra molto importuna, e mette forse a più d'uno i brividi: ma datevi pace, che non vi è nulla di che adombrare. E in realtà la politica è forse una cosa indipendente dalla morale e dalla giustizia? Allora sarebbe il più orrendo mostro del mondo. Sarà forse ugualmente lecito di regolare i popoli con principi giusti od iniqui, morali od immorali, religiosi od empi? Questo sarebbe il fare della terra un inferno. Ora chi è il Maestro più autorevole della morale e della religione, chi ne è il Giudice supremo e inappellabile, se non il Sommo Pontefice? Non è dunque a far meraviglia se a quando a quando egli levi la voce per usare di un tal diritto.

    Tanto più che egli si ferma soltanto a portare giudizio sui principî e sulle massime generali, in quanto toccano la religione: e non punto si occupa dei fatti particolari, delle complicazioni internazionali, delle vertenze fra principi e principi, nè di finanze, di guerra, di commercio, d'industria, o checchè altro appartenga al governo puramente civile degli Stati. In tutte siffatte cose ei si guarda ben bene dall'intromettersi: mundum tradidit disputationi eorum. Eccle. 3. Solamente se la politica vorrà consacrare qualche principio, che sia contrario alla fede alla morale; in nome della morale o della fede, di cui egli è l'Interprete, dirà: non licet. Se la politica vorrà turargli la bocca, ed impedirlo di esercitare liberamente per tutto il mondo il divino suo magistero di religione; in nome della religione, di cui è Capo, egli di nuovo dirà: non licet. Se la politica vorrà arrogarsi il diritto di stender la mano sul Santuario; dal Santuario, di cui egli è Custode, griderà: non licet. Io non posso discendere ad altri particolari:
    Se' savio, e intendi me' ch'io non ragiono.
    X.

    Ma ad ogni modo l'infallibilità pontificia è un argine, che arresta il civile progresso della società moderna.

    Perchè lo arresta? Dite piuttosto che lo indirizza, lo regola, lo protegge. Può egli darsi vero progresso, civiltà vera, che non sia basata nella verità, nella probità, nella giustizia? Ebbene: della verità, della probità, della giustizia Pietro è il Custode e il Banditore: e voi in esso volete vedere un nemico del sociale progresso? Ringraziate piuttosto il Signore, che in tanto pervertimento d'idee, in tanto scompiglio d'umane cose, vi abbia dato un Dottore infallibile a cui rivolgervi, per poter discernere in sì gravi materie il lecito dall'illecito, il giusto dall'ingiusto, il morale dall'immorale. Exultate, Filii Sion, et laetamini in Domino Deo vestro, quia dedit vobis Doctorem justitiae.

    Imperocchè, miei Signori, è necessario riflettere che non solo ciascun individuo particolare, ma ancora la società tutta intera è suddita del Signore. Subditus fiat omnis mundus Deo. Rom. 3. Il mondo tutto è di Dio perchè l'ha creato egli, è di Dio perchè l'ha redento egli, è di Dio perchè egli è che tuttodì lo conserva: e non lo ha nè creato, nè redento, nè conservato per altro, se non perchè serva alla sua gloria, osservando la legge sua. Adunque non solo l'individuo, ma la società tutta è obbligata ad eseguire le leggi che egli ha poste, a riverire la Chiesa che egli ha fondata, a rispettare il Vicario che egli ha lasciato in suo luogo, e ad ascoltare ossequiosamente la voce sua, quand'egli l'alza per ricordare a tutti le grandi verità, di cui egli è fatto depositario.
    XI.

    Sì, voi ripigliate; ma la sua voce talvolta non si accorda coi principî proclamati della Società moderna.

    Sia pure: ma ditemi per vita vostra: questa Società moderna la credete voi proprio una verginella sì immacolata, che non abbia sull'anima neppure un peccadiglio? Che sia confermata in grazia? Che abbia il dono della impeccabilità, cosicchè tuttociò ch'ella dice sia sempre ben detto, tuttociò che fa ella sia sempre ben fatto? Oh! Voi siete troppo ragionevoli, per dire siffatte capestrerìe: voi ben capite che l'impeccabilità che non è propria neppure del R. Pontefice, molto meno può essere un privilegio della società moderna: voi bene intendete che nella società moderna, come nell'antica, vi è il suo bene e il suo male, le sue verità e i suoi errori, le sue opere buone, e i suoi brutti.... brutti peccati.

    Ottimamente. Posto dunque che come peccano gl'individui, così possono peccare le società; qual maraviglia che vi sia una voce autorevole, che agli uni e alle altre rammenti i loro doveri, e dica per esempio che quel tale principio o quella tal massima è contraria al tale o tal altro comandamento di Dio? Vorreste voi forse negare al Pontefice anche la facoltà di spiegare i divini Comandamenti? vorreste che li spiegasse in un modo pei piccoli, in un altro pei grandi, in un modo per gli individui, in un altro per le società? Ma qui sta appunto (secondo la bella osservazione che già da altri fu fatta) qui sta la sua sublime missione: in mantener sulla terra saldi e inconcussi i principi della fede, della morale, della giustizia; e mantenerli in faccia non solo agl'individui ma ancora ai popoli, non solo ai sudditi ma ancora agl'imperanti, e dire a tutti altamente: Principi e Popoli, Repubbliche e Monarchie, Parlamenti e Governi, ricordatevi che sopra voi tutti, sui vostri scettri, sulle vostre spade, sulle vostre corone vi è un Dio che dovete adorare, vi è una legge che dovete ubbidire, vi è una morale cui dovete conformarvi: e qualunque cosa facciate in onta di questo Dio, di questa legge, di questa morale, non licet, non licet. Ecco quello che dice il gran Pastore dell'ovile di Cristo: e noi invece di corrucciarci con lui, dobbiamo anzi sapergli grado che egli sia il solo, che mai non si piega dinanzi ai tumulti dei popoli o alle minaccie dei Principi; il solo che a tutti fa udire una franca parola di verità; il solo che mantiene in terra il deposito dei sani e giusti principî, che senza lui mille volte a quest'ora sarebbero andati travolti nel turbine di tante rivoluzioni. Exultate dunque, exultate Filii Sion, et laetamini in Domino Deo vestro, quia dedit vobis Doctorem iustitiae.
    XII.

    Sebbene, ohimè! che invece d'esultarne molti ne fremono; e in tutta Europa quella che dicesi società moderna par non avere altro nemico più odiato che il mansueto Pastore del santo ovile.

    Ma deh! che ti ho fatto, sembra egli risponderle, che t'ho io fatto di male, o in che ti ho contristato? Popule meus, quid feci tibi, aut in quo contristavi te? Responde mihi. Io sono il tuo Medico, il tuo Pastore, il tuo Padre, e tu mi riguardi come nemico? Eh! non infierire contro un povero Vecchio, che non ha altra difesa che la dolcezza: non contristare il logoro avanzo di una vita cadente: non voler darmi l'ultima spinta verso la tomba. Oh! chi mi dà che prima di chiudere gli occhi, io possa stringerti al seno, e darti in fronte il bacio di pace?... Chi mi dà che se siamo vissuti lungamente divisi, un giorno alfine tu torni fra le mie braccia, e che l'ultimo atto della mia mano sia quello di benedirti?...

    O Signore, che siete ricco in misericordia, non negate al vostro servo questa consolazione, sì che poi giubilando possa ripetere: Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace. Luc. 2.
    SECONDA PARTE
    XIII.

    Stabilito il dogma dell'infallibilità pontificia, sventate le obbiezioni che se gli mossero contro, non resta che aderire sommessamente alla Definizione, che ne fu data: Definizione assoluta, categorica, inappellabile: Definizione accompagnata dalla sentenza di anatema contro i ribelli: Si quis autem huic nostrae Definitioni contradicere praesumpserit, anathema sit.

    Nè a schivar questo anatema val punto nulla il dir che si è fatto dai riottosi che quella Definizione non era valida perchè non libera. Qui non si tratta più di obbiezioni da sciogliere colla ragione, ma di una sfacciata calunnia da rifiutar col disprezzo. E certamente, dopo che nel Sacrosanto Concilio tanto si studiò, si discusse, si ventilò la materia per ogni verso; dopo che fu lasciato ai contradditori tutto l'agio che vollero di parlare e di scrivere liberamente; dopo che nel giorno stesso della solenne Sessione due Prelati dissero alto Non placet, e come lo dissero i due, l'avrebbero potuto dire i duecento e quanti altri voluto avessero; dopo tutto questo, ripeto, per venirci a dire che non vi fu libertà sufficiente, ci vuol davvero una fronte di bronzo, una fronte senza vergogna. Ma questa fronte non è mancata mai ai superbi, i quali da Ario a Lutero per ischermirsi dalle ricevute condanne han sempre fatto ricorso ai pretesti più vergognosi. Se la condanna veniva loro da un Papa, si appellavano al Concilio Ecumenico; se veniva dal Concilio, ne mettevano in dubbio l'ecumenicità; se questa era evidente, gridavano al sopruso, alla ingiustizia, alla violenza: è un'arte vecchia, è l'arte di tutti gli Eretici. Ma per buona ventura, a far sì che una sentenza sia valida e giusta non vi fu mai bisogno che fosse per tale riconosciuta dal reo, sul cui capo cadeva. Si divincoli dunque fin che gli piace il serpe della schiacciata eresia gallicana: sul capo suo peserà sempre quella tremenda condanna: Si quis autem huic nostrae Definitioni contradicere praesumpserit, anathema sit.
    XIV.

    La quale condanna fu anche più chiaramente spiegata dal regnante Sommo Pontefice nella sua Lettera dei 15 Maggio all'Emo Cardinale Vicario, in occasione di un infausto Indirizzo ormai troppo noto [1]. Sappiano tutti, disse apertamente il Pontefice, che costoro non sono più cattolici, che hanno cessato totalmente di esserlo, e di appartenere alla Chiesa. Innotescat universis eos catholicos esse desiisse, adeoque a catholicis esse vitandos.

    Non ignoro che molti di costoro con tutta la loro ribellione all'infallibilità pontificia vorrebbero passare tuttavia per Cattolici. Ma di grazia, chi ha da saperlo quello che si ricerca ad essere Cattolico, se non lo sa il R. Pontefice? Non tocca al Capitano conoscere i suoi soldati? Non tocca al Pastore conoscere le sue pecore? Certamente il buon Pastore Gesù diceva un giorno: io le conosco le mie pecorelle: ego cognosco oves meas. Jo. 10. E poi rivolto a certi cotali, soggiunse: ah! voi non siete della mia greggia: vos non estis de ovibus meis. E al modo stesso il Pontefice Vicario suo ha detto al mondo intero: vedete questi qua? sappiate che non sono più cattolici, non sono mie pecorelle, non appartengono più alla mia greggia: fuggiteli. Innotescat universis eos catholicos esse desiisse, adeoque a catholicis esse vitandos.

    Che cosa sono dunque? Io non so dirvelo: sono esseri, che non comprendo. Comprendo il Protestante, comprendo lo Scismatico, comprendo l'Incredulo, ma questi esseri anfibî, che rifiutano un dogma cattolico e vogliono seguitare a chiamarsi cattolici, questi non li comprendo. So che in Germania si son dati il nome di Cattolici vecchi, ma si direbbero assai meglio Eretici nuovi.
    XV.

    Per chiunque è logico, dopo una dogmatica Definizione non resta che scegliere fra questi due partiti: o piegare la fronte, o rinunziare al Cattolicismo.

    Adunque, Filii Israel, usquequo claudicatis in duas partes? 3. Reg. 18. Quel continuo giuocare d'altalena, quel metter piede la mattina in Gerusalemme e la sera in Babilonia, quell'incensare con una mano Jeova e coll'altra Baal, quel dare un bacio a Cristo e un altro a Giuda, è uno scherno crudele che dee cessare.

    Filii Israel, usquequo claudicatis in duas partes? Conviene schierarsi apertamente o da una parte o dall'altra: conviene stringersi intorno a Pietro, o passar nelle file de' suoi nemici.

    Quanto a me, il mio posto è già preso da lungo tempo. Nel campo di Pietro, vicino alla sua croce, sotto il vessillo delle sante sue Chiavi, là è fisso il mio posto; e là mi troverete mai sempre con in pugno la spada della divina parola, pronto in sua difesa, dovessi anche finire al par di lui sulla croce. E voi, o Romani, che farete voi? Colla mente col cuore colla persona coll'opera, io ben lo spero, vi stringerete voi pure in ben serrata falange intorno a Pietro: ed egli dall'alto del Vaticano agitando la croce risponderà sorridendo: coraggio, Figli, coraggio: Cristo è con noi.
    APPENDICE

    Corre voce che tra poco debba tenersi a Firenze, o in altra Città, un Congresso di Fallibilisti. Che dirne?

    Sta scritto: dove sono due o tre congregati in mio nome, ivi sono io in mezzo a loro: ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum. Matth. 18, Ma costoro non si radunano nel nome del Signore, anzi contro il Signore e contro l'Unto di lui: convenerunt in unum adversus Dominum, et adversus Christum eius: chi sarà dunque in mezzo a loro, Cristo o Belial?... Essi vengono ad eccitarsi l'un l'altro a scuotere il giogo della Chiesa Romana e del suo Capo: dirumpamus vincula eorum, et proiiciamus a nobis iugum ipsorum. E il Re del cielo che farà egli? Prima si burlerà di loro: qui habitat in coelis irridebit eos: poi tosto o tardi parlerà loro la parola dell'ira sua: tunc loquetur ad eos ira sua, et in furore suo conturbabit eos. Ps. 2.

    È noto il fatto di quel Concilio irregolare, nel quale, prima di aprirsi le discussioni, uno dei Prelati diede uno sguardo intorno, e domandò: dov'è Pietro? A questa sublime interrogazione ammutolirono tutti guardandosi l'un l'altro in viso, e poco dopo l'Assemblea si disciolse senza far altro. Eppure quelli almeno erano Vescovi. E costoro chi sono, che voglion fare senza Pietro e contro Pietro?

    Ma non possiamo distenderci sopra tale Congresso, senza sapere positivamente quello che vi sarà detto. Ci terremo dunque paghi di proporre l'Epigrafe da scriversi in fronte a quella Sala. Eccola:
    Avete l'Vecchio e l'Nuovo Testamento (1),
    e l'Pastor della Chiesa, che vi guida (2):
    Questo vi basti a vostro salvamento (3).
    Se mala cupidìgia altro vi grida (4),
    Uomini siate, e non pecore matte (5),
    Sì che l'Giudeo, tra voi, di voi non rida (6).

    Dante, Parad. C. 5.

    (1) Ecco la Divina Scrittura, su cui si fonda la fede della Chiesa.

    (2) Ecco il R. Pontefice, che n'è l'Interprete infallibile, e nostra sicura guida.

    (3) Dunque non vi è bisogno di ricercare il consenso della Chiesa congregata o dispersa, e molto meno il parere di questi Congressi.

    (4) Il dire altrimenti è effetto di mala cupidigia, cioè di sregolata passione, e specialmente di quella passione che d'ogni altra è radice, vale a dire della superbia.

    (5) Questo è anche un mostrarsi pecore matte, che fuggite dal pastore corrono qua e là all'impazzata. Giusto castigo della costoro superbia!

    (6) Certamente i Giudei e tutti gli Acattolici rideranno di gran cuore al vedere questi Congressi tenuti da sedicenti Cattolici contro la Chiesa Cattolica, e il Venerando suo Capo: essi rideranno, e la Chiesa piangerà!... Sta scritto però: guai a quel figlio, che fa piangere la madre sua!... Noi frattanto piangeremo con essa innanzi al Signore pei traviati fratelli, e gli diremo: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt. Luc. 23.

    R.P. A. Gallerani: L'infallibilit pontificia (ragionamento terzo)
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 

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